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20 Gennaio, 2023
Agricola Le Querce e la determinazione della nuova generazione
Agricola Le Querce e la determinazione della nuova generazione.
Partirono in due ed erano abbastanza. Un pianoforte, una chitarra e molta fantasia.
Più o meno così è stato per Federico e Valentina. Solo che al posto del pianoforte e della chitarra c’erano 40 ettari di terra. La fantasia si, tanta ma più ancora poté la determinazione.
Federico 30 anni, Valentina 29. Parte integrante dello studio paterno lui, consulente lei. Ma cosa diavolo ci fanno in Toscana, a Campiglia Marittima tra Venturina e Piombino?
La cosa che più mi colpisce di Federico è la sincerità. Non è uno sprovveduto né uno che non sa il fatto suo. Ma è “quadrato” nonostante la sua età. E Valentina che gli sta al fianco, non è da meno.
Quando si presenta, così come fa sul sito internet dice che la loro è una “piccola” azienda. 40 ettari di cui 20 vitati che diventeranno 25 in poco tempo. Lo dice con sincerità senza, spavalderia. Anzi, noto decisione e determinazione. Quella che ha preso il posto della fantasia.
Federico e Valentina sanno che quella che hanno per le mani è una vera azienda. Non una semplice cantina. E se vuoi far fruttare una azienda, hai bisogno di volume. È quello che ti insegnano e che professi quando fai il consulente. Così come quando ti devi occupare dei lati fiscali, contrattuali e tributari delle aziende. Insomma, il lavoro di Valentina e Federico. Tanta, tanta responsabilità. Che si sentono addosso ma con quella leggerezza tipica dei giovani.
Belli tosti questi ragazzi. Magari ad avercene. Idee chiare. Progetti concreti. Piani da applicare.
Per fare tutto questo non ci si può improvvisare. E loro non si improvvisano. Ovvero non si improvvisano vignaioli. Certo, hanno le loro idee. Hanno i loro gusti. Ma lasciano fare a chi sa avendo, sempre, sotto controllo i processi, le procedure, i metodi. Mantenendo comunque un imprinting. Il loro.
Biologico? Certamente.
Meccanizzato? No! Selezione a mano con cassette da 20kg.
Macerazioni? Ovvio.
Controllo della temperatura? Nemmeno a chiederlo.
Barrique? Certo ma a di quelle a tiratura limitata.
Anfore? Perché no.
Bianco in barrique? Senza pensarci su.
Il wine bar in vigna? Obbligatorio.
Se guardi questi due ragazzi, se parli con loro, se li ascolti, capisci la loro forza, la loro passione, la loro capacità. Che non è spocchia. Non è arroganza. È solo capacità. Determinazione. Non è voglia di arrivare. È voglia di esserci. Di affermarsi in un mondo così difficile come quello del vino. Non guardano ai mostri sacri che hanno intorno o più lontani. Guardano alla loro azienda. Guardano alle persone che lavorano. Giovani.
Siamo un’azienda di giovani.
Tanti giovani che affiancano a persone più esperenziate creando quel mix che serve. Tanto coinvolgimento. Continui brainstorming. Tutto deve girare per il meglio. Processi, tempi, metodi.
Ci impegniamo perché ogni piccola cosa non passi inosservata.
Federico si ritrova con questa azienda da circa sette anni quando il padre decide di acquistarla. Lui se ne innamora.
Quando ho visto l’azienda per la prima volta, è stato amore a prima vista.
Anche perché da buon pugliese, con tanto di nonno che lo scorrazzava per le vigne di famiglia, sa il valore della terra. Se ne innamora ma sa anche non può lasciare così, da un momento all’altro, lo studio di famiglia. Quindi fa il pendolare tra Milano e Campiglia Marittima. 382 km. Mica pochi per un pendolare. Vallo a spiegare a chi non vuole spostarsi dalla propria città. Si certo, l’azienda è sua. Ma potrebbe fare come molti facendola gestire da altri e usandola solo per il fine settimana. No, lui no. Lui deve esserci. Deve e vuole essere presente. Per organizzare, per gestire ma, soprattutto, per fare squadra con tutte le persone che lavorano nell’azienda. Anche questo ti insegnano quando lavori in una grande azienda o per le aziende. Il team. L’importanza del team.
Valentina non è da meno. Uniti non solo per i sentimenti ma anche dagli obiettivi e dalla determinazione. Si, sempre quella che ha preso il posto della fantasia. Quando fai la consulente devi mettere mano ai processi e magari cambiarli. Poche volte tocchi con mano le cose. Spesso un consulente “fa le slide” e indica cosa fare. Qui invece Valentina pensa ma subito agisce. In simbiosi ma anche in indipendenza con Federico. Due parti di un medesimo ingranaggio. Sincroni quando serve. Altrimenti asincroni.
Sono così Federico e Valentina. Una coppia che sa il fatto proprio. Fanno avanti e indietro da Milano insieme. Si alternano, si completano. Federico in vigna, Valentina in cantina.
Bello vedere come le origini tornino. Come la frenesia della città lasci il passo alla campagna. Come due ragazzi si gettino in qualcosa che sanno poter essere loro. Valentina ci tiene sempre a dire che l’azienda è di Federico. Ma lei è parte integrante.
Ogni mattina mi sveglio presto e faccio un giro nelle vigne. Come se fosse un giardino. Mi piace guardarla dall’inizio fino alla vendemmia.
Questa è la meraviglia che Federico si trova dinanzi. Che fa sua e non vuole delegare.
Abbiamo iniziato a studiare qualcosa di nuovo come studi all’università.
Valentina da buon (ex) consulente non si ferma mai di studiare.
L’organizzazione è qualcosa che ti porti dietro. Organizzare con un calendario settimanale tutte le lavorazioni, gli assaggi, la cantina.
Così come per Federico l’esperienza nello studio del padre ha pagato.
Sentendoli parlare ci si rende conto di come abbiano i processi in mano. Eppure sono posati. Fanno le cose con ponderazione. Prendendo in esame le proprie potenzialità, cercando di superarsi. Ma senza strafare.
Assaggiamo due vini, entrambi espressione della loro azienda.
Il primo è Dodicilune, un Vigogner in purezza che matura in barrique per 6 mesi e sei mesi in anfora (bella scelta questa, non affatto banale e studiato per esaltare i sapori). Un vino semplice, non immediato, non banale. Già dai sentori ti conquista per la sua iodicità (siamo e meno di tre km dal mare) che si unisce alla frutta e ai fiori. Trovi il miele nel bicchiere. Al sorso non può che conquistarti per la grande coerenza tra olfatto e gusto. Persistenza lunga che richiede un abbinamento studiato. Finale lievemente mandorlato.
Il secondo, Vinalia 2020 è un blend di Cabernet Sauvignon e Merlot con 18 mesi di barrique. Bello e intenso il colore rubino che trovi nel bicchiere. Alla prima olfazione regala tante spezie dolci e sentori caramellosi di aceto balsamico. Poi arrivano frutti e fiori rossi. Sarei curioso di averlo nel bicchiere tra dieci anni perché secondo me l’evoluzione porterà sentori eterei a completare il bouquet. Al sorso c’è tutto e c’è tutta la sua giovinezza. Dall’olfazione ti aspetteresti una rotondità che non ritrovi a pieno nel bicchiere. Ma è giovane e deve riposare ancora un po’. I tannini sono comunque poco aggressivi. Insomma un grande vino.
Questi due vini dimostrano a pieno come siano già riusciti a far girare le cose per il meglio. Come ci sia la mano giusta in vigna, come l’enologo e i processi di cantina siano ben gestiti. Come, soprattutto, abbiano saputo dare una vera identità, loro, al prodotto finale. Bravi ragazzi.
Programmi per il futuro tanti. Altri vitigni, altri procedimenti. Altre sperimentazioni. Senza la voglia di rappresentare a pieno il territorio toscano che li ospita. Certo, rispetto totale ma utilizzo sapiente delle terre per coniugare al meglio i vitigni. Idee davvero chiare.
Stupiscono ancora. Stupiscono per non omologarsi a ciò che sta loro intorno. Scegliendo forse la strada più complicata. Ma anche quella con maggiore potenzialità.
Hanno tanto entusiasmo Federico e Valentina. Non posso che augurare loro tante e tante vendemmie piene di successo. Magari con ancora più fantasia. Perché in fondo, bomba o non bomba noi arriveremo a Roma, malgrado voi!
Ivan Vellucci
Mi trovi su instagram : @ivan_1969
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19 Gennaio, 2023
Il Progetto ZEI - Zero Environmental Impact
Si fa presto a dire sostenibilità ma è molto più difficile trovare soluzioni concrete.
Come molti di noi sanno, il fil rouge dello scorso Merano Wine Festival è stato il problema dell’acqua in quanto risorsa primaria e fondamentale per la vita, sviluppato all’interno di importanti temi come l’innovazione, la sicurezza alimentare e la sostenibilità. E’ stata in questa occasione che ho avuto l’opportunità di assistere a una masterclass durante la quale è stato presentato un progetto che mi ha decisamente affascinato e convinto, il Progetto ZEI.
Facciamo un passo indietro e diamo per scontato che la fertilità del suolo e la salubrità della pianta siano fondamentali per la produzione di vino. Da qualche anno, ormai, ci si è accorti di come l’utilizzo di componenti chimici da sempre ritenuti innocui per l’uomo e indispensabili alla vigna, non sia esattamente una passeggiata per la salute. Un esempio su tutti, l’utilizzo del rame, vaporizzato da decenni a difesa della produttività. Come lo zolfo, però, anche il rame è un metallo pesante che, dopo aver eliminato i funghi nocivi, penetra nel terreno e vi si deposita, legandosi chimicamente ad altri minerali e svolgendo un effetto inibitore della capacità della vite di assimilare altri microorganismi utili al suo sviluppo. Questa conclusione è stata scientificamente verificata da un gruppo di ricerca dell’Università della Tuscia, guidato dal Prof. Marco Esti e dall’agronomo Dott. Alessandro Leoni. Ed è qui che hanno vacillato le mie certezze sui dogmi che sostengono le certificazioni bio. Se infatti, da una parte, “biologico” significa fare agricoltura senza prodotti di sintesi, dall’altra tale protocollo permette l’utilizzo di sostanze come questa.
Gli effetti del rame come fattore di alterazione
La ricerca ha evidenziato come il rame elimini i microorganismi che incontra durante la sua penetrazione nel terreno, impoverisca la fillosfera (la parte visibile della pianta della vite), e distrugga la rizosfera, ovvero la capacità biotica del terreno. Anno dopo anno, i trattamenti con il rame provocano un accumulo di questo elemento nel suolo, rendendo sempre più difficoltosa l’assimilazione da parte delle viti di altre sostanze nutritive essenziali per lo sviluppo e la resistenza della pianta, arrivando addirittura a comprometterne la stessa sopravvivenza. Nei terreni viticoli in cui è presente un’elevata concentrazione di rame accumulato emergono, inoltre, problematiche di vinificazione dovute all’effetto inibitore del rame sulla trasformazione del mosto e la fermentazione del vino. Un ulteriore effetto della presenza di questo metallo nel terreno è che esso, legandosi alle foglie e al frutto, altera i profumi del vino, oltre al rischio di tossicità per via dell’accumulo nel fegato umano qualora finisca nella bottiglia. Ovviamente, nessun produttore vorrebbe mai sentire alterato il profumo e il sapore del proprio vino. Ciò nonostante, questo è ciò che accade ad oggi in moltissimi casi.
La natura ritrovata: il progetto ZEI
Una volta accertata l’influenza negativa del rame sulla qualità biologica della vite e sulle proprietà organolettiche del vino, il Prof. Esti e i ricercatori dell’Università Della Tuscia hanno dato il via a sperimentazioni su possibili sostituti biologici.
Perché infatti non pensare di trattare la vite con estratti di origine naturale, senza residui e senza rischi tossicologici per gli operatori e che hanno anche il vantaggio di migliorare sensibilmente la qualità delle uve?
Tre anni fa è quindi partita la sperimentazione nei terreni della Cantina Feudi Spada, proprietà umbra del noto enologo Alessandro Leoni, dove erano presenti vigneti antichi, alcuni originari della Francia. La cura e il ripristino di quei vigneti è stato un test ideale per lo sviluppo di nuovi prodotti e metodologie in grado di rinvigorire i processi naturali coinvolti nella coltivazione della vite e nella vinificazione. Proprio da qui ha preso vita il progetto ZEI, acronimo di Zero Environmental Impact (Impatto Ambientale Zero), coordinato dal Dott. Alessandro Leoni, allargatosi ad altri piccoli appezzamenti e a porzioni di filare, in modo da poter controllarne l’efficacia in modo immediato.
I campi sperimentali sono nel tempo passati a oltre 70 ettari divisi tra Oltrepò Pavese, Toscana, Lazio, Umbria, Campania, Piemonte e Puglia, sia su varietà autoctone che internazionali, allo scopo di avere ampie possibilità di verifica dei risultati.
I prodotti di biosintesi e gli estratti essenziali
Una delle sfide più importanti di oggi è la capacità di bilanciare l’applicazione delle tecnologie e delle conoscenze con il rispetto degli equilibri e dei processi naturali. Nel caso del progetto ZEI, l’idea del gruppo di ricerca è stata quella di testare alcuni estratti vegetali provenienti da altre piante, come l’acido salicilico e l’etilene, che migliorano il metabolismo-della vite, arrivando alla sintesi di miscele bilanciate, completamente prive di elementi chimici tossici e in grado di proteggere la pianta e arricchirne le qualità organolettiche a partire dalle bucce delle uve.
Una piccola rivoluzione
Dopo il periodo di sperimentazione in vigna e in cantina, la trasformazione delle miscele in composti microbiologici standardizzati e prodotti in serie è stata affidata all’azienda Prime Evolution, un’azienda giovane, dinamica e innovativa, nata per volontà degli imprenditori Valeria Bombelli e Francesco Civati, impegnati dal 2005 nel settore della ricerca in biotecnologie. Decisi ad operare una piccola rivoluzione nel settore, hanno portato realtà e concretezza al progetto iniziando ufficialmente la produzione e la commercializzazione di prodotti biostimolanti, bioattivanti e di estratti vegetali.
Quando le ho telefonato per avere maggiori informazioni, Valeria si è mostrata ben felice di condividere con me alcuni dettagli in più rispetto a quanto era stato trattato durante la masterclass. Durante la nostra conversazione, ricordo un suo pensiero che condivido appieno, secondo cui “siamo sempre in evoluzione (da qui il nome dell’azienda, Prime Evolution) perché crediamo che tutto derivi da lì, dalla natura, che occorre solamente osservare e che ci mette a disposizione tutto ciò che necessitiamo. I nostri prodotti infatti sono tutti di origine vegetale”. Prosegue Valeria: “in Azienda ci si occupa di studiare e ricercare, con tecniche sempre più precise, le esigenze di difesa, stimolazione e nutrizione in tutte le colture agricole, dalla viticoltura alle colture da reddito e ornamentali, al fine di progettare e formulare nuovi bio-fertilizzanti e stimolanti tecnologicamente avanzati per risolvere i problemi legati allo sviluppo vegeto-produttivo nel suo complesso”. Personalmente, sono rimasta affascinata da questo progetto e dall’entusiasmo con cui viene portato avanti.
Prime Evolution, in collaborazione col Prof. Marco Esti e l’enologo Alessandro Leoni, ha quindi sviluppato una gamma di prodotti pronti all’uso per ogni fase della produzione, con protocolli di utilizzo per la soluzione di problemi specifici. Con il rilascio dei nuovi prodotti sul mercato, è stato possibile anche definire un protocollo ZEI per certificare l’assenza di sostanze chimiche e metalli pesanti nelle uve, permettendo ai viticoltori di guadagnare in qualità e proporre una rivalutazione del prezzo di vendita delle proprie bottiglie. Il progetto prevede di raggiungere buoni risultati economici a partire da una produzione di 5.000 bottiglie l’anno, risultando quindi adatto e conveniente anche a cantine medio-piccole.
Tra le domande della platea non poteva mancare quella sui costi. L’ho girata a Valeria, che mi ha risposto che “il Progetto ZEI ha un’incidenza di investimento tra i 15 e i 20 centesimi/bottiglia, un costo di poco maggiore di un metodo convenzionale, in alcuni casi attestandosi allo stesso livello”. Quindi, nessuna scusa! La possibilità di migliorare c’è ed è affrontabile, considerando i vantaggi.
La masterclass
Tornando alla masterclass, dopo il benestare degli esperti, il vino è stato versato nei calici, contribuendo a un’atmosfera più rilassata e fluida, permettendoci di assaggiare i vini con un diverso stato d’animo, oltre che con molta curiosità. Gli assaggi proposti, in un carosello di profumi, aromi e sapori, sono stati:
– Vesali, 2021 100% Fiano, Tredaniele
– Madonna 2020, 100% Chardonnay, Feudi Spada
– Cerbero 2018, 90% Croatina – 10% Merlot, Mantovani
– Il Privilegiato 2021, 100% Nero di Troia, Planisium
Per dovere di cronaca, su sette vini prodotti dai vitigni antichi della cantina Feudi Spada con il metodo ZEI, ben tre hanno ricevuto prestigiosi riconoscimenti da persone molto più esperte di chi scrive. Al di là dei premi, credo che la soddisfazione maggiore per questi viticoltori, in una certa misura visionari e decisamente pionieri, sia sapere di avere prodotto un vino di ottima qualità senza cedere alle lusinghe della chimica o ai dogmi “poveri” della biodinamica, coerentemente con quello spirito di adattamento imprenditoriale che vede la tecnologia e la ricerca al servizio della natura e non vice versa.
Claudia Riva di Sanseverino
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14 Gennaio, 2023
Wine in Venice e TheFork insieme, nasce: "365 days of Wine in Venice"
Una delle app più innovative degli ultimi anni, si unisce alla kermesse Veneziana per un progetto rivoluzionario.
Mancano oramai poche settimane alla prima edizione di Wine in Venice, il mondo del vino è oramai pronto a sbarcare a Venezia in grande stile, come impone la magia di questa città. Venezia diventerà dal 28 al 30 Gennaio 2023 il centro enoico del nostro paese, ospitando il primo Red Carpet del Vino per un evento semplicemente iconico.
Un palcoscenico dedicato a protagonisti, storie, contaminazioni…un contenitore ideale per parlare dei tre temi (sostenibilità, etica ed innovazione) scelti dagli organizzatori (Winetales, Beacon, The Media Company Store e Venezia Unica) per la prima edizione della manifestazione.
Tre temi che saranno al centro del dibattito di tutti i Wine Talk con tanti grandi ospiti che si confronteranno insieme per immaginare: “Il Vino del Futuro”
Etica, Innovazione e Sostenibilità sono le tre discriminanti selezionate dai giurati per assegnare le venti Wine Wild Card e garantire così l’accesso finale, una per regione d’Italia, al prestigioso red carpet nel suggestivo scenario della Grande Scuola della Misericordia di Venezia e nello storico palazzo del Cà Vendramin Calergi.
Venti cantine dicevamo che rappresenteranno ognuna la propria regione di appartenenza, un vero premio al duro lavoro in vigna che ogni anno per situazioni economiche e climatiche diventa sempre di più eroico, un vero premio perché non sarà richiesta nessuna quota di partecipazione alle cantine selezionate.
La magia di Wine in Venice tuttavia non finisce qui: grazie al contributo di TheFork nasce un progetto rivoluzionario “365 days of WINE IN VENICE” ovvero un anno di esperienze con le venti etichette premiate nei tre giorni della kermesse che diventeranno un’esclusiva Wine Selection nella rete di ristoranti aderenti a disposizione degli utenti della famosa applicazione.
“TheFork punta da sempre a collaborare con realtà del settore importanti, innovative e prestigiose convinti come siamo che il nostro successo dipenda da quello dei ristoranti nostri partner. Siamo quindi particolarmente felici di partecipare a un’iniziativa che esalta le eccellenze italiane dell’enogastronomia in una cornice unica come Venezia. Riteniamo che possa essere una vetrina importante per il settore della ristorazione e i nostri strumenti e servizi digitali possono moltiplicarne il potenziale” dichiara Valentina Quattro, Industry Relations TheFork.
Il progetto completo 365 days of Wine in Venice e le modalità di fruizione saranno presentati al termine della manifestazione, per sottolinearne la centralità di questa iniziativa anche per le future edizioni della kermesse Veneziana.
Un progetto sicuramente rivoluzionario ed ambizioso, reso possibile grazie ai numeri impressionati di TheFork che vanta una rete di 60.000 ristoranti partner in 12 diverse nazioni, di cui 20.000 in Italia, oltre 30 milioni di download della sua app, 20 milioni di recensioni pubblicate dalla community e più di 20 milioni di visite mensili.
Attraverso TheFork gli utenti possono facilmente selezionare un ristorante in base alle loro preferenze, consultare le recensioni degli utenti, controllare la disponibilità in tempo reale e prenotare immediatamente online 24 ore su 24, 7 giorni su 7. Ai ristoranti, TheFork fornisce inoltre un software, TheFork Manager, che consente di ottimizzare le prenotazioni e le operazioni e di migliorare servizio e ricavi.
“Innovazione, interazione ed esperienze sono il nostro mantra quotidiano, siamo davvero onorati di poter presentare questo progetto insieme a TheFork che permetterà alle cantine di avere un nuovo strumento commerciale ed agli utenti della App di poter beneficiare di esperienze esclusive” dichiara Damiano Antonelli, Ceo di W.T. Group azienda organizzatrice di Wine in Venice.
”Siamo molto contenti di poter iniziare questo progetto con TheFork. Un player di grande rilievo che ha concretamente contribuito a cambiare l’approccio e la fruizione del pubblico verso il settore della ristorazione. I tre temi di Wine In Venice calzano perfettamente con la progettualità che insieme stiamo pianificando” dichiara Riccardo Rabuffi, Amministratore Unico di Beacon srl azienda organizzatrice di Wine in Venice.
“Avere la possibilità di sviluppare progetti che mettono al centro i Clienti, costruendo innovazione e favorendo la filiera produttiva italiana è un piacere ed un dovere per noi, siamo molto felici di iniziare questo percorso con TheFork” dichiara Alessandro Bartolini, Amministratore Unico di The Media Company Store srl, azienda organizzatrice di Wine in Venice.
A cura della Redazione
Per acquistare l’ingresso alla manifestazione Clicca Qui
https://www.youtube.com/watch?v=RakajXgmc-E
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13 Gennaio, 2023
Mustilli, quando gli antenati ti guardano
Mustilli quando gli antenati ti guardano
palazzo Mustilli a Sant’Agata dei Goti
Passeggiando per le stanze delle antiche dimore, alle volte ci si imbatte nei ritratti di personaggi vissuti in epoche lontane. Pochi hanno la fortuna di avere sparsi per casa ritratti di antenati propri. In ogni caso, ci si sente scrutati, osservati. Financo giudicati. Spesso incutono timore perché ti guardano altezzosi dall’alto verso il basso. Ricordo bene questa sensazione quando andavo a casa dei miei nonni!
Ora, con una simile premessa, a chi verrebbe in mente di mettere i ritratti degli antenati sull’etichetta delle proprie bottiglie di vino? Non basta essere scrutati mentre si attraversano le stanze del proprio palazzo? Serve pure qualcuno che ti scruti e ti giudichi mentre bevi il vino che hai prodotto? Solo persone animate da sana follia potevano pensare a questo.
Siamo a Sant’Agata dei Goti, un meraviglioso paese nel cuore del Sannio. E nel mondo enologico, il Sannio richiama l’eccellenza dei vini campani: la Falanghina. Qui, Paola e Anna Chiara dirigono l’azienda di famiglia: Mustilli
Leonardo Mustili, papà di Paola e Anna Chiara era uno di quei pionieri artefici della riscoperta prima, del successo poi, della Falanghina. Tempi difficili quelli degli anni 70 per un vino campano. Ma pure ora non è che le cose vadano a gonfie vele con la enorme concorrenza che c’è. Eppure, Paola e Anna Chiara sono li, a sostenere, con la determinazione che solo due donne così, in un mondo maschilista, il loro prodotto. I loro prodotti.
Il fattore, quando mia sorella disse che della azienda se ne sarebbe occupata lei rispose che non aveva fiducia nelle donne.
Insomma, l’inizio difficile. Ma pure il proseguo non è che sia stato semplice per due donne.
Il testimone lasciato da un papà, forte ma non ingombrante, con l’obiettivo di portare avanti e far evolvere quanto di buono era stato fatto. Un terreno particolare quello del Sannio. Matrice vulcanica e tanto tufo. Tanta finezza, complessità e mineralità da portare nel bicchiere con semplicità e nel rispetto della natura. Senza badare alle convenzioni.
Non solo Falanghina ma anche il Piedirosso (Per’ e Palumm) “che noi vinifichiamo in maniera leggiadra senza usare lunghe macerazioni perché tanto non ci tiri niente fuori anche se lo lasci a macerare per lungo tempo”.
Le vigne di Mustilli
15 ettari vitati con 50% Falanghina. Poi Greco, Aglianico e Piedirosso. Oltre che piccole zonazioni per creare le eccellenze della casa: Cesco di Noce da Aglianico, Artus da Piedirosso, Vigna Segreta da Falanghina.
Non ci sono vini piacioni
dice Paola. La strada è quella della tradizione ovvero vinificando ciò che arriva dalla campagna. Una scelta che in tempi non recenti ha portato a soffrire per un mercato che tendeva ad altro. Ma ora c’è spazio.
Determinazione. Costanza. Coerenza. Due sorelle che riescono a cavarsela. Con allegria. A Napoli la definirebbero “A’Cazzimma”. Un imprinting che è DNA della famiglia.
Caratterialmente siamo tremende. Siamo molto sincere. Molto empatiche e diciamo sempre quello che pensiamo. O chi odi o ci ami.
A’Cazzimma appunto
Camminiamo per la nostra strada. Siamo liberi e la libertà per noi è molto importante.
Idee chiare. Barra dritta. Determinazione. Volontà. etica.
Le decisioni prese in due. Trovando un accordo. Anna Chiara si occupa della parte agricola e di cantina. Paola non scende nel suo mondo. Perché quando lo fa diventa un operaio.
Mi ha costretto durante la pandemia a impiantare tre ettari di vigna a mano. Piantato a mano con il teorema di pitagora…
Paola si occupa della parte commerciali e amministrativa.
La prima bottiglia di Falanghina Mustilli
Sono loro l’azienda. Si appoggiano a pochi collaboratori. Anna Chiara pretende che le cose siano loro a farle. Perché così può avere tutto sotto controllo. Perché così si è artefici del proprio destino. Paola magari se la prende. Ma pure lei è della stessa filosofia. In fondo.
Bellissimo il rapporto tra le sorelle. Entrambe agronome ma
Io è come se non avessi fatto agraria perché su certe cose decide solo lei.
Paola lo sa e lascia fare. Perché è tranquilla e serafica nelle decisioni così come nel dividersi i compiti.
Amore e odio. Ma soprattutto amore.
Durante la vendemmia cerco di scomparire, mentre con i rapporti con il pubblico ci sono io perché lei è un po’, come dire, ostica
Ascoltare Paola che parla del rapporto tra le sorelle è una esperienza unica. Sembra di assistere ad una commedia di Scarpetta. Non lo conoscete? Allora non siete proprio partenopei o amanti di quella cultura. Io, per fortuna, avevo i nonni e i genitori che mi hanno fatto scoprire quelle commedie riprese da Eduardo De Filippo. Eduardo, Scarpetta però era quello che iniziò il filone della commedia napoletana. Se citassi “Miseria e nobiltà” sarebbe più noto?
Ora, senza divagare, io immagino davvero Paola e Anna Chiara come parte di una commedia di Scarpetta. Parte di una famiglia che è unita sotto tutti i punti di vista e che, come è giusto che sia, si infervora, si scalda, litiga. Ma poi il rispetto per la famiglia, anzi la Famiglia e per i ruoli, riconducono, sempre, la discussione sulla retta via. Le scene che Paola mi racconta mi fanno ridere e non poco. Lei che viene (bonariamente) vessata per gli impianti della vigna. Lei che si nasconde durante la vendemmia per non incombere nelle rigide disposizioni di Anna Chiara. Anna Chiara che viene tenuta lontana dai clienti per evitare atteggiamenti poco consoni.
Ma sono due sorelle. Parte diverse di una stessa medaglia. Che si integrano perfettamente come gli ingranaggi di un orologio, di una azienda che opera al femminile. Quasi in maniera matriarcale. E si sa che le donne sono precise, tremende, senza pietà.
Il quadro che ho dinanzi è divertente ma reale. Crudo e preciso. Due sorelle che hanno raccolto l’eredità dal padre che, si vede, le ha davvero instradate nel migliore dei modi. Determinate e ostinate. Pronte a non cedere il passo pur di rimanere (a ragione) attaccati alle proprie idee. Alle tradizioni. Al rispetto delle cose concrete e non certo delle chiacchere. I personaggi della commedia appaiono sul palco della Mustilli uno per volta, non tutti nello stesso atto. Si definiscono nelle parole di Paola. Se ne delinea il loro ruolo nell’azienda. Il carattere. Le peculiarità. Sempre a contorno dei due personaggi principali: Paola e Anna Chiara. C’è la mamma. Che è presenza costante ancorchè defilata. Un grappolo di Falanghina C’è il marito di Paola che lei definisce musicista e che insegna musica a Lecce. Ci sono i figli di Paola. Ben quattro. Uno che fa il piazzaiolo in Svizzera. Una femmina di 21 anni che studia mediazione linguistica ed aiuta nelle visite in cantina. Due gemelle di 18 anni: “una ha deciso che vuole fare la ballerina dunque balla tutto il giorno. L’altra che ancora non ha deciso ma si vuole iscrivere a giurisprudenza e si è presa un anno sabbatico” C’è Antonella, la figlia della signora Maria (cuoca di famiglia) che è come se fosse la terza sorella. In amministrazione, persona di fiducia. Comanda a bacchetta le sorelle per tutto ciò che riguarda i conti. Poi ci sono le persone che aiutano in vigna e in cantina nonché gli stagionali. Personaggi che sembrano a contorno ma fondamentali per la narrazione e la vita della cantina. Entrano ed escono nei racconti rendendoli unici, frizzanti, veri. Gli aneddoti si rincorrono e si uniscono in una grande rappresentazione teatrale. Sullo sfondo c’è la dimora di famiglia. Un palazzo storico che ha ospitato gli antenati. Ci sono le diverse stanze. La vigna. La cantina. Ecco, adesso immaginatevi tutti questi personaggi che entrano ed escono di scena in un alternarsi di dialoghi e battute. Stupendo! Chiedo a Paola cosa ne sarà della azienda dopo. La continuità con i figli che oggi sembrano impegnati in altro. L’eventuale problema futuro. Quale problema. Ci vendiamo l’azienda. Noi siamo ben felici perché non siamo attaccati alle cose materiali Pragmatismo. Determinazione. Forza. Caparbietà. A’ Cazzimma. E i vini? Come fanno a essere da meno. Da due sorelle così caratteriali. Da un teatro così verace come possono non uscire vini di carattere? Vini per i quali non serve struttura ma identità. Vini che rappresentano il territorio poiché espressione della famiglia. Vini che nascono per essere bevuti, non contemplati. Assaggiamo tre vini che sono espressione di tre particolari zonazioni. Il primo è Vigna Segreta, 2019. Una Falanghina del Sannio che fa solo acciaio. Un vino delicato che si presenta nel bicchiere con sentori floreali che donano delicatezza ed eleganza. C’è la nocciola ed il balsamico. Giusti, puliti, meravigliosi. Sa di Falanghina! Il terreno è vulcanico così che il sorso non può che essere sapido e minerale; secco e moderatamente caldo. Un sorso assolutamente coerente con gli odori. Finale ottimo e pulito. Bella persistenza. Convincente. Continui a berlo abbinandolo facilmente anche con una mozzarella di bufala. Poi arriva il turno di Artus 2018 da uve Piedirosso. Fermentazione e affinamento in anfora (10 mesi). Perché il Piedirosso ha bisogno di aria. Pochi tannini. Pochi antociani. Necessita di micro ossigenazione per evitare fenomeni di ossidazione e l’anfora è l’ideale. Che non faceva papà Leonardo. Io penso che ne sarebbe soddisfatto del risultato. Ha sempre dato molta fiducia a noi. Bel colore rubino che sta per virare sul granato. Molto fresco anche al naso. Ci sono i frutti rossi non ancora maturi. Ha un buonissimo sentore di tabacco, noce moscata, chiodi di garofano. C’è una prugna matura che emerge. C’è il floreale e il minerale. Bouquet completo. Andrebbe servito intorno ai 13 gradi per apprezzarne meglio i sentori e i sapori. C’è così complessità al naso sembra abbia fatto botte. Ma nemmeno l’ha vista! In bocca è fresco. Piacevolmente fresco con bella coerenza con olfatto. Sapido ma non eccessivamente. Non estremamente caldo. Lo puoi abbinare a carni non corpose ma sta bene anche con la mozzarella. Chiusura di bocca precisa. Un altro vino che non smetti di bere. Infine, Cesco di Nece 2017. Un aglianico diverso dai soliti. Non è un vino palestrato. È diretto. Ha un bellissimo bouquet che si arricchisce fino ad essere complesso continuando a restare nel bicchiere: prugna, fiori rossi, spezie, pietra focaia. In bocca è molto fresco per un Aglianico. È un vino certo più difficile nell’abbinamento per via del tannino aggressivo che lo fa però resistere al tempo. Bella la chiusura di bocca. Strutturato e convincente. Un crescendo di sensazioni grazie a vini splendidamente connessi tra di loro. La mano è la stessa: Anna Chiara L’occhio non può che cadere sulle bellissime etichette. Gli antenati. Dai quadri sono scesi sulle etichette. In una forma meno austera però. L’idea è stata di mia madre. Siamo appassionati di musica di quei tempi. Poi per caso mio marito è musicista. Abbiamo detto agli antenati scendete da lì e metteteci la faccia anche voi. Antenati con un tocco di modernità grazie a piccole aggiunte di particolari “contemporanei”: gli occhiali di Lennon, la mascherina di Annie Lennox, il fulmine di David Bowie. Ma ci sono altri antenati? Uhh ce ne abbiamo un sacco! Insomma per le etichette c’è ancora tanto futuro. Con la speranza che Paola e Anna Chiara non vendano. Perché una azienda come questa dovrebbe essere annoverata nel patrimonio dell’umanità! Ivan Vellucci Mi trovi su instagram : @ivan_1969
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Il quadro che ho dinanzi è divertente ma reale. Crudo e preciso. Due sorelle che hanno raccolto l’eredità dal padre che, si vede, le ha davvero instradate nel migliore dei modi. Determinate e ostinate. Pronte a non cedere il passo pur di rimanere (a ragione) attaccati alle proprie idee. Alle tradizioni. Al rispetto delle cose concrete e non certo delle chiacchere. I personaggi della commedia appaiono sul palco della Mustilli uno per volta, non tutti nello stesso atto. Si definiscono nelle parole di Paola. Se ne delinea il loro ruolo nell’azienda. Il carattere. Le peculiarità. Sempre a contorno dei due personaggi principali: Paola e Anna Chiara. C’è la mamma. Che è presenza costante ancorchè defilata. Un grappolo di Falanghina C’è il marito di Paola che lei definisce musicista e che insegna musica a Lecce. Ci sono i figli di Paola. Ben quattro. Uno che fa il piazzaiolo in Svizzera. Una femmina di 21 anni che studia mediazione linguistica ed aiuta nelle visite in cantina. Due gemelle di 18 anni: “una ha deciso che vuole fare la ballerina dunque balla tutto il giorno. L’altra che ancora non ha deciso ma si vuole iscrivere a giurisprudenza e si è presa un anno sabbatico” C’è Antonella, la figlia della signora Maria (cuoca di famiglia) che è come se fosse la terza sorella. In amministrazione, persona di fiducia. Comanda a bacchetta le sorelle per tutto ciò che riguarda i conti. Poi ci sono le persone che aiutano in vigna e in cantina nonché gli stagionali. Personaggi che sembrano a contorno ma fondamentali per la narrazione e la vita della cantina. Entrano ed escono nei racconti rendendoli unici, frizzanti, veri. Gli aneddoti si rincorrono e si uniscono in una grande rappresentazione teatrale. Sullo sfondo c’è la dimora di famiglia. Un palazzo storico che ha ospitato gli antenati. Ci sono le diverse stanze. La vigna. La cantina. Ecco, adesso immaginatevi tutti questi personaggi che entrano ed escono di scena in un alternarsi di dialoghi e battute. Stupendo! Chiedo a Paola cosa ne sarà della azienda dopo. La continuità con i figli che oggi sembrano impegnati in altro. L’eventuale problema futuro. Quale problema. Ci vendiamo l’azienda. Noi siamo ben felici perché non siamo attaccati alle cose materiali Pragmatismo. Determinazione. Forza. Caparbietà. A’ Cazzimma. E i vini? Come fanno a essere da meno. Da due sorelle così caratteriali. Da un teatro così verace come possono non uscire vini di carattere? Vini per i quali non serve struttura ma identità. Vini che rappresentano il territorio poiché espressione della famiglia. Vini che nascono per essere bevuti, non contemplati. Assaggiamo tre vini che sono espressione di tre particolari zonazioni. Il primo è Vigna Segreta, 2019. Una Falanghina del Sannio che fa solo acciaio. Un vino delicato che si presenta nel bicchiere con sentori floreali che donano delicatezza ed eleganza. C’è la nocciola ed il balsamico. Giusti, puliti, meravigliosi. Sa di Falanghina! Il terreno è vulcanico così che il sorso non può che essere sapido e minerale; secco e moderatamente caldo. Un sorso assolutamente coerente con gli odori. Finale ottimo e pulito. Bella persistenza. Convincente. Continui a berlo abbinandolo facilmente anche con una mozzarella di bufala. Poi arriva il turno di Artus 2018 da uve Piedirosso. Fermentazione e affinamento in anfora (10 mesi). Perché il Piedirosso ha bisogno di aria. Pochi tannini. Pochi antociani. Necessita di micro ossigenazione per evitare fenomeni di ossidazione e l’anfora è l’ideale. Che non faceva papà Leonardo. Io penso che ne sarebbe soddisfatto del risultato. Ha sempre dato molta fiducia a noi. Bel colore rubino che sta per virare sul granato. Molto fresco anche al naso. Ci sono i frutti rossi non ancora maturi. Ha un buonissimo sentore di tabacco, noce moscata, chiodi di garofano. C’è una prugna matura che emerge. C’è il floreale e il minerale. Bouquet completo. Andrebbe servito intorno ai 13 gradi per apprezzarne meglio i sentori e i sapori. C’è così complessità al naso sembra abbia fatto botte. Ma nemmeno l’ha vista! In bocca è fresco. Piacevolmente fresco con bella coerenza con olfatto. Sapido ma non eccessivamente. Non estremamente caldo. Lo puoi abbinare a carni non corpose ma sta bene anche con la mozzarella. Chiusura di bocca precisa. Un altro vino che non smetti di bere. Infine, Cesco di Nece 2017. Un aglianico diverso dai soliti. Non è un vino palestrato. È diretto. Ha un bellissimo bouquet che si arricchisce fino ad essere complesso continuando a restare nel bicchiere: prugna, fiori rossi, spezie, pietra focaia. In bocca è molto fresco per un Aglianico. È un vino certo più difficile nell’abbinamento per via del tannino aggressivo che lo fa però resistere al tempo. Bella la chiusura di bocca. Strutturato e convincente. Un crescendo di sensazioni grazie a vini splendidamente connessi tra di loro. La mano è la stessa: Anna Chiara L’occhio non può che cadere sulle bellissime etichette. Gli antenati. Dai quadri sono scesi sulle etichette. In una forma meno austera però. L’idea è stata di mia madre. Siamo appassionati di musica di quei tempi. Poi per caso mio marito è musicista. Abbiamo detto agli antenati scendete da lì e metteteci la faccia anche voi. Antenati con un tocco di modernità grazie a piccole aggiunte di particolari “contemporanei”: gli occhiali di Lennon, la mascherina di Annie Lennox, il fulmine di David Bowie. Ma ci sono altri antenati? Uhh ce ne abbiamo un sacco! Insomma per le etichette c’è ancora tanto futuro. Con la speranza che Paola e Anna Chiara non vendano. Perché una azienda come questa dovrebbe essere annoverata nel patrimonio dell’umanità! Ivan Vellucci Mi trovi su instagram : @ivan_1969
12 Gennaio, 2023
IL BUON VINO NASCE DALLA BUONA TERRA
IL BUON VINO NASCE DALLA BUONA TERRA
AZIENDA MUSCARI TOMAJOLI
TARQUINIA 2022
Come nasce un buon vino?
Dalle mani sapienti di chi lavora la terra oppure dal rispetto dell’espressione della terra stessa?
Quella che vi raccontiamo in questo articolo è la storia d’amore, di rivoluzione, di rinascita di un’Azienda che ha posto le sue redini nella tradizione e nel valore primario del rispetto per il suo territorio. Devozione che viene mostrata osservando i bisogni della terra e del vigneto, ogni anno diversi e specifici. Un grande rispetto portato avanti da tutte le persone che, attualmente, ne fanno parte.
Noi, Partners in Wine, in una giornata uggiosa, siamo andate alla scoperta di questa piccola ma sorprendente ed unica realtà: l’Azienda di Marco Muscari Tomajoli situata a Tarquinia, un piccolo gioiello incastonato su un colle nel Nord del Lazio, Patrimonio UNESCO Etrusco.
Con calorosa accoglienza, incontriamo Marco ed il suo fedele amico e collega Pietro Mosci, il quale, con grande gentilezza e disponibilità, ci racconta la storia di questa realtà camminando in mezzo ai filari e accompagnandoci nella visita alla cantina.
Come sempre, siamo attratte dai vigneti che, nonostante in questo periodo dell’anno sono a riposo dopo un lungo e faticoso lavoro, ci emozionano. Il vento tra i capelli, il profumo della terra fresca e il tocco della pianta ci fanno sentire vicine alla natura, regalandoci un senso di libertà, di leggerezza e respirando la “vita” che si percepisce in questo luogo.
Pietro inizia a raccontarci che l’azienda di Marco è molto piccola e a livello familiare ed è per questo che lui non ha un ruolo ben specifico.
“Il mio lavoro dipende dal periodo nel quale ci troviamo: in quello della raccolta sono in cantina con le varie lavorazioni e le ultime sfecciature; durante il Natale mi occupo un po’ anche della parte commerciale con gli ordini dei clienti e nel resto dell’anno sono immerso tra i filari a lavorare la terra. Mi occupo a 360° dell’azienda e sono 5 anni che ne faccio parte. Io e Marco siamo amici da quando eravamo bambini ed è, oltre che un piacere, anche molto facile lavorare insieme a lui per il bene che ci lega. Ho molta esperienza sul campo e faccio continui affiancamenti con l’enologo seguendo molto le sue direttive. Amo molto la terra, soprattutto questa. “
AZIENDA MUSCARI TOMAJOLI TARQUINIA 2022 (In alto vitigni a bacca rossa, in basso vitigni a bacca bianca )
Se guardiamo dall’alto i filari di Marco, possiamo notare una forma ad elle, da una parte abbiamo i rossi e dall’altra i bianchi, in totale 2 ettari di vigna: il Montepulciano ad inizio filare, il Petit Verdot spostato più verso il mare, due piccoli appezzamenti di Barbera ed Alicante inizialmente sperimentali ed infine il suo meraviglioso Vermentino.
Il Montepulciano viene utilizzato sia per la riserva “Pantaleone”, per la quale fanno una selezione scrupolosa dei filari durante l’annata con una raccolta tardiva a metà di ottobre, sia per il rosato “ Velca” raccolto un mese prima.
Fanno tutte micro vendemmie, iniziando dal Vermentino per mantenere l’acidità alta, poi il Montepulciano per il rosato, il Petit Verdot e così via.
Il lavoro in vigna viene svolto da Marco, Pietro e all’occorrenza da Stefano, un altro loro collaboratore.
Gli impianti sono stati tutti innestati nel 2007 dal padre di Marco, Sergio Muscari Tomajoli, toscano di nascita, andato in pensione dopo una grandiosa carriera da ufficiale di Marina.
Da sempre è stato un grande appassionato di vino che lo ha portato a vivere un’esperienza anche in Francia con i primi corsi di avvicinamento e da sommelier.
Nel 2007 Sergio si ritrova un piccolo appezzamento di terreno lasciatogli dal bisnonno di Marco da parte della madre che, a suo tempo, veniva utilizzato solo per il bestiame. Riprende in mano la situazione facendo varie ristrutturazioni come la cantina, il casale, gli impianti e innestando le nuove viti. Ci fu una prima fase iniziale di sperimentazione anche con il supporto dell’enologo Gabriele Gadenz, il quale sposò subito il progetto di Sergio.
L’importanza della Terra
Inizialmente dalle prime analisi del terreno è emerso che quella terra era vergine e per questo le viti non avevano bisogno di lavorazioni particolari.
Gli esperimenti furono molteplici prima di arrivare alla prima produzione del Nethun, il loro Vermentino, e del Pantaleone. Quest’ultimo in origine era un blend, Petit Verdot, in percentuale maggiore, insieme a piccole partite di Barbera e Montepulciano.
Con l’entrata in azienda di Marco, nel 2017, succeduto al padre purtroppo venuto a mancare, insieme allo storico enologo si scelse di vinificare in purezza il Petit Verdot, questo grande vitigno che più si adattava al clima, sempre molto rigoglioso e mai con una malattia.
A tal proposito, Pietro prosegue nella sua spiegazione:
“Noi lavoriamo con inerbimento permanente, non facciamo irrigazione, non concimiamo, lasciamo fare tutto quanto alla natura. Anche come filosofia aziendale, è una nostra scelta far soffrire le piante e condurle a trovare, da sole, i vari nutrienti. Usiamo solo zolfo e rame ovviamente quando serve. Non siamo certificati biologici, perché al momento non ne sentiamo la necessità, ma ovviamente lavoriamo in maniera biologica e naturale e nel completo rispetto delle volontà della pianta.
La cosa bella di una realtà piccola come questa è che puoi lavorare artigianalmente. Per quei pochi prodotti che diamo, usiamo ancora la pompa a mano; stessa cosa per la raccolta, scrupolosamente a mano, dalle potature allo sfalcio del verde. Facciamo molta attenzione ai tempi di raccolta, calcolando anche il clima dell’annata. Infatti, quest’anno, abbiamo dovuto anticiparla poiché è stata un’annata molto calda. Rispettiamo i tempi delle piante e siamo sempre in vigna per intervenire nel momento del bisogno”.
Due sono i valori principali di questa azienda: la sostenibilità e la qualità. Quest’ultima si basa sul rispetto della vite e del suo ciclo naturale. C’è purezza e semplicità nel loro lavoro, c’è tanto rispetto e amore per quella che considerano una terra unica e naturale.
Tutto questo porta l’azienda ha rese per ettaro bassissime e ad una qualità del vino eccellente.
Siamo a 170 metri slm ed i terreni sono argilloso-calcarei, a pochissimi chilometri dal mare e a pochi metri dal bosco circostante. Le viti che si trovano a ridosso del bosco sono protette dai venti freddi e proprio per questa barriera crescono meno in altezza rispetto a quelle a fondo valle.
Nonostante la vicinanza al mare, non ci sono terreni sabbiosi, ma in profondità c’è questa pietra particolare, chiamata Pietraforte (come da foto). E’ una pietra calcarea, una marna argillosa che solo loro hanno in questa zona, dovuta alla compattazione di argilla, creatasi in milioni di anni, con cemento carbonatico. E’ possibile infatti notare sopra questa pietra delle striature bianche ovvero il calcare rimasto compresso in essa. Questa composizione la ritroviamo in superficie con alte tracce di calcare attivo ovvero il calcio che dona tantissimi nutrienti alle piante.
Ad oggi, questa pietra è ancora in fase di studio analitico per le sue componenti che con ogni probabilità influenzano il vino, come per esempio la grande spalla acida percepita degustandolo che potrebbe essere, secondo Marco, una delle caratteristiche ereditate.
All’improvviso un retaggio dal passato
Camminando tra i filari, in lontananza, notiamo alcune piccole viti. Cosicché Pietro ci racconta che disboscando una parte del terreno, hanno da poco ritrovato una vigna impianta dal bisnonno di Marco. Le piante hanno sicuramente dai 60 ai 70 anni e sono tutti vitigni misti poiché una volta si mescolavano per ottenere uve diverse e alcuni sono addirittura a piede franco. Al momento, stanno approfondendo l’analisi e l’identificazione genetica per capire se in futuro sarà possibile tenerle in considerazione per qualche progetto interessante.
Una piccola ma fruttuosa cantina
Entusiaste arriviamo in cantina dove Pietro ci fa strada:
“Inizialmente era un annesso agricolo dove il nonno di Marco teneva tutti i suoi attrezzi, poi è stata trasformata in una vera e propria cantina. Facciamo tutto da soli con pochi macchinari e attualmente produciamo circa 7.000 bottiglie l’anno. Un terzo di queste le vendiamo in America, tramite un importatore conosciuto da Marco, il quale, lavora con aziende piccole nella zona del Massachusetts e di New York, e le restanti bottiglie qui in Italia. Tutte le etichette sono state rielaborate dall’artista Guido Sileoni di Tarquinia. Sono disegni meticolosi e precisi. Guido ha seguito varie scuole d’arte ma ha avuto un forte legame, fin da piccolo, con il lavoro del padre che faceva l’architetto. Questo, ad oggi, lo riscontriamo nella sua arte, nelle forme geometriche dei suoi disegni, nella sua precisione e nei tratti spigolosi. Ha creato a Tarquinia un murales raffigurante molte divinità etrusche, sua grande passione”.
Entrando, notiamo subito disegnate sui muri varie raffigurazioni di queste particolari e bellissime etichette, una stanza che ospita barrique T5, le protagoniste dedicate soltanto alla Riserva, e in un’altra pochi ma essenziali macchinari.
Il modello T5 è una barrique molto particolare, in rovere francese, proveniente dalla foresta di Tronçais, in Francia, stagionata per 5 anni all’aria aperta. Rappresenta il top di gamma della Tonnellerie Taransaud.
La loro Riserva, l’Aita, affina qui per 18 mesi prima dell’imbottigliamento per poi riposare almeno altri 9 mesi in bottiglia.
Attualmente l’Azienda produce tutto in purezza: per il Pantaleone quasi 2000 bt, per il Nethun altre 2000, per il rosato Velca 1800 bt e infine per la Riserva circa 500 bt annue.
AZIENDA MUSCARI TOMAJOLI TARQUINIA 2022 La cantina di vinificazione e la barricaia
Un piccolo casale accogliente: in alto i calici!
Terminato il nostro giro nei vigneti e nella cantina, Marco ci ospita nel suo piccolo ma accogliente Casale, risalente ai primi anni del ‘900, ristrutturato completamente dal padre che, ad oggi, funge da sala di degustazione e da base operativa.
Iniziamo qui la degustazione insieme a Pietro e Marco, il quale, ci racconta di più sul progetto delle nuove etichette.
“Questo progetto è frutto di una bellissima collaborazione con il pittore Guido Sileoni, Italo-argentino, nato a Buenos Aires, da mamma argentina e padre italiano. Si sono trasferiti a Tarquinia quando lui aveva 5 anni poiché a quei tempi la situazione in patria era molto difficile e la famiglia decise di tornare in Italia. Legato da sempre al mondo dell’arte e dopo aver svolto lavori di altro genere, ha deciso di seguire la sua più grande passione. Anche lui ha perso suo padre molto giovane e credo che, proprio dopo questo evento, ha deciso di intraprendere la carriera artistica. Su questo siamo molto simili”.
Marco continua a spiegarci che l’inizio della collaborazione con Guido avvenne nel 2012, in seguito alla sua visita ad una mostra da lui creata molto particolare e importante che organizzò nella chiesa sconsacrata di Tarquinia. Un luogo molto evocativo.
“In quell’occasione, secondo me Guido, ha definito e concretizzato chi voleva essere, le sue linee, i suoi tratti, i suoi colori ed il suo meraviglioso stile. Io per caso andai a quella mostra e ne rimasi folgorato, da lì in poi gli proposi una collaborazione. Tra bozze, sperimentazioni e prove varie siamo usciti ufficialmente con le prime due etichette nel 2014, il Nethun e il Pantaleone”.
L’idea di prendere in considerazione le tombe etrusche per le etichette dei vini fu di Guido.
Marco desiderava che rappresentassero un elemento del loro territorio in maniera fedele e autentica e avessero una loro storia. Dovevano essere identitarie e così è stato.
“Questa cura che Guido ha dei dettagli, quasi maniacale, mi ha fin da subito colpito perché volevo che trasmettesse all’osservatore tutto il lavoro che si nasconde all’interno della bottiglia”.
VINO, ARTE O STORIA?
Il primo calice che degustiamo è il loro Velca 2021, un Rosato da uve Montepulciano in purezza. Al naso strabilianti note floreali di garofani e note fruttate di ciliegia. Al palato freschi sentori di frutti rossi, banana, arancia e un pizzico di erba fresca. Avvolgente e con un bel finale sapido e minerale. Un vino di un’eleganza straordinaria.
Per questa etichetta, Sileoni ha scelto la Tomba dell’Orco che rappresenta una donna etrusca che cinge un uovo, fanciulla realmente esistita che si chiamava Velia Spurinna, considerata un po’ la Monna Lisa della civiltà Etrusca, di una bellezza incredibile. Gli Spurinna, a quei tempi, erano una delle famiglie più importanti della storia di Tarquinia. Il dettaglio dell’uovo invece è stato preso dalla Tomba degli Scudi, raffigurante moglie e marito che si stanno scambiando un uovo, simbolo di vita, di fertilità e di rinascita per le coppie di quei tempi.
Il secondo calice che degustiamo è il Nethun 2021, Vermentino in purezza. Il clone è il Corso, proveniente da Sartène, nel sud della Corsica. Qui avvertiamo proprio la salsedine del mare e capiamo fin da subito che il grande potere d’invecchiamento di questo vino è dato proprio dal terreno. Il naso respira intense note di gelsomino, susina e camomilla, toni erbacei e avvolgenti nuance balsamiche. Al palato si avverte una nota netta di pera Williams e agrumi, una sferzante sapidità che lo contraddistingue portandoci con l’immaginazione tra le onde del mare. Lo troviamo molto equilibrato e le note di cedro, mandarino ed anice ci fanno pensare ad un abbinamento ai crudi di mare.
Per l’etichetta di questo vino, l’Artista si è ispirato di nuovo alla Tomba dell’Orco sulla quale in un angolo si intravedono dei tralci di vite con delle foglie stilizzate. L’idea è stata quella di voler richiamare il legame del Vermentino con il mare rappresentando la fusione tra i tralci di vite e i pesci stilizzati. Il nome è di origine etrusca come la divinità del mare, Nethuns, per i Romani il Dio Nettuno.
Il terzo calice in degustazione è il Pantaleone 2019, Petit Verdot in purezza. All’olfatto avvertiamo immediatamente la sua parte erbacea e balsamica, mentre al palato un insieme di frutti rossi, prugna, cannella, chiodi di garofano e liquirizia legano armoniosamente fra di loro. Una morbidezza eccezionale, un’acidità e una freschezza ben integrate. Un connubio perfetto che ci emoziona.
Per l’etichetta, Guido ha preso in considerazione la Tomba dei Baccanti, la quale nella parte più alta è raffigurata la scena di due leoni che stanno cacciando due gazzelle. Il messaggio che vuole essere trasmesso è quello della forza del leone possente e lineare ovviamente nel suo stile artistico.
Per l’ultimo vino in degustazione, Marco ci sorprende con la sua meravigliosa Aita 2020, 100% Montepulciano. Un grande vino che, impenetrabile come il suo colore rubino violaceo, al naso ci regala note di ciliegia nera, mirtillo, mora e prugna in un connubio perfetto assieme a sentori di cioccolato e tabacco. Sul finale leggere note balsamiche e speziate, di cannella e liquirizia. Un tannino davvero molto equilibrato ed elegante. Qui ci lasciamo per un attimo andare degustando le sue dolci note boisé.
Etichetta nuovamente ispirata alla Tomba dell’Orco, nella quale, da una parte, viene raffigurata l’Aita, divinità etrusca dell’oltretomba, corrispondente all’Ade Greco. In molti la scambiano per una donna poiché il suo viso tende ad avere dei lineamenti molto femminili, ma in realtà è una divinità maschile con un copricapo raffigurante la testa di un lupo.
<<Marco, qual è l’etichetta che più ti rappresenta?>>
Con una bellissima risata, Marco risponde: “Ho un legame unico e profondo con ognuna delle mie etichette. Un legame unico ma diverso. Nethun sicuramente è quella più rappresentativa che si è espressa sempre in maniera più nitida ed è quella che ci ha fatto conoscere di più nel commercio. Il Velca, nel suo piccolo, è stata l’etichetta che ha ottenuto più riconoscimenti importanti”.
Come obiettivi futuri, Marco ci confida che vorrebbe ampliare il vigneto e con un po’ di Vermentino in più a disposizione concepire un bianco riserva tra qualche anno. In più continuerà a studiare quelle viti molto antiche ritrovate da poco per capire se possono essere utilizzate per produrre un altro eccellente vino.
Marco Muscari Tomajoli
“E’ iniziato tutto da mio padre. Mio nonno è morto nel 2000 ed era quello che si occupava della terra e degli animali. Mio padre invece ha ricostruito tutta la struttura, tutto il casale e impiantato le prime viti nel 2007, ma ha iniziato tutto questo con la visione di un hobby di fine lavoro, di uno sfizio personale. Poi ha conosciuto il nostro attuale enologo, Gabriele Gadenz e insieme hanno iniziato a sperimentare. Io sono subentrato quando mio padre è venuto purtroppo a mancare e mi sono reso conto che è una grande macchina, un ciclo continuo che non si ferma e che ha bisogno costantemente di investimenti”.
Ringraziamo di cuore Marco Muscari Tomajoli e Pietro Mosci per la bellissima visita e accoglienza a noi riservata. Conoscere la storia, la filosofia ed il pensiero di ogni azienda che visitiamo è per noi fondamentale. Ed il rispetto, l’amore, la determinazione e caparbietà che ogni giorno i produttori mettono per far bene il loro lavoro, può soltanto essere per noi motivo di ispirazione e grande stima.
Vi lasciamo come sempre con una frase a noi cara:
“Credo che avere la Terra e non rovinarla sia la più bella forma d’arte che si possa desiderare”.
Andy Warhol
Ilaria Castagna e Cristina Santini
Partners in Wine
Ci trovate su Instagram:
Kris_lifes_somm Cristina Santini
Winefood_and_therapy Ilaria Castagna
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9 Gennaio, 2023
Wine in Venice, the place to be
Wine in Venice, the place to be
Anno nuovo vita nuova, Buon Anno a tutti Voi pertanto, e innanzitutto.
Per Wine Tales il 2023 parte alla grande. Il 28,29,30 gennaio saremo tutti a Venezia, città magica per eccellenza, per dare voce e per raccontare il primo evento dell’anno dedicato al vino.
Wine in Venice è infatti il primo evento dell’anno dedicato al vino ed è alla sua prima edizione. Un nuovo format nato appositamente per cercare di dare nuova linfa vitale ad un mondo che, nonostante i grandi cambiamenti e i grandi scossoni che gli anni di restrizioni hanno dato, stenta ancora ad abbracciare il futuro.
Wine in Venice è nata da due pensieri di base, semplici ma necessari da affermare: i produttori di vino devono essere protagonisti della narrazione ma non tutti indiscriminatamente, non i soliti noti, banalmente. I nostri eroi sono selezionati dalla nostra giuria per le scelte importanti e coraggiose portate avanti per mettere in pratica i principi di etica, sostenibilità, innovazione.
Innovazione, Etica, Sostenibilità: sono questi i tre capisaldi che la direzione scientifica ha evidenziato come fondamentali per sostenere il dibattito e indicare le nuove vie da intraprendere, nel nostro mondo enoico.
Innovazione, Etica, Sostenibilità: tre termini se vogliamo abusati, ma non per questo privi di significato. Al contrario li riteniamo fondanti per poter affrontare le incertezze di questo momento storico, necessarie per fare si che il vino sia ambasciatore di un cambiamento che pone al centro l’uomo e l’ambiente in cui si trova ad agire.
Vino e terra, vino e territorio, vino e uomo. In fondo è di questo che parliamo, e più verità riusciamo a mettere nel fare quotidiano e nel modo di pensare, ragionare, realizzare – verità che inseguono i tre fari che abbiamo individuato come fondanti di Wine in Venice- maggiore sarà la consapevolezza con cui riusciremo a guidare un cambiamento necessario, prima mentale che pratico.
Le cantine che verranno selezionate dalla nostra Giuria d’eccezione, una per regione, eccellono oltre che per la qualità dei prodotti, proprio per aver puntato su queste tre carte. E per questo verranno messe sotto i riflettori di Wine in Venice, saranno ospiti e protagoniste di una manifestazione che vuole fare conoscere a tutti realtà virtuose e coraggiose, che mettono al primo posto il futuro.
La cosa più edificante è sapere che Wine in Venice non sarà affatto un evento spot, ma diventerà un appuntamento annuale nella sua forma di grande kermesse e di red carpet del vino italiano. Oltre a questo, collateralmente e sui diversi piani, la discussione che prenderà il via a fine mese sarà alimentata durante l’intero anno solare, per continuare con le riflessioni che verranno messe in campo, per creare diversi momenti e occasioni di confronto, per tenere viva e accesa l’attenzione di tutti fino a gennaio 2024.
Seguiteci, partecipate, venite a scoprire quanto abbiamo da raccontarvi.
Editoriale a cura di Francesca Pagnoncelli Folcieri
Partecipa anche tu a Wine in Venice
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Sei un sommelier? un giornalista? un vignaiolo? un buyer?
Richiedi il tuo pass scrivendo una mail a press@wineinvenice.com
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5 Gennaio, 2023
Giuseppe Floridia, il vino tra poesia e tecnologia
Il vino è poesia. Il vino è amore. Il vino è passione, sudore, preoccupazione, forza, tenacia. Il vino è vita.
E se fosse anche “tecnologia”? Non ho detto chimica. Ho detto “tecnologia”.
Giuseppe Floridia è un ingegnere elettronico e la Cantina Tuscania è sua. Cosa diavolo ci fa un ingegnere elettronico a produrre vino? Beh che c’entra, pure io che scrivo di vino sono ingegnere (aeronautico)!
Avvicinare la tecnologia al vino fa paura. È come evocare un conciliabolo di streghe che girano la pozione magica dentro calderone.
Eppure, eppure, se ci si approccia al vino in maniera laica si può capire come la tecnologia abbia lo scopo di aiutare l’uomo. Non sostituirlo. Non prevaricarlo ma “solo” rendendo evidente ciò che avviene nel processo enologico. Per poi intervenire. Prima che sorga il problema.
Una volta, in una cantina di San Gimignano, chiesi ad un produttore che aveva adottato la mia tecnologia se il vino era venuto più buono. Lui mi rispose: no, è venuto uguale. Ma ho dormito la notte
Ecco, sta tutta qui la filosofia di Giuseppe. La tecnologia non serve e non deve servire per fare il vino più buono ma ad aiutare i vignaioli a prevenire il problema. Perché altrimenti gli investimenti vanno in fumo.
Giuseppe intuisce da giovane che qualcosa di tecnologico si può avere nel vino per supportare i produttori. Lo capisce già dagli anni 90 allorquando da giovane laureato inizia a lavorare nel settore. Vinicolo? No, biomedicale. Come biomedicale? Che c’entra ora il biomedicale con il vino? Nulla, proprio nulla ma questa era la prima vera passione di Giuseppe. Solo che appassionarsi al settore del vino diventa abbastanza facile per un toscano doc che vive in toscana e che comincia a fare dei lavoretti nel settore, così, tanto per arrotondare un po’.
Avevo a che fare con i medici che per natura e professione devono essere distaccati. Lavorando nell’enologia vedevo un mondo fatto di passione. Un mondo contadino per il quale facevo attrezzature, le facevo pagare e diventavamo comunque amici. Mi regalavano bottiglie
Spero non lo scrivi, ma c’era pure il tema delle ragazze
Mi dice sottovoce ma con quella risata che ti coinvolge.
Quando da giovani ci si presentava ad una ragazza la domanda che sempre usciva fuori era: di che ti occupi? Se le dicevi che eri nel biomedicale le facce diventavano interrogative. Con la risposta “nel settore del vino”, facevi subito colpo
Insomma, facile essere stregato dal vino, dai luoghi unici dove sorgono le cantine, dalle persone del vino. Meno facile far svanire l’ingegnere che è in lui. Cosa questa che Giuseppe non vuole. Anzi, essere appassionato di tecnologia lo mantiene e lo esalta con la convinzione che la tecnologia può essere al servizio del vino. Una missione!
Giuseppe ha sempre cercato un modo per fare il vino in maniera naturale. Semplice. Senza aggiungere nulla ma solo “controllando”, “gestendo” ciò che accade in cantina. “Un altro modo di essere naturale insomma”. Come il motto della sua Parsec ovvero l’azienda che si occupa di supportare le cantine di mezzo mondo nella gestione del processo enologico di cantina.
Parsec? E ora cosa è questa? Non si era detto che Giuseppe gestisce la Cantina Tuscania?
Facciamo un po’ di chiarezza.
Giuseppe è metodico ma anche vulcanico. Perché quando parla del vino si esalta. L’ingegnere che è in lui lascia il passo all’uomo tanto preso dal vino da fargli cambiare vita: da ingegnere elettronico biomedicale a tecnologo al servizio dell’enologia a vignaiolo. Torna poi ad essere l’ingegnere che non può e non vuole nascondere quando parla con i grafici alla mano. Quando cita termini come “cinetica fermentativa” che farebbero strabuzzare gli occhi a tutti i sommelier del mondo.
Due sono le realtà delle quali Giuseppe si occupa: la Parsec, società leader nel mondo per la produzione di sistemi di gestione del processo enologico; Cantina Tuscania per la produzione del vino (e mettere in pratica le sue soluzioni) nata come sperimentazione della zonazione del Chianti con le grandi cantine toscane.
Quando parla Giuseppe non mi perdo. Forse perché pure io sono ingegnere. I suoi grafici sono abbastanza chiari (almeno per me). Le sue descrizioni sono da perfetto ingegnere che sembra eccitarsi quando spiega le dinamiche fermentative (“l’ossigeno gestito correttamente mi permette una regolarità di cinetica fermentativa”), il controllo della temperatura, la sua stratificazione. Non posso però che sorridere perché la mia mente già immagina la faccia del vignaiolo che guarda questo toscano gentile che parla una lingua di altro pianeta.
La mia mente vaga ancora pensando a quante persone “non laiche” possano far storcere il naso le parole di Giuseppe. Specialmente quando parla di controllo degli aromi attraverso i sensori “perché devi far avvenire l’estrazione quando serve controllando le temperature”. Oppure “evito che il lievito vada in sofferenza non ammazzando gli aromi per via della riduzione ovvero della produzione di composti solforati”.
Cantina Tuscania nasce dalla voglia di mettere in pratica le tecniche enologiche, di capire quali sono i vitigni migliori nelle differenti zone. È il 2008 e Giuseppe offre le tue tecnologie ai grandi del vino italiano e non solo. Che non se ne separano più. Giuseppe e le sue tecnologie sono nascoste, insite nei contenitori in acciaio e anche nelle barrique. Ma ci sono. Non sostituiscono l’uomo ma ci sono.
Giuseppe rileva la Cantina nel 2015 con l’obiettivo di ottenere il miglior vino possibile dai vitigni che ha a disposizione. Lo fa con grande umiltà adesso che si è superato il concetto che il vino si fa, solo, con la poesia. “Però la poesia ci vuole perché senza poesia il tutto diventa più complicato”.
3500 bottiglie (“non ne vogliamo fare di più”) e la riscoperta di vitigni dimenticati come Fogliatonda e Pugnitello. Grande attenzione alla pulizia e alla qualità dei processi. L’ingegnere….
Una sola grande, unica convinzione: ancora c’è tanto da scoprire e forse non si scoprirà mai. Questo è il bello.
Chiudo la chiaccherata con una domanda provocatoria che però non riesce a creare il minimo turbamento in Giuseppe a dimostrare ancor di più la sua solidità ma soprattutto l’orgoglio di aver creato qualcosa che rende una azienda italiana leader nel mondo.
“Saresti in grado di migliorare vini fantastici come ad esempio un Romanée Conti o un Petrus?”
Sono nostri clienti per l’ossigenazione. Penso che abbiamo contribuito a migliorare il prodotto
Come si fa a non ammirare e voler bene ad una persona così ed ad essere orgogliosi di averla conosciuta?
Ah dimenticavo. I suoi vini. Tre produzioni. Un Chianti, un Chianti Riserva e un Rosso. Già dalle etichette mi affascinano (“Sono appassionato di Tecnologia, vino e arte” mi confessa Giuseppe). Sono vere opere d’arte. Appena le assaggio, le pubblico sulla mia pagina Instagram. Stay tuned.
Ivan Vellucci
Mi trovi su instagram : @ivan_1969
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30 Dicembre, 2022
Bastian Cuntrari, due ragazzi e la loro passione
Il territorio è questo. La Valtellina è muro
È la prima cosa che mi dice Michele facendomi vedere i terreni sui quali sorgono i suoi vigneti. Quando li guardi da sotto capisci perché si definisca “eroica” questo tipo di viticoltura.
Siamo alle pendici delle Alpi che si affacciano sull’Adda. Qui sorgono i vigneti. Relegati da tempo, lontano dal fiume. Perché i terreni prossimi alle rive dovevano servire per le coltivazioni di prima necessità così che gli unici luoghi possibili per il vino diventavano i terrazzamenti. Difficili, impervi ma allo stesso tempo generosi grazie all’esposizione, alla composizione dei terreni, ai salti di temperatura tra giorno e notte.
Terrazzamenti che diventavano veri e propri orti, utili per produrre qualcosa per la famiglia: ortaggi e vino. Piccoli pezzi di terreno ad uso personale rimasti tali fino a quando ce ne è stato bisogno. Da lì in poi, la vite e il Nebbiolo della Valtellina, la Chiavennasca.
Michele 33 anni, Patrick 36. Michele che già lavora in vigna e Patrick che scopre una realtà della quale rimane affascinato. Due amici che si ritrovano a condividere la stessa passione e che gettano il cuore oltre l’ostacolo. Coraggio e incoscienza di due ragazzini (era il 2015!) che senza soldi e con molti sogni vanno in cerca di terreni, terrazze, sulle quali iniziare la loro personale avventura. Bastian Cuntrari.
“I so stuf”. Questo si sentivano dire da qualche vecchio vignaiolo, stufo di lavorare, stufo di andare su e giù per le terrazze. Facendo tutto a mano, senza macchinari, senza sosta. Logora, sì che logora questa vita. Ma proprio quelli erano i terreni che facevano al caso loro. In fondo di forza e volontà, Michele e Patrick ne hanno da vendere.
Michele ha la testa sulle spalle. Posato, calmo, umile. Sa quello che vuole ma sa che ci vuole tempo per averlo. Non ha paura di lavorare, di sporcarsi le mani. Mette in file le cose come se fossero tanti mattoncini. I pensieri, le preoccupazioni. Le ansie, le gioie. Sempre uno dietro l’altro. Con pacatezza. Non ha bisogno di niente altro che non sia la terra e la vite.
Nel cuore del Grumello e un pezzettino di Sassella, nel 2016 nasce il primo vino, Valtellina Superiore.
Non c’era tanta vigna per fare i vini e l’unico modo per uscire era un blend al 50% delle due vigne
Costretti a vendere l’uva per racimolare un po’ di soldi utili per l’acquisto delle attrezzature. Così si comincia. Senza soldi, senza aiuti esterni. Possono contare solo su loro stessi. Sulle loro braccia. Sul loro entusiasmo.
Il vino puoi farlo con tutto e con niente
Ma le attrezzature servono per elevare la qualità e questi due ragazzi lo sanno. Ci credono e preferiscono investire piuttosto che portare a casa i soldi.
Rispetto per la terra. Rispetto per la natura. Perché la terra è il loro sostentamento e va rispettata.
La concimazione la facciamo con le stalle. Cerchiamo quelle che hanno il letame. Poi, ti arrangi, con la carriola e la forca
Come fai a non voler bene a questi due ragazzi? A due persone così semplici, senza grilli per la testa?
Adesso abbiamo tre ettari e mezzo di vigne: un ettaro e mezzo di Grumello, uno di Sassella, uno di Inferno
Due soli vini. Perché questo riescono a fare. Senza enologo. Senza cooperative. Potendo contare solo della loro forza. Solo delle loro braccia. 6000 bottiglie e il sogno di arrivare a 15000. Questo è il numero che Michele e Patrick sanno di poter gestire. Da soli. Sì, da soli. Perché sono solo loro due e solo loro due vogliono rimanere.
È una questione di orgoglio, di controllo dei processi. Ma anche e soprattutto di grande realismo e pragmatismo. Due ragazzi con la testa sulle spalle davvero.
Se non riesci a vendere quelle quantità è meglio che chiudi perché vuol dire che non sei capace di lavorare
Cosa vuoi dirgli?
I vini dunque. Un Valtellina Superiore con 100% Sassella da vigneti a 500metri di altezza. Due anni di legno e uno di bottiglia. Importante e carico come serve in queste zone. Con il freddo. Con il formaggio o la cacciagione. Click qu per la mia recensione.
Siamo andati a cercare (quante prove abbiamo fatto e quanti fallimenti) legno con zero tostatura per far emergere il territorio. Solo legno, senza materiali non naturali
Un Grumello, Rosso di Valtellina. Non DOCG per avere un prodotto fresco e beverino ma con un solo anno di affinamento. Nasce dal lavorare loro stessi la vigna e dal conoscere il terreno. Non vogliono un vino pesante e decidono di raccogliere anticipatamente per dare freschezza e beva. Quando lo assaggio non posso che dargli ragione. Senti tutto il frutto croccante della valle. Un vino che puoi bere tutti i giorni. Che abbini facile non senza ricordare (e trovare nel bicchiere) quella magia che il lavoro di questi due ragazzi ti stanno offrendo nel bicchiere.
Non hanno paura di produrre vini diversi per le annate diverse. Amano così tanto il proprio lavoro che non vogliono essere standard. Vogliono qualcosa che rappresenti il territorio, l’anno, le condizioni diverse. Ogni anno un vino diverso. Ogni stagione un vino che esprime ciò che è successo. Hanno capito che questa è la loro forza.
Michele è pratico, attento. Ha sotto controllo tutti i costi. Li snocciola come se fossero granelli di un rosario. Il costo della bottiglia, quello dell’imbottigliamento, dell’etichetta. Non gli scappa nulla e questo fa capire quanto siano costretti a tener conto di ogni singolo aspetto. Per rimanere in piedi. Per sopravvivere.
Siamo un discorso a parte. Siamo un po’ come essere sulla luna. Siamo l’unico pezzo di terra al mondo dove due scappati di casa riescono ad aprire una azienda da zero
Ma perché il nome Bastian Cuntrari?
Siamo l’unica azienda in Valtellina che coltiva tutto sulla sponda Retica ma la cantina sta sull’altra sponda. È l’unica cosa che ci siamo già trovati: la cantina di casa della mia bisnonna dove si tenevano salumi e formaggi. Avevamo prima la cantina che la vigna
Ripeto ancora una volta: come si fa non voler bene a questi due ragazzi? Non voglio fare il moralista. Mi piacerebbe solo che mio figlio capisca quanto sia davvero difficile, ma anche possibile la vita. Quanto si possa partire da zero per poi trovare il proprio spazio nel mondo. Serve però fatica. Sudore. Forza di volontà. Anche nel “cercare” il letame e gestirlo accuratamente.
Michele e Patrick, non solo vi auguro un gran bene, ma vorrei poteste essere di esempio. Per chi vuole emergere. Per chi vuole vivere del suo lavoro.
Ivan Vellucci
Mi trovi su instagram : @ivan_1969
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29 Dicembre, 2022
A Natale puoi...
A Natale Puoi, non è solo una storica pubblicità ma è proprio un modo di vivere delle ultime settimane di Dicembre e degli inizi di Gennaio aspettando il giorno della Befana del nuovo anno.
Regole da rispettare:
A Natale Puoi Riprendere le vecchie tradizioni insieme ai più saggi o a chi ricorda i tempi passati, stare insieme a familiari e amici per riempire le case di calore e colori.
Le cucine si trasformano in vere orchestre che compongono opere di ogni tipo per soddisfare pomposità di adulti e bambini, inondando le tavole di colori, bicchieri e piatti di ogni tipo.
A Natale Puoi Bere, ma bere bene, noi di Winetales Magazine, proviamo a sorprendere noi stessi per poi cercare di trasmettere le stesse emozioni e sensazioni ed è per questo che vi parlerò di alcune delle cantine scelte.
La vera fonte di ispirazione e conoscenza di quest’anno ci riporta ad una delle mie avventure che mi ha visto protagonista, in una giornata di Ottobre, dedicata, alla presentazione della “36esima guida Vini d’Italia del Gambero Rosso” che si è svolta a Roma, al Palazzo dei Congressi, tra convegni, premiazioni e degustazioni.
Geniale la scelta della location, Il Palazzo dei Congressi, oltre alla sua imperiale posizione dispone di un terrazzo che al tramonto si trasforma in una vera festa di ispirazione per le foto di blogger e giornalisti che agitano i bicchieri affinché sia lui, il “Vino”, protagonista premiato di quest’evento e che vuole raccontare di se.
Una giornata dedicata al riconoscimento delle eccellenze italiane, provenienti da tutte le parti d’Italia, accompagnate dalla presenza dei produttori felici di poter raccontare delle loro eccellenze.
Tante le cantine presenti e premiate ma selezionate in numero ridotto rispetto ai precedenti anni, “Abbiamo ritenuto di alzare leggermente l’asticella per tutelare il valore del riconoscimento, che continua ad avere un peso importante sul mercato”, concetto ribadito da Giuseppe Carrus, Gianni Fabrizio e Marco Sabellico che trovate qui .
Beh, non mi resta che elencare alcune delle etichette scelte per il mio Natale:
TITOLO di Elena Fucci, il cui vino prende il nome dall’omonima contrada e dalla cantina chiamata Torre Titolo nel nord della Basilicata, immersa fra vigneti ed uliveti che custodisce gelosamente da quattro generazioni la storia della famiglia.
Elena Fucci, nel 2000 ha deciso di far riemergere la cantina continuando e migliorando l’attività di famiglia iniziata negli anni ’60.
Lettera C, di Pasini San Giovanni, la cui azienda è stata fondata nel 1958, oggi alla terza generazione di vignaioli, un’altra bellissima e unica realtà che porta questa azienda ad essere premiata per passione e costanza con la creazione di un vino il cui colore è il “rosè di Valtènesi” che fa proprie la freschezza ed il temperamento degli acini di Groppello, determinando il suo carattere. Il Valtènesi può nascere solo sul Lago di Garda, grazie all’armonia sostenuta dal microclima unico delle colline affacciate al sorgere del sole.
Madonna della Scoperta, azienda Perla del Garda, un Lugana Superiore Doc. Un’altra eccellenza in cantina con una filosofia unica: “Il Vino Nasce in Vigna”, dove saggezza e tradizione contadina sono i fondamentale di produzione.
Anteprima Tonda, azienda Antonelli San Marco, di cui abbiamo avuto il piacere di parlare in altre occasioni su Winetales. Il Trebbiano Spoletino è una varietà tipica del territorio che si estende tra Montefalco, Trevi e Spoleto. Ritroviamo un prodotto unico nella sua completezza, l’uso di anfore di terracotta e ceramica per una fermentazione spontanea e senza controllo della temperatura, la conduzione biologica della vigna e la lunga macerazione sulle bucce fanno del Trebbiano Spoletino Anteprima Tonda un vino che esprime il territorio in modo naturale.
Mi fermo qui per il momento, e voi??? Quali chicche avete aperto in questi giorni di festa?!?
Buone Feste da Winetales e mi raccomando, Bevete Bene!
A cura di Elisa Pesco
https://www.youtube.com/watch?v=RakajXgmc-E
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