La Vigna di Domani. Nicolò Fenzi e La Romiglia: una storia di coincidenze necessarie Arrow Right Top Bg

26 Giugno, 2026

La Vigna di Domani. Nicolò Fenzi e La Romiglia: una storia di coincidenze necessarie

  Non so se il destino esista davvero. Se la nostra vita sia già scritta così che non siamo noi a prendere delle decisioni. Magari la vita ci mette dinanzi a delle scelte e il nostro libero arbitrio ci fa decidere. Se però il destino esiste davvero, c’è un momento, nella vita di certi uomini, in cui il destino stesso smette di essere un concetto astratto e diventa un nome di persona. Per Nicolò Fenzi quel nome è Martina. Tutto il resto, La Romiglia, i diciassette ettari tra la Val d’Illasi e San Michele Extra, le venticinquemila bottiglie, il Merlot ancora in vasca che sogna di diventare il vino della sua vita, viene dopo.  Il modo in cui le cose più importanti capitano e solo a posteriori sembrano inevitabili sono la nostra vita. Ma andiamo con ordine. Perché la storia di Nicolò è una di quelle che non si raccontano in due righe, e sarebbe un torto provarci. Ho imparato, nel tempo, a diffidare delle presentazioni troppo ordinate. Quelle in cui il vignaiolo ti racconta di nonni con le mani nella terra, di una vocazione tramandata di padre in figlio come un’argenteria di famiglia. Non che siano false. Spesso sono storie bellissime e piene di sentimento. Nell’ultimo anno ho incontrato una generazione di produttori la cui traiettoria somiglia molto di più ad un percorso accidentato che a una linea retta. Gente che è arrivata al vino per vie traverse, per caso, per amore, per disperazione. Nicolò Fenzi è uno di loro. Così, quando ha iniziato a raccontarmi la sua storia, mi sono ritrovato ad ascoltarlo con quella qualità di attenzione che si riserva alle cose che non ti aspetti. Quando parla di sé, Nicolò usa la parola schizzato con un’affettuosa autoironia che tradisce tutto il contrario. Gli occhi si muovono veloci, il pensiero ancora di più. Ha quella qualità rara nei giovani imprenditori del vino, rara in generale, di non prendersi troppo sul serio pur essendo serissimo in ciò che fa. Prima di entrare nella vigna di famiglia ha scritto software per le banche, raccolto banane nel Queensland, imparato l’inglese guardando il Gladiatore in loop, gestito uno shop e un ristorante fine dining a Melbourne, fatto il venditore di elettrodomestici. Non è una biografia. Semmai è un romanzo picaresco con un finale inaspettato. E il finale, come si diceva, si chiama Martina. Nasce tutto quando sono andato in Australia. Avevo ventuno, ventidue anni. Prima non c’entravo niente col mondo del vino. Programmavo software per le banche. Facevo il tecnico ambientale alle superiori, poi mi sono ritrovato lì. Buono stipendio, macchina aziendale, tutto pagato. E mi ero stufato. Come diavolo si fa a stufarsi a vent’anni di un lavoro che molti si sognano non lo so davvero. Ma se sei irrequieto, se senti che c’è qualcosa che ti da fastidio, allora la noia arriva. È che era monotono. Ripetitivo. Io sono uno che si stanca facilmente. È il motivo per cui ho mollato le banche ed è anche il motivo per cui il vino mi ha preso: continui a imparare, i vini sono sempre diversi, le persone sono sempre diverse. Non ti fermi mai. Licenziato a settembre, a novembre era già su un aereo per Sydney con un borsone che conteneva sei canottiere, due pantaloncini da calcio e un numero imprecisato di mutande. L’idea era starci quattro, cinque mesi. Ci è rimasto cinque anni. L’Australia è quella grande parentesi dorata che i ventenni italiani inseguono da decenni. La possibilità di reinventarsi in un posto che non ti conosce, che non ti giudica, che ti offre uno stile di vita costruito attorno all’idea che lavorare bene non significhi lavorare tanto. Nicolò ci è entrato da cameriere e si è ritrovato in una fattoria di banane nel Queensland. Eravamo 120 persone in un ostello provenienti da tutto il mondo. Mi ha insegnato più di ogni altra cosa, anche di umiltà Da lì ha trovato la strada verso il vino quasi per caso, nel senso in cui le cose più importanti capitano quasi per caso. Ho capito che in Australia gli italiani del vino erano ben visti. Siccome non parlavo inglese e dovevo impararlo, ho cominciato a studiare da sommelier. In inglese. Non sapevo ancora dire buongiorno e già studiavo enologia in lingua straniera. Se fosse stata una strategia, allora mi trovo dinanzi un genio. Se una follia, un incredibile e simpaticissimo folle. Entrambe le cose. Ma soprattutto mi piaceva. Era quello il punto. Poi ho imparato l’inglese guardando il Gladiatore. L’avrò visto un milione di volte tanto che Russell Crowe me lo sogno di notte. Divertente, allegro, scanzonato. Sempre con il sorriso. Sembra un guascone ma è un ragazzo dal cuore d’oro.  Doveva estraniarsi dagli italiani per forza. Per imparare bene l’inglese. È cosi che frequentando gli australiani e gli stranieri in generale entra in Attica, al tempo uno dei migliori ristoranti del continente australiano. Conosce persone e arriva a fare il general manager in un altro ristorante. Poi è arrivato il bando. Un errore del suo immigration agent, il permesso di soggiorno applicato dieci giorni in ritardo e Nicolò si ritrova irregolare sul territorio australiano senza saperlo. Lo scopre nel peggiore dei modi possibili: all’aeroporto, di ritorno da un viaggio in Italia per il diciottesimo compleanno di suo fratello, a cui aveva promesso di portarlo a Londra. Tre anni di bando dal Paese in cui stava costruendo la sua vita. Tre anni di divieto di rientro in Australia. In Australia mica sono come in Italia dove gli immigrati irregolari girano con tanto di foglio di via in mano indisturbati! Là dovevo sposarmi. Una chef brasiliana. Stavamo insieme da quattro anni. Il viaggio di nozze era già organizzato. I biglietti erano già comprati. Ho fatto il viaggio di nozze da solo, Brasile, Perù, Argentina. Con tutti i biglietti che avevo già in mano. Cretino che non sono altro. Lo dice ridendo anche se c’è qualcosa sotto quella risata che non è del tutto allegra. C’è il residuo di un naufragio vero e i naufragi, nella tradizione letteraria e nella vita reale, producono spesso le trasformazioni più profonde. A patto di sopravvivere alla corrente. Nicolò è sopravvissuto. Prima con una stagione a Cervinia Ero una mina vagante, molto bravo nel lavoro ma instabile, i proprietari mi hanno tenuto in piedi Poi con il girovagare sudamericano, poi con cinque anni da venditore di elettrodomestici, in cui il vino non voleva più sentirlo nominare.  Avevo troppi ricordi legati a lei. Ho cambiato completamente, non volevo più saperne. È qui, in questo deserto volontario, che entra Martina. Ero a un matrimonio. Avevo bevuto quei due calici in più. La migliore amica di Martina era diventata fidanzata di un mio caro amico e mi ha detto: non ho un’amica da presentarti, ma se è bionda con gli occhi azzurri dimmi che te la trovo. Ho detto: sono stufo di qualsiasi donna dunque solo se è bionda con gli occhi azzurri. E lei mi fa: ce l’ho. Nicolò fa una pausa. Sembra ancora non capacitarsene del tutto. Quando ci siamo presentati, mi stava sulle palle. Non le ho parlato per tutto il resto del matrimonio. Poi, non so come, alla fine della serata era rimasta impressa in tutto e per tutto. E da lì non ci siamo più lasciati. È una storia d’amore raccontata alla rovescia, come spesso sono le storie d’amore vere. Quelle in cui l’inizio è antipatico e la fine è ancora aperta. Martina è entrata nella vita di Nicolò come entra certa luce nelle cantine: di traverso, inaspettata, e alla fine indispensabile. Mi ha messo in riga Nicolò non lo dice come si dice di qualcuno che ti ha addomesticato. Lo dice come si dice di qualcuno che ti ha restituito a te stesso.  Ero sempre incazzoso. Non avevo voglia di fare niente. Lei mi ha spronato: molla il lavoro, vieni in azienda, questa è la tua cosa. Mi ha sempre appoggiato. È stata una parte importantissima. La famiglia di Martina, il padre Paolo, il fratello Michele, coltivava vigneti da generazioni nella Val d’Illasi, quella valle lunga e appartata a est di Verona dove le colline si alternano a oliveti e ciliegi, dove il torrente Illasi scorre tra i borghi, e dove i vini possono portare il nome di Valpolicella pur vivendo in una dimensione tutta propria, lontana dal clamore della zona classica. Per generazioni le uve erano finite alla cantina sociale. Un classico. Nel 2020 Michele aveva cominciato, in conto lavorazione, a produrre qualche bottiglia in proprio. Nicolò arriva con la sua formazione da sommelier australiano, la sua esperienza commerciale, e la franchezza di chi non ha niente da dimostrare e tutto da costruire. Il suocero Paolo gli da piena autonomia. Firma in banca inclusa. Una attestazione di stima pazzesca. Come se avesse visto in lui qualcosa di speciale. Non solo il compagno della figlia. Non so se ce la farei a fare lo stesso con il fidanzato di Beatrice Nicolò, si riferisce a sua figlia di sedici mesi Perché mi ha dato tutto. Ma poi ci penso e mi dico: dipende da cosa vedi nell’altro. Lui ha visto qualcosa in me. Martina avrà fatto il suo lavoro, probabilmente. E poi bisogna avere il coraggio di fidarsi. È forse la cosa più onesta che mi dice in tutta la giornata. Perché il coraggio di fidarsi, di un estraneo, di un vino ancora in vasca, di un mercato capriccioso, è la competenza più rara in questo settore. E anche la più necessaria. Il primo anno ho fatto un po’ di tutto. Poi ho detto a Michele: per vendere devo dedicarmi alla vendita al cento per cento. Nel campo puoi prendere qualsiasi altra persona, perché non sono tagliato. Sono lento, non sono manuale. Alla fattoria di banane avevo una maglietta gialla con scritto ‘I like bananas’. Ecco, quello ero io nei campi. Oggi i ruoli sono chiari come i filari in una giornata senza nuvole: Paolo nei campi, Michele in cantina, Nicolò sul mercato. E le donne, Martina e sua madre Giovanna, che assaggiano, giudicano, orientano. Novanta volte su cento vedono più lungo loro. Tutto passa per loro. Hanno un palato ben sviluppato, e quando siamo indecisi su dove andare, ne discutiamo con loro. Poi decidiamo. Non c’è ombra di ironia in questa ammissione. C’è invece qualcosa di molto contemporaneo e molto sano: un uomo che sa dove stanno i talenti, i suoi e quelli degli altri e li mette al posto giusto senza fare scenate di ego.   I vini Atena. Spumante Pinot Grigio Atena è la dea della sapienza, della strategia, dell’ingegno. È con quella stessa intelligenza sottile che questo spumante si rivela nel calice, rifiutando le regole del gioco per costruirne di nuove. Il perlage è vigoroso, insistente, ma non invasivo. Le bolle sono fini, disciplinate, come chi, avendo qualcosa da dire, lo dice con misura. Al naso arriva qualcosa di Il melograno, la mela, la pera e la prugna. Solo dopo, quell’arancia amara che ritorna con la tenacia di un’idea fissa. Frutti rossi di bosco, more, lamponi e un’abbondanza di ribes che non ti aspetti da un Pinot Grigio. Tanto meno in forma di spumante. In bocca è secco, fresco e con un finale amarognolo che strega. Salato, rotondo, con una pienezza che riempie per poi lasciarti sospeso in una di quelle domande che sanno di senso della vita: ti piace o non ti piace? Non riesci a deciderlo così che questo è il suo sortilegio più riuscito. Un Martinotti che rifiuta di essere banale. Non è il classico metodo Charmat che scivola via senza lasciare traccia. Questo resta. Floreale, fruttato, intenso, lascia qualcosa al naso e in bocca che ti fa dire, però però però. Non qualcosa di normale. Qualcosa di diverso. Qualcosa che ti ispira, nel bene. Rionda. Garganega La Garganega ha mille volti. Quello di Rionda, che arriva dalla collina di Canova, tra Illasi e Tregnago, a oltre trecento metri, su un suolo ghiaioso e calcareo che racconta millenni di geologia veronese, è un volto di rara purezza. Il colore è paglierino luminoso, con riflessi dorati che evocano la calda luce di ottobre, il momento esatto in cui le uve vengono raccolte. Al naso si apre con discrezione aristocratica: fiori bianchi di campo, mandorla fresca, pesca bianca, una nota agrumata tenue che ricorda il cedro. C’è mineralità, quella mineralità calcarea del terreno che non si inventa, che si sente come il profumo della pietra bagnata dopo la pioggia. In bocca è preciso, agile, con un’acidità netta e pulita che sorprende per eleganza. La pressatura soffice ha rispettato ogni cosa. Niente viene stravolto, niente forzato. La fermentazione in acciaio, a bassa temperatura, ha preservato quella freschezza varietale, quella croccantezza del frutto, quella sapidità finale che si allunga e ti accompagna. Mille trecentocinquanta bottiglie l’anno: quasi un segreto. Una Garganega che non cerca il palcoscenico ma, una volta che la incontri, non dimentichi. Valpolicella Superiore 2023 Nel calice, il colore granata ha qualcosa di disarmante. È limpido, trasparente, con una finezza cromatica quasi insolita per la Valpolicella, un territorio dove i vini tendono alla corposità, alla densità, al peso. Questo, invece, è leggero di struttura ma pesante di carattere. I sentori sono balsamici, meravigliosi: frutta tra il maturo e il croccante, fragole che emergono con allegria, frutti di bosco, ribes, lamponi. Freschi, caldi, sviluppanti. Si avverte l’erbaceo, ma non come difetto, come una nota di campo che dà freschezza, che ricorda il mese di ottobre sui colli, l’aria tra i filari. Le note speziate e legnose sono infinitesime, sullo sfondo, quasi un sussurro. Poi, inaspettata, arriva quell’arancia, una sorta di Fanta che dona un senso giocoso e solare che ti prende di sorpresa e ti fa sorridere. In bocca mantiene quella stessa giovialità. I tannini ci sono, ma appena accennati. Una presenza gentile, non una dichiarazione. La sapidità, invece, si espande magnificamente, allargando il vino, moltiplicandolo. Fresco. Vivace. Lontano anni luce dai vini pomposi della Valpolicella, quelli che si tagliano con il coltello. Questo è un vino che si beve, si condivide, si racconta agli amici senza pretese. Bello perché vivo. Bello perché vinoso e vivace e colorato. Bello perché non ti chiede niente. Ti dà tutto. È un momento complicato per il vino italiano, inutile negarlo. Il mercato rallenta, i consumi interni si contraggono, e troppi produttori cedono alla tentazione di abbassare i prezzi pur di liberare le cantine. Nicolò ne parla con la lucidità di chi conosce i meccanismi della vendita prima ancora di quelli della vigna, e con quella franchezza un po’ scomoda che si trova nelle persone che non hanno paura di dire le cose come stanno. Una volta che hai abbassato il prezzo, hai drogato il mercato e il cliente. Se oggi un vino lo vendi a dieci invece che a venti, l’anno dopo diventa complicatissimo tornare a venti. So di colleghi che pur di vendere fanno accordi sconvenienti, si liberano le cantine a qualunque condizione. E parliamo di vini di ottima qualità. Questo mi fa piangere il cuore. I diciassette ettari ci permettono di conferire quello che non vinifichiamo e questo ci dà respiro. Non abbiamo fretta. Non dobbiamo svendere. Possiamo aspettare il momento giusto per ogni vino, ogni annata. Non tutti possono farlo, e lo capisco. Ma chi può, dovrebbe. La gamma di La Romiglia è ancora giovane, volutamente contenuta. Ci sono i vini che piacciono alle donne di casa. A partire dal Pinot Grigio, il più venduto. Poi quelli che piacciono a Nicolò: i rifermentati, l’ancestrale, il Valpolicella prodotto su quel colle in mezzo al bosco che lui descrive come “un posto pazzesco.” I rifermentati mi ricordano i miei nonni, perché facevano i vini così. Con altri metodi, certo. Ma quella cosa lì, quella naturalezza nel vino, me la porto dentro. È una frase piccola che contiene un’intera storia sentimentale col vino. E mi colpisce, perché Nicolò non ha avuto un’educazione enologica classica, non ha cresciuto le papille tra le botti di papà. Eppure parla del vino con una memoria affettiva che di solito appartiene solo a chi è cresciuto tra i filari. Il Pinot Grigio non lo bevo mai. Non perché non sia buono. Ma è più standard. È quello che piace alle fanciulle di casa, ed è il nostro più venduto. E quindi lo facciamo, e lo facciamo bene. Poi c’è il vino del futuro: un Merlot in purezza, senza denominazione, senza annata per ora. Il 2022 e il 2023 in vasca, uno in cemento, uno in legno, il 2025 che andrà in anfora. Sono un grande amante dei tagli bordolesi. E il Merlot è l’unico che ci permette, adesso che non siamo ancora conosciuti, di poter giocare davvero. Fare microvinificazioni, andare a brindare, starci dietro parecchio. Usciremo l’anno prossimo, quello dopo. Senza fretta. Colgo la consapevolezza precisa del punto in cui ci si trova, senza falsa modestia e senza falsa urgenza. Senza la sindrome da protagonismo precoce che affligge tanta parte del vino italiano emergente. Sulla filosofia produttiva, La Romiglia occupa con onestà quello spazio difficile che molte cantine faticano a abitare con coerenza: biologici in vigna, interventisti minimi in cantina, né rigorosamente naturali né convenzionali. Dipende da quello che facciamo. La Garganega va con lieviti indigeni. Il Falco anche. I rifermentati anche. Il Pinot Grigio no. Lieviti selezionati, neutri. E lo diciamo sempre, apertamente. Più trasparenti possibile. In un settore dove le etichette (naturale, biodinamico, convenzionale) rischiano di diventare campagne di marketing più che dichiarazioni di metodo, questa pragmatica trasparenza ha il sapore di qualcosa di raro. E prezioso. L’importante è agire come se dovessi bere te. In vigna siamo a regime biologico perché ci cammino dentro con il passeggino di Beatrice. Filari su e giù quando non dorme. Non puoi mettere in giro roba che non vorresti respirare tu. Ripensa all’Australia. Al permesso di ingresso negato. Al matrimonio saltato. A cosa sarebbe stata la sua vita se non ci fosse stato quell’errore commesso dal suo agente per l’immigrazione.  Pensa a quello che non mi è stato concesso di fare in Australia. Pensa a dove sarei adesso se non mi avessero bloccato. Probabilmente non avrei Martina, non avrei Beatrice, non avrei questo. Quindi no, non tornerei indietro. Neanche un giorno. Rimango in silenzio un momento. C’è poco da aggiungere a una frase del genere. Il destino, si sa, non chiede il permesso. Arriva travestito da errore burocratico, da bando triennale, da matrimonio con due calici in più. Arriva con un nome di donna e una vigna di famiglia che nessuno stava ancora vinificando davvero. E se sei abbastanza sveglio, o abbastanza stanco di resistere, lo riconosci. Nicolò Fenzi lo ha riconosciuto. E alle pendici del Monte Garzon, tra Illasi e Tregnago, tra le colline a est di Verona, le viti stanno già lavorando per la vendemmia prossima.   Ivan Vellucci – Suggestioni di Vino
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Alta Langa Roma 2026. Le Alte Bollicine Piemontesi abbracciano la Capitale Arrow Right Top Bg

25 Giugno, 2026

Alta Langa Roma 2026. Le Alte Bollicine Piemontesi abbracciano la Capitale

  Roma non è una città come le altre. È un grande libro di storia, aperto su tutti i tavoli.
Alberto Moravia Le colline alte e il tempo lungo Non fuit in solo Roma peracta die La pazienza è una virtù per pochi. Così come Roma non fu costruita in un solo giorno alcuni vini hanno bisogno di tempo. E tanta pazienza. Quella che si misura in mesi, anni. Quella che si conta nel silenzio delle cantine dove avvengono trasformazione lente e silenziose dentro una bottiglia sigillata. L’Alta Langa DOCG è uno di questi vini. È metodo classico piemontese che porta nel nome stesso la sua geografia: le Langhe alte, quelle dove l’altitudine supera i 250 metri sul mare, dove il suolo è più povero e la vite deve faticare, dove Pinot nero e Chardonnay trovano le condizioni per esprimere una tensione che nelle terre più generose non avrebbero. La storia dell’Alta Langa affonda le radici nella metà del XIX secolo, quando le prime sperimentazioni di spumante metodo classico in Italia ebbero luogo nelle celebri “cattedrali sotterranee” di Canelli: un vasto sistema di gallerie e sale scavate nel tufo, profonde fino a 32 metri, dove i vini vengono tutt’oggi affinati a temperatura e umidità costanti. Era il 1865 quando Carlo Gancia si recò a Reims per studiare il metodo degli Champagne. Al suo ritorno aveva impiegato oltre quindici anni di ricerca per giungere a risultati soddisfacenti, partendo dai vitigni Pinot nero e Chardonnay. Il Piemonte, in questo senso, non ha nulla da invidiare a nessuno. Ha solo avuto, come spesso gli capita, un carattere riservato e poco incline alle celebrazioni premature. La storia della DOCG è più recente: i lavori per il riconoscimento della Denominazione d’Origine iniziarono negli anni ’90, quando alcuni produttori locali decisero di tornare alla produzione di vini spumante metodo classico, selezionando i vitigni migliori e mappando il territorio. L’Alta Langa ottenne la DOCG attraverso la pubblicazione in Gazzetta Ufficiale del decreto ministeriale del 21 febbraio 2011, con riconoscimento retroattivo fino alla vendemmia 2008. Da allora, la denominazione ha percorso una traiettoria silenziosa ma inesorabile verso la consapevolezza della propria identità. Palazzo Brancaccio: l’ultimo palazzo nobile di Roma Che un vino così costruito sulla storia abbia scelto Roma per raccontarsi e dentro Roma uno dei suoi luoghi più carichi di memoria, non è casuale. Palazzo Brancaccio sorge sul Colle Oppio ed è l’ultimo palazzo nobiliare costruito a Roma. Fu finanziato dall’americana Mary Elizabeth Bradhurst Field, facoltosa dama dell’alta società di New York, la cui figlia Elizabeth andò sposa al principe Salvatore Brancaccio portandogli una dote di un milione di dollari. Edificato nel 1880 su progetto dell’architetto Gaetano Koch, sorge nel cuore della città eterna, a un passo dalla Domus Aurea, tra il Colosseo e le basiliche di San Giovanni e Santa Maria Maggiore, e rappresenta uno dei massimi esempi di architettura e decorazione d’interni in stile eclettico. Il terreno acquistato dalla famiglia comprendeva un grande parco cresciuto sulle rovine delle Terme di Traiano, tra le quali una torre, detta di Mecenate dalla quale Svetonio sosteneva che Nerone avesse assistito al grande incendio di Roma del 64 d.C. Strati su strati. Ogni pietra di questo palazzo poggia su un’altra storia, e quella storia poggia su un’altra ancora. Oggi Palazzo Brancaccio mantiene la sua straordinarietà diventando un luogo di incontro aperto al pubblico, destinato a mostre, eventi e cultura, con i suoi saloni a disposizione per eventi privati di alto livello. Lo Spazio Field, il polo espositivo interno dedicato all’arte moderna e contemporanea, è la cornice che il Consorzio Alta Langa ha scelto per il terzo anno consecutivo. Alta Langa Roma: la terza edizione Lunedì 11 maggio, il Consorzio Alta Langa ha portato nella Capitale la terza edizione di “Alta Langa Roma”, evento B2B rivolto al mondo dell’Horeca e alla stampa di settore. Una manifestazione che ogni anno consolida la presenza della denominazione a Roma, costruendo un dialogo con la ristorazione e i comunicatori della città. Nelle sale affrescate dello Spazio Field, tra l’eco di una storia millenaria e la tensione del presente, i produttori hanno portato le loro bottiglie e dentro quelle bottiglie, anni di attesa. Ho avuto modo di assaggiare una rassegna ampia e significativa. Ne racconto i passaggi più intensi.   I vini Agricola TT. Un Pinot nero in purezza affinato 36 mesi sui lieviti. Franchezza, senza preamboli. Bolla fine e continua. Il naso porta sentori di piccoli frutti rossi appena accennati, crosta di pane, un filo di grafite. In bocca è teso, verticale, con una mineralità che rimanda direttamente ai suoli argilloso-calcarei delle Langhe alte. Non cerca la complessità a tutti i costi e la trova per via naturale.  Semplicemente stando fedele al territorio. La Fusina. Ancora un Pinot nero in purezza, ma con un affinamento portato tra i 36 e i 42 mesi. Una manciata di mesi in più che si percepisce nella tessitura del vino, in una trama che si apre con più lentezza e più ricchezza. Il frutto è più integrato, la crosta di pane lascia spazio a qualcosa di più profondo. Tostature leggere, nocciola, un accenno di spezia dolce. Un vino che invita a rallentare il ritmo della degustazione. Josetta Saffirio sceglie un assemblaggio di Chardonnay e Pinot nero con 40 mesi sui lieviti. Il nome della produttrice porta con sé tutto il rigore morale delle Langhe, di una famiglia che ha costruito la propria reputazione sul Barolo. È così che porta la stessa serietà nel metodo classico. Il vino è austero nel senso migliore del termine: non freddo, non distante, ma misurato. Al naso fiori bianchi, agrumi canditi, una nota gessosa elegante. In bocca la struttura è solida, il finale lungo e sapido, con una chiusura che evoca la pietra bagnata. Tenuta Langasco presenta il Gredo, Chardonnay e Pinot nero con 48 mesi di affinamento: uno dei vini più profondi dell’intera giornata. Quarantotto mesi significano quasi quattro anni a contatto con i lievit. Il vino porta quella storia con piena consapevolezza. Il perlage è finissimo, quasi impercettibile alla vista ma cremoso al palato. Al naso si aprono note di pasticceria, miele d’acacia, agrumi maturi, con una complessità che si stratifica nel bicchiere nel tempo. In bocca è ampio, lungo, con un equilibrio tra freschezza e maturità che testimonia un lavoro preciso e paziente in cantina. Vite Colte. Pas Dosé 2021. Si coglie con chiarezza la filosofia della denominazione: zero dosaggio, nessuna correzione zuccherina, il vino lasciato parlare senza intermediari. Il risultato è un Extra Brut secco e diretto, con note di limone, fiori di campo e un filo di lievito fresco. Freschezza integra, beva scattante. Un vino che dice esattamente quello che è, e non chiede nulla in cambio se non attenzione. Deltetto convince con il Blanc de Noir 570 Riserva: il numero rimanda all’altitudine dei vigneti, e già questo dettaglio racconta il progetto. Il Pinot nero vinificato in bianco cede il colore ma conserva tutto il carattere: la bolla è finissima, il naso elegante e floreale, con petali di rosa, pesca bianca, un tocco di mandorla. In bocca è cremoso, sapido, con una lunghezza che sorprende per pulizia e precisione. Un Blanc de Noir che sa di quota, di vento, di collina. Marco Capra porta il Seitremenda Rosé. Il nome stesso ha qualcosa di evocativo: tre cose, tre elementi, una sintesi. Il colore è di una tenuità quasi trasparente, cipria con riflessi ramati. Al naso piccoli frutti rossi, fragoline di bosco, una nota di rose appena appassite. In bocca è leggero ma non esile, con una beva elegante che ha la grazia dei grandi rosé da Pinot nero. Un vino che non si impone: si lascia incontrare. Ettore Germano con la Riserva Blanc de Blancs 2017 firma uno dei momenti più alti dell’intera degustazione. Sette anni sulle spalle portati con una grazia che lascia senza parole. Germano riversa in questo Blanc de Blancs la stessa attenzione maniacale propria delle Langhe. Il colore è dorato, luminoso. Al naso si aprono note di agrumi canditi, fiori secchi, miele di zagara, una complessità che si evolve nel bicchiere minuto dopo minuto. In bocca la tensione citrina è ancora viva, la freschezza miracolosamente preservata nonostante il tempo, il finale è lunghissimo, minerale, con una persistenza che accompagna ancora qualche minuto dopo l’ultimo sorso. Daffara e Grasso presentano la loro Riserva con 90 mesi di affinamento. Solo questo dato ferma il pensiero. Novanta mesi: sette anni e mezzo dentro la bottiglia, a contatto con i lieviti esausti, in una trasformazione lenta e irreversibile. Il vino che ne esce appartiene già a una categoria altra, quasi a un genere diverso di bevanda. Al naso note di ossidazione controllata (noci, burro antico, miele ambrato) convivono con una freschezza residua che tiene tutto in equilibrio. In bocca è ricco, profondo, con una sapidità che contrasta la morbidezza e una persistenza interminabile. Non è un vino per tutti i momenti. È un vino per i momenti che contano. Ghione con La Reine vendemmia 2018 offre un millesimato che ha trovato il proprio equilibrio. Il 2018 in Piemonte è stata un’annata complessa, con estati calde e vendemmie anticipate, eppure questo vino restituisce una bella compostezza: frutto maturo ma non stanco, fiori gialli, una nota di crosta di pane integrale. In bocca è strutturato, pieno, con una chiusura lunga e appagante. La Reine, la Regina, porta bene il suo nome. Tenuta Il Falchetto. Un Blanc de Noir pulito e preciso, dove il Pinot nero cede elegantemente il colore ma conserva il carattere varietale: una nota di lampone appena accennata al naso, poi fiori bianchi e lievito fresco. In bocca è teso, verticale, con una freschezza che lo rende di grande bevibilità. Un vino che funziona anche fuori dai contesti da degustazione. Si apre a tavola e finisce troppo presto. Poderi Cusmano. Pas Dosé millesimato 2019 di bella tensione. Il 2019 è un’annata che in Alta Langa ha regalato vini vibranti. Questo lo conferma. Naso agrumato e floreale, bocca salina e fresca, con una struttura snella che porta lontano. Zero dosaggio, zero compromessi. Un vino onesto e convincente. Tenute Rade. Riserva Pas Dosé prosegue il filo del rigore: note di pasticceria e frutta secca al naso, bocca ampia e persistente, con una verticalità che il lungo affinamento non ha scalfito. Un vino che guarda avanti, che ha ancora strada da fare in bottiglia. Nada Giuseppe. Su Altezza millesimato 2022, il più giovane in degustazione. Il nome è un omaggio ironico e affettuoso all’Alta Langa stessa: Sua Altezza, le colline alte. Il vino ha la vivacità e la freschezza di un millesimo recente: frutto croccante, floreale, bolla energica. Non ha ancora la profondità dei vini con più anni, ma ha qualcosa di prezioso che il tempo rischia talvolta di erodere: la gioia pura del vino giovane. Vale la pena seguire la sua evoluzione. Pecchenino. PSea Riserva Pas Dosé da Chardonnay e Pinot Nero, conferma che i produttori di Dolcetto e Barolo, quando si avvicinano al metodo classico, portano con sé una sensibilità per il territorio difficile da imitare. Il vino è secco, preciso, con una mineralità austera e un finale che ricorda le pietre delle colline di Dogliani. La beva è seria ma mai severa. Cantina Clavesana. Un Extra Brut che esalta la generosità tipica delle cooperative di territorio. Sembra un vino pensato per portare la denominazione a un pubblico più ampio. Lo fa senza scendere a compromessi sulla qualità. Fresco, agrumato, con una bolla vivace e una beva diretta. Un’Alta Langa democratica, nel senso più nobile del termine. Podere Gagliassi 2021 è una delle sorprese genuine della giornata. Produttore giovane, ancora in fase di consolidamento, ma già capace di un vino che parla con chiarezza: naso preciso tra fiori bianchi e lievito, bocca fresca e sapida, ritmo incalzante. Da tenere d’occhio con attenzione. Marziano Abbona chiude la mia rassegna con un Extra Brut 2021 di grande eleganza. Abbona è uno dei nomi storici delle Langhe che nel metodo classico riversa tutta la sua esperienza con i suoli e i vitigni piemontesi. Il vino è raffinato, composto, con una complessità che non si rivela tutta subito: al naso fiori di mandorlo, agrumi, una nota di brioche. In bocca è lungo, equilibrato, con una chiusura sapida e pulita che invita al sorso successivo. Una firma autorevole con cui chiudere.   La denominazione che guarda a Sud Mi piace particolarmente l’idea di portare l’Alta Langa a Roma per tre anni di fila. Non è solo promozione. Somiglia ad un dialogo tra due geografie della cultura italiana: le colline del Nord che fanno vino lento e la città che da tremila anni custodisce il senso del tempo lungo. Il vino che fermenta 36, 48, 90 mesi dentro una bottiglia sa qualcosa che Roma sa: che le cose migliori non si affrettano. Che la pazienza non è debolezza, è metodo. Questi metodi classici piemontese hanno molto da raccontare alla Capitale. E la Capitale, evidentemente, è pronta ad ascoltare.   Superanda omnis fortuna ferendo est.
La pazienza vince sulla sorte. Virgilio   Ivan Vellucci – Suggestioni di Vino
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25 Giugno, 2026

A Roma vince il bianco: il Falstaff White Wine party accende l'interesse per il vino tra professionisti e nuove generazioni

  Al Grand Hotel Plaza 400 presenze per il debutto italiano del format dedicato ai grandi vini bianchi. Tutto esaurito per le masterclass e forte partecipazione di operatori, distribuzione, stampa e appassionati.   In un momento in cui statistiche e analisi di mercato raccontano un consumo di vino in contrazione, il debutto italiano del Falstaff White Wine Party offre una fotografia molto più incoraggiante: quella di un pubblico curioso, partecipe e desideroso di scoprire territori, vitigni e storie produttive. La prima edizione dell’evento, andata in scena al Grand Hotel Plaza di Roma, ha registrato 400 ingressi tra operatori del settore, rappresentanti della distribuzione romana, sommelier, media e wine lover, confermando l’interesse verso un’offerta capace di coniugare qualità, approfondimento e convivialità. Protagonisti della giornata sono stati i 54 produttori provenienti da tutta Italia, chiamati a raccontare identità e interpretazioni differenti dei bianchi italiani. Più che una semplice degustazione, il White Wine Party si è trasformato in un momento di incontro tra mondi diversi, di professionisti, produttori, comunicatori e consumatori, che hanno condiviso una giornata dimostrando come il vino continui a rappresentare uno straordinario strumento di relazione, cultura e socialità. Grande partecipazione anche per il programma delle masterclass – “Albana, l’underdog da scoprire”, “Super-Soave, il grande bianco veneto” e “La longevità del Gewürztraminer” – che, con un tutto esaurito, hanno coinvolto il pubblico in un percorso di scoperta di varietà meno conosciute e inaspettate prospettive evolutive. “Vedere tante persone riunite a degustare, con entusiasmo, curiosità e voglia di condividere l’esperienza, è stata per noi la soddisfazione più grande. Questa prima edizione italiana ha superato le aspettative e conferma che esiste un interlocutore attento, che vuole vivere il vino in modo contemporaneo e inclusivo”, commentano Simon Staffler e Othmar Kiem, co-fondatori di Falstaff Italia. Lorenzo Del Giudice, Bibenda. Un segnale particolarmente significativo arriva anche dalle nuove generazioni. In questa occasione, infatti, la Fondazione Italiana Sommelier, responsabile del servizio durante l’evento, ha evidenziato come in realtà il 25% degli iscritti ai corsi dell’ultimo anno sia rappresentato da under 30, un dato che racconta un coinvolgimento concreto – e non in declino – e che contribuisce a ridimensionare la narrazione di un progressivo disinteresse dei giovani nei confronti del settore. Complice anche il linguaggio, che deve diventare più accessibile e diretto, senza rinunciare alla profondità culturale. Eventi come il Falstaff White Wine Party dimostrano come sia possibile avvicinare nuovi pubblici attraverso formule capaci di unire contenuto e intrattenimento, conoscenza e convivialità. E la risposta di Roma conferma la validità di un format che ha saputo interpretare i cambiamenti in atto nel settore. Per una prima edizione, costruita su un concept ancora inedito, i risultati ottenuti rappresentano un segnale incoraggiante e una base solida da cui partire per i prossimi appuntamenti. “Da quello che ho potuto percepire, questa prima edizione è stata un grande successo. Ho visto una partecipazione autentica e un clima di confronto molto positivo tra operatori e appassionati. Eventi come questo rappresentano un’importante occasione per valorizzare le eccellenze enologiche italiane e rafforzare la cultura del vino”, commenta Giuliano Rossi, presidente di Vinarius, ospite della giornata. La Redazione
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Vitevis per Sorsi D’Autore: protagonisti a Villa Cordellina Pif e Francesco Piccolo Domenica 28 giugno, l’attesa rassegna culturale porta cinema e letteratura nel cuore del Vicentino. I vini di Vitevis celebreranno la cultura. Arrow Right Top Bg

25 Giugno, 2026

Vitevis per Sorsi D’Autore: protagonisti a Villa Cordellina Pif e Francesco Piccolo Domenica 28 giugno, l’attesa rassegna culturale porta cinema e letteratura nel cuore del Vicentino. I vini di Vitevis celebreranno la cultura.

  Le eccellenze enologiche di Vitevis saranno protagoniste domenica domenica 28 giugno in occasione di Sorsi d’Autore a Villa Cordellina Lombardi (Montecchio Maggiore, Vicenza), iconica villa veneta da pochi anni tornata al suo antico splendore.   Ospiti della serata due delle voci più originali della cultura italiana contemporanea: PIF – pseudonimo di Pierfrancesco Diliberto – regista, sceneggiatore, attore e scrittore, è tra le voci più ironiche e acute del panorama italiano, con uno stile capace di mescolare satira e impegno civile; con lui Francesco Piccolo, scrittore e sceneggiatore vincitore del Premio Strega, tra le penne più lucide nel raccontare le contraddizioni del paese reale. Un dialogo, tra irriverente provocazione e spunti di riflessione, condotto dall’attore e performer Stefano Colli. La rassegna, promossa da Fondazione AIDA ETS ICC con Regione del Veneto e Istituto Regionale Ville Venete, è alla sua ventisettesima edizione: un format che ha saputo trasformare il patrimonio storico-artistico veneto in esperienza viva, coniugando territorio, cultura ed eccellenza enologica.
Nel salone d’onore di Villa Cordellina Lombardi, Giambattista Tiepolo celebrò l’intelligenza e la nobiltà d’animo, insieme ai valori della clemenza e della moderazione. Era il 1743. La villa, progettata da Giorgio Massari su ispirazione palladiana, era un luogo di feste, cultura e convivialità. Lo è ancora. Il rinnovato impegno di Vitevis sul fronte culturale si inserisce in un percorso più ampio che lambisce la responsabilità sociale d’impresa e che denota una marcata attenzione da parte del Gruppo vitivinicolo veneto rispetto al comprensorio produttivo dove insistono le famiglie dei viticoltori e le comunità di riferimento. Gianfranco Gambesi, Direttore Generale di Vitevis Sorsi d’Autore valorizza il territorio attraverso la cultura  ed è esattamente il tipo di iniziativa a cui vogliamo prendere parte. Oltre che produrre vini di qualità per i consumatori e garantire un reddito ai nostri soci, siamo fermamente convinti che sia nostro compito contribuire al dinamismo culturale e sociale delle comunità in cui operiamo. I nostri vini nascono qui, dal lavoro di oltre 1.200 soci, e raccontano questi luoghi. Condividerli in una serata come questa significa partecipare a qualcosa di più grande: portare il vino alle persone, dove ha senso che stia. Una visione che trova espressione concreta nel sostegno a realtà e progetti che contribuiscono a generare valore sul territorio: dal Teatro Comunale di Vicenza al Garda Festival, fino ai percorsi formativi di Vitevis Academy. Non ambiti separati dall’attività produttiva, ma parte dello stesso processo che, dalla vigna, alla cantina, dal teatro alla villa veneta, in questo modo si sviluppa e cresce. Il programma della serata
 L’evento inizierà alle ore 18.00 con una degustazione guidata dei vini Vitevis, curata da AIS Veneto, che accompagnerà il pubblico alla scoperta delle etichette più rappresentative della cantina, espressione autentica del territorio vicentino e veronese. I vini selezionati per la degustazione: TULLIO I – CUVEÈ DEL FONDATORE PROSECCO DOC BRUT MILLESIMATO ⁠TORRE DEI VESCOVI – PINOT GRIGIO VICENZA DOC ⁠LE MACINE – MONTI LESSINI DOC – METODO CLASSICO PAS DOSÈ Alla stessa ora, in programma una masterclass di giardinaggio “Sorsi Green” con i content creator di Effetto Serra, un appuntamento dedicato al rapporto tra verde, cura dello spazio e sostenibilità.
Alle ore 19.30 i partecipanti potranno immergersi nella storia con una visita guidata a Villa Cordellina Lombardi.
Gran finale alle ore 21.00 con l’attesissimo “Incontro con l’Autore”: Pif e Francesco Piccoli in dialogo con Stefano Colli. Sorsi d’Autore si svolge dal 12 giugno al 5 luglio 2026 in quattro Ville Venete, con tappe a Fratta Polesine, Valdobbiadene, Montecchio Maggiore e Abano Terme, e vede protagonisti, tra gli altri, Patrizia Sardo Marras, Marco Paolini, Paolino Libralato, Claudio Amendola, Vinicio Marchioni e Virgilio Villoresi. Per informazioni sull’evento e modalità di accesso: www.fondazioneaida.it … Cantine Vitevis
 Cantine Vitevis è un ambizioso progetto vitivinicolo che prende vita il 1° luglio 2015, grazie alla fusione di tre storiche cantine del Veneto: Cantina Colli Vicentini di Montecchio Maggiore, Cantina di Gambellara e Cantina Valleogra di Malo, alle quali si aggiunge in seguito Cantina di Castelnuovo del Garda, basata sulle rive del Lago di Garda. Cantine Vitevis è oggi uno dei riferimenti più solidi della produzione vitivinicola veneta: una grande azienda che mette a sistema il lavoro di centinaia di viticoltori tra il Veronese, il Vicentino e il Lago di Garda. La forza dell’azienda sta in un vero e proprio ecosistema produttivo: un’unica regia, una dotazione tecnologica di cantina d’avanguardia e quattro terroir distinti che assicurano produzioni costanti e forte identità territoriale. La Redazione
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25 Giugno, 2026

BEREBIANCO 2026.Un'altra masterclass.

IL COSA E IL DOVE Lo scorso 23 maggio, le sale rinnovate del Grand Hotel Palatino di Roma hanno accolto la quarta edizione di BEREBIANCO, l’appuntamento che CUCINA & VINI porta avanti con ostinata, quasi militante passione. Non si tratta di una semplice celebrazione del vino bianco, ma di un atto di resistenza elegante contro l’Italia comoda del “vino d’annata”, quella che cerca il consenso immediato e il piacere facile. Il nostro Paese sa esprimere, da Nord a Sud, grandi bianchi destinati all’evoluzione: vini che non temono il tempo, ma anzi lo cercano, guadagnando con gli anni profondità, complessità e quel carattere unico che solo certe bottiglie mature sanno offrire. Eppure questi vini rimangono spesso nascosti, patrimonio di pochi estimatori, ingiustamente assenti o relegati in fondo alle carte dei vini anche nei ristoranti più importanti. BEREBIANCO è molto più di una degustazione: è una vetrina coraggiosa e un invito a cambiare prospettiva. Un viaggio lento e necessario attraverso l’altra Italia bianchista, quella che molti considerano ancora “seconda” ma che in realtà racchiude storie di terre antiche, di vignaioli testardi e visionari, di bottiglie che non temono il confronto con le più nobili espressioni internazionali, anzi lo cercano e spesso lo vincono. Un’occasione per fermarsi. Per ficcare il naso, assaggiare, ascoltare. Per ricordare che il tempo, nel vino come nella vita, non è un nemico da combattere, ma l’alleato più raffinato, il grande scultore che rivela solo a chi sa aspettare ciò che di più vero e profondo si cela dentro ogni grande bottiglia. UN’ALTRA MASTERCLASS Oltre 50 aziende da tutta Italia e più di 150 grandi vini in degustazione libera. Una tavolozza viva di identità territoriali, dalla Valle d’Aosta alla Sicilia, con soste preziose in Liguria, Alto Adige, Friuli, Marche, Campania e oltre, offerta ai banchi d’assaggio sempre affollati. Parallelamente al walk-around tasting, cinque masterclass dedicate alle vecchie annate hanno permesso ai partecipanti di toccare con mano il vero significato di “evoluzione”. Assaggi verticali, orizzontali e a tratti diagonali che narravano, calice dopo calice, come il tempo trasformi il vino, lo affini, lo scavi, lo renda più profondo, più autentico, più vero. In questa seconda masterclass, cinque vini da cinque diverse aziende, espressione di quattro regioni, Campania, Lazio, Marche e Umbria, e di cinque annate differenti. Un percorso che si muove tra colline e terroir del Centro-Sud, attraversando con eleganza il tempo e sette vendemmie. Una masterclass senza un tema stretto, se non quello dell’attesa: il tempo come silenzioso artigiano dell’edonismo, che lavora nell’ombra per regalare emozioni mature. Nelle parole di chi il vino lo fa si percepiscono passione, dedizione, fatica e la profonda volontà di trasmettere il territorio in bottiglie che meritano di essere attese e conquistate. I vini bianchi possono raccontare memorie di anni che abbiamo dimenticato? Quelli di questa masterclass lo fanno, e con rara intensità. Gli altri attendono solo la vostra curiosità. – GRECO DI TUFO DOCG “VIGNA SERRONE” 2016, CANTINE DI MARZO (CAMPANIA): un vino che incarna la forza selvatica e la profondità tellurica del tufo irpino. Certo non un Greco qualunque e forse il “bad boy” della cantina, quello con il carattere ruvido e magnetico, figlio di un cru preciso e di un’annata che ha saputo regalare struttura e longevità. Al naso è un tuffo nelle viscere della terra irpina. Si apre con una mineralità affilata, pietrosa, quasi fumé, con sentori di pietra focaia bagnata e nobiltà sulfuree a precedere agrumi maturi (cedro, limone candito), pesca gialla, albicocca, mela cotogna, un tocco di miele millefiori e gli aromatici afflati di salvia, timo e finocchietto selvatico. Un naso che richiede tempo e attenzione per comprenderne la complessità di rustica aristocrazia, per scovare quel fondo di mandorla fresca e resina che rende il bouquet profondo, stratificato, mai banale. In bocca ha potenza e tensione. L’incipit è materico ma sostenuto da un’acidità tagliente e da una sapidità minerale che graffia con eleganza. Gli agrumi e la pesca sono maturi ma ancora croccanti mentre le note di erbe aromatiche e di pompelmo sposano una nobile amaritudine di mandorla regalando al sorso grip e personalità fino a una chiusura che si distende in un orizzonte dominato dagli echi affumicati. Un vino da ascoltare in silenzio. 90 Punti. – FIANO DI AVELLINO DOCG 2015, TENUTA DEL MERIGGIO (CAMPANIA): il naso è un ritratto fedele del territorio di Montemiletto. Parte con una mineralità chiara, pietrosa, gessosa forse, accompagnata dall’eleganza di una nebbia fumé per poi aprirsi in un bouquet raffinato di pera Williams matura, mela cotogna, agrumi canditi, nocciola fresca, miele d’acacia, fiori di tiglio appassiti e un tocco erbaceo di salvia e camomilla. C’è eleganza, compostezza e quella tipica nota di mandorla verde che dona personalità senza esagerare. In bocca è teso e misurato. L’attacco è morbido ma sostenuto da un’acidità vibrante e da una sapidità minerale che ci accompagna lungo tutto il sorso dando la mano ad agrumi maturi, pesca bianca e una nocciola che dona amaritudini financo rinfrescanti. La mineralità tufacea torna prepotente, salina e quasi pietrosa, regalando un finale lungo, pulito e persistente, con echi di erbe aromatiche e una chiusura delicatamente ammandorlata. Un Fiano che ha saputo aspettare. Non un bianco di passaggio, ma un vino che si è preso tutto il tempo necessario per trasformarsi, per farsi più profondo, più irpino nell’anima. Si becca il mio premio “SURPRAIS” e 88++ Punti, no…dippiù! – FRASCATI SUPERIORE DOCG “LUNA MATER” 2012 RISERVA, FONTANA CANDIDA (LAZIO): qui il tempo ha lavorato con discrezione. Lo si percepisce già dai primi profumi, che non arrivano compatti ma si svelano lentamente, come pagine sfogliate senza fretta. All’inizio è la frutta a farsi riconoscere, matura ma ancora luminosa; poi arrivano il miele, gli agrumi canditi, la camomilla, e infine quelle sfumature più sottili che emergono solo concedendo al vino qualche minuto di attenzione. Nel bicchiere sembra muoversi per cerchi concentrici. Ogni ritorno al naso aggiunge un dettaglio, una sfumatura nuova, senza mai rompere l’armonia dell’insieme. Fedele a quei Castelli Romani che producono vini “di bocca” più che “di naso” sembra rifuggire l’intensità ricercando la profondità di un sorso divenuto urgenza. Entra morbido, quasi raccolto, poi si distende progressivamente, guadagnando spazio e precisione. La materia è ampia ma mai pesante, attraversata com’è da una scia sapida che ne accompagna il cammino e ne definisce il carattere. Tutto sembra procedere con naturalezza, senza accelerazioni né forzature. E nel finale, quando il vino sembra aver già detto tutto, riaffiorano note di mandorla, agrumi maturi e pietra, che lasciano una traccia lunga e silente di quel vulcano che era e che è. Un vino in cui l’equilibrio è una forma di complessità, un vino in cui il tempo si trasforma in racconto. A distanza di un anno dall’ultimo assaggio ho trovato “un altro vino”, a dimostrazione che ogni bottiglia è “quella” e “in quel momento”, il resto sono emozioni. 88 Punti. – VERDICCHIO DEI CASTELLI DI JESI DOCG CLASSICO “UTOPIA” 2011 RISERVA, MONTECAPPONE(MARCHE): sembra appartenere a quell’ora incerta della sera in cui la luce smette di illuminare le cose e inizia a sfiorarle. Ha la calma di chi non ha nulla da dimostrare. I profumi affiorano uno dopo l’altro, come finestre aperte in una casa rimasta chiusa per anni; ci sono le scorze di agrumi dimenticate su una credenza, le erbe raccolte lungo un sentiero, le mandorle, il miele, la pietra scaldata dal sole… Ogni sorso sembra allungare il tempo. Non lo rallenta, lo dilata. Le parole diventano meno necessarie, i dettagli più nitidi. C’è qualcosa di profondamente marchigiano in questa capacità di unire misura e profondità, luce e materia, concretezza e immaginazione. Il vino procede senza strappi, seguendo una traiettoria morbida e continua…a tratti sembra quasi scomparire, salvo riaffiorare pochi istanti dopo attraverso una scia salina che rimane impressa come il ricordo di una passeggiata vicino al mare in una giornata d’inverno. Un vino che non chiede di essere analizzato ma abitato, come certi luoghi che tornano alla mente molti anni dopo averli lasciati, non per ciò che erano realmente, ma per ciò che hanno saputo custodire dentro di noi. 88++ Punti. – UMBRIA BIANCO IGT TREBBIANO SPOLETINO “TREBIUM” 2010, ANTONELLI SAN MARCO(UMBRIA): a oltre tre lustri dalla vendemmia questo vino conserva ancora qualcosa di irrisolto; non nel senso di incompiuto, ma in quello più affascinante di un vino che continua a muoversi, a cambiare prospettiva, a sottrarsi a una definizione definitiva. Il naso è un’entrata a gamba tesa! Terra e tartufi sono lì, presenti, materici, a catechizzare su un’evoluzione che sarebbe da stolti ritenere compiuta perché… Perché in fondo al tunnel c’è una luce di agrumi e uno sferragliare di mineralità che Vi viene inesorabilmente incontro, uno scorrere velocissimo di finestrini speziati e minerali che raccontano di viaggi e destinazioni misteriose. Maturità ed energia fanno a sportellate e conducono a un sorso in cui si avverte come il tempo abbia modellato la materia senza addomesticarne il carattere. Mantiene slancio, percorre il palato con una progressione incisiva e trova nella sapidità un elemento di continuità piuttosto che di semplice sostegno. Più che largo, è profondo, più che avvolgente, è dinamico. La sensazione che accompagna la degustazione è quella di un vino che continua a guardare avanti. E il finale… Il finale non c’è! Sostituito dalla meraviglia dell’accapigliarsi tra ritorni agrumati, affondi grafitici e strilli iodati che lasciano una sensazione di quell’energia sottile e rara che hanno le cose che hanno trovato il proprio equilibrio senza rinunciare alla propria inquietudine. Un vino che non sembra interessato a raccontare il tempo trascorso ma piuttosto a raccontare quello che ha ancora davanti. 91 punti. E QUINDI? Intanto GRAZIE a CUCINA & VINI per avermi ospitato ancora una volta e a tutti i Produttori che, oltre alla fatica e al sudore, hanno voluto dedicare anche tempo e parole ai vini che ci hanno raccontato in questo bel pomeriggio. E mentre ringrazio anche Voi per aver avuto la pazienza di leggermi fino a qui, Vi invito, qualora non lo aveste già fatto, a mutare il vostro pensiero nei confronti di quei vini bianchi che fino a pochi anni fa neppure i Produttori immaginavano destinati al futuro e che invece sono capaci di farci viaggiare nel tempo sul tappeto volante delle emozioni.   Roberto Alloi – VINODENTRO Su Instagram @eno_evo  
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Le radici dei ricordi. L'identità di Cantina Vini Simonetti Arrow Right Top Bg

24 Giugno, 2026

Le radici dei ricordi. L'identità di Cantina Vini Simonetti

  Marche, Staffolo, (Ancona) Se l’identità è il sentore forte di un territorio, nessun posto è come la Cantina Vini Simonetti: sin dagli anni cinquanta con nonno Dino e ora con i tre giovani nipoti Massimo, Mirko e Michele, si lavora ostinatamente alla riscoperta del valore autentico del Verdicchio dei Castelli di Jesi. Autenticità, tradizione e interpretazione di un vitigno che i Simonetti producono rigorosamente in purezza: se volete sapere come si beve un Verdicchio, siete nel posto giusto! Loro si trovano a Staffolo in provincia di Ancona: questa piccola cittadina sta ritornando alla luce anche grazie alle prospettive per il futuro dei ragazzi che la popolano. Una cosa è certa, quando si entra in una cantina di Staffolo, nella loro cantina, ci si ritrova subito in un ambiente dinamico, veloce, pieno di volontà di cambiamento restando nella tradizione. Vien voglia di chiedere, vengono in mente mille domande, viene voglia di conoscere meglio tutte le loro dinamiche… … Risalimmo nella sala degustazioni e guardando fuori dalla piccola finestra rotonda sulla quale era inciso il nome della cantina Vini Simonetti, vidi delle distese lunghissime di vigneti, sotto il sole battente; venni completamente invasa dalla curiosità. A quel punto Massimo, uno dei tre proprietari, tra cui Mirko e Michele, era lì davanti a me che indicava la sedia per poter iniziare la nostra chiacchierata. Sedendomi davanti al grande tavolo di vetro, in mezzo alla sala della cantina, cominciai incuriosita la mia sequela di domande: Qual è stato il primo ricordo legato al vino, alla tua cantina? Quando ero piccolo, seguendo le orme dei miei fratelli più grandi e dei miei cugini, dopo la scuola, il passatempo era andare in cantina.  Il periodo più bello era soprattutto durante la vendemmia o poco prima di essa, non scorderò mai l’adrenalina crescente, quella carica che era nell’aria ancora prima di iniziare, elettricità tangibile, una bomba non ancora esplosa. Il bello era vivere questo tutti insieme Mentre lui parlava io scrivevo frenetica appunti, intenta a non perdere neanche una singola parola di quella che era l’esperienza d’apertura, la linea di inizio, così preziosa che porta al percorso di vita di un produttore di vino. Era questo che avresti voluto fare nella vita? Continuai a chiedere, proseguendo il discorso. Quando una passione simile è dentro le mura della tua casa, da tuo nonno, la cui bravura è stata quella di farci innamorare di questa vita lenta, delle fasi dell’agricoltura, della vinificazione, è inevitabile che si erediti la passione per la viticoltura e la vinificazione e come me anche Mirko e Michele. Nostro nonno ci ha mostrato questa realtà, concedendoci di vederla anche con i nostri occhi, dandoci la libertà di poter far progredire l’azienda secondo anche le nostre idee. Mi guardava intensamente mentre ne parlava e sorrideva. Pensa che quando avevo quattro anni più o meno, ogni sera intorno alle 20:00 mio nonno mi portava con sé a raccogliere l’acqua dal pozzo; mi metteva sul sedile del trattore accanto a lui e ci godevamo il silenzio del tragitto nella bellezza dello stare insieme. Come dargli torto? Questo tipo di ricordi sono quelli che ti restano incastonati nella mente e nel cuore e ti fanno amare ciò che sei diventato perché frutto di un contesto coltivato con cura e attenzione. Un calice di Staphylè, un sorso dal sentore agrumato e pungente lime e le mie domande ricominciarono ad incalzare Dove vorreste arrivare e fin dove vorreste portare il lavoro iniziato da vostro nonno con la cantina? Vorremmo diventare un punto di riferimento per il Verdicchio in larga scala Mi disse con sguardo fiero di chi sa che la strada desiderata sarebbe stata lunga e difficoltosa, ma anche con lo sguardo di chi crede nella propria realtà, fortemente. Mi suscitò un sorriso, la sua ambizione, un ragazzo giovane con suo fratello e suo cugino altrettanto giovani tutti con una visione già così ad ampio spettro sul futuro. Continuai. Quale vino rappresenta di più la cantina? Assolutamente Staphylè perché è dal 2000 che viene prodotto in quella vigna, sempre la stessa vigna ed è sempre uscito costantemente, ogni anno, senza mancarne uno. È il prodotto di punta che ci rappresenta e rappresenta il profilo più autentico della cantina. Mi alzai con il calice in mano.  Troppo ferma non riesco mai a stare, soprattutto quando degusto degli ottimi vini: gli occhi hanno bisogno di spaziare, di distrarsi, di farsi suggestionare dal posto in cui il vino che in quel momento sto bevendo, nasce. Che tipo di produttore sei? Sorrise concentrato con l’imbarazzo di chi sta per dire una serie di cose con le quali si può non essere d’accordo Sono sicuramente pignolo, attento e molto tecnico, ma amo provare. Come gli altri soci, tutti amiamo far ritrovare il sentore più tradizionale del vino, perciò siamo aperti all’innovazione e alla sperimentazione soprattutto se ha lo stesso scopo: il vino deve urlare il territorio, la sua storicità. Ma…vieni con me Mi disse alzandosi dalla sedia. Ti voglio far vedere un momento della giornata che non dimenticherai E a quel punto era già il tramonto. Andammo fuori, su quella che era una terrazza immensa con vista diretta sulle vigne: il sole abbassandosi aveva iniziato a toccare, assonnato, le foglie delle viti. Un panorama si aprì davanti a me con colori che effettivamente difficilmente potrò mai dimenticare. Ci poggiammo sulla ringhiera. Io sempre con il mio calice di vino in mano portato come fosse un gioiello prezioso da cui non volevo separarmi e lui con il suo e una bottiglia ancora chiusa. Alla fine della giornata cosa ti resta dentro?. Lui sorride e sarcastico risponde Mal di schiena, mal di testa…. Ridiamo. Scherzo, alla fine ciò che resta è la soddisfazione del lavoro fatto: la carica si scioglie, fai un resoconto veloce con la mente, non solo della giornata, ma un po’ di tutti i giorni, di tutti gli anni e di dove ti ha portato il lavoro, dove sei, dove sei migliorato di anno in anno. C’è un momento, allora, dove ti senti in pace! Credevo invece che voi non lo aveste che fosse sempre tutto frenetico in questo tipo di lavoro. Lui avvicinandosi, quasi sussurrando, disse C’è sicuramente un momento dove sono in pace e quel momento ha un nome, si chiama Gennaio! È un periodo dove si ferma tutto e uno dei pochi dove non devi rincorrere nulla. Poi avvicina il calice al mio, guardando il panorama. Un leggero vento tra le foglie delle viti crea un fievole suono nel totale silenzio di Staffolo. Vorrei fare un brindisi adesso, con la nostra bollicina di Verdicchio, la Nonno Dino. Decise quindi di aprire il vino che aveva portato fuori la terrazza Questa bottiglia è dedicata a nostro nonno, poiché lui amava le bolle e quindi quale modo migliore di ricordarlo. Quale miglior modo di sentirsi grati per il lavoro autentico delle nostre mani e il senso di appagamento totale che pervade completamente a ogni bottiglia aperta? …E stappando silenziosamente lo spumante e versando nei calici, facemmo tintinnare le due coppe interrompendo momentaneamente il silenzio di quel Panorama assordante e iniziai a pensare che non c’era niente di più bello che vivere nel ricordo che è stato, tramandandolo e portando avanti tutti gli insegnamenti che saranno.   IL PERCORSO IN BREVE: MATTINA: Visita alla Cantina Vini Simonetti a Staffolo POMERIGGIO: Passeggiata nel piccolo gioiello di Jesi. (a 10 minuti da Staffolo) Perdetevi fin dove riuscite ad arrivare e ammirate l’architettura dei palazzi appartenuti a famiglie storiche della cittadina. PRANZO: Ristorante Dietro le quinte a Jesi. Menù strepitoso e carta dei vini sorprendete con un attenzione speciale al territorio marchigiano e alla vinificazione naturale.   SUGGERIMENTI: Notevole è il Lago di Cingoli con la sua diga. (A soli 15 minuti da Staffolo)   Ilaria Muscio – Il taccuino delle gite (fuori porta)
Su Instagram è @La Vinoteque Ilaria Muscio   
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24 Giugno, 2026

Lefiole. Silvia ed Elisa: il vino come destino, il territorio come radice

  A volte bisogna andare lontano per capire da dove si arriva. È successo a Silvia Piaggi e Elisa, che dopo anni trascorsi tra grandi città e carriere consolidate hanno scelto di tornare sulle colline dell’Oltrepò Pavese. Da quella decisione è nata Lefiole, un progetto che intreccia famiglia, territorio, ospitalità e una nuova idea di impresa agricola al femminile. Nusquam est qui ubique est.
(Chi è dappertutto non è da nessuna parte.)
Seneca, Epistulae Morales ad Lucilium, II Fiolae. In latino significa figlie, ragazze, germogliate dalla terra. Il dialetto oltrepadano ha conservato la parola intatta attraverso i secoli come si conservano certi vini in cantina, nell’oscurità, senza che nessuno li disturbi. Poi arriva il momento di stapparli. E allora capisci che il tempo non è passato invano. Ecco che allora lefiole prende forma. Pensavo a questo mentre Silvia Piaggi mi raccontava la sua storia. La voce che scorreva sciolta, come chi ha elaborato tutto e lo restituisce senza più peso, ma con precisione. Pensavo al latino, alla radice di quel nome che Silvia e sua sorella Elisa hanno scelto per la loro azienda: un nome che è un manifesto. Femminilità, famiglia, territorio. Tre parole che nel mondo del vino si usano spesso e si praticano raramente. Qui invece le praticano ogni giorno. Tra le colline di Montalto Pavese, dove il 45° parallelo attraversa l’Oltrepò come un filo invisibile che unisce questo posto a Bordeaux, alla Borgogna, alla Napa Valley. La latitudine dei grandi vini, si dice. Strabone la conosceva già nel 40 a.C., quando scrisse dell’Oltrepò: vino buono, popolo ospitale e botti in legno molto grandi. Duemila anni di vocazione vinicola condensati in una frase lapidaria. La provincia, il richiamo, la fuga Silvia nasce nel 1982. Uno di quegli anni particolari e non solo per il Mondiale di Calcio vinto in Spagna e oggi solo sognato visto che non andremo negli USA. Quelli di chi non sta fermo pur crescendo a Montalto Pavese, mille abitanti, le corriere per Pavia alle tre del pomeriggio, i vigneti come orizzonte e come prigione. Un paese bellissimo e soffocante come tutti i paesi bellissimi. Fino ai 18 anni non vedevo l’ora di scappare, come tutti Senza nostalgia riveduta, senza il filtro seppia che il tempo a volte applica alle infanzie. Lo dice con quella franchezza secca di chi sa da dove viene e non ha bisogno di abbellirlo. I suoi genitori erano in vigna tutto il giorno. Il padre Enzo, viticoltore con 71 vendemmie alle spalle. Un numero che fa girare la testa. La madre Angela anch’essa impegnata nella terra. La terra come missione, il ritmo delle stagioni come calendario. Per Silvia adolescente quello era uno scenario che non lasciava spazio. Non c’era pallavolo da giocare, non c’erano attività. Solo le colline, la luce d’autunno sui filari e quella urgente voglia di altrove. Un altrove che arriva puntuale quando l’età necessita le scuole. Pavia per le superiori, Milano per l’università di Scienze del Turismo. Già una scelta rivelatrice. Un anno a girare le scuole italiane per un progetto universitario di promozione, la Sicilia tutta d’un fiato, l’Umbria. Poi Milano ancora, Lastminute.com, il mondo dei viaggi online nei suoi anni d’oro. Poi la svolta: Londra. Quattro anni a Londra. Prima per un tour operator giapponese, Miky Travel, trecento dipendenti in open space sul Tamigi, colleghi da mezzo mondo, gruppi di turisti asiatici che pretendevano la vasca da bagno e la bistecca alla fiorentina per la foto.  Poi come commerciale. Londra quando Londra era ancora Londra, prima che diventasse più complicata da amare. Mi sono divertita un sacco Si sente che è vero. Nessun rimpianto. Semmai gratitudine di chi sa che quelle esperienze hanno costruito qualcosa. Quindi il ritorno in Italia. A Milano, per Booking.com. Dieci anni come commerciale, strutture ricettive, le Langhe come primo territorio assegnato (il destino che comincia a fare segni), il lago di Como, Genova, gli hotel di lusso milanesi. Una carriera brillante, strutturata, crescente. E nel frattempo, in parallelo, qualcosa che cominciava a fermentare. Il nonno Guglielmo, il padre Enzo: cent’anni di vigna Ogni storia di vino ha una radice più antica del vino stesso. Quella di Lefiole risale alla fine degli anni Venti, quando Guglielmo Piaggi, nato in Argentina da una famiglia originaria dell’Oltrepò, e tornato in Italia da bambino, cominciò a coltivare le vigne intorno a Montalto Pavese. Quasi cent’anni fa. Un’intera vita trascorsa a lavorare la terra per poi cedere le uve alle cantine sociali della zona, senza mai imbottigliare, senza mai mettere il proprio nome su un’etichetta. La storia racconta che Guglielmo custodì gelosamente due bottiglie: una dell’annata della nascita di Elisa, una dell’annata di Silvia. Come se sapesse già che quelle ragazze avrebbero avuto bisogno di un punto di partenza concreto, di una prova materiale del legame con la terra. Poi è venuto Enzo, figlio unico. Con lui la continuità silenziosa di chi non sceglie il proprio destino ma lo abita con dedizione. 71 vendemmie alle spalle. 71 vendemmie. Ogni anno a fare i conti con il cielo, con la pioggia, con la siccità, con la grandine, con quella trattativa continua tra l’uomo e il suo campo che è la vera forma di preghiera laica che conosco. Mio papà lavora ancora adesso i vigneti, da solo con il trattore, 71 vendemmie alle spalle. Quando ci penso, ho una persona davanti che non riesco ad immaginare di eguagliare. Una immagine commovente. Un uomo solo su un trattore, tra i filari, che esegue ogni anno gli stessi movimenti. Il Giappone ha una parola per questo: shokunin. L’artigiano che perfeziona un solo gesto per tutta la vita. Enzo Piaggi è un vignaiolo shokunin, anche se probabilmente non lo sa e probabilmente non gliene importa niente. Un pomeriggio di brainstorming, un nome, un sogno: nasce Lefiole Era il 2017. Silvia e Elisa, che nel frattempo aveva lavorato quindici anni al marketing Mondadori, si chiedevano da un pezzo cosa fare. La tesi di laurea di Silvia era stata sullo sviluppo turistico dell’Oltrepò Pavese. Vent’anni dopo l’ha ripresa in mano per curiosità: gli stessi identici problemi erano ancora irrisolti. Il territorio immobile. Il potenziale inespresso. La narrazione assente. Il corso da sommelier FISAR a Milano, fatto insieme, Elisa con pancia incipiente di curiosità, Silvia già incinta della figlia che verrà, forse è stato il detonatore. Lì hanno incontrato un enologo, Guido Beltrami, e hanno cominciato a parlare. Proviamo questa vendemmia E provarono. Per trovare il nome organizzarono un pomeriggio di brainstorming: amici, il grafico fidato di Elisa, vino sul tavolo e idee nell’aria. Quattro proposte sul foglio, una sola che risuonava. Lefiole. Le ragazze in dialetto oltrepadano. Ma anche un’eco latina: fiolae, figlie. Un richiamo a qualcosa di più antico del dialetto stesso. Un nome che pesa poco nella bocca e molto nel petto. I vini si chiamano Elivià e Alené. Fusioni dei nomi di Elisa e Silvia con quelli dei genitori, Angela ed Enzo. Una famiglia dentro ogni bottiglia. La riserva di Pinot Nero si chiama Amadì, dedicata alle nonne Ida e Maria. Seicento bottiglie l’anno, l’hortus conclusus della produzione, il vino più intimo. La prima vendemmia è la 2017. A metà 2018 arriva il vino: 8.000 bottiglie, poi poco più di 10.000. Due vini fermi: Pinot Grigio e Pinot Nero in acciaio. Il Metodo Classico in cantiere per farlo uscire nel 2020. Il weekend inaugurale vede 300 persone a Casa Peroni, frazione di Montalto Pavese, sotto le vigne di famiglia. Abbiamo venduto anche un po’ di vino subito. Eravamo tutte contente. Ma poi avevamo un lavoro a tempo pieno. Maternità, maternité, maternage: l’impresa come parto Aprile 2018: nasce la figlia di Silvia. Due mesi prima dell’inaugurazione di Lefiole. Se cercate una metafora della doppia nascita, eccola qui, senza bisogno di cercarla altrove. Un bambino e un’azienda che arrivano insieme, che richiedono lo stesso tipo di presenza totale, lo stesso abbandono di sé in qualcosa di più grande. Il terzo livello del corso da sommelier lo fa in parte incinta e in parte allattando, con la bambina che dorme nella fascia mentre lei prende appunti. Poi c’è la maternità, l’esaurimento, il ritorno in ufficio che si rimanda finché non si rimanda più. Marzo 2019: torna a lavorare. Ma qualcosa è definitivamente cambiato. Non riuscivo a prendere decisioni. Ero stanca, di testa. La maternità è impegnativa, non ci sono parole per dirlo davvero se non la vivi. L’onestà con cui le donne descrivono quella fragilità, senza bisogno di mostrarsi invincibili. Come se l’aver partorito, fisicamente e metaforicamente, avesse reso superflua la posa della fortezza. Poi arriva il COVID. E arriva la fortuna travestita da disastro: Booking decide di tagliare il personale e propone uscite volontarie. Silvia esita. L’indipendenza economica ha un peso. Ma Lefiole esiste già, cresce, chiede più tempo di quanto ne resti la sera tra un turno e l’altro. Fine 2020: molla. Contemporaneamente, dalla Mondadori, molla anche Elisa. Stessa dinamica, stesso coraggio, stesso salto. Le gemelle dell’Oltrepò, sincronizzate come sempre. Ci siamo rese conto che non poteva essere un secondo lavoro. Se vuoi fare le cose vere, ci vuole tempo. Non riuscivamo a fare tutto. Il 45° parallelo, l’Oltrepò e la geografia del vino dimenticato L’Oltrepò Pavese è un territorio che merita qualcosa di più della nota a margine che spesso riceve. Siamo sulla sponda lombarda del Po. Anche se geograficamente l’Oltrepò guarda a sud, verso gli Appennini liguri. Il mare a 60 chilometri e quattro regioni abbracciate: Lombardia, Piemonte, Liguria, Emilia Romagna. Un crocevia antico. Il 45° parallelo lo attraversa da est a ovest come attraversa la Borgogna, Bordeaux, la Napa Valley, la Georgia. È la latitudine del grande vino. Caldo abbastanza da maturare, freddo abbastanza da preservare acidità e complessità. L’Oltrepò è il terzo produttore mondiale di Pinot Nero dopo Champagne e Borgogna. Primo in Italia, con circa il 75% della produzione nazionale del vitigno. Eppure. Già, eppure l’Oltrepò resta uno dei territori più sottovalutati d’Italia. Lo denunciava Gianni Brera nel 1973, lo denunciano ancora oggi. Paolo Conte ci ha scritto canzoni intorno Una nebbia che sembra di essere dentro a un bicchiere di acqua e anice Cantava di Stradella. Anche se la nebbia poetica non ha mai trasformato il territorio in una destinazione riconosciuta come merita. Silvia, come tutte le persone che sono riuscite a fermarsi e guardarsi attorno, lo sa. Lo sa da quando ha scritto la sua tesi di laurea vent’anni fa. Quei fogli ingialliti che ha rimesso in mano di recente le hanno restituito l’immagine esatta della stasi: gli stessi problemi, le stesse diagnosi non seguite da cure. Eppure lei e Elisa non si sono rassegnate al lamento. Hanno scelto di costruire. I vigneti di Lefiole sono a circa 400 metri di altitudine. Terreni calcareo-argillosi, esposizioni sud-est. Le correnti calde del Po e quelle fresche degli Appennini si incontrano qui, dando alle uve una maturazione bilanciata, profili aromatici elevati. Dieci ettari complessivi dei quali tre vinificati direttamente da Lefiole, sette affittati a un’azienda vicina che lavora in biologico. Come Lefiole farà presto, dopo la conversione triennale già avviata. Fare impresa in un territorio che non si conosce ancora: la filosofia Lefiole Siamo nel terreno della strategia e i dieci anni in Booking.com non sono stati per Silvia per nulla stati inutili. La conversazione si fa più precisa, i numeri arrivano senza esitazione. Lefiole produce circa 10.000-11.000 bottiglie l’anno senza alcuna intenzione di superare le 20.000. Una scelta controcorrente in un mercato che premia la scala. Ma la scelta è consapevole: puntare tutto sull’esperienza, sull’enoturismo, sul margine alto. Nel 2020 ci siamo trovate con la cantina piena e i ristoranti chiusi. Abbiamo iniziato con l’enoturismo e abbiamo visto che funzionava. Nel 2020 sono arrivate cento persone. Nel 2025, 1.300. Il 50% del vino venduto direttamente in azienda. Una percentuale che in pochi raggiungono. Per arrivarci servono organizzazione, ospitalità, capacità di creare esperienze che vanno oltre la degustazione classica. Io sto qui ferma a casa mia, la gente viene, paga per bere, paga per fare un’esperienza. Il margine è completamente diverso. E allora capisco che il vino per Lefiole è davvero, come dice Silvia, “un mezzo più che un fine“. Non è riduttivo: è precisamente la visione giusta per un territorio che ha bisogno di essere visitato, vissuto, raccontato più che etichettato. Lo yoga tra i filari, la serata sotto le stelle, il trekking con aperitivo sono tutti eventi che portano persone diverse, curiose, disposte a restare. Così, mentre tutti i produttori costruiscono attività per promuovere l’enoturismo al fine di vendere il vino in maniera diretta ovvero con margini più alti, Silvia ed Elisa hanno costruito tutto in quella direzione. Abbiamo ospitato circa 4.000 persone dall’inizio. Ci è capitato forse solo in due casi di avere qualcuno a cui non gliene fregava niente. Il resto erano tutte persone stupende. Questo è il dettaglio più significativo. Non le bottiglie vendute, non il fatturato ma le persone. È la misura giusta per un’impresa che ha deciso di puntare sulla qualità dell’incontro. Ho sempre pensato che il vino funzioni quando non è su un piedistallo, quando è al tavolo con le persone, comprimario di conversazioni che altrimenti non sarebbero nate. Lefiole lo sa da sempre. Elivià, Alené, Isabèl in rosa, Amadì: i vini di una scelta coraggiosa La scelta delle etichette rivela la filosofia meglio di qualsiasi mission statement. Lefiole produce solo Pinot Grigio e Pinot Nero, in varie declinazioni: il fermo, la riserva, il Metodo Classico bianco e rosé. Niente Riesling, che pure in quella zona, nella Valle Versa, avrebbe avuto le sue ragioni. Niente Barbera, niente varietà di complemento. Una scommessa netta. Volevamo specializzarci in qualcosa e andare controcorrente rispetto a quello che fanno la maggior parte delle aziende dell’Oltrepò, che producono tante tipologie senza identificarsi con nessuna. Questo mi torna utile ogni volta che cerco di spiegare il concetto di identità nel vino. Non è questione di fare il vino più buono del mondo. È questione di avere un’idea chiara di cosa si vuol essere. Le aziende con venti etichette spesso non vendono nessuna delle venti abbastanza da sopravvivere. Quelle con tre etichette, se le tre sono giuste, costruiscono un’identità che si ricorda. Elivià è il Pinot Grigio. Il nome fonde Elisa e Silvia, le sorelle dentro ogni bottiglia. Alené è il Pinot Nero, nome che gioca ancora sui nomi di famiglia, Angela ed Enzo. Isabèl in rosa è il Metodo Classico rosé, entrato stabilmente in produzione quest’anno. Amadì, la riserva, è dedicata alle nonne: seicento bottiglie, il vino più raro e più carico di senso. Alené. Pinot Nero Oltrepò Pavese DOC È giusto che sia il Pinot Nero a portare il peso del nome dei genitori. Vitigno capriccioso, esigente, il più difficile da condurre alla perfezione. Forse proprio per questo il più onesto. Non mente mai. Se le uve non sono al punto giusto, il vino lo racconta senza pietà. Qui il punto giusto c’è. Sarà anche perché ottenuto con il solo acciaio per preservare tutto ciò che il territorio ha costruito in vigna. Il colore è rubino con sfumature granate, non molto carico. In fondo il Pinot Nero dell’Oltrepò non ama eccedere nel pigmento, preferisce concentrare altrove. Al naso il ribes è il primo a parlare, poi arriva la rosa canina, le spezie, un soffio di pepe nero che percorre il fondo come un ricordo. In bocca è pieno e strutturato ma con tannini vellutati, non invasivi. Il tipo di tannino che convince anche chi di solito preferisce il bianco. Fine, equilibrato, armonico. Un Pinot Nero che conosce la propria misura e non la tradisce. Isabèl in rosa. Oltrepò Pavese DOCG Metodo Classico Pinot Nero Isabèl è la figlia di Silvia, la bambina che saltava tra i filari mentre sua madre prendeva appunti al corso da sommelier. Darle il nome di un Metodo Classico è un atto di tenerezza e di ambizione insieme. Perché il Metodo Classico, quello vero, quello che aspetta almeno ventiquattro mesi sui lieviti prima di guardare la luce, non ammette scorciatoie. È il vino della pazienza. E la pazienza, in una famiglia che lavora le vigne da quasi cent’anni, non è mai mancata. Dosaggio zuccherino bassissimo, il meno possibile tra la sboccatura e il calice. Il perlage è fine e persistente, il colore dorato con riflessi rosa tenue nei rosé. Al naso frutta bianca matura, accenni di pasticceria, quella nota di pane tostato che i lieviti depositano lentamente nelle pareti del vetro. In bocca è fresco, minerale, con una sapidità che ricorda il calcare dei vigneti di Montalto. Bevibile dall’aperitivo fino al dolce (ma non diciamolo a voce alta altrimenti qualche parruccone potrebbe indignarsi!). Il sogno nel cassetto è un vino dolce da Pinot Grigio o Pinot Nero. Le prove non hanno ancora dato il risultato voluto Un anno si secca, un anno marcisce  Ma la caparbietà è la stessa di chi pianta una vigna sapendo che i frutti arriveranno dopo anni. La mentalità contadina e la via del cambiamento: fare sistema in Oltrepò Silvia ha lavorato con strutture ricettive in tutta Italia. Ha visto come funzionano i territori che funzionano: le Langhe, il lago di Como . Ha visto come ristagnano quelli che non riescono a fare sistema. L’Oltrepò appartiene ancora troppo alla seconda categoria. Noi abbiamo cercato subito di andare a trovare le altre aziende, di organizzare eventi insieme. Ma non viene nessuno a chiedercelo. Siamo sempre noi a fare il primo passo. È un fenomeno noto. La mentalità del contadino. Di chi ha vissuto nel proprio podere autosufficiente. Quello de L’albero degli Zoccoli di Ermanno Olmi. La mentalità che porta a pensare come il vino del vicino sia concorrenza, non completamento. Che se una persona compra la bottiglia di un altro, la tua è perduta per sempre. Anche se è esattamente il contrario. Dovrebbe essere la mentalità di fare sistema. Di riunirsi per aumentare le forze, la capacità di raccontare un territorio e la sua vera essenza.  “Una delle poche volte che mi capita“, mi aveva detto qualcuno a Roma, quando Silvia mi stava parlando bene del Pinot Nero di Mazzolino Terrazze Alte. “Una produttrice che consiglia il vino di un altro.” Come se fosse un gesto straordinario invece che il minimo sindacale dell’onestà intellettuale. Quando ce lo ricordiamo, Silvia ride di questo aggiungendo, con quella lucidità che viene dal benchmarking Capire gli altri vini non significa copiarli: significa capire meglio te stesso. Il terreno è diverso. Il modo di lavorarlo è diverso. Non farai mai lo stesso vino. Ma ti avvicini a capire cosa vuoi fare. Il futuro: gli alloggi, la sostenibilità, la qualità della vita Il prossimo passo è già chiaro nei contorni anche se non ancora nei fondi necessari: costruire gli alloggi, completare la trasformazione in azienda agrituristica piena. La sala degustazione nuova è pronta da un anno, ha rivoluzionato il lavoro. Le camere sono il passo successivo. La cantina propria non è in programma. Le uve vengono vinificate in un’azienda vicina, biologica, con cui si è costruita una collaborazione profonda.  Un macchinario lo devi prendere lo stesso, ma non lo sfrutti abbastanza per 10.000 bottiglie Pura logica industriale applicata al vino artigianale. Il contrario dello spreco. La conversione al biologico è avviata e mancano due anni al certificato. Le vigne in questi anni sono state lavorate con agricoltura integrata, che già esclude i trattamenti chimici di sintesi. È una coerenza che si vede nella vigna e si sente nel vino. La vita, intanto, si organizza. Silvia ha la sua casa a Milano, la figlia a scuola lì. D’estate si trasferisce a Montalto Pavese, il compagno fa avanti e indietro. Un Google Calendar condiviso tiene insieme tutto: gli eventi in azienda, la scuola, i weekend di vendemmia. Elisa, senza figli, ha più flessibilità, è spesso in azienda. Ho una qualità della vita diversa. Più lenta. Senza dipendere da nessuno. Senza lo stipendio fisso, certo, senza le ferie pagate, senza la malattia. Me li sognerò per i prossimi dieci anni Ride di gusto. Ma lo dice come chi ha fatto i conti e ha deciso che ne vale la pena. Nusquam est qui ubique est Chi è dappertutto non è da nessuna parte. Silvia e Elisa sono state ovunque. A Milano, Londra, le Langhe, Genova, i corridoi di Mondadori, gli uffici di Booking.com sul Naviglio. Alla fine sono tornate a essere da qualche parte precisa. Un posto di mille abitanti, un vigneto di dieci ettari, una vista sugli Appennini liguri che si vede dalla sala degustazione. Non è una rinuncia ma un’elezione. La differenza è enorme e si sente nel modo in cui Silvia ne parla: senza rimpianti, senza retorica dell’escapismo rurale, senza quella posa bucolica che a volte ammanta le storie di ritorno alla terra. Solo la chiarezza di chi sa dove sta e sa perché. Il nonno Guglielmo, nato in Argentina e tornato in Oltrepò da bambino, ha custodito le bottiglie dell’anno di nascita delle nipoti come un atto di fede nel futuro. Enzo ha coltivato le vigne per settant’anni senza mai metterci sopra il suo nome. Lefiole, il nome delle figlie, delle ragazze, il nome latino che non muore ha cominciato a raccontare il territorio con la voce di chi lo conosce dall’infanzia ma lo guarda con occhi di chi ha visto il mondo. A volte il destino non ha bisogno di essere cercato. In certi casi, e questo è uno di quelli, ha bisogno solo di essere riconosciuto.   Ivan Vellucci – Suggestioni di Vino
ivan.vellucci@winetalesmagazine.com Mi trovi su Instagram come @ivan_1969
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The Glamour Hotel Event. L’edizione romana Arrow Right Top Bg

23 Giugno, 2026

The Glamour Hotel Event. A designed Event by HOTELMYPASSION

  Il salotto del “bien vivre” che HOTELMYPASSION dedica ai protagonisti dell’haute hôtellerie ha scelto per la sua edizione romana 2026 Palazzo Ripetta Si è conclusa a Roma giovedì 11 giugno l’edizione 2026 di THE GLAMOUR HOTEL EVENT, organizzato e coordinato da Monia Ronconi, giornalista esperta di hôtellerie, Founder & Web editor di HOTELMYPASSION, il sito dedicato agli hotel lover più esigenti e alla ricerca di raffinate esperienze, che racconta lo scintillante mondo dell’ospitalità di lusso. Un successo che si rinnova, per uno degli appuntamenti diventati ‘place to be’ per i principali operatori dell’ospitalità, e che si celebra ogni anno a Milano e nella capitale. Due città, un’unica visione: riunire i protagonisti che rendono eccezionale l’ospitalità di lusso in Italia. Indiscutibilmente THE GLAMOUR HOTEL EVENT si riconferma la miglior occasione d’incontro tra colleghi e amici, un momento per tessere nuove relazioni ed in cui confrontarsi sui temi del lusso, del design, degli investimenti e delle nuove tendenze dell’ospitalità. Un salotto che raduna le figure chiave che operano nel mondo dell’hôtellerie e che permette di stringere relazioni di alto livello, in un contesto esclusivo. Una serata all’insegna dell’arte del ‘Bien Vivre’ a cui sono stata felice di prender parte, grazie alla collaborazione con Monia Ronconi, esemplare ambasciatrice di convivialità e stile. A rendere il tutto ancora più prezioso, l’incantevole giardino interno di Palazzo Ripetta, hotel cinque stelle membro di Relais & Chateaux nel cuore di Roma, dove arte, architettura, poesia e storia si fondono per dare vita a un mondo magico fatto di ospitalità e cultura. Proprio qui tra le piante rigogliose del giardino e le creazioni floreali di House of Flowers, l’Executive Chef Christian Spalvieri ha deliziato gli ospiti con creazioni raffinate che esaltavano i profumi e i colori dell’estate, tra le quali Tart hummus e crudité di stagione, Roll di carne salada e verdure, Crema ai tre pomodori con croccante di pane e basilico, Tartare di manzo e maionese agli agrumi, Risotto pomodoro e pomodoro, Controfiletto laccato, salmoriglio e fondo manzo.  Per finire in dolcezza, Perla al vin santo su frolla al cacao e Delizia cremosa con coulis di frutta di stagione.  Il tutto accompagnato dalle bollicine ineguagliabili di Champagne Pommery, che ha riservato a THE GLAMOUR HOTEL EVENT una delle perle più preziose del proprio scrigno: Apanage Brut 1874. Forse non tutti sanno che un paio d’anni fa la Maison ha festeggiato i 150 anni dalla creazione del Brut da parte di Madame Pommery. Si è così presentata l’occasione per il 10° Chef de Cave di seguire le orme dei suoi illustri predecessori e creare a sua volta il brut del XXI secolo: la Réserve Perpétuelle della Maison è stata, infatti, predisposta per il nuovo Apanage Brut 1874, ed è entrata in maniera significativa in questo sontuoso assemblage.  La gloriosa storia secolare della Maison ritorna anche sul piano visivo: l’immagine sulla bottiglia riprende il blasone presente sulla collerette dello Champagne Pommery fin dai primi anni del 1900. Rispettando lo storico lavoro attorno ai 17 Crus, Apanage Brut 1874, diventa una colonna portante del Marchio, con i suoi grandi terroir selezionati per il loro carattere e la loro singolarità, incluso lo straordinario Clos Pompadour a Reims.  Concepito come un assemblaggio di millésimes, Apanage Brut 1874 ruota attorno alle grandi annate: la superba 2018 a fare da base, con aggiunto il tocco distintivo della 2015 e della 2012 per l’originalità della Cuvée, oltre alla preziosa riserva perpetua già citata. Con predominanza di Chardonnay e Pinot Noir delle più grandi origini, è reso ancor più complesso dai grandi Meunier della Montagne de Reims e della Grande Vallée de la Marne. Il primo approccio al palato è un attacco cremoso e delicatamente burroso; a seguire rivela note vegetali, di pesca bianca e di frutta esotica, bilanciate da una sferzante freschezza e da una persistente mineralità. Il finale è ampio e persistente, esaltato da note di scorza di agrumi che completano l’esperienza gustativa. I percorsi sensoriali intensi ed avvolgenti di THE GLAMOUR HOTEL EVENT sono continuati nel corso della serata, con i brani della live performance di violino by Angela e sax e – tornando ai nostri palati più esigenti e dinamici – alla Mixology Cocktail list curata da Christian Comparone. Il Bar Manager di Palazzo Ripetta ha intrigato gli ospiti con una selezione che ha dialogato con il menu del food selezionato. Tra le proposte alcoliche dall’essenza dolce-aspra, Averna & Crodino, amaricante e lievemente sapido, per gli amanti dello spritz, e Biancosarti & Limonata amara, agrumato, floreale ed erbaceo, pensato per gli amanti del gin tonic; tra quelle analcoliche, Zenith composto Gin 00, Bitter 00, Frutto della Passione e Crodino, e Aura, un mix di Tequila 00, Amaro 00, acqua di cocco e basilico. Gli ospiti del salotto più glamour dell’haute hôtellerie La padrona di casa Alessia Meli, Chief Operating Officer di Palazzo Ripetta, con THE GLAMOUR HOTEL EVENT ha accolto tra le prestigiose mura della dimora d’origine seicentesca i rappresentanti di alcune delle insegne più rinomate dell’hôtellerie internazionale e italiana: Edoardo Barucca, F&B Manager Palazzo Talia; Giacomo Battafarano, Managing Director & Southern Italy Hotel de Russie; Gaetano Caccialli, Hotel Manager Aleph Rome Curio Collection by Hilton; Ilaria Carini, Revenue Waldorf Astoria; Claudio Ceccherelli, Director of Operations Le Graal; Pauline Charles, Hotel Manager Palazzo Experimental Roma; Demetrio De Giorgio, Amministratore Delegato Mercati Spa; Camille Delarue, Pre Opening Team Rosewood Rome; Andrea Fiorentini, Cluster General Manager Gran Melia Roma & Melia Genova; Valeria Fruscio, General Manager Aleph Rome Curio Collection by Hilton; Marco Gilardi, Senior Operations Director Italy & USA – Operations, Italy Office e Fernanda Lopez, General Manager W Rome; William Picher, General Manager Waldorf Astoria; Vanessa Schiano, Hotel Manager Corinthia; Marina Toti, Owner Le Meridien Visconti Palace – Capo D’Africa; Roberto Vannoni, Owner Bio Hotel Raphael – Relais & Chateaux; Ciro Verrocchi, General Manager 4L Collection; Max Zanardi, General Manager, pre-opening, Baccarat Hotel e Danilo Zucchetti, Managing Director Corinthia Palace. Di prim’ordine anche il parterre di professionisti tra architetti, creativi e protagonisti del settore. Tra gli altri, Cristiano Pistis, Director of Architecture & Real Estate; Andrea Ronchetti, General Manager CX Living; Alessio Sbordoni, Owner NS Costruzioni; Roberta Tucciarelli, Project Manager Jacobs; Fabio Braidotti, Partner Real Estate & Hospitality e Fabio Magazzu, Property Manager Colliers. THE GLAMOUR HOTEL EVENT è supportato da una selezione di sponsor prestigiosi che condividono la passione per l’eccellenza e l’innovazione nell’ospitalità: Simmons, leader mondiale nel settore del bedding più confortevole, Pedersoli Milano, storica azienda specializzata in biancheria e servizi di lavanderia per l’hôtellerie, Sambonet – Rosenthal, marchi iconici nel mondo della tavola, Apir, che realizza e distribuisce segnaletica, interruttori elettrici di design, complementi d’arredo e accessori per l’hôtellerie, e infine HORO Divania, con le sue realizzazioni “chiavi in mano” di arredi e forniture nell’area residenziale, dell’hospitality, di uffici e di nautica. HOTELMYPASSION rivolge poi un ringraziamento speciale a Pommery, Gruppo Galli e House of Flowers, che hanno arricchito con gusto e bellezza questo appuntamento di networking ad alto tasso di stile, in un’ esclusiva reunion che ha celebrato anche quest’anno i protagonisti dell’ospitalità più ricercata.    Adele Gorni Silvestrini –Passi in cantina
Mi trovi su Instagram @adelegornisilvestrini https://adelegornisilvestrini.it/
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Wines Experience vietnam 2026: fra pochi giorni il vino italiano si prepara a incontrare il sud-est asiatico Arrow Right Top Bg

23 Giugno, 2026

Wines Experience vietnam 2026: fra pochi giorni il vino italiano si prepara a incontrare il sud-est asiatico

  Il 25 e 26 giugno sono attesi a Ho Chi Minh City oltre 75 produttori wine&food, che incontreranno buyer e operatori da tutta l’area ASEAN in due giornate dedicate a business, networking e nuove opportunità commerciali.     È tutto pronto a Ho Chi Minh City per Wines Experience Vietnam 2026. Il 25 e 26 giugno, il principale hub economico del Paese ospiterà la seconda tappa del calendario internazionale dedicato alla promozione del vino italiano, trasformandosi per due giorni in un punto d’incontro tra produttori, buyer e operatori provenienti da tutto il Sud-Est asiatico. Un appuntamento particolarmente atteso da aziende e professionisti del settore, chiamati a confrontarsi con uno dei mercati più interessanti per lo sviluppo del Made in Italy nei prossimi anni. Dopo il positivo debutto di Londra lo scorso mese di aprile, il progetto promosso da United Experience, joint venture tra BolognaFiere Group e Fiere Italiane SEA, approda infatti in Vietnam con il sostegno di VinExad, mantenendo la formula innovativa che mette al centro relazioni di qualità, incontri profilati e concrete opportunità di business. La manifestazione si svolgerà presso The Adora Center e riunirà oltre 75 produttori italiani insieme a circa 600 operatori tra importatori, distributori, retailer, professionisti dell’hospitality e buyer provenienti da tutta l’area ASEAN. Grazie a un format che supera il tradizionale modello fieristico, i partecipanti avranno l’opportunità di incontrare direttamente gli espositori attraverso lounge dedicate, appuntamenti profilati, degustazioni guidate e momenti di approfondimento pensati per favorire relazioni commerciali concrete e di lungo periodo. “Business is ultimately built between people”, sottolinea Maurizio Muzzetta, Presidente di United Experience. “Abbiamo creato la manifestazione in Vietnam attorno a un principio molto semplice: quando i produttori giusti incontrano i buyer giusti in un contesto adeguato, si sviluppano relazioni più solide e risultati commerciali migliori. Non stiamo cercando di costruire una fiera più grande, ma una fiera più efficace, dove ogni incontro abbia un reale valore per il futuro delle aziende”. Il Vietnam, porta d’accesso al Sud-Est asiatico La scelta del Vietnam non è casuale. Con oltre 100 milioni di abitanti, una popolazione giovane e una classe media urbana in costante crescita, il Paese rappresenta oggi una delle economie più dinamiche dell’area ASEAN. L’evoluzione del settore hospitality, il crescente interesse per i prodotti premium internazionali e l’affermarsi di nuovi modelli di consumo stanno contribuendo alla crescita strutturale del comparto vino. L’Italia occupa già una posizione di rilievo in questo scenario, risultando il secondo esportatore di vino in Vietnam per valore dopo la Francia. La diffusione della ristorazione internazionale, dei wine bar specializzati e delle attività formative dedicate al vino conferma inoltre un interesse sempre più maturo verso le produzioni italiane. Secondo gli organizzatori, nel corso delle due giornate sono attesi circa 600 professionisti qualificati tra importatori, distributori, buyer, retailer e operatori dell’ospitalità, confermando il ruolo strategico della manifestazione come piattaforma di accesso al mercato del Sud-Est asiatico. Oltre 75 produttori protagonisti L’evento offrirà una panoramica ampia e rappresentativa del patrimonio vitivinicolo italiano grazie alla presenza di aziende provenienti da tutte le principali regioni produttive del Paese. Tra i nomi presenti figurano realtà di riferimento come Ferrari Trento, Marchesi di Barolo, Banfi, Santa Margherita, Zonin 1821, Masi, Bertani, Cantina Terlano, Bisol 1542, Fantinel, Le Monde, Librandi, Torrevento, Medici Ermete, Cantine Lunae, Attems, Ca’ Maiol e numerose altre aziende che rappresentano l’eccellenza del Made in Italy. Particolarmente significativa la partecipazione di Italia del Vino Consorzio, che porterà in Vietnam 24 produttori associati, e di ITA-ICE Agenzia, che sarà presente con una collettiva di 16 aziende provenienti da sette regioni italiane e collaborerà all’attività di incoming con una delegazione di 10 buyer selezionati. A completare il panorama espositivo saranno alcuni dei più importanti importatori e distributori del Paese, tra cui Red Apron, WineCellar.vn, Vinoteka e Ideal Wine, creando un collegamento diretto tra produttori e mercato. Due giorni di contenuti, degustazioni e relazioni Il programma è stato pensato per alternare opportunità di business, formazione e networking. La manifestazione si aprirà con la cerimonia inaugurale e proseguirà con il panel “Southeast Asia’s Next Phase”, dedicato all’evoluzione dei consumi, del turismo e dell’hospitality nella regione, supportato dai dati e dalle analisi di NielsenIQ. Tra gli appuntamenti più attesi anche la masterclass “From Heritage to Horizon”, che metterà a confronto alcune delle regioni più iconiche della produzione italiana con territori emergenti destinati a giocare un ruolo crescente nello scenario internazionale. Ampio spazio sarà dedicato anche all’esperienza gastronomica italiana attraverso The Italian Taste Experience, un percorso che vedrà protagonisti show cooking, pizza e pasta preparate dal vivo, Prosciutto di Parma affettato al momento, formaggi italiani e mozzarella realizzata davanti al pubblico. Un racconto del patrimonio enogastronomico italiano che dialogherà con la cucina locale vietnamita attraverso degustazioni e abbinamenti studiati per valorizzare la versatilità del vino italiano. Non mancheranno momenti di networking come il ricevimento organizzato da WIWS – Women in Wine & Spirits, dedicato alla valorizzazione del contributo femminile nel settore beverage internazionale. Market Shapers Awards e nuove generazioni La seconda giornata sarà inaugurata dai Market Shapers Awards, riconoscimento dedicato alle aziende e ai professionisti che hanno contribuito alla crescita, alla diffusione e al successo del vino italiano in Vietnam e nel Sud-Est asiatico. Seguirà il panel “NextGen Palates & Perspectives”, che riunirà giovani sommelier e professionisti provenienti da diversi Paesi ASEAN per discutere l’evoluzione dei consumi, le nuove aspettative dei clienti e il futuro dell’ospitalità nella regione. A chiudere il programma sarà “Dialogue in Motion: Beyond the Spritz”, un format esperienziale che esplora la cultura dell’aperitivo italiano come occasione di incontro, racconto del territorio e costruzione di esperienze memorabili per il consumatore. Dopo Londra e in attesa della tappa di Città del Messico prevista per il 5 e 6 novembre, Wines Experience conferma così la propria ambizione di diventare una piattaforma internazionale di riferimento per il vino italiano nei mercati ad alto potenziale, creando connessioni concrete tra imprese, professionisti e culture diverse attraverso il linguaggio universale del vino. Per saperne di più: https://winesexperience.com/ United Experience United Experience è una società internazionale dedicata alla creazione di eventi, progetti di comunicazione e contenuti multimediali. Attraverso un approccio innovativo e integrato, unisce competenze creative e organizzative per accompagnare aziende e istituzioni in percorsi di valorizzazione e storytelling contemporaneo. Con sedi operative negli Stati Uniti e in Italia, la società collabora stabilmente con BolognaFiere nello sviluppo di nuove progettualità fieristiche e iniziative di respiro globale. La Redazione
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