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17 Febbraio, 2023
I Fenicotteri e l'aerale del futuro
I Fenicotteri e l’aerale del futuro
Nel 2009 l’allora ministro dell’economia Tommaso Padoa-Schioppa, definì “bamboccioni” una generazione di giovani pigri che non volevano fare nulla. Figuriamoci lavorare e staccarsi dalla propria famiglia. Oggi invece si parla di reddito di cittadinanza e di chi, pur potendolo, non vuole lavorare puntando al sussidio. Il concetto non cambia.
31 anni possono essere tanti o pochi. Ma è l’età giusta per essere definiti “bamboccione”. Ecco, ora prendete tutto quello che ha rappresentato il preambolo dell’articolo e pensate all’esatto opposto.
Anthony Poli è l’esatto opposto di un bamboccione. Non so quale sia il termine giusto per definirlo, ma Anthony potrebbe esserne il prototipo. Di questo opposto. La sua, in fondo, è la storia semplice di un ragazzo con una passione: la terra.
È anche vero che per coltivarla la terra devi avercela. Altrimenti sei un semplice contadino. Ma Anthony è anche un contadino. Uno di quelli che non si stanca nel fare le cose.
Lavoro tanto ma quello che faccio mi piace. Se devo scegliere tra andare in giro o andare a potare, scelgo di andare a potare
Anthony viene da una famiglia che lo ha fatto crescere a pane e piante. Con il papà giardiniere, agricoltore insomma: le mani bene immerse nella terra. Una passione già presente da piccolo
Quando sarò grande avrò almeno 100 ettari di terra
Così diceva Anthony in tenera età
Proprio grazie al papà che Anthony conosce Claudio, la di lui moglie Giovanna, i figli Andrea e Flavia da poco in quel di Monte Castello di Vibio. Viene accolto in casa come se fosse un figlio. Il terzo figlio. Fa parte della famiglia e come tale viene trattato.
Guarda, visto che hai questa passione e per me sei come un terzo figlio, vai in giro, cerca terra e facciamo una azienda agricola
Forse, questa è stata la vera unica fortuna di Anthony. Tutto il resto, è solo determinazione, passione, romanticismo. Senza dimenticare però il sostegno. Quello del papà, di Claudio, di Giovanna. Persone capaci di sostenere e alimentare il sogno di Anthony. Alimentarlo senza mai interrompere il flusso di positività.
Romanticismo dicevamo. Perché quando un ragazzo intraprende gli studi, capisce di aver sbagliato strada sentendo forte il richiamo della terra e ha la forza di cambiare facoltà e ricominciare, allora siamo in presenza di qualcosa di più di un amore. Questo è romanticismo. Anthony è così. Torna indietro, studia agraria e inizia a lavorare. Con le sue mani. Con la sua forza. Senza fermarsi un attimo.
Faccio tutto io. Papà mi dà una grossissima mano
La manodopera solo per la raccolta. Dell’uva e delle olive.
Fa pure da consulente ad altre aziende come agronomo e ha una ditta di giardinaggio.
Metodo. Forza. Fatica. Dentro e fuori la cantina. Dentro e fuori i terreni.
Serve metodo e organizzazione. Il lunedi cantina. La vendemmia? Esiste solo quello. Una agenda ben definita. Senza sgarrare.
In tanti dicono che non c’è lavoro. Ma ce ne è in avanzo. Occorre avere solo la forza e la voglia.
Bamboccione? Proprio no.
Claudio gli lascia corda libera su tutto. Partecipa come persona molto modesta. “facciamo insieme” dice.
È un investitore spettatore. Non chiede numeri. Non vuole il risultato. Gli piace il progetto e si fida di Anthony. Già il progetto. Anthony è ambizioso ma di quella ambizione sana. Senza spocchia. Fatta solo di duro lavoro. Di rinunce. Di fatica. Animata dalla passione per ciò che si fa. Voglia di vivere a contatto con la terra sentendone il ritmo, accarezzando i cicli vitali, osservando la bellezza del crescere qualcosa che hai impiantato. Il romanticismo.
Nel 2014 Claudio fonda l’azienda I Fenicotteri dove lavora un po’ tutta la famiglia: Andrea si occupa delle consegne e della parte amministrativa, Flavia della comunicazione, Giovanna delle etichette e della accoglienza.
160 ettari con 10 ettari di vigna e oltre 2500 olivi non sono pochi da gestire. Specialmente per un ragazzo come Anthony. Ma ci si butta anima e soprattutto corpo. Lavoro, lavoro, lavoro.
Nel 2017 mi sono sentito abbastanza grande per produrre vino
Bamboccione? No, consapevolezza.
Così, grazie anche al supporto tecnico di Roberto, enologo, con pochi attrezzi e tanta passione sono nati i primi vini. Consapevolezza. Consapevolezza di essere in una zona con ottimo potenziale in grado di produrre prodotti di alto livello.
In effetti siamo in Umbria, a Monte Castello di Vibio, poco lontani dalla più rinomata Monfefalco. Una zona dove vitigni autoctoni ma anche alloctoni stanno contribuendo a rendere grande una regione così piccola.
Qui, già nel 2002 Claudio aveva impiantato Merlot e Sagrantino, Trebbiano spoletino nel 2011. Altre vigne acquisite da poco. Proprio parlando di queste ultime Anthony mi stupisce.
La gente vede un masso da tirare. Io vedo tanto potenziale. È vero che è vecchia e produce poco ma può fare la differenza.
Bamboccione? No, visione.
C’è nelle parole di Anthony la schiettezza di un ragazzo, la maturità di un uomo, la visione di saggio. Quando parla delle piante, dei trattamenti, dei cicli vitali, della raccolta, non parla di “cose”. Parla di esseri viventi che hanno bisogno di attenzione, cura. Una attività maniacale che lui fa da solo aiutato solo dal papà. Senza usare la chimica.
“Essere tecnicamente più avanzati e non far fare alla chimica. Perché se ti affidi alla chimica, questa fa da sola”
Poi, come se la giornata fosse fatta da più di ventiquattro ore, si occupa anche degli ulivi. Che tratta al pari della vigna. Non se la prende con le persone che gli danno del matto. Ha rispetto degli altri. Ma nel tempo ha visto che il suo lavoro ha dato frutti e che chi lo denigrava, adesso, viene ad interessarsi dei suoi metodi. Una bella rivincita.
Ama il suo lavoro. Ama la sua terra. Ma ancor di più ama Monte Castello di Vibio. La sua casa. Nei suoi sogni è far diventare Montecastello di Vivio un areale famoso come Montalcino. Ci crede. Ci crede davvero.
Bamboccione? No, romantico.
Per quello che ho in testa non abbiamo ancora fatto nulla
E con i piedi ben piantati per terra.
Non vuole superare le 20000 bottiglie
Assaggiamo un paio di vini con la convinzione di Anthony che
Il vino buono lo fanno in tanti. La storia è solo la mia
Bamboccione? No, saggezza.
Il primo è il Vibio (onore al paesino) da Trebbiano Spoletino coltivato in circa due ettari e mezzo per sole 2000 bottiglie (il resto dell’uva venduto a privati e alle cantine sociali). È un 2020. Ancora giovane. Semplice e ben centrato. Tanti fiori al naso insieme a bella frutta non matura. Poi fieno, Sentori semplici e puliti che tornano al sorso che si presenta secco, fresco, caldo, leggermente sapido. Buona la persistenza. Lo immagino perfetto per un aperitivo o un bel pesce al sale. Convincente per la sua linearità. Verticale ma con tendenza ad allargarsi sul finale che comunque è pulito senza virare sull’amarognolo.
Poi il Sagramerlo 2019, blend di Sagrantino e Merlot (recensito su @ivan_1969, qui il link) Bel colore rubino di grande limpidezza. 12 mesi di botte al sesto passaggio (parte in barrique parte in tonneau). Subito evidenti i fiori, la frutta, il sottobosco. Tutti sentori non propriamente dolci anzi, ancora acerbi. In fondo c’è l’anima del Sagrantino che, essendo del 2019, è ancora un lattante. Infatti il tannino risulta ancora aggressivo ma con una rotondità sottesa che c’è tutta. Tra un anno e mezzo sarà spettacolare ma funziona benissimo anche così. Un vino da bere subito la prima bottiglia; conservare la seconda per almeno due anni.
I vini mi hanno convinto. Porto con me il Merlot e il Crasi, un Pinot Bianco che è maturato in botte per dieci mesi. Così come porto con me la certezza che questo ragazzo, e l’azienda intera, farà strada. L’augurio è che riesca, insieme a tutta la sua famiglia (allargata) a realizzare il sogno per Monte Castello di Vibio e il suo areale.
Ora, dopo tutto questo, uno si chiederà: ma che diavolo c’entrano i fenicotteri?
Giovanna, la moglie di Claudio amava i fenicotteri che vedeva sempre nel giardino di una villa vicino Milano. Cosi, quando hanno comprato l’azienda agricola non potendo metterci i fenicotteri, Claudio ha deciso di chiamarla così. Se non è amore questo!
Ivan Vellucci
Mi trovi su instagram : @ivan_1969
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14 Febbraio, 2023
Wine in Venice, una dichiarazione d’amore per il mondo del vino
Otto paesi stranieri coinvolti, Tremila duecento visitatori, Quattordici consorzi…il mondo del vino ha una nuova casa ed è Venezia grazie al debutto da record di “Wine in Venice”
È stato un amore a prima vista, un tumulto di passione, un vortice di emozioni, sono queste le espressioni più corrette per descrivere la prima edizione di “Wine in Venice” organizzato da Winetales, Beacon, The Media Company Store e Venezia Unica.
Per questa ragione vogliamo raccontarla, proprio nel giorno dell’amore per antonomasia: San Valentino Un racconto a poche settimane da quando la città del doge, con le istituzioni comunali in prima fila, ha accolto il mondo enoico con la sua inconfondibile ospitalità per tre giorni di kermesse che è andata in scena dallo scorso 28 Gennaio nelle meravigliose sale della Scuola Grande della Misericordia e del Cà Vendramin Calergi.
”Sono stati tre giorni in cui si è fatto un passo avanti concreto per scrivere il futuro del mondo del vino del nostro Paese – dichiara l’assessore al Turismo di Venezia, Simone Venturini – è quindi un orgoglio per Venezia sapere che tutto ciò sia avvenuto qui, tra le splendide sale della Scuola Grande della Misericordia e di Ca’ Vendramin Calergi. Wine in Venice ha dimostrato che, grazie a lavoro di squadra e costanza, si possono creare le condizioni per incidere in modo positivo sulle vite future di molti ed è proprio l’impegno che ci siamo assunti candidando la città a capitale mondiale della sostenibilità. Il 2023 sarà l’anno degli eventi di qualità e dell’esclusività per Venezia, con Wine in Venice abbiamo iniziato con il piede giusto”.
Partiamo da un primo dato: il pubblico con una risposta sorprendente oltre 3.200 visitatori che hanno popolato le aree della manifestazione e che sono arrivati a Venezia da tutte le venti regioni italiane e da ben otto paesi stranieri tra cui gli Stati Uniti ed il Brasile.
Sono stati tre giorni pieni di appuntamenti che hanno avuto come protagonista venti cantine selezionate da una giuria internazionale di diciotto esperti tra i quali: Lara Loreti, Gabriele Gorelli, Mattia Cianca, Simone Roveda, Karin Meriot e tanti altri…tutti sotto l’attenta regia del presidente di giuria Luca Ferrua, direttore di “Il Gusto” verticale food&wine del gruppo GEDI, media partner dell’evento che ha dichiarato:
“Wine in Venice è stato un bacio magico tra il vino e Venezia, un amore a prima vista che ora va costruito e reso solido come si fa con le grandi storie d’amore. Ci sono tutte le caratteristiche dai progetti comuni, alla reciproca attrazione a quel fascino da corteggiamento eterno perché come due amanti eterni Venezia e il Vino sanno sempre stupirsi. E brindare insieme”
Venti cantine che hanno sfilato lungo i duecento ventiquattro metri di tappeto rosso stesi nelle maestose sale veneziane per dare luogo al primo red carpet del vino.
Le discriminanti per la selezione delle venti cantine sono state: Etica, Innovazione e Sostenibilità.
Le cantine con il loro modo “di fare vino”, hanno rappresenteranno la propria regione, un vero premio al duro lavoro in vigna che ogni anno (per situazioni economiche e climatiche) diventa sempre di più eroico, un vero premio perché non è stata richiesta nessuna quota di partecipazione alle cantine selezionate.
Quattordici consorzi presenti alla manifestazione con Valpolicella a fare gli onori di casa ed i tredici consorzi di Ascovilo a raccontare le meravigliose realtà lombarde dall’Oltrepo Pavese alla piccola DOCG del Moscato di Scanzo.
Sono state quindici le ore complessive di Masterclass nei tre giorni di manifestazione tutte “sold out” con oltre cento persone presenti per ciascun appuntamento.
Un programma di masterclass impreziosito ulteriormente da tre realtà, due Venete ed una dell’Oltrepò Pavese: Valdo, Fiorotto e Bosco del Sasso.
Valdo ha stupito il pubblico con un focus sul metodo classico, prodotto inusuale per la zona di produzione e decisamente sorprendente, mentre Fiorotto ha fatto “viaggiare” i presenti in un percorso tra vino e galateo.
Bosco del Sasso poi ha presentato un nuovo progetto imprenditoriale in un territorio enoico in grande crescita per un’azienda che ha creato un forte legame con il territorio e la volontà di far conoscere il valore di una produzione vitivinicola rispettosa delle tradizioni ma proiettata al futuro.
Una visione internazionale è arrivata da GPA Sportech, azienda che ha sostenuto la manifestazione ed ha messo in scena una ricercata verticale sui vini della Borgogna.
Un altro momento di forte richiamo internazionale è stata la presenza di Uniexport Manager che ha assegnato, nel contesto veneziano, il suo premio dedicato alle migliori storie di export nel mondo, attività confermata anche per la prossima edizione.
Protagonista assoluto di questa prima edizione è stato il Consorzio di tutela del Lugana con due Masterclass “sensoriali” ed un pomeriggio dedicato ai 40 produttori per approfondire le capacità di affinamento del vitigno Turbiana, l’evento ha preso il nome di “Armonie Senza Tempo” ed è stato certamente uno dei momenti più apprezzati sia dal pubblico che dagli operatori.
Gianpaolo Breda, giudice della manifestazione e presidente di AIS Veneto oltre a garantire con il suo team di sommelier la qualità nel bicchiere delle aziende selezionate, ha eseguito tre masterclass che ci hanno portato in giro per il “bel paese” in un percorso incredibile. Perché incredibile? Perché in moderazione c’è stato il più grande talento della manifestazione Alessandro Nigro Imperiale un giovane ragazzo pugliese di trentuno anni che sta facendo grande l’Italia nel mondo.
“Wine in Venice è già l’evento che ha segnato la comunicazione del Vino in tutta Italia nel 2023. Vini ed ospiti d’eccezione in un contesto unico come quello del bellissimo e storico Palazzo della Misericordia. Non ci resta che aspettare impazienti il prossimo Wine in Venice 2024!”
Alessandro è il miglior sommelier AIS 2022, il miglior sommelier francese 2023 ed anche Head of Sommelier del Four Seasons di Cap Ferrat in Francia. Alessandro ha presieduto tutti i momenti ufficiali della manifestazione dimostrando un’energia unica ed una competenza eccezionale con una dose di umiltà invidiabile, chapeau!
Vinrà e la sua selezione di Vini sostenibili non solo ha eseguito una masterclass di grande impatto, ma ha fornito numeri tangibili e metriche di calcolo sulla sostenibilità che sicuramente saranno approfondite nelle prossime edizioni della manifestazione.
Oltre al programma di masterclass, ha avuto un ruolo da protagonista il palcoscenico dedicato ai WineTalks dove si sono alternati ospiti di assoluto livello: da Roberto Cipresso a Dominga Cotarella, da Jacopo Cossater a Brunella Saccone, da Mattia Tabacco al senatore Gianmarco Centinaio, da Valentina Quattro a Luca Molinari per confrontarsi su un argomento comune: Come dovrà essere il Vino del Futuro?
WineTalks condotte da: Lara Loreti, Francesca Pagnoncelli Folcieri e Laura Donadoni. WineTalks che ci hanno raccontato come il vino dovrà parlare ai consumatori attraverso: etica, innovazione e sostenibilità.
Tutto concluso? Assolutamente no!
La manifestazione non finisce qui, anzi grazie al progetto 365 Giorni di “Wine in Venice” con TheFork vivrà sui ristoranti veneziani con la selezione di vini “Wine in Venice” ed esperienze dedicate per un percorso che ci porterà dritti al prossimo 20 gennaio 2024 quando si stenderanno di nuovo i tappeti rossi ed andrà in scena la seconda edizione di Wine in Venice.
Le dichiarazioni dei protagonisti:
“Wine in Venice è un percorso iniziato quest’anno che ha portato a Venezia un nuovo modo di raccontare il vino. Abbiamo voluto riunire intorno ad un calice il “saper fare” del nostro paese concentrandoci su valori che devono essere fondanti nella nostra imprenditoria, ovvero: Etica, Innovazione e Sostenibilità. Adesso insieme a “Il Gusto” vogliamo far crescere questo progetto inserendolo dal prossimo anno anche negli altri grandi eventi veneziani come il Carnevale ed il festival del Cinema e portandolo magari anche in giro per il mondo. Vi aspettiamo a Venezia il prossimo 20 gennaio 2024!” dichiara Damiano Antonelli, Ceo di Winetales marchio di W.T. Group, azienda organizzatrice di Wine in Venice.
”Siamo molto contenti di aver creato questo progetto, una grande sfida che permette di valorizzare Venezia ed il suo DNA internazionale, un percorso iniziato quest’anno che vogliamo far crescere” dichiara Riccardo Rabuffi, Amministratore Unico di Beacon srl azienda organizzatrice di Wine in Venice.
“Sono stati mesi avvincenti e sfidanti quelli che ci hanno condotto alla prima edizione della manifestazione, siamo orgogliosi di aver portato un nuovo format nel mondo del vino con la forza di un progetto che ha come obiettivo quello di far crescere ancora questo comparto produttivo nel mondo” dichiara Alessandro Bartolini, Amministratore Unico di The Media Company Store srl, azienda organizzatrice di Wine in Venice.
“Wine in Venice, con la passione profusa dalle 20 cantine selezionate e premiate, dimostra che un altro modo di fare viticoltura esiste: il rispetto per la natura e per le persone donano un sapore nuovo al vino stesso. A noi il compito di raccontare questa straordinaria evoluzione” dichiara Lara Loreti responsabile Wine & Spirit di “Il Gusto.
Gianpaolo Breda presidente di AIS Veneto commenta cosi: “La passione, la cultura del vino e l’amore per la città più bella del mondo hanno aperto le porte a Wine in Venice, un evento che farà parlare ancora molto di sè”. AIS Veneto è pronta ad accogliere una nuova edizione con energia ed entusiasmo!
“Wine in Venice si è dimostrato un evento di successo sia per l’affluenza sia per la qualità degli interventi e delle cantine premiate. Siamo felici di aver partecipato e non vediamo l’ora di lavorare insieme al progetto ‘365 Giorni di Wine in Venice con TheFork’ per portare l’eccellenza dei vini vincitori nei ristoranti di Venezia partner di TheFork che aderiranno all’iniziativa” dichiara Valentina Quattro director Italy and Spain di TheFork
Francesca Pagnoncelli Folcieri aggiunge: “Come direttore scientifico di Wine in Venice e come produttrice quello che mi rende più felice e orgogliosa di questo evento, che siamo riusciti a realizzare è il fatto di aver dato voce a produttori che fanno scelte coraggiose tutti i giorni per necessità di coscienza, più che per qualunque altra considerazione…non ci sono fini commerciali, ma solo scelte necessarie per essere rispettosi dell’ambiente in cui viviamo e riuscire così ad avere cura della nostra terra al meglio possibile.”
Christian Marchesini presidente del consorzio della Valpolicella dichiara: “Siamo stati soddisfatti della manifestazione lagunare di Wine In Venice. E’ stato un momento perfetto per fare networking con gli operatori di settore, valorizzare i vini del territorio della Valpolicella in una delle città italiane più rappresentative per il mondo Ho.Re.Ca d’eccellenza, che è poi il nostro principale target di riferimento”.
Giovanna Prandini presidente di Ascovilo ha dichiarato: “Buona la prima per la proposta originale di “Wine in Venice” efficace nel rappresentare l’eccellenza del vino made in Italy con un nuovo format molto accattivante”
“Una manifestazione che già è diventata importante nel panorama vinicolo italiano, ora le aspettati per il 2024 sono altissime, ma siamo sicuri che Wine in Venice non ci deluderà” dichiara Maurizio Panzironi Amministratore di GPA Sportech
“Un’emozione unica e una scelta di grande sensibilità voler premiare la sostenibilità dei vini italiani in una cornice di rara bellezza: Venezia! Wine in Venice è stata un’esperienza ricca di spunti, di nuove progettualità e di sinergiche amicizie, con un team entusiasmante che ha costruito il contenuto dell’evento prima di tutto con passione! Siamo onorati di essere nella squadra!” dichiarano Paolo Criscione e Maria Dei Svaldi di Vinrà
Il presidente di Uniexport Manager, Giuseppe Vargiu ha commentano cosi: “Come Uniexportmanager siamo felici di aver partecipato a “Wine In Venice”. Insieme ai vincitori del Premio ExportItalia e agli exportmanager convenuti a Venezia da tutta Italia abbiamo testimoniato l’importanza cruciale delle piccole aziende del vino e del food made in Italy e del portare il loro sviluppo internazionale al centro della nostra economia.”
La redazione di Winetales Magazine
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10 Febbraio, 2023
Cantina Gualtieri e l'uva Fogarina
Cantina Gualtieri e l’uva Fogarina
O com’è bella l’uva fogarina!
O com’è bello saperla vendemmiar
E far l’amor con la mia bella!
E far l’amore in mezzo ai prà! Diridin din din!
Diridin din din! Ora non mi prendete per matto, ma per leggere questo articolo bisognerebbe avere in mente la canzone che parla dell’uva Fogarina. Perché? Semplicemente perché se si vuole capire l’Emilia Romagna, quella della cultura gastronomica legata ai prodotti della tradizione, quella dove si mangia e si balla al ritmo delle fisarmoniche; quella dove il vino deve essere genuino, sincero, brioso e che accompagna tutto il pasto, allora quella canzone fa proprio al caso nostro. Ma nono solo per quello. Siamo a Gualtieri. Piccolo paesino in provincia di Reggio Emilia dalla quale dista poco più di 30 km. Ma dista 30 km pure da Parma. Poco più di 30 da Modena. E stessa distanza da Mantova. Insomma, siamo nel bel mezzo del Lambrusco. È qui che nasce, nel 1958, la Cantina Sociale di Gualtieri. 160 soci, 50.000 quintali di uva prodotta, circa 250 ettari vitati (due terzi a Reggio Emilia, un terzo a Mantova). Meraviglioso esempio di cantina sociale che ha resistito al tempo e alla politica. La nostra sociale è una sociale dove la politica non si è mai toccata. Nasce come una sociale della Democrazia Cristiana in una zona dove erano tutti comunisti. Non si attaccava con nessuno. Questo uno dei motivi per cui è crescita per conto suo Chi mi parla è Giacomo Formigoni, Responsabile commerciale della cantina. Uno che ha sposato la causa del Lambrusco. Una persona che parla con pacatezza di un prodotto che meriterebbe di uscire dai luoghi comuni e spostarsi su palcoscenici diversi. Perché qui, in Emilia, i terreni sono fertili con matrice di argilla e sabbia e producono tanto. Ma produrre tanto non vuol dire e non deve dire meno qualità. Qui le persone vivono per rendere eccellenti i prodotti che hanno a disposizione. Vivono, studiano, si impegnano. Così tanto che sono anche disposte a scommetterci. Perché una cantina sociale si basa sulla scommessa di tutti. Sul lavoro di ogni singolo socio che viene pagato in funzione della qualità che produce. Questa è la filosofia della Cantina Gualtieri. C’è poco da scherzare. Anche se poi il Lambrusco invita all’allegria. Per produrlo, metodo, qualità, rigore. Quando poi a tirare le fila c’è una donna, Laura, allora tutti devono filare diritti. È un generale che tira le orecchie anche a me che faccio il commerciale La loda perché è brava Laura. Enologa. 38 anni, due figli. Unica donna che gestisce la cantina nel panorama delle cantine sociali. Ha una attenzione particolare. Ma soprattutto ordine e disciplina. Mica semplice per una cantina che è a filiera interna che produce 3 milioni di bottiglie l’anno. Una vera industria che si basa sul lavoro di tanti piccoli agricoltori tutti legati dalla maniacalità della ricerca di qualità. Da portare in bottiglia. Da portare sulle tavole. In fondo, sono loro i primi che consumano! Fare vino senza difetti è alla portata di molte cantine. Farlo invece salubre, sano e con una filiera intera, in modo corretto e migliore, è difficile Insomma, oltre a voler vendere un prodotto eccellente come lo sono tutti i prodotti emiliani deve pure essere salubre visto che le quantità che si bevono solo belle elevate! Il lambrusco è uno dei vini più venduti in Italia ma credo che una buona parte si fermi qui. Sarà perché si sposa perfettamente con i piatti di queste zone o perché gli stereotipi sono molti. O com’è bella l’uva fogarina! Certo, mettere d’accordo 160 soci non deve essere affatto semplice. Anche in questo ordine, disciplina, processi. E Laura. Se Laura dice una cosa da un punto di vista tecnico, il socio deve fare un passo indietro Ognuno ha i suoi compiti insomma e con l’obiettivo di portare valore in bottiglia lavorando accuratamente dal grappolo alla bottiglia. Prima la vendemmia dove si fa la divisione per uvaggio. Poi, da gennaio la produzione in cantina. Serve una produzione fresca perché il lambrusco deve essere così, immediato Chi l’ha detto poi che il lambrusco è dolce? Non lo deve essere per niente. Secco. Perché solo così si abbina alla tradizione emiliana. Il modo migliore per capirlo è assaggiarlo. Così inizia un vero e proprio viaggio tra i prodotti della Cantina Gualtieri. O com’è bella l’uva fogarina!
O com’è bello saperla vendemmiar
E far l’amor con la mia bella!
E far l’amore in mezzo ai prà! Diridin din din!
Diridin din din! Ecco, qui riparte la canzone. Perché da questo punto in poi inizio ad inebriarmi di ben sei prodotti che meriterebbero di essere bevuti per intero (a quel punto avrei cantato io a squarciagola però). Sei tipologie di lambrusco che sono un emblema del bere bene e sano. In compagnia. Il vino è convivialità, è allegria. È mangiare con le persone cui si vuole bene ridendo e scherzando. Cantando e ballando senza aver paura di sbagliare le parole. Non sempre un vino deve essere da meditazione. Non sempre dobbiamo far ricorso alle doti divinatorie e alle conoscenze enologiche. Alle volte, è bene lasciarsi andare e cantare l’uva fogarina. Il viaggio inizia con il Lia. Un vino che nasce da un nostro socio che eredita la vigna dal nonno e porta tutto in biologico con uvaggio Oliva al 100%. Bassa produzione per ettaro e poco colore. Per questo è un vitigno che si stava perdendo. L’etichetta poi, come tutte le altre, è tratta da un quadro di Antonio Ligabue perché era di Gualtieri Sicuramente non ha il colore impenetrabile del lambrusco poiché è rosa antico che da sull’aranciato. Luminoso. Bel calice a vedersi e che, soprattutto, non ti aspetti. Al naso ha un sentore che mi ricorda tanto il siero di mozzarella di bufala e il pane cafone che andavo a comprare con mio nonno. Poi emerge la pesca e la ciliegia. In bocca è secco, con giusta freschezza. Scorre benissimo grazie ad una verticalità che tende quindi ad aprirsi. In bocca ritrovo frutta, stavolta bella albicocca. Bassa persistenza ma va bene così. Sembra una visione femminile del lambrusco: è più fine. C’è lo zampino di Laura suppongo. Me lo immagino abbinarsi perfettamente con un antipasto emiliano a base di salumi, parmigiano e gnocco fritto. Il secondo assaggio è una Fogarina frizzante. È un semi secco per contrastare la sua devastante acidità. Importantissima la temperatura di servizio tra 8 e 10 gradi per evitare di far propendere il grado zuccherino. In etichetta la torre dell’orologio di Gualtieri a ricordare che è qui e solo qui che si fa. Dal 2017, quando è stata ripresa dopo un periodo di abbandono per via della sua indomabile acidità. Nel bicchiere c’è un bel colore rosato che vira ogni tanto verso il rubino. La fragolina emerge piacevolissima al naso. Una vera chicca da 9000 bottiglie all’anno Secco, diretto, piacione ma non ruffiano. Stupisce e stupisce molto. Uno di quei vini che una volta assaggiato berresti a taniche. Il frizzante di Fogarina è un bastardo. Perché apri la bottiglia e la finisci È proprio vero. Mi immagino questo vino in estate. Può fare solo danni vista la sua estrema bevibilità. Soprattutto, una volta che lo bevi, te lo ricordi. Mi esalta. Anche qui a mano di Laura. La recensione sul mio blog Instagram @ivan_1969. Come si fa a non cantare la canzoncina qui??? O com’è bella l’uva fogarina!
O com’è bello saperla vendemmiar
E far l’amor con la mia bella!
E far l’amore in mezzo ai prà! Andiamo oltre ma rimaniamo sulla Fogarina. Stavolta Spumante brut con metodo Martinotti lungo di 4 mesi in autoclave. C’è il rosato di Fogarina ed è bello accesso. C’è la luminosità e si sente che ha fatto maggiore affinamento. C’è la fragolina ma risulta meno ruffiano del frizzante. Si alza certamente il livello ed è bello vedere come il prodotto cambi totalmente a parità di uvaggio. Questo è più aristocratico ed elegante del precedente che risulta invece molto più immediato. Questo va capito. È il vestito bello della Fogarina. Ora ci attendono tre lambruschi di quelli scuri e Giacomo si lancia prima in un bel preambolo su quella che è la filosofia del Lambrusco. Lo ascolto con grande interesse perché sa portare per mano. Mi sembra di essere un bambino che assiste ad una spiegazione in un museo. A Reggio Emilia il lambrusco è rubino con una spuma rosea; a Parma è molto scuro e morbido; a Modena è molto secco; a Mantova colori scurissimi e gusti decisi, importanti Il primo è il Lambrusco Reggiano Il Ligabue. Mix di uve di Reggio Emilia Salamino e Maestri. Nel calice trovo una bolla fine con bella spuma. Rubino profondo. Rispettano il frizzante tipico nostro perché le persone a tavola bevono molto. Dall’antipasto al primo al secondo due tre calici li fai. Non deve essere invadente Ecco, quando metti nel calice un Lambrusco come questo che emana odori a profusione: non puoi non tuffartici dentro. Non puoi non berlo subito. Il sorso restituisce una bella pulizia di bocca. C’è un equilibrio perfetto e la persistenza diventa più ampia dei precedenti. Il retrogusto non può che essere della visciola non ancora matura. È secco e fresco e del dolciastro che c’è nell’immaginario collettivo, qui non ve ne è nemmeno l’ombra. Lo bevi senza soluzione di continuità. Sono sicuro che con il parmigiano va da Dio. L’obiettivo che ha il lambrusco sulla tavola è che deve finire la bottiglia. Deve sposare il pasto Me lo finirei io questo altrochè. Andiamo sul Lambrusco Reggiano Bucciamara. È un lambrusco che non è un lambrusco 40% Maestri, 60% Ancellotta. Una uva questa dalla polpa rossa che si usava e si usa per dare colore agli altri vini. È proprio una macchia di colore. Di quelle che se ti va sulla camicia la puoi anche buttare. La camicia intendo. C’è nel calice il profumo della mora, dei frutti di bosco, della polvere da sparo e un piccolo sentore di selvatico. Un vino che mastichi. È ampio, profondo con una persistenza che si incrementa e di molto. Qui c’è anche un tocco di sapidità. Chiudiamo con Lambrusco Mantovano Il Ferrante. Le uve mantovane come Ancellotta, Viadanese, Oliva e Maestri danno molto colore. Un colore meraviglioso che rende la spuma più ampia del Bucciamara. I sentori sono ancora più definiti con il selvatico che rimane. L’acidità è più marcata. La bolla fine senza essere invadente. Secco e duro. Deciso e determinato così da sposarsi perfettamente con cucina mantovana che è a base dolce (tortello di zucca). Insomma non posso che ringraziare Giacomo per avermi guidato per questo superlativo viaggio in Emilia. È stato un crescendo di emozioni e sensazioni. Uniche. Finalmente ho dato un volto ad una canzone ma per quanto ho bevuto, non mi resta che cantarla! O com’è bella l’uva fogarina!
O com’è bello saperla vendemmiar
E far l’amor con la mia bella!
E far l’amore in mezzo ai prà! Diridin din din!
Diridin din din! Ivan Vellucci Mi trovi su instagram : @ivan_1969
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O com’è bello saperla vendemmiar
E far l’amor con la mia bella!
E far l’amore in mezzo ai prà! Diridin din din!
Diridin din din! Ora non mi prendete per matto, ma per leggere questo articolo bisognerebbe avere in mente la canzone che parla dell’uva Fogarina. Perché? Semplicemente perché se si vuole capire l’Emilia Romagna, quella della cultura gastronomica legata ai prodotti della tradizione, quella dove si mangia e si balla al ritmo delle fisarmoniche; quella dove il vino deve essere genuino, sincero, brioso e che accompagna tutto il pasto, allora quella canzone fa proprio al caso nostro. Ma nono solo per quello. Siamo a Gualtieri. Piccolo paesino in provincia di Reggio Emilia dalla quale dista poco più di 30 km. Ma dista 30 km pure da Parma. Poco più di 30 da Modena. E stessa distanza da Mantova. Insomma, siamo nel bel mezzo del Lambrusco. È qui che nasce, nel 1958, la Cantina Sociale di Gualtieri. 160 soci, 50.000 quintali di uva prodotta, circa 250 ettari vitati (due terzi a Reggio Emilia, un terzo a Mantova). Meraviglioso esempio di cantina sociale che ha resistito al tempo e alla politica. La nostra sociale è una sociale dove la politica non si è mai toccata. Nasce come una sociale della Democrazia Cristiana in una zona dove erano tutti comunisti. Non si attaccava con nessuno. Questo uno dei motivi per cui è crescita per conto suo Chi mi parla è Giacomo Formigoni, Responsabile commerciale della cantina. Uno che ha sposato la causa del Lambrusco. Una persona che parla con pacatezza di un prodotto che meriterebbe di uscire dai luoghi comuni e spostarsi su palcoscenici diversi. Perché qui, in Emilia, i terreni sono fertili con matrice di argilla e sabbia e producono tanto. Ma produrre tanto non vuol dire e non deve dire meno qualità. Qui le persone vivono per rendere eccellenti i prodotti che hanno a disposizione. Vivono, studiano, si impegnano. Così tanto che sono anche disposte a scommetterci. Perché una cantina sociale si basa sulla scommessa di tutti. Sul lavoro di ogni singolo socio che viene pagato in funzione della qualità che produce. Questa è la filosofia della Cantina Gualtieri. C’è poco da scherzare. Anche se poi il Lambrusco invita all’allegria. Per produrlo, metodo, qualità, rigore. Quando poi a tirare le fila c’è una donna, Laura, allora tutti devono filare diritti. È un generale che tira le orecchie anche a me che faccio il commerciale La loda perché è brava Laura. Enologa. 38 anni, due figli. Unica donna che gestisce la cantina nel panorama delle cantine sociali. Ha una attenzione particolare. Ma soprattutto ordine e disciplina. Mica semplice per una cantina che è a filiera interna che produce 3 milioni di bottiglie l’anno. Una vera industria che si basa sul lavoro di tanti piccoli agricoltori tutti legati dalla maniacalità della ricerca di qualità. Da portare in bottiglia. Da portare sulle tavole. In fondo, sono loro i primi che consumano! Fare vino senza difetti è alla portata di molte cantine. Farlo invece salubre, sano e con una filiera intera, in modo corretto e migliore, è difficile Insomma, oltre a voler vendere un prodotto eccellente come lo sono tutti i prodotti emiliani deve pure essere salubre visto che le quantità che si bevono solo belle elevate! Il lambrusco è uno dei vini più venduti in Italia ma credo che una buona parte si fermi qui. Sarà perché si sposa perfettamente con i piatti di queste zone o perché gli stereotipi sono molti. O com’è bella l’uva fogarina! Certo, mettere d’accordo 160 soci non deve essere affatto semplice. Anche in questo ordine, disciplina, processi. E Laura. Se Laura dice una cosa da un punto di vista tecnico, il socio deve fare un passo indietro Ognuno ha i suoi compiti insomma e con l’obiettivo di portare valore in bottiglia lavorando accuratamente dal grappolo alla bottiglia. Prima la vendemmia dove si fa la divisione per uvaggio. Poi, da gennaio la produzione in cantina. Serve una produzione fresca perché il lambrusco deve essere così, immediato Chi l’ha detto poi che il lambrusco è dolce? Non lo deve essere per niente. Secco. Perché solo così si abbina alla tradizione emiliana. Il modo migliore per capirlo è assaggiarlo. Così inizia un vero e proprio viaggio tra i prodotti della Cantina Gualtieri. O com’è bella l’uva fogarina!
O com’è bello saperla vendemmiar
E far l’amor con la mia bella!
E far l’amore in mezzo ai prà! Diridin din din!
Diridin din din! Ecco, qui riparte la canzone. Perché da questo punto in poi inizio ad inebriarmi di ben sei prodotti che meriterebbero di essere bevuti per intero (a quel punto avrei cantato io a squarciagola però). Sei tipologie di lambrusco che sono un emblema del bere bene e sano. In compagnia. Il vino è convivialità, è allegria. È mangiare con le persone cui si vuole bene ridendo e scherzando. Cantando e ballando senza aver paura di sbagliare le parole. Non sempre un vino deve essere da meditazione. Non sempre dobbiamo far ricorso alle doti divinatorie e alle conoscenze enologiche. Alle volte, è bene lasciarsi andare e cantare l’uva fogarina. Il viaggio inizia con il Lia. Un vino che nasce da un nostro socio che eredita la vigna dal nonno e porta tutto in biologico con uvaggio Oliva al 100%. Bassa produzione per ettaro e poco colore. Per questo è un vitigno che si stava perdendo. L’etichetta poi, come tutte le altre, è tratta da un quadro di Antonio Ligabue perché era di Gualtieri Sicuramente non ha il colore impenetrabile del lambrusco poiché è rosa antico che da sull’aranciato. Luminoso. Bel calice a vedersi e che, soprattutto, non ti aspetti. Al naso ha un sentore che mi ricorda tanto il siero di mozzarella di bufala e il pane cafone che andavo a comprare con mio nonno. Poi emerge la pesca e la ciliegia. In bocca è secco, con giusta freschezza. Scorre benissimo grazie ad una verticalità che tende quindi ad aprirsi. In bocca ritrovo frutta, stavolta bella albicocca. Bassa persistenza ma va bene così. Sembra una visione femminile del lambrusco: è più fine. C’è lo zampino di Laura suppongo. Me lo immagino abbinarsi perfettamente con un antipasto emiliano a base di salumi, parmigiano e gnocco fritto. Il secondo assaggio è una Fogarina frizzante. È un semi secco per contrastare la sua devastante acidità. Importantissima la temperatura di servizio tra 8 e 10 gradi per evitare di far propendere il grado zuccherino. In etichetta la torre dell’orologio di Gualtieri a ricordare che è qui e solo qui che si fa. Dal 2017, quando è stata ripresa dopo un periodo di abbandono per via della sua indomabile acidità. Nel bicchiere c’è un bel colore rosato che vira ogni tanto verso il rubino. La fragolina emerge piacevolissima al naso. Una vera chicca da 9000 bottiglie all’anno Secco, diretto, piacione ma non ruffiano. Stupisce e stupisce molto. Uno di quei vini che una volta assaggiato berresti a taniche. Il frizzante di Fogarina è un bastardo. Perché apri la bottiglia e la finisci È proprio vero. Mi immagino questo vino in estate. Può fare solo danni vista la sua estrema bevibilità. Soprattutto, una volta che lo bevi, te lo ricordi. Mi esalta. Anche qui a mano di Laura. La recensione sul mio blog Instagram @ivan_1969. Come si fa a non cantare la canzoncina qui??? O com’è bella l’uva fogarina!
O com’è bello saperla vendemmiar
E far l’amor con la mia bella!
E far l’amore in mezzo ai prà! Andiamo oltre ma rimaniamo sulla Fogarina. Stavolta Spumante brut con metodo Martinotti lungo di 4 mesi in autoclave. C’è il rosato di Fogarina ed è bello accesso. C’è la luminosità e si sente che ha fatto maggiore affinamento. C’è la fragolina ma risulta meno ruffiano del frizzante. Si alza certamente il livello ed è bello vedere come il prodotto cambi totalmente a parità di uvaggio. Questo è più aristocratico ed elegante del precedente che risulta invece molto più immediato. Questo va capito. È il vestito bello della Fogarina. Ora ci attendono tre lambruschi di quelli scuri e Giacomo si lancia prima in un bel preambolo su quella che è la filosofia del Lambrusco. Lo ascolto con grande interesse perché sa portare per mano. Mi sembra di essere un bambino che assiste ad una spiegazione in un museo. A Reggio Emilia il lambrusco è rubino con una spuma rosea; a Parma è molto scuro e morbido; a Modena è molto secco; a Mantova colori scurissimi e gusti decisi, importanti Il primo è il Lambrusco Reggiano Il Ligabue. Mix di uve di Reggio Emilia Salamino e Maestri. Nel calice trovo una bolla fine con bella spuma. Rubino profondo. Rispettano il frizzante tipico nostro perché le persone a tavola bevono molto. Dall’antipasto al primo al secondo due tre calici li fai. Non deve essere invadente Ecco, quando metti nel calice un Lambrusco come questo che emana odori a profusione: non puoi non tuffartici dentro. Non puoi non berlo subito. Il sorso restituisce una bella pulizia di bocca. C’è un equilibrio perfetto e la persistenza diventa più ampia dei precedenti. Il retrogusto non può che essere della visciola non ancora matura. È secco e fresco e del dolciastro che c’è nell’immaginario collettivo, qui non ve ne è nemmeno l’ombra. Lo bevi senza soluzione di continuità. Sono sicuro che con il parmigiano va da Dio. L’obiettivo che ha il lambrusco sulla tavola è che deve finire la bottiglia. Deve sposare il pasto Me lo finirei io questo altrochè. Andiamo sul Lambrusco Reggiano Bucciamara. È un lambrusco che non è un lambrusco 40% Maestri, 60% Ancellotta. Una uva questa dalla polpa rossa che si usava e si usa per dare colore agli altri vini. È proprio una macchia di colore. Di quelle che se ti va sulla camicia la puoi anche buttare. La camicia intendo. C’è nel calice il profumo della mora, dei frutti di bosco, della polvere da sparo e un piccolo sentore di selvatico. Un vino che mastichi. È ampio, profondo con una persistenza che si incrementa e di molto. Qui c’è anche un tocco di sapidità. Chiudiamo con Lambrusco Mantovano Il Ferrante. Le uve mantovane come Ancellotta, Viadanese, Oliva e Maestri danno molto colore. Un colore meraviglioso che rende la spuma più ampia del Bucciamara. I sentori sono ancora più definiti con il selvatico che rimane. L’acidità è più marcata. La bolla fine senza essere invadente. Secco e duro. Deciso e determinato così da sposarsi perfettamente con cucina mantovana che è a base dolce (tortello di zucca). Insomma non posso che ringraziare Giacomo per avermi guidato per questo superlativo viaggio in Emilia. È stato un crescendo di emozioni e sensazioni. Uniche. Finalmente ho dato un volto ad una canzone ma per quanto ho bevuto, non mi resta che cantarla! O com’è bella l’uva fogarina!
O com’è bello saperla vendemmiar
E far l’amor con la mia bella!
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7 Febbraio, 2023
Wine in Venice, un successo energizzante!
Wine in Venice, the place to be
Così titolavamo nell’editoriale di gennaio, in un periodo di intenso lavoro per il team che ha ideato e organizzato Wine in Venice.
Siamo sempre stati convinti della forza dell’idea iniziale, del concept da cui siamo partiti più di un anno fa, procedendo a braccetto con il team della magnifica location che ci ha ospitato, la Misericordia Maggiore di Venezia, verso l’edizione 1 ( o edizione 0 a seconda dei punti di vista).
L’idea generatrice è stata quella di parlare di vino in modo DIVERSO, di mettere sotto i riflettori prima di tutto i produttori, (piccoli, grandi, medi, conosciuti, sconosciuti, mai sentiti…poco importa) e quei produttori che non mettono al primo piano l’apparire ma l’essere. Il vino è sostanza, il vino è espressione dell’idea che un produttore ha. Un’idea che è tanto più forte, identitaria, responsabile quanto più chi produce lo fa secondo coscienza e abbracciando, per necessità innanzitutto, i tre principi che abbiamo voluto ricercare: etica, innovazione, sostenibilità.
Siamo riusciti a raccontare l’Italia attraverso il buon esempio e le buone pratiche di 20 realtà, una per regione, che hanno fatto scelte coraggiose prima che utili, scelte imposte dal cuore prima che dalla ragione. Sono questi virtuosi del nostro settore che vogliamo continuare a scoprire e a farvi scoprire, e Wine Tales Magazine continuerà anche nei mesi a venire a cavalcare l’onda anomala che Wine in Venice è riuscita a sollevare.
Un successo inaspettato, una città, Venezia, che ci ha accolto e ci ha cercato e voluto fortemente, una grande affluenza di pubblico interessato che ha partecipato ad ogni momento della manifestazione: Wine Talk, Masterclass, degustazioni, premiazione.
E siamo così galvanizzati da tutta questa energia positiva che siamo già pronti a partire per Wine in Venice 2024: le date fatidiche 20-23 gennaio!
Tenetevi liberi
Editoriale a cura di Francesca Pagnoncelli Folcieri
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3 Febbraio, 2023
Coos, raccontare la famiglia mettendoci la faccia
Coos, raccontare la famiglia mettendoci la faccia
Quando si produce vino, quando si deve gestire una azienda e se ne deve promuovere lo sviluppo, può capitare che proprio lo sviluppo non rientri più nelle filosofie che ne hanno dettato la nascita. Capita. Lo sviluppo è un po’ come far crescere una pianta. Serve cura. Serve amore. In un mondo come il nostro servono anche i mezzi economici. Tutto fila liscio fino a quando proprio quella filosofia che ne ha dettato la nascita, viene meno. Almeno nell’animo di chi l’ha fondata.
Coos. Coos è una delle famiglie storiche del Ramandolo, vino storico dei Colli Orientali del Friuli. Una famiglia che da sei generazione produce vino in quel di Nimis (Udine). Dario è la quinta generazione. Alessandro la sesta. Padre e figlio dal 2018 sono ripartiti con la loro nuova azienda: AD Coos. Un acronimo che ha le iniziali dei nomi che rappresentano le ultime due generazioni.
Perché “ripartire” se si è alla sesta generazione?
Dario Coos è figura importante per il Ramandolo. È lui che nel 1982 fu artefice, insieme alla cooperativa di Ramandolo (fondata dal bisnonno), del primo disciplinare. È lui che 1990 va a Roma per la creazione della DOC. Ed è sempre Dario a perorare la nascita della DOCG. Una famiglia che si trasferisce a Nimis nell’800 e inizia a produrre vino. Poi capita. Capita che l’azienda che prende il nome dalla quinta generazione dei Coos ha uno sviluppo non più compatibile con la filosofia di artigianalità che era la base del fare il vino e non c’è altra scelta che lasciar tutto. E ricominciare.
Ricominciare per voler raccontare la storia della propria famiglia. Mettendoci la faccia.
AD Coos dunque. Un nuovo inizio. Nell’anno domini 2018. AD. Anno domini.
In fondo mio papà ed io abbiamo fatto il liceo classico.
Volevamo scollegare le singole persone e raccontare la storia di famiglia.
Alessandro parla dell’esperienza passata come una ferita aperta. Ancora troppo aperta per poterne parlare in maniera distaccata. Forse perché il papà ne ha risentito davvero. Ma è un friulano. Di quelli testardi e pragmatici. Di quelli che non guardano al passato per piangersi addosso ma solo al futuro verso cui andare.
Avendo vissuto guerre, terremoti, perdite di figli l’insegnamento che abbiamo ricevuto è sempre stato quello di non piangersi addosso ma di guardare alle cose che portano la passione.
Quanta verità in questa frase. Ma qui siamo in Friuli. Terra pesantemente devastata dalla Grande Guerra prima, dalla Seconda Guerra Mondiale poi, dal terremoto del 1976 infine. Eppure sempre risorto. Sempre con lo sguardo al futuro senza mai perdersi d’animo. Perché il domani sia sempre meglio del passato. Grazie al lavoro.
Certo che c’è amarezza verso una avventura che deve aver causato al papà in primis e a lui di riflesso, tanti dispiaceri. Il nome della propria famiglia che non è più rappresentativo della propria famiglia. Ma dove non c’è tradizione, non c’è passione. Non c’è famiglia.
Passione, cuore. Ci metti la faccia. Tutti gli aspetti economici passano in secondo piano.
Come non credere ad Alessandro che parla con il cuore in mano. Tutto per soddisfare l’esigenza di ra
ccontare la storia della sua famiglia. Di interpretarla attraverso i propri vini. Le radici che affondano nel passato non possono non essere evidenziate.
Parla con tristezza del nonno Albino che non c’è più, terza generazione dei Coos. Memoria storica e ultimo vero assaggiatore di famiglia. Ora c’è solo lui, sesta generazione e il papà, quinta. Ecco perché la voglia di continuare.
Pragmatismo friulano. Sincerità friulana. Onestà friulana. Umiltà friulana. Ci si sente ospiti nel vigneto e non proprietari. Alessandro ricorda sempre di più il nonno e i suoi insegnamenti: mai intervenire in vigna se questa non ne ha bisogno; le viti vecchie vanno curate e seguite; piuttosto si fanno riposare ma occorre dare continuità ai vigneti.
Una filosofia che porta a sentirsi gestori della materia prima intervenendo il meno possibile al fine di mantenere gli aspetti varietali dei singoli vitigni caratterizzando l’annata. Anche prendendosi il diritto di rinunciare ad una vendemmia.
La passione è quella cosa che ti fa dire a fine giornata che nonostante tutto è andata bene. Divertirsi ed essere appagati.
Quanta dolcezza nelle parole di Alessandro.
Due ettari e mezzo di pura passione. Una dimensione che consente di avere il controllo diretto dando continuità alla qualità e ciò che proponi. Una gestione in famiglia con l’obiettivo di non ricommettere più gli errori del passato.
È bello notare che la gente assaggiando i vini si ricorda della famiglia.
Vuol dire che il nome dei Coos vale ancora qualcosa. Vale la memoria. Vale il futuro.
Pochi vini ma pienamente identitari del territorio. Anche se con qualche eccezione tipo il Sauvignon Blanc e il Pinot Grigio.
Assaggiamo proprio il Sauvignon. Prodotto per ricercare eleganza rispetto alla ruvidità friulana. Mi piace perché al naso ritrovo semplicità ed eleganza. Semplice nei sentori di frutta e fiori. Ben definito e vino. Il sorso è coerente con il naso. Grande equilibrio e pochi contrasti. Lineare, preciso, finanche civettuolo. Fresco, sapido con finale lievemente ammandorlato a perfetto contrasto la una sensazione di morbidezza iniziale. È un vino con persistenza non elevata che abbini facilmente finendo con altrettanto facilità la bottiglia.
Ci sono ovviamente gli bianchi friulani come il Friulano (che non si può ma si chiama qui Tocai) e la Ribolla Gialla e Pinot Nero. Poi ovviamente il Ramandolo e Refosco. Proprio quest’ultimo è da sempre il cavallo di battaglia di papà Dario che ne intuì il potenziale girando in lungo e largo l’Italia per capire come gestirlo al meglio.
Il Refosco in queste zone matura un mese dopo arrivando dunque a surmaturazione naturale. Veniva pestato con i piedi in grandi tini chiusi poi con la ponca per la macerazione. Macerazione piuttosto lunga.
È rappresentativo ripartendo dalla tradizione diventando un marchio di fabbrica.
Surmaturazione in pianta con vendemmia a fine ottobre e un 20% appassito in cassettine. Struttura e corpo senza fare legno per mantenere l’acidità fondamentale per il refosco. Nonché per le tradizioni friulane.
Si sente subito la frutta matura, la marasca tipica della surmaturazione. La mancanza di barrique fa emergere proprio il vitigno. Al sorso è evidente la parte surmatura che si sposa con il tannino e la freschezza rendendolo simile ad un Ripasso. Ma comunque differente. Identitario del territorio. La nota amabile utile proprio per evitare che sia troppo vegetale e spinto come i vecchi vini friulani. Ruvidità viene alleviata dalla morbidezza. Un vino che puoi bere tutti i giorni abbinandolo con facilità. Lo sorseggerei tutto. Bella continuità con la bevibilità del bianco.
Il Ramandolo (ottenuto con vendemmia tardiva che permette di contrastare perfettamente la freschezza e il tannino del Verduzzo) lo assaggio a casa seguendo il consiglio di Alessandro: ci vuole un formaggio vicino. Qualcosa di consistente.
Decido di sperimentare un estremo nord contro estremo sud con un caciocavallo podolico. Dico solo che ciò che ottengo è un tripudio di sapori. Non posso che dire: stupendo. Con un tonnarello cacio&pepe? La recensione completa cliccando qui @ivan_1969. Quando il cibo e vino unisce!
Parlare con Alessandro è rilassante. Lo ascolto con passione ed attenzione perché mi narra a cuore aperto della sua famiglia. Colgo una serenità di animo e una passione che raramente ho trovato. Non c’è voglia di riscatto, acredine, risentimento. L’unica forza motrice è la passione e la voglia di raccontare la storia di una famiglia. La sua. Mettendoci la faccia come continua a dire.
Bellissimo davvero.
Ivan Vellucci
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2 Febbraio, 2023
Nittardi ed il suo legame con l’arte
Nittardi ed il suo legame con l’arte
Come spesso ho scritto qui nella mia rubrica, il vino è una forma d’arte a tutti gli effetti e rappresenta un concentrato di emozioni per tutti noi appassionati.
Per arricchire questo concetto voglio iniziare questo articolo riportando le parole di Léon Femfert, oggi alla guida dell’azienda Nittardi fondata dai genitori Peter Femfert, gallerista d’arte con amore per il vino e per l’Italia, e Stefania Canali, storica e docente universitaria:
Léon Femfert
«Il vino è più di un prodotto agricolo. Dentro ciascuna bottiglia, nel vino stesso, assapori la terra da cui proviene, percepisci la forza di chi l’ha prodotto e la storia che lo ha plasmato. Per me, il vino è Cultura con la C maiuscola, come l’arte, la musica e la poesia».
Nittardi si trova sulle colline tra Firenze e Siena in una posizione privilegiata a 450 metri di altezza, tra le morbide colline di San Donato, Castellina in Chianti e Panzano. La proprietà conta 160 ettari totali di cui 40 ettari vitati suddivisi in due corpi: una parte a Castellina in Chianti e una in Maremma.
Nel Chianti Classico si coltivano Sangiovese, altre varietà autoctone e una piccola vigna di Merlot. In Maremma troviamo Sangiovese, Cabernet Sauvignon, Merlot, Petit Verdot, Cabernet Franc, Syrah, Vermentino, Roussanne e alcune varietà sperimentali.
La tenuta Nittardi era, originariamente, una torretta utilizzata a scopo difensivo, utilizzata già nel XVI secolo e conosciuta con il nome di “Nectar Dei”. Nel corso dei secoli la struttura è passata in mano a diversi proprietari, tra cui spicca anche il grande Michelangelo Buonarroti, genio insuperabile le cui opere oggi affascinano milioni di persone.
Con la loro attività vitivinicola, Peter Femfert e Stefania Canali hanno deciso di conservare in modo concreto il profondo legame tra vino, arte e cultura, che da sempre caratterizza la tenuta. La coppia, anno dopo anno, è riuscita a riportare agli antichi fasti la tenuta, reimpiantando alcuni vigneti nel 1992, aumentando i propri tenimenti espandendosi in Maremma, e chiamando come enologo il celebre Carlo Ferrini.
Per mantenere ancora più stretto il legame con l’arte, ogni anno, sin dal 1981, un artista di fama internazionale realizza per il Chianti Classico “Casanuova di Nittardi” l’etichetta e la carta seta che avvolge le bottiglie, aggiungendo un ulteriore valore artistico al loro valore enologico.
Per festeggiare il 40° anniversario del loro Chianti Classico “Vigna Doghessa” la famiglia Canali-Femfert ha deciso di indire un concorso artistico internazionale aperto anche ad artisti anche emergenti e di scegliere, per la vendemmia 2020, non uno ma ben sei artisti per vestire questa ricorrenza speciale e un settimo artista per il formato magnum.
Il Chianti Classico Casanuova di Nittardi, con le sue etichette d’artista, nasce in prossimità della casa padronale a Castellina in Chianti e dal 2012 è espressione di una vigna particolarmente vocata, “Vigna Doghessa”: un appezzamento situato a 450 metri slm con terreni di media profondità, ricco di galestro ed alberese, che definiscono il carattere di questo Sangiovese.
I filari, esposti verso il sud, godono di un microclima ideale per la produzione di vini che anno dopo anno riescono ad esprimere queste antiche terre come delle vere opere d’arte. L’edizione 2020 è frutto di un’annata “classica” che ha permesso la produzione di un Chianti Classico straordinario, complesso e ricco.
L’intera produzione di Chianti Classico Casanuova di Nittardi “Vigna Doghessa” 2020 inoltre è stata suddivisa in circa 6000 casse, ciascuna con 6 bottiglie, una diversa dall’altra e tutte fasciate con la propria carta seta: una collezione nella collezione che (per chi non si accontenta di una sola bottiglia) è disponibile nelle migliori enoteche a partire da novembre scorso.
La giuria del Premio Nittardi è stata composta da famosi galleristi, personalità di settore, artisti e collezionisti d’arte e tutte le opere vincitrici sono state esposte in una mostra gratuita “40 anni di vino e arte” presso la Galleria Palazzo Coveri a Firenze.
L’arte è nel DNA dell’azienda infatti la casa padronale e i vigneti più prossimi sono infatti punteggiati da 45 sculture create da famose personalità e che creano un percorso artistico davvero unico: il Giardino delle Sculture.
Nittardi grazie alla sua grande vocazione artistica, alla cultura e al vino riesce a quindi a trasmettere emozioni profonde, personali e uniche, non resta che degustare!
A cura di Giuseppe Petronio
Mi trovi su Instagram @peppetronio
Leon Femfert
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27 Gennaio, 2023
Cantina De Vita, crescerò e solo per il mondo andrò
Cantina De Vita, crescerò e solo per il mondo andrò
Vi ricordate la pubblicità dei biscotti Plasmon? Si i biscotti Plasmon quelli che mangiavamo da bambini e che, per chi ha avuto fratelli o sorelle, rubavamo di nascosto (c’è pure chi ha continuato a mangiarli da adulto tanto che la stessa Plasmon ne ha prodotto una versione per adulti). Ecco, un jingle della pubblicità faceva
Crescerò, e solo per il mondo andrò Mò che c’entrano i biscotti con il vino? Un momento no? C’entrano con la storia che sto per raccontare. Quella di una persona che sa di dover crescere ma ha già le idee chiare. Per il vino non per i biscotti. Per puro caso mio padre mi fa sapere che avevamo reimpiantato il vigneto della masseria di famiglia ed erano dunque pronte le uve per essere vendute. Alla fine mi sono chiesto: ma perché dobbiamo vendere le uve? Ferma tutto! Vorrei provare ad iniziare la strada da produttore Così inizia Roberto De Vita il suo racconto e così inizia la sua storia di vignaiolo. Di professione? No, di amore. Roberto è un broker farmaceutico come lui stesso ama definirsi che si avvicina al vino per puro caso. Un po’ per sfidare sé stesso un po’ per creare e vivere quelle emozioni che solo il vino sa dare. Non è certo uno sprovveduto né uno che fa le cose per caso. Studia. Si informa. Si confronta con tutti perché vuole creare qualcosa di concreto. Oltre alle emozioni. Sperimenta soprattutto. Anche se questo vuol dire confrontarsi, anzi scontrarsi con il proprio enologo. Che spesso ci azzecca come direbbero da queste parti. Ah ecco, dimenticavo di dirvi quali parti. Siamo vicino Salerno con soli due ettari nemmeno vicini. Un pezzo negli Alburni a circa 50 km da Salerno; l’altro alle porte del capoluogo- La vigna è in mezzo ad una vallata e difronte a me ho la regina indiscussa dei vini dei colli di Salerno che è Montevetrano. Praticamente ci guardiamo. In effetti dove sorgono le vigne e la masseria di famiglia, si è dentro un canalone che porta fino a gettarsi nel golfo di Salerno. Esposizione fantastica e soprattutto posta in una posizione che riesce a godere delle brezze marine. La masseria di famiglia c’è da metà 800 e fino agli anni 30 del secolo scorso produceva vino. Per la famiglia mica per venderlo. Poi quando uno fa il farmacista, broker farmaceutico scusate, non è che ha molto tempo per la vigna. Almeno fino a quando non capisce che tesoro si ritrova tra le mani. Serviva un enologo e una cantina per vinificare. In attesa di ristrutturare la masseria. Pragmatico ed attento Roberto. Come un farmacista appunto. Perché sa che questo è un modo che prima di dare emozioni richiede sacrificio. Investimenti e sacrifici. L’idea comunque è un vino che potesse rappresentare il territorio. Il suo territorio. E quando senti parlare Roberto lo capisci che quello è un attaccamento viscerale. Quando parla dei suoi vini e delle differenze con quelli cilentani, irpini, beneventani. Ci tiene a tenerli nell’alveo di Salerno. Ecco che per creare un vino rappresentativo prende i due vitigni che sono la Campania: la Falanghina e il Fiano. Creare un blend per rendere il Fiano meno opulento e la Falanghina meno impegnata. Ne ricava il Saltalavia (recensito su @ivan_1969)con un 80% di Fiano e un 20% di Falanghina. Un ettaro di vigneto diviso con le stesse identiche proporzioni del blend: così è la vigna, così è il vino. Perché impegnarsi a fare le quote quando le puoi ottenere già dalla vigna? Ecco appunto la vigna. 4 anni, un po’ troppo giovane per poter ottenere un vino interessante. Eppure Roberto ci si butta a capofitto (dopo aver fatto le analisi ovviamente) in maniera semplice e diretto! Come il vino che ne deriva dopo solo sei mesi di acciaio. Pane, burro e alici dinanzi ad un tramonto. Questa l’idea che vorrei comunicare con Saltalavia. Quello che assaggio, un 2021, è davvero interessante. I sentori del Fiano ci sono tutti. Quelli della Falanghina pure. Ci sono i frutti i frutti a pasta bianca come la pesca, c’è il mandarino e soprattutto la nocciola. Vivida, intensa che mi ricorda le mozzarelle di bufala di Battipaglia. C’è macchia mediterranea segno che le brezze del mare arrivano, sì che arrivano. Profumi floreali e fruttati della Falanghina che spezzano l’opulenza del Fiano. Anche in bocca dove è Fresco, sapido, secco. Un vino verticale, pulito, equilibrato con sentori e sapori che si evidenziano uno dietro l’altro. La giovinezza prevale e si evidenzia dal finale che va verso l’amarognolo ma non ci arriva. L’uva deve essere già di qualità in vigna per poi dare un prodotto interessante. Roberto sa della giovinezza delle sue vigne e sa anche che anno dopo anno i suoi vini saranno sempre meglio. L’ottavo anno è quello a cui punta per avere una pianta matura. Calcoli da vero farmacista. Non certo da broker farmaceutico. Assaggiamo poi il Capofilaro. Aglianico del mio territorio. Tanto per ribadire il concetto. Piante di 8 anni poste ad una altitudine di circa 600 metri. Vendemmia 2020 con un anno di acciaio e 8 mesi di botte piccola secondo/terzo passaggio. L’idea è ammorbidire il rognoso Aglianico. “Un vino che dovrebbe rimanere in bottiglia ancora sette/otto mesi”. Lo assaggiamo comunque per capirne le potenzialità. Rosso rubino con riflessi porpora. Emerge molto la terrosità, il sottobosco. Insomma il vegetale che arriva prima dei frutti, prima delle spezie, prima delle tostature. Segno che il vino deve ancora riposare. L’impetuosità, o rognosità che dir si voglia, ha bisogno di tempo. Serve domarla questa forza dirompente dell’Aglianico. Ma che potenzialità! La freschezza è forte, così forte da far venir meno l’equilibrio. La spalla è forte. Il tannino potente ma non invadente, non aggressivo. Questo mi fa capire quanto sia un vino di prospettiva che deve evolversi in bottiglia. Non più in botte per evitare di acquisire altri sentori. La differenza tra naso e sorso è evidente. Così come lo squilibrio e quel finale che tende ad essere ammandorlato. Ma è un vino che acquisterei per tenermelo in cantina per berlo a più riprese apprezzandone l’evoluzione. Piccole produzioni da queste parti. Meno di 3000 bottiglie per l’Aglianico Capofilaro e circa 4700 bottiglie per il blend Falanghina/Fiano Saltalavia. Ne ha di tempo Roberto per crescere. E sono certo che crescerà bene perché quello che ho assaggiato ha mostrato, a pieno, le sue potenzialità. Certo anche Roberto sa che deve aspettare e sa anche che dovrà continuare a scontrarsi (o confrontarsi) con il suo enologo. Sono un po’ testadura e dico all’enologo: facciamo così. Poi però quando sbaglio gli dico che aveva ragione. Sa che deve provare. Deve sperimentare proprio perché è all’inizio e di vino ne sa poco. E già ha in serbo un bel rosato che recepirà una base di Cabernet e Merlot. Piano piano crescerò. Lo sa. Lo vuole. Ci crede. Vedete che il jingle della Plasmon ci stava bene? Bravo Roberto. Continua. Continua a crederci fino in fondo. Perché la terra, la tua terra, saprà regalarti (e regalarci) davvero belle cose. Ivan Vellucci Mi trovi su instagram : @ivan_1969
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Crescerò, e solo per il mondo andrò Mò che c’entrano i biscotti con il vino? Un momento no? C’entrano con la storia che sto per raccontare. Quella di una persona che sa di dover crescere ma ha già le idee chiare. Per il vino non per i biscotti. Per puro caso mio padre mi fa sapere che avevamo reimpiantato il vigneto della masseria di famiglia ed erano dunque pronte le uve per essere vendute. Alla fine mi sono chiesto: ma perché dobbiamo vendere le uve? Ferma tutto! Vorrei provare ad iniziare la strada da produttore Così inizia Roberto De Vita il suo racconto e così inizia la sua storia di vignaiolo. Di professione? No, di amore. Roberto è un broker farmaceutico come lui stesso ama definirsi che si avvicina al vino per puro caso. Un po’ per sfidare sé stesso un po’ per creare e vivere quelle emozioni che solo il vino sa dare. Non è certo uno sprovveduto né uno che fa le cose per caso. Studia. Si informa. Si confronta con tutti perché vuole creare qualcosa di concreto. Oltre alle emozioni. Sperimenta soprattutto. Anche se questo vuol dire confrontarsi, anzi scontrarsi con il proprio enologo. Che spesso ci azzecca come direbbero da queste parti. Ah ecco, dimenticavo di dirvi quali parti. Siamo vicino Salerno con soli due ettari nemmeno vicini. Un pezzo negli Alburni a circa 50 km da Salerno; l’altro alle porte del capoluogo- La vigna è in mezzo ad una vallata e difronte a me ho la regina indiscussa dei vini dei colli di Salerno che è Montevetrano. Praticamente ci guardiamo. In effetti dove sorgono le vigne e la masseria di famiglia, si è dentro un canalone che porta fino a gettarsi nel golfo di Salerno. Esposizione fantastica e soprattutto posta in una posizione che riesce a godere delle brezze marine. La masseria di famiglia c’è da metà 800 e fino agli anni 30 del secolo scorso produceva vino. Per la famiglia mica per venderlo. Poi quando uno fa il farmacista, broker farmaceutico scusate, non è che ha molto tempo per la vigna. Almeno fino a quando non capisce che tesoro si ritrova tra le mani. Serviva un enologo e una cantina per vinificare. In attesa di ristrutturare la masseria. Pragmatico ed attento Roberto. Come un farmacista appunto. Perché sa che questo è un modo che prima di dare emozioni richiede sacrificio. Investimenti e sacrifici. L’idea comunque è un vino che potesse rappresentare il territorio. Il suo territorio. E quando senti parlare Roberto lo capisci che quello è un attaccamento viscerale. Quando parla dei suoi vini e delle differenze con quelli cilentani, irpini, beneventani. Ci tiene a tenerli nell’alveo di Salerno. Ecco che per creare un vino rappresentativo prende i due vitigni che sono la Campania: la Falanghina e il Fiano. Creare un blend per rendere il Fiano meno opulento e la Falanghina meno impegnata. Ne ricava il Saltalavia (recensito su @ivan_1969)con un 80% di Fiano e un 20% di Falanghina. Un ettaro di vigneto diviso con le stesse identiche proporzioni del blend: così è la vigna, così è il vino. Perché impegnarsi a fare le quote quando le puoi ottenere già dalla vigna? Ecco appunto la vigna. 4 anni, un po’ troppo giovane per poter ottenere un vino interessante. Eppure Roberto ci si butta a capofitto (dopo aver fatto le analisi ovviamente) in maniera semplice e diretto! Come il vino che ne deriva dopo solo sei mesi di acciaio. Pane, burro e alici dinanzi ad un tramonto. Questa l’idea che vorrei comunicare con Saltalavia. Quello che assaggio, un 2021, è davvero interessante. I sentori del Fiano ci sono tutti. Quelli della Falanghina pure. Ci sono i frutti i frutti a pasta bianca come la pesca, c’è il mandarino e soprattutto la nocciola. Vivida, intensa che mi ricorda le mozzarelle di bufala di Battipaglia. C’è macchia mediterranea segno che le brezze del mare arrivano, sì che arrivano. Profumi floreali e fruttati della Falanghina che spezzano l’opulenza del Fiano. Anche in bocca dove è Fresco, sapido, secco. Un vino verticale, pulito, equilibrato con sentori e sapori che si evidenziano uno dietro l’altro. La giovinezza prevale e si evidenzia dal finale che va verso l’amarognolo ma non ci arriva. L’uva deve essere già di qualità in vigna per poi dare un prodotto interessante. Roberto sa della giovinezza delle sue vigne e sa anche che anno dopo anno i suoi vini saranno sempre meglio. L’ottavo anno è quello a cui punta per avere una pianta matura. Calcoli da vero farmacista. Non certo da broker farmaceutico. Assaggiamo poi il Capofilaro. Aglianico del mio territorio. Tanto per ribadire il concetto. Piante di 8 anni poste ad una altitudine di circa 600 metri. Vendemmia 2020 con un anno di acciaio e 8 mesi di botte piccola secondo/terzo passaggio. L’idea è ammorbidire il rognoso Aglianico. “Un vino che dovrebbe rimanere in bottiglia ancora sette/otto mesi”. Lo assaggiamo comunque per capirne le potenzialità. Rosso rubino con riflessi porpora. Emerge molto la terrosità, il sottobosco. Insomma il vegetale che arriva prima dei frutti, prima delle spezie, prima delle tostature. Segno che il vino deve ancora riposare. L’impetuosità, o rognosità che dir si voglia, ha bisogno di tempo. Serve domarla questa forza dirompente dell’Aglianico. Ma che potenzialità! La freschezza è forte, così forte da far venir meno l’equilibrio. La spalla è forte. Il tannino potente ma non invadente, non aggressivo. Questo mi fa capire quanto sia un vino di prospettiva che deve evolversi in bottiglia. Non più in botte per evitare di acquisire altri sentori. La differenza tra naso e sorso è evidente. Così come lo squilibrio e quel finale che tende ad essere ammandorlato. Ma è un vino che acquisterei per tenermelo in cantina per berlo a più riprese apprezzandone l’evoluzione. Piccole produzioni da queste parti. Meno di 3000 bottiglie per l’Aglianico Capofilaro e circa 4700 bottiglie per il blend Falanghina/Fiano Saltalavia. Ne ha di tempo Roberto per crescere. E sono certo che crescerà bene perché quello che ho assaggiato ha mostrato, a pieno, le sue potenzialità. Certo anche Roberto sa che deve aspettare e sa anche che dovrà continuare a scontrarsi (o confrontarsi) con il suo enologo. Sono un po’ testadura e dico all’enologo: facciamo così. Poi però quando sbaglio gli dico che aveva ragione. Sa che deve provare. Deve sperimentare proprio perché è all’inizio e di vino ne sa poco. E già ha in serbo un bel rosato che recepirà una base di Cabernet e Merlot. Piano piano crescerò. Lo sa. Lo vuole. Ci crede. Vedete che il jingle della Plasmon ci stava bene? Bravo Roberto. Continua. Continua a crederci fino in fondo. Perché la terra, la tua terra, saprà regalarti (e regalarci) davvero belle cose. Ivan Vellucci Mi trovi su instagram : @ivan_1969
26 Gennaio, 2023
Botte vecchia fa buon design
A San Patrignano, botte vecchia fa buon design. Barrique, la nuova vita del legno, è un progetto di recupero a 360 gradi: di persone, materiali, saperi.
Tutto inizia dieci anni fa dalla collaborazione tra Riva1920, azienda brianzola del mobile con il binomio legno&design nel dna, e la più grande comunità di recupero dalle dipendenze in Europa. Dal legno delle botti esauste della cantina di San Patrignano, e dal suo laboratorio di falegnameria, nasce una collezione di oggetti d’arredo, firmati da noti nomi del design, dell’architettura, dell’arte e della moda. Oggi il progetto prosegue con nuovo slancio, sempre sposando creatività e sostenibilità.
Ma andiamo con ordine. La comunità di San Patrignano ha sviluppato negli anni un’importante attività vitivinicola. I suoi ospiti si prendono cura (e viceversa) dei 105 ettari vitati sulle colline di Rimini. Qui, a un’altitudine di 200 metri, sono coltivati sangiovese, cabernet sauvignon, merlot, cabernet franc, pinot noir, chardonnay e sauvignon blanc.
Il microclima favorevole determinato dalle brezze marine dell’Adriatico e dalla presenza del monte Titano e la recente direzione tecnica dell’enologo Luca D’Attoma (succeduto a Riccardo Cotarella) parlano di qualità.
Alcuni rossi della cantina affinano in barrique e tonneau in legno di rovere francese stagionato all’aria aperta almeno per tre anni. Dopo tre vendemmie questi contenitori esauriscono la loro vita utile, ma il loro legno acquisisce una bellezza intrinseca, ricca di sfumature color vinaccia. Materiale da esaltare in nuove funzioni. Ogni singola doga da scarto si trasforma così in risorsa creativa per i designer chiamati da Riva1920.
Come nell’ultimo modello entrato in collezione, il Wine Table di Carlo Colombo: più che da un designer sembra creato da un maestro d’ascia, vista la struttura che evoca uno scafo navale.
La doga, nell’omonimo tavolo disegnato da Michele de Lucchi, ripetuta e accostata diventa un piano dal suggestivo pattern grafico.
Bottea di Mario Botta non è un gioco di parole ma una panca che l’architetto ticinese rende in grado di trasformarsi in libreria grazie a ingegnosi incastri; poco importa che i piani siano concavi.
La sedia Goffo di Alessandro Mendini è un oggetto tra il rustico e lo spiritoso che bene interpreta la personalità colta e irriverente del designer.La chaise longue DOC creata da Marc Sadler è sinuosa come una colonna vertebrale.
Nel paravento Plié dell’archi-designer Matteo Thun le doghe si liberano dalle cerchiature metalliche e si distendono in inedite geometrie lineari.
La concreta leggerezza tipica del design di Alberto Meda si esplica nel progetto Cinquedoghe: un’altalena per regalare un senso di euforia e di ebbrezza, come fa il vino.
Il pop-designer Karim Rashid nello sgabello Inverso rovescia letteralmente la botte, portando all’esterno la parte interna, color del vino.
Non possono che esprimere eleganza due progetti legati a nomi della moda. Virgola di Anna Zegna è una variante chic della classica poltrona sdraio, la poltroncina Draghessa di Chiara Ferragamo e Davide Rocchi punta sull’alternanza quasi optical tra gli elementi in tinta vinaccia e rovere.
Questi sono solo alcuni esempi della versatilità d’arredo della collezione Barrique, ma soprattutto dell’insospettabile capacità di metamorfosi di una botte. A dimostrazione che, a San Patrignano, una botte non fa solo buon vino, ma anche buon design.
Mi è sempre piaciuta l’espressione “botte esausta”. Dà l’idea di qualcuno che ha svolto fino in fondo il proprio compito, senza risparmiarsi. Ha senso dunque che da scarto si trasformi in materiale nobile di progetto, capace di generare, dopo gioia per il palato, bellezza per gli occhi. Tra sostenibilità ambientale e sensibilità sociale.
Postilla Leggi&Bevi
Vino consigliato per accompagnare la lettura di questo articolo:
Colli di Rimini Rosso Noi. È l’etichetta di SanPatrignano che già nel nome celebra la coralità, il carattere collettivo della missione della Comunità e del progetto di cui ho scritto sopra. Per questo non può che essere un blend. Di sangiovese, cabernet sauvignon e merlot, assemblati prima di andare in bottiglia (6 mesi di riposo), dopo un affinamento di 12 mesi in barrique di secondo passaggio. Note di marasca, mora matura e ribes e un a bella trama tannica per un vino per tutte le occasioni. Noi è un’etichetta storica di SanPatrignano e l’annata 2020 è la prima firmata Luca D’Attoma.
A cura di Katrin Cosseta
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23 Gennaio, 2023
Quota 101 ottiene la certificazione Casaclima Wine
Quota 101 ottiene la certificazione Casaclima Wine
Cari amici, questa mia prima pubblicazione del 2023 mi riporta su uno degli argomenti che ho più a cuore: la sostenibilità nel mondo del vino.
Vi racconto di Quota 101, un’azienda vitivinicola a conduzione familiare immersa nei Colli Euganei, nelle vicinanze di Padova, area D.O.C. di origine vulcanica. Il suo nome deriva proprio dall’altitudine, perché è situata a 101 m.s.l.m. sulla cima di una collina, incastonata nel mezzo del Parco Regionale dei Colli Euganei, lontano da strade trafficate e con una vista mozzafiato che arriva fino a Venezia.
I Colli Euganei, per chi non ne avesse mai sentito parlare, sono l’incredibile risultato geologico di fenomeni vulcanici risalenti a oltre 40 milioni di anni fa dove le colline hanno un cuore vulcanico ma non assomigliano ad una tipica catena montuosa. Ciascun colle è il risultato di uno specifico spostamento della crosta terrestre e di conseguenza possiede una forma unica e una particolare composizione del suolo e minerale.
L’azienda segue una filosofia ben definita: i vini sono certificati biologici e prodotti nel rispetto dell’ambiente, e sebbene produrre abbia sempre un impatto, la sfida che si pone l’azienda è quella di ridurlo al minimo, migliorando continuamente la sostenibilità delle proprie azioni.
L’idea parte dopo il restauro della vecchia cantina che oggi è la barricaia per l’affinamento dei vini. Nell’autunno del 2019 è stato dato il via alla costruzione di una nuova cantina in uno spazio in precedenza destinato alla stalla in disuso, e per farla è stata fatta la scelta di essere più rispettosi possibili nei confronti del bene più prezioso, la natura in cui l’attività aziendale si immerge.
Questo percorso ha portato a dicembre 2022 questa realtà ad essere la nona cantina (sono effettivamente poche!) a certificare secondo il protocollo CasaClima Wine la propria struttura di produzione.
La progettazione della nuova cantina, oltre ad aver posto una particolare attenzione all’aspetto della progettazione architettonica, ha scelto di rispettare i parametri e i criteri stabiliti da CasaClima Wine in termini di efficienza energetica e consumo di risorse. Con un impianto fotovoltaico da 50 KW, la scelta di un innovativo sistema costruttivo in legno X-Lam (pannelli di legno massiccio a strati incrociati, composti da più strati di lamelle o tavole, sovrapposti e incollati uno sull’altro a 90°) e una gestione idrica particolarmente attenta che ha permesso che si potesse mantenere le stesse condizioni idriche esistenti prima della costruzione grazie ad un sistema di vasche di raccolta che consente il recupero dell’acqua piovana.
Tutta la scelta progettuale, oltre a seguire canoni di estetica o operativi, è stata fatta nel modo più rispettoso possibile nei confronti della natura: si è scelto infatti di rivestire le pareti esterne con delle tavole di larice naturale creando così una parete ventilata che, sfruttando le naturali caratteristiche del legno, permette di mantenere nel tempo un dialogo con l’ambiente circostante.
Una quinta di alberi preesistente è stata mantenuta e salvaguardata durante la costruzione per fare da filtro tra il manufatto moderno e l’ambiente esterno alla proprietà, inoltre, l’edificio al piano superiore, è dotato di uno spazio che ha come prima funzione quella di essere luogo di appassimento delle uve, mentre nel resto dei mesi è lo spazio destinato agli eventi e alle degustazioni dotato di grandi vetrate per dare alla natura intorno la possibilità di mostrarsi nel suo splendido panorama. In questo spazio le pareti sono rivestite da uno speciale pannello fono assorbente che elimina il riverbero acustico, rendendo confortevole la conversazione.
Scelte che, nel rispetto dei parametri della certificazione, non riguardano solo l’efficienza energetica, ma considerano anche altri aspetti, come il riciclo dell’acqua, il comfort degli ambienti, la qualità dell’aria, oltre a focalizzarsi anche su requisiti specifici come il packaging, l’impronta di CO2 delle bottiglie, abbattuta adottando delle bottiglie più leggere, o la valorizzazione degli scarti di lavorazione. Quota 101 si è preoccupata di curare ogni aspetto, dall’isolamento termico agli aspetti di fono-assorbimento nel locale di accoglienza all’utilizzo fonti rinnovabili attraverso un impianto fotovoltaico, preferendo illuminazione ad alta efficienza.
La sostenibilità è fatta di tante scelte e Quota 101 ha scelto andare nella direzione giusta ponendo attenzione alle generazioni future e all’ambiente, perché il pianeta è un prestito ricevuto dai nostri figli che dobbiamo restituire nel miglior modo possibile, ed ognuno deve fare la propria parte!
A cura di Giuseppe Petronio
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