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19 Giugno, 2026
Alessandro Stocchi. Il suono del Parmigiano Reggiano
Il suono della pianura. Che suono ha la pianura? Magari sarà quello della nebbia che gracchia sull’erba. O magari quello delle rane nei canali. O ancora quello dei trattori nei campi. Nessuno penserebbe mai al suono sordo di piccoli martelli che suonano su qualcosa di indefinito e vivo.
Fortunatos nimium, sua si bona norint, agricolas
Virgilio, Georgiche, II, 458 Troppo fortunati, i contadini, se solo sapessero quanto. Virgilio lo scriveva duemila anni fa. Non guardava la stessa pianura che Alessandro Stocchi attraversava ogni mattina con un martelletto in mano per andare ad ascoltare di tante forme di Parmigiano custodite nei caseifici. Esiste una terra in Italia che non fa rumore. Non ha le Dolomiti, non ha il mare, non ha il pittoresco aspro delle colline toscane. Ha la nebbia d’inverno, i pioppi dritti come soldati, i caseifici con le luci accese alle cinque del mattino, i canali d’irrigazione che riflettono un cielo bianco. Ha il silenzio operoso di chi non ha mai pensato che il proprio lavoro fosse poesia. Anche quando lo è, forse proprio perché lo è. Alessandro Stocchi è cresciuto in questo silenzio. È nato nel comprensorio del Parmigiano Reggiano, in quella fascia benedetta e ostinata che va da Parma a Reggio Emilia, da Modena a Bologna, fino alla destra del Po e alla sinistra del Reno. Una geografia DOP che è anche una mappa dell’identità: territorio, vacche, latte crudo, casari che non dormono, forme che stagionano nell’oscurità dei magazzini come voci che si formano prima ancora di poter essere ascoltate. Un ragazzo della pianura: radici, distacchi e il richiamo del territorio Nasco nel comprensorio della zona di produzione del Parmigiano Reggiano, nel territorio, e ho sempre sentito un forte legame con quello che è la nostra cultura, le nostre origini. La mia è una famiglia che, come la maggior parte delle famiglie qui da noi, ha un legame profondo con la natura rurale e agricola. C’era molta povertà, e tutti avevano gli animali come garanzia di sussistenza. La generazione dei nonni. Il bestiame come assicurazione sulla vita. I ritmi del sole e delle stagioni come unico calendario possibile. E poi la frattura. La stessa che ha attraversato tutta l’Italia del dopoguerra, quel lungo addio alla campagna che Pasolini aveva visto con chiarezza e che ha strappato milioni di italiani dalle stalle per portarli negli uffici. I miei genitori si erano già staccati dalla campagna. Era un modo per evolversi. La voglia di quella generazione che la Guerra l’aveva appena sfiorata ma che necessitava di un riscatto. Ciò che la campagna non poteva dare. Eppoi c’era la ricostruzione. Nascevano le aziende, le grandi fabbriche. Servivano operai come servivano impiegati. Al diavolo la terra dove erano rimasti confinati per generazioni. Alessandro studia Organizzazione d’Impresa. Un percorso sensato, proiettato verso il futuro aziendale. Eppure qualcosa rimane attaccato, come un suono che non vuoi smettere di sentire: la gastronomia, il territorio, quella radice agricola che la famiglia aveva reciso ma non estirpato. È a ventiquattro anni che la vita decide di farsi interessante. Viene a sapere, tramite amici, che il Consorzio del Parmigiano Reggiano cerca qualcuno da formare come battitore. Non è che sapessi tutto quello che c’era da sapere, però figurati, qui da noi è sempre stato un mestiere affascinante. Questi che girano con un martelletto… Ventiqualtrenne. Studi universitari indirizzati altrove. Una pianura che lo chiama ancora. Il battitore: un’arte senza scuola Bisogna capire cos’è un battitore, per capire perché scegliere di diventarlo a ventiquattro anni sia tutt’altro che ovvio. Il battitore è la figura che certifica ogni singola forma di Parmigiano Reggiano al compimento del primo anno di vita. Armato di un martelletto in lega metallica speciale, batte la crosta e ascolta. Ascolta le vibrazioni, i suoni, gli echi interni. Ascolta quello che c’è dentro senza aprire. Come un medico che percuote il torace di un paziente, come un liutaio che riconosce la qualità di un legno dal timbro della percussione. Quattro milioni di forme all’anno, una per una, dieci secondi ciascuna. Il Parmigiano Reggiano è l’unica DOP al mondo a prevedere il controllo individuale di ogni forma prodotta. Non esiste una scuola per diventare battitore. Non esiste un manuale, un corso universitario, un certificato ottenuto alla fine di un esame scritto. Esiste il tempo, e l’umiltà di stare in silenzio vicino a qualcuno che sa. È un mestiere che ancora oggi viene tramandato. Vai in giro con i battitori esperti. Veramente esperti. Over 65. Anche over 70. Gente che l’ha fatto per tanto, tanto tempo. E questi ti passano il mestiere. Te lo tramandano davvero. Prima guardi, poi piano piano ti danno un martello in mano, cominci a fare due cose, poi sempre di più, fino a quando l’esperto dice che sei pronto. I liutai di Cremona si passano di generazione in generazione il segreto delle vernici. I mastri panettieri medievali che iniziavano i garzoni a dieci anni attraverso il gesto prima che attraverso la parola. La formazione di Alessandro, come quella di tutti i battitori o degli artigiani, ha qualcosa di antico nel senso migliore del termine. Un’educazione fondata sulla bottega, sulla trasmissione corporea del sapere, sull’apprendistato come forma di devozione al mestiere. L’uso dei sensi. L’uso delle mani. Qualcosa che non si studia ma si apprende osservando e ascoltando. Occorre essere umili per imparare un mestiere. Sapere di non sapere e aver voglia di sapere. Se pensi di sapere non saprai mai nulla. Quando sei pronto, la tua firma viene depositata alla Camera di Commercio. Quello che facciamo è un lavoro vero, non è solo poesia. I tuoi bolli identificano le forme: prima, seconda, terza categoria. Sei una delle poche persone autorizzate a dare un valore legale al formaggio. Una firma depositata alla Camera di Commercio. Il gesto del martello che diventa documento, l’orecchio che diventa firma, la sensibilità che acquista valore legale. Oggi che viviamo di algoritmi e demandiamo molto di quello che dovremmo affidare alla nostra intelligenza a quella artificiale generativa, esistono ancora in Emilia luoghi fisici dove quello che conta è la qualità dell’ascolto di un essere umano. Tanto che quella qualità viene depositata agli atti. Dieci secondi per dire la verità: il suono come conoscenza Secondo una leggenda, pare che Pitagora (ricordate Pitagora vero?) abbia scoperto le proporzioni musicali ascoltando diversi martelli su un’incudine: pesi differenti producevano suoni consonanti tra loro. Da quella consonanza nacque tutta la matematica dell’armonia. L’eureka più importante della storia della musica occidentale proveniva dall’orecchio, non dagli occhi. Duemilasettecento anni dopo, in un magazzino di stagionatura dell’Emilia-Romagna, un ragazzo di ventiquattro anni scopre la stessa cosa: che la verità si ascolta prima ancora di vedersi. Il formaggio è una sostanza viva. La forma dipende da come è stata prodotta. Dipende dal casaro che lavora in modo da cambiare la struttura interna, che suonerà in modo diverso. Un formaggio stagionato a temperatura appena più bassa tenderà a creare una pasta più o meno dura, più o meno disidratata. Quello che oggi suona in un modo, in un altro magazzino, con un altro formaggio, può significare tutt’altra cosa. La difficoltà è proprio questa: saper interpretare tutti questi fattori insieme. Ecco perché non è la macchina. Ecco perché il microfono non basta. Il latte è una sostanza viva e Alessandro lo ripete con convinzione. Con una certezza che viene dall’aver trascorso dodici anni battendo sulle forme di Parmigiano. Il latte crudo cambia ogni giorno: risponde al tempo atmosferico, a quello che mangiano le vacche, alla temperatura della stalla quella mattina specifica, allo stress dell’animale, alla qualità dei pascoli. Ogni forma è una storia diversa che vibra in modo diverso. Come si istruisce una macchina a leggere una storia che riscrive sé stessa ogni mattina? Non esiste un database in cui scrivere queste cose. Le assorbi a forza di starci dentro, di parlare con chi le fa, di tagliare le forme e vedere se l’eco corrispondeva a quello che avevi sentito. La responsabilità di chi giudica chi si sveglia alle quattro I magazzini di stagionatura del Parmigiano Reggiano sono luoghi che appartengono a una categoria estetica che in italiano non ha ancora un nome preciso. Non sono belli nel senso convenzionale del termine, eppure sono magnifici: file di forme che si estendono nell’ombra fresca, migliaia di dischi color oro impilati sugli scaffali di legno come i volumi di una biblioteca silenziosa e profumata. Una forma pesa quaranta chilogrammi, vale quattrocento euro all’ingrosso, porta dentro di sé circa seicento litri di latte. Ogni forma è un anno di vita condensato. Tra prima e seconda categoria, c’è una differenza di qualche euro al chilo. Qualche decina di euro a forma. Le forme di terza categoria vengono raschiate, la crosta dei puntini rimossa, il marchio cancellato. La differenza può, in questo caso, arrivare anche a duecentocinquanta euro. Fate una semplice moltiplicazione di questa cifra per le migliaia l’anno che ne può produrre un caseificio e capirete perché il martelletto sia anche uno strumento economico prima ancora che artigianale. Ma Alessandro non parte mai dai numeri. Parte dalle persone. Vai a giudicare il lavoro di persone che si fanno un mazzo grosso così. I produttori, gli allevatori, i casari. Si svegliano alle quattro del mattino per andare a mungere. E tu stai andando a giudicare il loro lavoro. Capisci la responsabilità? All’inizio ci pesava moltissimo. Stare in mezzo. Non cedere né all’empatia né all’arroganza. Non lasciarsi intimidire dal casaro che si arrabbia quando una forma viene declassata, né gonfiare il petto quando si ha ragione. A volte capita anche di sbagliare. È un mestiere talmente soggettivo. In quel caso si condivide, si parla, si taglia, si rivaluta. Siamo in ventiquattro a fare questo mestiere in tutta la zona di produzione e il rapporto tra colleghi è fondamentale. Dobbiamo parlare la stessa lingua, interpretare nello stesso modo. Ventiquattro persone. In tutto il mondo. L’élite più discreta che mi venga in mente. L’uomo che supera la macchina: 89 contro 56 Nel 2024, durante una delle sessioni di taratura annuale a cui tutti i battitori sono soggetti, è stato introdotto per la prima volta anche il controllo parallelo di una macchina radiografica. Un sistema a raggi simile a quello dei controlli aeroportuali, applicato alle sessanta forme più difficili e ambigue della sessione. Sessanta forme selezionate appositamente per stare sul confine tra categorie, per mettere in difficoltà anche i più esperti. I battitori hanno fatto una media di correttezza dell’89%. La macchina si è fermata al 56%. Una vittoria che accende Alessandro. Lo dice con una soddisfazione trattenuta, quasi pudica. Detto da me sembra di parte. È lo sono. Però per me uno degli enormi vantaggi della nostra filiera è proprio questo patrimonio culturale che risiede ancora nelle persone. Le macchine o i computer, anche prima dell’intelligenza artificiale, scrivono romanzi, compongono musica, diagnosticano tumori da radiografie con accuratezza superiore a quella di molti radiologi umani. Nonostante ciò, in un magazzino dell’Emilia-Romagna, un uomo con un martelletto batte di gran lunga una macchina a raggi nel giudicare la qualità di un formaggio. Non è revanscismo romantico. È un fatto tecnico con una spiegazione profonda: il latte è vivo, il vivente è variabile per definizione, e la variabilità non si impara su un dataset. Si impara stando in mezzo alle cose per dodici anni, parlando con i casari, tagliando le forme per vedere se il suono corrispondeva all’immagine che ti eri costruito. Il battitore è un artista. È un direttore d’orchestra che ha necessità di studiare, di imparare, di cimentarsi.
Però sapete una cosa? Non è tanto questo che mi ha incuriosito del racconto di Alessandro. Ad ingegneria mi hanno insegnato che gli strumenti di misura vanno tarati ogni tanto. La bilancia del salumiere piuttosto che l’erogatore di benzina sono soggetti, ciclicamente, a delle operazioni di taratura per assicurare la correttezza della misura. Nel caso dei battitori invece, misuratori umani, avviene una sorta di ulteriore taratura umana. Altre persone li supportano perché il loro metro di misura interna sia quello corretto. Fantastico. Davvero fantastico. Qualcosa che non si può scrivere in una formula. Non si può registrare. Si può solo registrare la persona. Dal guscio chiuso al guscio aperto: diventare narratore Dodici anni di battitura. Poi qualcosa cambia. Non nel territorio, ma nella traiettoria di Alessandro al suo interno. L’ufficio marketing del Consorzio inizia a coinvolgerlo in attività divulgative. Una masterclass qui, una degustazione là, qualche evento fuori comprensorio. La divisione si fa sempre più equilibrata, fino a diventare cinquanta e cinquanta: metà mattine nei magazzini con il martelletto, metà in giro per il mondo con le forme aperte e le storie da raccontare. Berlino la sera prima, battitura alle cinque e quindici il mattino dopo. Poi, l’anno scorso, la scelta definitiva: lasciare il martelletto per dedicarsi interamente alla divulgazione. È stata una scelta molto combattuta. Quello era la mia vita. Fare il battitore, stare in quell’ambiente, era quello che volevo fare. Però i caseifici sono 290. Dopo dodici anni li conosci tutti. Conosci le persone. Mi è davvero spiaciuto lasciare quel rapporto diretto con i casari e gli allevatori. Però non si può avere tutto. Ci vorrebbero due o tre vite. Simone Weil scriveva che il passato è veramente passato solo quando si trasforma in qualcosa d’altro. Alessandro non ha perso i dodici anni di battitura: li ha trasformati in linguaggio, in capacità narrativa, in quella conoscenza viscerale del prodotto che porta ora nelle sue masterclass come un manoscritto vivente. Per capire un prodotto gastronomico a livello sensoriale, sapere quello che c’è dietro è fondamentale. Vedere una forma con certe caratteristiche di friabilità mi dà già tante indicazioni su come aspettarmi il sapore. Il colore della pasta. Tagliare e capire perché c’è quell’occhiatura. Non lo trovi su nessun database. Lo assorbi a forza di starci dentro. Prima giudicava le forme chiuse. Adesso apre le forme e racconta. Il guscio si è aperto e dentro c’era un narratore. Novecento anni non si banalizzano: formaggio come memoria collettiva Il punto su cui Alessandro torna con la maggiore accoratezza e dove la sua voce acquista una qualità diversa, più calda è quello della banalizzazione. Il Parmigiano Reggiano è talmente conosciuto, talmente radicato nella cultura italiana, che viene spesso dato per scontato. Parli con qualcuno e ti dice: ‘Ah, il parmigiano. Sì, lo mangio da quando ero bambino, me non mi devi dire niente.’ Ok, bene. Però questo non vuol dire che lo conosci. C’è poco da fare. In italia trattiamo il patrimonio come se fosse un dato di fatto permanente, come se la qualità fosse garantita dall’eternità del prodotto invece che dal lavoro quotidiano di migliaia di persone. Lo stesso errore che facciamo con i monumenti, con la lingua, con i paesaggi. Li diamo per scontati finché qualcosa li minaccia, e allora ci stupiamo di quanto ci manchi. A Roma abbiamo girato con l’auto attorno al Colosseo fino a pochi anni fa. A Venezia le navi entravano nel Canal Grande ormeggiandosi proprio difronte San Marco. Il Parmigiano Reggiano è quello che troviamo al supermercato. Luoghi comuni propri forse di chi ha troppo e non sa cosa farne. La gente non sa che quattro milioni di forme vengono battute una a una. Non sa che a 18 mesi ha caratteristiche completamente diverse da quelle a 60 o 100 mesi. Non sa che dietro c’è un territorio, una storia, delle persone, una cultura di novecento anni. Quando lo scopre, il prodotto gli piace cento volte di più. Novecento anni. Dal XII secolo, i monaci benedettini e cistercensi della pianura padana che avevano necessità di conservare il latte a lungo, di nutrire le comunità durante l’inverno, di produrre qualcosa di durevole e trasportabile, elaborano quello che sarebbe diventato il Parmigiano Reggiano. La stessa pianura. Le stesse vacche. Lo stesso latte crudo senza additivi, senza conservanti, senza niente che non sia latte, caglio e sale. Le stesse mani. Ci sono cose che non si possono semplificare senza perdere tutto. Il Parmigiano Reggiano pre-grattugiato ha il suo mercato, la sua utilità quotidiana, la sua onestà commerciale. Solo che quando gratto il Parmigiano a mia figlia da un pezzo intero, non c’è volta che ne stacco un lembo e lo mangio. Quello è il mio momento che mi fa pensare che se l’avessi avuto già grattugiato non l’avrei potuto fare. Il Parmigiano non è un condimento. È qualcosa di più alto. Di più. I Maestri Assaggiatori APR: costruire una nuova cultura del gusto Nel suo nuovo ruolo, Alessandro è anche maestro assaggiatore certificato APR (Assaggiatori del Parmigiano Reggiano) e coordina i corsi di formazione che il Consorzio porta in tutta Italia e all’estero. Due livelli, cinque lezioni ciascuno: un’immersione verticale che include la visita ai caseifici, la spiegazione tecnologica della trasformazione del latte, la storia della denominazione, l’educazione al marchio, le verticali di degustazione fino ai cento mesi di stagionatura. L’idea è creare qualcosa come i sommelier del vino. Ma in realtà è molto di più. È un’immersione completa nel prodotto, nel territorio, nella filiera. Viene un tecnologo a spiegare la trasformazione del latte. Un esperto di marchiatura racconta la storia del Consorzio. E alla fine del primo livello, tutti i corsisti sono invitati in un caseificio, poi in un magazzino, poi si va a mangiare insieme. Si chiude il cerchio. La struttura mi ricorda molto quella dei corsi per sommelier, con la differenza che qui il mondo è uno solo. È l’Emilia Romagna. Una specificità che invece di impoverire, amplifica. Perché il Parmigiano Reggiano è abbastanza vasto, abbastanza complesso, abbastanza antico da occupare un intero ecosistema culturale senza bisogno di allargarsi. Il secondo livello chiude il cerchio sulla degustazione: andiamo ad assaggiare e descrivere un cento mesi. E poi decliniamo le caratteristiche del prodotto applicandole al contesto gastronomico. Come si abbina, come si serve, come lo si apprezza davvero. La forma aperta Il gesto di aprire una forma di Parmigiano Reggiano è una sorta di rito. Sento davvero una commozione. Perché quello che sto aprendo è il risultato di novecento anni di lavoro di queste terre, delle persone che sono venute prima di noi. È quasi una convenzione, qualcosa che sento forte. Sembra anche un orgoglio e un’emozione. Aprire una forma di Parmigiano Reggiano è aprire un territorio. Dal disco di crosta bruna si rivela una pasta granulare, punteggiata di cristalli di tirosina bianchi come neve minuta, profumata di fieno e tempo. Dentro quella pasta c’è l’estate del Po, il freddo dell’inverno, il latte crudo di quella mattina specifica, le mani del casaro che non dorme, l’orecchio del battitore che ha deciso il suo destino. E il tempo. Sempre il tempo. Il grande ingrediente silenzioso di tutto quello che vale. Non è un solo un formaggio. È una forma di memoria. Virgilio lo sapeva. Alessandro Stocchi lo sa. La pianura aspetta che lo sappiamo anche noi. Per saperne di più sul Consorzio del Parmigiano Reggiano e sui corsi per Maestri Assaggiatori APR, visita il sito ufficiale. Per continuare il viaggio tra le storie di chi fa il cibo e il vino italiani, resta su Wine Tales Magazine. Ivan Vellucci – Suggestioni di Vino
ivan.vellucci@winetalesmagazine.com Mi trovi su Instagram come @ivan_1969
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Virgilio, Georgiche, II, 458 Troppo fortunati, i contadini, se solo sapessero quanto. Virgilio lo scriveva duemila anni fa. Non guardava la stessa pianura che Alessandro Stocchi attraversava ogni mattina con un martelletto in mano per andare ad ascoltare di tante forme di Parmigiano custodite nei caseifici. Esiste una terra in Italia che non fa rumore. Non ha le Dolomiti, non ha il mare, non ha il pittoresco aspro delle colline toscane. Ha la nebbia d’inverno, i pioppi dritti come soldati, i caseifici con le luci accese alle cinque del mattino, i canali d’irrigazione che riflettono un cielo bianco. Ha il silenzio operoso di chi non ha mai pensato che il proprio lavoro fosse poesia. Anche quando lo è, forse proprio perché lo è. Alessandro Stocchi è cresciuto in questo silenzio. È nato nel comprensorio del Parmigiano Reggiano, in quella fascia benedetta e ostinata che va da Parma a Reggio Emilia, da Modena a Bologna, fino alla destra del Po e alla sinistra del Reno. Una geografia DOP che è anche una mappa dell’identità: territorio, vacche, latte crudo, casari che non dormono, forme che stagionano nell’oscurità dei magazzini come voci che si formano prima ancora di poter essere ascoltate. Un ragazzo della pianura: radici, distacchi e il richiamo del territorio Nasco nel comprensorio della zona di produzione del Parmigiano Reggiano, nel territorio, e ho sempre sentito un forte legame con quello che è la nostra cultura, le nostre origini. La mia è una famiglia che, come la maggior parte delle famiglie qui da noi, ha un legame profondo con la natura rurale e agricola. C’era molta povertà, e tutti avevano gli animali come garanzia di sussistenza. La generazione dei nonni. Il bestiame come assicurazione sulla vita. I ritmi del sole e delle stagioni come unico calendario possibile. E poi la frattura. La stessa che ha attraversato tutta l’Italia del dopoguerra, quel lungo addio alla campagna che Pasolini aveva visto con chiarezza e che ha strappato milioni di italiani dalle stalle per portarli negli uffici. I miei genitori si erano già staccati dalla campagna. Era un modo per evolversi. La voglia di quella generazione che la Guerra l’aveva appena sfiorata ma che necessitava di un riscatto. Ciò che la campagna non poteva dare. Eppoi c’era la ricostruzione. Nascevano le aziende, le grandi fabbriche. Servivano operai come servivano impiegati. Al diavolo la terra dove erano rimasti confinati per generazioni. Alessandro studia Organizzazione d’Impresa. Un percorso sensato, proiettato verso il futuro aziendale. Eppure qualcosa rimane attaccato, come un suono che non vuoi smettere di sentire: la gastronomia, il territorio, quella radice agricola che la famiglia aveva reciso ma non estirpato. È a ventiquattro anni che la vita decide di farsi interessante. Viene a sapere, tramite amici, che il Consorzio del Parmigiano Reggiano cerca qualcuno da formare come battitore. Non è che sapessi tutto quello che c’era da sapere, però figurati, qui da noi è sempre stato un mestiere affascinante. Questi che girano con un martelletto… Ventiqualtrenne. Studi universitari indirizzati altrove. Una pianura che lo chiama ancora. Il battitore: un’arte senza scuola Bisogna capire cos’è un battitore, per capire perché scegliere di diventarlo a ventiquattro anni sia tutt’altro che ovvio. Il battitore è la figura che certifica ogni singola forma di Parmigiano Reggiano al compimento del primo anno di vita. Armato di un martelletto in lega metallica speciale, batte la crosta e ascolta. Ascolta le vibrazioni, i suoni, gli echi interni. Ascolta quello che c’è dentro senza aprire. Come un medico che percuote il torace di un paziente, come un liutaio che riconosce la qualità di un legno dal timbro della percussione. Quattro milioni di forme all’anno, una per una, dieci secondi ciascuna. Il Parmigiano Reggiano è l’unica DOP al mondo a prevedere il controllo individuale di ogni forma prodotta. Non esiste una scuola per diventare battitore. Non esiste un manuale, un corso universitario, un certificato ottenuto alla fine di un esame scritto. Esiste il tempo, e l’umiltà di stare in silenzio vicino a qualcuno che sa. È un mestiere che ancora oggi viene tramandato. Vai in giro con i battitori esperti. Veramente esperti. Over 65. Anche over 70. Gente che l’ha fatto per tanto, tanto tempo. E questi ti passano il mestiere. Te lo tramandano davvero. Prima guardi, poi piano piano ti danno un martello in mano, cominci a fare due cose, poi sempre di più, fino a quando l’esperto dice che sei pronto. I liutai di Cremona si passano di generazione in generazione il segreto delle vernici. I mastri panettieri medievali che iniziavano i garzoni a dieci anni attraverso il gesto prima che attraverso la parola. La formazione di Alessandro, come quella di tutti i battitori o degli artigiani, ha qualcosa di antico nel senso migliore del termine. Un’educazione fondata sulla bottega, sulla trasmissione corporea del sapere, sull’apprendistato come forma di devozione al mestiere. L’uso dei sensi. L’uso delle mani. Qualcosa che non si studia ma si apprende osservando e ascoltando. Occorre essere umili per imparare un mestiere. Sapere di non sapere e aver voglia di sapere. Se pensi di sapere non saprai mai nulla. Quando sei pronto, la tua firma viene depositata alla Camera di Commercio. Quello che facciamo è un lavoro vero, non è solo poesia. I tuoi bolli identificano le forme: prima, seconda, terza categoria. Sei una delle poche persone autorizzate a dare un valore legale al formaggio. Una firma depositata alla Camera di Commercio. Il gesto del martello che diventa documento, l’orecchio che diventa firma, la sensibilità che acquista valore legale. Oggi che viviamo di algoritmi e demandiamo molto di quello che dovremmo affidare alla nostra intelligenza a quella artificiale generativa, esistono ancora in Emilia luoghi fisici dove quello che conta è la qualità dell’ascolto di un essere umano. Tanto che quella qualità viene depositata agli atti. Dieci secondi per dire la verità: il suono come conoscenza Secondo una leggenda, pare che Pitagora (ricordate Pitagora vero?) abbia scoperto le proporzioni musicali ascoltando diversi martelli su un’incudine: pesi differenti producevano suoni consonanti tra loro. Da quella consonanza nacque tutta la matematica dell’armonia. L’eureka più importante della storia della musica occidentale proveniva dall’orecchio, non dagli occhi. Duemilasettecento anni dopo, in un magazzino di stagionatura dell’Emilia-Romagna, un ragazzo di ventiquattro anni scopre la stessa cosa: che la verità si ascolta prima ancora di vedersi. Il formaggio è una sostanza viva. La forma dipende da come è stata prodotta. Dipende dal casaro che lavora in modo da cambiare la struttura interna, che suonerà in modo diverso. Un formaggio stagionato a temperatura appena più bassa tenderà a creare una pasta più o meno dura, più o meno disidratata. Quello che oggi suona in un modo, in un altro magazzino, con un altro formaggio, può significare tutt’altra cosa. La difficoltà è proprio questa: saper interpretare tutti questi fattori insieme. Ecco perché non è la macchina. Ecco perché il microfono non basta. Il latte è una sostanza viva e Alessandro lo ripete con convinzione. Con una certezza che viene dall’aver trascorso dodici anni battendo sulle forme di Parmigiano. Il latte crudo cambia ogni giorno: risponde al tempo atmosferico, a quello che mangiano le vacche, alla temperatura della stalla quella mattina specifica, allo stress dell’animale, alla qualità dei pascoli. Ogni forma è una storia diversa che vibra in modo diverso. Come si istruisce una macchina a leggere una storia che riscrive sé stessa ogni mattina? Non esiste un database in cui scrivere queste cose. Le assorbi a forza di starci dentro, di parlare con chi le fa, di tagliare le forme e vedere se l’eco corrispondeva a quello che avevi sentito. La responsabilità di chi giudica chi si sveglia alle quattro I magazzini di stagionatura del Parmigiano Reggiano sono luoghi che appartengono a una categoria estetica che in italiano non ha ancora un nome preciso. Non sono belli nel senso convenzionale del termine, eppure sono magnifici: file di forme che si estendono nell’ombra fresca, migliaia di dischi color oro impilati sugli scaffali di legno come i volumi di una biblioteca silenziosa e profumata. Una forma pesa quaranta chilogrammi, vale quattrocento euro all’ingrosso, porta dentro di sé circa seicento litri di latte. Ogni forma è un anno di vita condensato. Tra prima e seconda categoria, c’è una differenza di qualche euro al chilo. Qualche decina di euro a forma. Le forme di terza categoria vengono raschiate, la crosta dei puntini rimossa, il marchio cancellato. La differenza può, in questo caso, arrivare anche a duecentocinquanta euro. Fate una semplice moltiplicazione di questa cifra per le migliaia l’anno che ne può produrre un caseificio e capirete perché il martelletto sia anche uno strumento economico prima ancora che artigianale. Ma Alessandro non parte mai dai numeri. Parte dalle persone. Vai a giudicare il lavoro di persone che si fanno un mazzo grosso così. I produttori, gli allevatori, i casari. Si svegliano alle quattro del mattino per andare a mungere. E tu stai andando a giudicare il loro lavoro. Capisci la responsabilità? All’inizio ci pesava moltissimo. Stare in mezzo. Non cedere né all’empatia né all’arroganza. Non lasciarsi intimidire dal casaro che si arrabbia quando una forma viene declassata, né gonfiare il petto quando si ha ragione. A volte capita anche di sbagliare. È un mestiere talmente soggettivo. In quel caso si condivide, si parla, si taglia, si rivaluta. Siamo in ventiquattro a fare questo mestiere in tutta la zona di produzione e il rapporto tra colleghi è fondamentale. Dobbiamo parlare la stessa lingua, interpretare nello stesso modo. Ventiquattro persone. In tutto il mondo. L’élite più discreta che mi venga in mente. L’uomo che supera la macchina: 89 contro 56 Nel 2024, durante una delle sessioni di taratura annuale a cui tutti i battitori sono soggetti, è stato introdotto per la prima volta anche il controllo parallelo di una macchina radiografica. Un sistema a raggi simile a quello dei controlli aeroportuali, applicato alle sessanta forme più difficili e ambigue della sessione. Sessanta forme selezionate appositamente per stare sul confine tra categorie, per mettere in difficoltà anche i più esperti. I battitori hanno fatto una media di correttezza dell’89%. La macchina si è fermata al 56%. Una vittoria che accende Alessandro. Lo dice con una soddisfazione trattenuta, quasi pudica. Detto da me sembra di parte. È lo sono. Però per me uno degli enormi vantaggi della nostra filiera è proprio questo patrimonio culturale che risiede ancora nelle persone. Le macchine o i computer, anche prima dell’intelligenza artificiale, scrivono romanzi, compongono musica, diagnosticano tumori da radiografie con accuratezza superiore a quella di molti radiologi umani. Nonostante ciò, in un magazzino dell’Emilia-Romagna, un uomo con un martelletto batte di gran lunga una macchina a raggi nel giudicare la qualità di un formaggio. Non è revanscismo romantico. È un fatto tecnico con una spiegazione profonda: il latte è vivo, il vivente è variabile per definizione, e la variabilità non si impara su un dataset. Si impara stando in mezzo alle cose per dodici anni, parlando con i casari, tagliando le forme per vedere se il suono corrispondeva all’immagine che ti eri costruito. Il battitore è un artista. È un direttore d’orchestra che ha necessità di studiare, di imparare, di cimentarsi.
Però sapete una cosa? Non è tanto questo che mi ha incuriosito del racconto di Alessandro. Ad ingegneria mi hanno insegnato che gli strumenti di misura vanno tarati ogni tanto. La bilancia del salumiere piuttosto che l’erogatore di benzina sono soggetti, ciclicamente, a delle operazioni di taratura per assicurare la correttezza della misura. Nel caso dei battitori invece, misuratori umani, avviene una sorta di ulteriore taratura umana. Altre persone li supportano perché il loro metro di misura interna sia quello corretto. Fantastico. Davvero fantastico. Qualcosa che non si può scrivere in una formula. Non si può registrare. Si può solo registrare la persona. Dal guscio chiuso al guscio aperto: diventare narratore Dodici anni di battitura. Poi qualcosa cambia. Non nel territorio, ma nella traiettoria di Alessandro al suo interno. L’ufficio marketing del Consorzio inizia a coinvolgerlo in attività divulgative. Una masterclass qui, una degustazione là, qualche evento fuori comprensorio. La divisione si fa sempre più equilibrata, fino a diventare cinquanta e cinquanta: metà mattine nei magazzini con il martelletto, metà in giro per il mondo con le forme aperte e le storie da raccontare. Berlino la sera prima, battitura alle cinque e quindici il mattino dopo. Poi, l’anno scorso, la scelta definitiva: lasciare il martelletto per dedicarsi interamente alla divulgazione. È stata una scelta molto combattuta. Quello era la mia vita. Fare il battitore, stare in quell’ambiente, era quello che volevo fare. Però i caseifici sono 290. Dopo dodici anni li conosci tutti. Conosci le persone. Mi è davvero spiaciuto lasciare quel rapporto diretto con i casari e gli allevatori. Però non si può avere tutto. Ci vorrebbero due o tre vite. Simone Weil scriveva che il passato è veramente passato solo quando si trasforma in qualcosa d’altro. Alessandro non ha perso i dodici anni di battitura: li ha trasformati in linguaggio, in capacità narrativa, in quella conoscenza viscerale del prodotto che porta ora nelle sue masterclass come un manoscritto vivente. Per capire un prodotto gastronomico a livello sensoriale, sapere quello che c’è dietro è fondamentale. Vedere una forma con certe caratteristiche di friabilità mi dà già tante indicazioni su come aspettarmi il sapore. Il colore della pasta. Tagliare e capire perché c’è quell’occhiatura. Non lo trovi su nessun database. Lo assorbi a forza di starci dentro. Prima giudicava le forme chiuse. Adesso apre le forme e racconta. Il guscio si è aperto e dentro c’era un narratore. Novecento anni non si banalizzano: formaggio come memoria collettiva Il punto su cui Alessandro torna con la maggiore accoratezza e dove la sua voce acquista una qualità diversa, più calda è quello della banalizzazione. Il Parmigiano Reggiano è talmente conosciuto, talmente radicato nella cultura italiana, che viene spesso dato per scontato. Parli con qualcuno e ti dice: ‘Ah, il parmigiano. Sì, lo mangio da quando ero bambino, me non mi devi dire niente.’ Ok, bene. Però questo non vuol dire che lo conosci. C’è poco da fare. In italia trattiamo il patrimonio come se fosse un dato di fatto permanente, come se la qualità fosse garantita dall’eternità del prodotto invece che dal lavoro quotidiano di migliaia di persone. Lo stesso errore che facciamo con i monumenti, con la lingua, con i paesaggi. Li diamo per scontati finché qualcosa li minaccia, e allora ci stupiamo di quanto ci manchi. A Roma abbiamo girato con l’auto attorno al Colosseo fino a pochi anni fa. A Venezia le navi entravano nel Canal Grande ormeggiandosi proprio difronte San Marco. Il Parmigiano Reggiano è quello che troviamo al supermercato. Luoghi comuni propri forse di chi ha troppo e non sa cosa farne. La gente non sa che quattro milioni di forme vengono battute una a una. Non sa che a 18 mesi ha caratteristiche completamente diverse da quelle a 60 o 100 mesi. Non sa che dietro c’è un territorio, una storia, delle persone, una cultura di novecento anni. Quando lo scopre, il prodotto gli piace cento volte di più. Novecento anni. Dal XII secolo, i monaci benedettini e cistercensi della pianura padana che avevano necessità di conservare il latte a lungo, di nutrire le comunità durante l’inverno, di produrre qualcosa di durevole e trasportabile, elaborano quello che sarebbe diventato il Parmigiano Reggiano. La stessa pianura. Le stesse vacche. Lo stesso latte crudo senza additivi, senza conservanti, senza niente che non sia latte, caglio e sale. Le stesse mani. Ci sono cose che non si possono semplificare senza perdere tutto. Il Parmigiano Reggiano pre-grattugiato ha il suo mercato, la sua utilità quotidiana, la sua onestà commerciale. Solo che quando gratto il Parmigiano a mia figlia da un pezzo intero, non c’è volta che ne stacco un lembo e lo mangio. Quello è il mio momento che mi fa pensare che se l’avessi avuto già grattugiato non l’avrei potuto fare. Il Parmigiano non è un condimento. È qualcosa di più alto. Di più. I Maestri Assaggiatori APR: costruire una nuova cultura del gusto Nel suo nuovo ruolo, Alessandro è anche maestro assaggiatore certificato APR (Assaggiatori del Parmigiano Reggiano) e coordina i corsi di formazione che il Consorzio porta in tutta Italia e all’estero. Due livelli, cinque lezioni ciascuno: un’immersione verticale che include la visita ai caseifici, la spiegazione tecnologica della trasformazione del latte, la storia della denominazione, l’educazione al marchio, le verticali di degustazione fino ai cento mesi di stagionatura. L’idea è creare qualcosa come i sommelier del vino. Ma in realtà è molto di più. È un’immersione completa nel prodotto, nel territorio, nella filiera. Viene un tecnologo a spiegare la trasformazione del latte. Un esperto di marchiatura racconta la storia del Consorzio. E alla fine del primo livello, tutti i corsisti sono invitati in un caseificio, poi in un magazzino, poi si va a mangiare insieme. Si chiude il cerchio. La struttura mi ricorda molto quella dei corsi per sommelier, con la differenza che qui il mondo è uno solo. È l’Emilia Romagna. Una specificità che invece di impoverire, amplifica. Perché il Parmigiano Reggiano è abbastanza vasto, abbastanza complesso, abbastanza antico da occupare un intero ecosistema culturale senza bisogno di allargarsi. Il secondo livello chiude il cerchio sulla degustazione: andiamo ad assaggiare e descrivere un cento mesi. E poi decliniamo le caratteristiche del prodotto applicandole al contesto gastronomico. Come si abbina, come si serve, come lo si apprezza davvero. La forma aperta Il gesto di aprire una forma di Parmigiano Reggiano è una sorta di rito. Sento davvero una commozione. Perché quello che sto aprendo è il risultato di novecento anni di lavoro di queste terre, delle persone che sono venute prima di noi. È quasi una convenzione, qualcosa che sento forte. Sembra anche un orgoglio e un’emozione. Aprire una forma di Parmigiano Reggiano è aprire un territorio. Dal disco di crosta bruna si rivela una pasta granulare, punteggiata di cristalli di tirosina bianchi come neve minuta, profumata di fieno e tempo. Dentro quella pasta c’è l’estate del Po, il freddo dell’inverno, il latte crudo di quella mattina specifica, le mani del casaro che non dorme, l’orecchio del battitore che ha deciso il suo destino. E il tempo. Sempre il tempo. Il grande ingrediente silenzioso di tutto quello che vale. Non è un solo un formaggio. È una forma di memoria. Virgilio lo sapeva. Alessandro Stocchi lo sa. La pianura aspetta che lo sappiamo anche noi. Per saperne di più sul Consorzio del Parmigiano Reggiano e sui corsi per Maestri Assaggiatori APR, visita il sito ufficiale. Per continuare il viaggio tra le storie di chi fa il cibo e il vino italiani, resta su Wine Tales Magazine. Ivan Vellucci – Suggestioni di Vino
ivan.vellucci@winetalesmagazine.com Mi trovi su Instagram come @ivan_1969
18 Giugno, 2026
Berebianco 2026. Il vino chiaro racconta l’Italia
Album candidum, qui voluit habere vinum
quaerat in viridibus collibus et maturis uvis.
Columella, De Re Rustica, XII Columella, il più grande agronomo dell’antichità latina, sapeva che il vino bianco non nasce dal caso, ma da una ricerca. Nelle colline giuste, nel momento esatto, nelle mani che sanno attendere. Candidum: bianco, puro, luminoso. Una parola che nella Roma imperiale significava anche nobile, trasparente, senza dolo. Forse per questo i vini bianchi mi hanno sempre fatto pensare a un’idea di onestà che i rossi, con la loro teatrale profondità, le tannin-armature, le promesse di grandeur, non sempre mantengono. Ma veniamo ai fatti. Bere Bianco, la manifestazione organizzata da Cucina&Vini, rivista che da decenni racconta la cultura gastronomica italiana con una competenza invidiabile, è tornata a Roma il 23 maggio scorso con una nuova edizione che ho seguito con interesse e con qualche appunto critico. La location scelta è stata l’Hotel Palatino di Via Cavour, un indirizzo carico di storia solo per il nome che porta: il Palatino, il colle dei re, la collina dove per tradizione nacque Roma e dove Augusto costruì la sua domus. Ecco, però, che il nome è stato quasi l’unica cosa palatina dell’intera serata. L’hotel, lo dico con la franchezza che mi si perdona per mestiere, è un edificio che porta il peso degli anni senza la grazia di chi li ha vissuti bene. Nessuna indicazione al foyer per orientare i visitatori verso l’evento; i banchi d’assaggio due piani sotto il livello stradale, in spazi che avrebbero avuto bisogno di più luce, più aria, più senso estetico. Quando si organizza una manifestazione dedicata alla freschezza, all’eleganza e alla luminosità dei vini bianchi, la location dovrebbe parlare la stessa lingua. Detto questo, e lo dico perché il silenzio critico non serve a nessuno, men che meno agli organizzatori, devo aggiungere che i vini c’erano. È alcuni erano davvero belli. Il Sud che si riscrive: Puglia tra memoria e futuro Comincio dal Salento, perché la prima cosa che mi ha colpito al banco di Garofano Vigneti e Cantine è stata una storia di figli. Stefano e Renata Garofano hanno ereditato da loro padre Severino non solo una cantina fondata nel 1995 a Copertino (nel cuore della DOC omonima) ma un metodo, una visione, un modo di stare nel vino del Sud che ha contribuito a riscrivere la percezione del Negroamaro nel mondo. Il nuovo vino che presentano per celebrare i trent’anni dell’azienda si chiama Bianca dei Censi: un Salento IGP Fiano in purezza che segna un passaggio significativo nella storia della cantina. Il nome è un atto di poesia storica. Ad censum erano chiamati i terreni sottoposti a tassazione nel Medioevo, le rendite dovute ai signori o agli enti religiosi che venivano spesso versate in natura; il vino rappresentava la forma più preziosa di tributo. Bianca dei Censi è dunque una terra che paga il suo debito con la storia. E che storia. La scelta del Fiano è maturata attraverso diverse prove di vinificazione: la varietà, da clone Avellino, ha mostrato nel Salento un’ottima capacità di adattamento ai suoli argillosi della piana leccese, rivelando una buona tenuta aromatica ed equilibrio tra freschezza e struttura. Per Stefano e Renata, il Fiano stabilisce anche un collegamento con la Campania, terra d’origine del padre Severino: un filo discreto che unisce storia personale e scelta agronomica. Nel calice: giallo paglierino con riflessi quasi solari, note floreali di acacia e fiori bianchi, frutto di mela e pera con qualcosa di tropicale che non stona, minerale sottile. Un vino che guarda avanti senza dimenticare dove è nato. Bella prima mossa. Sempre dalla Puglia, ma dalla Valle d’Itria, arriva il Minutolo di Cantine Paololeo, linea Alture 350. Un progetto a quattro mani nato nel 2015 per la vinificazione in purezza di vitigni autoctoni come Minutolo, Bianco d’Alessano, Verdeca e Susumaniello. Varietà antichissime avviate verso l’estinzione, situate tra i 350 e 380 metri sul livello del mare nella Valle d’Itria. Il Minutolo è un vitigno di grande personalità. Aromatico, quasi sfrontato nel suo bouquet di rose, pesca bianca e mango — che ricorda certi caratteri del Gewürztraminer, ma con una leggerezza meridionale che lo rende meno impegnativo e più complice. La criomacerazione pellicolare di venti ore prima della fermentazione preserva tutta la carica aromatica del vitigno, e il risultato è un vino dal gusto consistente, equilibrato, di buona acidità, con sensazioni di frutta esotica. Uno di quei bianchi che ai giovani potrebbe davvero far scattare qualcosa — immediato, avvolgente, sincero. Liguria e Toscana: i vini della famiglia Arrigoni La famiglia Arrigoni è una di quelle storie del vino italiano che avrebbero meritato un film già da tempo. Magari, in qualche modo ce l’ha avuto, anche se indirettamente. Riccardo Arrigoni, grande fan di John Wayne, ha chiamato la cantina ligure Rosadimaggio traendo ispirazione dal film The Quiet Man di John Ford: la storia di Sean Thornton che torna in Irlanda a comprare la casa dov’era nato, quella casetta dell’infanzia che porta il nome di Rose of May. Una storia di radici, di appartenenza, di terra ritrovata. Gli Arrigoni sono presenti sia in Liguria, dove le Cinque Terre impongono una viticoltura eroica tra muretti a secco e precipizi sul mare, sia in Toscana, con la tenuta Pietraserena a San Gimignano. Il Pipato è il Cinque Terre DOC. Uve Bosco, Albarola e Vermentino in percentuali variabili. Nasce da vigneti terrazzati a strapiombo sul mare. Un vino decisamente mediterraneo che si racconta subito di frutto con golosi tratti esotici, ben miscelato alle erbe di macchia, con respiri balsamici. Forte è la presenza minerale di salgemma e scisto. Una bocca multidimensionale, tesa, salina. Il mare in un bicchiere. Il Prefetto è invece il Vermentino Colli di Luni. Vinificazione in acciaio a temperatura controllata con cuvée finale. Elegante, vegetale nel senso buono del termine, con quel retrogusto di mandorla amara che nei bianchi liguri sento sempre come una firma del territorio. Il Percaso completa la gamma ligure anche se l’ho assaggiato solo alla fine. Perché? Perché proviene da uve surmature che però, grazie alla sapidità salmastra lo rendono verticalmente salato. Un equilibrio perfetto che me ne ha fatto letteralmente innamorare. Dalla Toscana, dal colle di Pietraserena a San Gimignano, arrivano poi il Vigna del Sole e la Cretula, due declinazioni della Vernaccia. Il Vigna del Sole è il volto più diretto della denominazione: fresco, floreale, pronto. La Cretula Riserva è un altro passo, più profondo, con quella tensione ossidativa controllata che nei grandi bianchi di invecchiamento diventa valore. Alto Adige verticale: il Griesserhof di Varna Se esiste un posto in Italia dove il concetto stesso di terroirdiventa visibile a occhio nudo, quello è la Valle Isarco. Paul Huber della tenuta Griesserhof di Varna mi ha fatto pensare, assaggiando i suoi vini, a quei monaci medievali delle abbazie cistercensi che mappavano la Borgogna parcella per parcella e non è una suggestione casuale. Perché la tradizione viticola del Griesserhof è attestata sin dal XIV secolo nelle iscrizioni dell’Abbazia di Novacella, su una fertile altura morenica di origine glaciale che è il fondamento fisico di questi vini. Tre vigne, tre caratteri. Il Gols è nel fondovalle, terreno sabbioso e argilloso, ideale per il Sylvaner: armonico, fiorito, con ottima struttura e beva succosa. Il Gall, posto a 800 metri con orientamento sud-est, ospita il Kerner che beneficia di fresche escursioni termiche e luminosità intensa. Il Rigger, nella Valle Rigger in un bacino protetto e temperato, dà vita al Grüner Veltliner: bouquet intenso, fresco e acidulo, aromi di pesca bianca e frutti tropicali, morbido e persistente, delicatamente amarognolo. Legno e malolattica ne fanno un vino rotondo e fresco al contempo con possibilità di invecchiamento pazzesche. La 2019 si esprime infatti molto più con ampiezza e profondità Tre vini che parlano lingue diverse ma con lo stesso accento. L’accento di una montagna che sussurra. E chi sa ascoltare, sente tutto. Campania: Joaquin e il Fiano che sfida il tempo Raffaele Pagano di Joaquin è uno di quei produttori con cui vorresti passare una notte intera a parlare di vino, di Campania, di Irpinia, di come certi luoghi abbiano ancora il privilegio di essere selvaggi e nobili al tempo stesso. Ci ho parlato pochi minuti fa al telefono e abbiamo discusso di tutto. Tranne che di vino. Questo già lo identifica come qualcuno che non è mai una sola cosa. Anche il suo Fiano non è mai una cosa sola. Il Vino della Stella, Fiano di Avellino DOCG Riserva, nelle annate 2022 e 2023, nasce da un vigneto poco meno di un ettaro piantato, dai venti ai trenta anni fa, nei suoli vulcanici di Lapio, il comune considerato non solo la casa spirituale del vitigno ma il suo terroir più grande. Il microclima fresco, l’alta quota e le forti escursioni termiche permettono un Fiano di precisione e complessità eccezionali. Otto mesi sulle fecce fini, poi bottiglia. Un ritardo deliberato che lascia alle note floreali giovanili il tempo di sedimentarsi mentre emerge quel carattere tostato che il Fiano maturo porta con sé come un dono inatteso. Nel calice: alloro, zafferano, albicocca matura, una mineralità che rimanda alla pietra da fuoco. Magnifico. Le due annate sono ben distinte con la 2022 che lascia un sogno in bocca. Il Piante a Lapio è un salto ancora più profondo. Prodotto da viti centenarie nella parcella più adatta del Lapio. Lì dove le vigne condividono ancora le colline con coltivazioni miste, boschi e macchia. Trascorre 60 giorni sotto flor e poi affina in fusti di acacia, rovere e castagno. Quasi sfida una nota di degustazione. Savoroso, ruvido, antico. Uno di quei vini che, bevendolo ti lasciano un punto interrogativo sul volto che significa: ma come diavolo hanno fatto a perdere un vino così? Infine il 110 Oysters 2024, un Greco vinificato a contatto con le bucce per un mese: frutta secca, noci, spezie dolci. Il nome evoca Heston Blumenthal e le sue ostriche soniche, ma il vino è tutt’altro che un esercizio concettuale perchè è vera sostanza, è un morso al territorio. Basilicata: le radici del Vulture La Cantina di Venosa, cooperativa fondata nel 1957, settecento ettari di vigneti alle pendici del Vulture, produttrice di circa il settanta per cento di tutto l’Aglianico imbottigliato della Basilicata, è una di quelle realtà che il mondo del vino italiano non sempre sa leggere nella giusta dimensione. Perché una cooperativa può fare vini grandi. E qui lo dimostrano. Il D’Avalos di Gesualdo, Greco Bianco IGP Basilicata, porta nel nome un riferimento storico di peso: Carlo Gesualdo da Venosa, il principe-compositore del Cinquecento, autore di madrigali cromatici di sconvolgente modernità, assassino della moglie sorpreso in flagrante, intellettuale tormentato. Il vino presenta colore giallo paglierino, bouquet fruttato con sentori di frutta a polpa gialla (pesca, albicocca), nota di salvia. Fresco, minerale e persistente. Un vino che tradisce le sue origini vulcaniche: c’è del fuoco quieto sotto quella freschezza. Ho assaggiato sia la 2023 che la 2021 e la 2021 mi ha convinto di più: più integrata, più profonda, con quella mineralità che il suolo del Vulture distilla nel tempo. Il Verbo nella sua versione bianca da Malvasia di Basilicata, è un capitolo a parte. La Malvasia qui non è la dolcezza aromatica che ci si aspetta: è una Malvasia asciutta, con residui zuccherini contenuti e una sapidità che sorprende. Un vino senza aggettivi facili, che chiede attenzione. Gliene ho data volentieri. Veneto: il Soave racconta il tempo Quando si parla di Soave, il rischio è sempre quello della genericità per via di un nome così diffuso nel mondo che ha perso per molti la sua aura di specificità. Ma poi assaggi certi vini e capisci che il problema non è il Soave: è che non si è saputo raccontarlo abbastanza bene. La Tenuta Sant’Antonio della Famiglia Castagnedi di Colognola ai Colli, è uno degli esempi più convincenti di come il Soave possa aspirare alla grandezza. Tesori si direbbero. Un tesoro che si chiama Vigna Monte Ceriani 2023 la Single Vineyard di sette ettari di Garganega su una collina di duecento metri di conformazione vulcanico-marnosa. Giallo paglierino con riflessi verdognoli, naso agrumato di pompelmo e limone, finale di mandorla amara. Un bianco che parla di minerale e di tempo. Le Vecchie Vigne sono il vertice: un ettaro di storia, le piante più vecchie della tenuta. Complesso, intenso, con note di mandorla amara, idrocarburi, pietra focaia, marmellata di frutta bianca e gialla, noci e biscotto. Un vino che non si beve in fretta. Si siede con te. Sempre nel solco veronese, Vicentini Agostino porta il suo Vigna Il Casale, Soave Superiore DOCG da Garganega in purezza su suoli vulcanici della Valle dei Ciliegi. La vendemmia 2022 ha ricevuto i Tre Bicchieri del Gambero Rosso 2025. Tutto meritato. Un vino diretto, con tensione, una combinazione di albicocca e lime completata da spezia pepata, tannico, sapido, sassoso. Quattro generazioni di famiglia Vicentini che lavorano queste vigne come se ogni grappolo portasse una responsabilità verso chi verrà dopo. Si sente. Marche: il Verdicchio come interrogazione filosofica Il Verdicchio dei Castelli di Jesi è uno di quei vini che si è cominciato ad apprezzare davvero solo negli ultimi anni. Forse perché il Verdicchio è un vitigno che ama il tempo e premia chi sa aspettarlo. Marotti Campi la tenuta di Morro d’Alba con settanta ettari vitati sulle colline che degradano verso l’Adriatico, lo dimostra in modo lampante. Il Salmariano Riserva DOCG è il cru per eccellenza: vendemmia a metà ottobre con raccolta manuale in piccole casse con ghiaccio secco per evitare ossidazione, fermentazione in acciaio a 15°C, affinamento sur lie con il 20% in piccoli legni. Il risultato è un vino di struttura e nerbo, con quel carattere amaro nobilissimo del Verdicchio maturo che non si scusa e non si ammorbidisce. Grande. E sto parlando del 2022. Perché quando ho assaggiato la 2016, allora li ho capito come questo incredibile vitigno possa davvero spostarsi nel tempo senza minimamente esserne scalfito. Avete presente quando incontrate una persona anziana che non ha una ruga? Ecco, quello è il Salmariano 2016. Il Volo d’Autunno è il fratello minore con una sua identità precisa: fermentazione a contatto con le bucce, affinamento in acciaio. Fedele alla storia del territorio, ricco e piacevolmente articolato, che unisce alle note tipiche del Verdicchio la varietà di altri aromi. Per me uno dei rapporti qualità-complessità-prezzo più interessanti dell’intera degustazione. Se poi prendeste il 2019 allora il livello di complessità salirebbe. Di un bel pò anche. Dimostrazione di quanto sia da imbecilli comprare solo una bottiglia di questi vini. Abruzzo: il Pecorino e la sua doppia anima Il Pecorino è uno di quei vitigni che mi ostino a considerare tra i più interessanti dell’Italia centrale — non perché sia il più elegante o il più longevo, ma perché ha quella schiettezza aromatica (erbe mediterranee, rosmarino, timo, menta, frutta gialla) che nessun internazionale potrebbe replicare senza sembrare un travestimento. Di Sipio porta il suo Pecorino Terre di Chieti IGT da settanta ettari dove viti e olivi convivono in simbiosi con la flora autoctona, lambiti dall’Adriatico e protetti dalla Majella in un microclima ideale. Al naso, rosa canina e frutta tropicale, erbe mediterranee e balsamiche. In bocca esprime bilanciamento perfetto tra sapidità e morbidezza, con un finale avvolgente ed elegante. Un vino che va dritto, senza fronzoli. Ciavolich, cantina fondata nel 1853, con radici che risalgono a mercanti bulgari della lana fuggiti dall’invasione saracena nel Cinquecento, è un’altra storia. Il Pecorino Aries Colline Pescaresi porta le influenze delle brezze fresche dell’Adriatico ed esprime note di salinità, rosmarino, limone e mela. La versione Ciavolich è più minerale, più tesa, con una struttura che invita all’invecchiamento. Due visioni dello stesso vitigno, due lingue dello stesso dialetto. Tuscia: Vigne del Patrimonio e il territorio dimenticato Chiudo con una sorpresa. O forse la sorpresa più grande della serata. Vigne del Patrimonio è un’azienda giovane situata tra Ischia di Castro e Farnese, nel cuore della Tuscia viterbese. Rosa e Antonio, una vita spesa a degustare e raccontare il vino, hanno trovato una collina, e da quella collina hanno deciso di fare qualcosa di inatteso: metodo classico, in Lazio. I quattro ettari e mezzo di vigna si trovano nel comprensorio tra il Mar Tirreno e il Lago di Bolsena, zona di origine vulcanica, con gestione rigorosamente manuale senza pesticidi né sostanze di sintesi. Il logo aziendale, un leone alato inciso nella roccia, trovato nelle rovine dell’antica città di Castro, è già di per sé una dichiarazione d’intenti: guardare all’antico per capire il presente. Il Vepre Bianco 2024 è il vino a cui Tonino, recentemente scomparso, ha lasciato come eredità morale. Michele, fratello di Rosa lo tiene a battesimo come una reliquia. Me ha tutte le ragioni per uno Chardonnay che rilascia la sua mineralità fresca e pungente ad ogni sorso. Rimane in bocca con un gusto che non mi consente di assaggiare null’altro. Un ultimo pensiero: il bianco come frontiera aperta Tornavo a casa quella sera con i piedi stanchi e con la testa piena di profumi. Pensavo a quello che aveva scritto Columella duemila anni fa sulle colline verdi e l’uva matura. Pensavo che il vino bianco, in questo momento storico, è forse il territorio più vivo e più mosso di tutta la viticoltura italiana. Non più il vino della frivolezza da pronta beva. O non solo quello. Un terreno di sperimentazione, di identità, di racconto che i rossi con la loro grammatica più codificata faticano a esprimere con la stessa libertà. I giovani? Sì, i bianchi possono portarli al vino. Ma a patto che lo si racconti bene, a patto che li si serva a temperature che non li ammutoliscano (e qui permettetemi di ripetere la litania: il frigorifero a sei gradi uccide i profumi), a patto che chi li produce non si accontenti dell’immediato e chi li serve non si limiti al banale. Il vino bianco, come diceva qualcuno, è onestà. E l’onestà, candidum, ha sempre bisogno di essere difesa. Ivan Vellucci – Suggestioni di Vino
ivan.vellucci@winetalesmagazine.com Mi trovi su Instagram come @ivan_1969
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quaerat in viridibus collibus et maturis uvis.
Columella, De Re Rustica, XII Columella, il più grande agronomo dell’antichità latina, sapeva che il vino bianco non nasce dal caso, ma da una ricerca. Nelle colline giuste, nel momento esatto, nelle mani che sanno attendere. Candidum: bianco, puro, luminoso. Una parola che nella Roma imperiale significava anche nobile, trasparente, senza dolo. Forse per questo i vini bianchi mi hanno sempre fatto pensare a un’idea di onestà che i rossi, con la loro teatrale profondità, le tannin-armature, le promesse di grandeur, non sempre mantengono. Ma veniamo ai fatti. Bere Bianco, la manifestazione organizzata da Cucina&Vini, rivista che da decenni racconta la cultura gastronomica italiana con una competenza invidiabile, è tornata a Roma il 23 maggio scorso con una nuova edizione che ho seguito con interesse e con qualche appunto critico. La location scelta è stata l’Hotel Palatino di Via Cavour, un indirizzo carico di storia solo per il nome che porta: il Palatino, il colle dei re, la collina dove per tradizione nacque Roma e dove Augusto costruì la sua domus. Ecco, però, che il nome è stato quasi l’unica cosa palatina dell’intera serata. L’hotel, lo dico con la franchezza che mi si perdona per mestiere, è un edificio che porta il peso degli anni senza la grazia di chi li ha vissuti bene. Nessuna indicazione al foyer per orientare i visitatori verso l’evento; i banchi d’assaggio due piani sotto il livello stradale, in spazi che avrebbero avuto bisogno di più luce, più aria, più senso estetico. Quando si organizza una manifestazione dedicata alla freschezza, all’eleganza e alla luminosità dei vini bianchi, la location dovrebbe parlare la stessa lingua. Detto questo, e lo dico perché il silenzio critico non serve a nessuno, men che meno agli organizzatori, devo aggiungere che i vini c’erano. È alcuni erano davvero belli. Il Sud che si riscrive: Puglia tra memoria e futuro Comincio dal Salento, perché la prima cosa che mi ha colpito al banco di Garofano Vigneti e Cantine è stata una storia di figli. Stefano e Renata Garofano hanno ereditato da loro padre Severino non solo una cantina fondata nel 1995 a Copertino (nel cuore della DOC omonima) ma un metodo, una visione, un modo di stare nel vino del Sud che ha contribuito a riscrivere la percezione del Negroamaro nel mondo. Il nuovo vino che presentano per celebrare i trent’anni dell’azienda si chiama Bianca dei Censi: un Salento IGP Fiano in purezza che segna un passaggio significativo nella storia della cantina. Il nome è un atto di poesia storica. Ad censum erano chiamati i terreni sottoposti a tassazione nel Medioevo, le rendite dovute ai signori o agli enti religiosi che venivano spesso versate in natura; il vino rappresentava la forma più preziosa di tributo. Bianca dei Censi è dunque una terra che paga il suo debito con la storia. E che storia. La scelta del Fiano è maturata attraverso diverse prove di vinificazione: la varietà, da clone Avellino, ha mostrato nel Salento un’ottima capacità di adattamento ai suoli argillosi della piana leccese, rivelando una buona tenuta aromatica ed equilibrio tra freschezza e struttura. Per Stefano e Renata, il Fiano stabilisce anche un collegamento con la Campania, terra d’origine del padre Severino: un filo discreto che unisce storia personale e scelta agronomica. Nel calice: giallo paglierino con riflessi quasi solari, note floreali di acacia e fiori bianchi, frutto di mela e pera con qualcosa di tropicale che non stona, minerale sottile. Un vino che guarda avanti senza dimenticare dove è nato. Bella prima mossa. Sempre dalla Puglia, ma dalla Valle d’Itria, arriva il Minutolo di Cantine Paololeo, linea Alture 350. Un progetto a quattro mani nato nel 2015 per la vinificazione in purezza di vitigni autoctoni come Minutolo, Bianco d’Alessano, Verdeca e Susumaniello. Varietà antichissime avviate verso l’estinzione, situate tra i 350 e 380 metri sul livello del mare nella Valle d’Itria. Il Minutolo è un vitigno di grande personalità. Aromatico, quasi sfrontato nel suo bouquet di rose, pesca bianca e mango — che ricorda certi caratteri del Gewürztraminer, ma con una leggerezza meridionale che lo rende meno impegnativo e più complice. La criomacerazione pellicolare di venti ore prima della fermentazione preserva tutta la carica aromatica del vitigno, e il risultato è un vino dal gusto consistente, equilibrato, di buona acidità, con sensazioni di frutta esotica. Uno di quei bianchi che ai giovani potrebbe davvero far scattare qualcosa — immediato, avvolgente, sincero. Liguria e Toscana: i vini della famiglia Arrigoni La famiglia Arrigoni è una di quelle storie del vino italiano che avrebbero meritato un film già da tempo. Magari, in qualche modo ce l’ha avuto, anche se indirettamente. Riccardo Arrigoni, grande fan di John Wayne, ha chiamato la cantina ligure Rosadimaggio traendo ispirazione dal film The Quiet Man di John Ford: la storia di Sean Thornton che torna in Irlanda a comprare la casa dov’era nato, quella casetta dell’infanzia che porta il nome di Rose of May. Una storia di radici, di appartenenza, di terra ritrovata. Gli Arrigoni sono presenti sia in Liguria, dove le Cinque Terre impongono una viticoltura eroica tra muretti a secco e precipizi sul mare, sia in Toscana, con la tenuta Pietraserena a San Gimignano. Il Pipato è il Cinque Terre DOC. Uve Bosco, Albarola e Vermentino in percentuali variabili. Nasce da vigneti terrazzati a strapiombo sul mare. Un vino decisamente mediterraneo che si racconta subito di frutto con golosi tratti esotici, ben miscelato alle erbe di macchia, con respiri balsamici. Forte è la presenza minerale di salgemma e scisto. Una bocca multidimensionale, tesa, salina. Il mare in un bicchiere. Il Prefetto è invece il Vermentino Colli di Luni. Vinificazione in acciaio a temperatura controllata con cuvée finale. Elegante, vegetale nel senso buono del termine, con quel retrogusto di mandorla amara che nei bianchi liguri sento sempre come una firma del territorio. Il Percaso completa la gamma ligure anche se l’ho assaggiato solo alla fine. Perché? Perché proviene da uve surmature che però, grazie alla sapidità salmastra lo rendono verticalmente salato. Un equilibrio perfetto che me ne ha fatto letteralmente innamorare. Dalla Toscana, dal colle di Pietraserena a San Gimignano, arrivano poi il Vigna del Sole e la Cretula, due declinazioni della Vernaccia. Il Vigna del Sole è il volto più diretto della denominazione: fresco, floreale, pronto. La Cretula Riserva è un altro passo, più profondo, con quella tensione ossidativa controllata che nei grandi bianchi di invecchiamento diventa valore. Alto Adige verticale: il Griesserhof di Varna Se esiste un posto in Italia dove il concetto stesso di terroirdiventa visibile a occhio nudo, quello è la Valle Isarco. Paul Huber della tenuta Griesserhof di Varna mi ha fatto pensare, assaggiando i suoi vini, a quei monaci medievali delle abbazie cistercensi che mappavano la Borgogna parcella per parcella e non è una suggestione casuale. Perché la tradizione viticola del Griesserhof è attestata sin dal XIV secolo nelle iscrizioni dell’Abbazia di Novacella, su una fertile altura morenica di origine glaciale che è il fondamento fisico di questi vini. Tre vigne, tre caratteri. Il Gols è nel fondovalle, terreno sabbioso e argilloso, ideale per il Sylvaner: armonico, fiorito, con ottima struttura e beva succosa. Il Gall, posto a 800 metri con orientamento sud-est, ospita il Kerner che beneficia di fresche escursioni termiche e luminosità intensa. Il Rigger, nella Valle Rigger in un bacino protetto e temperato, dà vita al Grüner Veltliner: bouquet intenso, fresco e acidulo, aromi di pesca bianca e frutti tropicali, morbido e persistente, delicatamente amarognolo. Legno e malolattica ne fanno un vino rotondo e fresco al contempo con possibilità di invecchiamento pazzesche. La 2019 si esprime infatti molto più con ampiezza e profondità Tre vini che parlano lingue diverse ma con lo stesso accento. L’accento di una montagna che sussurra. E chi sa ascoltare, sente tutto. Campania: Joaquin e il Fiano che sfida il tempo Raffaele Pagano di Joaquin è uno di quei produttori con cui vorresti passare una notte intera a parlare di vino, di Campania, di Irpinia, di come certi luoghi abbiano ancora il privilegio di essere selvaggi e nobili al tempo stesso. Ci ho parlato pochi minuti fa al telefono e abbiamo discusso di tutto. Tranne che di vino. Questo già lo identifica come qualcuno che non è mai una sola cosa. Anche il suo Fiano non è mai una cosa sola. Il Vino della Stella, Fiano di Avellino DOCG Riserva, nelle annate 2022 e 2023, nasce da un vigneto poco meno di un ettaro piantato, dai venti ai trenta anni fa, nei suoli vulcanici di Lapio, il comune considerato non solo la casa spirituale del vitigno ma il suo terroir più grande. Il microclima fresco, l’alta quota e le forti escursioni termiche permettono un Fiano di precisione e complessità eccezionali. Otto mesi sulle fecce fini, poi bottiglia. Un ritardo deliberato che lascia alle note floreali giovanili il tempo di sedimentarsi mentre emerge quel carattere tostato che il Fiano maturo porta con sé come un dono inatteso. Nel calice: alloro, zafferano, albicocca matura, una mineralità che rimanda alla pietra da fuoco. Magnifico. Le due annate sono ben distinte con la 2022 che lascia un sogno in bocca. Il Piante a Lapio è un salto ancora più profondo. Prodotto da viti centenarie nella parcella più adatta del Lapio. Lì dove le vigne condividono ancora le colline con coltivazioni miste, boschi e macchia. Trascorre 60 giorni sotto flor e poi affina in fusti di acacia, rovere e castagno. Quasi sfida una nota di degustazione. Savoroso, ruvido, antico. Uno di quei vini che, bevendolo ti lasciano un punto interrogativo sul volto che significa: ma come diavolo hanno fatto a perdere un vino così? Infine il 110 Oysters 2024, un Greco vinificato a contatto con le bucce per un mese: frutta secca, noci, spezie dolci. Il nome evoca Heston Blumenthal e le sue ostriche soniche, ma il vino è tutt’altro che un esercizio concettuale perchè è vera sostanza, è un morso al territorio. Basilicata: le radici del Vulture La Cantina di Venosa, cooperativa fondata nel 1957, settecento ettari di vigneti alle pendici del Vulture, produttrice di circa il settanta per cento di tutto l’Aglianico imbottigliato della Basilicata, è una di quelle realtà che il mondo del vino italiano non sempre sa leggere nella giusta dimensione. Perché una cooperativa può fare vini grandi. E qui lo dimostrano. Il D’Avalos di Gesualdo, Greco Bianco IGP Basilicata, porta nel nome un riferimento storico di peso: Carlo Gesualdo da Venosa, il principe-compositore del Cinquecento, autore di madrigali cromatici di sconvolgente modernità, assassino della moglie sorpreso in flagrante, intellettuale tormentato. Il vino presenta colore giallo paglierino, bouquet fruttato con sentori di frutta a polpa gialla (pesca, albicocca), nota di salvia. Fresco, minerale e persistente. Un vino che tradisce le sue origini vulcaniche: c’è del fuoco quieto sotto quella freschezza. Ho assaggiato sia la 2023 che la 2021 e la 2021 mi ha convinto di più: più integrata, più profonda, con quella mineralità che il suolo del Vulture distilla nel tempo. Il Verbo nella sua versione bianca da Malvasia di Basilicata, è un capitolo a parte. La Malvasia qui non è la dolcezza aromatica che ci si aspetta: è una Malvasia asciutta, con residui zuccherini contenuti e una sapidità che sorprende. Un vino senza aggettivi facili, che chiede attenzione. Gliene ho data volentieri. Veneto: il Soave racconta il tempo Quando si parla di Soave, il rischio è sempre quello della genericità per via di un nome così diffuso nel mondo che ha perso per molti la sua aura di specificità. Ma poi assaggi certi vini e capisci che il problema non è il Soave: è che non si è saputo raccontarlo abbastanza bene. La Tenuta Sant’Antonio della Famiglia Castagnedi di Colognola ai Colli, è uno degli esempi più convincenti di come il Soave possa aspirare alla grandezza. Tesori si direbbero. Un tesoro che si chiama Vigna Monte Ceriani 2023 la Single Vineyard di sette ettari di Garganega su una collina di duecento metri di conformazione vulcanico-marnosa. Giallo paglierino con riflessi verdognoli, naso agrumato di pompelmo e limone, finale di mandorla amara. Un bianco che parla di minerale e di tempo. Le Vecchie Vigne sono il vertice: un ettaro di storia, le piante più vecchie della tenuta. Complesso, intenso, con note di mandorla amara, idrocarburi, pietra focaia, marmellata di frutta bianca e gialla, noci e biscotto. Un vino che non si beve in fretta. Si siede con te. Sempre nel solco veronese, Vicentini Agostino porta il suo Vigna Il Casale, Soave Superiore DOCG da Garganega in purezza su suoli vulcanici della Valle dei Ciliegi. La vendemmia 2022 ha ricevuto i Tre Bicchieri del Gambero Rosso 2025. Tutto meritato. Un vino diretto, con tensione, una combinazione di albicocca e lime completata da spezia pepata, tannico, sapido, sassoso. Quattro generazioni di famiglia Vicentini che lavorano queste vigne come se ogni grappolo portasse una responsabilità verso chi verrà dopo. Si sente. Marche: il Verdicchio come interrogazione filosofica Il Verdicchio dei Castelli di Jesi è uno di quei vini che si è cominciato ad apprezzare davvero solo negli ultimi anni. Forse perché il Verdicchio è un vitigno che ama il tempo e premia chi sa aspettarlo. Marotti Campi la tenuta di Morro d’Alba con settanta ettari vitati sulle colline che degradano verso l’Adriatico, lo dimostra in modo lampante. Il Salmariano Riserva DOCG è il cru per eccellenza: vendemmia a metà ottobre con raccolta manuale in piccole casse con ghiaccio secco per evitare ossidazione, fermentazione in acciaio a 15°C, affinamento sur lie con il 20% in piccoli legni. Il risultato è un vino di struttura e nerbo, con quel carattere amaro nobilissimo del Verdicchio maturo che non si scusa e non si ammorbidisce. Grande. E sto parlando del 2022. Perché quando ho assaggiato la 2016, allora li ho capito come questo incredibile vitigno possa davvero spostarsi nel tempo senza minimamente esserne scalfito. Avete presente quando incontrate una persona anziana che non ha una ruga? Ecco, quello è il Salmariano 2016. Il Volo d’Autunno è il fratello minore con una sua identità precisa: fermentazione a contatto con le bucce, affinamento in acciaio. Fedele alla storia del territorio, ricco e piacevolmente articolato, che unisce alle note tipiche del Verdicchio la varietà di altri aromi. Per me uno dei rapporti qualità-complessità-prezzo più interessanti dell’intera degustazione. Se poi prendeste il 2019 allora il livello di complessità salirebbe. Di un bel pò anche. Dimostrazione di quanto sia da imbecilli comprare solo una bottiglia di questi vini. Abruzzo: il Pecorino e la sua doppia anima Il Pecorino è uno di quei vitigni che mi ostino a considerare tra i più interessanti dell’Italia centrale — non perché sia il più elegante o il più longevo, ma perché ha quella schiettezza aromatica (erbe mediterranee, rosmarino, timo, menta, frutta gialla) che nessun internazionale potrebbe replicare senza sembrare un travestimento. Di Sipio porta il suo Pecorino Terre di Chieti IGT da settanta ettari dove viti e olivi convivono in simbiosi con la flora autoctona, lambiti dall’Adriatico e protetti dalla Majella in un microclima ideale. Al naso, rosa canina e frutta tropicale, erbe mediterranee e balsamiche. In bocca esprime bilanciamento perfetto tra sapidità e morbidezza, con un finale avvolgente ed elegante. Un vino che va dritto, senza fronzoli. Ciavolich, cantina fondata nel 1853, con radici che risalgono a mercanti bulgari della lana fuggiti dall’invasione saracena nel Cinquecento, è un’altra storia. Il Pecorino Aries Colline Pescaresi porta le influenze delle brezze fresche dell’Adriatico ed esprime note di salinità, rosmarino, limone e mela. La versione Ciavolich è più minerale, più tesa, con una struttura che invita all’invecchiamento. Due visioni dello stesso vitigno, due lingue dello stesso dialetto. Tuscia: Vigne del Patrimonio e il territorio dimenticato Chiudo con una sorpresa. O forse la sorpresa più grande della serata. Vigne del Patrimonio è un’azienda giovane situata tra Ischia di Castro e Farnese, nel cuore della Tuscia viterbese. Rosa e Antonio, una vita spesa a degustare e raccontare il vino, hanno trovato una collina, e da quella collina hanno deciso di fare qualcosa di inatteso: metodo classico, in Lazio. I quattro ettari e mezzo di vigna si trovano nel comprensorio tra il Mar Tirreno e il Lago di Bolsena, zona di origine vulcanica, con gestione rigorosamente manuale senza pesticidi né sostanze di sintesi. Il logo aziendale, un leone alato inciso nella roccia, trovato nelle rovine dell’antica città di Castro, è già di per sé una dichiarazione d’intenti: guardare all’antico per capire il presente. Il Vepre Bianco 2024 è il vino a cui Tonino, recentemente scomparso, ha lasciato come eredità morale. Michele, fratello di Rosa lo tiene a battesimo come una reliquia. Me ha tutte le ragioni per uno Chardonnay che rilascia la sua mineralità fresca e pungente ad ogni sorso. Rimane in bocca con un gusto che non mi consente di assaggiare null’altro. Un ultimo pensiero: il bianco come frontiera aperta Tornavo a casa quella sera con i piedi stanchi e con la testa piena di profumi. Pensavo a quello che aveva scritto Columella duemila anni fa sulle colline verdi e l’uva matura. Pensavo che il vino bianco, in questo momento storico, è forse il territorio più vivo e più mosso di tutta la viticoltura italiana. Non più il vino della frivolezza da pronta beva. O non solo quello. Un terreno di sperimentazione, di identità, di racconto che i rossi con la loro grammatica più codificata faticano a esprimere con la stessa libertà. I giovani? Sì, i bianchi possono portarli al vino. Ma a patto che lo si racconti bene, a patto che li si serva a temperature che non li ammutoliscano (e qui permettetemi di ripetere la litania: il frigorifero a sei gradi uccide i profumi), a patto che chi li produce non si accontenti dell’immediato e chi li serve non si limiti al banale. Il vino bianco, come diceva qualcuno, è onestà. E l’onestà, candidum, ha sempre bisogno di essere difesa. Ivan Vellucci – Suggestioni di Vino
ivan.vellucci@winetalesmagazine.com Mi trovi su Instagram come @ivan_1969
18 Giugno, 2026
Benanti presenta “vino & cultura 2026”: l’ospitalità di Tenuta Monte Serra racconta l’etna
Un programma di esperienze dedicate ai visitatori, tra itinerari nei luoghi storici, degustazioni guidate, percorsi culturali e gastronomici.
Da quest’anno anche cooking class, formule di abbinamento in residenze private e yacht e giornate in piscina negli spazi della Tenuta, per una dimensione di ospitalità sempre più esclusiva Ai piedi dell’Etna, tra vigneti storici, architetture rurali e percorsi dedicati alla cultura del vino, Benanti presenta “Vino & Cultura 2026”, il progetto di ospitalità di Tenuta Monte Serra, a Viagrande, pensato per accogliere i visitatori. Da oltre trent’anni riferimento della viticoltura etnea, Benanti ha costruito un modello di accoglienza che interpreta il vino come espressione del territorio e strumento di conoscenza. Tenuta Monte Serra, situata sul versante sud-orientale del vulcano, ospita infatti ogni giorno esperienze guidate dedicate alla scoperta delle Contrade dell’Etna DOC, dei vitigni autoctoni e della cultura produttiva che caratterizza il comprensorio etneo. Salvino Benanti A nostro avviso il vino deve essere considerato come una tessera cruciale di un mosaico più ampio che comprende anche il buon cibo, l’arte, la cultura, la natura, la convivialità, l’emozione. A Monte Serra cerchiamo di proporre tutto questo, offrendo un’esperienza multisensoriale memorabile. Vogliamo creare Ambasciatori, spontanei ed entusiasti, dei vini dell’Etna, che si facciano portavoce nel mondo della bellezza di questi luoghi e della eleganza dei nostri vini. Il progetto “Vino & Cultura” propone percorsi di visita e degustazione articolati in differenti formule, quattro proposte pensate per offrire un’immersione completa nel terroir etneo, nella storia e nella filosofia produttiva della cantina. Giunti a Tenuta Monte Serra gli ospiti vengono accolti dal team di sommelier della cantina, professionisti del territorio con formazione internazionale maturata presso realtà come WSET, AIS e FIS, e accompagnati alla scoperta dei luoghi di origine dei vini, partendo dal vigneto di Monte Serra, disteso sulle pendici dell’antico cono vulcanico da cui prende il nome, dove sopravvivono ancora preziose viti centenarie a piede franco, a testimonianza della storicità della viticoltura etnea in casa Benanti. La visita continua all’interno dello scenografico Palmento settecentesco, tra i più imponenti e meglio preservati dell’Etna, oggi reinterpretato come spazio dedicato alla memoria e alla cultura della produzione vinicola del territorio. L’itinerario prosegue nella Sala dei Quadri, ambiente restaurato con grande attenzione estetica, in cui elementi di design made in Italy dialogano con opere a olio appartenenti alla collezione privata della famiglia Benanti. L’esperienza conduce infine nella Bottaia, con il racconto delle fasi di affinamento dei pregiati vini rossi della cantina. A completare il percorso sono le degustazioni guidate, ospitate nelle sale storiche della tenuta o negli spazi esterni affacciati sui vigneti, con abbinamenti gastronomici ispirati alla cucina del territorio e firmati dagli chef residenti dell’azienda, professionisti con esperienze in prestigiosi ristoranti stellati. Le experience, condivise con altri ospiti oppure, su richiesta, in formula esclusiva, si articolano in: Selezione Benanti, con visita della tenuta e degustazione di quattro vini delle linee “Tradizionali” e “Selezione Contrade”, in abbinamento ad una selezione di assaggi di specialità gastronomiche; Selezione Benanti “Contrade”, un percorso di approfondimento dedicato ai diversi versanti della DOC Etna, con degustazione di cinque vini della “Selezione Contrade” e pranzo contemporaneo in abbinamento; Selezione Benanti “Premium”, un’experience completa con degustazione di cinque etichette – tra cui l’Etna Bianco Superiore Pietra Marina, autentica icona del territorio – seguita dal pranzo (aperitivo, selezione antipasti, primo, dessert); Selezione Benanti “Iconic”, un itinerario enogastronomico dedicato ai vini storici e più rappresentativi dell’azienda, con degustazione di cinque etichette iconiche e pranzo con cinque portate. Elemento centrale dell’offerta è l’attenzione alla personalizzazione dell’esperienza, con la possibilità di programmare esperienze esclusive per eventi privati, meeting aziendali e incentive, e di vivere la Tenuta Monte Serra in forma riservata, con servizi costruiti su misura e un supporto dedicato nell’organizzazione degli allestimenti, della ristorazione e delle degustazioni. Le esperienze “Vino & Cultura”, prenotabili su www.visit.benanti.it, sono disponibili in italiano e in inglese (altre lingue su richiesta), si svolgono ogni giorno – escluso il lunedì – solo su prenotazione E ancora, accanto alle esperienze in cantina, Benanti ha formulato altre proposte pensate per ampliare il concetto di ospitalità. “Benanti Wine & Cook” nasce con l’obiettivo di unire il racconto del territorio etneo alla cucina siciliana attraverso un’esperienza immersiva che coinvolge direttamente gli ospiti. Il percorso prende avvio con la formula “Selezione Benanti Contrade”; a seguire, gli ospiti partecipano a una cooking class o a una dimostrazione dedicata allo street food siciliano, guidata dagli chef residenti della tenuta. L’esperienza consente di entrare in contatto con ingredienti, preparazioni e ricette legate alla cultura gastronomica locale, in un dialogo continuo con i vini Benanti. Le pietanze preparate durante l’attività vengono infatti successivamente integrate nel percorso di degustazione, con abbinamenti studiati per valorizzare le caratteristiche aromatiche e strutturali dei vini in assaggio. Con “SOMM-at-HOME & SOMM-on-BOARD”, Benanti trasferisce invece l’esperienza della degustazione fuori dalla Tenuta Monte Serra, portandola direttamente in residenze private, yacht e luoghi selezionati dagli ospiti. Il format è pensato per un pubblico che ricerca un servizio altamente esclusivo e completamente personalizzabile, costruito attorno alle preferenze dei partecipanti. Le degustazioni vengono condotte da un sommelier della cantina, che accompagna gli ospiti in un percorso dedicato alle etichette Benanti, dalle selezioni più rappresentative fino alle annate rare. La cantina si occupa inoltre della fornitura dei calici professionali e dell’intera organizzazione tecnica dell’esperienza, con la possibilità di includere un servizio di personal chef e percorsi gastronomici studiati ad hoc. Ogni dettaglio viene definito su misura, dalla selezione dei vini alla costruzione degli abbinamenti, trasformando ogni appuntamento in un’esperienza privata di alto profilo. A completare l’offerta dedicata all’ospitalità leisure, Benanti propone “Benanti Day”, che consente di vivere gli spazi della Tenuta Monte Serra in una dimensione rilassata e riservata. Gli ospiti possono accedere all’area piscina e ai servizi dedicati, inclusi spogliatoi, lounge, sdraio e teli, trascorrendo l’intera giornata immersi nel paesaggio vitato dell’Etna. L’esperienza include un vino di benvenuto, snack e una proposta gastronomica informale servita a pranzo, con piatti freddi ispirati alla cucina mediterranea. Durante la giornata è inoltre possibile ordinare vini e beverage direttamente a bordo piscina, mantenendo al centro dell’esperienza il legame con l’identità enologica della cantina. Pensato per piccoli gruppi o per l’utilizzo esclusivo della struttura, “Benanti Day” rappresenta una nuova interpretazione dell’ospitalità in cantina, orientata al benessere, alla privacy e alla qualità del tempo trascorso in tenuta. Con questo variegato programma di esperienze, Benanti riafferma la propria visione dell’Ospitalità come veicolo di racconto e condivisione, trasformando ogni visita in un viaggio ideale, in grado di trasmettere lo stile e l’essenza di questa preziosa realtà. BENANTI Considerata una delle cantine più prestigiose dell’Etna, e partecipata dalla holding Brave Wine fondata dall’imprenditore Renzo Rosso, Benanti è riconosciuta come pioniere della viticoltura etnea di eccellenza. È stata fra le primissime realtà a intuire l’importanza della zonazione ed è l’unica che, selezionando le diverse uve dalle aree storicamente più vocate alla loro coltivazione, produce vini provenienti da vigneti propri ubicati sui quattro versanti del vulcano (Contrada Calderara Sottana e Contrada Dafara Galluzzo a Nord, Contrada Rinazzo ad Est, Contrada Monte Serra a Sud-Est e Contrada Cavaliere a Sud-Ovest). La filosofia aziendale mette al centro il rispetto della tradizione e l’identità dei luoghi, con una produzione che racconta la complessità e l’eleganza dei vitigni autoctoni come il Nerello Mascalese, il Carricante e il Nerello Cappuccio. La Redazione
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Da quest’anno anche cooking class, formule di abbinamento in residenze private e yacht e giornate in piscina negli spazi della Tenuta, per una dimensione di ospitalità sempre più esclusiva Ai piedi dell’Etna, tra vigneti storici, architetture rurali e percorsi dedicati alla cultura del vino, Benanti presenta “Vino & Cultura 2026”, il progetto di ospitalità di Tenuta Monte Serra, a Viagrande, pensato per accogliere i visitatori. Da oltre trent’anni riferimento della viticoltura etnea, Benanti ha costruito un modello di accoglienza che interpreta il vino come espressione del territorio e strumento di conoscenza. Tenuta Monte Serra, situata sul versante sud-orientale del vulcano, ospita infatti ogni giorno esperienze guidate dedicate alla scoperta delle Contrade dell’Etna DOC, dei vitigni autoctoni e della cultura produttiva che caratterizza il comprensorio etneo. Salvino Benanti A nostro avviso il vino deve essere considerato come una tessera cruciale di un mosaico più ampio che comprende anche il buon cibo, l’arte, la cultura, la natura, la convivialità, l’emozione. A Monte Serra cerchiamo di proporre tutto questo, offrendo un’esperienza multisensoriale memorabile. Vogliamo creare Ambasciatori, spontanei ed entusiasti, dei vini dell’Etna, che si facciano portavoce nel mondo della bellezza di questi luoghi e della eleganza dei nostri vini. Il progetto “Vino & Cultura” propone percorsi di visita e degustazione articolati in differenti formule, quattro proposte pensate per offrire un’immersione completa nel terroir etneo, nella storia e nella filosofia produttiva della cantina. Giunti a Tenuta Monte Serra gli ospiti vengono accolti dal team di sommelier della cantina, professionisti del territorio con formazione internazionale maturata presso realtà come WSET, AIS e FIS, e accompagnati alla scoperta dei luoghi di origine dei vini, partendo dal vigneto di Monte Serra, disteso sulle pendici dell’antico cono vulcanico da cui prende il nome, dove sopravvivono ancora preziose viti centenarie a piede franco, a testimonianza della storicità della viticoltura etnea in casa Benanti. La visita continua all’interno dello scenografico Palmento settecentesco, tra i più imponenti e meglio preservati dell’Etna, oggi reinterpretato come spazio dedicato alla memoria e alla cultura della produzione vinicola del territorio. L’itinerario prosegue nella Sala dei Quadri, ambiente restaurato con grande attenzione estetica, in cui elementi di design made in Italy dialogano con opere a olio appartenenti alla collezione privata della famiglia Benanti. L’esperienza conduce infine nella Bottaia, con il racconto delle fasi di affinamento dei pregiati vini rossi della cantina. A completare il percorso sono le degustazioni guidate, ospitate nelle sale storiche della tenuta o negli spazi esterni affacciati sui vigneti, con abbinamenti gastronomici ispirati alla cucina del territorio e firmati dagli chef residenti dell’azienda, professionisti con esperienze in prestigiosi ristoranti stellati. Le experience, condivise con altri ospiti oppure, su richiesta, in formula esclusiva, si articolano in: Selezione Benanti, con visita della tenuta e degustazione di quattro vini delle linee “Tradizionali” e “Selezione Contrade”, in abbinamento ad una selezione di assaggi di specialità gastronomiche; Selezione Benanti “Contrade”, un percorso di approfondimento dedicato ai diversi versanti della DOC Etna, con degustazione di cinque vini della “Selezione Contrade” e pranzo contemporaneo in abbinamento; Selezione Benanti “Premium”, un’experience completa con degustazione di cinque etichette – tra cui l’Etna Bianco Superiore Pietra Marina, autentica icona del territorio – seguita dal pranzo (aperitivo, selezione antipasti, primo, dessert); Selezione Benanti “Iconic”, un itinerario enogastronomico dedicato ai vini storici e più rappresentativi dell’azienda, con degustazione di cinque etichette iconiche e pranzo con cinque portate. Elemento centrale dell’offerta è l’attenzione alla personalizzazione dell’esperienza, con la possibilità di programmare esperienze esclusive per eventi privati, meeting aziendali e incentive, e di vivere la Tenuta Monte Serra in forma riservata, con servizi costruiti su misura e un supporto dedicato nell’organizzazione degli allestimenti, della ristorazione e delle degustazioni. Le esperienze “Vino & Cultura”, prenotabili su www.visit.benanti.it, sono disponibili in italiano e in inglese (altre lingue su richiesta), si svolgono ogni giorno – escluso il lunedì – solo su prenotazione E ancora, accanto alle esperienze in cantina, Benanti ha formulato altre proposte pensate per ampliare il concetto di ospitalità. “Benanti Wine & Cook” nasce con l’obiettivo di unire il racconto del territorio etneo alla cucina siciliana attraverso un’esperienza immersiva che coinvolge direttamente gli ospiti. Il percorso prende avvio con la formula “Selezione Benanti Contrade”; a seguire, gli ospiti partecipano a una cooking class o a una dimostrazione dedicata allo street food siciliano, guidata dagli chef residenti della tenuta. L’esperienza consente di entrare in contatto con ingredienti, preparazioni e ricette legate alla cultura gastronomica locale, in un dialogo continuo con i vini Benanti. Le pietanze preparate durante l’attività vengono infatti successivamente integrate nel percorso di degustazione, con abbinamenti studiati per valorizzare le caratteristiche aromatiche e strutturali dei vini in assaggio. Con “SOMM-at-HOME & SOMM-on-BOARD”, Benanti trasferisce invece l’esperienza della degustazione fuori dalla Tenuta Monte Serra, portandola direttamente in residenze private, yacht e luoghi selezionati dagli ospiti. Il format è pensato per un pubblico che ricerca un servizio altamente esclusivo e completamente personalizzabile, costruito attorno alle preferenze dei partecipanti. Le degustazioni vengono condotte da un sommelier della cantina, che accompagna gli ospiti in un percorso dedicato alle etichette Benanti, dalle selezioni più rappresentative fino alle annate rare. La cantina si occupa inoltre della fornitura dei calici professionali e dell’intera organizzazione tecnica dell’esperienza, con la possibilità di includere un servizio di personal chef e percorsi gastronomici studiati ad hoc. Ogni dettaglio viene definito su misura, dalla selezione dei vini alla costruzione degli abbinamenti, trasformando ogni appuntamento in un’esperienza privata di alto profilo. A completare l’offerta dedicata all’ospitalità leisure, Benanti propone “Benanti Day”, che consente di vivere gli spazi della Tenuta Monte Serra in una dimensione rilassata e riservata. Gli ospiti possono accedere all’area piscina e ai servizi dedicati, inclusi spogliatoi, lounge, sdraio e teli, trascorrendo l’intera giornata immersi nel paesaggio vitato dell’Etna. L’esperienza include un vino di benvenuto, snack e una proposta gastronomica informale servita a pranzo, con piatti freddi ispirati alla cucina mediterranea. Durante la giornata è inoltre possibile ordinare vini e beverage direttamente a bordo piscina, mantenendo al centro dell’esperienza il legame con l’identità enologica della cantina. Pensato per piccoli gruppi o per l’utilizzo esclusivo della struttura, “Benanti Day” rappresenta una nuova interpretazione dell’ospitalità in cantina, orientata al benessere, alla privacy e alla qualità del tempo trascorso in tenuta. Con questo variegato programma di esperienze, Benanti riafferma la propria visione dell’Ospitalità come veicolo di racconto e condivisione, trasformando ogni visita in un viaggio ideale, in grado di trasmettere lo stile e l’essenza di questa preziosa realtà. BENANTI Considerata una delle cantine più prestigiose dell’Etna, e partecipata dalla holding Brave Wine fondata dall’imprenditore Renzo Rosso, Benanti è riconosciuta come pioniere della viticoltura etnea di eccellenza. È stata fra le primissime realtà a intuire l’importanza della zonazione ed è l’unica che, selezionando le diverse uve dalle aree storicamente più vocate alla loro coltivazione, produce vini provenienti da vigneti propri ubicati sui quattro versanti del vulcano (Contrada Calderara Sottana e Contrada Dafara Galluzzo a Nord, Contrada Rinazzo ad Est, Contrada Monte Serra a Sud-Est e Contrada Cavaliere a Sud-Ovest). La filosofia aziendale mette al centro il rispetto della tradizione e l’identità dei luoghi, con una produzione che racconta la complessità e l’eleganza dei vitigni autoctoni come il Nerello Mascalese, il Carricante e il Nerello Cappuccio. La Redazione
18 Giugno, 2026
BEREBIANCO 2026. La masterclass #1
IL COSA E IL DOVE
Lo scorso 23 maggio i rinnovati ambienti del Grand Hotel PALATINO di Roma hanno ospitato la quarta edizione di BEREBIANCO, l’evento organizzato da CUCINA & VINI che, con ostinata passione, continua a raccontare un’Italia dei vini bianchi diversa da quella più comoda e rassicurante del “vino d’annata”.
Perché il nostro Paese sa esprimere, da Nord a Sud, grandi bianchi destinati all’evoluzione: vini che non temono il tempo, ma anzi lo cercano, lo attraversano, guadagnando profondità, complessità e quel fascino unico che solo le bottiglie mature sanno regalare.
Eppure questi tesori rimangono spesso nascosti, patrimonio quasi segreto di pochi estimatori illuminati, ingiustamente assenti o relegati in fondo alle carte dei vini anche nella migliore ristorazione italiana.
BEREBIANCO è molto più di una semplice degustazione, è una vetrina coraggiosa, un invito esplicito a cambiare prospettiva.
Un viaggio affascinante e necessario attraverso quell’Italia bianchista che ancora troppi considerano “seconda”, ma che in realtà custodisce storie di territori, di vignaioli testardi e di bottiglie capaci di confrontarsi ad armi pari con le più blasonate espressioni internazionali.
Un’occasione per rallentare, per annusare, assaggiare e capire che il tempo, nel vino come nella vita, non è un nemico ma il più raffinato degli alleati.
LA PRIMA MASTERCLASS
Oltre 50 aziende da tutta Italia e più di 150 grandi vini in degustazione libera.
Questa la tavolozza di identità territoriali, dal Piemonte alla Sicilia, passando per Valle d’Aosta, Liguria, Alto Adige, Friuli, Marche, Campania e oltre proposta ai partecipatissimi banchi d’assaggio.
Ma parallelamente al walk-around tasting c’erano cinque masterclass dedicate alle vecchie annate che hanno permesso ai partecipanti di toccare con mano cosa significa davvero “evoluzione”.
Assaggi verticali, orizzontali, fors’anche diagonali che raccontavano come il tempo trasformi il vino, lo affini, lo renda più profondo, più vero.
Nella prima 6 vini da 6 Aziende diverse, da 6 regioni diverse e di sei annate diverse.
Uno zigzagare da Sud a Nord, attraversando il nostro stivale e quattordici vendemmie.
Una masterclass che non ha un tema specifico se non quello dell’attesa, del tempo che scorre, lavoratore silenzioso per il nostro edonismo.
Nei racconti di chi il vino lo fa si leggono passione, impegno, fatica, voglia di comunicare il territorio e prodotti che sanno di un qualcosa che va meritato.
I Vini bianchi possono raccontare memorie di anni che abbiamo dimenticato?
Quelli di questa masterclass sicuramente si, gli altri aspettano la vostra curiosità.
Date una letta alle mie personali note d’assaggio e chiedeteVi: “cosa ho fatto nel 2022? E nel 2009?…”
– FIANO DI AVELLINO DOCG “DESMÓS” 2022 RISERVA, ANTICA HIRPINIA (CAMPANIA): si apre al naso con eleganza e complessità rivelando abbagli di ginestra e agrumi maturi che sono quasi scorza candita, dolcezze succose di pesca gialla e graffi amaricanti di salvia, finocchietto selvatico e mandorla fresca con quella vaniglia di fondo che, per quanto rimandi alla nobiltà del baccello cozza un po’ con la terragna mineralità del vulcano.
L’incipit gustativo è fresco e incisivo e la sapidità irpina si fa largo con autorità, rendendo leggiadra la sostanza della frutta matura.
Il legno c’è.
È una carezza, ma data con mano che si sofferma quel “di più” che avrei preferito non ci fosse.
Lungo il finale nel quale agrumi e mandorla duettano piacevolmente
Un Fiano che racconta di legami profondi.
“DESMÓS” non è solo un nome, è un filo che unisce una madre bicentenaria alle figlie e all’Irpinia.
Forse troppo GGiovane.
Per ora me ne sto in finestra e l’aspetto tra qualche anno.
86++ Punti
– VENEZIA GIULIA IGT “BRAIDE ALTE” 2021, LIVON (FRIULI VENEZIA GIULIA):
Ci sono etichette che attraversano le mode senza mai perdere centralità.
“BRAIDE ALTE” appartiene a questa ristretta categoria.
Un vino che negli anni ha saputo costruirsi un’identità precisa, riconoscibile, trovando nella misura il proprio tratto distintivo.
L’annata 2021 si presenta con un naso di bella compostezza, dove la maturità del frutto non sfocia mai nell’eccesso; pesca bianca, cedro, fiori gialli e leggere sfumature aromatiche si rincorrono in una trama olfattiva sfaccettata, arricchita da richiami speziati e da una sottile vena minerale che emerge con gradualità.
Più che per impatto, convince per profondità.
E il sorso segue la stessa direzione.
Ampio nell’ingresso, trova rapidamente equilibrio in una freschezza ben calibrata che ne sostiene lo sviluppo, a materia è ricca ma mai ridondante, attraversata da una sapidità progressiva che conferisce ritmo e definizione.
Ed è proprio nella dinamica gustativa che il vino esprime il suo lato migliore, non mette mai in mostra i muscoli, piuttosto racconta di una continua tensione tra volume e slancio.
La chiusura è lunga, precisa, scandita da ritorni agrumati e da una persistenza salina che invita immediatamente al sorso successivo.
Un bianco che sembra aver abbandonato ogni tentazione esibizionista per concentrarsi sull’essenziale: equilibrio, leggibilità e capacità di evolvere nel bicchiere.
Questa 2021 non è forse l’annata della massima opulenza, semmai quella della maturità.
E spesso, nel vino come altrove, è proprio la maturità a rendere le cose più interessanti.
89–Punti.
– VERMENTINO DI GALLURA DOCG “DEDICATO” 2020, SARAJA (SARDEGNA): olfatto generoso ma mai sopra le righe nel ricordarci pera matura, mela verde, cedro, pompelmo, i fiori bianchi…quella nota erbacea di intrichi di macchia mediterranea, timo e rosmarino che fa tanto Gallura.
La mineralità arriva poi e, inarrestabile, porta l’odore del granito bagnato, del sale, dello iodio di un mare che è nell’aria anche quando è lontano dagli occhi.
In bocca ha struttura ma non pesantezza.
Il sorso è uno sferico equilibrio di acidità, sapidità e morbidezze gliceriche.
Coinvolge e non appaga, stimola, invita a un altro bicchiere e quel finale ammandorlato…
Un calice di granito e maestrale che non si limita a interpretare il Territorio ma lo celebra, lo scolpisce, lo rende memorabile.
89 Punti.
– CAPRIANO DEL COLLE BIANCO DOC SUPERIORE “OTTEN 3” 2018, CANTINA SAN MICHELE (LOMBARDIA): lo guardi di traverso e capisci subito che è un vino che sfugge con una certa naturalezza alle categorie.
Non tanto per originalità ricercata o per scelte stilistiche estreme, quanto perché sembra seguire una traiettoria propria, riconoscibile e difficilmente assimilabile ad altro.
È un vino che non cerca mediazioni e che, proprio per questo, divide.
Affascina profondamente o lascia perplessi, raramente suscita indifferenza.
Di questa 2018 il tempo ha smussato gli spigoli senza intaccarne il carattere, permettendo al vino di esprimersi attraverso un linguaggio fatto di dettagli, richiami e continue sfumature.
Il quadro aromatico si sviluppa lentamente, alternando suggestioni agrumate, cenni balsamici, erbe officinali e una componente minerale che emerge con crescente evidenza man mano che il vino prende aria.
In bocca il racconto cambia poco.
Non c’è ricerca dell’impatto immediato né volontà di conquistare attraverso la sola ricchezza materica.
Il sorso procede dritto e inesorabile, seguendo una traiettoria precisa dall’attacco fino alla chiusura. Freschezza e sapidità si rincorrono senza mai prevalere l’una sull’altra, costruendo una progressione che trova nella continuità il proprio elemento distintivo.
La persistenza è lunga, quasi meditativa, capace di lasciare una traccia più emotiva che aromatica. Ed è probabilmente qui che risiede la sua essenza, è un vino che chiede partecipazione, che non si limita a essere bevuto ma pretende di essere interpretato.
Più che un esercizio di stile, una dichiarazione d’identità.
E come tutte le identità forti, non nasce per mettere tutti d’accordo.
Il punteggio?
Difficile assegnargliene uno…magari 88, o forse 85.
In fondo, che importa…assaggiatelo!
– ALTO ADIGE VALLE ISARCO KERNER DOC “GALL” 2015, GRIESSERHOF (ALTO ADIGE): si mostra al naso con un carattere schietto e montanaro.
Note fumose leggere, quasi di pietra focaia e legna bagnata dalla guazza mattutina, si fondono a una frutta importante e matura che sottolinea pesca gialla, albicocca sciroppata e mela cotogna.
Poi è il “Mr. Hyde” del Riesling ad avere la meglio sul “Dr. Jekyll” della Schiava Grossa, con quell’idrocarburo tagliente, quel petrolio nobile e minerale che arriva con l’età e dà complessità senza appesantire mentre sfumature di erbe alpine, resina e un tocco di fumo di camino spento chiudono il cerchio.
In bocca è snello e diretto, quasi affilato, figlio della quota e dei vigneti più a N d’Italia.
L’acidità è vibrante e nervosa, la frutta presenza e sostanza, la mineralità morenica…
Salata e minerale la chiusura, accompagnata da ritorni erbacei che invogliano al secondo sorso.
Un Kerner che sa di fatica e ristoro, di “ronchie” liberatorie dopo lunghe sequenze di tacche sfuggenti, di un buon chiodo che fa tirare il fiato dopo averlo trattenuto per troppi metri sprotetti, di cime che sembrano allontanarsi e del premio di un panorama.
p.s. Tappo Stelvin perché…perché si!
89+ Punti.
– LACRIMA CHRISTI DEL VESUVIO DOC BIANCO “VIGNA DEL VULCANO” 2009, VILLA DORA (CAMPANIA): il naso è un viaggio nelle viscere del Vesuvio.
Si apre lasciando subito un’idea di smalti e vernici stese su antichi legni nobili mescolata a misteri vulcanici che salgono dal profondo.
La sua è una mineralità affilata, fumé, quasi sulfurea nella sua purezza lavica.
Non dichiara apertamente l’età ma lascia che annusiate un ché di faticosa risalita lungo i pendii, di terra che ha lavorato a lungo prima di concedersi.
Il frutto alza timidamente la testa, concedendo buccia di cedro, mandarino e albicocca disidratata per poi ritrarsi, quasi intimidito, dietro le nebbie cinerine.
A quel punto il bicchiere si apre come un libro da sfogliare con rispetto, paragrafi di miele di castagno, di menta e finocchietto selvatico, di salvia essiccata, un tocco di resina, fiori bianchi appassiti e un sottofondo di tè nero.
C’è un’eleganza austera, una complessità stratificata che non si concede subito, ma che premia chi sa aspettare.
È il naso di un vino che sa di provenire dalle viscere della terra, figlio di lava raffreddata e di tempo paziente.
In bocca è rivelazione.
L’attacco è ricco, quasi carnoso, eppure sorretto da un’acidità vibrante e da una sapidità marina che taglia come lama affilata.
Il frutto, evoluto ma integro, racconta pesca gialla matura, albicocca, cedro candito e un tocco di mandorla fresca, mentre la mineralità vulcanica torna prepotente, allungando il sorso in maniera impressionante.
Il finale è lunghissimo, teso, sapido, con echi affumicati e una chiusura ammandorlata di grande pulizia e nitore.
Il tempo, a volte, non aggiunge, rivela.
E oggi, a distanza di diciassette anni dalla vendemmia, avete davanti un bicchiere che parla di lava e di mare, di pazienza contadina e di quel tempo lento che solo certi grandi bianchi campani sanno interpretare con tanta dignità e profondità.
Un vino che racconta come il tempo possa diventare parte integrante del linguaggio del bicchiere, senza mai sovrastarne la voce originaria.
Un incontro che lascia il segno.
92 Punti, forse.
E QUINDI?
E quindi niente…
Intanto GRAZIE a CUCINA & VINI per avermi ospitato ancora una volta e a tutti i Produttori che, oltre alla fatica e al sudore, hanno voluto dedicare anche tempo e parole ai vini che ci hanno raccontato in questo bel pomeriggio.
E mentre ringrazio anche Voi per aver avuto la pazienza di leggermi fino a qui, Vi do appuntamento alla prossima settimana per raccontarVi ancora storie di tempo e di bottiglie.
Roberto Alloi – VINODENTRO
Su Instagram @eno_evo
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17 Giugno, 2026
I Crémant de Bourgogne di Levert Frères
Il Crémant de Bourgogne rappresenta l’eccellenza della spumantistica francese al di fuori della Champagne. Sebbene la Borgogna sia celebre per i suoi grandi vini fermi, la produzione di bollicine Metodo Classico ha una storia antica (risalente all’inizio del XIX secolo) e oggi vive un momento di straordinario successo.
In Italia – dove lo Champagne domina l’immaginario delle bollicine di prestigio e il Prosecco occupa la fascia più ampia del consumo quotidiano – il Crémant si inserisce con naturalezza in uno spazio intermedio ancora tutto da valorizzare: quello degli spumanti di metodo classico accessibili, territoriali e gastronomici. È un vino che parla il linguaggio della gastronomia contemporanea, perfettamente in linea con la ristorazione italiana di fascia medio-alta, sempre più orientata a carta vini dinamiche e a spumanti versatili al calice e con la voglia di costruire una proposta spumantistica ricca posizionata tra Metodo Classico italiani e Champagne.
Levert Frères
Nel comune di Mercurey, nella Côte Chalonnaise, Levert Frères è una delle realtà storiche della Borgogna, con origini che risalgono al 1595. Oggi l’azienda, che conta su 9 ettari di vigneto di proprietà, è specializzata nella produzione di Crémant de Bourgogne e fa parte della Compagnie Vinicole de Bourgogne con sede a Chagny, sotto la direzione di Gabriel Picard e con la firma dell’enologo David Fernez.
Levert Frères oggi arriva in Italia grazie a Compagnia del Vino srl, azienda leader nella distribuzione vini in Italia. Due le referenze ora disponibili: il Crémant de Bourgogne Blancs de Blanc, 100% Chardonnay, e il Crémant de Bourgogne Blanc de Noirs, 100% Pinot Noir.
Levert Frères Crémant de Bourgogne Blanc de Blancs
Nel cuore della Borgogna, dove il calcare sposa la vite da secoli, nasce una bollicina che è pura celebrazione di luce e precisione: il Crémant de Bourgogne Blanc de Blancs di Levert Frères. Un vino che non si limita a scivolare nel calice, ma lo illumina, raccontando una storia di freschezza verticale e rigore artigianale. Tutto ha inizio con un gesto antico e rispettoso: la vendemmia manuale. È il primo atto di una vinificazione che segue il metodo tradizionale, dove la magia della seconda fermentazione avviene nel silenzio della bottiglia. Il vino riposa in affinamento sui lieviti per diversi mesi, un tempo sospeso che trasforma il carattere irruente del mosto in una complessa sinfonia aromatica, donando al perlage quella cremosità che accarezza il palato con eleganza sartoriale. Al naso è un soffio di primavera borgognona. Emergono subito le note croccanti della mela verde e della pesca bianca, intrecciate a un bouquet di fiori bianchi e vivaci agrumi. Ma è nel finale olfattivo che il tempo regala i suoi frutti: ecco comparire le sfumature di crosta di pane, lievito e mandorla dolce, eredità preziosa del lungo contatto con i lieviti che aggiunge profondità alla spensieratezza del frutto. Al palato, il sorso è un’esperienza di purezza assoluta. È teso e verticale, una lama di freschezza sostenuta da una spiccata sapidità minerale, firma inconfondibile dei suoli calcarei della regione. L’equilibrio è perfetto, capace di chiudere in un finale lungo, agrumato e incredibilmente pulito, che invita immediatamente al secondo sorso.
Questo Crémant è il compagno ideale dei momenti di convivialità più raffinati. La sua naturale tensione minerale lo rende perfetto con gli antipasti e le portate di pesce fredde, esaltando la dolcezza delle insalate di crostacei e la purezza dei crudi di mare.
Per chi cerca un abbinamento capace di stupire ed emozionare, la tradizione suggerisce una via territoriale e golosa: provatelo con i bigné al formaggio (i celebri gougetes borgognoni). La sapidità del vino e la sua bollicina cremosa puliranno il palato dalla grassezza del formaggio, in un gioco di contrasti che è, semplicemente, la quintessenza del piacere enogastronomico.
Prezzo consigliato in enoteca 25 euro
Levert Frères Crémant de Bourgogne Blanc de Noirs
La nascita di questo vino è un atto di pazienza e precisione artigianale. Tutto comincia con la vendemmia manuale, un passaggio imprescindibile per garantire l’integrità del frutto ed evitare che le bucce scure tingano il mosto. La vinificazione segue fedelmente il metodo tradizionale: dopo la creazione della cuvée, la seconda fermentazione avviene in bottiglia, dando inizio a un lungo riposo. L’affinamento sui lieviti per diversi mesi è il segreto della sua complessità; è in questo silenzio che il vino si trasforma, sviluppando quel corredo aromatico evoluto e quella cremosità del perlage che lo distinguono nettamente dalle versioni più giovani e verticali.
Alla vista, il Crémant de Bourgogne Blanc de Blanc Levert Frères svela subito la sua natura: il colore è un giallo dorato più intenso rispetto a un Blanc de Blancs, arricchito da riflessi caldi che anticipano una beva di carattere. Il perlage, fine e incessante, appare qui più materico, quasi tangibile.
Il bouquet è un’esplosione di ricchezza e vinosità: è il trionfo dei piccoli frutti rossi, con note croccanti di ciliegia, lampone e ribes che si fondono con sfumature più mature di frutta secca e spezie dolci. Con l’evoluzione, il naso si scalda verso sentori di miele, tipici dei grandi Crémant da uve nere. Al palato, la differenza di corpo è evidente. Rispetto alla leggerezza citrina dello Chardonnay, qui troviamo un sorso ampio e strutturato, con una rotondità avvolgente e una texture quasi burrosa, cremosa. L’acidità, pur restando la spina dorsale del vino, è perfettamente integrata, sostenendo una persistenza lunga e profonda, che chiude su ritorni fruttati e una sottile scia speziata.
Un vino che sa essere al contempo tecnico, per la perfezione della sua esecuzione, ed emozionale, per la capacità di raccontare la potenza del territorio borgognone in ogni singola bollicina, che si sposa alla perfezione con:
Carni bianche e pollame: dove la sua cremosità accompagna la fibra della carne.
Salumi delicati: per un contrasto raffinato tra sapidità e frutto.
Sapori autunnali: eccelle accanto ai funghi e alle preparazioni al forno.
Cucina speziata: la sua vinosità è in grado di reggere piatti dalla personalità aromatica decisa, senza mai esserne sopraffatta.
Prezzo consigliato in enoteca 25 euro
A proposito della Borgogna e la produzione di Crémant
La Borgogna, nella Francia orientale, è senza dubbio una delle prime due o tre regioni vinicole più famose e leggendarie al mondo. La sua storia enologica risale all’epoca romana; le dimensioni relativamente ridotte e la reputazione d’eccellenza fanno sì che i suoi prodotti migliori siano generalmente tra i più pregiati — e costosi — del pianeta. Con circa 44.500 ettari vitati, la Borgogna è grande solo il 40% rispetto all’area di Bordeaux. Il suo sistema di suddivisione dei vigneti in piccole parcelle a conduzione familiare rende la comprensione dei suoi vini una ricerca che impegna gli appassionati per tutta la vita. I tre vitigni principali della Borgogna sono il Pinot Nero, lo Chardonnay e il Gamay. La regione si sviluppa in modo stretto e lungo da nord a sud ed è composta da cinque aree principali: Chablis a nord, la Côte d’Or, la Côte Chalonnaise, il Mâconnais e il Beaujolais, situato appena sopra la Valle del Rodano. Mentre Pinot Nero e Chardonnay sono coltivati in quasi tutta la regione, il Gamay è diffuso principalmente nel Beaujolais. Il sistema delle denominazioni e le regole di etichettatura possono risultare complessi, poiché classificano regioni, villaggi e persino singoli vigneti. La categoria più prestigiosa è quella dei Grand Cru, seguita dai Premier Cru e dalle numerose denominazioni comunali (villages) e regionali.
Il Crémant de Bourgogne DOC (denominazione nata ufficialmente nel 1975) può essere prodotto in tutta la regione, dallo Chablis a nord fino al Beaujolais a sud. La forza di questo vino risiede nell’utilizzo dei vitigni nobili della Borgogna:
Vitigni principali (almeno il 30%): Pinot Noir e Chardonnay.
Vitigni accessori: Gamay (massimo 20%), Aligoté, Melon e Sacy.
Dal 2016, per valorizzare le produzioni più prestigiose e distinguersi dalle bollicine “entry-level”, la denominazione ha introdotto una classificazione gerarchica basata sul tempo di affinamento:
Crémant de Bourgogne (Base): minimo 9 mesi di affinamento sui lieviti.
Eminent: minimo 24 mesi di affinamento sui lieviti.
Grand Eminent: la punta della piramide. Richiede:
almeno 36 mesi di affinamento sui lieviti;
solo Pinot Noir e Chardonnay (il Gamay è ammesso solo per i rosé, max 20%);
un dosaggio “Brut” (zucchero inferiore a 12 g/l);
almeno 3 mesi di ulteriore riposo in bottiglia dopo la sboccatura prima della vendita.
La Redazione
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17 Giugno, 2026
Centorame. Lamberto Vannucci: la terra come destino
Io sono una forza del Passato. Solo nella tradizione è il mio amore.
Pier Paolo Pasolini, dalla poesia 10 giugno Non so se vi sia mai capitato di capire come ci sia un momento nella vita in cui smetti di scegliere e inizi semplicemente a riconoscere. Riconoscere le cose, i fatti, i ricordi. Fin anche le persone. Come se le cose tutto fosse sempre stato lì, ad aspettarti. Erano sempre li solo che non ci badavi. Li, sempre al solito posto. Li dove sono sempre state. Certe persone le capisci subito. Non da quello che dicono, ma da come lo dicono. Forse dalla velocità con cui passano da un pensiero all’altro, dall’entusiasmo che non riescono a tenere a bada, da quella particolare forma di irrequietezza che pensi essere è ansia ma è fame. Fame di fare, di provare, di sbagliare e ricominciare. Lamberto Vannucci è così. Parla di vino e ti ritrovi a parlare di galline, di spumante in anfora, di suo padre, di quattro figli, di un maiale da ammazzare per fare le salsicce. Segui il filo, perché c’è sempre un filo, anche quando sembra che non ci sia un filo. Alla fine capisci che si sta parlando di una sola cosa: di una vita costruita intorno a un’idea precisa di come si vuole stare al mondo. Lamberto conduce Centorame, cantina di Casoli, in provincia di Teramo, nel cuore di quell’Abruzzo che da un lato guarda l’Appennino abruzzese e dall’altro sente il mare. Tredici ettari vitati, quattro figli, quattordici etichette. Un’altra in arrivo l’anno prossimo. Lo dice quasi scusandosi, ma gli occhi ridono. L’uomo che si annoia facilmente Nelle storie che vale la pena raccontare c’è quasi sempre una rottura. Un momento in cui qualcosa finisce e qualcos’altro comincia. Di più vero, di più necessario. Per Lamberto quella rottura ha la forma silenziosa di una scrivania abbandonata. L’azienda agricola di famiglia esisteva dal 1987. Uliveto, frutteti, ciliegie, susine, albicocche. Suo padre aveva anche terreni in affitto nella vallata del Vomano, dove coltivava tabacco. Il vino era ancora una cosa laterale, quasi un gioco domestico. Lamberto studiava, si preparava a una carriera nell’ambito commerciale. Poi, nel 2001, qualcosa si è mosso. O si è rotto. Nel 2001 feci delle piccole vinificazioni, così, per giocare. Ero appassionato di vino. Poi nel 2002 mi sono buttato completamente. Ho lasciato l’università e mi sono dedicato all’azienda. Senza un evento preciso, una scintilla. Niente di tutto ciò. Nemmeno un trauma. Un motivo scatenante. No. Forse un po’ più la noia. A me piace fare, sperimentare. L’ufficio non faceva per me. La noia come motore. Non è la prima volta che lo sento da chi ha trasformato un’intuizione in vocazione. Colgo qualcosa di disarmante e onesto in questa risposta. Nessuna narrazione eroica, nessun richiamo mistico alla terra. Solo la consapevolezza, silenziosa e definitiva, che una certa vita non bastava. La vita di prima. Quella che nemmeno si ricorda. Mentre Lamberto parla, capisco che la noia di cui parla non è pigrizia. È esattamente il suo contrario. È l’insofferenza di chi ha bisogno di troppo spazio per stare fermo. Lo capisci da come descrive sé stesso oggi, a quarantasette anni, con un’azienda avviata e riconosciuta. Ho tredici etichette. Ne arriverà un’altra. Ho un’anfora con la quale voglio fare un Cerasuolo Superiore. Voglio provare una base spumante in anfora. Secondo me verrebbe un prodotto interessantissimo. Si ferma un secondo. Come se capisse che quel numero, 13, è qualcosa di eccessivo. Troppe etichette. Troppe da gestire. Lo so che sono tante. Ma mi sta stretto. Gli fa eco, involontariamente, una frase che ha detto poco prima parlando dei suoi inizi. Se avessi saputo a cosa andavo contro, forse ci avrei pensato due volte. Ma le belle avventure nascono per passione e per incoscienza. Questa è incoscienza e Lamberto lo sa benissimo. Incoscienza che è al tempo stesso il suo motore e il suo rischio. Quattordici etichette su tredici ettari significano una gestione della cantina di complessità quasi maniacale. Ogni vino nasce da un vigneto specifico, che non si cambia nel tempo. Le masse vanno tenute separate dalla vendemmia. Il magazzino si riempie di bottiglie diverse, cartoni diversi, formati diversi. Il problema non è nemmeno tanto vendere i prodotti. Il problema è separare le masse in cantina durante la vendemmia. Se avessi più spazio, lo spumante rosé l’avrei già fatto. Lo spazio in cantina. Quello mi frena. Suo padre, la vigna, le mani Quando Lamberto ha lasciato i libri, il lavoro agronomico era già in mani sicure: quelle di suo padre. Un uomo senza studi accademici ma con quella competenza che si accumula nei decenni, nell’osservazione diretta, nell’errore corretto, nel ritmo delle stagioni. Lui curava tutto. Veniva dai frutteti, aveva gestito colture diverse, venduto alla grande distribuzione. Era molto preparato. L’esperienza insegna. In cantina, invece, Lamberto ha imparato da solo. O quasi. Un enologo al suo fianco fin dal primo anno, con una presenza via via più discreta. Un consulente, precisa, non un direttore. Lui mi dice quello che voglio fare e mi accompagna su quello che voglio ottenere. Non si impone. L’avrei fatto impazzire con quattordici vini. Per dodici anni ha lavorato fisicamente in cantina, dalla ricezione delle uve fino all’imbottigliamento. Oggi quel lavoro lo condivide con due collaboratori fidati, uno dei quali è con lui da trent’anni. L’ho formato io. Adesso forma lui. In questa frase alberga la stessa logica che governa il vigneto: ciò che ricevi lo restituisci, ciò che impari lo trasmetti. La continuità non è conservazione. È movimento lento, misurato, consapevole. Rimane una zona in cui Lamberto non delega niente: la lavorazione dei vini bianchi. Lì ci sono solo io. È un momento più delicato. I bianchi vanno pianificati prima della fermentazione, va gestito tutto con attenzione. I rossi, deraspi, pigia, butti in vasca, sono più semplici, relativamente. I bianchi no. Lamberto non abbandona la complessità agli altri. La complessità la cerca, la vuole, la gestisce. Delega solo quello che può permettersi di delegare. Centorame: il nome, la madre, lo spumante Centorame. Il nome ha una storia che Lamberto racconta quasi di passaggio, come se fosse ovvio. Ma non lo è affatto. L’azienda era intestata alla madre, AnnaMaria. Suo padre non poteva esserne il titolare principale. Fino al 2005 si chiamava Azienda Agricola Centorame di Vannucci AnnaMaria. Poi, quando Lamberto ha affittato l’azienda dalla madre, ha cambiato il nome. Solo che Centorame è rimasto. Vannucci non suona bene. È poi era giusto così. Una azienda, la mamma, il papà, una sorella. Sembra che si sviluppi tutto. Invece crolla. Crolla quando prima muore il padre e un mese dopo la sorella. La perdita che arriva doppia, senza respiro tra un colpo e l’altro. È stato un anno nero, Parole semplici e nette. Parole che rivelano ed evidenziano il tutto. Non lasciano niente altro da aggiungere. Non serve. È un tipo di lutto che non si spiega. Si riconosce soltanto. Si ricordano i momenti belli. Gli aneddoti. Suo padre, quando era ancora in vita, raccontava a chiunque venisse a comprare il vino la storia di come era nata quella cantina. Passava ore intera con gli acquirenti. Tutti me lo dicono. Che passava il pomeriggio a raccontare. Con orgoglio. Quando tornano quelle stesse persone a comprare il vino, me lo dicono ancora. Una frase interrotta dalle pause. Come se sperasse che fosse il padre ad intromettersi nei ricordi. Un padre che custodisce la storia mentre il figlio costruisce il vino. Due ruoli complementari, due modi diversi di amare la stessa cosa. Lo spumante porta il nome della madre, Anna Sofia. Mia figlia si chiama uguale. Quindi lo spumante è per entrambe. Vediamo fino a quando regge. Ride. Ma dietro quella risata c’è qualcosa di tenero e di saldo insieme. È il modo con cui certi uomini portano l’affetto senza mostrarlo del tutto, lasciandolo intuire negli angoli delle frasi. Quelle bollicine Pas Dosè che mi hanno fatto conoscere la qualità di questa azienda. Ero ad una degustazione AIS per le bollicine e mi sono imbattuto in questo Pecorino. Nell’articolo scrissi qualcosa che mi è ancora rimasto in mente: Anna ha quella grassa essenziale schiettezza propria dell’Abruzzo. Un sorso che non tradisce. Una sensazione di appagamento che non c’è e che costringe a finire la bottiglia I vini: franchezza come manifesto Quattordici etichette. Quando glielo faccio notare lui non si scusa. Lo so. Sono tante. Ma ognuna ha una ragione. E la ragione, alla fine, è sempre la stessa: la curiosità. Lamberto non è il tipo che si siede su ciò che funziona. Vuole capire cosa succede se cambia la fermentazione, se affina in anfora, se lascia che il vino trovi da solo la propria strada. Già, ma con un filo che tiene insieme tutto: la franchezza. Sia sulla fermentazione spontanea che con lieviti selezionati, nei miei bianchi non sentirai mai frutta tropicale, ananas, cose strane. Sono vini riconducibili al vigneto. Non amo le mode create con quei lieviti molto dolci, profumati, che stancano subito. Cerco la rusticità. Vini croccanti, con nervo. La parola rusticità torna più volte e Lamberto ci tiene a precisare Non ruvidi. Croccanti. Che abbiano nervo. È una distinzione importante, e vale la pena fermarsi. Nel dibattito contemporaneo sul vino naturale, dove la rusticità è diventata spesso un’estetica, quasi un costume ideologico, Lamberto occupa una posizione più sfumata e più difficile: vuole vini franchi, territoriali, non manipolati, ma anche puliti, riconoscibili, senza difetti che si spaccino per carattere. Non amo le volatili alte. Una leggera può rendermi simpatico un vino, può piacermi. Ma la linea è molto sottile. Solo vitigni autoctoni: Montepulciano, Pecorino, Passerina, Trebbiano. Nessuna uva comprata, nessun vino acquisito dall’esterno. Se dovessi imbottigliare uve che non ho visto nascere, farei fatica a parlartene. Non saprei cosa raccontarti. Ogni vino nasce sempre dallo stesso vigneto, con la stessa lavorazione così da fare in modo che chi lo consuma negli anni riesce sempre a riconoscerlo. Come se avesse una carta d’identità. Quattro le linee con la San Michele che ne costituisce il cuore fatto di Montepulciano e Trebbiano. Sono i vini dell’inizio, quelli che, chi conosce Centorame da vent’anni, riconosce ancora senza esitare. Il Pecorino, primo vigneto reimpiantato nel 2003, si colloca vicino per carattere e filosofia. Tua Pina Pecorino Colli Aprutini IGT Lamberto lo ha dedicato a sua moglie Pina. È un vino che ha un affetto dentro e forse per questo sa essere così diretto, così senza filtri. Il Pecorino è il vitigno bianco abruzzese che negli ultimi anni ha conquistato il mercato con la sua esuberanza aromatica. Lamberto lo pianta vicino al fiume Vomano, dove l’escursione termica lo favorisce, lo preserva, gli dà nervo. Solo acciaio e una mano ferma. Nel bicchiere è paglierino chiaro, quasi brillante. Al naso è immediato e generoso: agrumi verdi, un tocco di frutta tropicale che non scade mai nel banale, fiori bianchi, gelsomino, tè con una sottile nota sapida che anticipa il sorso. In bocca è sinuoso, la vena acida vivace ma non tagliente, la struttura morbida la accompagna senza sopraffarla. Finale sapido che si prolunga con garbo. È un bianco che sa essere piacevole senza essere facile. Cosa che non tutti i Pecorino riescono a mantenere. Nel 2017 è nata Liberamente: fermentazione spontanea, pied de cuve. Tre vini da Montepulciano, Cerasuolo, Trebbiano, nati dalla voglia di esplorare senza contaminare ciò che era già consolidato. Non volevo stravolgere quello che avevamo costruito. Chi ci conosce da più di vent’anni sa che non abbiamo mai cambiato linea. E questo lo apprezzano. Liberamente Trebbiano d’Abruzzo Qui le regole cambiano. La linea Liberamente nasce nel 2017 da una precisa volontà di separazione. Lamberto voleva esplorare la fermentazione spontanea senza toccare ciò che aveva costruito in vent’anni sulle linee classiche. Non sapeva esattamente cosa avrebbe ottenuto. Voleva scoprirlo. Il Trebbiano Liberamente fermenta con i soli lieviti indigeni del vigneto. Nessun innesco esterno, nessuna guida.Nessun solfito aggiunto. Nel bicchiere è giallo paglierino con riflessi verdognoli, vivace, con qualcosa di leggermente velato che dice subito di che cosa si tratta. Al naso ha una spontaneità che i vini condotti non hanno data dalle erbe aromatiche, dai fiori di campo, dalla frutta fresca con una lieve tensione fermentativa che svanisce presto lasciando posto a qualcosa di terra, di più vivo. In bocca è secco, diretto, con una freschezza acida che taglia pulita e una bevibilità quasi irresistibile. Non cerca complessità cerca la leggerezza come forma di verità, il vigneto che parla senza essere mediato. È il vino di Lamberto che si concede il lusso di non spiegarsi. Liberamente. Montepulciano d’Abruzzo 2021 Nel bicchiere è rosso rubino di bella intensità, luminoso nonostante la densità che promette. Al naso si presenta con una ruvidezza che non è difetto ma carattere. Anzi, è proprio di quella ruvidezza che questo vino fa la sua cifra stilistica. Ciliegia in apertura, poi prugna, fragola, e subito una vena erbacea intensa che percorre tutto come una corrente sotterranea. Poi arriva l’arancia rossa, una sanguinella decisa che si lega al vegetale in un intreccio fitto e affascinante. E quando pensi di aver capito il vino, spunta il mirtillo e con lui tutta la frutta nera, densa, quasi impenetrabile. Infine un sottofondo di incenso che trasforma il sorso in qualcosa di più arcano, di più antico. È un naso che trascina, che obbliga a tornare, che non si lascia esaurire in una sola olfazione. In bocca mantiene quella ruvidezza promessa, accompagnata da un frutto maturo che la ammorbidisce senza tradirla. Sembra quasi un succo di mirtillo scuro e denso. Avvolgente, caldo, masticabile. I tannini ci sono, si sentono. Sono piacevoli, quasi golosi, di quelli che riempiono la bocca senza stringerla. Il finale è lievemente amarognolo, un’ombra di cioccolato amaro che impreziosisce tutto e che, quasi inevitabilmente, chiama un altro sorso. È il vino di Lamberto che si concede il lusso di non spiegarsi. Niente mediazione, niente correzione. Solo la vigna che parla con la propria voce, ruvida e generosa, esattamente come lui aveva immaginato quella mattina del 2017 in cui ha deciso di lasciare che accadesse. Poi Castellum Vetus, la linea alta con affinamento in legno. Castellum Vetus Trebbiano d’Abruzzo DOC 2021 Giallo paglierino brillante, con quella luminosità che certi bianchi portano come una promessa silenziosa prima ancora che li avvicini. Il naso non si fa attendere: fichi maturi, pesca, frutti tropicali avvolti in vaniglia e miele, poi camomilla, erbette aromatiche e la noce moscata che lega tutto con la discrezione di chi conosce il proprio ruolo. È un profumo ricco senza essere invadente o opulento. Usa la grazia di chi sa trattenersi un istante prima di esagerare. In bocca è una sorpresa continua. Caldo, fresco, sapido, avvolgente come un abbraccio che non ti aspettavi. I quattordici gradi si sentono ma non pesano. Sono parte dell’architettura, non un eccesso. Pulisce la bocca e insieme la lascia vogliosa, come se ogni sorso preparasse il terreno per il successivo. I frutti tropicali tornano nel finale, sapidi, persistenti, con quella lunghezza che nei grandi bianchi non finisce mai davvero ma si dissolve lentamente, lasciando il segno. L’ho abbinato a dei ravioli di gambero e il matrimonio era degno di entrambi. Questo Trebbiano è uno di quei vini che non hanno bisogno di cibo per giustificarsi. Sa di ricchezza fine e delicata, di eleganza senza strafare, di un territorio che ha qualcosa da dire e di un uomo che sa come farglielo dire. Non è un vino semplice. È un vino impegnato, di quelli che ti abbraccia e non ti lascia andare. Castellum Vetus Montepulciano d’Abruzzo Colline Teramane DOCG 2019 Prima ancora di portarlo al naso, ti ferma il colore. Rosso Urbino in una tonalità profonda, quasi imperiale, che certi rossi abruzzesi raggiungono quando il Montepulciano è fatto sul serio. Impenetrabile così che sembra un mare scuro e senza fondo. Eppure è brillante. Ben fatto, ben curato. La densità qui non è torbidezza, è sostanza. Al naso emerge un sottobosco intricato e seducente. Ciliegia, prugna, arancia, poi una vena vegetale fresca che attraversa tutto come un sentiero tra i rovi. Proprio lì, in quei rovi immaginari, trovi more, lamponi, ribes, frutti selvatici che non chiedono il permesso. Poi la liquirizia, il pepe, i chiodi di garofano, la viola, il cardamomo. Infine, quasi in fondo, il cioccolato fondente, scuro, serio, necessario. In bocca è un vino che occupa ogni angolo. Tannico, caldo, secco, pieno di sé nel senso migliore possibile. La parte vegetale emerge forte e rinfresca, dà struttura, richiama il verde dei vigneti argillosi di Casoli. Il finale è amarognolo con una nota mandorlata che non disturba, anzi intriga, e una sapidità quasi ferrosa che racconta il terreno da cui viene. Denso, minerale, gagliardo. Un vino che ha bisogno di ossigeno, di tempo, di contemplazione. Di quelli che apri un’ora prima e trovi ancora in evoluzione nell’ultimo sorso. Uno di quei vini, insomma, che hanno bisogno di sgorgare. E quando finalmente sgorgano, riempiono tutto. Poi le Scuderie Ducali, pensate per la ristorazione e per i mercati che cercano qualcosa di più accessibile. Infine c’è lo spumante. Un metodo classico da Pecorino in purezza prodotto in sole quattromila bottiglie, ottanta percento venduto in regione. In Abruzzo lo conoscono tutti, è considerato il metodo classico più interessante dai clienti più attenti. Fuori regione è più difficile: ti presenti con uno spumante da Pecorino e qualcuno storce il naso. Ha ragione. Il pregiudizio geografico nel vino è duro a morire. L’Abruzzo non è la Franciacorta, non è il Trentino. Ma chi ha assaggiato, ad una degustazione AIS, come me una Anna Sofia dopo ottanta mesi sui lieviti, sa già che certi confini mentali vanno rivisti. Lotta integrata, colonnina meteo, e il rifiuto dell’ideologia Biologico, biodinamico, naturale, lotta integrata. Chissà cos’altro. Sono diventatei categorie identitarie legate a tribù con propri dogmi e proprie scomuniche, Lamberto si colloca in un punto scomodo e lucido allo stesso tempo. Una zona d’ombra che unisce alla lotta integrata, la vera consapevolezza ambientale che non ha bisogno di etichette. Non sono un talebano. Se c’è un’annata difficile, devo avere il paracadute. È nelle annate normali che si può apprezzare la differenza che, nel caso di Lamberto, vuol dire pochissimi interventi: alghe, olio d’arancio, sovescio. Molti prodotti del biologico, senza esserlo ufficialmente. Una questione di famiglia, questa. Mio padre voleva passare al biologico. Io gli dicevo aspetta, guarda: abbiamo passato quell’annata difficile, è andata. Il biologico dipende anche da cosa fanno i tuoi vicini. Puoi essere il più bravo dei biologici, ma se intorno a te nessuno lo è, non ti serve a niente. Come dargli torto? Spesso ci sono agricoltori che si convertono al biologico quando tutto intorno usano la chimica. Per quanto possano vantarsi di essere rispettosi dell’ambiente sarebbe come vivere su un atollo caraibico in un mare fatto sporco da petrolio. Ovvio che la contaminazione è sicura. L’approccio pragmatico consente anche di usare la tecnologia per prevenire più che curare. Nel caso di Lamberto, hanno installato una colonnina meteo che si interfaccia con un software: bagnatura fogliare, pressione delle spore, direzione del vento. Alla fine della stagione risparmio almeno un trattamento. Tratto solo quando serve, non secondo il calendario. C’è in questo approccio qualcosa di più maturo di molte posizioni che sento in giro. L’onestà di chi sa che la coscienza vale più della certificazione, e che il rispetto per la terra non si misura con il bollino. I figli, il futuro, il paesino con il mare e la montagna Quattro figli. Il grande ha sedici anni, è al terzo anno dello scientifico, è indeciso tra veterinaria e medicina. È quello più lontano dall’azienda, penso. Poi due gemelli, maschio e femmina. E il piccolo di sei anni. Spero che almeno uno abbia la passione. Se non ce l’ha, gli dico di non farlo. Si ferma. Qui ci vuole un produttore, non un imprenditore. Devi amare tutto: la vigna, la cantina, il cliente, la storia. Non puoi delegare il cuore di quello che fai. Produttore e imprenditore. Una distinzione che sembra stargli a cuore. L’imprenditore ha investito nel vino, magari fa altro, si confronta con l’agronomo e con l’enologo che gli dicono magari cosa fare. È un lavoro diverso. Nella mia azienda ci vuole qualcuno che sappia tutto, che segua tutto, che ci metta le mani. Se i figli si appassionano, sarei contento. Se hanno la fortuna di poter fare quello che amano, il mio consiglio è di farlo. L’ho fatto io. Non me ne sono pentito. Poi, con quell’ironia che affiora sempre al momento giusto Però se tornano tutti e quattro, lì son cazzi. Quattordici vini divisi per quattro figli. Potrebbe anche funzionare. Casoli è un paese piccolo. Il mare è a dieci minuti. Il Gran Sasso a cinquanta. Ho le mie galline, ammazziamo il maiale, facciamo le salsicce. Non ho mai mangiato un pollo del supermercato, non esiste. Per noi sono cose normali. Ma quando viene un turista e vede la gallina razzolare, rimane a bocca aperta. È il paradosso di chi è cresciuto in un luogo che gli altri chiamano privilegio e che lui chiama semplicemente vita. C’è un fenomeno che osservo con sempre maggiore frequenza, in questi anni: il ritorno. Figli che se ne erano andati, che avevano bisogno di fare altro, di vedere altro, e che adesso tornano. Soprattutto dopo il COVID, come se quell’esperienza collettiva avesse rimescolato le priorità, riportato il corpo al centro, restituito valore alle cose che si toccano, che si annusano, che crescono lentamente. Lamberto lo vede anche lui, e lo dice con una soddisfazione tranquilla Tornano. E fanno bene. C’è da divertirsi, c’è da lavorare, c’è da stare bene. Stare bene. Forse oggi non si sa più cosa sia il benessere. Non si sa se sia una categoria di consumo, una app, un abbonamento, una routine da ottimizzare. Servirebbe qualcosa di maggiormente radicale. Stare bene vuol dire che sei nel posto giusto, a fare la cosa giusta, con le mani che sanno già dove andare. Con la testa che pensa alle cose da fare per la propria vita. Non per quella degli altri. Nella prima fase ero più giovane, mi sono divertito, ho viaggiato. No, quella non la cambierei. Forse alcune scelte commerciali, col senno di poi. Ma stilisticamente, sul lavoro, no. Non cambierei niente. È il pensiero di un uomo che ha fatto pace con la propria storia. Non perché tutto sia andato bene visto che un anno nero lo ricorda bene. Ma perché quello che ha costruito ha senso, ha radici, ha un nome che suona bene e che porta i nomi di chi ha amato. Lamberto Vannucci fa vino come fa tutto il resto: con le mani dentro, con la testa libera, con quella particolare forma di incoscienza che non è leggerezza ma è coraggio. Il coraggio di chi sa che il risultato arriverà dopo, sempre più tardi di quanto si vorrebbe. Intanto, continua a piantare e a sognare. Ha forse capito che non si tratta di scegliere una strada nuova, ma di riconoscersi in qualcosa che viene da prima. Come la terra del nonno, il lavoro del padre, un’identità che non si inventa ma si eredita e si onora. “Solo nella tradizione è il mio amore” potrebbe essere la frase di Lamberto stesso, parlando dei suoi vitigni autoctoni, del suo rifiuto delle mode, della sua fedeltà a un modo di fare vino che non cambia da vent’anni. Ivan Vellucci – Suggestioni di Vino
ivan.vellucci@winetalesmagazine.com Mi trovi su Instagram come @ivan_1969
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Pier Paolo Pasolini, dalla poesia 10 giugno Non so se vi sia mai capitato di capire come ci sia un momento nella vita in cui smetti di scegliere e inizi semplicemente a riconoscere. Riconoscere le cose, i fatti, i ricordi. Fin anche le persone. Come se le cose tutto fosse sempre stato lì, ad aspettarti. Erano sempre li solo che non ci badavi. Li, sempre al solito posto. Li dove sono sempre state. Certe persone le capisci subito. Non da quello che dicono, ma da come lo dicono. Forse dalla velocità con cui passano da un pensiero all’altro, dall’entusiasmo che non riescono a tenere a bada, da quella particolare forma di irrequietezza che pensi essere è ansia ma è fame. Fame di fare, di provare, di sbagliare e ricominciare. Lamberto Vannucci è così. Parla di vino e ti ritrovi a parlare di galline, di spumante in anfora, di suo padre, di quattro figli, di un maiale da ammazzare per fare le salsicce. Segui il filo, perché c’è sempre un filo, anche quando sembra che non ci sia un filo. Alla fine capisci che si sta parlando di una sola cosa: di una vita costruita intorno a un’idea precisa di come si vuole stare al mondo. Lamberto conduce Centorame, cantina di Casoli, in provincia di Teramo, nel cuore di quell’Abruzzo che da un lato guarda l’Appennino abruzzese e dall’altro sente il mare. Tredici ettari vitati, quattro figli, quattordici etichette. Un’altra in arrivo l’anno prossimo. Lo dice quasi scusandosi, ma gli occhi ridono. L’uomo che si annoia facilmente Nelle storie che vale la pena raccontare c’è quasi sempre una rottura. Un momento in cui qualcosa finisce e qualcos’altro comincia. Di più vero, di più necessario. Per Lamberto quella rottura ha la forma silenziosa di una scrivania abbandonata. L’azienda agricola di famiglia esisteva dal 1987. Uliveto, frutteti, ciliegie, susine, albicocche. Suo padre aveva anche terreni in affitto nella vallata del Vomano, dove coltivava tabacco. Il vino era ancora una cosa laterale, quasi un gioco domestico. Lamberto studiava, si preparava a una carriera nell’ambito commerciale. Poi, nel 2001, qualcosa si è mosso. O si è rotto. Nel 2001 feci delle piccole vinificazioni, così, per giocare. Ero appassionato di vino. Poi nel 2002 mi sono buttato completamente. Ho lasciato l’università e mi sono dedicato all’azienda. Senza un evento preciso, una scintilla. Niente di tutto ciò. Nemmeno un trauma. Un motivo scatenante. No. Forse un po’ più la noia. A me piace fare, sperimentare. L’ufficio non faceva per me. La noia come motore. Non è la prima volta che lo sento da chi ha trasformato un’intuizione in vocazione. Colgo qualcosa di disarmante e onesto in questa risposta. Nessuna narrazione eroica, nessun richiamo mistico alla terra. Solo la consapevolezza, silenziosa e definitiva, che una certa vita non bastava. La vita di prima. Quella che nemmeno si ricorda. Mentre Lamberto parla, capisco che la noia di cui parla non è pigrizia. È esattamente il suo contrario. È l’insofferenza di chi ha bisogno di troppo spazio per stare fermo. Lo capisci da come descrive sé stesso oggi, a quarantasette anni, con un’azienda avviata e riconosciuta. Ho tredici etichette. Ne arriverà un’altra. Ho un’anfora con la quale voglio fare un Cerasuolo Superiore. Voglio provare una base spumante in anfora. Secondo me verrebbe un prodotto interessantissimo. Si ferma un secondo. Come se capisse che quel numero, 13, è qualcosa di eccessivo. Troppe etichette. Troppe da gestire. Lo so che sono tante. Ma mi sta stretto. Gli fa eco, involontariamente, una frase che ha detto poco prima parlando dei suoi inizi. Se avessi saputo a cosa andavo contro, forse ci avrei pensato due volte. Ma le belle avventure nascono per passione e per incoscienza. Questa è incoscienza e Lamberto lo sa benissimo. Incoscienza che è al tempo stesso il suo motore e il suo rischio. Quattordici etichette su tredici ettari significano una gestione della cantina di complessità quasi maniacale. Ogni vino nasce da un vigneto specifico, che non si cambia nel tempo. Le masse vanno tenute separate dalla vendemmia. Il magazzino si riempie di bottiglie diverse, cartoni diversi, formati diversi. Il problema non è nemmeno tanto vendere i prodotti. Il problema è separare le masse in cantina durante la vendemmia. Se avessi più spazio, lo spumante rosé l’avrei già fatto. Lo spazio in cantina. Quello mi frena. Suo padre, la vigna, le mani Quando Lamberto ha lasciato i libri, il lavoro agronomico era già in mani sicure: quelle di suo padre. Un uomo senza studi accademici ma con quella competenza che si accumula nei decenni, nell’osservazione diretta, nell’errore corretto, nel ritmo delle stagioni. Lui curava tutto. Veniva dai frutteti, aveva gestito colture diverse, venduto alla grande distribuzione. Era molto preparato. L’esperienza insegna. In cantina, invece, Lamberto ha imparato da solo. O quasi. Un enologo al suo fianco fin dal primo anno, con una presenza via via più discreta. Un consulente, precisa, non un direttore. Lui mi dice quello che voglio fare e mi accompagna su quello che voglio ottenere. Non si impone. L’avrei fatto impazzire con quattordici vini. Per dodici anni ha lavorato fisicamente in cantina, dalla ricezione delle uve fino all’imbottigliamento. Oggi quel lavoro lo condivide con due collaboratori fidati, uno dei quali è con lui da trent’anni. L’ho formato io. Adesso forma lui. In questa frase alberga la stessa logica che governa il vigneto: ciò che ricevi lo restituisci, ciò che impari lo trasmetti. La continuità non è conservazione. È movimento lento, misurato, consapevole. Rimane una zona in cui Lamberto non delega niente: la lavorazione dei vini bianchi. Lì ci sono solo io. È un momento più delicato. I bianchi vanno pianificati prima della fermentazione, va gestito tutto con attenzione. I rossi, deraspi, pigia, butti in vasca, sono più semplici, relativamente. I bianchi no. Lamberto non abbandona la complessità agli altri. La complessità la cerca, la vuole, la gestisce. Delega solo quello che può permettersi di delegare. Centorame: il nome, la madre, lo spumante Centorame. Il nome ha una storia che Lamberto racconta quasi di passaggio, come se fosse ovvio. Ma non lo è affatto. L’azienda era intestata alla madre, AnnaMaria. Suo padre non poteva esserne il titolare principale. Fino al 2005 si chiamava Azienda Agricola Centorame di Vannucci AnnaMaria. Poi, quando Lamberto ha affittato l’azienda dalla madre, ha cambiato il nome. Solo che Centorame è rimasto. Vannucci non suona bene. È poi era giusto così. Una azienda, la mamma, il papà, una sorella. Sembra che si sviluppi tutto. Invece crolla. Crolla quando prima muore il padre e un mese dopo la sorella. La perdita che arriva doppia, senza respiro tra un colpo e l’altro. È stato un anno nero, Parole semplici e nette. Parole che rivelano ed evidenziano il tutto. Non lasciano niente altro da aggiungere. Non serve. È un tipo di lutto che non si spiega. Si riconosce soltanto. Si ricordano i momenti belli. Gli aneddoti. Suo padre, quando era ancora in vita, raccontava a chiunque venisse a comprare il vino la storia di come era nata quella cantina. Passava ore intera con gli acquirenti. Tutti me lo dicono. Che passava il pomeriggio a raccontare. Con orgoglio. Quando tornano quelle stesse persone a comprare il vino, me lo dicono ancora. Una frase interrotta dalle pause. Come se sperasse che fosse il padre ad intromettersi nei ricordi. Un padre che custodisce la storia mentre il figlio costruisce il vino. Due ruoli complementari, due modi diversi di amare la stessa cosa. Lo spumante porta il nome della madre, Anna Sofia. Mia figlia si chiama uguale. Quindi lo spumante è per entrambe. Vediamo fino a quando regge. Ride. Ma dietro quella risata c’è qualcosa di tenero e di saldo insieme. È il modo con cui certi uomini portano l’affetto senza mostrarlo del tutto, lasciandolo intuire negli angoli delle frasi. Quelle bollicine Pas Dosè che mi hanno fatto conoscere la qualità di questa azienda. Ero ad una degustazione AIS per le bollicine e mi sono imbattuto in questo Pecorino. Nell’articolo scrissi qualcosa che mi è ancora rimasto in mente: Anna ha quella grassa essenziale schiettezza propria dell’Abruzzo. Un sorso che non tradisce. Una sensazione di appagamento che non c’è e che costringe a finire la bottiglia I vini: franchezza come manifesto Quattordici etichette. Quando glielo faccio notare lui non si scusa. Lo so. Sono tante. Ma ognuna ha una ragione. E la ragione, alla fine, è sempre la stessa: la curiosità. Lamberto non è il tipo che si siede su ciò che funziona. Vuole capire cosa succede se cambia la fermentazione, se affina in anfora, se lascia che il vino trovi da solo la propria strada. Già, ma con un filo che tiene insieme tutto: la franchezza. Sia sulla fermentazione spontanea che con lieviti selezionati, nei miei bianchi non sentirai mai frutta tropicale, ananas, cose strane. Sono vini riconducibili al vigneto. Non amo le mode create con quei lieviti molto dolci, profumati, che stancano subito. Cerco la rusticità. Vini croccanti, con nervo. La parola rusticità torna più volte e Lamberto ci tiene a precisare Non ruvidi. Croccanti. Che abbiano nervo. È una distinzione importante, e vale la pena fermarsi. Nel dibattito contemporaneo sul vino naturale, dove la rusticità è diventata spesso un’estetica, quasi un costume ideologico, Lamberto occupa una posizione più sfumata e più difficile: vuole vini franchi, territoriali, non manipolati, ma anche puliti, riconoscibili, senza difetti che si spaccino per carattere. Non amo le volatili alte. Una leggera può rendermi simpatico un vino, può piacermi. Ma la linea è molto sottile. Solo vitigni autoctoni: Montepulciano, Pecorino, Passerina, Trebbiano. Nessuna uva comprata, nessun vino acquisito dall’esterno. Se dovessi imbottigliare uve che non ho visto nascere, farei fatica a parlartene. Non saprei cosa raccontarti. Ogni vino nasce sempre dallo stesso vigneto, con la stessa lavorazione così da fare in modo che chi lo consuma negli anni riesce sempre a riconoscerlo. Come se avesse una carta d’identità. Quattro le linee con la San Michele che ne costituisce il cuore fatto di Montepulciano e Trebbiano. Sono i vini dell’inizio, quelli che, chi conosce Centorame da vent’anni, riconosce ancora senza esitare. Il Pecorino, primo vigneto reimpiantato nel 2003, si colloca vicino per carattere e filosofia. Tua Pina Pecorino Colli Aprutini IGT Lamberto lo ha dedicato a sua moglie Pina. È un vino che ha un affetto dentro e forse per questo sa essere così diretto, così senza filtri. Il Pecorino è il vitigno bianco abruzzese che negli ultimi anni ha conquistato il mercato con la sua esuberanza aromatica. Lamberto lo pianta vicino al fiume Vomano, dove l’escursione termica lo favorisce, lo preserva, gli dà nervo. Solo acciaio e una mano ferma. Nel bicchiere è paglierino chiaro, quasi brillante. Al naso è immediato e generoso: agrumi verdi, un tocco di frutta tropicale che non scade mai nel banale, fiori bianchi, gelsomino, tè con una sottile nota sapida che anticipa il sorso. In bocca è sinuoso, la vena acida vivace ma non tagliente, la struttura morbida la accompagna senza sopraffarla. Finale sapido che si prolunga con garbo. È un bianco che sa essere piacevole senza essere facile. Cosa che non tutti i Pecorino riescono a mantenere. Nel 2017 è nata Liberamente: fermentazione spontanea, pied de cuve. Tre vini da Montepulciano, Cerasuolo, Trebbiano, nati dalla voglia di esplorare senza contaminare ciò che era già consolidato. Non volevo stravolgere quello che avevamo costruito. Chi ci conosce da più di vent’anni sa che non abbiamo mai cambiato linea. E questo lo apprezzano. Liberamente Trebbiano d’Abruzzo Qui le regole cambiano. La linea Liberamente nasce nel 2017 da una precisa volontà di separazione. Lamberto voleva esplorare la fermentazione spontanea senza toccare ciò che aveva costruito in vent’anni sulle linee classiche. Non sapeva esattamente cosa avrebbe ottenuto. Voleva scoprirlo. Il Trebbiano Liberamente fermenta con i soli lieviti indigeni del vigneto. Nessun innesco esterno, nessuna guida.Nessun solfito aggiunto. Nel bicchiere è giallo paglierino con riflessi verdognoli, vivace, con qualcosa di leggermente velato che dice subito di che cosa si tratta. Al naso ha una spontaneità che i vini condotti non hanno data dalle erbe aromatiche, dai fiori di campo, dalla frutta fresca con una lieve tensione fermentativa che svanisce presto lasciando posto a qualcosa di terra, di più vivo. In bocca è secco, diretto, con una freschezza acida che taglia pulita e una bevibilità quasi irresistibile. Non cerca complessità cerca la leggerezza come forma di verità, il vigneto che parla senza essere mediato. È il vino di Lamberto che si concede il lusso di non spiegarsi. Liberamente. Montepulciano d’Abruzzo 2021 Nel bicchiere è rosso rubino di bella intensità, luminoso nonostante la densità che promette. Al naso si presenta con una ruvidezza che non è difetto ma carattere. Anzi, è proprio di quella ruvidezza che questo vino fa la sua cifra stilistica. Ciliegia in apertura, poi prugna, fragola, e subito una vena erbacea intensa che percorre tutto come una corrente sotterranea. Poi arriva l’arancia rossa, una sanguinella decisa che si lega al vegetale in un intreccio fitto e affascinante. E quando pensi di aver capito il vino, spunta il mirtillo e con lui tutta la frutta nera, densa, quasi impenetrabile. Infine un sottofondo di incenso che trasforma il sorso in qualcosa di più arcano, di più antico. È un naso che trascina, che obbliga a tornare, che non si lascia esaurire in una sola olfazione. In bocca mantiene quella ruvidezza promessa, accompagnata da un frutto maturo che la ammorbidisce senza tradirla. Sembra quasi un succo di mirtillo scuro e denso. Avvolgente, caldo, masticabile. I tannini ci sono, si sentono. Sono piacevoli, quasi golosi, di quelli che riempiono la bocca senza stringerla. Il finale è lievemente amarognolo, un’ombra di cioccolato amaro che impreziosisce tutto e che, quasi inevitabilmente, chiama un altro sorso. È il vino di Lamberto che si concede il lusso di non spiegarsi. Niente mediazione, niente correzione. Solo la vigna che parla con la propria voce, ruvida e generosa, esattamente come lui aveva immaginato quella mattina del 2017 in cui ha deciso di lasciare che accadesse. Poi Castellum Vetus, la linea alta con affinamento in legno. Castellum Vetus Trebbiano d’Abruzzo DOC 2021 Giallo paglierino brillante, con quella luminosità che certi bianchi portano come una promessa silenziosa prima ancora che li avvicini. Il naso non si fa attendere: fichi maturi, pesca, frutti tropicali avvolti in vaniglia e miele, poi camomilla, erbette aromatiche e la noce moscata che lega tutto con la discrezione di chi conosce il proprio ruolo. È un profumo ricco senza essere invadente o opulento. Usa la grazia di chi sa trattenersi un istante prima di esagerare. In bocca è una sorpresa continua. Caldo, fresco, sapido, avvolgente come un abbraccio che non ti aspettavi. I quattordici gradi si sentono ma non pesano. Sono parte dell’architettura, non un eccesso. Pulisce la bocca e insieme la lascia vogliosa, come se ogni sorso preparasse il terreno per il successivo. I frutti tropicali tornano nel finale, sapidi, persistenti, con quella lunghezza che nei grandi bianchi non finisce mai davvero ma si dissolve lentamente, lasciando il segno. L’ho abbinato a dei ravioli di gambero e il matrimonio era degno di entrambi. Questo Trebbiano è uno di quei vini che non hanno bisogno di cibo per giustificarsi. Sa di ricchezza fine e delicata, di eleganza senza strafare, di un territorio che ha qualcosa da dire e di un uomo che sa come farglielo dire. Non è un vino semplice. È un vino impegnato, di quelli che ti abbraccia e non ti lascia andare. Castellum Vetus Montepulciano d’Abruzzo Colline Teramane DOCG 2019 Prima ancora di portarlo al naso, ti ferma il colore. Rosso Urbino in una tonalità profonda, quasi imperiale, che certi rossi abruzzesi raggiungono quando il Montepulciano è fatto sul serio. Impenetrabile così che sembra un mare scuro e senza fondo. Eppure è brillante. Ben fatto, ben curato. La densità qui non è torbidezza, è sostanza. Al naso emerge un sottobosco intricato e seducente. Ciliegia, prugna, arancia, poi una vena vegetale fresca che attraversa tutto come un sentiero tra i rovi. Proprio lì, in quei rovi immaginari, trovi more, lamponi, ribes, frutti selvatici che non chiedono il permesso. Poi la liquirizia, il pepe, i chiodi di garofano, la viola, il cardamomo. Infine, quasi in fondo, il cioccolato fondente, scuro, serio, necessario. In bocca è un vino che occupa ogni angolo. Tannico, caldo, secco, pieno di sé nel senso migliore possibile. La parte vegetale emerge forte e rinfresca, dà struttura, richiama il verde dei vigneti argillosi di Casoli. Il finale è amarognolo con una nota mandorlata che non disturba, anzi intriga, e una sapidità quasi ferrosa che racconta il terreno da cui viene. Denso, minerale, gagliardo. Un vino che ha bisogno di ossigeno, di tempo, di contemplazione. Di quelli che apri un’ora prima e trovi ancora in evoluzione nell’ultimo sorso. Uno di quei vini, insomma, che hanno bisogno di sgorgare. E quando finalmente sgorgano, riempiono tutto. Poi le Scuderie Ducali, pensate per la ristorazione e per i mercati che cercano qualcosa di più accessibile. Infine c’è lo spumante. Un metodo classico da Pecorino in purezza prodotto in sole quattromila bottiglie, ottanta percento venduto in regione. In Abruzzo lo conoscono tutti, è considerato il metodo classico più interessante dai clienti più attenti. Fuori regione è più difficile: ti presenti con uno spumante da Pecorino e qualcuno storce il naso. Ha ragione. Il pregiudizio geografico nel vino è duro a morire. L’Abruzzo non è la Franciacorta, non è il Trentino. Ma chi ha assaggiato, ad una degustazione AIS, come me una Anna Sofia dopo ottanta mesi sui lieviti, sa già che certi confini mentali vanno rivisti. Lotta integrata, colonnina meteo, e il rifiuto dell’ideologia Biologico, biodinamico, naturale, lotta integrata. Chissà cos’altro. Sono diventatei categorie identitarie legate a tribù con propri dogmi e proprie scomuniche, Lamberto si colloca in un punto scomodo e lucido allo stesso tempo. Una zona d’ombra che unisce alla lotta integrata, la vera consapevolezza ambientale che non ha bisogno di etichette. Non sono un talebano. Se c’è un’annata difficile, devo avere il paracadute. È nelle annate normali che si può apprezzare la differenza che, nel caso di Lamberto, vuol dire pochissimi interventi: alghe, olio d’arancio, sovescio. Molti prodotti del biologico, senza esserlo ufficialmente. Una questione di famiglia, questa. Mio padre voleva passare al biologico. Io gli dicevo aspetta, guarda: abbiamo passato quell’annata difficile, è andata. Il biologico dipende anche da cosa fanno i tuoi vicini. Puoi essere il più bravo dei biologici, ma se intorno a te nessuno lo è, non ti serve a niente. Come dargli torto? Spesso ci sono agricoltori che si convertono al biologico quando tutto intorno usano la chimica. Per quanto possano vantarsi di essere rispettosi dell’ambiente sarebbe come vivere su un atollo caraibico in un mare fatto sporco da petrolio. Ovvio che la contaminazione è sicura. L’approccio pragmatico consente anche di usare la tecnologia per prevenire più che curare. Nel caso di Lamberto, hanno installato una colonnina meteo che si interfaccia con un software: bagnatura fogliare, pressione delle spore, direzione del vento. Alla fine della stagione risparmio almeno un trattamento. Tratto solo quando serve, non secondo il calendario. C’è in questo approccio qualcosa di più maturo di molte posizioni che sento in giro. L’onestà di chi sa che la coscienza vale più della certificazione, e che il rispetto per la terra non si misura con il bollino. I figli, il futuro, il paesino con il mare e la montagna Quattro figli. Il grande ha sedici anni, è al terzo anno dello scientifico, è indeciso tra veterinaria e medicina. È quello più lontano dall’azienda, penso. Poi due gemelli, maschio e femmina. E il piccolo di sei anni. Spero che almeno uno abbia la passione. Se non ce l’ha, gli dico di non farlo. Si ferma. Qui ci vuole un produttore, non un imprenditore. Devi amare tutto: la vigna, la cantina, il cliente, la storia. Non puoi delegare il cuore di quello che fai. Produttore e imprenditore. Una distinzione che sembra stargli a cuore. L’imprenditore ha investito nel vino, magari fa altro, si confronta con l’agronomo e con l’enologo che gli dicono magari cosa fare. È un lavoro diverso. Nella mia azienda ci vuole qualcuno che sappia tutto, che segua tutto, che ci metta le mani. Se i figli si appassionano, sarei contento. Se hanno la fortuna di poter fare quello che amano, il mio consiglio è di farlo. L’ho fatto io. Non me ne sono pentito. Poi, con quell’ironia che affiora sempre al momento giusto Però se tornano tutti e quattro, lì son cazzi. Quattordici vini divisi per quattro figli. Potrebbe anche funzionare. Casoli è un paese piccolo. Il mare è a dieci minuti. Il Gran Sasso a cinquanta. Ho le mie galline, ammazziamo il maiale, facciamo le salsicce. Non ho mai mangiato un pollo del supermercato, non esiste. Per noi sono cose normali. Ma quando viene un turista e vede la gallina razzolare, rimane a bocca aperta. È il paradosso di chi è cresciuto in un luogo che gli altri chiamano privilegio e che lui chiama semplicemente vita. C’è un fenomeno che osservo con sempre maggiore frequenza, in questi anni: il ritorno. Figli che se ne erano andati, che avevano bisogno di fare altro, di vedere altro, e che adesso tornano. Soprattutto dopo il COVID, come se quell’esperienza collettiva avesse rimescolato le priorità, riportato il corpo al centro, restituito valore alle cose che si toccano, che si annusano, che crescono lentamente. Lamberto lo vede anche lui, e lo dice con una soddisfazione tranquilla Tornano. E fanno bene. C’è da divertirsi, c’è da lavorare, c’è da stare bene. Stare bene. Forse oggi non si sa più cosa sia il benessere. Non si sa se sia una categoria di consumo, una app, un abbonamento, una routine da ottimizzare. Servirebbe qualcosa di maggiormente radicale. Stare bene vuol dire che sei nel posto giusto, a fare la cosa giusta, con le mani che sanno già dove andare. Con la testa che pensa alle cose da fare per la propria vita. Non per quella degli altri. Nella prima fase ero più giovane, mi sono divertito, ho viaggiato. No, quella non la cambierei. Forse alcune scelte commerciali, col senno di poi. Ma stilisticamente, sul lavoro, no. Non cambierei niente. È il pensiero di un uomo che ha fatto pace con la propria storia. Non perché tutto sia andato bene visto che un anno nero lo ricorda bene. Ma perché quello che ha costruito ha senso, ha radici, ha un nome che suona bene e che porta i nomi di chi ha amato. Lamberto Vannucci fa vino come fa tutto il resto: con le mani dentro, con la testa libera, con quella particolare forma di incoscienza che non è leggerezza ma è coraggio. Il coraggio di chi sa che il risultato arriverà dopo, sempre più tardi di quanto si vorrebbe. Intanto, continua a piantare e a sognare. Ha forse capito che non si tratta di scegliere una strada nuova, ma di riconoscersi in qualcosa che viene da prima. Come la terra del nonno, il lavoro del padre, un’identità che non si inventa ma si eredita e si onora. “Solo nella tradizione è il mio amore” potrebbe essere la frase di Lamberto stesso, parlando dei suoi vitigni autoctoni, del suo rifiuto delle mode, della sua fedeltà a un modo di fare vino che non cambia da vent’anni. Ivan Vellucci – Suggestioni di Vino
ivan.vellucci@winetalesmagazine.com Mi trovi su Instagram come @ivan_1969
16 Giugno, 2026
Adriano Marco e Vittorio. Una storia che sta sempre per iniziare
San Rocco Seno d’Elvio è una piccola frazione del Comune di Alba, l’unica area dell’Albese autorizzata a produrre Barbaresco insieme ai Comuni di Treiso, Barbaresco e Neive.
E’ anche uno dei luoghi più cari a Beppe Fenoglio, scrittore e anima inquieta delle Langhe e di Alba. A San Rocco Fenoglio trascorse gran parte della sua giovinezza, tra le morbide colline che scendono verso il torrente Seno d’Elvio, imparando a conoscere quella terra aspra e generosa che sarebbe poi diventata protagonista nelle sue pagine, in particolare nel romanzo “Una questione privata”.
Qui maturò il suo sguardo sul mondo tra vigne, cascine e sentieri, qui Fenoglio diventò partigiano, qui trovò nelle parole, come un altro grandissimo poeta soldato, Giuseppe Ungaretti, una forma di resistenza, di rifugio per l’anima. Questi luoghi sono la sua Geografia Sentimentale. A quel tempo così “maledetti”, segno di un destino fatto di miseria, di Malora, mentre oggi come contraltare così “benedetti”.
In mezzo ci sono tante storie di famiglie contadine, donne e uomini spesso lungimiranti, coraggiosi, che hanno trasformato un destino di sacrificio in una straordinaria eredità agricola e culturale.
E’ la storia di una famiglia che ha saputo far crescere il seme gettato agli inizi del secolo scorso da Giuseppe e sua moglie Teresa, che da mezzadri iniziarono la coltivazione della vite, vendendo la propria uva ad altre cantine e vinificandone una parte per il consumo familiare. Donne e uomini spesso lungimiranti proprio come Aldo, figlio di Giuseppe, e la moglie Maddalena che con grandi sacrifici lasciano la mezzadria per acquistare i primi terreni e quella che oggi è l’unica cascina indipendente di tutto l’albese posta in cima ad una collina, Cascina Mottura.
E’ la storia della famiglia Adriano
di Marco e Vittorio, figli di Aldo e Maddalena, che negli anni novanta del secolo scorso hanno raccolto i frutti di quel seme piantato dal nonno Giuseppe compiendo un passo decisivo: vinificare in proprio l’intera produzione aziendale, implementando le varietà coltivate ed acquistando altri terreni, sino ad arrivare ad oggi con oltre 50 ettari di proprietà di cui 30 vitati, 15 a noccioleti e 12 circa a carattere boschivo.
Con Emma siamo stati in cantina per conoscere meglio questa splendida realtà, in un soleggiato sabato di fine maggio abbiamo incontrato Michela Adriano, figlia di Vittorio e Grazia.
Michela sa come si fa!
Ha il sorriso sempre acceso e solare, la voglia di raccontare e negli occhi qualcosa che sembra stia sempre per iniziare, ti fa sentir bene, accolto. E in più è anche una Sbarbatella! Si, Sbarbatelle è una Associazione nata nel 2024 di giovani donne Under 40 produttrici di vino provenienti da tutta Italia, che pur appartenendo a territori e storie diverse condividono la stessa visione: raccogliere l’eredità ricevuta per portarla nel futuro.
Una generazione di donne cariche di energia, entusiasmo e soprattutto competenza.
Iniziamo con una passeggiata intorno alla cantina. Ai piedi della collina Mottura si trovano i filari di Sauvignon Blanc, man mano che si sale e l’esposizione al sole migliora lasciano spazio alle varietà a bacca rossa. Michela ci spiega anche il senso dei quindici ettari di noccioleti che circondano la proprietà. Non si tratta soltanto di una scelta produttiva: le nocciole e la vite hanno cicli vegetativi e periodi di maturazione complementari, permettendo di garantirsi e distribuire meglio il lavoro nel corso dell’anno e di diversificare le attività aziendali.
Ciò significa assicurarsi una manodopera specializzata e di lunga data, persone che ormai conoscono molto bene i bisogni delle piante, che tipo di interventi effettuare in una vigna piuttosto che in un’altra. Persone che oggi sono abituate a ragionare per qualità, per attenzione e rispetto delle viti.
Qui a San Rocco Seno d’Elvio si concentra la maggioranza dei vigneti aziendali, a Neive hanno però il loro Cru più importante, Basarin. 7 ettari di vigneti con pendenze che raggiungono anche il 40% ed essendo un terreno soggetto a smottamenti è stato eseguito un lavoro di tubazioni sotterranee per il drenaggio dell’acqua piovana che si sviluppa per sei kilometri. Di questi 7 ettari 5 sono dedicati al Nebbiolo per la produzione del celebre Barbaresco Basarin, gli altri due sono divisi tra Freisa e Barbera.
Raggiungiamo poi il cuore pulsante dell’azienda, la cantina, dove oltre ai fermentini di acciaio elevano i propri vini anche in botti grandi di legno, preferite alle barrique per una coerenza stilistica che li porta a prediligere una evoluzione la più delicata possibile.
Entrati nella sala degustazione Michela ci ricorda come lo scandalo del vino al metanolo di metà anni 80 del secolo scorso sia stato la Grande Occasione per le Langhe per reinventarsi.
Fino ad allora la maggior parte delle aziende che producevano uva la conferivano quasi per intero alle Cantine Sociali, poi lo scandalo del metanolo che ha avuto come epicentro la provincia di Cuneo, ha fatto crollare il consumo di vino prodotto in queste zone.
Da qui la scelta di numerose famiglie di iniziare a vinificare e commercializzare in proprio e la scelta di metterci la propria firma sulla bottiglia, non il nome di una Tenuta, di una Cascina o un nome di fantasia, ma quello della famiglia. Un gesto semplice ma potente che significava assumersi la responsabilità diretta di ciò che si produceva ed al contempo riconquistare il rapporto di fiducia con il consumatore.
E’ tempo di assaggiare…
Michela ci prepara Dudes, il loro metodo Charmat, un Charmat lungo di 12 mesi sui lieviti, una bollicina di Freisa, con una vendemmia anticipata anche di venti giorni rispetto alla Freisa vinificata in rosso. Il gioco è tutto sulla parte aromatica e sulla freschezza del frutto, è un rosè profumato e delicato nei piccoli frutti rossi e delicato anche in un sentore di rosa fresca. Noi lo abbiamo assaggiato ad una temperatura perfetta, l’acidità non troppo carica, la bollicina persistente ed elegante si, ma con le sneakers, è un vino che veste benissimo l’aggettivo “croccante”.
E’ un vino trasversale dall’aperitivo con salumi e formaggi servito freddo, ad accompagnare piatti più aristocratici servito a 10 gradi. Centro.
Il secondo vino è Ardì, un Moscato vinificato secco, acciaio e circa 5 mesi di battonage prima dell’imbottigliamento. Ci hanno colpito subito i sentori di erbe aromatiche ancora prima dei fiori e della frutta, ti fa capire che ha carattere e struttura, maggiorana e salvia sono li in prima fila, poi la frutta a polpa, albicocche, pesca gialla e melone, e sicuramente i fiori di acacia, camomilla e caprifoglio, al sorso trovi la conferma che è un vino di carattere, riscontri i profumi ma in versione secca, una buona acidità ed un finale tra l’agrume e la mandorla lo allungano per bene in bocca.
Il Sauvignon ci ha molto incuriosito, ed eccolo che arriva, Basaricò, forma dialettale di basilico, già si sente eccome. E’ stata una collaborazione con l’Università di Viticoltura ed Enologia di Udine che ha portato in azienda il Sauvignon, completo nei varietali del vitigno, erba tagliata, foglia di pomodoro, sambuco e l’immancabile bosso. In Basaricò primeggia senz’altro il basilico come sentore e subito dopo una intensa nota minerale, che è la caratteristica che lo differenzia dai molti Sauvignon assaggiati.
E’ un vino che ha preso il meglio da questi terreni, decisamente originale e legato al luogo da cui nasce.
Con il Dolcetto 2024 Aldo, dedicato al nonno, si apre la degustazione dei rossi. Il Dolcetto è uno dei vini preferiti da Michela, la 2024 in particolare.
“E’ proprio il Dolcetto come me l’ha sempre raccontato mio nonno. Ti bevi il Dolcetto d’Alba 2024 e sei felice.”
Sei felice perchè nel bicchiere hai la sensazione di bere un vino che è così da sempre, semplice, immediato nella frutta di ciliegie e prugna, con una punta di speziatura dolce, cannella, ed un grip tannico che solletica più che dar fastidio, è esattamente quel tipo di vino rosso che oggi tanto si propone fresco, da frigorifero, e che qui nelle Langhe esiste da sempre. Tanto generoso nel bouquet olfattivo quanto agile e fresco in bocca.
La Freisa 2021 Lice porta il soprannome dello zio Felice che in uno scambio di “favori” ha consentito la gestione della sua vigna di Barbaresco a patto che mantenessero anche quella della Freisa. E’ piaciuta talmente tanto che nel 2012 hanno deciso di piantare una seconda vigna che ora regala un vino di carattere, nella versione 2021 che abbiamo assaggiato, un vino decisamente gastronomico.
L’etimologia del nome deriverebbe dalla trasposizione dialettale di fragola, e quel tipo di frutto rosso piccolo c’è, ma anche melograno, lampone e ribes, con note più dolci come la ciliegia, ci sono tutti, tra i fiori prevale una bella violetta fresca, poi arrivano le spezie delicate come il pepe rosa ed il chiodo di garofano, ma come dicevamo è una delicatezza che nasconde grinta nel tannino, tant’è che la 2021 è l’unica annata che ha fatto botte grande per quattro mesi per ammansire l’esuberanza della parte tannica.
Un vino che sa farsi voler bene e che accompagna alla grande salumi e formaggi, esattamente come lo Charmat Dudes. I conti tornano!
Il prossimo vino è….un vino speciale
beh senz’altro perchè è davvero molto buono ed è una Barbera d’Alba Superiore, soprattutto perchè si chiama Tòiu.
Tòiu era il soprannome del padre di Michela, Vittorio, scomparso nel 2022.
“Per noi è sempre stato, diciamo, lo stereotipo del vino rosso italiano, quello che metti sulla tavola della domenica, che condividi con gli amici o la famiglia. Mio papà era uno che le tavole piaceva condividerle con tutti, quindi è un simbolo di quello.”
L’annata è proprio la 2022, difficile già di per se, complicata e secca, con una vendemmia giocata sull’anticipo rispetto alle annate tradizionali.
Acidità e zuccheri erano altissimi, quasi spinti al limite, ma come spesso mi sono sentito dire in cantina, nel far vino 2 + 2 non fa mai 4, si riesce a supporre, immaginare ma il risultato finale raramente è ciò che tu hai progettato. In fermentazione acidità e zuccheri sono inaspettatamente crollati autobilanciandosi, e il risultato è una Barbera d’Alba Superiore vivace e beverina, con dei tannini setosi, dove il frutto per dirla alla Michela “è una caramella” bilanciata dall’acidità.
Vero.
Una confettura di more con una spinta dettata anche dalla speziatura pungente di pepe, una leggera nota balsamica lo rende quasi dissetante con un assetto verticale in bocca.
Peraltro con Emma qualche giorno prima della visita in cantina abbiamo aperto la loro Barbera d’Alba Superiore 2019 ed il raffronto è stato immediato: la 2019, sarà di certo anche per i tre anni in più di affinamento in bottiglia, ci è subito sembrata più morbida e calda, con i terziari in evidenza rispetto alla 2022, liquirizia, cacao e tabacco. Insomma, 2 + 2 non farà mai 4, almeno nel far vino.
Gli ultimi tre assaggi
sono i loro tre Barbaresco: Sanadaive, Basarin e Basarin Riserva.
Il Sanadaive 2021 è un blend di due vigneti che si trovano a San Rocco Seno d’Elvio, deve il suo nome alla forma dialettale di Seno d’Elvio, dopo 12 mesi in botte grande di rovere affina altri 9 mesi in bottiglia.
A San Rocco la conformazione del terreno è molto simile a quella che si trova a Serralunga, quindi lequio, sabbia, calcare e limo. Cambia totalmente però il microclima, difatti siamo in fonda a una valle nelle vicinanze di un ruscello, lo Stura, che regala sbalzi termici importanti e ricchezza di umidità.
L’esposizione a Sud-Ovest e la buccia sottile del Sanadaive necessitano di una parete fogliare fitta, che faccia da ombrellone agli acini che rischierebbero altrimenti bruciature soprattutto nei caldi mesi estivi, tutto ciò fa si che anche l’estrazione del colore sia più delicata rispetto al fratello Basarin.
Questa combinazione geoclimatica da origine ad un Barbaresco che Michela definisce “estivo”, molto floreale tra violetta, rosa, fiori di campo, il colore è rubino con qualche riflesso granato, ma giusto un accenno, piccoli frutti rossi di bosco, anice stellato, una mentuccia sul finale e un sottobosco secco rendono bene l’idea di Barbaresco “estivo” suggerita da Michela, è molto raffinato, sussurrato e morbido, il tannino è integrato bene con l’acidità.
Altro linguaggio, come dicevamo, è il Basarin 2021, il Cru dell’Azienda che cresce su un terreno composto dalle celebri marne di Sant’Agata, limo, argilla blu, calcare e sabbie finissime, il nebbiolo qui è a casa sua.
Riprende lo stile olfattivo del Sanadaive, i fiori qui sono più appassiti ma restano protagonisti insieme al frutto, esce subito una bella prugna rossa e come contorno il ribes lampone e mora, ha una opulenza maggiore, è austero e secco, le spezie risultano più pronunciate, sbuffate di pepe nero e di eucalipto, di alloro, di china e di cera, mineralità in evidenza ed un tannino nervoso che si sta integrando.
Lo troviamo integrato quasi a pieno nella versione Basarin Riserva 2020, davvero splendido, dotato di una eleganza e pulizia rara. Un’ ottima persistenza che avvolge tutto il palato.
Lasciamolo li ancora per qualche anno: diventa uno degli indimenticabili.
La degustazione si chiude con un vino che è una autentica chicca, una vendemmia tardiva, l’uva di San Martino di metà novembre, tra Moscato e Nascetta.
Il nonno Aldo quando vedeva vendemmiare a novembre l’uva attaccata dalla Botrite, ma per lui era semplice muffa e l’uva da buttare, ripeteva “Sa ti fol – ma sei matto”. Satifol è rimasto il nome di questo succo a metà strada tra un passito ed un vino, con una acidità che è una caratteristica, parte sapido ed ha un ritorno importante di acidità, ha almeno tre o quattro momenti di trasformazione, è li che non sa se dichiararsi dolce o sapido, escono i fiori gialli, il miele, la pesca gialla matura, la pera, e un istante dopo la frutta secca, il cedro, la parte minerale, lo iodio, per Emma è “un’acqua di mare profumata”.
La parte più bella di questo vino però è nel nome, che ci ricorda cosa significa intuizione e come molte volte le storie più belle iniziano con qualcuno che ci guarda e ci dice “Ma sei matto?”.
Adriano Marco e Vittorio è una cantina che esprime al meglio le caratteristiche del territorio, ogni suo vino ne descrive almeno un aspetto, e Michela…..beh Michela come dicevo ha negli occhi qualcosa che sembra stia sempre per iniziare, è ricca di energia e di orgoglio, è curiosa e piena di entusiasmo.
Chissà quante volte Giuseppe e Teresa quando hanno gettato quel seme hanno anticipato nei loro sogni, nei loro pensieri il viso di Michela, il suo sorriso, quante volte hanno immaginato che qualcuno, da qualche parte nel mondo avrebbe ascoltato una ragazza iniziare il suo racconto con queste parole:
”The history of the winery began more than a hundred years ago, when my great-grandparents, Giuseppe and Teresa, planted a seed…”.
Davide Stroppa – Il viaggio di Orfeo
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16 Giugno, 2026
VinoVip Cortina 2026. Le grandi voci dell'enologia si incontrano ad alta quota
La 15ª edizione del summit biennale di Civiltà del bere torna il 12 e 13 luglio.
Apre la manifestazione il dibattito tra Piero Antinori, Sandro Boscaini e Fausto Maculan, seguito da una degustazione firmata dalla Docg Conegliano Valdobbiadene.
In programma un inedito focus-tasting dedicato ai tre Pinot e il Grand Tasting finale allo Chalet Tofane.
Il Gotha del vino italiano si dà appuntamento tra le cime più belle d’Europa. Domenica 12 e lunedì 13 luglio, Cortina d’Ampezzo tornerà a fare da scenario alla quindicesima edizione di VinoVip Cortina, il summit biennale firmato dalla storica rivista Civiltà del bere.
Il direttore di Civiltà del bere, Alessandro Torcoli.
Ci aspettiamo come sempre due giorni di confronti di alto livello, con focus e degustazioni tematiche: si parlerà delle lezioni più importanti apprese dalla storia contemporanea, di viticoltura eroica, dello straordinario Pinot nelle sue tre varianti. E come gran finale il leggendario Grand Tasting al rifugio (quest’anno Chalet Tofane) che vedrà protagoniste 54 Cantine leader del panorama nazionale.
Veniamo al dettaglio. Il sipario si alzerà domenica 12 luglio alle ore 15 all’Alexander Girardi Hall con il talk show intitolato “I tenori del vino italiano”, dialogo con alcune delle più autorevoli voci dell’enologia nazionale, tra cui il presidente onorario di Marchesi Antinori Piero Antinori, il presidente e AD di Masi Sandro Boscaini e Fausto Maculan, vulcanico fondatore dell’omonima azienda di Breganze. Una riflessione che, partendo dalle radici della storia del vigneto nazionale, traccerà le sfide del futuro. A seguire, la consegna del Premio Khail 2026, il riconoscimento intitolato al fondatore di Civiltà del bere, destinato a chi si è distinto nella valorizzazione del vino italiano nel mondo e che da tradizione sarà rivelato quel giorno. La giornata proseguirà nel foyer dell’Alexander Hall con una degustazione dedicata al Conegliano Valdobbiadene Prosecco Docg, anticipata dall’intervista a Diego Tomasi, direttore del Consorzio di tutela. Tutti gli appuntamenti sono a ingresso libero con prenotazione su Eventbrite.
La mattina di lunedì 13 luglio appuntamento alle 9.30 nel centralissimo Hotel De La Poste con il focus “I tre volti del Pinot e le loro espressioni”: un viaggio tecnico tra Pinot bianco, Pinot grigio e Pinot nero, raccontati attraverso territori e interpretazioni stilistiche. Dopo un’introduzione al tema nell’area Lounge dell’hotel, si prosegue con il walk-around tasting in sala Dolomieu: sarà possibile assaggiare alcune rinomate o innovative versioni dei tre vitigni. L’evento è aperto anche al pubblico, con biglietto d’ingresso in prevendita.
Nel pomeriggio il momento più atteso della manifestazione: il Grand Tasting di VinoVip che si trasferisce allo Chalet Tofane, una dei luoghi più panoramici di Cortina. Dalle ore 16 alle 20, appassionati e operatori potranno assaggiare le etichette più iconiche del nostro Paese, raccontate direttamente dai produttori che ne hanno firmato il successo. Anche questo famoso evento di degustazione ad alta quota è aperto al pubblico previo acquisto del ticket d’ingresso.
VinoVip 2026: i Protagonisti
Marilisa Allegrini • Andreola • Marchesi Antinori • Argiolas • Banfi • Bellavista • Berlucchi Franciacorta • Bortolomiol • Le Caniette • Castello di Querceto • Cesarini Sforza • Cleto Chiarli • Colli Ripani • Il Colombaio di Santa Chiara • Costa Arènte • Marco Felluga – Russiz Superiore • Fèlsina • Tenute Folonari • Fontanafredda • Fonzone • Nino Franco • Gabe Tenute • Isole e Olena • Kettmeir • Lamole di Lamole • Cantine Lvnae • Maculan • Le Manzane • Masciarelli • Masi Agricola • Mezzacorona • Monte Zovo • Pasqua Vini • Pio Cesare • Planeta • PuntoZero • Rottensteiner • Ruggeri • Tenuta San Guido • Tenuta Sant’Antonio • Sartori di Verona • Tedeschi • Cantina Terlano • Tinazzi • Tommasi • Cantina Tramin • Umani Ronchi • Varvaglione 1921 • Velenosi • Villa Bogdano 1880 • Villa Sandi • Vite Colte • Zorzettig • spirits: Castagner
Info e biglietti: vinovipcortina.it
La Redazione
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16 Giugno, 2026
Stroppolatini. Dalla Frasca alla bottiglia
Siamo tra Gagliano di Cividale e Prepotto, nel cuore dei Colli Orientali del Friuli. Qui, in mezzo a tante realtà vinicole più note, si nasconde una cantina ancora poco conosciuta ma interessante sotto molti punti di vista. L’ho incontrata per caso, a un evento FIVI: a un banchetto Bruna Flaibani mi presenta un giovane vignaiolo con cui collabora spesso, Federico Stroppolatini, titolare insieme alla sorella Marianna dell’omonima azienda vinicola e agriturismo.
L’azienda ha una storia antica: produce vino dal 1800, anche se fino a pochi decenni fa solo per uso familiare e per la vendita nella frasca.
E la frasca merita una parola, perché racconta un mondo. Le Frasche, come le Osmize del Carso e le Private della zona di Aquileia, nascono come case private — le case dei contadini — aperte al pubblico in periodi ben definiti e limitati dell’anno. Piccole realtà agricole che servivano a smaltire la sovrapproduzione: si vendeva quel che era avanzato, ma solo prodotti del territorio, locali. È un po’ la stessa missione con cui le frasche lavorano ancora oggi. Con il tempo, alcune Frasche, Osmize e Private sono diventate agriturismi. Restano comunque luoghi dove si sta insieme in modo naturale, quasi intimo, condividendo un pasto semplice e genuino — spesso ci si passa solo per un bicchiere di vino e un crostino.
Torniamo a Stroppolatini. La sede è su una collina: una strada sterrata, gli ulivi a fare da contorno, e in cima la Casa Padronale che ospita l’azienda e l’agriturismo Casali del Picchio. Le cantine sono divise in più locali, distribuite in edifici diversi. Qui mi accoglie Federico, e conosco la sorella Marianna e il papà Giuliano, che fino a qualche anno fa ha condotto l’azienda, portandola all’imbottigliamento alcuni decenni or sono. Dal 2014 è Federico a occuparsi della produzione, seguendo in prima persona sia la campagna sia la cantina. Ci porta tra botti e bottiglie, raccontando, e si capisce subito che il racconto e il vino, per lui, sono la stessa cosa.
I venticinque ettari di vigneti si distribuiscono attorno alla collina della cantina, dove si trovano viti centenarie — alcune a piede franco, non innestate, una rarità che da sola dice molto di questo posto. Qui crescono Merlot e Tocai Giallo, quest’ultimo simbolo di una viticoltura che in Friuli Venezia Giulia si sta cercando di recuperare. E poi tante varietà autoctone della zona: Pignolo, Schioppettino, Refosco, Ribolla Gialla.
Federico — che nel 2021 ha vinto il premio Slow Wine come Viticoltore dell’Anno — mi racconta la storia dell’azienda mentre assaggiamo i vini direttamente dalle botti. In vigna le viti vecchie e i cloni storici sono il simbolo della casa e della sua filosofia: approccio biologico, il meno interventista possibile. In cantina l’idea è quella di un vino naturale, dove a contare più di tutto è l’impronta dell’annata, assecondata dal lavoro di Federico e dei suoi collaboratori — il papà Giuliano e la sorella Marianna compresi — per esaltarne profumi, gusti e sapori.
Per questo Federico sta ancora sperimentando: macerazioni sulle uve a bacca bianca, contenitori diversi per l’affinamento — acciaio, legni di varie dimensioni, cemento. E i risultati si sentono già, eccome. Le fermentazioni sono spontanee. Ne escono vini che esaltano il frutto, puliti, sinceri, energici e pronti da bere una volta in commercio — cosa per nulla scontata.
I vini
Colle di Giano 2018 — blend in parti uguali di Tocai Giallo e Sauvignon. Succoso, quasi cremoso, ma di buona freschezza e acidità. Pieno di vita e di energia, dalla beva gustosa e persistente.
Refosco dal Peduncolo Rosso 2015 — frutta e fiori, fiori e frutta. Al palato è vinoso, con acidità e tannino che si bilanciano bene sull’alcol, favorendo una bella beva.
Schioppettino 2016 — sottobosco e pepe dominano, con sentori fruttati che si intrecciano alla perfezione. Tannino elegante, corpo delicato, beva ottima. Un grande Schioppettino, che mette in riga molti nomi più blasonati della zona che di questo vitigno è considerata la patria: Albana di Prepotto e Prepotto stessa.
Schioppettino Riserva 2012 — un’altra grande interpretazione. Lamponi, pepe, spezie. Grande complessità, buona beva, ottima pulizia, finale persistente e leggermente speziato.
Pignolo 2015 — mi sorprende moltissimo, e affina solo in cemento e acciaio. Il frutto esce alla grande; al palato polpa e succo si intrecciano con un tannino che, pur dolce, all’inizio graffia, ma poi porta gusto e sapore chiudendo su una grande beva. La persistenza fruttata e floreale ne fa un gran bel Pignolo: vitigno autoctono che, nonostante le enormi difficoltà di produzione e di mercato, sta lentamente tornando in auge sulle colline friulane. Lo dico col sorriso: quella bottiglia, a casa, io e mia moglie l’abbiamo finita tutta. Era troppo buono per lasciarne.
Una scommessa facile
Chiudo con una scommessa che, sinceramente, sembra già vinta in partenza: questa è una di quelle realtà destinate a far parlare di sé. Tra viti a piede franco, cloni storici e una mano in cantina che cresce di anno in anno, Stroppolatini ha tutto per ritagliarsi un posto tra i nomi che contano dei Colli Orientali. Io, intanto, sono già pronto a tornarci.
Emanuele Muzzo – Vigne e Orizzonti
Su Instagram è semplicemente Emanuele Muzzo
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