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15 Giugno, 2026

Pieve dei Medici. Il Carmignano secondo Edoardo Pratesi

Un ragazzo che “mangia il fumo alle schiacciate” In toscano, dire che qualcuno “mangia il fumo alle schiacciate” è un grande elogio. Cosa significa?  Semplice… descrive una persona straordinariamente sveglia, lesta, arguta e fulminea nel capire o nell’anticipare le cose. È il classico elogio toscano alla prontezza di spirito e alla furbizia intuitiva. Edoardo Pratesi, classe 92, prima di laurearsi in Enologia e Viticoltura nel 2014 aveva già comprato un appezzamento di terreno per impiantare il suo vigneto. L’ha unita a una piccola parcella del nonno Piero, e con qualche attrezzo di famiglia ha iniziato l’avventura vitivinicola nel cuore di Carmignano, un territorio che gli Etruschi e i Medici vollero per sé. Non c’è stata una grande cerimonia di inaugurazione. Non c’è stato un comunicato stampa. Questo è il dettaglio che conta. Non ha aspettato la laurea, le credenziali. Ha iniziato mentre era ancora studente. Ha piantato il suo vigneto. Ha capito, prima ancora di laurearsi che il vino non si impara solo a lezione. Si impara in vigna. Si impara ascoltando il terreno. Quando nel 2014 ha ricevuto la laurea in enologia, non era un ragazzo che imparava un mestiere nuovo, era un ragazzo che confermava solamente quello che già aveva imparato nella pratica.   Il Territorio Chi conosce la Toscana sa che Carmignano non è Montalcino. Non è Brunello, non è Vino Nobile di Montepulciano. Carmignano è una cosa più piccola, più intima, più vera. Carmignano è una Toscana meno conosciuta, meno turistica, più consapevole di sé. E’ un territorio di circa 500 ettari vitati, circondato da vigneti più celebri, ma dotato di una propria personalità. È accogliente, ricca di tradizioni, storia e di una straordinaria capacità produttiva frutto della sua conformazione geologica particolare. Per questo motivo gli Etruschi ne fecero luogo prediletto. Per questo, secoli più tardi, la famiglia dei Medici volle possedere terre in questi luoghi. E’ da qui che nasce il nome “Pieve dei Medici”. Un nome che risuona di storia, di potere, di visione. Gli inizi Nel 2010, il panorama del vino italiano stava già cambiando. I grandi nomi—Brunello, Barbaresco, Barolo—avevano già consolidato la loro reputazione internazionale. C’era una nuova ondata. C’era gente che guardava ai territori meno blasonati, che cercava di reinterpretare zone dimenticate con visione moderna. Edoardo Pratesi, a 18 anni, aveva già capito che Carmignano poteva essere parte di questa nuova narrativa. Non era scontato. Un ragazzo poteva facilmente pensare: “Vado a Montalcino, vado a Montepulciano, vado dove il mercato è già consolidato”. Invece Edoardo ha guardato a Carmignano. Ha scelto di essere il primo della sua generazione a dire: “Qui, in questo territorio minore, c’è qualcosa da raccontare”. Quando si dice che qualcuno “mangia il fumo alle schiacciate”, si parla di questa capacità. Non è intelligenza nel senso di alto quoziente intellettivo. È furbizia intuitiva. È sentire quale vento soffia prima che le nuvole cambino forma. È sapere dove il mercato andrà prima che tutti gli altri lo abbiano capito. Edoardo lavora oggi su circa 5 ettari, ripartiti con criterio: 2,5 ettari a Sangiovese, 1 ettaro a Cabernet Sauvignon, 1 ettaro a Trebbiano, 0,5 ettari a San Colombano. I vigneti sono allevati con i tradizionali sistemi dell’archetto toscano e del Guyot, tecniche che permettono un controllo maniacale della pianta e della qualità dell’uva. L’agricoltura biologica: Una scelta di principio Pieve dei Medici ha completato nel 2026 l’iter di certificazione biologica, coronando un percorso di conversione avviato nel 2022. La visione di Edoardo è cristallina: fare un prodotto di eccellenza iniziando dalla vigna. Per questo, ogni gesto è ossessivo, la vigna è curata con sovescio e attenzione costante al verde. Per Edoardo, l’agricoltura biologica non è una scelta di marketing ma una responsabilità. Nessun pesticida di sintesi, nessuna chimica. Solo prodotti approvati e testati: rame, zolfo e oli essenziali di arancia amara. Trattamenti che vanno ripetuti più frequentemente, che comportano problemi maggiori, ma che permettono a Edoardo di mantenersi fedele a una convinzione semplice: non cedere alla modernità della chimica.   I vini come espressione della visione di Edoardo Edoardo ha scelto di raccontare il vino attraverso i tessuti. Non è una coincidenza. È la fotografia di una famiglia intera, di radici profonde e di una visione: fare eccellenza che rimanga nel cuore. Quando Edoardo ha pensato ai nomi dei suoi vini, ha guardato verso suo padre Giampietro. Non a caso: suo padre disegna tessuti per mestiere. Anzi, l’intera famiglia di Edoardo ha radici profonde nel mondo tessile della provincia di Prato, un sapere che è nel DNA familiare. Ed è stato naturale che quell’influenza si trasformasse in ispirazione. I vini di Pieve dei Medici portano i nomi dei tessuti. Nomi che raccontano storia, complessità, texture, tradizione. CARDATO in onore del classico tessuto di Prato; GABARDINA, tessuto nobile e complesso; VELLUTO, importante e delicato; CASENTINO, la tradizione di un tessuto senza tempo. E nel 2026 arriverà FLANELLA. Non è una semplice questione di marketing, ma di visione poetica. Ogni nome porta con sé una storia, una trama, una visione.   GABARDINA – Il Carmignano che incarna la ricerca GABARDINA è la punta di diamante di Edoardo: il Carmignano DOCG nella sua forma più nobile e consapevole. Composto da 80% Sangiovese e 20% Cabernet Sauvignon, questo vino racchiude il dualismo della tradizione toscana arricchita da una prospettiva internazionale. Il processo produttivo è una riflessione sulla pazienza. Il Sangiovese riposa 10 mesi in botti di secondo e terzo passaggio, per mantenere una freschezza serpeggiante. Il Cabernet, al contrario, trascorre lo stesso periodo in botti di rovere toscano nuovo, acquisendo struttura e definizione. Solo dopo questa separazione consapevole, i due vini vengono assemblati e riposano ancora 10 mesi in bottiglia prima della messa in commercio. Il risultato è una bevibilità straordinaria unita a una profondità non comune. Gabardina è il vino che rimane nel bicchiere come rimane nel cuore.   CARDATO – La sfida del rosso moderno Con CARDATO, Edoardo esce completamente dai confini della DOCG per fare esattamente come gli pare—e il risultato è straordinario. Un vino in purezza: 50% Sangiovese e 50% Cabernet Sauvignon, un equilibrio che potrebbe sembrare sfacciato, ma che in bocca rivela tutta la sua intelligenza. Il Cabernet trascorre 8 mesi in barrique nuove di rovere francese, il Sangiovese rimane in acciaio per mantenere la sua vivacità. Successivamente vengono assemblati e riposano 6 mesi in bottiglia. Ciò che emerge è un rosso strutturato, di livello, che riesce a coniugare una trama tannino elegante con una freschezza e una bevibilità estrema. Cardato è il vino di Edoardo che, sorridendo, confessa: “Qui faccio quello che voglio”.   VELLUTO – Il rosato consapevole Se c’è una categoria di vini spesso sottovalutata, è il rosato. Edoardo, con VELLUTO, intende dimostrare che quando è fatto con consapevolezza, il rosato è tutt’altro che compromesso. VELLUTO è un rosato da Sangiovese in purezza, realizzato per metà con il metodo del salasso e per metà con pressatura soffice. Il risultato è un vino che racchiude l’eleganza e la complessità del Sangiovese in una veste più delicata e fresca. La pressatura completa del grappolo, incluso il raspo, conferisce al vino una struttura inaspettata e una mineralità sottile. È classificato come IGT perché il disciplinare del Barco Reale, oltre ad uve in percentuale stabilita, consente unicamente il salasso. Edoardo invece usa uvaggi in percentuale nettamente diversa pressandone una parte in modo soffice, cosa che rende il prodotto nettamente diverso da quelli di Carmignano. Lui in definitiva sa che ha creato qualcosa di fantastico: un rosato che seduce e stupisce.   CASENTINO – Il Vin Santo consacrato al tempo CASENTINO è il divino Vin Santo di Pieve dei Medici. Composto da 80% Trebbiano e 20% San Colombano, questo vino è la celebrazione della pazienza e della tradizione. Le uve vengono essiccate sui classici cannicci fino a Natale, quando raggiungono la concentrazione desiderata. Solo allora vengono pigiate e inserite in piccole botti di castagno toscano, dove riposano per un minimo di 3 anni, spesso fino a 5. È un processo dove il tempo non è un nemico, ma un alleato consapevole. Il risultato è un vino ambrato, intenso e ricco di note di frutta secca, di miele, di spezie, con un equilibrio perfetto tra dolcezza e acidità. È il vino che conclude il pasto come una benedizione.   FLANELLA – Il nuovo bianco (2026) Nel 2026 arriverà FLANELLA, il nuovo bianco di Edoardo: 60% San Colombano e 40% Trebbiano, dalla vendemmia 2025. Un vino a cui Edoardo tiene molto. Trascorre almeno 4 mesi in barrique con frequenti batonnage per acquisire corpo e struttura. L’attesa promette bene. Un dettaglio che racconta il carattere di Edoardo: usa solo barrique fatte con legni provenienti dalla Toscana. Non è purismo, è consapevolezza. È la scelta di non scendere a compromessi sulla qualità, mantenendo al con tempo una radice territoriale non negoziabile.   Il packaging Due anni fa è arrivata Giulia, la compagna di Edoardo che insieme al fratello Matteo hanno avuto un’intuizione che ha trasformato il modo di raccontare i vini di Pieve dei Medici: gli shopper. Non si tratta di freddi contenitori di cartone. Ogni shopper è realizzato esattamente con il tessuto che dà il nome al vino. GABARDINA arriva in un vero tessuto Gabardina; CARDATO in tessuto cardato; VELLUTO nel delicato tessuto di velluto. È un connubio che riempie l’occhio e il cuore. Un valore aggiunto enorme che trasforma l’acquisto di una bottiglia in un’esperienza estetica e concettuale. È bellezza che non è solo forma, ma coerenza narrativa dal vigneto alla tavola. Oggi sia Giulia che Matteo si occupano dei social, mentre Matteo con estrema competenza e dedizione cura in modo impeccabile la commercializzazione e le degustazioni in cantina e all’esterno. I fichi secchi di Carmignano: presidio Slow Food di una tradizione Oltre ai vini, Edoardo produce un prodotto ricercatissimo riconosciuto come presidio Slow Food: i fichi secchi della varietà Dottato. Non è una novità di marketing—è una tradizione radicata nei poderi di Carmignano, una consuetudine che ogni famiglia locale mantiene, tramandata di generazione in generazione. Il metodo è sempre lo stesso, collaudato dal tempo: i fichi vengono tagliati a metà senza dividerli completamente, poi posti su stuoie ad appassire sotto il sole. Una volta raggiunta la giusta consistenza, vengono accoppiati due a due, con l’inserimento nel mezzo di piccoli semini di anice. È un processo che richiede una dedizione straordinaria, una manodopera specializzata sempre più rara, e una quantità di attenzioni manuale che non può essere meccanicizzata. La produzione rimane limitata, consapevolmente, ma i fichi secchi di Carmignano si vendono da soli. In particolare in zona e ai clienti storici che, anno dopo anno, prenotano le quantità necessarie. E quando la malattia del fico (Aclees taiwanensis) colpisce (come accade sporadicamente) la produzione ne risente inevitabilmente. Ma è proprio questa scarsità, unita all’assoluta qualità, che rende il fico secco di Carmignano un tesoro tutto da scoprire. L’olio extravergine di oliva: l’altro capolavoro biologico Pieve dei Medici punta molto anche sull’olio extravergine di oliva biologico, ricavato da cultivar nobili: Moraiolo, Leccio, Frantoio e Piangente. Un olio che racchiude la complessità del territorio di Carmignano, con note di carciofo, mandorla, erba fresca, e dotato di una mineralità che parla del terreno. Un impegno che Edoardo sta portando avanti è quello di far riconoscere il suo olio extravergine di Carmignano come presidio Slow Food. Il suo prodotto viene da ulivi secolari, la raccolta è fatta a mano e in pieno regime biologico. È una sfida consapevole, perché sa che la qualità parla da sola, ma anche che il riconoscimento istituzionale può aiutare a proteggere e valorizzare il suo prodotto che rischia di essere sommerso dall’anonimato globale del mercato. Vai Edoardo…Ce la farai sicuramente. La tua caparbietà e il tuo costante impegno ti daranno tante soddisfazioni!! La cantina e il punto vendita Chi visita Pieve dei Medici rimane colpito da un dettaglio che dice tutto di Edoardo: l’ordine e la pulizia maniacali. La vigna è ordinata, la cantina è pulitissima, il punto vendita è curato in ogni minimo dettaglio. È la consapevolezza che grande enologia inizia da spazi dove la pulizia non è vanità, ma protezione della qualità. Edoardo sa che per fare un prodotto di eccellenza, devi curare prima la vigna, poi la cantina, poi il punto vendita. Ogni spazio è un’estensione della visione di Edoardo. Oggi Pieve dei Medici produce circa 10.000 bottiglie all’anno. Un numero che rispecchia una scelta: la qualità non ha fretta. Vendono a terzi circa metà dell’uva raccolta, una pratica che consente di mantenere i vigneti in equilibrio perfetto, senza sfruttamento. Edoardo Pratesi è un giovane che ama l’agricoltura. Ha tante idee, tanta voglia di lavorare, e la rara capacità di non scendere a compromessi. In un’epoca dove la velocità è valore assoluto, Edoardo sceglie la pazienza, sceglie il biologico. In un’epoca di superficialità, sceglie di raccontare i suoi vini attraverso i tessuti della sua famiglia. Pieve dei Medici non è un progetto di lusso. È un progetto di eccellenza consapevole. È un luogo dove ogni dettaglio, dal sovescio alla scelta della barrique, fino al packaging dice la stessa cosa: qui si fa vino come natura insegna, come la tradizione testimonia, come il futuro merita. Nel bicchiere di Gabardina, di Cardato o di Velluto, è possibile riconoscere questa visione. È possibile bere il territorio, la famiglia, la storia, la consapevolezza. Poche aziende riescono a racchiudere così tanto in una bottiglia. Edoardo ce l’ha già fatta.   Lino Vellucci – Le Bischerate di un Sommelier  
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Formaggi DOP e IGP: export record a oltre 3,3 miliardi di euro, ma pesano le tariffe USA Arrow Right Top Bg

15 Giugno, 2026

Formaggi DOP e IGP: export record a oltre 3,3 miliardi di euro, ma pesano le tariffe USA

  Venerdì 29 maggio ad Altamura si è svolta la 36ª Assemblea AFIDOP: nel 2025 la produzione ha superato le 625 mila tonnellate (+4%), ma sul primo trimestre 2026 pesano le tariffe USA che rischiano di alimentare i falsi oltreoceano. L’Associazione schiera la scienza per smontare il cibo artificiale.   Il Presidente Auricchio Serve fare sistema a livello globale. Un comparto in salute, capace di spingere l’acceleratore sull’export, ma costretto a navigare nella tempesta delle tensioni geopolitiche e delle barriere tariffarie. È questa la fotografia scattata da AFIDOP (Associazione Formaggi Italiani DOP e IGP) in occasione della sua 36ª Assemblea Annuale, svoltasi venerdì 29 maggio presso la Masseria San Giovanni, presso I Luoghi di Pitti ad Altamura. L’Associazione, che raggruppa 21 Consorzi di tutela e rappresenta oltre il 99% della produzione casearia certificata nazionale, ha messo a fuoco i dati economici del 2025 e le principali linee strategiche per difendere i gioielli agroalimentari italiani sui mercati globali. I NUMERI DEL SUCCESSO: TRAINO EXPORT E PRODUZIONE AL TOP Nel 2025, i formaggi italiani a Indicazione Geografica hanno registrato una crescita della produzione del 4% rispetto all’anno precedente, superando le 625 mila tonnellate. A fare la parte del leone è stato il commercio estero, rivelatosi vitale a fronte di un mercato interno che non offriva più le medesime soddisfazioni. Le esportazioni hanno raggiunto quota 260 mila tonnellate, generando un valore economico superiore ai 3,3 miliardi di euro, con una crescita vicina al 10% in valore e del 2,2% in volume. I formaggi DOP e IGP hanno così rappresentato il 40% dei volumi e il 55% del valore dell’intero export caseario italiano. Obiettivo di AFIDOP è fare aggregazione, fare fronte unito e dare forza anche ai Consorzi più piccoli, rafforzando la capacità del comparto di affrontare le sfide dei mercati internazionali. L’ALLARME TARIFFE USA E L’OMBRA DELL’ITALIAN SOUNDING Nonostante i numeri da record, a preoccupare seriamente i produttori resta lo scenario oltreoceano. Gli Stati Uniti si sono confermati il primo mercato extra-UE con circa 40.900 tonnellate importate, per un valore di 485 milioni di euro, di cui il 95% rappresentato dalla triade dei grandi formaggi duri: Parmigiano Reggiano, Grana Padano e Pecorino Romano. Tuttavia, le politiche tariffarie dell’Amministrazione Trump e l’iniziale caotica applicazione dei “doppi dazi” nei porti di New York e New Jersey, che hanno fatto lievitare i costi reali vicino al 30% del valore del prodotto, hanno frenato la crescita. Se l’effetto scorte degli importatori ha parzialmente mascherato le perdite a fine 2025, i dati del primo trimestre 2026 hanno già mostrato flessioni. Il pericolo maggiore, denuncia l’Associazione, non è solo economico ma identitario: l’impennata dei prezzi al consumo spinge inevitabilmente il consumatore americano verso le imitazioni locali, come il parmesan o il finto romano, alimentando il fenomeno dell’Italian Sounding. Il Presidente di AFIDOP, Antonio Auricchio I formaggi DOP e IGP italiani hanno dimostrato una straordinaria capacità di crescita anche in uno scenario internazionale complesso e instabile. Oggi più che mai è fondamentale fare sistema per difendere le nostre denominazioni, contrastare l’Italian Sounding e rafforzare la presenza delle eccellenze casearie nei mercati strategici. La risposta di lungo periodo resta quella di puntare sulla qualità, muoverci compatti e diversificare le destinazioni. SCAMBI COMMERCIALI E REGOLE: LA SPINTA DEL MERCOSUR E I NODI DELLE ETICHETTE Nel corso dell’Assemblea è stata espressa una valutazione positiva dell’applicazione provvisoria dell’accordo di libero scambio UE-Mercosur, entrata in vigore il 1° maggio scorso. L’intesa rappresenta uno strumento importante per contrastare i tentativi portati avanti da organizzazioni statunitensi, come il Consortium for Common Food Names (CCFN), di liberalizzare l’utilizzo generico di nomi storici quali Fontina, Gorgonzola e Grana nei mercati sudamericani. «A livello nazionale ed europeo, AFIDOP è rimasta in prima linea sui tavoli normativi relativi al nuovo Regolamento UE 2024/1143», ha spiegato il Presidente Antonio Auricchio. «L’Associazione ha proseguito il confronto e la collaborazione con il MASAF e con le istituzioni europee per garantire un sistema di tutela efficace e adeguato alle esigenze del comparto lattiero-caseario». Nel corso dell’Assemblea è stato affrontato anche il tema dell’indicazione obbligatoria dell’operatore in etichetta. RISTORAZIONE E PROMOZIONE INTERNAZIONALE L’Assemblea ha analizzato i risultati della ricerca AFIDOP 2025 curata da GriffeShield, che ha evidenziato un miglioramento nella ristorazione italiana: la presenza di formaggi DOP e IGP nei menù digitali è cresciuta del 20%, pur restando alta l’attenzione sulle abbreviazioni improprie delle denominazioni che ne penalizzano il valore distintivo. Sul fronte della promozione internazionale, dopo il successo dell’evento Fuori Salone ad Anuga, svoltosi a Colonia lo scorso ottobre, AFIDOP guarda ora al SIAL di Parigi, in programma dal 17 al 21 ottobre 2026. In Francia, primo mercato europeo di destinazione per i formaggi italiani certificati, l’Associazione ha programmato uno stand di 164 metri quadrati che ospiterà sette grandi Consorzi di tutela, accompagnato da un evento a Montmartre dedicato a rafforzare il legame tra il consumatore estero e l’autentico formaggio certificato italiano. La Redazione
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Blind Tasting da Villa Simone. Il vino si racconta senza etichette Arrow Right Top Bg

15 Giugno, 2026

Blind Tasting da Villa Simone. Il vino si racconta senza etichette

  Ci sono serate in cui il vino arriva nel calice prima ancora del suo nome. Serate in cui vengono tolti riferimenti, bottiglie, etichette e certezze, lasciando spazio soltanto ai sensi, all’istinto e alle emozioni. È con questo spirito che prende vita il nuovo format di ABC della Degustazione, una Blind Tasting pensata per riportare i partecipanti all’essenza più autentica della degustazione: ascoltare il vino prima di cercare di definirlo. Ad ospitarci la splendida sala degustazione di Villa Simone, attentamente curata da Sara Costantini, quarta generazione della famiglia e anima della cantina. Fuori l’aria della sera è tiepida, le luci illuminano i tavoli e i calici già disposti, mentre i partecipanti iniziano ad arrivare uno dopo l’altro. Alcuni sorridono incuriositi, altri scherzano già sulla paura di “fare brutta figura”, convinti che una degustazione alla cieca sia una prova tecnica, quasi un esame. Li guardo e sorrido Questa sera non dobbiamo dimostrare niente a nessuno. Non è una gara. E la tensione si abbassa immediatamente. Spiego che la Blind Tasting nasce proprio per questo: eliminare i condizionamenti, dimenticare il nome sulla bottiglia, il prezzo, la denominazione, il produttore. Per una sera conta soltanto quello che succede tra il vino e chi lo sta bevendo. Ma prima di iniziare arriva il momento più divertente della serata: la divisione in squadre. I partecipanti vengono suddivisi in quattro gruppi e ogni squadra ha un capitano. I nomi vengono estratti a sorte tra risate, battute e una crescente tensione degna di una finale mondiale. I capitani siamo io, Sara, Michela una mia amica e collega sommelier e Federico, produttore laziale. Qualcuno esulta quando viene assegnato alla squadra “giusta”, qualcun altro protesta scherzosamente sostenendo di essere finito nel gruppo più competitivo della sala. Federico ride e dice Io vi avviso, nella mia squadra si gioca per vincere. Sara lo guarda divertita Vedremo chi parlerà alla fine E da quel momento la sala cambia completamente atmosfera. I telefoni si abbassano, le conversazioni rallentano e inizia a crearsi quella tensione leggera e coinvolgente che conosco bene, quella che arriva quando le persone capiscono di stare per vivere qualcosa di diverso. I vini vengono serviti coperti, uno alla volta. Nessuno sa cosa stia per assaggiare. Il primo vino arriva in silenzio, luminoso nel bicchiere. Invito tutti ad annusarlo senza cercare risposte immediate, lasciando che sia il vino a parlare per primo. Finalmente la serata prende forma. Perché durante l’ABC della Degustazione succede sempre questo: il vino smette di essere soltanto qualcosa da analizzare e diventa memoria, immaginazione, racconto personale. Tra un sorso e l’altro iniziano le ipotesi. C’è chi prova a indovinare il vitigno, chi si concentra sul territorio, chi rinuncia quasi subito all’idea di “riconoscere” il vino e sceglie semplicemente di viverlo. Ed è proprio chi smette di rincorrere la risposta giusta che spesso riesce a coglierne l’essenza più autentica. La serata continua tra confronti spontanei, risate e momenti di silenzio pieno, di quelli che si creano soltanto quando un vino riesce davvero a catturare l’attenzione di una stanza intera. A ogni nuovo calice cambiano le espressioni, cambiano le interpretazioni, cambiano perfino le posture attorno al tavolo. Qualcuno prende appunti con attenzione quasi maniacale, qualcun altro si lascia andare completamente alle sensazioni. Io passo tra i tavoli ascoltando i commenti e mi accorgo di una cosa che succede spesso durante le Blind Tasting: quando vengono tolte le etichette, le persone iniziano a essere più sincere. Si ha meno paura di sbagliare, meno bisogno di impressionare e più voglia di condividere davvero quello che si prova. Nel frattempo iniziano ad arrivare anche gli assaggi, preparati con cura da Sara, che accompagnano i vini creando nuovi equilibri, nuove percezioni, nuove sorprese. Qualcuno scopre che un vino cambia completamente con il cibo.
Qualcun altro cambia idea su un calice che inizialmente aveva sottovalutato. Mi fermo un momento a osservare la scena. I tavoli ormai parlano da soli.
Persone che prima non si conoscevano stanno discutendo di vino come vecchi amici, confrontando ricordi, sensazioni, intuizioni. È sempre incredibile vedere quanto velocemente il vino riesca ad abbattere le distanze. Verso la fine della degustazione arriva il momento più atteso: svelare le bottiglie. Partono subito esclamazioni, risate, incredulità. C’è chi aveva indovinato tutto.
Chi era convinto di bere un vino del nord e scopre tutt’altro.
Chi realizza di aver apprezzato immensamente un vino che, fuori da quella situazione, probabilmente non avrebbe mai scelto. Ed è forse questa la magia più grande della Blind Tasting: liberare il vino dai preconcetti e permettere alle persone di incontrarlo davvero. Ma proprio quando sembra tutto deciso, arriva il colpo di scena. C’è un pari merito tra la squadra di Sara e quella di Federico. Per qualche secondo la sala esplode tra urla, accuse scherzose di brogli e tentativi disperati di convincermi ad assegnare punti bonus. Federico sostiene che la sua squadra meritasse la vittoria “per superiorità morale”.
Sara ride scuotendo la testa mentre qualcuno propone addirittura il VAR enologico. A quel punto non resta che una soluzione: un quinto vino fuori programma per lo spareggio finale. La tensione torna improvvisamente altissima.
I tavoli si confrontano sottovoce, i capitani cercano di guidare le proprie squadre tra intuizioni e ultime ipotesi, mentre nella sala si percepisce quell’atmosfera leggera e competitiva che ormai ha conquistato tutti. Arriva il verdetto finale. Tra applausi, risate e qualche protesta ironica, a vincere è la squadra di Federico, che ovviamente esulta come se avesse appena conquistato un mondiale. Lui alza il calice sorridendo Ve l’avevo detto. E probabilmente, in quel momento, nessuno avrebbe potuto togliergli quella soddisfazione. Quando la Blind Tasting si conclude nessuno sembra avere fretta di andare via. I calici sono quasi vuoti, ma le conversazioni continuano ancora.
Si parla dei vini, certo, ma soprattutto di quello che hanno lasciato. Perché alcune degustazioni finiscono nel momento in cui si posa il bicchiere.
Altre invece restano addosso molto più a lungo. E questa Blind Tasting, è stata una di quelle. ABC della Degustazione
Non limitarti a bere. Impara a degustare. E ricordati sempre:
nessuna bella storia è mai iniziata con “stavano bevendo acqua”.   Alessandra Massimi – ABC della Degustazione
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Le Grazie. La serenità delle cose semplici Arrow Right Top Bg

14 Giugno, 2026

Le Grazie. La serenità delle cose semplici

  Infandum, regina, iubes renovare dolore. Quando il dolore è quello dolce di una vacanza finita troppo in fretta, raccontarlo diventa quasi un piacere. Palinuro, il fido nocchiero di Enea, cadde in mare proprio su queste coste. Da allora il Cilento porta addosso il segno di quel naufragio fondativo: un territorio che è insieme arrivo e partenza, terra che accoglie chi è stufo di navigare. Duemila e qualcosa di anni dopo, ci siamo arrivati anche noi, in famiglia, per un weekend che doveva essere solo una pausa e che invece è diventato uno di quei racconti che meritano una rubrica. Si, perché il Cilento è uno di quei luoghi che non cercano il clamore mediatico piuttosto che la notorietà facile. Vive di una sobrietà viscerale data da persone che nella loro semplicità amano vivere in tranquillità. Una terra che finisce nel mare e un mare che sa di terra. Fusione di elementi e di significativa voglia di vivere in una tranquillità che solo quando la vivi ne capisci la radicale motivazione. Montecorice e Baia Arena: il Cilento che non ha bisogno di pubblicità Montecorice è uno di quei nomi che, se non sei del posto, fai fatica a piazzare su una mappa. Eppure basta arrivarci una volta per capire perché chi se ne va, prima o poi, ci pensa sempre. Le collinette che scendono verso il mare, gli ulivi che sembrano scolpiti dal vento. Poche case, poche persone ma quello che basta per essere in pace con se stessi, per non sentirsi oppressi da niente. Poi Baia Arena: una spiaggia che non ha la prepotenza delle località blasonate, ma che si fa amare con calma, con quella luce che nel tardo pomeriggio diventa quasi liquida sull’acqua. Ci siamo seduti lì prendendo un ombrellone da un signore che li affittava e li piantava proprio dove si voleva. Azzurra con la sabbia tra i piedini e l’immediato tutto in acqua. Le persone attorno a godere di un sole non troppo caldo di inizio giugno. Ho pensato che certe cartoline non hanno bisogno di filtri. Pollica e Castellabate: il Cilento che è già leggenda A pochi minuti di macchina, Pollica porta ancora il peso e l’eredità di Angelo Vassallo, il sindaco pescatore che il Cilento non ha mai smesso di onorare. Come di Carlo Petrini, che proprio da queste parti ha trovato uno dei luoghi simbolo della filosofia Slow Food. Camminare tra le sue stradine significa muoversi in un territorio che ha fatto della lentezza una scelta di vita prima che diventasse uno slogan. La spiaggia poi è qualcosa che non si dimentica. Per la sabbia bianca, per l’acqua cristallina. Finanche per la pizza servita al lido Giù Giò che, nella sua verace semplicità, l’ho trovata ottima. E poi Castellabate, che per chi come me è cresciuto con il cinema italiano resta indissolubilmente legata a Benvenuti al Sud. Ne avevo già scritto, raccontando la storia di Bernardino, ma rivederla, con il borgo che si arrampica sopra il mare e il blu che si confonde con il cielo, fa un altro effetto. Il tramonto, dal belvedere immediatamente fuori dalle mura, non ha prezzo. Il sole che cala sul mare non solo fornisce una sensazione di beatitudine ma libera completamente qualunque peso della giornata. Non quando si è in vacanza ovviamente.  Bisio, da buon settentrionale, alla fine non voleva più andarsene. Capisco sempre di più, il perché. Le Grazie: Bernardino e Silvia, i padroni di casa che non ti aspetti Il cuore del weekend è stato Le Grazie, l’agriturismo e azienda vinicola di Bernardino Cera, di cui avevo già raccontato il percorso umano e professionale in un articolo precedente. Tornarci con la famiglia, è stata un’esperienza diversa e forse più completa. Bernardino e Silvia sono stati padroni di casa nel senso più pieno e antico del termine. Quell’accoglienza che non si insegna nei corsi di hospitality, che nasce da un’idea di casa aperta, di tavola condivisa, di tempo regalato senza calcolo. Si respira, in ogni gesto, quella generosità cilentana di cui tanto si parla e che raramente si trova così autentica. Le camere sono veri e propri appartamenti dotati di cucina e veranda. Una grande camera da letto e un bagno di tutto rispetto. Ogni cosa è al suo posto. Ogni cosa è studiata alla perfezione. All’insegna della semplicità e di quella finezza della quale oggigiorno si è un pò persa la bussola. Forse il Cilento ammetterebbe anche qualcosa in meno, ma Bernardino è uno preciso e il livello che vuole mantenere a Le Grazie, non ammette sbavature. Un vero nordico approdato qui. Una piscina sul mare del Cilento, le vigne eroiche L’agriturismo si affaccia sul mare del Cilento con una vista che lascia senza parole: la piscina sembra galleggiare sopra il blu e da lì lo sguardo arriva fino all’orizzonte senza ostacoli. Azzurra non ha fatto che correrci intorno mentre mia moglie ed io sorseggiavamo il Fiano Vincenzì di Bernardino. Siamo stati qualche minuto in più del previsto, complice quel panorama che rende difficile alzarsi. Sopra, le vigne. Quelle che Bernardino ha piantato su un terreno completamente roccioso, dove nessuno avrebbe scommesso un euro. Vigne eroiche nel senso più letterale: ottenute litigando con la pietra, accarezzate dal vento di mare che le tiene pulite e sane. Vederle, salire tra i filari con la brezza che arriva dal golfo, restituisce un senso di pienezza e appagamento. Quando sono arrivato sulla sommità, vedendo il panorama, respirando a pieni polmoni la brezza del mare, ho capito perché Bernardino è tornato. Così come scendendo e letteralmente scivolando sul ripidissimo pendio, ho pensato a tutti quelli che dovrebbero venire qui per capire cosa vuol dire curare queste piante. La chiesetta dove mi sposerei un’altra volta E poi c’è la chiesetta. Piccola, semplice, immersa nel verde con il mare sullo sfondo. Uno di quei luoghi che non hanno bisogno di marmi o di decorazioni barocche per essere solenni: basta la luce che entra dalle finestre e il silenzio che la circonda. L’ho guardata e ho pensato, senza nessuna ironia, che se dovessi rifare la promessa che ho fatto tanti anni fa, sempre a Claudia, la donna che amo, la la rifarei lì. Non so se sia il Cilento, il vino o la stanchezza buona di un weekend in famiglia, ma certi luoghi ti fanno venire voglia di ricominciare le cose belle. O di non abbandonarle mai. Ti fanno venire voglia di mollare tutto, la città, il caos, la vita fintamente patinata, per rifugiarsi in posti come questo dove l’essenza della vita è quella della semplicità e della coesione tra le persone.  I vini de Le Grazie: il sigillo di un territorio E infine i vini, che restano sempre il punto in cui tutto il racconto si chiude e si riapre. Il Vincenzì, il Fiano in purezza affinato in acciaio, conferma quella sapidità marina e quella mineralità che lo rendono riconoscibile. Il Sarto, l’Aglianico dedicato al nonno sarto di Montecorice è un piccolo manifesto di coerenza. Un Aglianico che su questi pendii assume il carattere affabile, mai ostico, del cilentano. Don Ciccio è invece l’Aglianico più austero, quello dedicato all’altro nonno. Uno di quei vini da assaporare lentamente. Anche d’estate perché su queste colline, la copertina serve. A questi si aggiungono i Colli Montecoricesi, blend di Fiano e Falanghina nonché Ripe in Rosa, lo Charmat lungo da Aglianico. Bernardino ha in serbo altre sorprese. Perché questi luoghi si prestano anche a sperimentazioni inedite. Assaggiare questi vini, lì, con il mare davanti e il sole che cala dietro le vigne, ha un sapore diverso. Più vero, forse. O forse sono solo io che, dopo un weekend così, faccio fatica a essere obiettivo. Squasaria. Il ristorante con il panorama più bello del mondo La terza sera con Bernardino e Silvia, abbiamo cenato da Squasaria. Poco distante dall’agriturismo, ci si arriva attraverso una piccola strada sterrata. Una piccola costruzione. Pochi tavoli all’aperto. Il mare che appare tra le montagne. Una suggestione che si unisce alla pace, al buon cibo, alla maestria di Gianlorenzo che quando cucina lo fa con amore. Un panorama, gli amici, del vino, il cibo, una musica accennata di sottofondo. Tutto il resto è veramente superfluo. In fondo, di questo si tratta. Di luoghi che entrano nel bicchiere prima ancora che il vino venga versato. Di persone che rendono i soggiorni non solo piacevoli ma appaganti. Così che non hai bisogno di altro. Grazie Bernardino, grazie Silvia. Al Cilento, come ad Enea, si torna sempre. Quando un forestiero viene al Sud piange due volte: quando arriva e quando parte       Ivan Vellucci – Suggestioni di Vino
ivan.vellucci@winetalesmagazine.com Mi trovi su Instagram come @ivan_1969
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Roma in bolle. 14 luglio al Pulp della Garbatella Arrow Right Top Bg

14 Giugno, 2026

Roma in bolle. 14 luglio al Pulp della Garbatella

  La Garbatella è uno di quei luoghi di Roma che sembrano fatti apposta per accogliere le persone. Nata nei primi anni Venti del Novecento come borgata-giardino in una sorta di esperimento urbanistico e sociale pensato per restituire dignità e comunità alle famiglie operaie della capitale, conserva ancora oggi quella vocazione originaria nei suoi cortili alberati, nei palazzi bassi che si aprono su piazzette silenziose, in una misura umana che il resto della città ha quasi ovunque perduto. È un quartiere che sa stare insieme, che ha sempre saputo farlo, e che porta scritto nell’architettura stessa il senso di una socialità autentica. Non poteva esserci cornice più giusta, allora, per Roma in Bolle. L’evento, in programma per il 14 luglio presso il Pulp di Piazza Giovanni da Triora 15, nasce con un’idea precisa: raccontare l’Italia attraverso le sue bollicine, che non sono mai soltanto vino, ma paesaggio, stagione, scelta umana, pazienza. Ogni metodo, ogni territorio, ogni produttore porta con sé una storia che merita di essere ascoltata con la stessa attenzione con cui si porta il calice alle labbra. E le bollicine, tra tutti i vini, sono forse quelle che meglio incarnano lo spirito della condivisione: nascono da un processo lento e complesso, e arrivano a tavola con la leggerezza di chi ha già fatto il lavoro difficile. L’evento nasce da una idea di Roberta Marchese Ragona costruito insieme a Adriano Romano, Luca della Regina, Marco Sargentini e Ivan Vellucci si articola in due momenti distinti. MASTERCLASS B to B — su invito Ore 16.00 – 19.00 Accreditati HoReCa, giornalisti, comunicatori del vino APERTURA AL PUBBLICO Ore 19.30 – 23.30   Nel pomeriggio, dalle 16 alle 19, una sessione riservata agli operatori HoReCa, ai giornalisti e ai comunicatori del vino: un approfondimento tecnico e culturale su tecniche di spumantizzazione, terroir e identità produttive. Solo su invito. Dalle 19.30 e fino alle 23.30 l’evento apre al pubblico degli appassionati, con ingresso a 20€, trasformando la Garbatella in un piccolo atlante vivente delle eccellenze spumantistiche italiane e internazionali. Dietro ogni prodotto c’è una terra da scoprire è il filo che tiene insieme questa prima edizione. Una promessa semplice, ma esigente: che ogni calice alzato quella sera non sia solo un gesto conviviale, ma un atto di conoscenza. La Garbatella, con la sua storia di comunità e accoglienza, non potrebbe fare da sfondo migliore.   PULP Piazza Giovanni da Triora, 15 – Garbatella – Roma UN’INIZIATIVA DI CON IL CONTRIBUTO DI La Redazione
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L’arte mette radici da Monteverro: Hypermaremma presenta “l’albero della maremma” di azzurra galatolo Arrow Right Top Bg

14 Giugno, 2026

L’arte mette radici da Monteverro: Hypermaremma presenta “l’albero della maremma” di Azzurra Galatolo

  Monteverro, la cantina gioiello di Capalbio, ospiterà una delle tappe più suggestive della nuova edizione di Hypermaremma: l’installazione L’Albero della Maremma di Azzurra Galatolo. Toscana, cresciuta tra gli scogli di Porto Santo Stefano, l’artista opera oggi nel suo studio di Orbetello, traducendo l’immaginario della sua terra in opere dall’anima folk e dalla forza espressiva immediata. Il suo sguardo si nutre del paesaggio circostante per restituire un dialogo vibrante tra natura e materia.   “L’Albero della Maremma” nasce come tentativo di dare forma visibile a ciò che la Maremma è davvero: un territorio di contrasti, capace di passare dall’asprezza alla dolcezza, dall’aridità alla fertilità, spesso nel giro di pochi chilometri. Azzurra Galatolo È un simbolo universale di straordinaria potenza evocativa: richiama sviluppo, connessione e ciclicità. Archetipo di struttura e robustezza, rappresenta un asse cosmico radicato nella terra e proteso verso il cielo. L’opera Albero della Maremma nasce come segno premonitore e come atto di desiderio per questo territorio, di cui raccoglie e restituisce i simboli identitari. Monteverro, adagiata sulle colline ai piedi del borgo medievale, è il contesto naturale ideale per accogliere quest’opera. Qui i vigneti convivono con la macchia mediterranea, la brezza marina attraversa costantemente il paesaggio, e lavanda, rosmarino e timo profumano l’aria. In questo equilibrio tra coltivato e selvatico, L’Albero della Maremma trova la sua dimensione più autentica, come una presenza viva che rinnova il dialogo tra arte e territorio. L’appuntamento si inserisce nel programma di Hypermaremma, associazione di promozione sociale fondata da Carlo Pratis, Giorgio Galotti e Matteo d’Aloja con l’obiettivo di attivare il territorio maremmano attraverso l’arte contemporanea. Un progetto che cresce ogni anno grazie a una rete di amici, sostenitori e ambassador, e che si muove volutamente in cortocircuito tra l’iperattività del presente e la lentezza virtuosa di una delle zone più belle d’Italia. La collaborazione con Monteverro nasce da una profonda affinità elettiva. Se Hypermaremma mira a innescare un “cortocircuito” fertile tra l’iperattività contemporanea e i tempi dilatati della natura, Monteverro rappresenta il luogo fisico dove questa lentezza diventa valore, trasformandosi in vini di straordinaria complessità. Questo legame con la creatività è parte integrante del DNA della tenuta attraverso il progetto delle etichette d’artista, nato nel 2017. L’iniziativa, che vede la collaborazione costante con talenti contemporanei, consiste in una sinergia volta a rinnovare periodicamente la veste grafica dei vini più giovani e freschi, celebrando l’unione indissolubile tra enologia di alta qualità e arte visiva. Per maggiori informazioni sull’azienda visitare il sito www.monteverro.com La Redazione
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Brolo dei Poeti di Tenuta Santa Maria: il cru murato del cinquecento che dà origine a un amarone riserva di 14 anni Arrow Right Top Bg

13 Giugno, 2026

Brolo dei Poeti di Tenuta Santa Maria: il cru murato del cinquecento che dà origine a un amarone riserva di 14 anni

  Ad Arbizzano di Negrar, i Fratelli Bertani firmano una Riserva prodotta solo nelle migliori annate, che nasce da un ecosistema unico tra vigneto storico, bosco e acque di origine romana   Tenuta Santa Maria, nel cuore della Valpolicella Classica, è una realtà storica profondamente radicata nel territorio e riconosciuta come una delle espressioni più autorevoli dell’Amarone. Guidata oggi dai Fratelli Bertani, coniuga storia, artigianalità e ricerca agronomica in una visione in cui il tempo e la precisione del lavoro definiscono l’identità dei vini. Brolo dei Poeti è il cru di Tenuta Santa Maria che nasce da un luogo unico nel panorama di questo territorio. Ad Arbizzano di Negrar, un muro lungo 3,5 chilometri cinge fin dal XVI secolo un sistema agricolo autosufficiente composto da vigneto, bosco, laghetto e acque di tre fonti di origine romana, convogliate attraverso canalette in pietra ancora oggi attive nei periodi più aridi. Il suo nome richiama il salotto letterario che Ippolito Pindemonte animava in questi luoghi alla fine del Settecento, accogliendo nelle estati alcuni tra i più illustri poeti, artisti e intellettuali dell’epoca. All’interno di questo spazio chiuso si definisce un microcosmo produttivo, in cui suolo, esposizione e microclima concorrono a costruire un’identità precisa. Il vigneto, su suolo marnoso calcareo esposto a sud est e con viti che superano i 35 anni di età, è il cuore di un sistema che non è solo agricolo, ma anche paesaggistico, progettato fin dalle origini come equilibrio tra funzione e forma. Da queste parcelle nasce l’Amarone Classico Riserva DOCG Brolo dei Poeti, prodotto solo nelle migliori annate e in quantità estremamente limitata, con un affinamento di quattordici anni in grandi botti di rovere di Slavonia. “Quattordici anni in botte cambiano il vino in un modo che nessun altro percorso restituisce. Non è una scelta di stile, è quello che il Brolo richiede, e noi la seguiamo sin dalla prima annata”, afferma Giovanni Bertani. “È un tempo che si percepisce nel calice, nella profondità aromatica e nel modo in cui il vino si apre e si evolve senza perdere equilibrio”. A questa visione si affianca quella di Guglielmo Bertani: Un affinamento così lungo consente un’integrazione progressiva della materia. L’ossigenazione lenta in botte permette ai tannini di distendersi naturalmente e alle componenti aromatiche di fondersi con precisione. È un processo che richiede controllo costante e grande pazienza, ma che restituisce un Amarone più misurato, costruito sulla definizione e non sulla concentrazione. Il vigneto murato, sviluppato tra Cinquecento e Settecento, è una delle più antiche testimonianze italiane di paesaggio vitato ancora integro. Il modello richiama quello dei clos di Borgogna: un perimetro che definisce e protegge un sistema chiuso in cui suolo, esposizione, microclima e patrimonio varietale esclusivo concorrono a costruire un’identità di luogo precisa e non riproducibile altrove. Nella Valpolicella, dove l’Amarone nasce quasi sempre da assemblaggi su vigneti differenti, un cru murato con cloni propri e un percorso produttivo autonomo resta una rarità assoluta nel panorama regionale. Già nell’Ottocento il Brolo fu oggetto di una relazione agronomica dell’Accademia di Scienze e Agricoltura di Verona, illustrata dal fotografo Moritz Lotze, che documenta la conversione precoce al sistema Guyot ad alta densità a partire dal 1874, con una densità documentata di circa 5.900 ceppi per ettaro. Cuore pulsante del vigneto è un clone proprietario di Corvina, selezionato dalle viti più antiche e preservato come patrimonio genetico esclusivo della Tenuta. A differenza dei cloni più diffusi in Valpolicella, che tendono a esprimere una marcata impronta di ciliegia, questo clone si distingue per un profilo aromatico più sottile e riconoscibile: note di fragola e lampone che costituiscono una firma precisa, ritrovabile come filo conduttore in tutti i vini nati dal Brolo. A completare l’impianto, accanto alla Corvina, si trovano Rondinella, Oseleta e altre varietà autoctone del territorio. Il Brolo integra, inoltre, una porzione di bosco, contribuendo a ricreare un ecosistema completo in cui vite, acqua e vegetazione definiscono un equilibrio agronomico e ambientale distintivo. La vendemmia è manuale e avviene tra le prime in Valpolicella: una scelta agronomica intenzionale, che preserva l’acidità naturale delle uve e contribuisce a costruire il profilo fresco e minerale che contraddistingue il vino. L’appassimento avviene nell’antico fruttaio su arelle di canna, con ventilazione naturale, per circa tre mesi. Il lungo affinamento in botte accompagna un’evoluzione lenta e continua, basata su un processo di ossigenazione progressiva che consente di integrare tannini e componenti aromatiche in profondità. Nel calice, il vino si presenta con un rosso granato profondo, tannini vellutati e un profilo complesso di spezie calde, cacao, tabacco e frutta matura, sostenuto da una freschezza minerale che ne prolunga la persistenza. Un Amarone che costruisce il proprio equilibrio nel tempo, più che nella concentrazione. La prima annata del cru è il 2007, seguita dal millesimo 2010. Da allora Brolo dei Poeti nasce solo nelle annate eccezionali, da una selezione delle parcelle migliori e più alte del vigneto, in tiratura rarissima. Ogni bottiglia è numerata. Brolo dei Poeti è l’Amarone della tenuta che completa quattordici anni di affinamento in botte, riallacciando idealmente il filo con la firma storica dell’Amarone delle origini, quello degli anni Sessanta, vinificato per preservare freschezza, tensione e precisione. Una scelta che Tenuta Santa Maria ha mantenuto con coerenza anche negli anni in cui la tendenza generale della Valpolicella si orientava verso vini da appassimenti più concentrati e prolungati, spesso accompagnati da residui zuccherini più marcati. Solo il 3% degli Amaroni prodotti in Valpolicella porta la menzione Riserva: un dato che misura la selettività di questa tipologia, prodotta solo quando l’annata lo consente davvero. Più di un vino, Brolo dei Poeti rappresenta un’idea compiuta di territorio e di tempo. In esso la visione della Famiglia Bertani si traduce in una forma precisa e coerente, in cui paesaggio, sapere agronomico e misura dell’attesa convergono in un Amarone capace di esprimere una delle interpretazioni più rigorose e riconoscibili della Valpolicella Classica. COMPANY PROFILE Tenuta Santa Maria è una delle realtà vitivinicole più antiche e significative della Valpolicella. Ad Arbizzano di Negrar, nel cuore della Valpolicella Classica, la cantina monumentale e il brolo cintato di 22 ettari costituiscono un sistema produttivo unitario e storico, le cui origini risalgono al XVI secolo. È proprio in questa cantina che nel 1936 l’Amarone prese forma come vino secco, un passaggio fondamentale che ancora oggi orienta lo stile e la filosofia produttiva della tenuta. Attualmente la gestione è affidata ai fratelli Giovanni e Guglielmo Bertani, che proseguono il lavoro del padre Gaetano portando avanti una tradizione basata su precisione agronomica, appassimento nei fruttai storici e lunghi affinamenti. La produzione si articola tra la sede di Negrar e la tenuta di Colognola ai Colli, nel cuore della DOC Soave. https://www.tenutasantamaria.wine/it/ La Redazione
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Orvieto DOC: Pluralità di Anime. Quattro vini, una denominazione, mille anni di luce Arrow Right Top Bg

13 Giugno, 2026

Orvieto DOC: Pluralità di Anime. Quattro vini, una denominazione, mille anni di luce

  Orvieto sorge su una rupe di tufo come un pensiero sospeso tra il cielo e la terra. Non è una città che si lascia attraversare. Si lascia abitare. Anche solo per qualche ora. Anche solo col naso inclinato sopra un bicchiere. La mattina del convegno organizzato dal Consorzio Tutela Vini Orvieto, in quella sala riunita sotto il titolo “Pluralità di anime“, l’aria aveva già la qualità silenziosa di certi inizi che sanno di essere necessari. Una Masterclass, quattro vini in forma anonima e intorno un territorio che da tremila anni produce vino senza smettere di sorprendere. Presenti tecnici, giornalisti, produttori. Il presidente del Consorzio Vincenzo Cecci, l’enologo Riccardo Cotarella in veste di relatore-degustatore, gli agronomi Massimiliano Pasquini e Pier Paolo Chiasso, l’ampelografo Paolo Nardo. Persone che con questo vino ci vivono, che ne conoscono le radici profonde come quelle delle viti sui fondali marini diventati colline. Quattro anime nel calice: il basso grado, il Classico Superiore, una vecchia annata, la muffa nobile. Quattro modi diversi di dire la stessa cosa: questo territorio non ha bisogno di inventarsi nulla. La rupe, i fossili e la memoria del mare: il terroir dell’Orvieto DOC Prima di parlare di vino, bisogna parlare di mare. Dieci milioni di anni fa questo angolo d’Umbria era un fondale. Le colline che oggi reggono i vigneti sono sedimenti antichi, strati di argilla e sabbia dove ancora si trovano conchiglie fossili. Testimoni muti di un’era in cui il Tirreno spingeva contro i margini dell’Appennino. È da quella storia geologica che viene la mineralità dei vini di Orvieto: una salinità preistorica che sale attraverso le radici e finisce nel bicchiere come un ricordo che non si riesce a nominare ma che si riconosce ogni volta. Il fiume Paglia taglia la zona come accade in grandi terroir della Francia. A est, terreni di origine sedimentaria marina, sabbie e argille alternate in strati profondi capaci di trattenere l’umidità nelle annate più secche, cuscinetti idrici naturali che proteggono le viti dallo stress estivo. A ovest, l’influenza vulcanica del Lago di Bolsena trasforma il paesaggio con tufo, pomice, terre rosse dal grande potere tampone, veri volani idrici che assorbono e restituiscono. Infine, la parte alluvionale della valle, i terreni fertili e profondi che il cambiamento climatico sta rivalutando con sorprendente generosità: vini più delicati, fruttati, di bevibilità immediata, tutt’altro che secondari. Ogni bottiglia di Orvieto porta dentro di sé una stratificazione che è prima geologica, poi storica, infine climatica. Non è un territorio a tema unico. È un territorio a più voci, come le cattedrali gotiche che ha saputo costruire: ogni pietra al suo posto, ogni voce nella sua parte, il tutto che sorprende più della somma. Procanico e Grechetto: il DNA ampelografico dell’Orvieto classico L’Orvieto è un vino di assemblaggio: Procanico (il Trebbiano toscano nella sua declinazione locale) e Grechetto, insieme almeno il 60 per cento, con il resto aperto a varietà autorizzate nelle province di Terni e Viterbo. Drupeggio, Verdello, Malvasia, e poi i grandi vitigni internazionali come Sauvignon blanc o italiani (Vermentino) che stanno trovando voce in questo territorio senza sopraffarne il carattere. È una convivenza che funziona, forse perché il suolo è abbastanza forte da non farsi influenzare. La storia racconta di vigneti promiscui dove Grechetto e Procanico crescevano fianco a fianco, vendemmiati insieme, vinificati nello stesso tino. Quella promiscuità aveva una saggezza inconsapevole: il procanico che dava corpo, il Drupeggio che portava acidità, il Grechetto che aggiungeva personalità aromatica. I vigneti nuovi sono ordinati, separati per varietà, ma lo spirito di quell’uvaggio antico è ancora lì,  incorporato nel disciplinare, nelle percentuali obbligatorie, nella vocazione corale del vino. Qualcosa che non si legifera per decreto ma che il territorio ha già deciso da solo. Orvieto DOC a basso grado: la prima denominazione italiana a 10 gradi I profumi sono una caratteristica che in un vino fungono da biglietto da visita. Molto più del colore che, certo, ammalia ma non strega come può farlo il profumo di una donna. I profumi sono così. Danno la connotazione. Ecco che i fiori bianchi non ancora sbocciati, agrume verde, una nota quasi di timo selvatico, vegetale e fresca come un campo la mattina presto identificano questo vino con un aggettivo: frizzante. Non nel senso di bollicina ma di energia giovane, viva, brillante. Con la pubblicazione sulla Gazzetta Ufficiale dell’Unione Europea nell’ottobre 2025, la modifica al disciplinare ha reso ufficiale ciò che la vendemmia 2024 aveva già anticipato in sperimentazione: la possibilità di produrre Orvieto con gradazione alcolica minima di 10 gradi. Prima denominazione italiana a farlo e non per inseguire una moda, ma per rispondere a una necessità climatica e commerciale con strumenti tecnici precisi, senza ricorrere alla dealcolizzazione meccanica. Non alcol tolto, ma alcol mai raggiunto: vendemmia anticipata, selezione dei vigneti con maggiore vigoria, gestione della chioma per proteggere le uve dall’irraggiamento diretto. In bocca arriva subito quella tensione acida pronunciata, quasi tagliente. Insieme, la salinità. Marina, preistorica. Un marchio per quasi tutti i vini di questo territorio. Ora amplificata dalla freschezza e resa cristallina dalla leggerezza dell’alcol. Un vino che sale, che non si ferma. Beverino senza essere banale. Verticale senza essere duro. La sensazione è di bere qualcosa che appartiene a un luogo preciso e a nessun altro posto. Bella la sensazione finale che rende il primo calice solo il preludio di tanti altri.   Orvieto Classico Superiore 2025: architettura di un bianco che non teme il tempo Un oro brillante con riflessi vivi, ancora giovane, con una luminosità che i vini hanno quando il suolo è calcareo e la stagione ha avuto il suo ritmo. Il Classico Superiore deve aspettare almeno marzo prima di uscire in commercio. Solo una piccola attesa imposta dal disciplinare che raramente mente. Al naso pesca bianca, pera William e l’immancabile mineralità firma più autentica di questi versanti. Un estratto dal suolo, dalle radici che affondano nei sedimenti di un are scomparso. In bocca calibrato così che ogni sensazione è nel suo posto senza sovrastava nulla. Tutto con il peso esatto che deve avere. Ho pensato a una cattedrale romanica, alla perfezione strutturale che non ha bisogno di ornamenti. Completo senza essere chiassoso. Giovane, eppure già consapevole di avere tempo. Per un vino bianco da uve italiane autoctone, mostrarsi così giovane e così compiuto insieme è una qualità rara. Così come è rara la mineralità genuina, non costruita ma estratta, che distingue l’Orvieto dai bianchi italiani che tentano di somigliargli senza averne il suolo. La vecchia annata e il tempo trasformato: invecchiare come vocazione Il terzo vino richiede una sorta di attesa riflessiva. Al naso qualcosa di completamente diverso per via delle note idrocarburiche, quasi laviche che lo accomunano ai riesling maturi del Rheingau. Una firma che non è ossidazione ma evoluzione, non decadenza ma trasformazione. Appena appena frutta esotica dati da un’eco di ananas e di banana matura, subito dominata da quel carattere minerale e quasi salino che ne difende la verticalità. In bocca una potenza espressiva inaspettata, lunga, con quel retrogusto di mandorla amara che è quasi un segreto di Orvieto: una caratteristica storica, scritta nei vecchi disciplinari, quasi scomparsa dai vini giovani ma che nel tempo riaffiora come certe parole dialettali che i nipoti non usano più ma i nonni conservano nell’uso quotidiano. Ho tenuto il vino in bocca più a lungo degli altri. Volevo capire come faceva a essere ancora così vivo. Ho pensato a Pessoa: “Tutto è degno di essere vissuto, quando abbastanza vissuto.” Quel vino aveva vissuto abbastanza. Per chi ancora crede che i bianchi italiani non invecchino, una vecchia annata di Orvieto Classico è una confutazione gentile ma definitiva. Orvieto Muffa Nobile: l’unica denominazione italiana con la Botrytis cinerea nel disciplinare Nelle mattine d’autunno una fitta nebbia sale dal Lago di Corbara e dal corso del Tevere e avvolge i vigneti dell’Orvieto Classico. Per qualche ora le uve restano sospese in quell’umidità silenziosa. Poi il vento arriva, la nebbia si disperde, il sole asciuga gli acini. In questa alternanza di buio e luce, umidità e vento, freddo notturno e tepore diurno, la Botrytis cinerea trova le condizioni ideali per trasformarsi da muffa grigia in muffa nobile. Un equilibrio sottilissimo, una finestra climatica che Orvieto conosce da quasi un secolo. Il 1931 è la data d’inizio: il professor Giorgio Garavini, incaricato dal Ministero dell’Agricoltura di delimitare le zone di produzione, descrisse per la prima volta questo vino con precisione quasi poetica: colore giallo oro pallido, profumo aggraziato, sapore soavemente dolce con retrogusto leggermente amarognolo come di mandorla. Quasi cent’anni dopo, quella descrizione vale ancora. E l’Orvieto DOC rimane l’unica denominazione italiana a contemplare ufficialmente la muffa nobile nel proprio disciplinare. Introdotta nel 2011, rappresenta un primato che il panorama enologico nazionale conosce meno di quanto dovrebbe. Il colore è quello dell’ambra chiara, quasi mieloso ai bordi. Si fa guardare a lungo come si guarda qualcosa di raro sapendo che il primo approccio è irripetibile. Al naso arriva il mango, l’ananas, lo zafferano in sordina, una nota burrosa che sostiene. In bocca la dolcezza domina ma non stucca mai per via dell’acidità che tiene tutto in tensione come una corda tesa nel silenzio. E poi, anche lì, il sale. La salinità quasi normale in un vino così denso, che lo distingue dai passiti convenzionali e lo avvicina idealmente ai grandi Sauternes o ai Tokaji. Ho finito il calice troppo in fretta. Identità come destino: territorio, comunicazione e il manifesto dell’Orvieto contemporaneo Quello che accomuna questi quattro vini non è il vitigno. Semmai è il luogo. In Italia si parla troppo del vitigno, troppo poco del posto. I francesi lo insegnano da decenni: il Merlot lo puoi fare dappertutto, ma un suolo sedimentario marino con fossili di conchiglie a trecento metri sul mare ce l’ha solo Orvieto. Quella unicità non si comunica con l’etichetta più bella o il vitigno più di moda. Si comunica con la fedeltà al territorio, con vini che non potrebbero nascere altrove, con la pazienza di chi sa che la verità del suolo prima o poi sale in superficie. Il basso grado ottenuto da vendemmia anticipata su vigneti selezionati non è un compromesso ma una risposta coerente con la logica del territorio al mercato che chiede meno alcol. Non sottrazione, costruzione. Non privazione, equilibrio. La stessa logica che ha portato la muffa nobile nel disciplinare, che ha difeso il retrogusto di mandorla amara nei vini da invecchiamento, che mantiene vivo il Grechetto con la sua ruvidità e la sua potenza in attesa di trovare il suo posto nella grammatica orvietana. “Se noi non troviamo sbocchi di mercato, l’urgenza rimarrà nelle tasche dei produttori.” Una frase nuda, quasi brutale nella sua onestà. Ma onesta, vera. La filosofia del vino ha senso solo se i produttori riescono a vivere del loro lavoro. E i produttori vivono se chi comunica, noi giornalisti, sommelier, esperti, facciamo davvero il proprio mestiere non descrivendo il vino ai già convinti, ma portarlo dove non arriva da solo. Raccontandolo a chi vuole bere sapendo e non ignorando. Il Consorzio Tutela Vini Orvieto: oltre 400 viticoltori, un patrimonio collettivo Il Consorzio rappresenta oggi oltre 400 viticoltori e più di trenta cantine in un sistema produttivo che integra aziende storiche come Antinori, Barberani, Palazzone, Le Velette alle cooperative che garantiscono qualità media e coesione sociale. Tutelano la DOC Orvieto e la denominazione Rosso Orvietano, lavorano sulla ricerca varietale in collaborazione con l’Università della Tuscia, gestiscono un comitato tecnico scientifico che ha reso possibili le modifiche al disciplinare più innovative degli ultimi decenni. La DOC Orvieto, riconosciuta nel 1971 tra le prime in Italia, copre un areale interregionale tra la provincia di Terni in Umbria e alcuni comuni della provincia di Viterbo nel Lazio. La zona Classico stringe intorno alla rupe storica. La zona DOC si apre, respira, abbraccia terreni diversissimi tra loro. Quella diversità è la vera ricchezza e la Masterclass del 25 maggio 2026 ne è stata la dimostrazione più eloquente: quattro vini, quattro anime, un solo territorio che non smette di avere cose da dire. Pluralità come forza: note a margine di una mattinata imperfetta e necessaria Quattro vini in forma anonima, senza etichette, senza nomi. Al centro non il produttore ma il territorio, il disciplinare, l’identità collettiva. Una scelta quasi radicale per un settore che tende alla narrazione personale, al marchio, all’autore. Qui invece si scommetteva sulla denominazione come soggetto. Sulla DOC Orvieto come personaggio, con la sua storia, le sue anime plurali, i suoi fossili marini e la sua Botrytis che dorme nelle nebbie autunnali in attesa del momento giusto. I vini bianchi italiani vivono un momento di straordinaria vitalità da nord a sud, dal Soave al Vermentino, dal Greco di Tufo al Carricante ma Orvieto ha qualcosa che non tutti possono vantare: tremila anni di storia ininterrotta sulla stessa rupe, un disciplinare che ha saputo rinnovarsi senza rinnegare le radici, e quel sapore di mare antico che attraversa ogni calice come un filo invisibile. La prossima vendemmia porterà altri basso grado, altri Classico Superiore invecchiati nel tufo, forse i primi bianchi importanti affinati in legno. Il Grechetto aspetta il suo momento. Quella grammatica non è fissa. È viva, come i fossili che sembrano morti ma portano dentro di sé millenni di oceano.     Ivan Vellucci – Suggestioni di Vino
ivan.vellucci@winetalesmagazine.com Mi trovi su Instagram come @ivan_1969    
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13 Giugno, 2026

Friccico. Il brivido della semplicità tra memoria, tecnica e sapori autentici

Roma sud, via dei Colli Portuensi. Dopo aver faticato a trovare parcheggio, eccolo finalmente: Friccico. Ad accogliermi Serena Moretti, moglie dello chef Simone La Rocca e anima della sala. È lei il primo volto che incontri entrando nel ristorante, quello che introduce l’ospite in un progetto costruito a quattro mani, dove accoglienza e cucina procedono nella stessa direzione. A farmi compagnia durante questa degustazione altri quattro giornalisti che, come me, vogliono curiosare in questo ristorante che sembra voler mantenere le promesse di regalare autenticità e semplicità nei suoi piatti. L’ambiente è informale ma curato, lontano da ogni ricerca dell’effetto scenico. Qui l’attenzione si concentra sul piatto e sulle materie prime. Una filosofia che si percepisce fin dai primi minuti e che accompagna tutta la degustazione Lo chef Simone La Rocca La filosofia dello chef e del ristorante Friccico è realizzare una cucina concreta, che unisce tradizione, tecnica e identità personale. La sua cucina punta su sapori autentici e immediati, senza inutili complicazioni, pochi ingredienti, sapori riconoscibili. L’obiettivo è creare un’esperienza emotiva, e da qui il nome “friccico” che è quel brivido di piacere che il cibo deve dare. Le materie prime sono centrali, infatti il menù cambia spesso perché segue la stagionalità e disponibilità reale dei prodotti. La sua non è una cucina ad effetto ma una cucina di sostanza. I suoi piatti sono costruiti su dei principi fondamentali, rispetto della materia prima, studio e tecnica al servizio del gusto, mai fine a se stessa. Ricerca continua ma radicata nella memoria gastronomica contadina e tradizionale, rapporto diretto con i produttori, spesso Simone sceglie personalmente ingredienti dalle loro aziende agricole di fiducia. C’è una forte componente artigianale nella sua cucina, molte preparazioni sono fatte in casa. Il menù Il menù si presenta vasto con numerosi antipasti primi piatti e secondi che invitano la curiosità perché si gioca su ingredienti mai banali o scontati e su piatti che difficilmente trovi nella ristorazione romana. Sfogliando la carta si comprende subito la personalità della cucina di Simone La Rocca. Selvaggina, cacciagione, coniglio, anatra e preparazioni artigianali convivono con una tecnica che guarda alla sostanza e alla valorizzazione della materia prima. Nella cucina di Friccico e del menu ci sono dei piatti che non mancano mai come il coniglio, la cacciagione è sempre presente. Ma sicuramente sono piatti che invitano a tornare più volte per provarli tutti. La degustazione inizia tra chiacchiere tra colleghi, curiosità, cibi mangiati, ristoranti che hanno colpito maggiormente e la curiosità di scoprire la cucina di Friccico.   La degustazione Si inizia con delle bollicine Altemasi Trento Doc Brut. Nel bicchiere spuma persistente con perlage a grana molto minuta. Colore giallo paglierino con riflessi verdolini. Profumo complesso, molto fine con piacevoli note fruttate di agrumi e pesca. Sapore secco piacevolmente fresco di buona ed equilibrata struttura. Il primo piatto sono delle cosce di rana fritta dissossata accompagnate da purè di patate con fondo di carne, salvia fritta e una salsa verde fatta da loro. Qui c’è la prima battuta con i commensali, mai mangiate le rane, le ho sempre evitate ma non posso non assaggiarle. Carne morbida, saporita che accompagnata dal purè rende il morso piacevole. La frittura leggera preserva tutta la delicatezza della carne mentre il fondo aggiunge profondità e persistenza. L’Altemasi qui funziona bene perché porta freschezza dopo la frittura e pulisce il palato dal fondo di carne, senza coprire la delicatezza delle cosce di rana. A seguire un piatto che sicuramente a Roma non trovi, la nizzarda di tonno di coniglio e salsetta tonnata di coniglio. Nel piatto ritroviamo gli elementi tipici della nizzarda: uovo, pomodoro, patate e fagiolini, reinterpretati attorno al coniglio protagonista della preparazione. La carne si presenta morbida e delicata, con una consistenza che richiama quella del tonno conservato, mentre la salsetta tonnata di coniglio aggiunge cremosità e intensità gustativa. I fagiolini portano freschezza e una lieve nota vegetale, il pomodoro aggiunge succosità e acidità, mentre l’uovo contribuisce a rendere il boccone più avvolgente. Un piatto che gioca sull’equilibrio tra memoria e originalità, trasformando un grande classico della cucina mediterranea in qualcosa di personale e sorprendente. Viene servito nei calici un Riesling 2025 Graf Von Schonborn. Dal colore giallo paglierino e il suo bouquet di frutta bianca, agrumi e note minerali, offre una freschezza vibrante e un gusto equilibrato. Il Riesling si inserisce con naturalezza su questo piatto: la sua acidità bilancia la parte cremosa della salsetta tonnata, mentre le note agrumate e minerali accompagnano bene fagiolini, pomodoro e uovo. Carpaccio di trota marinata, asparagi e terrina di foie gras di anatra. Qui il contrasto tra la dolcezza della trota e il foie gras regala un morso piacevole, fatto di contrasti e giochi di sapori. La morbidezza del foie gras incontra la freschezza vegetale degli asparagi creando un equilibrio elegante. Lo stesso Riesling sostiene anche il carpaccio di trota e foie gras: alleggerisce la grassezza del foie gras e lascia pulita la parte più dolce e delicata della trota. I primi: gnocchetti acqua e farina con crema di scampi con foie gras di anatra e nocciole. La dolcezza degli scampi avvolge il palato mentre le nocciole introducono una piacevole nota tostata che accompagna il piatto fino al finale. Nei calici Pinot Nero Kloster Neustift Abbazia di Novacella. Di colore rosso rubino luminoso, esprime al naso piccoli frutti rossi, ciliegia e leggere note speziate. Al palato mostra eleganza, freschezza e tannini delicati, caratteristiche che accompagnano senza coprire i sapori della cucina. Con gli gnocchetti, il Pinot Nero dell’Abbazia di Novacella accompagna senza imporsi: ha la freschezza giusta per non appesantire il piatto e una delicatezza che lascia spazio alla dolcezza degli scampi e alla parte più ricca del foie gras. Rolle di coniglio dissossato farcito con le interiora del coniglio con fiore di zucca fritto, purè di patate, fondo di coniglio. Cotto a bassa temperatura e poi arrostito in forno prima del servizio. La carne risulta tenera e succosa, mentre il fondo amplifica il carattere del piatto e il fiore di zucca porta leggerezza e fragranza. Il Pinot Nero torna bene anche sul coniglio: il tannino è gentile, non asciuga il boccone, e le sue note di frutto rosso accompagnano il fondo senza renderlo pesante. Il dessert cremoso di yogurt con fragole e mandorle pralinate gelato. La freschezza dello yogurt incontra la dolcezza delle fragole e la croccantezza delle mandorle pralinate, regalando una chiusura equilibrata e piacevolmente estiva. Ad accompagnare Poesie Recioto di Soave. Alla vista si presenta giallo dorato. Al naso si esprime con un bouquet fruttato intenso con un leggero sentore di mandorla. Al palato risulta estremamente fine, vellutato, caldo e armonioso. Il Recioto di Soave chiude il percorso con equilibrio: la sua morbidezza accompagna la dolcezza delle fragole e delle mandorle pralinate, mentre lo yogurt mantiene il finale fresco. In una serata estiva con una tavola dove per la prima volta non sono solo, Friccico mantiene le promesse e regala piatti sinceri, semplici che mantengono la tradizione e regalano piaceri al palato. Ho provato anche piatti che non avevo mai mangiato e poi siamo a Roma, ma la cucina non è quella romana a cui si è abituati ed è piacevolmente una sorpresa. La sensazione, alla fine della degustazione, è quella di aver incontrato una cucina che non ha paura di seguire una propria strada. Simone La Rocca lavora su ingredienti che raramente trovano spazio nelle carte della ristorazione romana e li trasforma in piatti capaci di unire memoria, tecnica e personalità. In un panorama gastronomico spesso affollato da mode passeggere e proposte che finiscono per assomigliarsi, Friccico sceglie di restare fedele alla propria identità. Una cucina che guarda alla tradizione senza esserne prigioniera e che trova la propria forza nella qualità delle materie prime, nel lavoro artigianale e nella capacità di sorprendere senza mai perdere il contatto con il gusto. Si lascia il ristorante con la sensazione di aver scoperto un indirizzo che merita di essere raccontato. E soprattutto con la curiosità di tornare, perché una carta costruita con questa libertà e questa attenzione difficilmente si esaurisce in una sola visita. Roberto Silvio De Pascale Mi trovi su Instagram come unpuglieseinterrapontina Il buon vivere    
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