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13 Marzo, 2023
IoVino Roma
IoVino Roma
Ho partecipato a decine di degustazioni e manifestazioni sul vino. Quella di ieri 12 marzo al TH Carpegna Palace di Roma organizzato da IoVino aveva un che di particolare.
Due regioni possono sembrare poco. Magari c’è anche chi ha snobbato l’evento pensando ad una diminutio. Chiunque lo abbia fatto ha sbagliato di grosso. Due regioni possono rappresentare tanto. Possono esprimere aziende e persone che meriterebbero una maggiore notorietà. Due regioni che offrono visioni del vino diverse, magari non accomunate da nulla. Se non dalla consapevolezza di offrire prodotti di assoluto rilievo oltre i mostri sacri che le stesse offrono.
Le Marche che può andare aldilà del Verdicchio e delle sue espressioni. Che trova in tutti i produttori presenti reinterpretazioni dei bianchi e dei rossi di una moltitudine di sfaccettature.
La Campania poliedrica e determinata ad andare oltre l’Aglianico, Il Greco e il Fiano (comunque eccellenti!) focalizzandosi su vitigni autoctoni spesso non valorizzati come il Piedirosso, il Pallagrello, l’Asprinio per citarne alcuni
Ho incontrato produttori schietti e sinceri. Abbiamo discusso dei loro vini. Abbiamo scherzato. Abbiamo riso. Ci siamo confrontati sui loro prodotti che ho trovato non mediamente ma tutti di ottimo livello.
Un plauso all’organizzazione e un plauso a tutti i produttori che hanno realmente portato la loro terra, la loro esperienza, il loro amore per questo settore in quel di Roma
NB I miei vini sono nelle stories “IoVino” del mio account Instagram (link sotto)
Ivan Vellucci
Mi trovi su instagram : @ivan_1969
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10 Marzo, 2023
Azienda Agricola La Greggia e la Toscana che non ti aspetti
Azienda Agricola La Greggia e la Toscana che non ti aspetti
Lui è il gatto, io la volpe, siamo in società.
Di noi ti puoi fidar Essere azienda agricola in Toscana non è cosa semplice. Produrre vino, vino di qualità, è ancora più complicato. Non già perché non ci sia un terreno vocato o un clima ideale. È che occorre rispettare la tradizione, quella che porta ad usare il Sangiovese e poco altro. Quella che fa produrre vini che ne rappresentano l’anima e vogliono rappresentare solo quello. Quella tradizione che vuole che il vino si debba vendere anche sfuso e in grande quantità. Insomma, un mix di fattori che rendono la vita complicata, se non impossibile a chi vuole iniziare l’avventura enoica in queste zone. Senza tralasciare il doversi scontrare con i mostri sacri del vino italiano. Alfredo Moretti fonda l’azienda La Greggia in quel di Tizzana, borgo tar Pistoia e Prato, insieme alla moglie Katlhleen. Siamo nel 2012 circa. Le vigne impiantate qualche tempo prima seguendo i consigli raccolti qua e là così da ritrovarsi con del Merlot, del Cabernet Sauvignon e ovviamente l’omni presente Sangiovese che in Toscana non può mai mancare. Insieme a Alicante Bouschet e Barsaglina: due vitigni non proprio comuni. O facili. La produzione è giusta ma l’esperienza enologica forse non è al massimo così che, per dare una sferzata inizia la collaborazione, quasi fortuita, con Andrea Paglietti, enologo piemontese. Quando sono arrivato io la tecnica enologica di cantina era un po’ arretrata e i vini non all’altezza. Insomma, non erano un granché. Alla cantina avrei dato un 3, ai vini 5/6 grazie ad un cantiniere appena arrivato Insomma un po’ di esperienza importata dal Piemonte. Mica poco. La qualità del vino è subito salita grazie ad una cantina pronta. Esposizioni belle. Belle vigne Migliorare la qualità è e deve essere l’obiettivo da raggiungere. Detta così non sembra difficile. Ma in un mondo dove il vino è quello da tavola, dove la produzione deve essere alta e dove il Sangiovese comanda, è complicato. Se non complesso. Un classico della zona. Hanno tutti premura di vendemmiare presto. A fine agosto si raccoglie il Merlot. A fine settembre il Cabernet. In mezzo il resto. Ora ho imposto che quando gli altri raccolgono il Sangiovese noi raccogliamo il Merlot Andrea ha una lunga esperienza e le idee chiare. Ma si scontra con la tradizione che è dura da cambiare. Non è stato facile far passare il discorso delle basse produzioni e che si vendemmia con calma Eh ma ci vuole pure la parte commerciale. Così si ricostruisce la linea dei vini, si creano nuove etichette, si usa Barsaglina, Alicante e Sangiovese per il vino sfuso. Arriva Alberto, Funghi, per dare un po’ di freschezza commerciale. Non capita tutti i giorni
Di avere due consulenti
Due impresari, che si fanno
In quattro per te Alberto ed Andrea. A&A. Il gatto e la volpe. È così che me li immagino quando si alternano a raccontare della cantina, del vino, delle esperienze, del loro operato. Una bella coppia che si spalleggia a vicenda. Andrea ha il piglio del piemontese. Schietto ma delicato. Pulito ma deciso. Ha portato la cultura piemontese in toscana cercando di ammorbidire l’acidità e i tannini toscani. Duri. Forti. Determinati. Alberto è un toscano atipico. Non ha l’esuberanza tipica perché pacato ma il piglio commerciale è quello giusto. Saper bene dei propri prodotti, toccando le leve giuste, non è da tutti. I risultati in bottiglia ci piacciono e piacciono alla ristorazione così come ai clienti Insieme sono una bella coppia. Attiva e dinamica. Si passano la palla ridendo l’uno dell’altro. Si spalleggiano. Il gatto e la volpe insomma. Quattro i vini prodotti (oltre al Vin Santo e all’olio): Moraie, Merlot in purezza; Vicomoro, Cabernet Sauvignon e Franc; Fontanaccio, Sangiovese in purezza. Ah il quarto, l’Iracondo, blend di Cabernet Sauvignon, Franc e Merlot Dedicato al socio che si scaldava un po’ tanto Andrea ci tiene ad una sottolineatura Il rapporto qualità prezzo è 8. Ciò che manca per arrivare al 10 è l’essere famosi. Alla cieca i nostri vini sono pari o meglio di marchi blasonati Non vedi che è un vero affare
Non perdere l’occasione se noi poi te ne pentirai Andrea è sempre più schietto ma pragmatico. Non dice cose che non ritiene vere e lo testo subito assaggiando i vini. Assaggiamo dunque prima il Vicomoro (recensito anche sulla mia pagina Instagram @ivan_1969). Cabernet Sauvignon e Franc annata 2018. Bel colore rubino intenso con piccoli riflessi granata. Si vede che è ancora un pelino giovane nonostante gli oltre quattro anni. I sentori confermano la necessità di maggiore evoluzione. C’è prevalenza di vegetale e frutta ancora aspra. Le tostature e le spezie ci sono. Con i legni siamo blandi per una alta percentuale di terzo, quarto e quinto passaggio Arriva anche del caffè e del cacao. Un vino che è intrigante perché, avendo necessità di apertura, regala qualcosa in più ad ogni rotazione del calice. In bocca la freschezza c’è tutta e si evidenzia, se ancora ce ne fosse bisogno, la necessita di un ulteriore anno di affinamento. Il tannino maturo è ancora un po’ aggressivo così che senza un abbinamento diventa mordente. Non puoi berlo da solo! Ciò che mi piace è la coerenza tra olfatto e gusto e il retro olfatto di frutta fresca. Come mi diceva un rappresentante in toscana vino è franco: Colore, naso, bocca e retro olfattivo convergono Persistenza buona. Equilibrato di quell’equilibrio appena arrivato. Sicuramente meno spigoloso di un Chianti. Lineare, completo. Bel biglietto da visita. Ora il Moraia, Merlot in purezza, annata 2019. Scuro, compatto, attraentemente seduttivo grazie ad un rubino intenso con riflessi porpora. L’annata è stata calda e la frutta si sente matura, al limite della confettura. Prugna e ciliegia a profusione. La frutta sembra masticabile, croccante. I 12 mesi di barrique, sempre di diversi passaggi fanno emergere sentori terziari. In bocca la sensazione rispetto al Vicomoro è di maggi or calore e persistenza minore. Un vino più facile, forse più piacione. Dotato di una morbidezza che migliorerà ulteriormente con il tempo. Freschezza ancora importante. Tannino che c’è ed è maturo. Equilibrio e coerenza con la parte olfattiva. Ha un finale che sembra andare verso l’amarognolo senza però mai raggiungerlo. Entrambe i vini sono sia da bere adesso, purché “accompagnati”, sia tra un anno o due ovvero quando si “arrotonderanno” un pò. Il Vicomoro riuscirei ad abbinarlo comunque più facilmente: siamo in Toscana e con una bella “ciccia” ci starebbe da Dio. Freschezza, alcolicità, capacità di invecchiare. Questo il miglioramento da apportare. Gli sforzi, tanti, hanno portato a vini strutturati, colorati. Alle volte un po’ troppo alcolici. Insomma, La Greggia non ha una lunga storia alle spalle. Può essere definita una cantina giovane, ancorché con vigne di età compresa tra i 18 e i 25 anni. Rappresenta però il coronamento del sogno di Alfredo Moretti e oggi, grazie ad Andrea ed Alberto può dormire sonni tranquilli. È una ditta specializzata, fa un contratto e vedrai
Che non ti pentirai Ivan Vellucci Mi trovi su Instagram : @ivan_1969
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Di noi ti puoi fidar Essere azienda agricola in Toscana non è cosa semplice. Produrre vino, vino di qualità, è ancora più complicato. Non già perché non ci sia un terreno vocato o un clima ideale. È che occorre rispettare la tradizione, quella che porta ad usare il Sangiovese e poco altro. Quella che fa produrre vini che ne rappresentano l’anima e vogliono rappresentare solo quello. Quella tradizione che vuole che il vino si debba vendere anche sfuso e in grande quantità. Insomma, un mix di fattori che rendono la vita complicata, se non impossibile a chi vuole iniziare l’avventura enoica in queste zone. Senza tralasciare il doversi scontrare con i mostri sacri del vino italiano. Alfredo Moretti fonda l’azienda La Greggia in quel di Tizzana, borgo tar Pistoia e Prato, insieme alla moglie Katlhleen. Siamo nel 2012 circa. Le vigne impiantate qualche tempo prima seguendo i consigli raccolti qua e là così da ritrovarsi con del Merlot, del Cabernet Sauvignon e ovviamente l’omni presente Sangiovese che in Toscana non può mai mancare. Insieme a Alicante Bouschet e Barsaglina: due vitigni non proprio comuni. O facili. La produzione è giusta ma l’esperienza enologica forse non è al massimo così che, per dare una sferzata inizia la collaborazione, quasi fortuita, con Andrea Paglietti, enologo piemontese. Quando sono arrivato io la tecnica enologica di cantina era un po’ arretrata e i vini non all’altezza. Insomma, non erano un granché. Alla cantina avrei dato un 3, ai vini 5/6 grazie ad un cantiniere appena arrivato Insomma un po’ di esperienza importata dal Piemonte. Mica poco. La qualità del vino è subito salita grazie ad una cantina pronta. Esposizioni belle. Belle vigne Migliorare la qualità è e deve essere l’obiettivo da raggiungere. Detta così non sembra difficile. Ma in un mondo dove il vino è quello da tavola, dove la produzione deve essere alta e dove il Sangiovese comanda, è complicato. Se non complesso. Un classico della zona. Hanno tutti premura di vendemmiare presto. A fine agosto si raccoglie il Merlot. A fine settembre il Cabernet. In mezzo il resto. Ora ho imposto che quando gli altri raccolgono il Sangiovese noi raccogliamo il Merlot Andrea ha una lunga esperienza e le idee chiare. Ma si scontra con la tradizione che è dura da cambiare. Non è stato facile far passare il discorso delle basse produzioni e che si vendemmia con calma Eh ma ci vuole pure la parte commerciale. Così si ricostruisce la linea dei vini, si creano nuove etichette, si usa Barsaglina, Alicante e Sangiovese per il vino sfuso. Arriva Alberto, Funghi, per dare un po’ di freschezza commerciale. Non capita tutti i giorni
Di avere due consulenti
Due impresari, che si fanno
In quattro per te Alberto ed Andrea. A&A. Il gatto e la volpe. È così che me li immagino quando si alternano a raccontare della cantina, del vino, delle esperienze, del loro operato. Una bella coppia che si spalleggia a vicenda. Andrea ha il piglio del piemontese. Schietto ma delicato. Pulito ma deciso. Ha portato la cultura piemontese in toscana cercando di ammorbidire l’acidità e i tannini toscani. Duri. Forti. Determinati. Alberto è un toscano atipico. Non ha l’esuberanza tipica perché pacato ma il piglio commerciale è quello giusto. Saper bene dei propri prodotti, toccando le leve giuste, non è da tutti. I risultati in bottiglia ci piacciono e piacciono alla ristorazione così come ai clienti Insieme sono una bella coppia. Attiva e dinamica. Si passano la palla ridendo l’uno dell’altro. Si spalleggiano. Il gatto e la volpe insomma. Quattro i vini prodotti (oltre al Vin Santo e all’olio): Moraie, Merlot in purezza; Vicomoro, Cabernet Sauvignon e Franc; Fontanaccio, Sangiovese in purezza. Ah il quarto, l’Iracondo, blend di Cabernet Sauvignon, Franc e Merlot Dedicato al socio che si scaldava un po’ tanto Andrea ci tiene ad una sottolineatura Il rapporto qualità prezzo è 8. Ciò che manca per arrivare al 10 è l’essere famosi. Alla cieca i nostri vini sono pari o meglio di marchi blasonati Non vedi che è un vero affare
Non perdere l’occasione se noi poi te ne pentirai Andrea è sempre più schietto ma pragmatico. Non dice cose che non ritiene vere e lo testo subito assaggiando i vini. Assaggiamo dunque prima il Vicomoro (recensito anche sulla mia pagina Instagram @ivan_1969). Cabernet Sauvignon e Franc annata 2018. Bel colore rubino intenso con piccoli riflessi granata. Si vede che è ancora un pelino giovane nonostante gli oltre quattro anni. I sentori confermano la necessità di maggiore evoluzione. C’è prevalenza di vegetale e frutta ancora aspra. Le tostature e le spezie ci sono. Con i legni siamo blandi per una alta percentuale di terzo, quarto e quinto passaggio Arriva anche del caffè e del cacao. Un vino che è intrigante perché, avendo necessità di apertura, regala qualcosa in più ad ogni rotazione del calice. In bocca la freschezza c’è tutta e si evidenzia, se ancora ce ne fosse bisogno, la necessita di un ulteriore anno di affinamento. Il tannino maturo è ancora un po’ aggressivo così che senza un abbinamento diventa mordente. Non puoi berlo da solo! Ciò che mi piace è la coerenza tra olfatto e gusto e il retro olfatto di frutta fresca. Come mi diceva un rappresentante in toscana vino è franco: Colore, naso, bocca e retro olfattivo convergono Persistenza buona. Equilibrato di quell’equilibrio appena arrivato. Sicuramente meno spigoloso di un Chianti. Lineare, completo. Bel biglietto da visita. Ora il Moraia, Merlot in purezza, annata 2019. Scuro, compatto, attraentemente seduttivo grazie ad un rubino intenso con riflessi porpora. L’annata è stata calda e la frutta si sente matura, al limite della confettura. Prugna e ciliegia a profusione. La frutta sembra masticabile, croccante. I 12 mesi di barrique, sempre di diversi passaggi fanno emergere sentori terziari. In bocca la sensazione rispetto al Vicomoro è di maggi or calore e persistenza minore. Un vino più facile, forse più piacione. Dotato di una morbidezza che migliorerà ulteriormente con il tempo. Freschezza ancora importante. Tannino che c’è ed è maturo. Equilibrio e coerenza con la parte olfattiva. Ha un finale che sembra andare verso l’amarognolo senza però mai raggiungerlo. Entrambe i vini sono sia da bere adesso, purché “accompagnati”, sia tra un anno o due ovvero quando si “arrotonderanno” un pò. Il Vicomoro riuscirei ad abbinarlo comunque più facilmente: siamo in Toscana e con una bella “ciccia” ci starebbe da Dio. Freschezza, alcolicità, capacità di invecchiare. Questo il miglioramento da apportare. Gli sforzi, tanti, hanno portato a vini strutturati, colorati. Alle volte un po’ troppo alcolici. Insomma, La Greggia non ha una lunga storia alle spalle. Può essere definita una cantina giovane, ancorché con vigne di età compresa tra i 18 e i 25 anni. Rappresenta però il coronamento del sogno di Alfredo Moretti e oggi, grazie ad Andrea ed Alberto può dormire sonni tranquilli. È una ditta specializzata, fa un contratto e vedrai
Che non ti pentirai Ivan Vellucci Mi trovi su Instagram : @ivan_1969
7 Marzo, 2023
Osteria dei binari, tra suggestioni e suggerimenti di buona vita
L’Osteria dei Binari, in via Tortona 1, Milano, accanto alla stazione di Porta Genova, un luogo ricco di suggestioni e suggerimenti di buona vita.
Avevamo poco tempo, giusto un’oretta per incontrarci per pranzo e fare due parole su alcuni progetti da sviluppare, per poi tornare tutti alle faccende in cui siamo perennemente affaccendati.
La scelta è stata puramente casuale, direi strategica per non dover attraversare la città tra l’ultimo appuntamento della mattinata e il primo del pomeriggio.
Il nome ha sicuramente attratto: Osteria dei Binari. Per mancanza di tempo non ho guardato alcuna recensione, alcun menù, nulla. Sono rimasta colpita da qualche foto che preannunciava l’ambiente accogliente in cui poi ci siamo immersi volentieri.
Si entra e si fa un tuffo nel passato, nella Milano di inizio ‘900, e tutto quanto parla di atmosfere di allora, di un modo diverso di stare a tavola, di frequentare locali, di consumare le giornate. Si entra qui e si è invogliati a rallentare. Se all’ingresso fornissero anche abiti dell’epoca nessuno avrebbe da ridire ad indossarne uno e fingere di tornare indietro nel tempo.
L’Osteria dei Binari è uno scrigno di bellezza liberty, ricco di oggetti e arredi d’epoca. Uno spazio enorme per un locale milanese, con tante sale interne, stanze al piano interrato dove vengono anche conservati i vini, un dehors dove in passato i campi da bocce fornivano un passatempo semplice e sano agli avventori. Camini, lampade in ferro, specchiere meravigliose, porte, tendaggi, poltroncine rosse. Tutto parla di un tempo che fu, e che viene da rimpiangere. Ogni zona si presta ad usi diversi: pranzo, cena, aperitivo, serate in stanze riservate per trascorrere buon tempo in compagnia.
Anche gli avventori che abbiamo trovato seduti ai tavoli vicino al nostro sapevano di habitué, di chi va sul sicuro e vuole assaggiare piatti semplici, conosciuti, confortevoli, in un posto che sa di casa. Tra i tavoli si aggirano lo chef, il patron, il personale, con naturalezza e dei caldi sorrisi. Tutto scorre via liscio, senza intoppi, senza ansie da prestazione, senza fretta.
E’ un locale che fa bene all’anima e allieta il palato con piatti tipici della tradizione lombarda e milanese, con qualche digressione, e noi abbiamo optato per la classica cotoletta alla milanese, ovviamente. Non potevamo non inserirlo nella nostra rubrica Provato per voi.
Carta dei vini davvero interessante, e varietà di proposte al bicchiere che ha soddisfatto i gusti di tutti.
Non vi sveliamo tutto, potete leggere le informazioni generali direttamente dal sito del ristorante.
“Un luogo affascinante. – commenta Simone Angelone – Mi sono sentito trasportato nella sua atmosfera vintage, elegante e raffinata. I ricordi del passato l’han fatta da padrone, e mi sono immerso in un viaggio fantastico tra collegamenti con vecchie pellicole cinematografiche e memorie dei racconti del mio papà su quella milano esplosiva di vita e lavoro degli anni ’70.
All’osteria del binari si respira una cultura rara, ricca di valori e fatiche che non dimentica le sue radici.Un grazie allo staff che ci ha trasmesso la sua passione e un ringraziamento speciale a Fabrizio che ci ha accolti nella sua seconda casa con una semplicità genuina d’altri tempi regalandoci emozioni uniche grazie alla sua dedizione superlativa. Un luogo che mi ha donato veramente tanto, il luogo perfetto per grandi cose.” Abbiamo vagato ovunque e sentito raccontare di ciò che è stato e ciò che sarà. Ci torneremo, sicuro, e chissà mai che possiate essere ospiti di una serata speciale. Orari apertura: Da lunedì a domenica
7:00-15:30 – 19:30-01:00 Telefono +39 02.89409428
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All’osteria del binari si respira una cultura rara, ricca di valori e fatiche che non dimentica le sue radici.Un grazie allo staff che ci ha trasmesso la sua passione e un ringraziamento speciale a Fabrizio che ci ha accolti nella sua seconda casa con una semplicità genuina d’altri tempi regalandoci emozioni uniche grazie alla sua dedizione superlativa. Un luogo che mi ha donato veramente tanto, il luogo perfetto per grandi cose.” Abbiamo vagato ovunque e sentito raccontare di ciò che è stato e ciò che sarà. Ci torneremo, sicuro, e chissà mai che possiate essere ospiti di una serata speciale. Orari apertura: Da lunedì a domenica
7:00-15:30 – 19:30-01:00 Telefono +39 02.89409428
3 Marzo, 2023
Vitivinicola Amar, il centro dell'isola
Vitivinicola Amar, il centro dell’isola
“Cerco un centro di gravità permanente. Che non mi faccia mai cambiare idea sulle cose sulla gente”
Al centro c’è tutto. Il centro è il cuore. Il centro è il luogo dal quale parte e arriva tutto. Spesso il centro non cambia perché qualora cambiasse, tutto il resto ne risentirebbe.
Siamo a Sorgono (NU), nel Mandrolisai, nel centro esatto della Sardegna. Un luogo collinare, difficile, pieno di contraddizioni e, al contempo, tradizione. Qui sembra che il tempo si sia fermato ai primi del 900. Ogni sasso, ogni zolla di terra, ha la sua storia che custodisce in sé come celasse segreti. I solchi scavati sui volti degli anziani sono gli stessi che trovi nei campi. Sono la storia di questi luoghi. Da loro, parte il futuro. Un futuro che non può che avere solide radici nel passato.
Vitivinicola Amar è una piccola, piccolissima realtà di queste terre. Piccola come tutte le altre. Perché qui la terra è sacra e si tramanda di padre in figlio. Perché qui la terra è così sacra che la si rispetta come se fosse parte integrante della propria famiglia. Sacralità legata alla necessità. Di essere autonomi, indipendenti: in un’area così complessa ed isolata della Sardegna, occorreva (e in parte occorre ancora) far da sé e per sé.
Qui la tecnologia non è mai arrivata. Per impossibilità economica ma anche per rispetto delle tradizioni. O forse anche perché siamo al centro dell’isola e chi ci viene fino qui a portare la tecnologia! Essere biologici come lo è Amar, non è un vezzo né una scelta commerciale. È una necessità. Un dato di fatto.
È così e non si può fare diversamente.
Riprendere quello che è sempre stato fatto dai miei genitori. Loro dai loro padri. Le vigne sono state estirpate più volte nel corso dei secoli però sono sempre li. Il nonno di mia madre diceva che lui conosceva quella vigna da quando era piccolo e il nonno gli aveva raccontato che quella vigna era lì da quando c’era suo nonno. Sono lì da sempre
Le vigne di famiglia coltivate ad alberello proprio vicino casa.
Andrea e la moglie Angelica prendono il testimone dai loro genitori. È il 2015 quando gli anziani genitori non riescono più a portare avanti le vigne. Come potrebbero d’altronde? Senza nessuno ad aiutarli per i lavori totalmente manuali. No, non è più cosa loro. Andrea e Angelica. Ci sono loro. Solo loro. Nel rispetto delle tradizioni. Per la continuità.
Non vivono qui però. Sono a Cagliari. Hanno altri lavori, altra vita. Ma c’è la tradizione.
Già la tradizione. Non possono, non vogliono sottrarsi alla tradizione. Al loro destino. Quelle vigne non possono non essere coltivate. Costretti dunque a fare i pendolari nel tempo libero. Almeno due ore di viaggio. Se ti va bene. Per le difficili strade della Sardegna che da Cagliari portano su nel Mandrolisai fino ai 700 metri di Sorgono. Almeno due ore di viaggio. Se ti va bene.
L’azienda c’è sempre stata. È una vita che è li. Anzi più di una vita. Comprendono però la necessità di dover innovare, apportare qualcosa di diverso. Dare una svolta. Perché prima l’uva era conferita e il vino che si produceva venduto sfuso. Alla vecchia maniera.
Prima si pensava di più a massimizzare le rendite. Il vigneto doveva produrre quantità. Per sopravvivere. Adesso conta di più la qualità. Questo il Mandrolisai
Già, la qualità. Conta più di tutto.
I vecchi clienti sono rimasti un po’ delusi perché abituati ad altre quantità. Per fortuna ci sono state buone annate e adesso abbiamo molto vino in affinamento
Da sempre si è prodotto vino in queste zone. Ognuno pensava a sé producendo vino da vendere sfuso e conferendo le uve alla cantina sociale. Così da produrre vino. Un solo vino che potesse rappresentare tutti. dando da mangiare a tutti.
Due ettari e mezzo sono pochi per far diventare questo il primo lavoro. Sufficienti a malapena per continuare la tradizione continuando, comunque, a vendere vino sfuso. Allargare l’azienda? Come si fa! Troppo complicato. A distanza e con un lavoro da portare avanti. E una famiglia.
Già una famiglia. Perché appena presa in mano l’azienda, era il 2016, arriva il primo figlio. Poi, nel 2018, due gemelli. Difficile la vita. Ma nessuno si tira indietro. Figuriamoci per gente così orgogliosa.
Poco più di 5000 bottiglie prodotte in sole tre tipologie sempre da Bovale, Monica e Cannonau: Serratzargiu, rosso che fa solo acciaio; Salvaleonicco, rosso con almeno 6 mesi di barrique; Mesania, rosè.
Ho avuto modo di provare il Serratzargiu scelto appositamente per capire bene il territorio.
Non volevo contaminazioni da legno e questo vino fa si botte ma completamente scarica
Il vino mi ha riportato davvero in Sardegna. L’odore del mirto, i sentori erbacei di sottobosco, l’anice stellato, il balsamico, la frutta nera. Il sorso è irruento con i suoi tannini decisi e la spiccata sapidità. Un retro olfatto che richiama la frutta e il mirto. Un vino nero, scuro e impenetrabile come questa terra ma che di questa terra assorbe e restituisce ogni cosa.
Questo vino è il vino della svolta per Andrea, vignaiolo a mezzo servizio che continua, incessantemente, il suo pendolarismo. Senza mai lamentarsi. Senza mai perdere il suo sorriso. Andrea che quando arriva in azienda trova sempre il papà e la mamma che continuano a vivere qui. Tornare alle origini e trovarli è la migliore delle ricompense.
Siamo partiti nel 2019 avendo un po’ di fretta. Con molta impazienza di uscire. Lasciamo alla bottiglia il tempo di affinare
Si c’è fretta ma ci sono vigne antiche. Terra antica. Il vino non può che essere già buono.
La fretta. Quella fretta che non è per nulla parte di Andrea. Persona calma e pacata. Che sorride al mondo. Sorride alla vita. Sentendo la responsabilità delle vigne di famiglia. Con la voglia di far bene, di rappresentare il territorio. Anche perché sa che i suoi figli dovranno continuare la sua opera. È tradizione.
Sorride Andrea. Anche dei suoi progetti. Perché ha cominciato a crederci. A capire che da tanta storia, da tanta tradizione, può nascere qualcosa di grande. In fondo gli alberelli delle vigne sono storici. Il terreno è in altura. Le esposizioni sono buone. Allora occorre sperimentare e attivare dei progetti alcuni di essi già in cantiere. Come il metodo classico.
Siamo la prima cantina del Mandrolisai a fare il metodo classico. Anzi, proprio le bollicine
In uscita a breve il 24 mesi rosé. Poi il Monica in purezza. Poi il Cannonau. Poche bottiglie, circa 1000 all’anno, per sperimentare nella tradizione.
Non ci piace puntare su un mono prodotto. Come tempo fa dove si produceva, con la cantina sociale, un solo vino che rappresentasse tutto il territorio
Bella questa volontà di rappresentare il territorio. Rappresentarlo sì ma con prestigio. Senza sconti. Senza voglia di cedere qualcosa.
Non si accettano compromessi. Perché questo è il centro della Sardegna. Perché da qui parte e arriva tutto.
È quel centro di gravità permanente di un’isola senza il quale non ci sarebbe l’identità e forse non ci sarebbe la stessa isola.
Ivan Vellucci
Mi trovi su instagram : @ivan_1969
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2 Marzo, 2023
Tenuta Mazzolino e il Pinot Nero, tra passione, eleganza e amore per la terra
Tenuta Mazzolino e il Pinot Nero, tra passione, eleganza e amore per la terra
Non tutti conoscono l’eleganza del Pinot Nero, uno dei principi dei vitigni internazionali che trova la sua maggiore diffusione in Francia, in particolare nella Côte D’Or, in Borgogna, e nella Champagne, dove viene principalmente spumantizzato. Questo vitigno, tra i più nobili esistenti insieme al nostro Nebbiolo, e di certo tra i miei preferiti in assoluto, rappresenta una grande sfida per gli enologi mondiali sia per la sua difficile coltivazione e vinificazione, sia perché è un vitigno che risulta estremamente dipendente dalle caratteristiche del terroir.
In Italia è ormai presente in diverse regioni, ma trova alcune delle sue migliori espressioni alla stessa latitudine della Borgogna, una linea che passa per le nostre regioni del nord, una in particolare la troviamo in Lombardia, nell’Oltrepò Pavese.
Proprio qui affonda le sue radici la Tenuta Mazzolino, venti ettari vitati, dolcemente adagiati sulla riva destra del Po, nella zona collinare a ridosso degli Appennini nella provincia di Pavia, una terra fatta di sapori e tradizioni tutte da scoprire.
L’azienda si trova nello specifico nei pressi di Corvino San Quirico e fin dagli esordi – nel 1980 – la proprietà decide di intraprende percorsi inediti, reinterpretando il territorio con un occhio rivolto alla Borgogna – grazie anche a collaborazioni illustri con enologi di fama internazionale come Giacomo Bologna, Jean François Coquard e Kyriakos Kynigopoulos quest’ultimo ancora oggi figura di riferimento per la parte enologica.
Ma sono l’amore per la terra e una filosofia da sempre rispettosa delle tradizioni e dei tempi a dettare la cifra del lavoro in vigna: la bassa produzione per ettaro, la potatura corta e l’inerbimento naturale dei vigneti senza l’uso di concimi chimici sono il passaporto per ottenere vini di grande qualità.
Ma non c’è solo il Pinot Nero: oggi la cantina vanta 8 etichette – cinque bianchi e due rossi – che raccontano una storia, fatta di tradizione e innovazione, di identità e di passione: il Noir – punta di diamante nella produzione dell’Azienda, un Pinot Nero in purezza, frutto dell’oasi di Borgogna ricreata dall’azienda in Oltrepò, il Blanc 100% Chardonnay, dal profilo elegante, morbido e anch’esso ispirato alla scuola enologica della Borgogna; lo Spumante Rosé Cruasé DOCG Pinot Nero vino raro e originale, dal carattere deciso. Il metodo classico Blanc de Blancs è intenso, ricco e molto fresco, profuma di frutta gialla, fiori, agrumi e pan brioche. Seguono i due vini d’ingresso, il Terrazze, un Pinot Nero in purezza, dal colore rosso rubino, fresco e autentico, il Camarà, ottenuto con uve Chardonnay dei vigneti nell’omonima frazione da cui il vino prende nome, un bianco fresco, elegante e armonico, morbido e sapido. E infine immancabile per questo territorio la Bonarda – da uva Croatina, da secoli vitigno autoctono dell’Oltrepò Pavese – e il Moscato, vino dolce cremoso e avvolgente. Ultima etichetta arrivata in ordine di tempo è Terrazza Alte, un Pinot Noir – nome omen – ottenuto vinificando separatamente le uve provenienti dalla parte alta delle vigne del Terrazze. Si tratta di un Pinot di razza, profondo e dinamico. Un vino di colore rubino delicato, ma brillante con leggeri riflessi rosso mattone; al naso risulta intenso, con quegli aromi tipici da pinot nero con sentori di frutta rossa, arancia sanguinella e qualche nota speziata. Il finale è persistente con un ritorno di buccia di arancia sanguinella, e sentori di frutti rossi a polpa acida che anticipano la progressione di un sorso profondo. Al palato è agile e regala un tannino equilibrato e vellutato. Le severe vene calcareo-gessose gli donano profondità e dinamicità di sorso. Elegante e raffinato come solo il Pinot Noir sa essere, ma anche fresco e intenso, figlio di una vigna “difficile” e come tutte le cose che richiedono più tempo e fatica, il Terrazze Alte rivela un carattere unico e deciso.
In questo periodo, purtroppo, si sente parlare sempre più della siccità che attanaglia il nostro paese, e Tenuta Mazzolino ha scelto di portare avanti la lotta a questa problematica attraverso la consapevolezza e le buone abitudini, adottando una serie di pratiche intelligenti per contrastare i danni delle alte temperature: per ovviare a questa allarmante situazione climatica, da anni viene messo in atto la pratica del sovescio che, anziché venire interrato, viene fatto rullare al suolo nel tentativo di ridurre l’irraggiamento e conservare la freschezza e l’umidità, inoltre la cantina, parallelamente alle altre soluzioni adottate, si impegna per evitare tagli troppo rasi del manto erboso ed a praticare l’abbandono totale della defogliatura e della cimatura.
Quest’ultima tecnica consiste nell’avvolgere sulla sommità del filare gli apici dei germogli, anziché tagliarli, vengono avvolti, in modo da creare un “cappello” per ombreggiare i grappoli, che giovano dell’ombreggiatura che risulta nettamente maggiore.
Per Tenuta Mazzolino le scelte che iniziano in vigna, “finiscono” in bottiglia e costituiscono la filosofia stessa dell’azienda. La ricerca dell’eccellenza enoica in bottiglia continua anche con la terza generazione alla guida della tenuta: Francesca Saralvo, milanese, nel 2015 abbandona i codici dell’avvocatura per dedicarsi a tempo pieno alle vigne tra cui è cresciuta fin da bambina. Ne sposa la filosofia e mette testa e cuore in questo progetto che mira a proporre vini legati al territorio ma con un respiro internazionale.
Azienda che voi amici winelovers non dovete assolutamente perdervi!
A cura di Giuseppe Petronio
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28 Febbraio, 2023
Le Langhe non si perdono
La mia prima volta a MeranoWineFestival è stata densa di scoperte ed esperienze. Tra queste sicuramente la stimolante Masterclass della Cantina Borgogno brillantemente condotta da Andrea Farinetti, mattatore indiscusso della serata. Il titolo del mio pezzo nonchè filo conduttore della serata fa riferimento a uno dei centodue versi della poesia “I mari del sud” di Cesare Pavese, ricca di note autobiografiche.
“Tu che abiti a Torino… “
mi ha detto “…ma hai ragione. La vita va vissuta
lontano dal paese: si profitta e si gode
e poi, quando si torna, come me a quarant’anni,
si trova tutto nuovo.
Le Langhe non si perdono”.
Pavese, nato in campagna e portavoce della realtà popolare e contadina, racconta di come le persone che si trasferiscono nella grande città abbiano nostalgia per le loro origini. Il luogo dove si è nati e cresciuti segna in modo indelebile il proprio percorso e diventa parte del proprio essere le nostre radici. Le Langhe non si dimenticano, nemmeno cambiando vita, perché è attraverso di loro che Pavese ha imparato a conoscere il mondo.
Andrea Farinetti prende spunto da diverse considerazioni per lanciare un nuovo manifesto, un nuovo modo di intendere le Langhe, anime diverse di un unico territorio.
Ecco un estratto dalla Masterclass tramite le sue parole, riportate quasi integralmente.
“Abbiamo la fortuna di vivere nella regione più importante per il vino italiano, senza in realtà particolari meriti, perché non abbiamo deciso di nascerci, ma ci è capitato così. Dobbiamo quindi farci perdonare, avendone cura e rispettando questa terra. Ma è importante rispettare anche chi ci vive. E il modo migliore è cercare di dare pari opportunità a tutti. Dare la stessa importanza e considerazione anche alle zone meno fortunate, a chi vive ai margini. Perché nessuno sceglie dove nascere e perché abbiamo un’eccezionale qualità di terroir in tutto il nostro territorio. Tante peculiarità che vanno valorizzate, in modo univoco e sinergico. Pensiamo però che il modello attuale ci impedisca di dare il giusto valore al nostro territorio e ai nostri produttori.
Per analizzare al meglio la situazione immaginate di essere un marziano e di vedere per la prima volta la nostra regione. Oggi abbiamo 28 DOC e 6 DOCG. Un marziano non ci capirebbe nulla o quasi. Troppa confusione, troppe denominazioni. Solo nelle Langhe, 34 denominazioni, che diventerebbero più di 500 se guardassimo all’Italia nella sua interezza. Non è troppo? Non pensiamo di essere troppo complicati? Chi ci guarda, non capisce. C’è da perdersi.
La proposta è un nuovo territorio che raggruppa tutto, le Langhe con le sue DOCG Barolo, Barbaresco e Roero. Vorremmo un modello diverso, più semplice, immediato e che innalzi il valore di ogni singolo vino. Un progetto ambizioso, che si chiama “Langhe”. Questo nome rappresenta tutti noi contadini e comprende tutte le nostre terre, dalle più fortunate a quelle meno blasonate. “Langa” è oggi il nome più iconico, popolare e sinonimo di qualità che rappresenta i vini del basso Piemonte. Serve però una nuova prospettiva. Serve una taratura mentale diversa, un cambio di paradigma che ci faccia approcciare in modo diverso a questo territorio ed ai suoi vini. Ci piacerebbe che rimanessero solo i vitigni tipici che meglio si esprimono sui nostri territori. Dolcetto, Barbera, Nebbiolo, Nascetta e Arneis, potranno essere riportati in fronte sotto la denominazione “Langhe”. Tutti gli altri solo in retro, nel testo. Ci piacerebbe censire tutti i comuni per inserirne le menzioni e fare lo stesso anche per i nomi storici delle vigne, così da innalzare il valore di “Langhe” e dare la medesima forza a tutti. Ovviamente i Comuni e le vigne del Barolo, Barbaresco e Roero, saranno escluse dalla menzione. Il nome “Langhe” gode di grande e meritata fortuna, frutto secolare di caparbi contadini che hanno speso e continuano a spendere energie in vigna, in cantina e sui mercati nazionali ed internazionali. Ad oggi “Langhe” ha infatti acquisito un valore importante, una certezza che evoca un determinato territorio ed è legato a sua volta ad un concetto di grande prestigio, in tutto il mondo”.
Andrea ha poi invitato ad intervenire sul palco Walter Massa (per chi non lo sapesse anche chiamato il Re del Timorasso perchè è stato lui a recuperare quest’uva dimenticata negli anni Ottanta e da allora ha portato a nuova fama questo vitigno e il suo territorio). Walter prosegue il discorso così: “penso di essere l’uomo più fortunato al mondo per essere in un territorio con tanti anni di storia che un tempo non si filava nessuno, perché l’obiettivo era quello di vendere le uve e non fregava a nessuno del territorio. Negli anni ’70 la scuola enologica indicava nelle Langhe il Dolcetto come vino simbolo ed il Barolo non si avevano la potenza e pazienza di farlo rimanere 3 anni in cantina. Era il tempo della “malora”, dell’abbandono dei terreni per andare a lavorare in città nelle grandi industrie. Il momento storico del rilancio del Barolo fu a metà degli anni ’80”.
Importanti considerazioni che fanno riflettere. Al termine, è stato dato il via alla degustazione di:
Scaldapulce Colli Tortonesi Timorasso Derthona Doc 2019
100% Timorasso. Di colore giallo intenso, al naso è complesso, fruttato, ci si trovano la pera, sensazioni floreali di acacia e biancospino, miele e i classici sentori di idrocarburo. Equilibrato e persistente.
Ancum Dolcetto Langhe Doc 2021
100% Dolcetto. Colore rosso rubino con riflessi violacei. Al naso arrivano intense note di frutti rossi croccanti, ciliegia e fragola, e leggere sensazioni speziate balsamiche. Armonico ed equilibrato.
Bartomè Langhe Doc Nebbiolo Doc 2020
100% Nebbiolo. Colore rosso rubino con riflessi violacei e di leggero granato, è al naso intenso, con note floreali di viola e frutti rossi, lamponi e ribes, e qualche spezia. Con un tannino elegante, ha una bella persistenza nel palato.
Bompè Langhe Doc 2020
100% Barbera. Rosso rubino. Al naso, intense note fruttate di frutta a bacca rossa e frutti di bosco. Un accenno di affumicato, equilibrato e persistente.
Barolo Cannubi Docg 2017
100% Nebbiolo. Di colore rosso rubino intenso con riflessi granato, arriva al naso complesso, con sentori di frutti rossi e leggere note floreali e speziate. Al palato, ha una bella struttura, equilibrata e armonica.
L’ambizioso progetto prevede di ridurre le denominazioni a 4 principali (Langhe, Barolo, Barbaresco, Roero), senza tuttavia dimenticare le vigne, le indicazioni comunali e le M.G.A., che potranno essere riportate in etichetta per un giusto riconoscimento.
Cosa ne pensate?
Claudia Riva di Sanseverino
https://www.youtube.com/watch?v=RakajXgmc-E
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24 Febbraio, 2023
Cantina Andrian e la prospettiva del vino
Cantina Andrian e la prospettiva del vino
Ricordate il film “L’attimo fuggente” quando il professor John Keating interpretato da Robin Williams sale sulla cattedra? Ecco, spiegava la prospettiva così:
“Sono salito sulla cattedra per ricordare a me stesso che dobbiamo sempre guardare le cose da angolazioni diverse. E il mondo appare diverso da quassù. Non vi ho convinti? Venite a vedere voi stessi. Coraggio! È proprio quando credete di sapere qualcosa che dovete guardarla da un’altra prospettiva.
La prospettiva insegna che a seconda da dove si guarda qualcosa, si ottengono visioni diverse. Prospettive diverse. Ecco, l’Alto Adige è proprio una regione in prospettiva. Già, perché in Italia la chiamiamo Alto Adige in quanto regione più a nord. In Austria invece Süd Tirol, perché la regione più a sud. Dell’Austria. Così che per noi è una regione votata ai vini bianchi, per gli austriaci ai vini rossi. Il gioco della prospettiva.
Mettetela come vi pare ma, alla fine, questa regione è così particolare da rendersi idonea sia ai bianchi sia ai rossi. Anche se con un problemino mica da ridere: circa 5600 ettari vitati per 5000 produttori.
Il contadino qui può fare il suo vino ma non può vivere dal vino
Già, perché qui, in Alto Adige (Süd Tirol) non è che chi lavora la terra faccia solo quello. E visto che qui ci sono tutte persone dotate di grande intelligenza c’è voluto un attimo per capire che solo insieme si vince. Come? Semplicemente associandosi nelle così tanto bistrattate cantine sociali. Mica quelle che pensiamo noi dunque. Qui si parla di luoghi meravigliosi, strutture imponenti, persone competenti. Tutte vocate allo sviluppo.
Cantina (Kellerei) Andriano (Andrian) è la cantina cooperativa più storica dell’Alto Adige (Süd Tirol) fondata 25 aprile 1893 da 31 contadini nell’omonimo paesino di Andrian a pochi passi da Bolzano (Bozen) sulla riva sinistra dall’Adige (Etsch). Ne parlo con Alexandra Erlacher, che nella cantina cooperativa si occupa di Sales e Marketing.
La cosa che più mi colpisce di Alexandra è la sua dolcezza unita alla forza. Non solo parla della cantina e dei vini con competenza e ammirevole passione, ma usa una dolcezza che, alla fine, non può che fartene innamorare. Della cantina eh!
In Alto Adige il sistema delle cooperative funziona molto bene. La cantina Andrian era molto conosciuta soprattutto per i vini rossi. Partecipava a tutte le fiere. In Austria dicevano che stavano al sud del Brennero
Tempi d’oro quelli. Anche se tempi nei quali la cantina era apprezzata più all’estero che in Italia. principalmente per i vini rossi.
Poi si sono accorti che era anche terra di vini bianchi
Anche in Alto Adige (Süd Tirol) le cose non è che vadano sempre per il verso giusto. Investimenti sbagliati. Decisioni sbagliate. Così che la prima cooperativa dell’Alto Adige (Süd Tirol) è entrata in difficoltà. Ma proprio perché siamo in Alto Adige (Süd Tirol) le persone non si piangono addosso e cercano la soluzione. Non dando la colpa alla cooperativa.
Ha avuto bisogno di un’altra cantina per lavorare
Per trovare una cantina con la quale lavorare non è che poi si sia dovuto andare tanto lontano. Il paese di Andrian è proprio difronte a quello di Terlano, giusto aldilà dell’Adige (Etsch) ovvero sulla sponda destra.
I due paesi si stanno guardando
A Terlano sorge l’omonima cantina. Sociale. Nel 2008 avviene la fusione tra le due con la decisione di salvaguardare le diverse identità: una unica azienda con due marchi separati. La cantina che ne scaturisce unisce i 60 soci di Andrian ai 143 di Terlano; gli 80 ettari di Andrian ai 190 di Terlano. Ma guai a unirli come identità. Certo, grandi sinergie. Come l’unico enologo Rudi Kofler e unico agronomo. Ma sempre e comunque due identità
Una azienda con due anime sotto un tetto
Alexandra è romantica. Conia questa definizione perché lei è innamorata della Andrian e dei suoi vini. La voglia di mantenere una identità, anzi due, è forte.
Per preservare il terroir diverso e perché ogni marchio uno stile diverso
Quanta è strana e meravigliosa la natura. Pochi metri di distanza. Un fiume, nemmeno tanto grande, a separare e i terreni diventano profondamente diversi.
Terlano con porfido quarzifero (origine vulcanico): pochi nutrienti ma molto minerale. Andrian con roccia calcarea. Ad Andrian il sole c’è la mattina fino a quando non sparisce dietro il monte Gant: 2000 metri di roccia calcarea, argilla e pietre di dolomia. A Terlano il sole rimane fino a sera riscaldando il terreno così che durante la notte il calore possa essere rilasciato.
Ad Andrian lo sviluppo delle piante è dietro di 10/15 giorni rispetto a Terlano
Per mantenere due identità però serve tanto lavoro e soprattutto tanto supporto.
Non tutti i contadini sono contadini. Lavorano in altri settori. Dai 2000 metri agli 11 ettari. I nostri contadini hanno bisogno di aiuto
Eccola la grandezza e il pragmatismo. La squadra vera. Supporto ai contadini per tutto ciò che concerne la vigna. Ma anche poi premio al merito. Perché il lavoro, quello buono, non solo va premiato ma anche retribuito. Così che c’è un voto ovvero un punteggio al lavoro svolto in vigna e c’è il voto all’uva. Utile per determinare un prezzo diverso per contadino. Voto alto, ovvero impegno e investimento, retribuzione dell’uva alta.
Con questo sistema riusciamo a portare qualità nella bottiglia
E che vini! Ci sono interpretazioni del territorio con il Lagrein e la Schiava, il Gewurztraminer e il Muller Turgau; internazionali (ma manco tanto per queste zone) Merlot, Pinot Noir, Sauvignon Blanc, Chardonnay e Pinot Blanc. Pinot Noir, Merlot, Lagrein, Sauvignon Blanc e Chardonnay anche in versione “selezione” per grandi affinamenti in legno.
Il comune di Andrian non potrebbe contenere le vigne di tutti i soci così che risultano sparse nel territorio. Non poprio a distanza breve. La vinificazione però, avviene insieme, a Terlano. Per entrambe le cantine. Sinergie. Intelligenza.
Per chi ama il vino sa che l’Alto Adige (Süd Tirol) è sì famosa (in Italia) per i vini bianchi ma anche per i rossi come il Pinot Noir che qui, ha raggiunto livelli altissimi. Allora sfido Alexandra chiedendole proprio del loro Pinot Noir e di come in Alto Adige (Süd Tirol) la zona di Mazzon sia diventata un punto di riferimento per questo vitigno.
Abbiamo una vigna singola vicino Mazzon, un ettaro di un socio storico dal quale produciamo (sole 4500 bottiglie) Anrar che nel 2022 ha vinto il concorso come miglior Pinot Noir d’Italia
Toh, Alexandra ha messo a segno un altro punto. Dovrebbe far riflettere questa cosa quando si pensa che le cantine sociali, le cooperative, non custodiscano in sé eccellenze. Chi ha una vigna a Mazzon avrebbe da che mettersi in proprio o venderla guadagnando cifre per garantirsi la pensione. Invece no. Conferisce le uve alla cantina sociale. Lealtà, attaccamento, qualità.
Tra le due cantine unite in cooperativa, non c’è competizione (io già me le immaginavo in una disfida a remi tipo Oxford e Cambridge sulle acque dell’Adige) semmai completamento. Come ad esempio sui Sauvignon Blanc.
Quello di Terlano è sempre esaurito ma quello di Andrian è un’altra stilistica che va complemento: più pronto per Andrian, più complesso per Terlano
Ho avuto modo di assaggiare e recensire sia il Gant 2019 di Andrian, fantastico Merlot 2019 sia il Vorberg Riserva 2020 di Terlano raffinato Pinot Bianco. Entrambi superlativi. Entrambi con una precisa identità. Come le due cantine. Le due recensioni sono cliccando qui: Gant e Vorberg.
La chiaccherata volge al termine e Alexandra mi stupisce ancora quando le chiedo come si senta a lavorare qui.
Posso dare un contributo alla crescita di questo marchio del quale io personalmente sono molto convinta. Ciò che mi piace di più è andare in giro ed incontrare le persone. Anche se io posso raccontare tante cose sul vino ma alla fine è il vino stesso che sa raccontare di più
La prospettiva di crescita. Che poi altro non è che vedere le cose in maniera diversa rispetto agli altri. Guardare lontano con la voglia di essere partecipi di ciò che si è intravisto.
È proprio vero che dietro ogni vino c’è una storia. Ma è altrettanto vero che dietro ogni vino ci sono tante persone speciali. Come Alexandra.
Ivan Vellucci
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22 Febbraio, 2023
Chi trova un amico...trova Marco Capitoni
“Chi trova un amico trova un tesoro”, dice il proverbio. E a quanto pare un tesoro porta ad un altro, quando gli amici con cui condividi quella bellissima passione che è il vino hanno il desiderio di farti conoscere le loro cantine preferite, come spesso accade. Eccomi così un sabato mattina sfrecciare in treno direzione Arezzo. Da lì, io e Benedetta ci siamo dirette verso la Val D’Orcia, luogo che non necessita di tante presentazioni essendo tra le altre cose riconosciuto come patrimonio dell’umanità dall’Unesco dal 2004.
Già nell’antichità la Val d’Orcia era famosissima, attraversata longitudinalmente dalla Via Francigena che a sua volta incrociava molte importanti antiche vie di comunicazione. Oggi, tra molti suoi pregi, i prodotti alimentari tipici del territorio fanno di questa valle una regione conosciuta in tutta la penisola. Uno tra tutti, il suo rinomato formaggio, nato pare dall’insediamento nel passato di una comunità di pastori sardi che si dice abbia trovato qui il luogo ideale dove stabilirsi con le proprie greggi. Ma anche tartufo, olio extravergine e, naturalmente, i suoi vini sono prodotti altrettanto identitari di questa zona.
E’ una bella giornata di sole. “Siamo fortunate”, ci diciamo mentre attraversiamo i tipici paesaggi della campagna toscana, dove filari di cipressi si intervallano con dolci colline disseminate di vigneti. E poi boschi, oliveti e campi a perdita d’occhio, intervallati da paesini le cui case sono per la maggior parte state costruite con mattoni a vista e i cui attuali abitanti testimoniano l’identità del luogo e la profonda appartenenza alla propria terra. Qui, infatti e contrariamente alle più rinomate zone vicine, gli abitanti hanno scelto di non vendere le proprie case e terreni, rimanendo custodi della propria identità culturale.
La Val D’Orcia
Eccoci arrivate alla nostra meta finale, l’Azienda Capitoni. Marco, il titolare, ci accoglie sorridente insieme a sua moglie fuori dalla casa-cantina. L’edificio è a due piani, completamente in pietra e caratterizzato da una una ripida scala per arrivare all’appartamento, mentre sotto di essa, a livello del terreno, riposano le botti. Ci perdiamo nel panorama, con Pienza che si può vedere in lontananza e il Monte Amiata lì, maestoso, che sovrasta il cielo terso e azzurro.
Il vitigno dominante in questa zona è il Sangiovese, ma troviamo anche molti vitigni autoctoni, tra cui il Foglia Tonda. Due le tipologie rosse previste dal disciplinare: l’Orcia Doc, che prevede almeno il 60% di Sangiovese, e l’Orcia Doc Sangiovese, dove la percentuale minima del vitigno sale fino al 90%. Nonostante qui il vino sia cosa seria da secoli, la prima è una Doc molto giovane che ha visto la luce il 14 febbraio 2000 grazie agli sforzi di un tenace gruppo di produttori. Al momento, le cantine sono circa sessanta, sparse nei tredici comuni entro i quali il disciplinare ne ammette la produzione.
L’Orcia, ci racconta Marco, è una giovane denominazione “schiacciata” tra due giganti, Montepulciano e Montalcino, ma non da meno per quanto riguarda la qualità. Il terreno ha comunque distinte e specifiche caratteristiche e siccome il suolo non è “riproducibile”, tramite esso si creano riconoscibilità e identità. Siamo a 460 metri sul livello del mare, in un crinale tra la Val di Chiana e la Val D’Ordine caratterizzato da un terreno marino che regala al vino una sapidità che non ti aspetteresti. Un territorio vasto con una produzione contenuta (300.000 bottiglie la produzione globale) che porta di conseguenza a una denominazione di nicchia.
Da emiliana apprezzo molto l’ospitalità in cantina e il fatto che ai Capitoni si coniughi l’arte al vino. Ammiriamo le opere di Camilla Perinetti Casoni in esposizione in questo periodo, che dipinge utilizzando mosti e vino ritratti di donne molto belli. Sembrano dei carboncini se li osservi da lontano, I colori cambiano come cambia il colore del vino a contatto con l’ossigeno… è tutto in evoluzione.
Le etichette dell’Azienda I Capitoni riportano tutte la Cariatide della Pieve di Corsignano dell’VIII secolo che si trova tra le piccole arcate della Pieve di Corsignano. Questo vuol essere un omaggio alla dea della fertilità ma anche alla donna colonna portante della famiglia e della società.
Gli assaggi
Passando agli assaggi, Marco ci racconta di “aver immaginato di andare indietro nel tempo e di partire dalle basi” mentre ci spilla direttamente dall’anfora un Sangiovese in purezza, Il Troccolone, unico suo vino prodotto in anfora. L’anfora non è una qualsiasi, ma prodotta a Impruneta con una lavorazione tra le più antiche, che richiede grandi abilità manuali e tecniche e l’utilizzo della pregiata terra di Galestro. Nella pratica, questa tecnica consiste nell’applicare filoni di argilla attorno ad una matrice che serve da sostegno, facendo aderire una parte dell’argilla alla parte finale del giro precedente. Finito il guscio, esso viene stuccato, steccato e lisciato. Infine, vengono eseguite le rifiniture a completamento, come bordi e festoni. L’anfora viene prima essiccata al sole. Tecnica, questa, che impedisce la vetrificazione che si avrebbe altrimenti in cottura, rendendola in questo molto più traspirante. L’obiettivo è arrivare alla maturità del vino, esaltando le caratteristiche del frutto con la sua croccantezza e i suoi profumi, mettendoci al tempo stesso in condizione di goderne in tempi brevi con una beva che risulti scorrevole. Una curiosità; il nome Troccolone deriva dal modo in cui, in dialetto, veniva chiamato il commerciante, sia esso a piedi, in calesse o a cavallo, che andava per paesi barattare con i contadini polli, uova, conigli e vino. Nome, oggi, di un vino che comunica il rispetto della tipologia che si beveva a quel tempo nei poderi.
Assaggiamo Capitoni come prova di botte, vendemmie separate e vinificazioni separate. Un blend diverso sangiovese e merlot in percentuale variabile.
Passiamo al Frasi 2019 (Sangiovese, Candiolo, Colorino) un “unicum” entusiasmante perchè è prodotto da un’unica vigna (classe ’74 vigne miste) e se ne ricava solo una botte di vino. Marco lo produce solo se le vendemmie sono equilibrate per qualità e quantità. Perchè Frasi? Chiedo curiosa. Marco mi fa notare che nel retro dell’etichetta è riportata appunto una frase. Ci spiega che sceglie le frasi, diverse per ogni annata, basandosi su un pensiero un particolare che identifica l’annata: può essere un’andamento stagionale, un fatto accaduto oppure un aspetto fantasioso.
Ad esempio il Frasi 2007 riporta “la soddisfazione della fatica, le speranze e i risultati: Orgoglio”. Affascinante.
Continuiamo la carrellata con Capitoni 2019, fermentazione spontanea un blend di 85% sangiovese 15% merlot, Capitoni 2005 e con Ventennale 2017 (100% Sangiovese) uscito nel 2021 per il 20 anni di vita dell’azienda, In etichetta altre alla cariatide onnipresente è riportata la frase significativa: «Vent’anni di vita-vent’anni di vite».
Passiamo ad assaggiare una novità, solo 300 bottiglie per ora prodotte. Sangiovese 2021, macerazione su bucce e raspi fino a giugno. Il suo nome sarà EsSenza. Un vino senza solfiti dove i raspi servono per aumentare le proprietà antiossidanti e per bilanciare l’assenza della solforosa. Una sperimentazione che seguirò con curiosità per vedere come andrà a finire!
Finiamo poi con le gambe sotto il tavolo un un tipico locale a Pienza (Ristorante Il Falco). Si capisce che qui l’accoglienza viene vissuta con piacere e intesa come arricchimento. Una Toscana un po’ diversa da altre zone; forse più autentica? Non lo so ma di sicuro qui mi sono sentita in famiglia, come se conoscessi Marco e Antonella da una vita.
Concludiamo sontuosamente con il Vinsanto 2016 di uve bianche: grechetto (qui chiamato pulcinculo) malvasia e trebbiano appassite in fruttaio. Il suo nome è “Ta” che è il nomignolo con cui Marco chiama la moglie a cui ha dedicato il vino. Un amore che abbraccia a 360° territorio, famiglia, tradizioni.
E tu sei mai stato in Val D’Orcia per cantine? Ora non hai più scuse
Claudia Riva di Sanseverino
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18 Febbraio, 2023
Monpissan, cantina di famiglia nel cuore del Roero
Monpissan, cantina di famiglia nel cuore del Roero
In occasione di Nebbiolo nel Cuore, bellissimo evento tenutosi a gennaio scorso a Roma, ho avuto l’occasione di conoscere diverse realtà molto interessanti, una di queste è stata Monpissan.
Una storia di famiglia, una piccola cantina con grande qualità ed esperienza alle spalle. Nel lontano 1909 fu Antonio Gallino “Toni Bel” ad iniziare la tradizione e a coltivare le sue vigne in Piemonte, nello specifico a Canale, e forse allora non immaginava che un giorno anche le sue pronipoti ne avrebbero seguito le orme.
Forse non tutti conoscono il ROERO: siamo nella provincia di Cuneo, areale delimitato dalla porzione di territorio situata a Nord di Alba, sulla riva sinistra del Tanaro, tra la pianura di Carmagnola e le basse colline dell’Astigiano. I paesaggi vitivinicoli del Roero, insieme a quelli di Langhe e Monferrato, nel giugno 2014 sono stati dichiarati Patrimonio Mondiale UNESCO.
Come in molte altre zone del Piemonte, la viticoltura nel Roero ha una storia millenaria: la produzione viticola si sviluppa, infatti, prima dell’arrivo dei Romani, fin dalla presenza dei Liguri, grazie probabilmente all’influenza degli Etruschi, e si estende con sempre maggiore intensità fino ai giorni nostri.
Ma torniamo alla storia della cantina: l’attività di Antonio fu poi portata avanti e incrementata dal figlio Giuseppe, detto Pinutin, che acquisì nuovi vigneti a Cascina Boera, luogo dove tutt’ora sorge Cantina Monpissan.
Antonio era il nonno dell’Antonio Gallino di oggi, che con la passione della vite e del vino, anche grazie all’aiuto costante della moglie Margherita, porta a vinificare uve provenienti da 13 ettari di proprie vigne e a coltivare le tipiche nocciole. Antonio oggi è coadiuvato dalla figlia Pinuccia e dal genero Giovanni, coinvolti pienamente nel lavoro di vigna, cantina, agriturismo e marketing aziendale.
Abbinando antiche tradizioni e nuove tecnologie, Cantina Monpissan produce i vini tipici del Roero come Arneis, Roero, Nebbiolo e Barbera, ma anche vini come Bonarda e Grignolino, dolci come Armonia e Birbet, Spumante Brut. A nonno Pinutin, è dedicato il “Pinutin Rosè” da uve nebbiolo mentre al bisnonno è dedicata la selezione Roero Arneis docg “Toni Bel” grazie al quale è iniziata la storia della cantina.
Uno dei vini più rappresentativi dell’azienda è proprio il Roero DOCG, 100% Nebbiolo, prodotto a sinistra del Fiume Tanaro nell’omonima zona della denominazione. Un vino che denota un colore rubino con trasparenze e sfumature ramate, di grande eleganza e maturità grazie al passaggio in legno, esprime note di ciliegia e mirtillo, cenni di cuoio e liquirizia, mentendosi fresco e vibrante, al palato conferma la sua eleganza e la genuina piacevolezza di beva. Una piacevole scoperta da tenere d’occhio!
A cura di Giuseppe Petronio
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