Cerco di te Arrow Right Top Bg

23 Giugno, 2026

Cerco di te

  Se esistesse un tasto per dimenticare tutto, lo useresti? È una di quelle domande che arrivano senza preavviso, come il vento tiepido di giugno che attraversa i tetti di Roma al tramonto.  Semplice in apparenza, quasi un gioco.  Eppure, basta fermarsi un istante per capire che dentro quelle parole si nasconde qualcosa di molto più grande. Dimenticare tutto. Le ferite, certo. Le delusioni, gli errori, le notti insonni. Ma anche gli incontri che hanno cambiato una vita, le mani che abbiamo stretto, le città che ci hanno accolto, i sorrisi che hanno illuminato giornate qualunque. La memoria non seleziona con la precisione che vorremmo: cancellare il dolore significherebbe spesso cancellare anche ciò che gli ha dato significato. Forse è per questo che la risposta non è immediata. A giugno, quando Roma si allunga verso l’estate e le giornate sembrano non voler finire mai, questa domanda assume un sapore diverso. La città vive una stagione sospesa, fatta di luce dorata e di attese. Le piazze rallentano, le finestre restano aperte fino a tardi e il cielo, poco prima della sera, si tinge di sfumature che sembrano dipinte a mano. È in questo scenario che la Terrazza Mirador a Villa Agrippina diventa il luogo ideale per interrogarsi sul senso del ricordo. Affacciata sui tetti della Città Eterna, la terrazza offre una prospettiva insolita: Roma non è più soltanto un insieme di monumenti e strade, ma un racconto stratificato di vite, epoche e memorie. Da quassù ogni cupola, ogni campanile e ogni scorcio sembrano ricordarci che nulla di ciò che è stato va davvero perduto. Sedersi qui, in una sera di giugno, significa entrare in dialogo con il tempo. Le luci iniziano ad accendersi lentamente mentre il sole si ritira dietro l’orizzonte. I calici si sfiorano con discrezione, le conversazioni si mescolano al rumore lontano della città e l’aria porta con sé il profumo dell’estate appena iniziata. Tutto invita a una riflessione che va oltre la semplice contemplazione del panorama. Se davvero esistesse quel tasto capace di cancellare ogni ricordo, probabilmente molti sarebbero tentati di premerlo almeno una volta. Per liberarsi di ciò che pesa. Per ricominciare da capo. Per smettere di cercare risposte.  Eppure, è proprio la ricerca a definire chi siamo. Ogni ricordo custodisce una traccia. Ogni assenza disegna una presenza. Ogni nostalgia racconta qualcosa che continua a vivere dentro di noi.  Dimenticare significherebbe interrompere quel filo invisibile che collega il presente a ciò che siamo stati. Per questo, osservando Roma dall’alto della Terrazza Mirador, viene naturale pensare che la vita non sia fatta per essere cancellata, ma attraversata. Anche nelle sue parti più fragili. Anche nelle sue imperfezioni. Il titolo di questa serata ideale, Cerco di Te, nasce proprio da qui. Non dalla mancanza, ma dalla volontà di continuare a cercare. Cercare un’emozione, una versione di sé stessi. Cercare nei ricordi ciò che ancora illumina il presente. Cercare nelle strade di Roma una storia che assomigli alla propria. Giugno, con la sua luce generosa e la sua promessa di nuovi inizi, sembra ricordarci che ogni stagione porta con sé qualcosa da conservare. Non tutto deve essere dimenticato per andare avanti. A volte basta guardare le cose da una prospettiva diversa e qui, alle pendici del Gianicolo, con lo sguardo che abbraccia Castel Sant’Angelo, le mura vaticane e il corso del Tevere, le prospettive sono molteplici.  Per l’estate romana, il rooftop si trasforma in un temporary restaurant dal forte carattere internazionale, dove design, mixology e gastronomia dialogano sotto il segno di un raffinato “Balearic State of Mind“. Palme, essenze mediterranee, arredi naturali in legno e rattan e una scenografia che richiama le atmosfere di Ibiza e Formentera costruiscono un’esperienza immersiva, pensata per chi cerca una fuga urbana senza lasciare la città. A guidare il progetto è il Nicola che con suo figlio Niccolò, i quali hanno saputo trasformare una semplice terrazza panoramica in una destinazione enogastronomica e di lifestyle capace di attrarre pubblico romano, viaggiatori internazionali e appassionati del buon bere. Il concept punta su un equilibrio ben calibrato tra convivialità e ricerca, con una proposta che accompagna gli ospiti dall’aperitivo fino al dopocena. Il cuore gastronomico della terrazza è rappresentato dalla cucina Japanese & Fusion, affidata allo chef giapponese Koji Nakai. La sua proposta interpreta la tradizione nipponica con sensibilità contemporanea, alternando sushi, gyoza, bao e preparazioni che dialogano con ingredienti e suggestioni internazionali. Un percorso culinario che evita gli eccessi modaioli e punta invece sull’eleganza del gesto, sulla precisione tecnica e sulla valorizzazione della materia prima. Accanto alla cucina, la mixology rappresenta uno degli elementi distintivi dell’esperienza Mirador. La drink list richiama l’immaginario delle isole Baleari attraverso signature cocktail costruiti su agrumi, erbe aromatiche, distillati premium e note esotiche capaci di accompagnare il tramonto romano. Accanto a questa la proposta enologica che trova nella vista panoramica il suo ingrediente più prezioso, trasforma ogni sorso in un piccolo rito estivo. Immagina di essere sui tetti di Roma, poco dopo il tramonto. Le antenne sembrano alberi metallici e la città sotto di te continua a fare rumore, ma da quassù arriva attutito, come un ricordo che sta già sbiadendo. Hai in mano un calice di Cà Rugate Fulvio Beo Extra Brut. Spumante Metodo Classico uve 100% Garganega, affinato sui lieviti per circa 24 mesi, dal perlage fine e persistente, con note di lievito, frutta delicata e un finale asciutto.  Se esistesse davvero un tasto per dimenticare tutto e tu fossi sul punto di premerlo, questo vino sarebbe l’ultimo intervallo prima del silenzio. Le bollicine salgono lente come pensieri che cercano ancora una via d’uscita. Al naso arriva un profumo lieve di crosta di pane e frutta chiara; non è un vino che urla, è uno che parla a bassa voce. Poi bevi. All’inizio c’è la morbidezza, quasi vellutata. Per un attimo credi che il mondo possa restare così: leggero, sospeso. Ma subito dopo arriva quel finale secco, netto, che ripulisce il palato come una mano che cancella una lavagna. E allora capisci che non assomiglia al dimenticare. Assomiglia piuttosto al tenere solo ciò che vale la pena salvare.  Sotto di te le cupole diventano ombre, le finestre si accendono una dopo l’altra, e il calice riflette le ultime strisce di luce. Se davvero ci fosse quel tasto, forse non lo premeresti ancora. Non prima dell’ultimo sorso. Perché il Fulvio Beo, bevuto sui tetti di Roma, non sembra una fuga dalla memoria: sembra la sua versione più elegante. Quella che lascia andare il rumore e conserva soltanto l’eco delle cose belle. Più che un semplice rooftop, Terrazza Mirador interpreta una nuova idea di ospitalità urbana: un salotto all’aperto dove il paesaggio diventa parte integrante del menu e dove il tempo sembra rallentare seguendo il ritmo della luce che cala sui monumenti della città eterna. Un indirizzo che racconta una Roma diversa, cosmopolita e mediterranea, capace di sorprendere ancora attraverso il linguaggio universale del gusto. Da lassù, mentre la sera avvolge lentamente la città, la domanda iniziale resta sospesa nell’aria: Se esistesse un tasto per dimenticare tutto, lo useresti? Forse no. Perché, in fondo, ogni ricordo è una forma di incontro. E ogni incontro, anche quando sembra lontano, continua a sussurrare una presenza. Cerco di Te. Non nel passato che vorrei cancellare, ma in tutto ciò che mi ha reso ciò che sono oggi. LA PROPOSTA DELL’ENOTECA Mescita di circa 15 prodotti: Bollicine italiane e Francesi. Vini Fermi Bianchi, Rossi e Rosati Italia ed estero (Francia).   Marco Sargentini – Riflessioni Enologiche di un viaggiatore diVino
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ReWine&Food. Vino e sapori di Maremma Arrow Right Top Bg

22 Giugno, 2026

ReWine&Food. Vino e sapori di Maremma

  Il viaggio di Francesca questa volta si ferma nella sua adorata terra di Maremma, dove, Lunedì 30 marzo, presso il Teatro Fonderia Leopolda a Follonica (GR) è stato ospitato per la primissima volta un evento interessantissimo e molto particolare, “ReWine&Food – Vino e sapori di Maremma“, creato per far conoscere e valorizzare il patrimonio vitivinicolo e gastronomico del territorio maremmano. Un evento pensato e fortemente voluto da Simone Cigli, titolare dell’azienda vinicola Podere Cigli di Casteani (Gavorrano), nonché Presidente della Strada del Vino Monteregio di Massa Marittima.  Per chi non la conoscesse questa “Strada” è un meraviglioso percorso enogastronomico che si snoda nel cuore delle Colline Metallifere, nell’Alta Maremma grossetana, nei comuni di Massa Marittima, Monterotondo Marittimo, Montieri, Follonica, Scarlino, Gavorrano, Roccastrada e Castiglione della Pescaia, ed istituita per promuovere i vini “Monteregio di Massa Marittima DOC” (riconosciuti dal 1994), attraversa un territorio ricco di borghi medievali, vigne e uliveti secolari. L’evento completamente gratuito, si è svolto in due fasi: dalle 14:30 alle 18:00, è stato riservato esclusivamente agli operatori del settore(Ho.Re.Ca., sommeliers, distributori e stampa specializzata), creando uno spazio professionale strategico per il networking e lo sviluppo di nuove ed interessanti collaborazioni commerciali. Successivamente, dalle 18:00 alle 20:00,  la Fonderia ha aperto le porte al pubblico. Ed è stato qui che si sono uniti tantissimi appassionati, ovvero,  numerosi “Wine Lovers” e tanti curiosi che hanno potuto accedere all’evento e, ricevendo il proprio calice, hanno potuto conoscere e scoprire le eccellenze enogastronomiche locali, con degustazioni guidate e dialogando direttamente con i produttori. Quindi, come avrete capito, “Vino e Cibo locali” sono stati i veri protagonisti, in questa suggestiva cornice della Fonderia Leopolda di Follonica, offrendo un’esperienza unica e autentica tra i sapori toscani e maremmani,  riunendo sotto lo stesso tetto cantine, frantoi, caseifici e salumifici. E’ stato meraviglioso poter assaggiare prodotti tradizionali come porchetta, salumi, formaggi, olio, il tutto accompagnato dall’ottimo vino che i vari produttori hanno presentato e fatto degustare… ma, soprattutto, é stato ancora più meraviglioso poter girare fra gli stand e ritrovare aziende conosciute, affiancate da giovani produttori e piccole realtà,  tutti uniti in questo evento per far conoscere tutto ciò che di bello questa terra fra tanta macchia mediterranea e mare cristallino riesce a regalare e credetemi… e credetemi veramente c’è stato tanto da scoprire e c’è tanto da valorizzare! Alla presenza del Sindaco della Città di Follonica, del Presidente della Strada del Vino Monteregio di Massa Marittima e anche noi con la Redazione di WineTalesMagazine che siamo stati i media partner ufficiali, la manifestazione ha visto una partecipazione numerosa e qualificata, sia a livello di aziende sia a livello di pubblico. Ma…. Addentrandoci totalmente nella grande sala, che cosa abbiamo potuto degustare io ed il mio carissimo amico, nonché bravissimo sommelier Andrea Rocca, arrivato appositamente da Roma? Ve lo assicuro! Di tutto e di più: bianchi, rossi, rosati, dal fresco Vermentino, a vini prodotti con blend particolari e internazionali che in Maremma non ti aspetti proprio, da vini affinati in mare, a rossi corposi, complessi e ben strutturati e, soprattutto, immancabile questa piccolissima DOC, la “Monteregio”, che ancora viene prodotta da pochi ma eccellenti produttori. Ed ecco, appunto, un grandissimo applauso a tutti i numerosi produttori, uno ad uno, nessuno escluso, che ci hanno regalato un pomeriggio intenso e sorprendente: Podere  Cigli, Podere La Pace, Cacciagrande, MorrisFarm, Podere  Ristella, Torre Civette, Azienda Agricola Valentini, Cantina  I Vini di Maremma, Azienda Agricola Bellettini Sauro, Tenuta di Gramineta, Sequerciani, Conti di San Bonifacio, Azienda Agricola Le Mandriacce, Ampeleia, Podere Riparbella, Poggio ai Quadri, Azienda Agricola Mitiscollis, Azienda Agticola Montepozzalini, Azienda Agricola Valdonica, Azienda Agricola La Magia, I Forestieri, Azienda Agricola Il Capannino, Azienda Agricola Castello Viscogliosi, Azienda Agricola Nibema, Azienda Agricola Etrurio, Azienda Agricola Meleta, Poggio al Rigoloccio, La Cura, Rocca di Frassinello, Podere Ranieri, Campi all’Omona, Azienda Agricola Campo Bargello, Maremmalta, Tenuta Casteani, Tenuta Il Fontino, Rocca di Montemassi, Val del Melo, La Badiola, Podere Paterno, Caseificio Follonica, Salumificio Franchi, Poder Novo,  Pensiero Bio, Tenuta 12, Fertuna e Salumificio Subissati. Il viaggio è terminato, il calice è vuoto ed i riflettori sono spenti ed iniziano le riflessioni…perché questo evento mi è piaciuto, anzi perché ci è piaciuto? Perché il Presidente Cigli ha avuto una grande idea nel volere fortemente questo evento, lavorandoci senza sosta, dall’idea alla sua realizzazione? E soprattutto, perché scegliere strategicamente una zona turistica e di mare come Follonica? Perché eventi come “ReWine & Food” sono la dimostrazione che investire sulla promozione enogastronomica nel territorio è stata ed è una strada vincente. La città, infatti, può diventare il vero ponte tra l’entroterra delle Colline Metallifere e il turismo balneare, offrendo occasioni di qualità sia ai visitatori che agli operatori del settore. Una manifestazione così ben organizzata ha valorizzato e valorizza il lavoro dei produttori e genera ricadute positive per tutta la filiera. Quindi, “il viaggio di Francesca”, anzi, Francesca, non solo si augura che Follonica con tutte le potenzialità che ha, diventi un punto di riferimento per il turismo legato alla qualità dei  prodotti ma, soprattutto,  ancora di più si augura che “ReWine & Food” possa diventare un appuntamento annuale stabile, capace di crescere nel tempo e di rafforzare ulteriormente l’identità enogastronomica della Maremma.     Francesca Sardelli – Il viaggio di Francesca
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Roero DOCG sotto le stelle di Torino: sulla Pista 500 del Lingotto arriva Roero Wine Fest Arrow Right Top Bg

22 Giugno, 2026

Roero DOCG sotto le stelle di Torino: sulla Pista 500 del Lingotto arriva Roero Wine Fest

  Mercoledì 24 giugno dalle ore 19.00 presso La Pista 500 Lingotto, Torino   Oltre 110 etichette in degustazione, 45 cantine del territorio, street food, musica e una vista unica sulla città: il Consorzio Tutela Roero
porta una straordinaria rappresentanza della denominazione
in uno scenario unico per un evento dedicato alla scoperta del Roero DOCG
in una delle serate più suggestive dell’anno   Il Consorzio Tutela Roero torna al centro della scena torinese: mercoledì 24 giugno andrà in scena il Roero Wine Fest, una serata alla scoperta delle migliori espressioni della DOCG che avrà come scenario uno dei luoghi più spettacolari di Torino. 110 le etichette in degustazione, in rappresentanza di 45 cantine del territorio, protagoniste in una delle serate più attese dell’anno, quella di San Giovanni, patrono della città, ricorrenza che ogni anno richiama cittadini e visitatori in un’atmosfera di condivisione e partecipazione diffusa, tra legame con la tradizione e senso di appartenenza. Un contesto significativo arricchito da una location d’eccezione: ad ospitare il Roero Wine Fest sarà uno dei luoghi più iconici della città, la Pista 500 del Lingotto, simbolo della storia industriale torinese e della sua continua capacità di reinventarsi. Da pista di collaudo dell’ex stabilimento FIAT a polo contemporaneo di rigenerazione urbana che testimonia ancora oggi il dialogo tra passato e futuro che caratterizza questa città. Massimo Damonte, Presidente del Consorzio Tutela Roero. Con il Roero Wine Fest vogliamo creare nuove occasioni di incontro tra il vino e il pubblico, utilizzando un linguaggio più contemporaneo e inclusivo. Le nuove generazioni cercano esperienze autentiche, da vivere e condividere. Per questo abbiamo immaginato un evento che unisse la qualità delle nostre denominazioni a musica, convivialità e socialità, mantenendo sempre il vino al centro del racconto. Il Roero ha molto da dire e crediamo che questo sia il modo giusto per avvicinare nuovi consumatori alla sua identità e alla sua straordinaria ricchezza. Il percorso di degustazione si svilupperà in diverse isole tematiche che guideranno i visitatori alla scoperta dei diversi stili produttivi e delle interpretazioni differenti. Dalla dalla freschezza e versatilità del Roero Arneis all’eleganza del Roero a base Nebbiolo, fino alle interpretazioni più complesse e strutturate delle Riserve.  Ad accompagnare i calici, una selezione di street food e un programma musicale che trasformerà la serata in una vera festa sotto le stelle, un punto di osservazione privilegiato per ammirare la città e, dopo il tramonto, i tradizionali fuochi d’artificio di San Giovanni che illumineranno il cielo di Torino. Roero Wine Fest si propone così come un nuovo appuntamento dedicato agli appassionati di vino e a chi desidera avvicinarsi al mondo del Roero in un contesto informale, immersivo e contemporaneo. La Redazione
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Orvieto DOC. Pluralità di anime con ABC della Degustazione Arrow Right Top Bg

22 Giugno, 2026

Orvieto DOC. Pluralità di anime con ABC della Degustazione

  Ci sono territori che sembrano custodire il vino dentro ogni dettaglio.
Orvieto è uno di questi. Basta arrivare nel centro storico nelle prime ore della sera, quando la luce inizia a scivolare sulle pietre dorate dei palazzi e le strade si riempiono lentamente di voci, per capire che qui il vino non è soltanto produzione: è memoria, identità, cultura quotidiana. D’altronde Orvieto racconta vino da secoli. Già nel Medioevo i suoi bianchi erano presenti sulle tavole papali e nelle corti nobiliari, tanto da essere considerati tra i vini più prestigiosi dell’Italia centrale. Si racconta che i pontefici, durante i soggiorni orvietani, ne apprezzassero particolarmente l’eleganza e la freschezza, mentre le antiche cantine scavate nel tufo sotto la città custodivano botti e segreti tramandati di generazione in generazione. In occasione dell’evento “Orvieto DOC: pluralità di anime”, ABC della Degustazione è stato ospite del Consorzio Tutela Vino Orvieto per un evento dedicato al racconto delle nuove prospettive della denominazione. Il viaggio inizia la sera precedente con una cena di benvenuto nel cuore della città, tra i vicoli illuminati di Orvieto e i primi calici condivisi tra giornalisti, produttori, tecnici e operatori del settore. L’atmosfera è rilassata ma già carica di aspettative. I racconti si intrecciano immediatamente al vino mentre fuori la città continua silenziosamente a raccontare se stessa attraverso le sue pietre antiche, le sue luci soffuse e quell’eleganza discreta che appartiene ai luoghi dove il vino è parte della storia da sempre. Durante la cena iniziano ad arrivare nel calice le prime interpretazioni dell’Orvieto DOC. Assaggiamo San Giovanni della Sala Orvieto Classico Superiore, raffinato e luminoso, capace di alternare freschezza e profondità con grande equilibrio. Poi Vigneto Torricella Orvieto Classico di Bigi, ampio e avvolgente, con quella morbidezza elegante che accompagna lentamente il sorso Il Papabile di Cantina Monrubio mostra una personalità intensa e contemporanea, mantenendo però un forte legame territoriale. A chiudere la cena arriva Calcaia Muffa Nobile, probabilmente il momento più suggestivo della serata. Il calice si riempie di profumi profondi, miele, frutta matura, spezie dolci, mentre attorno al tavolo cala quasi spontaneamente quel silenzio che accompagna sempre i vini capaci di lasciare un’impressione immediata. La mattina seguente Piazza del Popolo si riempie lentamente di persone e calici pronti per la degustazione tecnica ospitata nella Sala Expo di Palazzo del Capitano del Popolo. La sala si anima poco alla volta. Taccuini aperti, sguardi attenti, conversazioni che si interrompono quando iniziano i primi interventi. Si percepisce subito che questo incontro vuole essere qualcosa di più di una semplice presentazione tecnica. Ad aprire la giornata è Vincenzo Cecci, Presidente del Consorzio Tutela Vini Orvieto, che racconta il percorso di aggiornamento intrapreso dalla DOC Orvieto, un lavoro pensato per valorizzare le diverse anime della denominazione e accompagnarla verso una nuova fase di racconto e riconoscibilità. Perché oggi parlare di Orvieto significa parlare di identità multiple che convivono nello stesso territorio, della straordinaria eleganza della Muffa Nobile, della possibilità di interpretare il vino in chiave contemporanea attraverso versioni più leggere e dinamiche. Ma anche della profondità e della longevità dell’Orvieto Classico Superiore, un bianco storico che continua ancora oggi a sorprendere. Il cuore dell’incontro arriva con la degustazione tecnica guidata da Riccardo Cotarella, Presidente della Commissione Tecnica del Consorzio. Cotarella racconta l’Orvieto DOC con lucidità e visione, riportando al centro il valore di una denominazione che per troppo tempo è stata osservata senza comprenderne davvero il potenziale evolutivo. E mentre i vini iniziano a riempire i calici, il racconto prende profondità. Durante la masterclass vengono presentate diverse interpretazioni della denominazione: un Orvieto DOC Low Alcohol, un Orvieto DOC Classico Superiore, un Orvieto DOC Vecchia Annata e infine una Muffa Nobile. Quattro anime diverse che mostrano chiaramente la direzione che il territorio sta cercando di costruire. Si parla della Muffa Nobile come di uno degli aspetti più identitari e affascinanti del territorio orvietano, capace di generare vini di straordinaria eleganza aromatica e complessità. Una pratica che qui trova condizioni uniche grazie alle nebbie mattutine e ai terreni che circondano la Rupe di Orvieto. Poi arrivano le riflessioni sul nuovo approccio della denominazione verso vini più contemporanei, freschi e a basso tenore alcolico, pensati per dialogare con un consumo moderno senza perdere autenticità territoriale. Ma è forse durante gli assaggi degli Orvieto Classico Superiore e delle vecchie annate che nella sala cambia qualcosa. I vini raccontano struttura, equilibrio e soprattutto tempo. Perché uno degli aspetti più sorprendenti emersi durante la degustazione è proprio la capacità evolutiva di questi bianchi, che mantengono tensione, freschezza e profondità anche dopo anni. Tra un assaggio e l’altro nascono confronti spontanei, domande, riflessioni sul futuro dei vini bianchi italiani e sull’importanza di costruire un racconto contemporaneo senza perdere il legame con il territorio. Osservando le reazioni dei presenti, penso a quanto spesso alcune denominazioni italiane custodiscano patrimoni straordinari ancora poco raccontati. Orvieto sembra trovarsi esattamente in questo momento della sua storia: quello in cui tradizione e futuro iniziano finalmente a parlarsi davvero. E proprio mentre ascolto questi racconti e assaggio vini così diversi tra loro, nasce dentro di me un pensiero preciso: portare presto l’Orvieto DOC all’interno di una serata ABC della Degustazione. Perché degustazioni come questa meritano di uscire dalle sale tecniche e arrivare alle persone, trasformandosi in esperienza, confronto, emozione condivisa attorno a un tavolo. Il light lunch conclusivo prosegue tra conversazioni, incontri e nuovi vini in degustazione. Fuori dalle finestre Orvieto continua a brillare sotto il sole di maggio mentre il vino continua a fare ciò che sa fare meglio: creare connessioni. Lasciando Palazzo del Capitano del Popolo rimane una sensazione precisa: che il futuro della DOC Orvieto non stia cercando di cambiare identità, ma di imparare a raccontare tutte le sue anime con una voce nuova, più contemporanea, più consapevole.   Alessandra Massimi – ABC della Degustazione
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Marilyn Marilyn Marilyn. Via Margutta celebra il mito insieme a Vigna Nica Arrow Right Top Bg

21 Giugno, 2026

Marilyn Marilyn Marilyn. Via Margutta e Area Contesa Arte celebrano il mito insieme a Vigna Nica

  Il tempo per la vita è adesso. Non c’è ieri. Non c’è domani. Solo il brillante, irreversibile adesso.
Marilyn Monroe Via Margutta ha questa capacità, rara tra le strade del mondo, di fare coesistere tutto. Il sacro e il profano. Il silenzio e il fragore. Il passato che non smette mai di essere presente. È la strada degli artisti, certo, ma anche la strada dei contrasti tenuti insieme da una qualità dell’aria che sembra filtrata dalla storia. Ci sono i gatti che dormono sui davanzali, le botteghe dei restauratori con i vetri storti, i muri coperti di edera dove d’estate il verde diventa quasi un manifesto. È una strada che racconta chi la attraversa. E alcune serate, certe serate particolari, la strada ricambia. Il 5 giugno la Galleria Internazionale Area Contesa ArteDesign ha ospitato “Marilyn Marilyn Marilyn”: un evento dedicato a una delle icone più enigmatiche del Novecento, nel centenario della sua nascita. Non una mostra nel senso più convenzionale del termine. Qualcosa di più vicino a una seduta spiritica laica, a una conversazione collettiva con un fantasma che non ha nessuna intenzione di sparire. Il mito che non si lascia archiviare Marylin Monroe è probabilmente il caso più clamoroso di persistenza immaginaria del Novecento. È morta nel 1962 ma continua a generare interpretazioni, ossessioni, riflessioni. Ogni decennio la ri-scopre, la ri-usa, la ri-tradisce e poi la ri-ama. Warhol l’aveva capito prima di tutti: il volto di Marilyn non è un ritratto, è una matrice. Una forma che può essere riempita di qualsiasi colore, di qualsiasi intenzione, senza esaurirsi mai. Che cosa resta, a cento anni dalla nascita, di Norma Jeane Mortenson diventata Marilyn? Resta la vulnerabilità trasformata in potere. Resta il sorriso come difesa. Resta quella voce, quella voce incredibile, che sembrava arrivare da un luogo più morbido e più doloroso di qualsiasi altra voce del suo tempo. La galleria Area Contesa Arte di Via Margutta ha saputo fare di questo anniversario qualcosa di vivo, non di commemorativo. Una molteplicità di interpretazioni artistiche, ognuna con il proprio vocabolario visivo, si è offerta ai visitatori non come archivio ma come specchio: di chi guarda, di chi è guardato, e della lunga distanza che a volte li separa. La serata: arte, parola, musica Tra le presenze della serata, Annarita Campo che ha presentato il suo intervento Marilyn e Hollywood: un viaggio attraverso aneddoti, curiosità e riferimenti storici che ha restituito al pubblico la texture di un’epoca. Non solo la diva, ma il sistema che l’ha prodotta e consumata. Non solo il fascino, ma il prezzo che quel fascino ha richiesto. La personale di Rosa Maria Raffaele ha aggiunto un ulteriore strato di lettura: un’esplorazione del mondo femminile che ha dialogato con la figura di Marilyn senza imitarla, cercando piuttosto quei territori interiori che la diva rappresenta per molte donne ancora oggi. Non il glamour, ma la radice. A emozionare il pubblico con intensità diversa e inaspettata è stata la performance del mezzosoprano Caterina Novak, la cui interpretazione ha trasformato gli spazi della galleria in qualcosa di più raccolto e più necessario. La voce come strumento di memoria. Come se certe verità sul mito richiedessero di essere cantate, non spiegate. Vigna Nica e il Radice Eterna: quando il vino ha radici antiche quanto il mito A completare la serata, un vino di di Vigna Nica, presentati da WineFuture. Di Maria Genovese e di Vigna Nica ho scritto qualche anno fa, su queste stesse pagine, con lo stesso stupore con cui si racconta qualcosa che si stenta a credere. Una ragazza di Barcellona Pozzo di Gotto, laurea in Scienze della Comunicazione, nonno che vendeva limoni in Germania, un fazzoletto di terra nica, piccola, in siciliano, tra due vulcani attivi, Etna e Stromboli, che si fronteggiano in lontananza come due Iddu/Idda senza mai mettersi d’accordo sul chi comandi. Quella terra affacciata sulle Eolie, carica di sole e di vento salino, Maria l’ha trasformata in biodinamico quando ancora pochi ci credevano davvero, con rese che il disciplinare permetterebbe ben più alte ma che lei mantiene basse perché la qualità, per Maria, non è una promessa di marketing ma una questione di rispetto verso la terra del nonno. Da quei due ettolitri della prima vendemmia a più di undicimila bottiglie oggi: piccola vigna, grande cuore. Il vino presentato alla serata di Via Margutta è il Radice Eterna, metodo ancestrale da uve Nocera. Il Nocera è uno di quei vitigni che il Mezzogiorno ha custodito nell’ombra per secoli, simile nel carattere al Nerello Mascalese e al Cappuccio, parte di quella famiglia di vitigni siciliani che il mercato ha a lungo ignorato e che alcune vignaiole ostinate stanno riportando alla luce. Maria è tra queste. Nel bicchiere il Radice Eterna si presenta con quella velatura tenue che appartiene ai grandi metodi ancestrali, con un perlage di grana fine che sale senza fretta. È il tipo di bollicina che non cerca di stupire con la forza ma con la precisione: al naso arrivano subito i profumi della Sicilia nord-orientale, iodio e balsamico, macchia mediterranea, frutto a polpa scura appena accennato. In bocca la freschezza è netta, quasi salmastra, con una sapidità che racconta il vento delle Eolie meglio di qualsiasi descrizione. Il finale è lungo e pulito, con quella persistenza che appartiene ai vini fatti senza fretta, senza correzioni, senza il desiderio di essere altro da quello che sono. Un vino che porta nel nome la sua dichiarazione d’intenti. Radice perché affonda nel territorio con una coerenza che pochi raggiungono. Eterna perché certe radici non si strappano. WineFuture ha portato a questa serata qualcosa che va oltre la semplice proposta commerciale: la convinzione, condivisa con Maria, che il vino artigianale italiano di qualità abbia bisogno di visibilità in luoghi insoliti, lontani dalle fiere di settore, nei posti dove l’arte incontra le persone che non si definiscono appassionati di vino ma che, il vino giusto al momento giusto, lo sentono comunque. Come un mezzosoprano che canta e ti arriva senza che tu sappia spiegarti perché. Una serata, una strada, un senso Via Margutta non sbaglia serata. O forse sceglie le serate con quella cura che si riserva alle cose importanti. “Marilyn Marilyn Marilyn” ha saputo fare quello che le migliori mostre fanno raramente: non chiudere il mito in una cornice, ma lasciarlo respirare tra le persone. Farlo incontrare con la musica, con la parola, con il vino. Con tutto quello che non si archivia. Norma Jeane lo sapeva meglio di chiunque: non esiste un modo giusto per essere ricordati. Esiste solo il modo in cui si sceglie di essere presenti, finché dura. Quella sera, a Via Margutta, è durata fino a tardi. Un ringraziamento a Tina e Teresa Zurlo, magnifiche padrone di casa della serata nella loro magnifica Galleria Internazionale Area Contesa Arte.  Ringraziamento che non possiamo che estendere anche a WineFuture, una giovane realtà di distribuzione del vino che nata dal sogno di portare il miglior vino Made in Italy sulle tavole più prestigiose del mondo. Grazie alla competenza di Antonio Currò, uno dei migliori sommelier italiani, selezionano piccole meraviglie prodotte da artigiani che realizzano pochissime bottiglie, custodendo con cura la vera artigianalità italiana.   Ivan Vellucci & Marco Sargentini winetalesmagazine.comm
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Al via la XV edizione del Vittoria Jazz Festival "Music & Wine": tre giorni tra grande musica e grandi vini Arrow Right Top Bg

21 Giugno, 2026

Al via la XV edizione del Vittoria Jazz Festival "Music & Wine": tre giorni tra grande musica e grandi vini

  È stata presentata ufficialmente nella Sala degli Specchi “Ubaldo Balloni” di Palazzo Iacono la XV edizione del Jazz Festival “Music & Wine”. L’appuntamento celebra lo straordinario incontro tra le eccellenze vitivinicole del Sud-Est siciliano e la grande musica jazz. La manifestazione – promossa dall’Enoteca Regionale della Sicilia Sud-Est e dal Comune di Vittoria, con il sostegno della Regione Siciliana (Assessorato dell’Agricoltura, dello Sviluppo Rurale e della Pesca Mediterranea) – andrà in scena nei giorni 26, 27 e 28 giugno, confermandosi come uno degli eventi culturali e turistici più attesi del territorio.   Anche per questa edizione la direzione artistica è firmata dal maestro Francesco Cafiso, che ha curato un programma ricco di artisti di prestigio internazionale, nel segno della qualità e della valorizzazione dell’identità locale. Il programma dei concerti   Tutti gli spettacoli sono a ingresso gratuito e si terranno nella splendida cornice di Piazza del Popolo.  L’apertura del festival è affidata all’energia di Max Ionata & Hammond Groovers. Sabato 27 giugno, ci sarà in programma una serata ricchissima che vedrà sul palco il Francesco Cafiso 4et feat. Jeff Ballard, seguiti dalle performance della Conturband e del Giuseppe Asero Trio. Infine, domenica 28 giugno chiusura in grande stile con le sonorità d’oltreoceano dell’Aaron Goldberg Trio. Tutti musicisti che, come sottolineato in conferenza stampa dal direttore artistico, Francesco Cafiso, hanno una visione contemporanea della musica. Franceso Cafiso, direttore artistico del Jazz Festival Sono felicissimo di poter dire che ci saranno alcuni tra i musicisti più importanti al mondo. Il primo concerto sarà affidato a Max Ionata, che è uno dei sassofonisti di riferimento nella scena italiana insieme ad Hammond Groovers. Il secondo concerto invece è una produzione ad hoc per il Vittoria Jazz Festival. Si tratta del mio gruppo con un ospite speciale che è Jeff Ballard, un batterista che ha suonato con tantissimi nomi molto influenti del panorama jazzistico internazionale e non solo, come per esempio Ray Charles. La stessa sera ci sarà una marching band itinerante lungo le vie del centro storico che animerà ovviamente tutto il contesto cittadino, riportandoci in qualche modo in una dimensione che ha molto a che fare sia con la Sicilia e quindi la tradizione bandistica ma anche con New Orleans, che è un elemento fondamentale nella musica jazz. Dopo il mio concerto ci sarà al Chiostro delle Grazie il gruppo di Giuseppe Asero che aprirà le danze in quanto ci saranno poi altri musicisti che arriveranno lì per condividere questo momento di musica: si aprirà la jam session e quindi chiunque ne avesse voglia può arrivare sul palco ed esibirsi insieme a Giuseppe e a tutti noi. L’ultima serata invece è affidata ad Aaron Goldberg, un grandissimo pianista americano, il quale presenterà un progetto speciale per Vittoria in trio con Gabriele Evangelista al contrabbasso e Jeff Ballard alla batteria. Non mi rimane che invitarvi, vi aspetto numerosissimi e sarà anche questo un evento molto importante all’insegna della grande musica.
Masterclass all’Enoteca Regionale della Sicilia sede del sud est   Il vino, anima del festival, sarà protagonista di tre imperdibili masterclass di approfondimento guidate da esperti del settore. Gli incontri si terranno presso la sede dell’Enoteca Regionale della Sicilia Sud-Est sita in Via dei Mille, 131 a Vittoria. «Questa nuova edizione del Jazz Festival Music & Wine vede l’immancabile connubio con il vino, valorizzato dall’attesissima apertura dell’Enoteca Regionale – ha dichiarato il presidente dell’Enoteca Regionale, Silvio Balloni – Il taglio del nastro ufficiale della sede del Sud-Est avverrà il pomeriggio del 26 giugno e sarà impreziosito dalla presenza di Nino Aiello del Gambero Rosso. A seguire, grazie alla collaborazione con AIS Sicilia, proporremo dei focus sul Grillo e sul Frappato. Sarà un’opportunità unica per coniugare la scoperta delle eccellenze enologiche del territorio con la grande musica jazz curata dal maestro Francesco Cafiso». Si inizierà venerdì pomeriggio subito dopo il taglio inaugurale dell’Enoteca Regionale con la masterclass sul Cerasuolo di Vittoria DOCG tenuta da Nino Aiello, stimato giornalista del Gambero Rosso. Sabato 27 giugno (ore 18:30) spazio a “Grillo di terra e mare – L’anima bianca del territorio del Cerasuolo di Vittoria”, degustazione guidata da Fabio Gulino, delegato e relatore AIS Ragusa. Domenica 28 giugno (ore 18:30) spazio a “Frappato: il volto autentico del sud-est siciliano”, la masterclass guidata da Gioele Micali, delegato e relatore di AIS Taormina.
Cultura, tra musica e vino, a Vittoria   A curare la veste grafica della manifestazione è il maestro Giovanni Robustelli, che ha voluto imprimere su carta, attraverso linee e colori, la superficie vibrante di una città in continua evoluzione. Un palinsesto visivo su cui scorrono, come graffiti urbani, i nomi dei grandi artisti che animeranno Vittoria. «Le scritte emergono con il tratto deciso di un pennellaccio, quasi a voler lanciare un messaggio genuino d’amore per il territorio, proprio come i messaggi che gli innamorati lasciano sui muri», ha spiegato l’artista vittoriese in conferenza stampa. Il Jazz Festival si conferma dunque come una grande occasione per promuovere e raccontare la cultura ed il patrimonio vitivinicolo del Sud-Est siciliano attraverso il linguaggio universale della musica jazz, creando un connubio unico tra cultura, grande spettacolo e tradizione enogastronomica. «Si tratta di un evento di altissimo profilo culturale nato nel nostro territorio, espressione dell’energia, della forza economica e della passione per la storia della città e della civiltà del vino che caratterizzano la nostra comunità – ha sottolineato il sindaco Francesco Aiello-. Il Jazz Festival diventa il palcoscenico ideale in cui Vittoria celebra la propria identità e la propria tradizione agricola, che spazia dal vino all’eccellenza della serricoltura. Siamo una capitale dell’agricoltura siciliana capace, allo stesso tempo, di esprimere e produrre eventi culturali di grandissimo respiro». La Redazione
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A tavola con l’avvocato. Il menù diventa un contratto Arrow Right Top Bg

20 Giugno, 2026

A tavola con l’avvocato. Il menù diventa un contratto

  Sedersi al tavolo di un ristorante, sfogliare il menù, scegliere un piatto, ordinare una bottiglia di vino e pagare il conto finale.  Gesti abituali, quasi automatici, che però, dal punto di vista del diritto, hanno un significato preciso: ogni decisione del cliente è l’accettazione di un’offerta contrattuale formulata dal ristoratore. Il menù non è infatti solo una lista di pietanze, ma una vera e propria offerta al pubblico ai sensi dell’art. 1336 del codice civile: descrizione del piatto e prezzo costituiscono i termini di un contratto che si perfeziona quando il cliente ordina. Da quel momento, il cliente è obbligato a pagare il prezzo indicato e il ristoratore è tenuto a servire esattamente ciò che ha promesso, alle condizioni rese note. Ecco perché il menù deve essere chiaro e trasparente: voci come coperto, supplementi, maggiorazioni, nonché l’indicazione degli allergeni, non sono semplici dettagli, ma elementi essenziali per evitare contestazioni e incomprensioni. Un menù completo e leggibile, oltre a comunicare serietà e rispetto per il cliente, mette il gestore al riparo da quelle polemiche che spesso finiscono in cronaca, tra “conti salati” e addebiti inattesi. Sul punto particolarmente insidioso è il capitolo dei “fuori menù”: piatti illustrati a voce dal gestore o dal cameriere, il cui prezzo non viene quasi mai dichiarato in anticipo. La sorpresa arriva al momento del conto, quando quella proposta estemporanea si rivela ben più costosa di quanto immaginato. Da un punto di vista giuridico, però, la responsabilità economica resta in capo al cliente, tenuto a pagare il prezzo richiesto, anche se l’incertezza è stata alimentata dal ristoratore. Una semplice domanda – “Quanto costa?” – al momento dell’ordinazione sarebbe spesso sufficiente a evitare delusioni o contestazioni.  La sorpresa, in un ristorante, dovrebbe restare confinata alla creatività della ricetta e alla presentazione del piatto, non al totale del conto che rischia di rovinare la soddisfazione del palato. Lo stesso schema vale per la lista dei vini, che rappresenta la cantina messa a disposizione del cliente: anche qui descrizione e prezzo costituiscono un’offerta, che diventa contratto quando il cliente sceglie l’etichetta. Accanto agli aspetti economici, c’è poi un fronte ancora più delicato: quello di allergie e intolleranze alimentari. Una normativa stringente – in particolare il Regolamento (UE) n. 1169/2011 – impone ai ristoratori di rendere visibili e gestibili le informazioni sugli allergeni presenti nelle pietanze.
Questo obbligo richiede un coordinamento costante tra sala e cucina e una formazione continua del personale, perché da una gestione superficiale possono derivare non solo danni alla salute del cliente, ma anche pesanti conseguenze per il gestore, fino al profilo penale. La “sfida” della cucina moderna è dunque duplice: da un lato creare ricette alternative che permettano anche ai clienti con allergie o intolleranze di godersi l’esperienza gastronomica; dall’altro assicurare un sistema chiaro, intuitivo e intelligente di indicazione degli allergeni nel menù. Le soluzioni adottate sono le più varie: dall’elenco testuale degli allergeni, in versione cartacea o digitale, all’uso di simboli e numeri accanto ai singoli piatti. Forse non tutti, prima di sedersi al tavolo di un ristorante, colgono i risvolti legali che presidiano una corretta gestione dell’attività: non basta saper cucinare bene. Oggi un ristorante è chiamato a rispettare precisi precetti medico–sanitari e giuridici, rivolti a una clientela sempre più attenta, informata ed esigente, per la quale la qualità si misura anche in trasparenza, sicurezza e rispetto delle regole.   Avv. Paolo Spacchetti
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19 Giugno, 2026

Da Tinga. Il Tirreno arriva a tavola.

Se stai andando a Roma o ti trovi sul litorale romano c’è un indirizzo che merita una sosta. Tinga, a TorvaJanica è un ristorante affacciato direttamente sul mare, una palafitta sospesa sull’acqua dove la cucina di pesce incontra una visione contemporanea del pescato del Tirreno. Si lascia l’auto lungo la strada e si percorre un piccolo vicolo che conduce alla spiaggia. Qui appare il locale, con la sua terrazza protesa verso il mare e una cucina a vista che accompagna il servizio mostrando il lavoro della brigata. L’atmosfera è informale ma curata, il rumore delle onde accompagna la cena e il tramonto diventa parte integrante dell’esperienza. È da qui che inizia il racconto del Tinga, della visione di Davide Nasso e della cucina dello chef Jones Bargoni. Ad accogliermi Davide Nasso, titolare e restuarant manager. Mi siedo con lui guard ando il mare e iniziamo a chiacchierare su questo magico posto. Nato nel 2013 come semplice chiosco dedicato a panini birre e fritti il Tinga compie nel 2015 un’evoluzione importante trasformandosi in ristorante. Non segue però la strada più facile del classico locale di mare: qui non si viene  per trovare i soliti taglolini allo scoglio o gli spaghetti alle vongole, ma per scoprire una cucina che interpreta il pesce del Tirreno attraverso lavorazioni personali e identitarie. La filosofia di Davide è chiara: ogni preparazione deve raccontare il lavoro della cucina. Il pesce viene selezionato e trasformato internamente, il pane è fatto in casa, così come i dolci. “che piaccia o meno è fatto da noi” mi dice sorridendo e rivendicando con orgoglio una cucina autentica senza scorciatoie. A completare l’esperienza cè una posizione privilegiata: si mangia letteralmente sull’acqua, con il mare a pochi metri dai tsavoli e il tramonto che accompagna il servizio serale. Un luogo in cui il valore non è dato soltanto dalla vista, ma dalla coerenza di una proposta che punta sulla lavorazione artigianale, sulla personalità dei piatti e su un rapporto qualità-prezzo equilibrato. Dopo la nostra chiacchierata ci raggiunge lo chef Jones Bargoni,italianissimo dell’Aquila in abruzzo approdato sul litorale romano dopo aver girato diverse cucine. Lo chef  Jones Bargoni Nel corso degli anni ha costruito un’identità che non cerca l’effetto speciale o la complessità fine a se stesssa ma punta a valorizzare l’essenza degli ingredienti attraverso un lavoro attento sugli equilibri e sulle sfumature del sapore. Utilizza la tecnica per esaltare la materia prima, rispettandone le caratteristiche e cercando di non sprecare nulla degli ingredienti che trasforma, facendo particolare attenzione allo spreco alimentare. Ama partire dalla tradizione e dalla memoria gastronomica per reinterpretarle attraverso sensibilità, ricerca e attenzione agli abbinamenti,. E’ particolarmente attratto dal dialogo tra acidità, dolcezza, amaro sapidità e umami, perché ritiene che sia proprio dall’equilibrio di questi elementi che nasca un’esperienza gastronomica completa. Oggi è qui nel Lazio ma porta con se le influenze e i sapori che hanno caratterizzato il suo percorso, cercando sempre di raccontare un territorio attraverso una visione personale. La sua è una cucina identitaria e mediterranea, essenziale nell’aspetto  ma profonda nel gusto, dove nulla è lasciato al caso e dove ogni scelta nasce dalla volontà di creare emozione attraverso il sapore. Il suo obiettivo è togliere il superfluo per amplificare il gusto: costruire piatti riconoscibili, eleganti e immediati, capaci di lasciare un ricordo non per ciò che mostrano, ma per ciò che fanno percepire. Questo è il principio che guida ogni sua creazione e che definisce oggi la sua identità di cuoco. Il menu La filosofia del Tinga e del suo chef emerge con chiarezza anche dal menù. Non ci sono concessioni di grandi classici della ristorazione marinara né piatti costruiti per rassicurare il cliente. Al loro posto si trova una proposta che parte dal pescato del Tirreno e lo interpreta attraverso lavorazioni personali, accostamenti contemporanei e una costante ricerca di equilibrio. La sezione dei crudi apre il percorso con il Crudo Tinga, i carpacci e le tartare del giorno, accompagnati da ostriche, scampi, gamberi rossi, mazzancolle e ricci. E’ una dichiarazione di intenti che mette al centro la materia prima e la sua freschezza. Negli antipasti cotti la cucina si concede maggiore libertà espressiva. Le alici vengono proposte in versione panko, il moscardino fritto incontra la maionese, mentre la catalana tropicale di gamberi e le polpette di cernia con salsa all’arancia e cipolla caramellata mostrano la volontà di uscire dai percorsi più battuti senza perdere il legame con il mare. Anche i primi raccontano questa identità. Gli gnocchi con lupini e mazzancolle dialogano con le zucchine romanesche in doppia consistenza, il pacchero agli scampi incontra cocco e lime, la chitarra all’uovo viene arricchita dai ricci di mare e da un croccante al rosmarino. Sono piatti che nascono dall’incontro tra tecnica, prodotto e creatività, lontani dalle formue più convenzionali della cucina costiera laziale. Tra i secondi emerge la volontà di valorizzare il pescato locale, sia attraverso la griglia sia nelle preparazioni più articolate. Il polo rosticciato con crema di piselli, pomodoro scopiiettato e salvia croccante convice con il calamaro alla piastra accompagnato da coulis di lamponi e cavolo violo, mentre la tagliata di tonno rosso viene servita con rucola, pomodoro confit e croccante di ceci. A chiudere il percorso arrivano i dolci interamente realizzati in casa, dalla ganache al cioccolato bianco con caffè e sale Maldon al semifreddo al pistacchio con caramello salato e lampone,  fino alla tartelletta con lemon curd, ananas e meringa. Un finale coerente con una filosofia che Davide sinteizza con una frase semplice ma significativa “ che piaccia o meno è fatto da noi”. La degustazione La degustazione inizia guardando il sole che tramonta sul mare, con le onde che si infrangono sul bagnasciuga. Arrivano delle chips al nero di seppia e alloro insieme all’acqua. Ed ecco il vino che accompagnerà la degustazione. Il Brecciaia di Sassocreta Vini è un Terre di Chieti IGP ottenuto in purezza da uve Cococciola, antico vitigno autoctono abruzzese. Alla vista si presenta giallo paglierino con riflessi verdolini. Al naso esprime note floreali, agrumate ed erbacee. In bocca è fresco, sapido e caratterizzato da una piacevole chiusura minerale. Il primo piatto è un carpaccio di gambero rosso con chips di ceci e riduzione di lampone. La dolcezza naturale del gambero viene bilanciata dalla lieve acidità del lampone mentre le chips di ceci aggiungono una componente croccante che rende il piatto dinamico e piacevole. L’acidità e la sapidità della Cococciola accompagnano il crostaceo senza coprirne la delicatezza. Spada crudo e stagionato al caffè marinato La stagionatura conferisce al pesce maggiore profondità aromatica mentre il caffè introduce leggere sfumature tostate che accompagnano la naturale sapidità dello spada. Il vino sostiene la preparazione grazie alla propria freschezza e pulisce il palato dalle note più persistenti del piatto.   Ricciola, agrumi e polvere di sedano Un piatto costruito sulla freschezza. Gli agrumi valorizzano la componente grassa della ricciola mentre il sedano aggiunge una leggera nota vegetale. La componente agrumata del Brecciaia crea continuità con il piatto e ne prolunga la freschezza. Tonno in coppietta, paprika e finocchietto La lavorazione richiama la tradizione laziale della coppietta reinterpretandola attraverso il tonno. Paprika e finocchietto arricchiscono il profilo aromatico senza coprire il pesce. La sapidità del vino accompagna la preparazione mantenendo equilibrio e pulizia gustativa. Ombrina, zenzero e limone Un piatto essenziale che gioca su profumi e freschezza. Lo zenzero porta una lieve componente speziata mentre il limone dona tensione e slancio gustativo. La Cococciola trova qui uno degli abbinamenti più naturali della degustazione grazie alla sua vivacità agrumata. Gaspacho con ricciola marinata, pasta soffiata al miele e pepe e crumble di pane La base vegetale del gaspacho incontra la ricciola marinata in un piatto che alterna dolcezza, acidità e croccantezza. La pasta soffiata e il crumble aggiungono consistenza e movimento. La parte più buona del piatto è accompagnare la ricciola al crumble di pane come una scarpetta. Il vino accompagna il piatto senza sovrastarne la complessità, sostenendo sia la componente vegetale sia quella marina. Calamaro cotto a bassa temperatura, coulis di lamponi e salsa al cavolo viola Potrei chiarmalo il calamaro che non ti aspetti per come viene presentato sul piatto, lontano dal classico calamaro tradizionale, una composizione invece elegante che affascina lo sguardo prima del morso. La cottura preserva morbidezza e succosità del calamaro. Il lampone introduce una nota fresca e leggermente acida mentre il cavolo viola contribuisce all’equilibrio complessivo. L’acidità del vino dialoga bene con la salsa e mantiene il sorso dinamico. Gnocchi di patate, lupini, mazzancolle, pachino e zucchine romanesche in doppia consistenza Un piatto che gioca una partita diversa dalle solite perché con i lupini si è abituati a vedere la pasta lunga che li avvolge mentre qui lo gnocco accompagna il mare in un gioco di contrasti che regalano un morso delicato e delizioso. Un primo piatto che unisce mare e orto. I lupini e le mazzancolle portano sapidità mentre le zucchine, servite in crema e in versione fritta, aggiungono profondità e consistenza. La freschezza della Cococciola accompagna il piatto alleggerendone la struttura. Pacchero all’uovo con scampi, bisque, cocco e lime Probabilmente il piatto che meglio rappresenta la cucina dello chef. La dolcezza dello scampo incontra l’intensità della bisque, mentre cocco e lime aggiungono profumi e freschezza. Il vino sostiene l’intera preparazione grazie alla propria sapidità e alla chiusura agrumata che richiama il lime. Dopo questa degustazione dico a Davide che i secondi e i dolci li mangerò in una prossima visita che non tarderà ad arrivare. Non perché non ne abbia voglia, ma perché voglio avere una scusa per tornare. Mentre il sole scompare dietro il mare e le luci della terrazza iniziano ad accendersi, ripenso ai piatti assaggiati e alla conversazione avuta con Davide e con lo chef Jones Bargoni. In un momento storico in cui molti ristoranti finiscono per assomigliarsi, il Tinga ha scelto una strada diversa: costruire una propria identità senza rincorrere mode o scorciatoie. Qui il mare non è soltanto il panorama che accompagna la cena. È il punto di partenza di una cucina che lavora il pescato con rispetto, tecnica e personalità, cercando sempre un equilibrio tra gusto, territorio e creatività. Lascio il ristorante con il rumore delle onde ancora nelle orecchie e con la sensazione di aver scoperto un indirizzo che vale il viaggio. Un luogo dove il mare entra nei piatti, nei racconti e nell’atmosfera, lasciando al cliente qualcosa che va oltre la semplice cena. Roberto Silvio De Pascale Mi trovi su Instagram come unpuglieseinterrapontina Il buon vivere      
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Due importanti riconoscimenti per il nostro Sangiovese Superiore Romagna Doc Màttero 2024 Arrow Right Top Bg

19 Giugno, 2026

Due importanti riconoscimenti per il nostro Sangiovese Superiore Romagna Doc Màttero 2024

  Il Sangiovese Superiore Romagna Doc Màttero 2024, prodotto dalla Società Agricola Corbaia di Santa Lucia, Cesena ( FC) ha ottenuto la Medaglia d’oro al 65° Concorso Enologico Nazionale di Pramaggiore 2026   Patrocinato dal Ministero dell’Agricoltura e dall’Associazione enologi italiani, è il concorso enologico nazionale più antico di Italia.  Con una gradazione di 13,5°, l’uvaggio 100% sangiovese e vinificato a chicco intero a temperatura controllata a 25°, questo Sangiovese si è affinato in acciaio per 4 mesi prima dell’imbottigliamento. La consegna della Medaglia d’oro per l’Emilia Romagna è avvenuta il 3 giugno scorso presso il Teatro La Fenice di Venezia. L’ amministratrice della Società Corbaia Questo premio, l’unico a essere assegnato a un vino romagnolo, ci ha riempito di soddisfazione e rappresenta il riconoscimento a un lavoro di squadra. Il riferimento è all’enologo Giovanni Brighi di Rimini che ha sempre creduto nelle potenzialità del terreno e del vino” ha dichiarato Paola Zucconi, che con il marito Pier Paolo Vecchi ha ritirato il prestigioso riconoscimento. A questo si aggiunge un secondo premio, la Medaglia d’Oro al Concorso Enologico Internazionale Città del Vino 2026 la cui premiazione avverrà l’11 luglio prossimo a Roma, in Campidoglio, alla Presenza del Ministro dell’Agricoltura, della Sovranità alimentare e delle Foreste, Francesco Lollobrigida. La Società Agricola Corbaia conta 7 ettari coltivati a vigna, oliveto, mandorli e alberi di ciliegio, all’interno di un Sito SIC – Sito di Interesse Comunitario e di Natura 2000, dei quali 1,2 ettari coltivati a Sangiovese e 0,5 a bianco per produrre bollicine. Nel 2024 ha visto la luce la prima annata del Sangiovese Superiore Romagna Doc Màttero, ora pluripremiato, da cui si sono ricavate 1200 bottiglie. La produzione del 2025 ha raggiunto le 1500 bottiglie di Sangiovese e 500 di Brut. Pier Paolo Vecchi e Paola Zucconi La Redazione
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