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13 Giugno, 2026
Viticoltura, Enovitis in campo: robot, reti smart e difesa green sotto i riflettori dell’innovation challenge 2026
Una rete protettiva intelligente, un trattore eroico, sistemi di difesa sempre più efficienti e a ridotto impatto sull’ambiente. Sono i protagonisti dell’“Innovation Challenge Lucio Mastroberardino”, il concorso promosso da Enovitis in campo che ogni anno, in occasione della rassegna dinamica di Unione italiana vini dedicata alle macchine ed attrezzature da vigneto (Tenuta di Nozzole, 17-18 giugno), premia le migliori soluzioni per progresso tecnico, efficienza e funzionalità, sostenibilità, praticità, impatto ambientale e qualità del lavoro.
L’edizione 2026 del contest, valutato da un comitato tecnico-scientifico di esponenti del mondo accademico, tecnici e responsabili agronomici delle aziende utilizzatrici, ha fotografato un comparto molto dinamico sul fronte della protezione fitosanitaria e dell’automazione, particolarmente attento allo sgravio dell’operatore e all’efficientamento delle pratiche in campo.
Vanno proprio in questa direzione i vincitori del Technology Innovation Award, riservato alle proposte particolarmente innovativa e meritevole di una speciale menzione. Ad aggiudicarselo, il sistema di reti protettive solari e automatizzate VitiSafe365 di Net Farming, che si adattano alle condizioni meteo, e il portattrezzi WM VITRAC G2 di WM Technics, un trattore ultracompatto pensato per ridurre i passaggi e aumentare l’efficienza su forti pendenze. Un’attenzione, quella ai vigneti più ostici, che caratterizza anche la New Technology presentata da Merlo, il trasportatore cingolato multi-attrezzo Cingo a Guida Autonoma, in grado di gestire diverse attrezzature e operare autonomamente o tramite radiocomando. Nella stessa categoria (che evidenzia soluzioni con innovazioni anche parziali) altre due soluzioni interessanti anche sotto il profilo della razionalizzazione dei costi, il XAG R200 Rover Agricolo di Furaito, un robottino radioguidato ad alta precisione per irrorazione e trasporto, e un atomizzatore per vigneti ad elevata produttività, il nebulizzatore elettrostatico snodato NewPort TRIO di Martignani, che tratta tre file contemporaneamente anche in vigneti collinari. Si concentrano infine sulla difesa la New Technology di Yara Italia, il biostimolante fogliare YaraAmplix ACTISIL, a base di silicio, colina e calcio, ma anche il ricorso all’insetto parassitoide Anagyrus vladimiri di CBC (Europe) per contrastare una patologia come la cocciniglia cotonosa della vite, a cui è stato riconosciuto il Green Innovation Award, il premio per le opere che apportano miglioramenti in uno o più obiettivi di sostenibilità ambientale.
I vincitori saranno premiati il prossimo 17 giugno durante la cerimonia inaugurale (ore 11) della 20^ edizione Enovitis in campo, in programma fino al giorno seguente in Toscana, tra i vigneti della Tenuta di Nozzole (Greve in Chianti – FI) della famiglia Folonari. Nel cuore del Chianti Classico, la rassegna è una vetrina per le più interessanti soluzioni dalla robotica all’elettrificazione, dalla corretta gestione del suolo e della chioma al biologico, fino agli agrofarmaci, ai biostimolanti e ai materiali per l’impianto del vigneto. In programma, live show di macchinari e attrezzature e incontri formativi tematici pensati per aziende vitivinicole, enologi, agronomi, tecnici e viticoltori interessati alle più moderne soluzioni per le operazioni agronomiche.
Per informazioni e programma aggiornato: http://www.enovitisincampo.it/ – Link alle foto dei premiati
La Redazione
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12 Giugno, 2026
Concorso fotografico “la rinascita della vigna: paesaggio, flora e fauna a Tenuta Stella”
Ultime settimane per partecipare al concorso fotografico di Tenuta Stella dedicato alla biodiversità del Collio
C’è tempo fino al 21 giugno 2026 per partecipare a “La rinascita della vigna: paesaggio, flora e fauna a Tenuta Stella”, il primo concorso fotografico promosso da Tenuta Stella per raccontare, attraverso l’obiettivo, la straordinaria biodiversità che caratterizza le colline di Scriò, nel cuore del Collio.
L’iniziativa, aperta gratuitamente a tutti gli appassionati di fotografia maggiorenni, invita a cogliere la bellezza del paesaggio vitivinicolo durante il periodo del risveglio vegetativo, raccontando l’incontro tra i vigneti e la natura spontanea che li circonda. Dai panorami collinari ai dettagli botanici, fino alla fauna che popola questi ambienti, ogni scatto potrà contribuire a valorizzare un ecosistema unico, frutto dell’equilibrio tra attività agricola e tutela della biodiversità.
Tenuta Stella
Con questo concorso vogliamo invitare fotografi e appassionati a osservare il vigneto con uno sguardo diverso. La vite è solo una parte di un ecosistema molto più ampio, fatto di prati spontanei, fioriture, insetti impollinatori e fauna selvatica. Raccontare questa ricchezza attraverso la fotografia contribuisce a diffondere una cultura della sostenibilità e del rispetto per il territorio.
I partecipanti possono realizzare le proprie fotografie all’interno del comprensorio di Tenuta Stella e della località di Scriò, scegliendo tra tre categorie tematiche: Architettura del Paesaggio, dedicata alle vedute dei vigneti e delle colline; Microsistemi (Flora), focalizzata su fioriture e dettagli botanici; e Biodiversità (Fauna), riservata agli animali che abitano l’ecosistema della tenuta.
Le opere saranno valutate da una commissione composta dalla direzione aziendale, da un fotografo professionista e da un esperto botanico, che premieranno gli scatti capaci di interpretare al meglio l’identità del territorio. In palio una selezione di premi firmati Tenuta Stella, tra cui la prestigiosa Tenuta Stella Riserve Collection Luxury, una partecipazione alla cena-degustazione Le Verticali di Tenuta Stella e una Magnum di Ribolla Gialla o Friulano.
La partecipazione è gratuita. Il regolamento completo è disponibile sui canali ufficiali di Tenuta Stella.
Scadenza iscrizioni e invio delle opere: 21 giugno 2026
Per informazioni:
info@tenutastellacollio.it
www.tenutastellacollio.it
La Redazione
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12 Giugno, 2026
Enrico Mandirola. Il fondo del filare
Alle volte le domande accompagnano ogni stagione mentre le risposte non arrivano subito. Bisogna camminare, osservare, aspettare. Nel racconto di Enrico Mandirola, il fondo del filare non è una destinazione, ma un punto di vista privilegiato da cui rileggere il rapporto tra uomo, terra e futuro.
Ogni volta che torno a parlare con qualcuno che lavora la terra una domanda rischia sempre di farmi apparire un punto interrogativo sul viso.
Si può sapere perché ti sei fatto un tatuaggio? E poi perché proprio un punto interrogativo?
Secondo te, uno che si fa tatuare un punto interrogativo ti può dare qualche risposta?
Lorenzo Licalzi. Io no. Ecco, quel punto interrogativo non è alla fine di una domanda sul vino, sulle rese, sull’annata. È una domanda molto più semplice e insieme quasi impossibile da rispondere: come si diventa quello che si è? L’identità, quella vera, non si sceglie ne si costruisce a tavolino. Si forma per stratificazione, come il suolo calcareo-argilloso dei Colli Tortonesi, dove ogni anno di pioggia, gelo e sole, deposita qualcosa. Che resta. Che rimane. Che non va via. Così, quando incontri persone come Enrico Mandirola, titolare dell’omonima azienda agricola di Casasco, in provincia di Alessandria, capisci subito che sei davanti a uno di quegli uomini che non si sono inventati nulla. Che sono esattamente quello che sembrano. Né di più né di meno. Una fedeltà a sé stessi è al tempo. Che è di per se la forza più grande e, al contempo, la sfida più difficile che si trovano ad affrontare. Viviamo in un’epoca che ama i personaggi costruiti. Il vignaiolo con la storia da film, la cantina con il castello sullo sfondo, il nonno che cent’anni fa aveva già capito tutto. Il vino oggi si vende anche con gli aneddoti giusti confezionati al momento giusto, con il lancio social impeccabile, con quella patina di autenticità che, paradossalmente, è la cosa meno autentica del mondo. Non dico che chi lo fa abbia torto. Dico solo che chi non lo fa, chi si ostina a non mettere fuori la bandiera per rivendicare ogni centimetro della propria storia, merita almeno di essere ascoltato. Enrico non mette fuori bandiere. Ma ha storie da raccontare che non finiscono più. In un’Italia meteorologicamente disorientata così da sembrare rispecchiare più in generale il malessere di un momento storico in cui nulla sembra trovare il suo equilibrio, ci troviamo a chiacchierare con Enrico del suo essere vignaiolo. Mentre attendevo Enrico per la chiacchierata pensavo proprio al clima. Sapete, quando si inizia a parlare con qualcuno dopo il “come stai” il clima arriva immediatamente dopo. Sarà che è diventato il grande specchio dell’ansia collettiva. Non passa settimana senza che qualcuno ne parli con quella preoccupazione mista a rassegnazione che si riserva alle cose su cui non si ha controllo. E chi lavora la terra quel controllo lo perde per primo, e lo sente con un’intensità che chi sta negli uffici non può nemmeno immaginare. Non va bene, perché per carità dà fastidio l’inverno, però un minimo ci vuole. Ma anche per far respirare il terreno, per dargli quel ciclo che serve. Il ciclo che serve. Una frase piccola che contiene una filosofia intera. È profondamente saggio l’idea che anche il freddo, anche il disagio, abbiano una funzione. Che senza il buio non ci sia la luce, senza la fatica non ci sia il frutto. È una cosa che i contadini sanno da sempre e che noi continuiamo a riscoprire come se fosse una rivelazione. Enrico è figlio unico di uno di quattro fratelli maschi. L’azienda agricola di Casasco esiste da quattro generazioni: il bisnonno, il nonno, poi il padre con i suoi fratelli, poi lui. Una storia lunga che attraversa il Novecento italiano in tutta la sua complessità, compresi i lutti: uno degli zii morto in guerra, un altro in un incidente stradale quando era ancora giovane, poi il padre nel 2010, poi gli altri due zii nell’arco di due anni. Enrico aveva trentatré anni quando si è trovato solo. Ciò che colpisce e che lui stesso sottolinea con una forma di gratitudine silenziosa, è che nessuno di loro lo abbia mai obbligato. Al contrario. Mio padre non ha mai dato per scontato che io dovessi lavorare qui. Anzi, ha sempre voluto che io facessi altre esperienze, che studiassi. È così che si è laureato due volte. agraria ed enologia. La voglia forse di rappresentare un fiore all’occhiello per la famiglia e per se stesso. Qualcosa di cui andar fiero. Ricordo quando mia madre si rese conto che ero il primo figlio con la laurea. I sacrifici che la ripagavano. Senza per altro farmi mai pesare nulla. Un atteggiamento straordinariamente intelligente. La libertà come forma d’amore più alta. L’aprire una porta e non stare lì a guardare se il figlio ci passa dentro o rimane fuori. In un settore come il vino, dove la continuità generazionale è spesso carica di aspettative esplicite o implicite, questo tipo di libertà è raro. Paradossalmente, è proprio quella libertà che ha trattenuto Enrico. Perché le cose che scegliamo davvero sono le uniche che ci appartengono fino in fondo. Penso spesso a quanto il mondo del vino stia riflettendo su se stesso in questo momento. I consumi calano, i mercati internazionali arrancano, la comunicazione è diventata così rumorosa che distinguersi sembra quasi impossibile senza urlarsi addosso. Eppure incontri persone come Enrico e ti chiedi se forse la risposta non stia proprio nell’opposto dell’urlo. Nel radicamento. Nella scelta consapevole di chi si vuole essere prima ancora di pensare a cosa si vuole vendere. All’asilo disegnavo il trattore con i grappoli d’uva. Una cosa detta quasi di passaggio, come si dicono le cose che si considerano ovvie. Tuttavia è una di quelle immagini che rimangono. Un bambino che tra tutti i disegni possibili, case, automobili, astronavi, sceglie il trattore e l’uva. Non perché glielo abbiano insegnato. Perché era quello che sentiva suo. Il DNA come destino non scritto. Non il destino fatale dei greci, quello che ti travolge e non ti chiede il permesso, ma qualcosa di più sottile: una predisposizione, un’inclinazione che aspetta solo di essere riconosciuta. L’ho letto da qualche parte. Forse era un articolo di neuroscienze, forse una cosa di Proust, che in fondo raccontava sempre della stessa cosa ovvero che i bambini manifestano le loro vocazioni prima ancora di avere le parole per nominarle. Enrico aveva quattro anni e disegnava vigne. È bello pensare che quarant’anni dopo sia ancora lì. La Mandirola è un’azienda artigianale nel senso più autentico del termine. Dodici ettari di vigneti, tra i 300 e i 350 metri di altitudine sui Colli Tortonesi, orientati a sud-est e sud-ovest. Circa 25-30.000 bottiglie l’anno, che Enrico stesso definisce La metà del potenziale dell’azienda. Le vasche in cemento sono quelle dei suoi zii. Le stesse, con solo qualche piccolo aggiornamento. Qualche macchinario pensato per migliorare i momenti critici della vinificazione, ma nessuna rivoluzione. La storia di chi non ha voluto fare di tutto buttare via tutto per ricominciare da capo con un’estetica nuova. Ho valutato cosa doveva essere cambiato. Manca ancora oggi l’approccio commerciale e di marketing, perché io non sono bravo per niente in quello. Cerco di far tutto, ma poi… Lascia la frase a metà. Non per reticenza, ma perché quella mezza frase dice tutto. Evidenzia come in Enrico alberghi una vera lucidità. Quella sui propri limiti che è più rara della competenza tecnica. Molti sanno fare il vino. Pochi sanno guardare con onestà le parti di sé che zoppicano e dirlo ad alta voce senza che diventi una performance di umiltà. Il Timorasso, a Casasco, c’è sempre stato. Ma nessun altro lo faceva. Mio padre aveva questo vino bianco, questa uva che l’aveva perché avevamo un vigneto vecchio che non era mai stato estirpato. E faceva il Timorasso come vino bianco. Era l’unico a farlo qui, perché tutti lo avevano abbandonato. Non produceva bene, aveva problemi e all’epoca non si era ancora capito la potenzialità di invecchiamento, non si era capito tante cose. Il racconto di una scena che vorrei riuscire a restituire nella sua semplicità magnifica è quella di suo padre che mostra agli ospiti una bottiglia di Timorasso spiegando che si tratta una varietà antica, che cerca di far capire qualcosa in cui lui stesso, forse, non aveva ancora capito tutte le implicazioni. E poi, in cantina, una fotografia sbiadita con la sua grafia: imbottigliata 16.11.93. 161 bottiglie di Timorasso. Il 1991 era la prima vera vigna impiantata con questa varietà in modo più strutturato. Tutto il resto con Walter Massa e il contributo alla comunicazione, l’esplosione del Derthona come denominazione di riferimento, l’attenzione internazionale. Tutto storia recente. Ma la storia vera, quella che viene prima, è questa: un uomo che non buttava via un vigneto perché gli sembrava giusto tenerlo, in un momento in cui nessuno capiva ancora perché. Una fedeltà inconsapevole che è quasi commovente. Non l’intuizione del genio, non il calcolo del pioniere. Solo la testardaggine silenziosa di chi sente che una cosa ha valore anche quando nessuno ancora lo sa misurare. Ho perso mio padre anni fa. Non lavoro in vigna, non ho i filari che lo aspettavano alla sera. Ma capisco. Chiunque abbia perso un genitore capisce cosa voglia dire voltarsi e sperare di trovarlo ancora lì. Un automatismo che fa fatica a svanire. Enrico lo dice in un modo che mi è rimasto in testa per giorni. Non parla di dolore in astratto, non usa le parole del lutto come si usano quando si vuole essere delicati. Dice una cosa precisa, fisica, quasi pittorica. Io lavoravo tanto sui trattori come tutt’oggi. E lui sapeva che ero là e arrivava. C’era un momento in cui magari arrivavo in fondo al filare e lo vedevo là. Ecco, quello è quello che forse come figura mi è mancata di più. La fine del filare. Il padre che aspetta in fondo. Un’immagine così semplice che quasi fa male. Uno degli amici del padre, anni dopo, gli aveva raccontato di una conversazione. Aveva cercato di spiegargli, in modo gentile, che forse Enrico aveva bisogno di qualche indicazione, qualche consiglio. Il padre lo aveva guardato e aveva detto A te lo devo dire io le cose? Enrico me lo racconta con quella fermezza con cui si custodiscono le cose preziose. Non esibendola. Tenendola. Oggi la Mandirola produce quattro etichette di Timorasso. Il Derthona base, fatto con le uve più giovani. Poi il Meglio di me così che il nome già da solo sarebbe sufficiente per capire chi è Enrico. Il Derthona storico, dalla vigna del ‘91. Infine la vigna vecchia, vinificata a parte dal 2016: viti di circa cent’anni, acquisite da una famiglia che ne era proprietaria fino al 1990, il cui figlio è ancora vivo a 96 anni e ha scritto ad Enrico una lettera in cui racconta di quei filari, di come i più vecchi risalgano al 1920 e alcuni siano stati reimpiantati negli anni Trenta. Una lettera bellissima che è giusto stia in un cassetto senza usarla come pubblicità. C’è tanto di intimità e di personale. Potrebbe farne una campagna da fare invidia. La vigna più vecchia di Timorasso, forse, in tutto il Derthona e lui che la custodisce come si custodisce una cosa intima. Non per mancanza di furbizia, ma per eccesso di rispetto. È qui che l’aplomb piemontese di cui parlava Enrico. Quella parola francese che in Piemonte ha trovato casa come in nessun altro posto d’Italia che si trasforma da tratto caratteriale in quasi una postura etica. Non sbrodolarsi. Non coprire il vino di aneddoti come si copre una crepa con il trucco. Lasciare che la bottiglia parli e fidarsi che chi ha orecchie per ascoltare troverà la strada. Ma attenzione, perché c’è un rischio in questa riservatezza. Un rischio che Enrico riconosce. Molti che conosco mi trovano il difetto di non voler raccontare tutto quello che ho da raccontare, tutta la storia di cent’anni. Ma io penso che venga fuori da solo. Forse si. Forse no. Il vino che non racconta la propria storia rischia di diventare un vino senza nome in un mercato affollato di vini con storie inventate. Non è giusto, ma è così. C’è una differenza fondamentale tra chi non sa raccontare e chi sceglie di non farlo sempre. Forse perché aspetta il momento giusto, la persona giusta, il contesto giusto. Poi, quando Enrico inizia a parlare lo devono fermare. Che ha talmente tante cose da dire che il problema è scegliere da dove cominciare. Per me non è facile perché ce ne sono centinaia di storie. Ecco. Il problema non è la storia. È il coraggio di uscire e raccontarla. Quest’anno Enrico ha comprato un terreno adiacente al suo. Era di Quinto, così si chiamava il proprietario, un uomo che Enrico ricorda fin da bambino, già anziano quando lui aveva dieci anni, che lavorava la vigna e gli spiegava le cose. Gli mostrava i frammenti di calcare che affioravano dal suolo, quei fondali marini che il tempo ha trasformato in roccia e che il gelo sgretola in particelle minerali. Vedi questi sassi Gli diceva Quinto, sono quelli che fanno diventare buona l’uva. Enrico aveva dieci anni e annuiva. E Quinto aveva ragione. Quel terreno, adesso, diventerà una nuova vigna. Di Timorasso, naturalmente. Forse, se la differenza con le altre ci sarà, si chiamerà col nome di quella famiglia. Come si battezza qualcosa che si è aspettato per tutta una vita. Poi c’è il rosé per Cecilia, la figlia di cinque anni. E il vino che verrà per Francesco, nato qualche mese fa. La Barbera e il Ciliegiolo mescolati, un vino rosato che porta il nome di una bambina nata nel 2020, anno non esattamente facile da ricordare, eppure anno di nascita, quindi anno che in casa Mandirola è necessariamente un anno buono. Rappresenta, rappresentano il futuro dell’azienda Sì, sì. Poi bisognerà vederlo. Io no, a seguire le orme di mio padre. A lasciarli andare. Non vuole replicare il meccanismo che l’ha formato. Non perché sia stato sbagliato. Al contrario, capisce che la libertà che suo padre gli ha dato non è un metodo da copiare. È un atteggiamento da incarnare. I suoi figli non hanno gli zii che aveva lui. Quella rete silenziosa di figure che presidiano i filari, che sono sempre lì quando il padre non c’è. Tre ragazzi giovani, italiani, della zona, che lavorano in azienda e che Cecilia già cerca quando arriva in cantina. Sono ragazzi squisiti. Una frase che va va oltre il giudizio professionale. C’è il riconoscimento che un’azienda non è mai solo chi la possiede. È anche chi ci lavora dentro, chi ci mette le mani ogni mattina, chi diventa parte della storia anche senza portarne il cognome. I Vini di Enrico Mandirola Derthona Timorasso 2024 Colli Tortonesi DOC Partiamo dall’inizio, da quello che in questa cantina è sempre stato il punto di partenza. Il Derthona, quello base, quello che Enrico chiama il punto di ingresso nel mondo Mandirola. Le viti hanno una trentina d’anni, il suolo è calcareo argilloso come tutto il Tortonese, l’esposizione va dal sudest al sudovest. La raccolta è interamente manuale, in piccole ceste. Il vino affina almeno dodici mesi sulle fecce nobili. Tutto come sempre. Eppure. Il 2024 è stata un’annata complicata per i Colli Tortonesi. Siccità estiva e poi piogge concentrate, una vendemmia che ha richiesto attenzione e selezione quasi chirurgica. Nei vini che ne sono venuti fuori si sente quasi fisicamente il racconto di quella tensione: freschezze più pronunciate del solito, una mineralità che si impone subito, una struttura che tende più al verticale che all’ampio. Il colore è paglierino luminoso, con quella trasparenza giovane che ricorda certi mattini di ottobre sulle colline del Tortonese. Al naso è ancora in una fase di raccoglimento: fiori bianchi sottili, agrume fresco, una nota erbacea pulita, e poi quella pietra focaia che è quasi il marchio di fabbrica del Timorasso quando viene da certi suoli. Non è un naso esplosivo, ma è onesto. E in questo, di Enrico, ci somiglia molto. In bocca si fa più deciso. L’acidità è viva, il sorso è snello e diretto, con una sapidità che accompagna e non stanca. Frutto di pesca bianca appena accennato, mandorla sullo sfondo, un finale che si asciuga lentamente lasciando quella sensazione minerale che è il vero affresco di questo territorio. È un vino che ha bisogno ancora di qualche mese per trovare la sua larghezza definitiva, ma che già adesso dice cose precise su chi l’ha fatto e dove viene. Non chiedergli troppo subito. Come Enrico, risponde meglio quando ci si mette comodi e si lascia che sia lui a prendere il ritmo. Tantéi Timorasso Riserva 2023 Colli Tortonesi DOC Tantéi. Il vigneto che porta il nome di quel luogo. Il cassetto chiuso di cui parlava Enrico, quello dove si tengono le lettere di Quinto e le fotografie con la data scritta a mano. Qui le viti hanno un secolo di vita, o forse più, e ogni anno che passa aggiunge qualcosa che non si riesce a descrivere senza scivolare nella retorica. Allora ci provo in altro modo: è come ascoltare qualcuno che ha visto troppe cose per avere ancora bisogno di alzare la voce. Si versa. Il colore è un giallo paglierino bellissimo, luminoso, con riflessi dorati che si muovono nel calice come se avessero una vita propria. Già guardarlo è una promessa. Al naso, la prima cosa che arriva è un agrume acerbo, aspro nel senso buono del termine. Uno zest di limone molto verde che quasi pizzica le narici prima ancora che si apra tutto il resto. E poi il resto arriva. Erbette di campo, fieno, paglia. Un sentore di pietra focaia che qui è più profondo che nel Derthona base, più radicato, come se venisse da sotto. E poi qualcosa che sulle prime sorprende: una nota di vaniglia, discreta, quasi timida, che si sposa con il limone creando qualcosa che assomiglia a una crema agrumata. Zenzero. Fiori bianchi freschi, appena tagliati — il tipo di profumo che senti solo se qualcuno ti ha messo in mano un mazzetto di margherite cinque minuti fa. Pesca bianca. Un soffio di melone bianco. E infine una balsamicità che apre le narici completamente, come se qualcosa si dilatasse. In bocca è meravigliosa la tensione. Aspro e sapido e fresco e pulito, con l’agrumato che spinge insieme alla mineralità in modo tale da allargare la bocca invece di stringerla — non è la freschezza che divide ma quella che pulisce, che rivela, che mette a fuoco. Poi mandorle, poi pere. Il vino sembra voler salire in verticale — teso come una corda — e invece a un certo punto si allarga, si distende, e lascia una bocca che continua a stupirsi di quanto sia pulita. Completamente pulita. Il legno c’è stato, ma non lo senti. È passato senza lasciare tracce riconoscibili, come un ospite educato che si ritira prima che la festa finisca. Il finale è mandorla quasi amara. Un sigillo. Non una chiusura. Una firma. Il Tantéi 2023 è un Timorasso che mi ha fatto pensare a quella frase che Enrico ha detto quasi di passaggio, parlando di aneddoti e storie: l’odore non puoi studiarlo, è un ricordo. Ecco. Questo vino è esattamente questo. Non lo bevi. Lo ricordi mentre lo bevi. E non sai ancora di cosa, ma sai che è importante. Praie Barbera 2024 Colli Tortonesi DOC Il rosso. E qui è giusto dire una cosa che vale per tutta la produzione di Mandirola, ma che per la Barbera è forse ancora più evidente: Enrico non cerca l’effetto. Non cerca il vino che impressiona la prima volta che lo assaggi e poi sparisce dalla memoria. Cerca il vino che ci sia ancora lì, nella testa, tre giorni dopo cena. Il Praie viene da viti di quarant’anni, da quelle stesse colline tra i 250 e i 300 metri dove il suolo calcareo e argilloso racconta la stessa storia di marini antichi e geli moderni che Quinto spiegava al bambino Enrico mostrando i sassi. La fermentazione è lunga, tradizionale, poi il vino riposa in bottiglia per un anno prima di uscire. Niente di complicato. Niente di ridondante. Nel bicchiere è rosso rubino, intenso e brillante, uno di quei colori che di notte sembrano avere una fonte luminosa propria. Al naso è fragrante e diretto: frutti rossi freschi, fragola, amarena, una nota di violetta che passa rapida ma si fa sentire. Non c’è arroganza in questo naso. C’è simpatia. Quella simpatia piemontese che si concede raramente ma quando arriva è autentica. In bocca la Barbera mostra la sua caratteristica più bella e più incompresa: quell’acidità vivace che non stanca, che anzi accompagna il pasto come un interlocutore interessante. Il corpo è armonico, non pesante, non leggero — giusto. Note di confettura di fragola sul finale, un lieve tocco speziato, una chiusura che non si trascina e non si tronca: semplicemente finisce quando deve finire. È il tipo di vino che mi piace portare a una cena dove non si parla di vino. Perché non ha bisogno di presentazioni. Si presenta da solo, occupa lo spazio che si è guadagnato, e fa stare bene le persone sedute a tavola. Che poi, mi viene da dire, è la stessa cosa che fa Enrico quando qualcuno riesce finalmente a farlo parlare. Dunque Mi chiedo spesso, lavorando a questa rubrica, cosa distingue le storie che vale la pena raccontare da tutte le altre. Non è la grandezza dell’azienda, non è la notorietà del vino, non è nemmeno necessariamente la qualità che pure è importante. È qualcos’altro. È la sensazione che chi hai di fronte stia vivendo la propria vita davvero, non interpretando una parte. Che le sue scelte abbiano un costo reale, che le sue fragilità siano autentiche, che i suoi orgoglio e le sue paure coesistano senza che uno cancelli l’altro. Enrico Mandirola, titolare di dodici ettari di Colli Tortonesi, padre di Cecilia e Francesco, figlio di un uomo che lo guardava in fondo al filare, ha quella cosa lì. La semplicità, diceva. La semplicità come scelta, come postura, come risposta al rumore del mondo. Non la semplicità di chi non ha niente da dire. Quella di chi ha così tanto da dire che ha imparato a scegliere. C’è una vigna di cento anni che aspetta in cantina. C’è una lettera di un uomo di 96 anni in un cassetto. C’è un terreno comprato un mese fa che diventerà una vigna nuova. C’è un rosé che si chiama come una bambina nata in un anno difficile. Non è storia inventata. È storia vera, e per questo è più difficile da raccontare. Ma ne vale la pena. Ivan Vellucci – Suggestioni di Vino
ivan.vellucci@winetalesmagazine.com Mi trovi su Instagram come @ivan_1969
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Secondo te, uno che si fa tatuare un punto interrogativo ti può dare qualche risposta?
Lorenzo Licalzi. Io no. Ecco, quel punto interrogativo non è alla fine di una domanda sul vino, sulle rese, sull’annata. È una domanda molto più semplice e insieme quasi impossibile da rispondere: come si diventa quello che si è? L’identità, quella vera, non si sceglie ne si costruisce a tavolino. Si forma per stratificazione, come il suolo calcareo-argilloso dei Colli Tortonesi, dove ogni anno di pioggia, gelo e sole, deposita qualcosa. Che resta. Che rimane. Che non va via. Così, quando incontri persone come Enrico Mandirola, titolare dell’omonima azienda agricola di Casasco, in provincia di Alessandria, capisci subito che sei davanti a uno di quegli uomini che non si sono inventati nulla. Che sono esattamente quello che sembrano. Né di più né di meno. Una fedeltà a sé stessi è al tempo. Che è di per se la forza più grande e, al contempo, la sfida più difficile che si trovano ad affrontare. Viviamo in un’epoca che ama i personaggi costruiti. Il vignaiolo con la storia da film, la cantina con il castello sullo sfondo, il nonno che cent’anni fa aveva già capito tutto. Il vino oggi si vende anche con gli aneddoti giusti confezionati al momento giusto, con il lancio social impeccabile, con quella patina di autenticità che, paradossalmente, è la cosa meno autentica del mondo. Non dico che chi lo fa abbia torto. Dico solo che chi non lo fa, chi si ostina a non mettere fuori la bandiera per rivendicare ogni centimetro della propria storia, merita almeno di essere ascoltato. Enrico non mette fuori bandiere. Ma ha storie da raccontare che non finiscono più. In un’Italia meteorologicamente disorientata così da sembrare rispecchiare più in generale il malessere di un momento storico in cui nulla sembra trovare il suo equilibrio, ci troviamo a chiacchierare con Enrico del suo essere vignaiolo. Mentre attendevo Enrico per la chiacchierata pensavo proprio al clima. Sapete, quando si inizia a parlare con qualcuno dopo il “come stai” il clima arriva immediatamente dopo. Sarà che è diventato il grande specchio dell’ansia collettiva. Non passa settimana senza che qualcuno ne parli con quella preoccupazione mista a rassegnazione che si riserva alle cose su cui non si ha controllo. E chi lavora la terra quel controllo lo perde per primo, e lo sente con un’intensità che chi sta negli uffici non può nemmeno immaginare. Non va bene, perché per carità dà fastidio l’inverno, però un minimo ci vuole. Ma anche per far respirare il terreno, per dargli quel ciclo che serve. Il ciclo che serve. Una frase piccola che contiene una filosofia intera. È profondamente saggio l’idea che anche il freddo, anche il disagio, abbiano una funzione. Che senza il buio non ci sia la luce, senza la fatica non ci sia il frutto. È una cosa che i contadini sanno da sempre e che noi continuiamo a riscoprire come se fosse una rivelazione. Enrico è figlio unico di uno di quattro fratelli maschi. L’azienda agricola di Casasco esiste da quattro generazioni: il bisnonno, il nonno, poi il padre con i suoi fratelli, poi lui. Una storia lunga che attraversa il Novecento italiano in tutta la sua complessità, compresi i lutti: uno degli zii morto in guerra, un altro in un incidente stradale quando era ancora giovane, poi il padre nel 2010, poi gli altri due zii nell’arco di due anni. Enrico aveva trentatré anni quando si è trovato solo. Ciò che colpisce e che lui stesso sottolinea con una forma di gratitudine silenziosa, è che nessuno di loro lo abbia mai obbligato. Al contrario. Mio padre non ha mai dato per scontato che io dovessi lavorare qui. Anzi, ha sempre voluto che io facessi altre esperienze, che studiassi. È così che si è laureato due volte. agraria ed enologia. La voglia forse di rappresentare un fiore all’occhiello per la famiglia e per se stesso. Qualcosa di cui andar fiero. Ricordo quando mia madre si rese conto che ero il primo figlio con la laurea. I sacrifici che la ripagavano. Senza per altro farmi mai pesare nulla. Un atteggiamento straordinariamente intelligente. La libertà come forma d’amore più alta. L’aprire una porta e non stare lì a guardare se il figlio ci passa dentro o rimane fuori. In un settore come il vino, dove la continuità generazionale è spesso carica di aspettative esplicite o implicite, questo tipo di libertà è raro. Paradossalmente, è proprio quella libertà che ha trattenuto Enrico. Perché le cose che scegliamo davvero sono le uniche che ci appartengono fino in fondo. Penso spesso a quanto il mondo del vino stia riflettendo su se stesso in questo momento. I consumi calano, i mercati internazionali arrancano, la comunicazione è diventata così rumorosa che distinguersi sembra quasi impossibile senza urlarsi addosso. Eppure incontri persone come Enrico e ti chiedi se forse la risposta non stia proprio nell’opposto dell’urlo. Nel radicamento. Nella scelta consapevole di chi si vuole essere prima ancora di pensare a cosa si vuole vendere. All’asilo disegnavo il trattore con i grappoli d’uva. Una cosa detta quasi di passaggio, come si dicono le cose che si considerano ovvie. Tuttavia è una di quelle immagini che rimangono. Un bambino che tra tutti i disegni possibili, case, automobili, astronavi, sceglie il trattore e l’uva. Non perché glielo abbiano insegnato. Perché era quello che sentiva suo. Il DNA come destino non scritto. Non il destino fatale dei greci, quello che ti travolge e non ti chiede il permesso, ma qualcosa di più sottile: una predisposizione, un’inclinazione che aspetta solo di essere riconosciuta. L’ho letto da qualche parte. Forse era un articolo di neuroscienze, forse una cosa di Proust, che in fondo raccontava sempre della stessa cosa ovvero che i bambini manifestano le loro vocazioni prima ancora di avere le parole per nominarle. Enrico aveva quattro anni e disegnava vigne. È bello pensare che quarant’anni dopo sia ancora lì. La Mandirola è un’azienda artigianale nel senso più autentico del termine. Dodici ettari di vigneti, tra i 300 e i 350 metri di altitudine sui Colli Tortonesi, orientati a sud-est e sud-ovest. Circa 25-30.000 bottiglie l’anno, che Enrico stesso definisce La metà del potenziale dell’azienda. Le vasche in cemento sono quelle dei suoi zii. Le stesse, con solo qualche piccolo aggiornamento. Qualche macchinario pensato per migliorare i momenti critici della vinificazione, ma nessuna rivoluzione. La storia di chi non ha voluto fare di tutto buttare via tutto per ricominciare da capo con un’estetica nuova. Ho valutato cosa doveva essere cambiato. Manca ancora oggi l’approccio commerciale e di marketing, perché io non sono bravo per niente in quello. Cerco di far tutto, ma poi… Lascia la frase a metà. Non per reticenza, ma perché quella mezza frase dice tutto. Evidenzia come in Enrico alberghi una vera lucidità. Quella sui propri limiti che è più rara della competenza tecnica. Molti sanno fare il vino. Pochi sanno guardare con onestà le parti di sé che zoppicano e dirlo ad alta voce senza che diventi una performance di umiltà. Il Timorasso, a Casasco, c’è sempre stato. Ma nessun altro lo faceva. Mio padre aveva questo vino bianco, questa uva che l’aveva perché avevamo un vigneto vecchio che non era mai stato estirpato. E faceva il Timorasso come vino bianco. Era l’unico a farlo qui, perché tutti lo avevano abbandonato. Non produceva bene, aveva problemi e all’epoca non si era ancora capito la potenzialità di invecchiamento, non si era capito tante cose. Il racconto di una scena che vorrei riuscire a restituire nella sua semplicità magnifica è quella di suo padre che mostra agli ospiti una bottiglia di Timorasso spiegando che si tratta una varietà antica, che cerca di far capire qualcosa in cui lui stesso, forse, non aveva ancora capito tutte le implicazioni. E poi, in cantina, una fotografia sbiadita con la sua grafia: imbottigliata 16.11.93. 161 bottiglie di Timorasso. Il 1991 era la prima vera vigna impiantata con questa varietà in modo più strutturato. Tutto il resto con Walter Massa e il contributo alla comunicazione, l’esplosione del Derthona come denominazione di riferimento, l’attenzione internazionale. Tutto storia recente. Ma la storia vera, quella che viene prima, è questa: un uomo che non buttava via un vigneto perché gli sembrava giusto tenerlo, in un momento in cui nessuno capiva ancora perché. Una fedeltà inconsapevole che è quasi commovente. Non l’intuizione del genio, non il calcolo del pioniere. Solo la testardaggine silenziosa di chi sente che una cosa ha valore anche quando nessuno ancora lo sa misurare. Ho perso mio padre anni fa. Non lavoro in vigna, non ho i filari che lo aspettavano alla sera. Ma capisco. Chiunque abbia perso un genitore capisce cosa voglia dire voltarsi e sperare di trovarlo ancora lì. Un automatismo che fa fatica a svanire. Enrico lo dice in un modo che mi è rimasto in testa per giorni. Non parla di dolore in astratto, non usa le parole del lutto come si usano quando si vuole essere delicati. Dice una cosa precisa, fisica, quasi pittorica. Io lavoravo tanto sui trattori come tutt’oggi. E lui sapeva che ero là e arrivava. C’era un momento in cui magari arrivavo in fondo al filare e lo vedevo là. Ecco, quello è quello che forse come figura mi è mancata di più. La fine del filare. Il padre che aspetta in fondo. Un’immagine così semplice che quasi fa male. Uno degli amici del padre, anni dopo, gli aveva raccontato di una conversazione. Aveva cercato di spiegargli, in modo gentile, che forse Enrico aveva bisogno di qualche indicazione, qualche consiglio. Il padre lo aveva guardato e aveva detto A te lo devo dire io le cose? Enrico me lo racconta con quella fermezza con cui si custodiscono le cose preziose. Non esibendola. Tenendola. Oggi la Mandirola produce quattro etichette di Timorasso. Il Derthona base, fatto con le uve più giovani. Poi il Meglio di me così che il nome già da solo sarebbe sufficiente per capire chi è Enrico. Il Derthona storico, dalla vigna del ‘91. Infine la vigna vecchia, vinificata a parte dal 2016: viti di circa cent’anni, acquisite da una famiglia che ne era proprietaria fino al 1990, il cui figlio è ancora vivo a 96 anni e ha scritto ad Enrico una lettera in cui racconta di quei filari, di come i più vecchi risalgano al 1920 e alcuni siano stati reimpiantati negli anni Trenta. Una lettera bellissima che è giusto stia in un cassetto senza usarla come pubblicità. C’è tanto di intimità e di personale. Potrebbe farne una campagna da fare invidia. La vigna più vecchia di Timorasso, forse, in tutto il Derthona e lui che la custodisce come si custodisce una cosa intima. Non per mancanza di furbizia, ma per eccesso di rispetto. È qui che l’aplomb piemontese di cui parlava Enrico. Quella parola francese che in Piemonte ha trovato casa come in nessun altro posto d’Italia che si trasforma da tratto caratteriale in quasi una postura etica. Non sbrodolarsi. Non coprire il vino di aneddoti come si copre una crepa con il trucco. Lasciare che la bottiglia parli e fidarsi che chi ha orecchie per ascoltare troverà la strada. Ma attenzione, perché c’è un rischio in questa riservatezza. Un rischio che Enrico riconosce. Molti che conosco mi trovano il difetto di non voler raccontare tutto quello che ho da raccontare, tutta la storia di cent’anni. Ma io penso che venga fuori da solo. Forse si. Forse no. Il vino che non racconta la propria storia rischia di diventare un vino senza nome in un mercato affollato di vini con storie inventate. Non è giusto, ma è così. C’è una differenza fondamentale tra chi non sa raccontare e chi sceglie di non farlo sempre. Forse perché aspetta il momento giusto, la persona giusta, il contesto giusto. Poi, quando Enrico inizia a parlare lo devono fermare. Che ha talmente tante cose da dire che il problema è scegliere da dove cominciare. Per me non è facile perché ce ne sono centinaia di storie. Ecco. Il problema non è la storia. È il coraggio di uscire e raccontarla. Quest’anno Enrico ha comprato un terreno adiacente al suo. Era di Quinto, così si chiamava il proprietario, un uomo che Enrico ricorda fin da bambino, già anziano quando lui aveva dieci anni, che lavorava la vigna e gli spiegava le cose. Gli mostrava i frammenti di calcare che affioravano dal suolo, quei fondali marini che il tempo ha trasformato in roccia e che il gelo sgretola in particelle minerali. Vedi questi sassi Gli diceva Quinto, sono quelli che fanno diventare buona l’uva. Enrico aveva dieci anni e annuiva. E Quinto aveva ragione. Quel terreno, adesso, diventerà una nuova vigna. Di Timorasso, naturalmente. Forse, se la differenza con le altre ci sarà, si chiamerà col nome di quella famiglia. Come si battezza qualcosa che si è aspettato per tutta una vita. Poi c’è il rosé per Cecilia, la figlia di cinque anni. E il vino che verrà per Francesco, nato qualche mese fa. La Barbera e il Ciliegiolo mescolati, un vino rosato che porta il nome di una bambina nata nel 2020, anno non esattamente facile da ricordare, eppure anno di nascita, quindi anno che in casa Mandirola è necessariamente un anno buono. Rappresenta, rappresentano il futuro dell’azienda Sì, sì. Poi bisognerà vederlo. Io no, a seguire le orme di mio padre. A lasciarli andare. Non vuole replicare il meccanismo che l’ha formato. Non perché sia stato sbagliato. Al contrario, capisce che la libertà che suo padre gli ha dato non è un metodo da copiare. È un atteggiamento da incarnare. I suoi figli non hanno gli zii che aveva lui. Quella rete silenziosa di figure che presidiano i filari, che sono sempre lì quando il padre non c’è. Tre ragazzi giovani, italiani, della zona, che lavorano in azienda e che Cecilia già cerca quando arriva in cantina. Sono ragazzi squisiti. Una frase che va va oltre il giudizio professionale. C’è il riconoscimento che un’azienda non è mai solo chi la possiede. È anche chi ci lavora dentro, chi ci mette le mani ogni mattina, chi diventa parte della storia anche senza portarne il cognome. I Vini di Enrico Mandirola Derthona Timorasso 2024 Colli Tortonesi DOC Partiamo dall’inizio, da quello che in questa cantina è sempre stato il punto di partenza. Il Derthona, quello base, quello che Enrico chiama il punto di ingresso nel mondo Mandirola. Le viti hanno una trentina d’anni, il suolo è calcareo argilloso come tutto il Tortonese, l’esposizione va dal sudest al sudovest. La raccolta è interamente manuale, in piccole ceste. Il vino affina almeno dodici mesi sulle fecce nobili. Tutto come sempre. Eppure. Il 2024 è stata un’annata complicata per i Colli Tortonesi. Siccità estiva e poi piogge concentrate, una vendemmia che ha richiesto attenzione e selezione quasi chirurgica. Nei vini che ne sono venuti fuori si sente quasi fisicamente il racconto di quella tensione: freschezze più pronunciate del solito, una mineralità che si impone subito, una struttura che tende più al verticale che all’ampio. Il colore è paglierino luminoso, con quella trasparenza giovane che ricorda certi mattini di ottobre sulle colline del Tortonese. Al naso è ancora in una fase di raccoglimento: fiori bianchi sottili, agrume fresco, una nota erbacea pulita, e poi quella pietra focaia che è quasi il marchio di fabbrica del Timorasso quando viene da certi suoli. Non è un naso esplosivo, ma è onesto. E in questo, di Enrico, ci somiglia molto. In bocca si fa più deciso. L’acidità è viva, il sorso è snello e diretto, con una sapidità che accompagna e non stanca. Frutto di pesca bianca appena accennato, mandorla sullo sfondo, un finale che si asciuga lentamente lasciando quella sensazione minerale che è il vero affresco di questo territorio. È un vino che ha bisogno ancora di qualche mese per trovare la sua larghezza definitiva, ma che già adesso dice cose precise su chi l’ha fatto e dove viene. Non chiedergli troppo subito. Come Enrico, risponde meglio quando ci si mette comodi e si lascia che sia lui a prendere il ritmo. Tantéi Timorasso Riserva 2023 Colli Tortonesi DOC Tantéi. Il vigneto che porta il nome di quel luogo. Il cassetto chiuso di cui parlava Enrico, quello dove si tengono le lettere di Quinto e le fotografie con la data scritta a mano. Qui le viti hanno un secolo di vita, o forse più, e ogni anno che passa aggiunge qualcosa che non si riesce a descrivere senza scivolare nella retorica. Allora ci provo in altro modo: è come ascoltare qualcuno che ha visto troppe cose per avere ancora bisogno di alzare la voce. Si versa. Il colore è un giallo paglierino bellissimo, luminoso, con riflessi dorati che si muovono nel calice come se avessero una vita propria. Già guardarlo è una promessa. Al naso, la prima cosa che arriva è un agrume acerbo, aspro nel senso buono del termine. Uno zest di limone molto verde che quasi pizzica le narici prima ancora che si apra tutto il resto. E poi il resto arriva. Erbette di campo, fieno, paglia. Un sentore di pietra focaia che qui è più profondo che nel Derthona base, più radicato, come se venisse da sotto. E poi qualcosa che sulle prime sorprende: una nota di vaniglia, discreta, quasi timida, che si sposa con il limone creando qualcosa che assomiglia a una crema agrumata. Zenzero. Fiori bianchi freschi, appena tagliati — il tipo di profumo che senti solo se qualcuno ti ha messo in mano un mazzetto di margherite cinque minuti fa. Pesca bianca. Un soffio di melone bianco. E infine una balsamicità che apre le narici completamente, come se qualcosa si dilatasse. In bocca è meravigliosa la tensione. Aspro e sapido e fresco e pulito, con l’agrumato che spinge insieme alla mineralità in modo tale da allargare la bocca invece di stringerla — non è la freschezza che divide ma quella che pulisce, che rivela, che mette a fuoco. Poi mandorle, poi pere. Il vino sembra voler salire in verticale — teso come una corda — e invece a un certo punto si allarga, si distende, e lascia una bocca che continua a stupirsi di quanto sia pulita. Completamente pulita. Il legno c’è stato, ma non lo senti. È passato senza lasciare tracce riconoscibili, come un ospite educato che si ritira prima che la festa finisca. Il finale è mandorla quasi amara. Un sigillo. Non una chiusura. Una firma. Il Tantéi 2023 è un Timorasso che mi ha fatto pensare a quella frase che Enrico ha detto quasi di passaggio, parlando di aneddoti e storie: l’odore non puoi studiarlo, è un ricordo. Ecco. Questo vino è esattamente questo. Non lo bevi. Lo ricordi mentre lo bevi. E non sai ancora di cosa, ma sai che è importante. Praie Barbera 2024 Colli Tortonesi DOC Il rosso. E qui è giusto dire una cosa che vale per tutta la produzione di Mandirola, ma che per la Barbera è forse ancora più evidente: Enrico non cerca l’effetto. Non cerca il vino che impressiona la prima volta che lo assaggi e poi sparisce dalla memoria. Cerca il vino che ci sia ancora lì, nella testa, tre giorni dopo cena. Il Praie viene da viti di quarant’anni, da quelle stesse colline tra i 250 e i 300 metri dove il suolo calcareo e argilloso racconta la stessa storia di marini antichi e geli moderni che Quinto spiegava al bambino Enrico mostrando i sassi. La fermentazione è lunga, tradizionale, poi il vino riposa in bottiglia per un anno prima di uscire. Niente di complicato. Niente di ridondante. Nel bicchiere è rosso rubino, intenso e brillante, uno di quei colori che di notte sembrano avere una fonte luminosa propria. Al naso è fragrante e diretto: frutti rossi freschi, fragola, amarena, una nota di violetta che passa rapida ma si fa sentire. Non c’è arroganza in questo naso. C’è simpatia. Quella simpatia piemontese che si concede raramente ma quando arriva è autentica. In bocca la Barbera mostra la sua caratteristica più bella e più incompresa: quell’acidità vivace che non stanca, che anzi accompagna il pasto come un interlocutore interessante. Il corpo è armonico, non pesante, non leggero — giusto. Note di confettura di fragola sul finale, un lieve tocco speziato, una chiusura che non si trascina e non si tronca: semplicemente finisce quando deve finire. È il tipo di vino che mi piace portare a una cena dove non si parla di vino. Perché non ha bisogno di presentazioni. Si presenta da solo, occupa lo spazio che si è guadagnato, e fa stare bene le persone sedute a tavola. Che poi, mi viene da dire, è la stessa cosa che fa Enrico quando qualcuno riesce finalmente a farlo parlare. Dunque Mi chiedo spesso, lavorando a questa rubrica, cosa distingue le storie che vale la pena raccontare da tutte le altre. Non è la grandezza dell’azienda, non è la notorietà del vino, non è nemmeno necessariamente la qualità che pure è importante. È qualcos’altro. È la sensazione che chi hai di fronte stia vivendo la propria vita davvero, non interpretando una parte. Che le sue scelte abbiano un costo reale, che le sue fragilità siano autentiche, che i suoi orgoglio e le sue paure coesistano senza che uno cancelli l’altro. Enrico Mandirola, titolare di dodici ettari di Colli Tortonesi, padre di Cecilia e Francesco, figlio di un uomo che lo guardava in fondo al filare, ha quella cosa lì. La semplicità, diceva. La semplicità come scelta, come postura, come risposta al rumore del mondo. Non la semplicità di chi non ha niente da dire. Quella di chi ha così tanto da dire che ha imparato a scegliere. C’è una vigna di cento anni che aspetta in cantina. C’è una lettera di un uomo di 96 anni in un cassetto. C’è un terreno comprato un mese fa che diventerà una vigna nuova. C’è un rosé che si chiama come una bambina nata in un anno difficile. Non è storia inventata. È storia vera, e per questo è più difficile da raccontare. Ma ne vale la pena. Ivan Vellucci – Suggestioni di Vino
ivan.vellucci@winetalesmagazine.com Mi trovi su Instagram come @ivan_1969
11 Giugno, 2026
Only Vino. Il vino non si eredita, si sceglie
Only Vino, il marketplace che porta i privati al centro del mercato secondario del vino
Walter Benjamin, in un frammento rimasto incompiuto, scrisse che ogni oggetto autentico porta con sé l’aura del proprio passaggio nel tempo. L’aura. Quella qualità impalpabile che non si può fabbricare due volte. Che appartiene soltanto alle cose che hanno vissuto, che hanno aspettato, che sono state scelte, che qualcuno ha tenuto in mano con cura.
Una bottiglia di vino in cantina o su un ripiano dimenticato di casa è esattamente questo. Un oggetto con un’aura. Porta il segno di chi l’ha comprata, dell’anno in cui è nata, della cantina che l’ha immaginata, dell’attesa che qualcuno le ha dedicato. Eppure, nel momento in cui si vuole cederla, magari per fare spazio, perché sono cambiati i gusti, alleggerire scaffali che la moglie (la mia) ha già condannato con lo sguardo, il mercato si rivela sorprendentemente grezzo. Forum sommergibili di testo, gruppi Facebook dove le offerte spariscono tra meme e discussioni sul meteo, piattaforme generaliste che trattano il Barolo come se fosse un maglione smesso.
Magari fosse solo il Barolo. Perché, diciamocelo, non è che tutti hanno in casa bottiglie di Barolo e anche da vendere. Però a Natale, quando ci regalano del vino e non sappiamo cosa farne, ecco, li sorge il problema. Io poi che ho la casa letteralmente invasa dal vino tanto da far sembrare la scena di Fantozzi e il pane (la cito per gli amanti del genere senza andare nel dettaglio) qualcosa di poco conto. Sempre e comunque mia moglie minaccia di cacciarmi di casa insieme alle bottiglie. Anzi no, le bottiglie prima.
Silvia e Giacomo hanno deciso di fare qualcosa al riguardo. Non a riguardo di mia moglie ovviamente.
La cantina come problema e come soluzione
Giacomo è uno di quegli appassionati che il vino lo vivono con la sana combinazione di rigore e abbandono che distingue il collezionista vero dal semplice consumatore. Cinquecento bottiglie in cantina sono una stima prudente.
Spesso mi capitava di doverne vendere qualcuna. Magari ne avevo in più o i gusti erano cambiati o volevo semplicemente fare spazio. Ma dove andavo? I marketplace generalisti non capivano il vino. I forum erano sicuri quanto un passaggio di mano in una stazione.
Silvia arriva dalla moda, dal mondo della produzione e dell’avanzamento, dove il dettaglio non è un vezzo ma una necessità. Ed è da lei che arriva la scintilla narrativa: stava usando Vinted per liberarsi di qualcosa nell’armadio quando ha realizzato che quel modello, così immediato, sicuro e a misura di privato, non esisteva per le bottiglie.
Era una di quelle intuizioni che sembrano ovvie dopo, ma che nessuno aveva ancora trasformato in qualcosa di concreto.
Nasce così OnlyVino: un marketplace dedicato esclusivamente alla compravendita di bottiglie di vino tra privati. Un anno di gestazione, sviluppatori, avvocati, customer journey costruiti a mano, ogni passaggio immaginato dal punto di vista di chi deve spedire una bottiglia per la prima volta senza sapere cosa si troverà davanti.
In genere si dice che quando nessuno ha mai pensato all’idea è perché questa non sia giusta. Però si diceva così pure di Amazon o di Subito.it o di Vinted no?
Prezzo fisso, controproposta e il denaro che aspetta
La logica è quella dei marketplace che già conosciamo, ma purificata dall’unico prodotto che conta. Ci si iscrive, si carica la bottiglia, si fissa il prezzo. Chi vuole comprare può accettare, oppure fare una controproposta e aprire una chat diretta con il venditore. Il tono è quello di una trattativa civile tra persone che il vino lo conoscono e lo rispettano.
Il pagamento è gestito tramite Stripe con sistema escrow: il denaro rimane congelato fino a quando la spedizione è completata. L’acquirente ha ventiquattro ore per ispezionare la bottiglia e confermare che tutto sia in ordine. Solo allora i fondi si sbloccano. È una soluzione che tutela entrambe le parti
Perché chi vende ha interesse che la bottiglia arrivi integra, e chi compra vuole essere sicuro di ricevere quello per cui ha pagato,
La commissione è unica e a carico del venditore: otto per cento più IVA. Una scelta deliberata.
Volevamo commissioni basse per facilitare davvero la compravendita, non per fare cassa sul passaggio.
Per Silvia è una vera dichiarazione d’intenti.
Il problema che nessuno aveva risolto: spedire una bottiglia senza paura
Se c’è un dettaglio che distingue OnlyVino da qualsiasi tentativo precedente, è la spedizione. Vinted funziona perché non devi pensare alla logistica: arrivi l’etichetta, la stampi, l’attacchi, sparisci. Ma Vinted vende magliette. Una bottiglia di vino è un oggetto fragile, prezioso, soggetto a normative specifiche.
Ci abbiamo lavorato moltissimo arrivando a siglare un accordo con una filiale di Mailbox e integrato i sistemi in modo che al venditore arrivi direttamente la lettera di vettura. Stampa, attacca, consegna. Fine.
È il tipo di soluzione che richiede mesi di lavoro per sembrare ovvia. Ogni ostacolo che un utente reale potrebbe incontrare è stato mappato, ogni frizione rimossa o almeno addolcita.
Ci siamo posti una miriade di domande su come si comporta una persona quando deve spedire, cosa potrebbe bloccarla, cosa potremmo fare per facilitarle la vita.
Il linguaggio di Silvia è quello del product design legato all’empatia di chi ha già vissuto il problema.
Una startup con molte idee
OnlyVino al momento conta circa qualche decina di annunci attivi. È un numero che fa sorridere e che non andrebbe interpretato come un limite. Chrono24, il marketplace degli orologi di lusso oggi punto di riferimento mondiale, è partito da una manciata di inserzioni e da un’idea chiara. Prima di diventare ecosistema, ogni marketplace è stato un vuoto in attesa di fiducia.
L’apertura alle partite IVA è prevista nel giro di poche settimane. E lì il quadro potrebbe cambiare rapidamente: il mercato secondario del vino in Italia è ancora largamente informale e una piattaforma strutturata, sicura, con spedizione integrata potrebbe diventare lo strumento che molte piccole cantine e importatori stavano aspettando senza saperlo.
Non vogliamo bruciare i passaggi ma sappiamo dove vogliamo arrivare.
Due persone fuori dal vino. Per questo dentro al problema
Né Silvia né Giacomo vengono dal mondo del vino in senso professionale. Lei lavora nella moda, nella produzione, nel monitoraggio dei processi. Lui si occupa di amministrazione aziendale e ha con i dati una familiarità che lo rende sistematico anche nelle passioni. Il vino è una scelta di vita, non una carriera. E forse è proprio per questo che OnlyVino ha una prospettiva che i progetti nati dall’interno del settore faticano spesso ad avere: quella di chi guarda il mercato come utente, non come operatore.
Il vino è qualcosa in cui siamo entrati con tutte le scarpe. È il nostro modo di fare qualcosa per questo mondo che amiamo.
Non è retorica quella di Giacomo. È la spiegazione più onesta del perché certi progetti nascono e del perché, quando nascono così, hanno una chance in più di reggere alla prova del mercato reale.
L’aura della bottiglia giusta
Benjamin aveva ragione: l’aura non si fabbrica. Ma si può creare l’infrastruttura perché circoli. Perché una bottiglia scelta con cura da qualcuno possa trovare le mani di qualcun altro che sa riconoscerne il valore. OnlyVino non è ancora il mercato secondario del vino italiano. Ma ha l’architettura giusta, la pazienza necessaria, e quella qualità rara dei progetti costruiti per risolvere un problema vero: la chiarezza di sapere esattamente da dove si viene.
La cantina di Giacomo, nel frattempo, aspetta. E mia moglie anche. Proverò sicuramente ad usare OnlyVino. Non fosse altro per non veder distrutte le bottiglie. E un matrimonio ovviamente.
Ivan Vellucci – Suggestioni di Vino
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11 Giugno, 2026
I vini delle Isole Minori: autenticità nel cuore del Mediterraneo
Le isole minori custodiscono un patrimonio vitivinicolo unico al mondo, fatto di vitigni antichi, paesaggi estremi e tradizioni tramandate nei secoli. In questi territori sospesi tra terra e mare, la viticoltura non è soltanto produzione agricola, ma espressione autentica della cultura isolana e della capacità dell’uomo di adattarsi a un ambiente spesso difficile e impervio.
L’isola è infatti un mondo a sé, un ecosistema delimitato da confini precisi, caratterizzato da flora, fauna, clima e conformazioni geologiche uniche. In questi contesti le varietà di vite, presenti da tempi remoti, hanno sviluppato caratteri peculiari, adattandosi miracolosamente ai venti, alla salsedine, ai terreni vulcanici o rocciosi e alle condizioni climatiche più diverse. Nelle isole minori questa selezione naturale e culturale è stata ancora più severa, dando origine a vini dal profilo straordinariamente originale.
Produrre vino in queste terre richiede fatica, dedizione e una conoscenza profonda dell’ambiente. I vini delle isole minori sono il risultato della “geniale operosità” dell’uomo isolano, costretto dalla natura ad accontentarsi di ciò che il territorio offre, trasformando i limiti in valore. Ne nascono vini autentici, intensi, ricchi di profumi mediterranei.
Il progetto dedicato ai vini delle isole minori, promosso da Proposta Vini, coinvolge piccole isole di tutto il Mediterraneo, ciascuna con la propria identità enologica e culturale. Un viaggio che attraversa territori unici come Ibiza, Porquerolles, Laguna di Venezia, Isola del Giglio, Elba, Ponza, Ventotene, Ischia, Capri, San Pietro, Salina, Ustica, Pantelleria, Hvar, Cefalonia, Milos, Limnos, Samos e Santorini.
Gianpaolo Girardi, fondatore di Proposta Vini
Con il termine Isole Minori intendiamo piccole isole del Mediterraneo all’interno delle quali, dall’altura, dal punto più in alto dell’isola, si possono vedere tutte le coste. Queste piccole isole hanno spesso mantenuto l’aspetto primordiale nel passaggio da una situazione all’altra, conservano vitigni antichi e antiche tecniche di viticoltura, sono realtà uniche nel loro genere.
Un mosaico di culture, paesaggi e tradizioni che racconta il Mediterraneo più autentico attraverso vini irripetibili, figli del vento, del mare e della resilienza delle comunità isolane. Di seguito abbiamo selezionato alcune cantine e vini simbolo di questa viticoltura testimone di un pezzo del nostro patrimonio storico e culturale.
Isola del Giglio — Castellari, Ansonica Melù
All’Isola del Giglio, Simone e Desy Ghelli hanno scelto di riportare la vite dove il tempo e la fatica avevano progressivamente favorito l’abbandono. Il Giglio è un’isola granitica, bagnata dal Mar Tirreno, dove i vigneti si arrampicano su pendenze che possono raggiungere il 30-40%, spesso a strapiombo sul mare. Qui la viticoltura è necessariamente eroica e i terrazzamenti sono indispensabili.
La storia vitivinicola dell’isola ha radici antiche. Etruschi e Romani posero le basi della coltivazione della vite; in seguito, dal XIV secolo, i Medici favorirono la diffusione dei vigneti, destinando una parte importante dell’isola alla produzione di vino da Ansonica. Con il tempo, però, le condizioni estreme di lavoro e la scarsa produttività portarono all’abbandono di molti terreni.
Oggi Simone e Desy, con la loro azienda Castellari, gestiscono 1,2 ettari di vigneti interamente terrazzati e dedicati all’Ansonica, coltivati con pratiche agronomiche essenziali, antiche e ancora attuali, nel massimo rispetto dei suoli granitici e dell’ecosistema isolano. La produzione è limitatissima, tra le 2.000 e le 3.000 bottiglie all’anno.
L’Ansonica Melù nasce dalle uve dei vigneti Castellari e Saetta. È un vino di grande identità, ottenuto attraverso macerazioni sulle bucce che variano dai dieci giorni agli otto mesi in acciaio, seguite da affinamento sempre in acciaio. Nel calice si presenta di un oro brillante, tipico della bacca matura di Ansonica. Al naso richiama la macchia mediterranea, con note di salvia e camomilla; al palato esprime freschezza, sapidità e una sorprendente bevibilità.
Un vino che si sposa bene con la carne di maiale e trova una bella espressione con l’Arista al latte con erbe aromatiche, piatto tipico della cucina Toscana.
Prezzo in enoteca: 27 €
Ustica — Hibiscus, Zibibbo Passito Zhabib
A Ustica, Hibiscus è una piccola realtà profondamente legata alla propria isola. È l’unica azienda a svolgere l’intero processo produttivo, dalla coltivazione alla vinificazione, sui propri terreni usticesi. Qui i vini nascono da suoli vulcanici, che conservano i sapori più autentici delle uve tradizionali della Sicilia occidentale.
Ustica è l’apice emerso di un vulcano sottomarino, un’isola di circa 800 ettari situata 36 miglia a nord di Palermo. Al centro si innalzano colline di circa 300 metri, mentre lungo la costa si trovano pianure e terrazzamenti naturali, modellati nel tempo dagli innalzamenti e abbassamenti del livello del mare.
Margherita Longo e Vito Barbera vivono sull’isola tutto l’anno con la loro famiglia e conducono tre ettari di vigneti distribuiti in piccoli appezzamenti tra Tramontana e Ponente. L’azienda, avviata negli anni Ottanta tra muretti a secco, vigneti a spalliera e una piccola struttura di vinificazione, trova nuovo impulso nel 2010 quando Margherita e Vito hanno deciso di piantare nuovi vigneti e ristrutturare la cantina con l’obiettivo di tutelare una materia prima eccellente e portare in bottiglia la voce più limpida dell’isola. La presenza del mare condiziona ogni aspetto della coltivazione: la salsedine, il vento, il clima e la luce determinano la vita della vite e il carattere dei vini.
Lo Zibibbo Passito Zhabib nasce da uve provenienti da diversi appezzamenti tra Contrada Spalmatore e Contrada Tramontana. Lo Zibibbo, varietà storicamente presente a Ustica, trova nei suoli vulcanici vicini al mare un ambiente ideale per esprimere aromaticità, sapidità e mineralità. In passato veniva utilizzato anche nei vini di consumo familiare e appassito per la preparazione di dolci; Hibiscus ne ha recuperato la coltivazione e la vinificazione con tecniche capaci di esaltarne il profilo.
Zhabib è un vino intenso e solare, che restituisce gli aromi fruttati delle uve Moscato. Le sensazioni dolci di mandorla, fico secco e miele, tipiche dello Zibibbo appassito al sole, trovano equilibrio in una piacevole freschezza, rendendo il vino ricco ma mai eccessivo.
Vino da meditazione per eccellenza, è particolarmente adatto alla pasticceria siciliana, in particolare ai cannoli o alla cassata. Da provare anche in abbinamento a formaggio erborinati o piccanti, come il Piancentinu Ennese, pecorino siciliano DOP a base di zafferano.
Prezzo in enoteca: 42 €
Ventotene — Candidaterra, Pandataria Il Vino del Confino
Ventotene, la più meridionale delle isole dell’Arcipelago Pontino, è una piccola terra vulcanica sospesa tra Lazio e Campania. Con i suoi 1,9 chilometri quadrati, rappresenta uno degli esempi più intensi di viticoltura insulare del Mediterraneo. La sua superficie è quasi interamente costituita da depositi vulcanici, che insieme ai venti marini imprimono un carattere distintivo alle uve e ai vini.
Nel 2013 Luigi Sportiello, giovane viticoltore ventotenese, ha scelto di far rinascere la viticoltura sull’isola, dopo decenni di abbandono dovuti allo spopolamento e alla fuga dei giovani. La sua azienda, Candidaterra, è una realtà familiare di due ettari, dove la coltivazione avviene nel rispetto dell’ambiente e delle norme della Riserva Naturale delle isole di Ventotene e Santo Stefano, senza l’utilizzo di pesticidi, insetticidi o prodotti chimici inquinanti. I vigneti si trovano nella zona centrale dell’isola, tra i 30 e i 50 metri sul livello del mare, allevati a guyot.
Pandataria Il Vino del Confino nasce dall’assemblaggio di Falanghina, Fiano e Greco: tre vitigni a bacca bianca tipicamente campani, che a Ventotene trovano un’espressione originale e profondamente marina. Il nome richiama l’antica denominazione dell’isola e la sua storia di luogo di confino.
La produzione è estremamente limitata, circa 500 bottiglie. Seguito per la parte agronomica ed enologica da Vincenzo Mercurio, Pandataria si distingue per eleganza, equilibrio e precisione. Il colore è giallo limpido; al naso emergono erbe aromatiche, pesca e agrumi; al palato è fresco, minerale, sapido, con una complessità che racconta la natura vulcanica e ventosa dell’isola.
La sua aromaticità si sposa bene con piatti a base di pesce saporiti come un classico spaghetto alle vongole o un più saporito e sfizioso piatto di sarde fritte.
Prezzo in enoteca: 25 €
Ischia — Cenatiempo, Kalimera Biancolella
La storia della famiglia Cenatiempo comincia nel 1945, quando viene rilasciata la licenza di commercio di vini sull’isola di Ischia. Da allora l’azienda è passata dall’imbottigliamento del vino sfuso alla lavorazione delle uve isolane, fino a diventare una delle realtà più rappresentative della viticoltura ischitana.
A Ischia la vite ha radici antichissime, probabilmente legate alla colonizzazione greca. Nel corso dei secoli gli abitanti dell’isola hanno modellato un paesaggio rurale unico, scavando cantine e ricoveri nel tufo verde, trasformando grandi massi franati dal Monte Epomeo in abitazioni, cellai, grotte, palmenti e cisterne. Hanno costruito terrazzamenti strettissimi, talvolta capaci di ospitare un solo filare, sostenuti da muri a secco chiamati “parracine”: vere e proprie architetture agricole che ancora oggi costituiscono la spina dorsale del paesaggio vitivinicolo isolano.
La viticoltura ischitana è eroica per definizione. I vigneti si trovano su pendii scoscesi, in terrazze ridotte, dove la meccanizzazione non può arrivare e ogni lavoro è affidato alla mano dell’uomo. Biancolella, Forastera, Piedirosso e Guarnaccia sono i vitigni autoctoni che raccontano l’anima marinara e vulcanica dell’isola.
Dal 2007 Cenatiempo ha avviato un importante lavoro di recupero diretto dei vigneti, riportando alla vita terreni rimasti incolti per decenni. Oggi l’azienda gestisce circa sei ettari suddivisi in quindici appezzamenti sparsi sull’isola, con prevalenza sul versante sud-orientale. La conduzione è biologica e, nella tenuta Kalimera, situata a 450 metri sul livello del mare nel comune di Serrara Fontana, segue un approccio biodinamico.
Kalimera Biancolella nasce proprio da questa vigna di alta collina, dove la natura vulcanica del suolo, l’altitudine e l’influenza marina contribuiscono a definire un vino di grande personalità. Il colore è giallo paglierino brillante; al naso emergono note iodate, erbe aromatiche e frutta gialla. In bocca è fresco, fragrante, fruttato, attraversato da una tipica sapidità e da una buona persistenza.
Il suo profilo minerale si sposa perfettamente con crudi di mare e crostacei ma non è da sottovalutare in abbinamento al coniglio alla cacciatora, secondo la tradizione ischitana, dove la sua sapidità esalta la delicatezza della carne e l’aromaticità delle erbe.
Prezzo in enoteca: 26 €
La Redazione
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11 Giugno, 2026
Vini d'Abbazia venerdì al via: istituzioni unite per valorizzare il vino come patrimonio culturale e leva di sviluppo dei territori.
Da Regione Lazio, Arsial e Camera di Commercio Frosinone Latina un messaggio condiviso per l’edizione 2026: cultura del vino, identità territoriali e collaborazione tra istituzioni sono gli strumenti per promuovere crescita, turismo e competitività.
Il vino come strumento di dialogo tra culture, comunità e territori, ma anche come opportunità di sviluppo economico, promozione turistica e valorizzazione delle identità locali. È questo il filo conduttore che emerge dalle dichiarazioni delle istituzioni promotrici della quinta edizione di Vini d’Abbazia, in programma dal 12 al 14 giugno nell’Abbazia di Fossanova.
Un evento che si conferma punto di incontro tra tradizione, innovazione e visione strategica, capace di mettere in relazione il mondo produttivo, le istituzioni e i territori attraverso il racconto di uno dei simboli più rappresentativi del patrimonio agroalimentare italiano.
Giancarlo Righini, Assessore all’Agricoltura e alla Sovranità Alimentare della Regione Lazio, definisce Vini d’Abbazia come
Una delle esperienze più significative attraverso cui il Lazio racconta la propria identità agricola, culturale e spirituale. In un luogo simbolico come l’Abbazia di Fossanova il vino diventa strumento di dialogo tra tradizioni, territori e comunità, capace di unire storia, ricerca, innovazione e valorizzazione delle eccellenze produttive. Questa quinta edizione, per la quale ringrazio ancora una volta gli organizzatori, conferma la capacità della nostra regione di promuovere un modello di sviluppo che mette al centro la qualità, la sostenibilità e la cultura del vino, arricchendo il programma con momenti di approfondimento che spaziano dall’enologia alla scienza, dall’arte contemporanea alla dimensione internazionale del dialogo tra i popoli.
L’Assessore ha poi ricordato il ruolo strategico delle produzioni vitivinicole e dell’enoturismo per la crescita economica e la promozione dell’immagine del territorio, sia in Italia che all’estero:
Per questo come Regione Lazio continuiamo a investire. Eventi come Vini d’Abbazia dimostrano come il vino non sia soltanto un prodotto di eccellenza, ma anche un patrimonio culturale capace di generare conoscenza, relazioni e opportunità di sviluppo per le nostre comunità
Per il Presidente di Arsial, Massimiliano Raffa, Vini d’Abbazia rappresenta
Un evento unico, dove il vino diventa racconto di territori, comunità e tradizioni che continuano a generare valore e futuro. Una manifestazione che riesce a mettere in dialogo cultura, impresa e identità, offrendo una prospettiva autentica sulle eccellenze che caratterizzano il nostro patrimonio agroalimentare.
Al centro della partecipazione di Arsial ci sarà infatti, venerdì 12 alle ore 15, il seminario dedicato ai vitigni autoctoni:
Questo appuntamento ci ricorda che il futuro del vino passa dalla capacità di riconoscere e valorizzare ciò che rende unici i nostri territori. Custodire queste varietà significa trasformare identità, storia e biodiversità in opportunità di crescita per le imprese, rafforzando il legame tra qualità produttiva, attrattività dei luoghi ed esperienza turistica. Per questo abbiamo voluto riunire nel seminario alcune delle personalità più autorevoli del panorama vitivinicolo nazionale, professionisti che hanno saputo interpretare i cambiamenti del settore e contribuire a ridefinire il modo di produrre, raccontare e promuovere il vino italiano.
Un’iniziativa che punta a offrire alle imprese strumenti e visioni per affrontare le sfide dei mercati contemporanei senza rinunciare alle proprie radici identitarie. Arsial sarà presente a Vini d’Abbazia anche con una selezione delle migliori espressioni dell’agroalimentare regionale
Perché siamo convinti che il Lazio dia il meglio di sé quando si presenta come una comunità di competenze, produzioni e territori capaci di fare squadra. È da questa capacità di fare sistema che nascono le opportunità più importanti per raccontare il nostro territorio, attrarre valore e costruire nuove prospettive di crescita.
La kermesse viene interpretata anche come una piattaforma di dialogo e confronto culturale. Per il Presidente della Camera di Commercio Frosinone Latina, Giovanni Acampora
Vini d’Abbazia è molto più di un evento dedicato al vino: è un luogo in cui si incontrano culture, territori e visioni diverse. In uno scenario straordinario come quello dell’Abbazia di Fossanova il vino diventa un linguaggio universale capace di mettere in relazione spiritualità, storia, ricerca, arte e identità produttive, raccontando storie di comunità che attraversano confini, generazioni e tradizioni. È proprio questa la forza dell’evento: la capacità di trasformare ogni calice in un’esperienza di conoscenza e ogni incontro in un’occasione di confronto, crescita e costruzione di relazioni durature.
Manifestazioni come Vini d’Abbazia il Presidente – dimostrano come la valorizzazione delle eccellenze enogastronomiche possa diventare uno straordinario strumento di promozione territoriale e di sviluppo economico. Qui il patrimonio produttivo incontra quello culturale e paesaggistico, dando vita a un racconto autentico che rafforza l’attrattività dei nostri territori e contribuisce a generare nuove opportunità per le imprese, per il turismo e per le comunità locali. La presenza di cantine provenienti da abbazie e monasteri italiani e internazionali, insieme a momenti di approfondimento dedicati alla cultura del vino, alla sostenibilità, alla ricerca e ai vitigni identitari, conferma la capacità di questa manifestazione di guardare al futuro senza perdere il legame con le proprie radici. Vini d’Abbazia rappresenta un modello virtuoso di collaborazione tra istituzioni, imprese e territori, capace di creare valore condiviso e di promuovere un’immagine del Lazio e delle province di Frosinone e Latina fondata sulla qualità, sull’accoglienza e sulla capacità di fare sistema. È attraverso iniziative come questa che possiamo costruire percorsi di crescita sempre più solidi, valorizzando le nostre eccellenze e rafforzando il posizionamento del territorio nei circuiti nazionali e internazionali del turismo e dell’enogastronomia.
La quinta edizione di Vini d’Abbazia si presenta dunque come il risultato di una forte sinergia istituzionale e territoriale, avviata da Regione Lazio e Camera di Commercio Frosinone Latina, attraverso Arsial e Informare, con l’obiettivo di promuovere il territorio e rafforzare l’identità del Lazio come destinazione enoturistica di eccellenza. Ideato dal giornalista Rocco Tolfa, l’evento è organizzato dalla Strada del Vino della provincia di Latina, dalla cooperativa Taste Roots e dall’Associazione Polygonal. La manifestazione si svolge in collaborazione con Regione Lazio, Arsial, Camera di Commercio Frosinone Latina, Azienda Speciale Informare, Ministero della Cultura – Direzione Regionale Musei Nazionali Lazio – Abbazia di Fossanova, Priverno (LT) e con la partnership del Comune di Priverno. Sono partner tecnici dell’evento anche Slow Food Lazio, l’Associazione Italiana Sommelier, Oltre Roma Wine Tour, Acqua Filette, Vivaio Aumenta e Federcampeggio. Main sponsor Banca di Credito Cooperativo di Roma. Media partner ufficiali Rai Radio 2, Spirito DiVino e Camp.
Un modello di collaborazione che guarda al vino non soltanto come eccellenza produttiva, ma come patrimonio culturale e motore di sviluppo, in grado di generare relazioni, conoscenza e nuove opportunità per le comunità locali.
Tutte le masterclass prevedono posti limitati e sono acquistabili online, così come i biglietti per le singole giornate dell’evento, al link www.vinidabbazia.com. Per la stampa è attiva la procedura di accredito al link vinidabbazia.com/registrazione-giornalisti.
La Redazione
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11 Giugno, 2026
BEREBIANCO 2026. Cucina & Vini mette al centro i grandi vini italiani.
IL COSA E IL DOVE
Lo scorso 23 maggio i rinnovati spazi del Grand Hotel PALATINO di Roma hanno ospitato la quarta Edizione di BEREBIANCO, Evento organizzato da CUCINA & VINI e dedicato ai grandi bianchi da invecchiamento di un’Italia che ancora si ostina a negare l’evidenza e a proseguire nella richiesta di vini bianchi “ancora da vendemmiare”.
Circa 50 le aziende presenti e oltre 150 le etichette in degustazione ai banchi d’assaggio e 5 masterclass dedicate non solo alle vecchie annate ma soprattutto al racconto che i Produttori ne hanno fatto, perché un vino è molto più che “solo” un vino, è storia, passione, lavoro, ricordi, aspettativa, emozioni…
Una giornata all’insegna del Territorio e della Qualità che ha radunato un gran numero di appassionati e professionisti del settore ma soprattutto ha inaspettatamente intercettato la curiosità di quei giovani che spesso “mancano” nelle statistiche di coloro che si mostrano interessati al vino e al bere consapevole.
GLI ASSAGGI
Come già accennato c’era tanto, davvero tanto da assaggiare.
Una prima occhiata alla sala mi ha fatto subito capire che era meglio mettere da parte qualsiasi tipo di programma e lasciarsi trasportare dall’estro e dall’agilità necessaria a schivare le lunghe file ai tavoli dei Produttori più blasonati per dedicarsi ai nomi nuovi e/o a quanto il caso era in grado di offrirci.
Alla fine, tra gli ormai canonici circa sessanta assaggi, ho creduto opportuno sottoporre alla Vostra attenzione dieci etichette, dieci calici di emozioni che Vi invito a provare personalmente perché nessuna parola (soprattutto altrui) potrà mai sostituirsi all’esperienza diretta.
– VALLE ISARCO GRÜNER VELTLINER DOC “RIGGER” 2019, GRIESSERHOF (ALTO ADIGE):
Ci sono vini che profumano di frutto.
E poi ci sono vini che profumano di aria.
Questo 2019 sa di vento freddo che scende dalle montagne, di erbe schiacciate tra le mani e di pietra chiara bagnata dalla pioggia.
Il tempo ha intagliato la corazza acerba del Gruner Veltliner scoprendone un profilo fatto di profondità.
Il naso si muove lento ma inesorabile.
Mela gialla, pera matura, pesca bianca e mango aprono schiudono il sipario olfattivo regalando morbidezze solari, poi cambia tutto.
Arrivano pepe bianco, melissa, fieno essiccato, salvia alpina e quella vena vegetale finissima che scomoda il sedano bianco.
Tutto è teso, pulito, verticale.
Respira ancora.
Ed esce la montagna.
L’acqua gelida e la pietra aguzza sono presenza e presidio.
La bocca è larga ma affilata.
Inizialmente morbida, quasi cremosa, poi la freschezza rimette il vino in asse e lo porta dritto verso un finale sapido, pepato, amaricante quanto basta.
Tornano agrume verde, mela croccante, erbe officinali e quella scia di pepe bianco che resta attaccata al palato.
Ma non ha voglia di impressionare, non alza la voce.
Lavora sui dettagli, sulle sfumature con precisione glaciale.
Un vino che oggi non corre più.
Cammina lento.
Ma sa esattamente dove andare.
88+ Punti
– COLLIO DOC MALVASIA 2022, ZUANI (FRIULI VENEZIA GIULIA): ha qualcosa di inquieto e mediterraneo dentro un paesaggio che mediterraneo non è (o forse si?).
Nasce dove il Collio perde l’eleganza della cartolina e diventa intreccio contadino di vento, ponca e vigne, tensione continua tra luce e ombra.
Il primo impatto è quasi obliquo, non esplode, si insinua.
Rosa gialla, foglia di limone, salvia, poi pesca bianca e una nota sottile di tè agli agrumi.
Poi il salmastro e lo scuro di un’impressione di pietra umida, di buccia d’arancia lasciata essiccare al sole, di erbe spontanee schiacciate tra le mani.
È un vino che profuma più di vento che di frutta.
In bocca ha materia da vendere ma resta nervoso, vivo.
Il sorso entra morbido e subito si arrampica, attraversato da una vena sapida che sembra arrivare direttamente dal fondo del mare che era.
E nel finale torna quell’amaritudine mediterranea, elegante e irrisolta, che rende la Malvasia un vitigno così umano: mai completamente ordinato, mai davvero addomesticato.
È un vino di respiro, un bicchiere che sembra raccontare non tanto il vitigno quanto quel confine che il Territorio cancella, una stretta di mano tra la freschezza del nord e la memoria solare dell’Adriatico.
88++ Punti.
– COLLIO DOC BIANCO 2021 RISERVA, ZUANI (FRIULI VENEZIA GIULIA): non cerca di rappresentare il Collio, piuttosto di interrogarlo.
In un’epoca che pretende definizioni immediate e identità facilmente riconoscibili sceglie la complessità come forma di resistenza.
Non si affida alla voce di una singola varietà, ma costruisce il proprio linguaggio attraverso il dialogo.
È un vino che nasce dall’assemblaggio e che dell’assemblaggio conserva la più alta ambizione: trasformare la pluralità in unità senza cancellarne le differenze.
Al naso si muove con lentezza e profondità.
I primi richiami sono quelli degli agrumi maturi, il cedro, il pompelmo giallo, la scorza di limone candita…
Poi sono pesca bianca, albicocca appena matura, pera Williams…e ancora sfumature di fiori bianchi, camomilla, ginestra, che lasciano progressivamente spazio a una trama più complessa fatta di erbe officinali, mandorla fresca, nocciola, spezie dolci e delicati richiami fumé.
Sullo sfondo affiora quella mineralità gessosa di una ponca che definire il carattere del vino ben più che i singoli aromi.
La sua cifra non è l’intensità, ma la profondità, non procede per affermazioni, ma per allusioni. Ogni elemento sembra emergere e ritirarsi con la naturalezza delle cose necessarie.
Nulla si impone, tutto concorre.
L’assaggio restituisce una materia ampia e avvolgente, attraversata da una tensione costante. L’ingresso è morbido e pieno, quasi cremoso, ma immediatamente sostenuto da una freschezza agrumata che ne ridisegna i contorni.
La componente sapida, precisa e persistente, accompagna il sorso lungo tutta la progressione, conferendo slancio e profondità.
Ritornano le sensazioni di agrume, frutta gialla e mandorla, mentre il finale si distende lungo su toni salmastri, speziati e leggermente tostati.
È il rapporto che instaura con il tempo che chiede attenzione.
Non il tempo dell’invecchiamento, troppo spesso evocato come misura di valore, ma il tempo della comprensione.
Il tempo necessario perché un paesaggio diventi memoria, perché un luogo smetta di essere geografia e diventi cultura.
È figlio di una terra di confine e i confini non sono mai soltanto linee di separazione, sono luoghi di incontro, di contaminazione, di negoziazione continua.
Questo vino sembra assorbirne la lezione più profonda, la sua identità non nasce dalla purezza, ma dalla relazione, non dalla semplificazione, ma dall’equilibrio.
Restituisce questa visione con particolare lucidità.
Possiede energia senza nervosismo, densità senza peso, maturità senza opulenza
Ogni componente appare inserita all’interno di un disegno più ampio, come se l’obiettivo non fosse costruire un grande bianco, ma raggiungere una forma di armonia, come se il suo scopo fosse quello di ricordarci che l’eleganza, ogni tanto, non coincide con la sottrazione ma con la capacità di dare ordine alla complessità.
Come certi paesaggi collinari osservati dall’alto, dove ogni vigneto, ogni bosco e ogni sentiero sembrano occupare un posto inevitabile, trova la propria bellezza nella misura delle relazioni che lo compongono.
Più che raccontare un territorio, ne interpreta il pensiero.
89 Punti.
– VERMENTINO DI GALLURA DOCG SUPERIORE “KRAMORI” 2024, SARAJA (SARDEGNA): “KRAMORI” nasce sotto lo sguardo del Monte Limbara, dove il granito si fa vento e il vento si fa sale.
Nel bicchiere racconta la Gallura ruvida a colpi di agrumi maturi e pesca bianca, di ginestre e fieno.
E mentre soppesate un ché di spezie ecco la macchia mediterranea, gli inciampi di ginepro, il soffio costante di salvia e rosmarino e quella mineralità granitica che ti ricorda che sotto i piedi non hai terra ma roccia antica come il mondo.
In bocca fa sul serio, entra ampio, generoso, quasi avvolgente, eppure resta teso come una corda di violino affilato come la lama a due fili della spada fresco-sapida.
Cincischia un po’ con la frutta matura e, nel finale, arriva il sale! Come un’onda che si ritira sulla spiaggia di Budoni, lasciando una scia ammandorlata, amara e lunghissima.
È un vino che ha eleganza e carattere, precisione e carnalità. Non urla, canta. E lo fa con quella voce un po’ roca e solare tipica della Sardegna del nord.
Un vino che ci ricorda come certi territori non si raccontano, si bevono.
88++ Punti.
– VERMENTINO DI GALLURA DOCG VENDEMMIA TARDIVA “KARI DÌ PÈTRA” 2022, SARAJA (SARDEGNA): Il naso è consistente, un abbraccio caldo e complesso di Gallura matura.
Non corre, che si prende il suo tempo, come la vendemmia che lo ha generato e regala note di frutta bianca stramatura, pesca noce, albicocca sciroppata, cedro candito e scorza d’arancia.
La nocciola tostata arriva dopo, accompagnata da una carezza di vaniglia e da un soffio di fiori di ginestra secchi mentre il miele di corbezzolo e le spezie dolci si fondono con la mineralità della roccia scaldata dal sole.
In bocca ha corpo, materia e una ricchezza che è lusso senza ostentazione.
Entra ampio, avvolgente, il frutto è denso e maturo, ma l’acidità vibrante e la sapidità marina lo tengono in piedi, impedendogli di cadere in mollezze sdolcinate.
Il finale è lungo, aristocratico, con ritorni di mandorla, miele e il sigillo di una mineralità granitica.
Da un vigneto piccolo e ostinato un Vermentino che parla di vento, maestrale e tempo rubato alla terra.
Non il mio Vermentino ma un sorso che resta.
89 Punti?
Forse si.
– ETNA BIANCO DOC 2025, TORNATORE (SICILIA): si apre su profumi netti di cedro, crema di limone, mela verde e pesca bianca, accompagnati da richiami di ginestra, finocchietto, erbe spontanee e pietra vulcanica.
Un corredo aromatico che fa della nitidezza la propria profondità.
Ogni aroma appare a fuoco, come illuminato dalla luce tersa delle contrade etnee.
L’Etna Bianco di Tornatore è uno di quei vini che ricordano quanto l’altitudine sia una componente del gusto prima ancora che un dato geografico. Perché se la Sicilia richiama immediatamente il sole, la maturità e l’abbondanza, qui il racconto cambia prospettiva. Sale di quota, rallenta i ritmi e acquista definizione.
In bocca è slanciato, salino, attraversato da una freschezza che ne definisce l’architettura senza mai diventare tagliente, un sorso in cui gli agrumi ritornano insieme a note di mandorla fresca e a una mineralità quasi polverosa che richiama la roccia lavica frantumata.
Preciso più che complesso, lascia che ogni cosa occupi il proprio posto senza eccessi né concessioni.
Avanza con passo sicuro, mantenendo fino alla chiusura quella sensazione di energia composta che rappresenta probabilmente la sua qualità più distintiva.
In un territorio che spesso viene raccontato attraverso la forza del vulcano questo vino ne racconta l’eleganza e dimostra come, sull’Etna, la vera profondità non nasca dalla potenza della montagna, ma dalla capacità di trasformarla in tensione, luce e misura.
88++ Punti.
– ETNA BIANCO DOC “PIETRARIZZO” 2023, TORNATORE (SICILIA): olfatto verticale, quasi tagliente, che prima sussurra soltanto e poi riempie tutto lo spazio.
Limone candito e cedro duettano con pesca bianca tropicali succosità, la ginestra accompagna il tiglio, e la pietra è un’anima nera, una eco fumé che sull’Etna non è vezzo ma memoria.
C’è il vento dentro questo vino.
Lo sentite mentre muove erbe di montagna, timo selvatico, una camomilla appena accennata e una salinità che sa di roccia bagnata più che di mare.
Il sorso non concede scorciatoie: entra teso, affilato, minerale.
La freschezza corre veloce sulle gengive ma trova subito profondità, materia, una consistenza quasi lavica che allarga il vino senza appesantirlo mai.
E allora ecco il contrasto, bellissimo, tra la luce agrumata del Carricante e quell’ombra vulcanica fatta di fumo, sale e terra che parla la lingua del fuoco.
Finale lungo, salino, di quelli che Vi fanno tornare al bicchiere anche quando non c’è più nulla da capire.
Solo da bere.
Un vino che guarda il vulcano senza abbassare lo sguardo…
89 Punti.
– VIGNETI DELLE DOLOMITI IGT TRAMINER AROMATICO 2024, STEFANO POLA (VENETO): se al naso può sembrare una versione fresca e quasi “alleggerita” del vitigno non vuol dire che non ne rappresenti l’espressività.
Subito un bel bouquet di fiori nel quale spiccano rosa canina, tiglio e un tocco di sambuco.
Poi, dopo una frutta bianca che racconta mela golden croccante, pesca bianca e un accenno di albicocca matura ma non troppo, ecco che esce l’anima del Traminer, quella spezia dolce, discreta, lo zenzero candito, un filo di cumino e quella chiusura balsamico-minerale a ricordarci che non siamo in Alsazia o in Alto Adige ma in Valbelluna, dove il freddo scolpisce verticalità.
In bocca è vibrante.
L’acidità montanara è ben presente e fa da scheletro a un sorso che ha sostanza ma non peso. Buona la sapidità, pulita la chiusura, con quel ritorno floreale e leggermente speziato che invita al secondo bicchiere, quell’aromaticità che accompagna senza aggredire.
Onesto, territoriale, magari non ti fa sognare ad occhi aperti come certi fuoriclasse, ma ti lascia un bel ricordo
Brindo alla viticoltura di montagna che non urla, ma parla con chiarezza.
87++ Punti.
– VIGNETI DELLE DOLOMITI IGT RIESLING 2023, STEFANO POLA (VENETO): un Riesling che sembra nascere da una luce fredda, da una luminosità obliqua, minerale, che appartiene alle vigne alte e ai pomeriggi attraversati dal vento.
Non rincorre il modello renano né la scorciatoia idrocarburica.
Piuttosto lavora sulla trasparenza, sul vuoto tra le cose, sul modo in cui l’acidità può diventare materia architettonica invece che semplice slancio gustativo.
Al naso tutto accade per frammenti: lime, pietra che rotola, mela acerba, resina.
Poi una nota quasi fumé, sottile, come l’aria impregnata di roccia dopo uno scroscio d’acqua.
Nessuna concessione aromatica, nessuna ampiezza consolatoria.
Il vino resta contratto, verticale, ostinatamente montano.
In bocca è una linea tesa tra quota e tempo.
Il sorso è cote che affila, avanza per sottrazione, scavando un solco profondo nella sapidità e lasciando che sia il ritmo, più che il volume, a costruire la persistenza e il finale è lungo ma silenzioso.
Sa di agrume, sale ed erbe di montagna schiacciate tra le dita.
Un vino che non occupa spazio, ma lo crea attorno a sé.
Un vino che è un paesaggio da attraversare lentamente, un vino da ascoltare prima che da bere.
88–Punti.
– CUSTOZA DOC SUPERIORE “CÀ DEL MAGRO” 2018, MONTE DEL FRÀ (VENETO): nel bicchiere rimane per qualche istante in silenzio, quasi trattenuto, come se volesse invitarti a prendere il suo ritmo.
E quando poi si apre arrivano la scorza di cedro, la ginestra, la mimosa, la camomilla secca dimenticata sopra un tavolo di legno, la polpa gialla della nespola matura, un tropico di ananas e mango.
E chiede tempo per regalarVi le sensazioni più profonde, quasi polverose, di ghiaia, terra asciutta ed erbe selvatiche schiacciate.
È un vino che sembra custodire dentro di sé il paesaggio da cui nasce, con quella miscela precisa di luce e fatica tipica delle colline moreniche veronesi.
Il sorso ha qualcosa di antico.
Non cerca morbidezze facili né luminosità costruite, scorre teso, salino, leggermente amaricante nel finale.
Parla una lingua spesso dimenticata e racconta meglio di una fotografia.
E mentre il bicchiere si scalda, cambia, diventa più largo, più profondo, quasi malinconico, mette in pausa il racconto della frutta e inizia quello del tempo.
88 Punti.
E QUINDI?
E quindi GRAZIE innanzitutto a CUCINA & VINI per avermi voluto ospitare ancora una volta.
GRAZIE a tutti i Produttori presenti, quelli che hanno avuto la pazienza di ascoltare i miei deliri enoici e quelli che hanno avuto la fortuna di vedermi semplicemente passare davanti al proprio tavolo.
E GRAZIE a Voi che avete avuto il buon cuore di dedicare qualche minuto del Vostro tempo alle mie parole e siete arrivati a leggermi fino qui.
È stata una giornata impegnativa per tutti, per gli Organizzatori (cui voglio dare una bonaria tiratina d’orecchie per lo spazio un pochino risicato della nuova location) e per tutto il pubblico intervenuto.
Davvero tanti gli spunti di approfondimento e la presa di coscienza del tanto lavoro che ci sarà da fare da ora in avanti; la comunicazione è fondamentale per avvicinare al vino le nuove generazioni, lo meritano il vino, chi lo fa, chi lo vende e chi ne scrive.
E mentre metto già in agenda l’Edizione 2027 e Vi invito caldamente a fare lo stesso, aspetto quel BEREROSSO che ancora manca all’appello
Roberto Alloi – VINODENTRO
Su Instagram @eno_evo
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10 Giugno, 2026
Wine Experience a Roma: i vini d’Abruzzo si raccontano tra eleganza e convivialità
Il Consorzio Tutela Vini d’Abruzzo porta al Ripetta Palace un evento glamour dedicato alla stampa, agli operatori del settore e agli appassionati del vino, con degustazioni guidate e ospiti d’eccezione.
Madrina dell’evento l’attrice e sommelier Francesca Valtorta
I vini d’Abruzzo approdano nella Capitale con un evento dedicato alla stampa, agli operatori del settore e ai wine lover. Il 18 giugno, negli spazi del Ripetta Palace, il Consorzio Tutela Vini d’Abruzzo dedica una giornata al racconto delle eccellenze enologiche regionali, attraverso un percorso che vedrà protagonisti i vini più rappresentativi del territorio: bianchi, rossi, bollicine e naturalmente il Cerasuolo d’Abruzzo, vino estremamente contemporaneo e simbolo identitario della tradizione vitivinicola abruzzese.
Una giornata immersiva tra degustazioni, storytelling territoriale, food pairing ed esperienze sensoriali che coinvolgerà giornalisti, operatori del settore, imprenditori, creator e appassionati di vino in un percorso dedicato alla scoperta della ricchezza e della varietà dell’enologia abruzzese.
L’iniziativa, promossa dal Consorzio Tutela Vini d’Abruzzo, nasce con l’obiettivo di valorizzare il patrimonio vitivinicolo regionale e consolidarne il posizionamento sul mercato nazionale, raccontando l’identità, la qualità e la versatilità dei vini abruzzesi.
Saranno presenti 20 aziende vitivinicole in un walk around tasting con degustazione delle etichette più rappresentative: Fontefico, Fattoria Nicodemi, Mastrangelo, Buccicatino, Barba, Talamonti, Lidia e Amato, Torre Zambra, Giuseppe Simigliani, Marramiero, Guardiani Farchione, Barone Cornacchia, Agricola Olivia, Citra, Casal Thaulero, Nododivino, Colle Moro, Vini Biagi, Tenuta Terraviva e Tenuta I Fauri, offrendo agli ospiti un’esperienza un’ampia panoramica delle produzioni del territorio.
Alessandro Nicodemi Presidente del Consorzio.
L’Abruzzo del vino sta vivendo una stagione di grande maturità e consapevolezza. Oggi possiamo presentarci sui mercati con un patrimonio enologico straordinario, fatto di identità, biodiversità e qualità riconosciuta. Con questo appuntamento a Roma vogliamo raccontare non solo i nostri vini, ma la visione di un territorio che ha saputo evolversi senza perdere autenticità. Il Cerasuolo d’Abruzzo, insieme alle nostre denominazioni più rappresentative, incarna perfettamente questa sintesi tra tradizione e contemporaneità: vini capaci di interpretare il gusto di oggi e di parlare a un pubblico sempre più attento, curioso e internazionale.
Il programma si svilupperà attraverso diversi momenti studiati per dialogare con pubblici differenti, alternando approfondimento, networking e degustazione.
Dalle ore 15.00 alle 16.00, nella Sala Dorotea, spazio al Talk riservato alla stampa dal titolo “Cerasuolo d’Abruzzo DOC, un vino unico e identitario”, moderato dall’attrice e sommelier Francesca Valtorta, madrina dell’evento e protagonista della VIP Experience dedicata alla stampa e agli invitati speciali. Un momento di confronto e approfondimento che vedrà la partecipazione di giornalisti, esperti e rappresentanti del settore, con l’obiettivo di raccontare il valore distintivo e contemporaneo del Cerasuolo d’Abruzzo nel panorama vitivinicolo italiano.
Contestualmente, dalle ore 15.00 alle 18.00 nella Sala Bernini, prenderà il via il walk around tasting dedicato a operatori e ospiti selezionati, con la possibilità di degustare numerose etichette e di dialogare con i produttori.
Infine, dalle ore 19.00 alle 22.30 la Corte Giardino del Ripetta Palace si vestirà di eleganza per l’evento glamour serale in programma, trasformando gli spazi dell’hotel in uno scenario dedicato ai profumi, ai colori e alle atmosfere dell’Abruzzo del vino. Un’esperienza esclusiva e su invito pensata per un pubblico selezionato di ospiti, tra degustazioni, convivialità e storytelling territoriale, in un contesto sofisticato capace di celebrare l’autenticità e il carattere distintivo delle eccellenze vitivinicole abruzzesi.
La Redazione
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10 Giugno, 2026
Buonissimi 2026
Nutriamo la ricerca perché c’è più gusto nella bontà
Sta per prendere il via l’ottava edizione dell’evento benefico a sostegno della ricerca scientifica in oncologia pediatrica, anticipata dalla presentazione alle Autorità e alla stampa di settore il 25 maggio dalle ore 19:00 presso Le Parùle – Marina d’Arechi – Port Village Salerno. Organizzato da Paola Pignataro e Silvana Tortorella, Buonissimi 2026 aprirà ufficialmente il sipario sempre a al Port Village Marina d’Arechi il 22 giugno con i protagonisti del mondo enogastronomico: chef e chef stellati, pizzaioli, friggitorie, paninoteche, maestri pasticcieri, produttori, viticoltori, birrifici artigianali e bartender con attenzione in particolare alla sostenibilità e all’offerta senza glutine. Anche quest’anno, Buonissimi ha come obiettivo quello di sostenere il progetto Editor. Grazie al finanziamento dell’Associazione OPEN OdV, il CEINGE l’Istituto di Biotecnologie Avanzate dell’Università degli Studi di Napoli Federico II, potrà effettuare il sequenziamento di nuova generazione ed editing genomico per identificare fattori di rischio genetico come bersagli terapeutici per la cura dei tumori pediatrici.
Anna Maria Alfani, presidente dell’Associazione OPEN OdV:
Ogni anno Buonissimi è un momento di festa che porta con sé un messaggio forte: sostenere la ricerca per offrire ai bambini cure sempre più efficaci e personalizzate. Con l’edizione 2026 completeremo il progetto Editor, dopo tre anni di investimenti e di successi in campo medico, grazie ad un’intensa collaborazione multidisciplinare in tutta Italia.
Il Professore Associato di genetica medica dell’Università Federico II di Napoli e Principal Investigator di CEINGE l’Istituto di Biotecnologie Avanzate dell’Università degli Studi di Napoli Federico II, Mario Capasso, ha sottolineato:
L’accuratezza dei dati ottenuti in anni di lavoro, grazie alla collaborazione con centri di ricerca nazionali ed esteri, ci consente oggi di capire meglio i meccanismi e la predisposizione genetica per lo sviluppo delle leucemie linfoblastiche acute. Con il Professore Associato di Genetica Medica all’Università di Milano-Bicocca, Giovanni Cazzaniga, abbiamo unito competenze professionali diverse con un unico scopo: quello di raccogliere il maggior numero di campioni – ben 800 – da analizzare e studiare ai fini dell’identificazione di mutazioni del DNA oggetto di probabile sviluppo della malattia. Abbiamo constatato che il 12% dei pazienti aveva già nel proprio corredo genomico la presenza di tali mutazioni, un risultato che apre nuove strade nella cura e nella prevenzione.
Anche Agostino Gallozzi, presidente di Marina d’Arechi, rinnova il sostegno all’iniziativa:
“Siamo felici di accogliere ancora una volta Buonissimi in Marina d’ Arechi . Occorre soffermarci tutti di più sui temi della socialità. Sarà certamente una serata speciale, dove il gusto incontra la solidarietà e la bellezza della nostra terra”.
Paola Pignataro e Silvana Tortorella concludono:
Buonissimi è perseveranza, passione, dedizione e voglia di condividere. Ogni edizione rappresenta una nuova sfida, ma soprattutto un’occasione preziosa per coinvolgere sempre più amici, partner e aziende in un progetto capace di unire convivialità, territorio e solidarietà. Roberto Jannelli, Rosario Augusto ed Emiliano Esposito, saranno i protagonisti del dopo cena musicale sulla Terrazza, momento conclusivo della nostra passeggiata enogastronomica.
L’elenco completo dei partner e dei sostenitori è disponibile sul sito www.buonissimi.org.
Per informazioni e partecipazione:
info@buonissimi.org | www.buonissimi.org
La Redazione
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