Rubino Wine Party 2026: vino, degustazioni e musica per l’evento simbolo della primavera pugliese Arrow Right Top Bg

7 Giugno, 2026

Rubino Wine Party 2026: vino, degustazioni e musica per l’evento simbolo della primavera pugliese

  È tornato a Brindisi uno degli appuntamenti più attesi della stagione enoturistica del Sud Italia: Rubino Wine Party 2026, l’evento firmato Tenute Rubino che celebra l’identità contemporanea del vino pugliese in un’esperienza immersiva tra degustazioni e musica dal vivo.   Sabato 23 maggio 2026 Tenute Rubino ha trasformato la sua cantina di Brindisi in un’reale arena di vino, cibo e musica con Rubino Wine Party 2026, l’appuntamento firmato dall’azienda che celebra l’identità contemporanea del vino pugliese. L’evento, a numero limitato e su prenotazione, ha riunito appassionati di vino, food lovers e amanti della musica contemporanea in un’esperienza immersiva tra degustazioni e performance dal vivo. La serata si è articolata in tre momenti distinti. A iniziare dalla degustazione Wine & Food, открывшая la serata con le nuove annate dei vini bianchi e rosati Tenute Rubino, con Oltremè Rosato come protagonista assoluto e il Susumaniello come simbolo del territorio brindisino. La proposta gastronomica, curata dal team di Numero Primo, la vinoteca di Tenute Rubino, ha presentato specialità locali in abbinamento ai vini della cantina, in un viaggio sensoriale tra sapori del Sud e colori di un tramonto estivo. A seguire, la programmazione musicale ha visto Nikaleo aprire la serata con un live set tra neo soul, R&B e hip hop, confermandosi tra le voci più interessanti del panorama funk pugliese. Jealousy ha poi portato in consolle l’energia degli anni 2000 con hit iconiche e vibrazioni dance, trasformando la pista in un’esperienza collettiva ad alta carica adrenalinica. Il gran finale è stato affidato a Chicco Giuliani, dj e producer noto sulla radio nazionale, che ha guidato il pubblico in un set coinvolgente di house music ed elettronica. Rubino Wine Party si conferma come un evento chiave nel calendario enogastronomico pugliese, capace di intrecciare vino, cibo e musica in un’esperienza che richiama anno dopo anno una community sempre più ampia e internazionale. Il mese di maggio, con questo evento glamour che anticipa l’estate, resta senza dubbio il mese di Rubino Wine Party. Informazioni utili: www.tenuterubino.com La Redazione
Leggi
Lambrusco a Corte. Un vino in continua evoluzione che racconta il territorio Arrow Right Top Bg

7 Giugno, 2026

Lambrusco a Corte. Un vino in continua evoluzione che racconta il territorio

  Il Lambrusco, nell’immaginario comune, è sempre stato uno di quei vini che finiscono per diventare così quotidiani e abitudinari da essere dati quasi per scontati, senza dedicargli più la giusta attenzione. Succede spesso con il Lambrusco: presente sulle tavole emiliane da generazioni, compagno naturale della convivialità, della cucina locale e dei momenti semplici. Eppure, dietro quel calice dalle bollicine vivaci, esiste un mondo molto più complesso fatto di territori, interpretazioni produttive, denominazioni e identità differenti. Il Lambrusco è sicuramente un vino profondamente legato alla convivialità e alla tradizione gastronomica emiliana, ma spesso viene percepito come qualcosa di familiare su cui non ci si sofferma abbastanza. In realtà è un vino in continua evoluzione e dietro ogni bottiglia esiste un universo fatto di lavoro agricolo, ricerca, identità produttive e interpretazioni che meritano di essere raccontate con maggiore profondità. Il Lambrusco non è soltanto un vino simbolo dell’Emilia-Romagna. È memoria gastronomica, identità territoriale e capacità di reinventarsi nel tempo. Con questo spirito, il 16 e 17 maggio, la storica Corte Ospitale di Rubiera ha ospitato “Lambrusco a Corte”, manifestazione dedicata alle tante espressioni del vino emiliano e capace di riunire produttori, appassionati e operatori del settore in una delle location più suggestive tra Reggio Emilia e Modena. Promossa da ONAV Reggio Emilia, associazione che forma gli assaggiatori di vino, la manifestazione ha trovato nella Corte Ospitale una cornice perfetta: un luogo che custodisce memoria, accoglienza e tutta la storicità del territorio di Rubiera. Ma ciò che ha reso davvero interessante Lambrusco a Corte è stato il suo modo di raccontare il vino non semplicemente come prodotto, ma come espressione culturale di un territorio, di una comunità e di una tradizione che continua a evolversi nel tempo. In un momento storico in cui il settore vitivinicolo affronta nuove sfide — cambiamenti climatici, nuove abitudini di consumo, crescente attenzione verso sostenibilità e autenticità — fermarsi a raccontare il Lambrusco significa anche interrogarsi sul futuro delle produzioni identitarie italiane e delle piccole realtà locali. Perché il Lambrusco ha tante sfaccettature: non è uno solo. Parlarne al singolare significa quasi semplificare una realtà molto più articolata. Esistono interpretazioni più fresche e verticali, altre più strutturate; versioni tradizionali accanto a espressioni contemporanee, Metodo Classico o Charmat, capaci di raccontare sfumature differenti della stessa origine. Cambiano i profumi, la persistenza, la tessitura del sorso. Cambia il dialogo con il cibo. Cambia il modo in cui ogni produttore sceglie di rappresentare il proprio territorio. Ed è proprio durante eventi come Lambrusco a Corte che le persone riescono davvero a vedere oltre. Manifestazioni come questa assumono un valore importante perché permettono di comprendere che dietro una bottiglia esiste una storia fatta di persone, vigne, stagioni e lavoro. Una storia fatta di vigne, stagioni, scelte produttive e persone. Degustare non significa soltanto bere: il valore delle masterclass Uno degli aspetti più interessanti di manifestazioni dedicate al vino è la possibilità di trasformare l’assaggio in conoscenza. Spesso ci si avvicina a una degustazione guidati dalla curiosità o dal piacere, ma è soltanto fermandosi ad approfondire che si riesce davvero a comprendere ciò che si ha nel bicchiere. Durante Lambrusco a Corte, ONAV ha offerto gratuitamente momenti di approfondimento che hanno cambiato completamente il modo di percepire il vino e il suo legame con il territorio. La masterclass dedicata agli abbinamenti è stata sicuramente uno dei momenti più interessanti della giornata. Il percorso è iniziato con un Lambrusco Rosé della Cantina Sociale Centro di Massenzatico: fresco, delicato, con una beva elegante e immediata, capace di introdurre il percorso degustativo con grande equilibrio. Successivamente, il Lambrusco di Sorbara di Fangareggi è stato abbinato all’erbazzone alla zucca. Un accostamento sorprendente, dove la freschezza e la verticalità tipica del Sorbara riuscivano ad accompagnare perfettamente la dolcezza della zucca, mantenendo il sorso dinamico e pulito. Con l’erbazzone tradizionale, invece, protagonista è stato il Grasparossa della Cantina Puianello. Più intenso e strutturato, con una componente tannica più marcata, si sposava perfettamente con la sapidità e la rusticità del piatto. I miei assaggi: quattro interpretazioni diverse dello stesso territorio Tra i tanti vini degustati durante Lambrusco a Corte, alcuni assaggi mi hanno colpita più di altri perché capaci di raccontare quanto il mondo del Lambrusco sia sfaccettato e in continua evoluzione. Il primo assaggio che mi ha incuriosita è stato il Lambrusco Mantovano della Cantina Sociale Cooperativa di Quistello, una realtà storica nata nel 1928 e profondamente legata alla tradizione vitivinicola mantovana. Molto interessante anche l’assaggio del Ruberti in purezza, espressione che valorizza il vitigno autoctono Grappello Ruberti, storicamente coltivato nell’Oltrepò mantovano. Tra gli assaggi che ho trovato più piacevoli nella loro immediatezza inserirei sicuramente anche il Lambrusco secco di Francesca Mara. Tra i vini che invece mi hanno colpita maggiormente per finezza ed eleganza c’è stato sicuramente il Sorbara Rosé del Cristo di Umberto Cavicchioli e Figli.   Elisa Nardi- Oltre le sensazioni del vino
Mi trovi su Instagram come @divinamente.ely
Leggi
Arrow Right Top Bg

6 Giugno, 2026

Chianti Arezzo Art Experience. Alla scoperta del Chianti Aretino

Non capita spesso di poter vivere e raccontare grandi eventi nel cuore pulsante della propria città, e ricevere l’invito per partecipare alla prima giornata professionale del format diffuso nell'ambito della Chianti Lovers Week mi ha riempito di orgoglio e di una profonda felicità. Così mi sono alzata presto e, nonostante le previsioni meteo non fossero delle migliori, mi sono diretta a piedi verso il centro. Mentre camminavo, un pallido sole ha iniziato a filtrare tra le nuvole, quasi a voleremi salutare e ad annunciare la bellissima giornata che mi attendeva. Ogni singolo passo sul lastricato che da casa mi conduce verso Piazza Grande è ormai parte di me, un percorso familiare dopo tanti anni in cui ogni angolo, ogni palazzo e ogni scorcio sa ancora come raccontarmi una storia e regalarmi un ricordo. È stata questa emozione, intima e vibrante, ad accompagnarmi oltre Porta San Lorentino, pronta a farmi immergere nel cuore della manifestazione.
Leggi
Arrow Right Top Bg

6 Giugno, 2026

L’Aforisma. La Puglia in smoking

  Torino, città rinomata per i baci di dama, il vitello tonnato e gli agnolotti del Plin, per una sera mi conquista con una pizza. Ma non la solita pizza: una pizza gourmet. A Torino, in una via residenziale silenziosa, vicina al Lingotto, in via Tepice, trovo L’Aforisma – Pizza e lievitati d’autore. Ad accogliermi c’è Claudio, pugliese come me, con il quale condivido non solo la regione ma anche la passione per la buona cucina. Claudio Fusco – Artigiano della pizza contemporanea. La sua filosofia nasce dall’idea che un lievitato non debba essere soltanto “buono”, ma debba raccontare qualcosa. E mentre lo osservo sfornare le sue pizze, ascolto con piacere i suoi racconti. Claudio cerca equilibrio tra tecnica ed emozione, tra studio e istinto. Per lui un impasto è vivo: cambia con le stagioni, con le temperature, con il tempo e con le mani di chi lo lavora. Non ama inseguire le mode o quei numeri usati soltanto per fare numeri nel marketing; ricerca piuttosto un equilibrio autentico tra fermentazione, struttura, leggerezza e gusto. Qui nella sua pizzeria troviamo territorio e identità: la forza e i sapori della Puglia incontrano l’eleganza e la raffinatezza del Piemonte. Sembra quasi di vedere quel pugliese genuino, spontaneo, abituato alle mezze maniche e alle chiacchiere all’aperto che, per una sera, indossa uno smoking: resta sé stesso, cambia solo il modo di raccontarsi. Dietro ogni pizza o lievitato c’è studio delle farine, gestione, tecnica, sensibilità sugli ingredienti e il desiderio di creare qualcosa che lasci un ricordo, non soltanto un sapore. Ovviamente non posso fare a meno di chiedergli come sia nato un nome così insolito per una pizzeria, tanto al Sud quanto al Nord. Claudio sorride e mi racconta di aver scelto “L’Aforisma” perché un aforisma, in italiano, è una frase breve capace di racchiudere molti concetti e lasciare un significato profondo. Ha voluto trasferire questa idea nel mondo della pizza e dei lievitati, perché dietro un impasto non ci sono soltanto farina e acqua, ma conoscenza, tecnica, sensibilità, emozioni, territorio ed esperienza. E così, dopo aver scoperto cosa c’è dietro un impasto, ovvero un pensiero profondo, scelgo di accomodarmi al bancone fronte forno invece che a uno dei tavoli. Voglio vedere Claudio mentre dà vita alle sue creazioni e gustarle da vicino. Sfogliando il menù, ho la sensazione che racconti davvero ciò che promette: non una semplice sequenza di portate, ma una struttura narrativa fatta di Prologo, Atti e Atto Finale. Come a teatro, anche qui c’è uno spettacolo diviso in atti, perché per Claudio la cucina ha una visione precisa: è un’opera, ed è uno spettacolo tanto cucinare quanto mangiare. E forse la parte più interessante è proprio questa: vedere nascere ciò che poi arriva nel piatto. Così inizia la mia degustazione. La prima pizza che Claudio mi serve è la Pop Crunch che, già dal nome, lascia intuire cosa aspettarsi nel piatto e soprattutto al primo morso. Un impasto di orzo e riso con stracciatella pugliese, acciughe e una nota di pepe che accompagna e rende il morso ancora più deciso. Ma è quando arriva alla bocca che il nome prende davvero forma. C’è quell’istante in cui senti il “pop”, seguito dal crunch netto e quasi sorprendente dato dal riso che si spezza sotto i denti. Subito dopo arriva la cremosità della stracciatella ad avvolgere tutto, mentre la sapidità dell’acciuga entra con carattere e il pepe chiude il morso con una leggera spinta aromatica. Qui la croccantezza incontra la cremosità in un incontro tra mare e terra che mette tutti d’accordo. A seguire arriva la pizza che porta il nome del locale: L’Aforisma. Una pizza che mette insieme la passata di pomodoro dell’Azienda Agricola Paglione di Foggia, la mia città, la stracciatella del Caseificio Querceta di Putignano, il capocollo del Salumificio Di Pasquale di Manduria affumicato nel vino Primitivo, il profumo del basilico e qualche goccia di olio extravergine ligure a completare il quadro. Una pizza che diventa tradizione, racconto della nostra terra e sapore. Il capocollo è qualcosa che, se non sei pugliese, forse conosci poco ma che almeno una volta merita di essere provato. L’affumicatura nel Primitivo gli regala una personalità ancora più profonda e riconoscibile. La stracciatella, con la sua cremosità, rende il morso elegante, il basilico porta freschezza, mentre la passata di pomodoro — e non soltanto perché arriva dalla mia città — è quel filo che lega tutto. L’olio extravergine chiude il percorso senza invadere, accompagnando il gusto fino alla fine. È quel dettaglio che riesce a rendere la pizza quasi magica. Queste pizze sono accompagnate da una birra bionda Feel Beer, perché Claudio mi racconta che, secondo lui, oggi i birrifici artigianali riescono a regalare emozioni vere insieme a una pizza. Una birra nata nel 2022 dopo anni di studio del Maestro Birraio Filippo, dal suo modo di essere e dalla sua volontà di trasferire emozioni attraverso prodotti di qualità costruiti con tecnica, ma soprattutto con sentimento e passione. Ovviamente Claudio, come mi aveva raccontato, non fa soltanto pizze ma anche lievitati e così nel suo menù, tra i dolci, trovo “Panettone tutto l’anno”, qualcosa che non posso non assaggiare. Un grande lievitato soffice, con limone candito nell’impasto e cioccolato bianco adagiato sopra. Al primo morso la sensazione è quella di una morbidezza che quasi si scioglie in bocca: l’impasto resta leggero e arioso, il limone candito arriva con una nota fresca e agrumata che interrompe la dolcezza senza appesantirla, mentre il cioccolato bianco avvolge tutto con la sua cremosità, legando i sapori e accompagnando il finale con delicatezza. Un morso che non cerca eccessi, ma equilibrio. Tra luci calde, servizio attento e quella sensazione di accoglienza che, da pugliese, ho percepito subito, ho avuto la conferma che a volte la differenza non sta soltanto nel prodotto finale, ma nel modo in cui una storia viene costruita e condivisa. E forse la cosa più bella di questa serata è stata proprio questa: trovarmi a Torino e sentirmi, per qualche ora, a casa. Perché da pugliese, incontrare un altro pugliese a chilometri di distanza dalla nostra terra e ritrovare nei sapori, nei racconti e nei gesti qualcosa che parla la tua stessa lingua, ha un valore diverso. È come sedersi a tavola lontano dalla Puglia e accorgersi, al primo morso, di esserci tornato. Roberto Silvio De Pascale Mi trovi su Instagram come unpuglieseinterrapontina Il buon vivere    
Leggi
“Armonie Senza Tempo”: arriva a Bologna l’evento italiano di punta del Consorzio Lugana Arrow Right Top Bg

6 Giugno, 2026

“Armonie Senza Tempo”: arriva a Bologna l’evento italiano di punta del Consorzio Lugana

  50 produttori uniti per la prima volta nel capoluogo emiliano: un viaggio tra storia, volti e l’identità unica del bianco lombardo-veneto.   Il Consorzio Tutela Lugana DOC approda per la prima volta a Bologna con “Armonie Senza Tempo”, l’evento di degustazione dedicato all’anima contemporanea del Lugana, in programma l’8 giugno presso il giardino di Villa Benni a due passi da Porta Saragozza. Pensato come un percorso di scoperta tecnica e sensoriale, l’appuntamento riunirà operatori del settore, giornalisti e wine lover in un’esperienza immersiva dedicata alla conoscenza del Lugana e delle sue diverse sfumature espressive. Attraverso degustazioni e momenti di approfondimento, “Armonie Senza Tempo” accompagnerà il pubblico in un viaggio tra identità territoriale, caratteristiche pedoclimatiche e interpretazioni stilistiche della denominazione, mettendo in luce la capacità del Lugana di coniugare tradizione, eleganza e contemporaneità. Un’occasione per esplorare l’evoluzione di un vino che ha saputo affermarsi nel panorama internazionale mantenendo un forte legame con il proprio territorio d’origine. Fabio Zenato, Presidente del Consorzio Tutela Lugana DOC Abbiamo scelto Bologna perché è la capitale naturale del gusto e un punto di osservazione privilegiato sul mercato interno, che per noi resta un asse di sviluppo fondamentale. Presentarci qui con circa 50 produttori al fianco del Consorzio è una scelta di territorio condivisa. Dimostra che il Lugana non è solo un insieme di Produttori, ma un territorio che si muove all’unisono. Questa compattezza è la nostra vera forza commerciale e comunicativa: arriviamo a Bologna uniti per raccontare un’identità di vitigno e di territorio che non teme confronti, pronti a stringere un legame ancora più forte con ristoratori, enoteche e il mondo degli enoappassionati.  La prima parte dell’evento, dedicata a operatori e stampa di settore, prevede due masterclass guidate da Fabio Giavedoni, giornalista e wine expert, concepite come un approfondimento dedicato al rapporto tra vino, paesaggio e identità territoriale.  Le masterclass, riservate a media e operatori del settore accreditati, offriranno un viaggio tecnico e sensoriale alla scoperta delle profondità espressive della Turbiana. Dalle 16.00 alle 17.00 si terrà “L’impronta del Lago: Geologia e Visione”, un’analisi dedicata al ruolo del Lago di Garda, allo studio dei cloni e all’influenza del microclima gardesano nel definire carattere minerale, annata e longevità del Lugana. A seguire, dalle 17.30 alle 18.30, “I volti del Lugana: Identità e Avanguardia” esplorerà le diverse anime della denominazione, dagli artigiani custodi della tradizione ai produttori pionieri che hanno contribuito a rendere il Lugana un’icona internazionale di territorio. Fabio Giavedoni Una tale profondità legata ad un’unica denominazione, la vediamo raramente nella nostra città, Bologna. Per questo ho immaginato un viaggio che salpa dalle sponde del Lago di Garda. Un percorso tra due regioni e tradizioni diverse, legate da una vite comune. Questo è il Lugana: unicità nella comune diversità. Dalle 18.00 alle 22.30 spazio al walk around tasting, cuore pulsante dell’evento, aperto anche al pubblico; una partecipazione corale della denominazione con 50 produttori e circa 150 etichette: un momento di degustazione e incontro diretto con le cantine pensato per raccontare la ricchezza e la versatilità della denominazione attraverso le sue diverse interpretazioni, dai profili più freschi e immediati alle espressioni più strutturate e longeve, da chi vive le vigne e le sfide quotidiane. “Armonie Senza Tempo” è più di un evento: vuole essere un invito alla degustazione e alla scoperta di un territorio che, nel tempo, ha saputo trasformare la propria unicità in uno stile enoico distintivo, raffinato e contemporaneo, e che ha saputo fare della coesione la sua forza. Il Consorzio conferma ancora una volta il proprio impegno nel valorizzare una denominazione capace di coniugare identità territoriale, qualità produttiva e vocazione internazionale, portando nel bicchiere il carattere unico del Lago di Garda. Per informazioni e acquisto biglietti: Eventbrite – Armonie Senza Tempo Bologna 2026 La Redazione
Leggi
Arrow Right Top Bg

5 Giugno, 2026

III Edizione di Vini Bagnanti

  In collaborazione con Slow Food e l’Università di Scienze Gastronomiche di Pollenzo   Domenica 20 giugno 50 vignaioli sulla spiaggia del resort Riva degli Etruschi per una serata tra vino, mare, gastronomia e cultura del territorio    Dalle 18:30 alle 23:30 Riva degli Etruschi – Via della Principessa, 120 – San Vincenzo (LI) www.vinibagnanti.it   Non soltanto degustazioni sulla spiaggia, ma un evento pensato per raccontare il lavoro, le storie e le visioni che si nascondono dietro ogni bottiglia. Sabato 20 giugno torna a San Vincenzo la terza edizione di Vini Bagnanti, l’iniziativa nata dalla collaborazione tra il Resort Riva degli Etruschi e il progetto Vini Migranti ideato da Teseo Geri, che anche quest’anno trasformerà un chilometro di spiaggia privata della Costa degli Etruschi in un grande percorso dedicato al vino artigianale, alla gastronomia e alla cultura del territorio. Dopo il successo delle prime due edizioni, che hanno registrato oltre 1000 partecipanti, Vini Bagnanti torna con un programma sempre più articolato, costruito insieme a Slow Food Condotta Costa degli Etruschi, Slow Wine, Università di Scienze Gastronomiche di Pollenzo e Banca del Vino di Pollenzo. Filo conduttore della manifestazione sarà il concetto di “Giusto” che darà vita ad un percorso che vuole approfondire il rapporto tra vino, sostenibilità ambientale, responsabilità sociale e identità produttiva, mettendo al centro non solo il prodotto finale ma anche il lavoro delle persone che ogni giorno operano nel mondo del gusto. Anche per questa nuova edizione il percorso di degustazione sarà accompagnato da una serie di attività collaterali pensate per approfondire il rapporto tra vino, ambiente e cultura gastronomica. Percorso sensoriale con laboratori interattivi e degustativi a cura dell’Università di Scienze Gastronomiche di Pollenzo Laboratorio del Giusto, presso la terrazza del parco centrale, a cura di Slow Wine e della Banca del Vino di Pollenzo. L’appuntamento supera la classica degustazione per approfondire l’aspetto etico e sociale della produzione vinicola. Attraverso una selezione di etichette, i partecipanti saranno guidati in un percorso di riflessione e scoperta, dove il sapore sposa la responsabilità e il racconto si fa portavoce di tutto ciò che è profondamente Giusto Area food che affiancherà i cinque ristoranti del resort con punti ristoro selezionati dalla condotta Slow Food Costa degli Etruschi Aree tematiche pensate per favorire un confronto diretto tra produttori e pubblico, valorizzando storie, approcci produttivi e identità delle singole aziende   La selezione delle aziende partecipanti, curata da Teseo Geri, segue criteri ben precisi: identità territoriale, sostenibilità, coerenza produttiva e attenzione al valore umano e culturale del vino. Un approccio perfettamente in linea con la filosofia di Riva degli Etruschi, realtà che da anni porta avanti un modello integrato di ospitalità, agricoltura e cultura gastronomica sostenibile. Le cantine proverranno non soltanto dall’Italia, con un focus importante sulla Toscana, ma anche dall’estero, con aziende provenienti da Spagna, Ungheria, Slovenia, Grecia e Argentina, offrendo un quadro dal respiro internazionale e fortemente legato alla diversità dei territori e delle culture produttive. Lista aziende   Tenuta Guardamare – Toscana Fattoria di Montemaggio – Toscana Clivo Altura – Toscana Tenuta di Carleone – Toscana Sant’Agnese – Toscana Castagnoli – Toscana Podere Dell’Anselmo – Toscana Belvedere 1 – Toscana Acquabona – Toscana Demetervin – Ungheria Vignaioli Urbani Mistici – Toscana Fattoria Le Masse – Toscana VenticinqueDieci – Trentino-Alto Adige Campo alle Comete – Toscana Champagne Goutorbe Bouillot – Francia Mersel & Il Lebbio – Libano & Toscana Borgo Pancoli – Toscana Petrolo – Toscana Castaldi Francesca Azienda Agricola – Piemonte Fondazione Apri Le Braccia – Piemonte Gustin – Slovenia Alberelli di Giodo – Toscana Vignamaggio – Toscana Incandia Bio – Toscana Case d’Alto – Campania Bodega Piedra – Spagna Pares Baltà – Spagna La Lupinella – Toscana Domaine de Cocagne – Toscana Wageck – Germania Tenuta La Gigliola – Toscana Castelsimoni – Abruzzo Zonzo – Toscana Rivalta – Veneto Melly’s Kombucha – Piemonte Poderi Cellario – Piemonte Cantina Andrea Paffarini – Umbria Deposito Clandestino – Umbria Vini Laluce – Basilicata Albamora – Toscana Fortebrezza – Toscana La Macchia – Toscana Antiche Rive – Friuli-Venezia Giulia Bronzato Wine – Veneto Tikal Natural – Argentina Domaine Paterianakis – Grecia Almarea Botaniche Di Mare – Lazio Terre del Cima – Veneto Maffione – Puglia Podere La Botta – Toscana   Riva degli Etruschi, con oltre 60 anni di storia, rappresenta oggi un sistema integrato di ospitalità, produzione agricola e cultura gastronomica profondamente legato al territorio. Il resort si estende su 35 ettari di parco e area agricola, con oltre 8000 alberi e arbusti, più di 400 sistemazioni, cinque ristoranti, una tenuta agricola biologica e una produzione vinicola sostenibile. Tra le produzioni interne si trovano ortaggi, cereali antichi, il carciofo violetto della Val di Cornia presidio Slow Food — di cui il resort rappresenta uno dei principali produttori in Italia —, l’olio extravergine della Tenuta Biliotto e la gamma dei vini di Riva degli Etruschi, nata dalla consulenza di Michele Satta e sviluppata nel segno della valorizzazione del territorio. È proprio da questa visione che nasce Vini Bagnanti, un evento dove vino, cibo, paesaggio e cultura gastronomica dialogano in maniera naturale, trasformando la spiaggia e il resort in un luogo di incontro e confronto tra produttori, operatori e appassionati. Partecipare a Vini Bagnanti significa anche vivere il resort nella sua completezza, tra ospitalità e proposta gastronomica. Le oltre 400 sistemazioni, tra camere hotel, ville e residence, accolgono un pubblico eterogeneo, mentre i cinque ristoranti del resort propongono esperienze differenti: Mariva Dune – fine dining Nautico – cucina di mare Mistral – cucina toscana All’Orto – proposta km 0 con prodotti dell’azienda agricola biologica del resort Magù – ristorante & pizzeria Il biglietto d’ingresso, acquistabile on line sul sito di Vini Bagnanti, sarà di 20 euro e includerà calice, tracolla personalizzata, degustazioni illimitate e accesso al percorso sensoriale.  Il Laboratorio del Giusto dedicato all’etica del calice sarà invece a numero chiuso e con biglietto separato.   Teseo Geri Tanta aspettativa per questa nuova edizione dei Vini Bagnanti, soprattutto per la selezione dei vignaioli che vede la partecipazione di un’azienda libanese — nonostante le difficoltà della guerra — aziende dalla Champagne, conferme dall’Ungheria, Mucha cosa dalla Spagna e, ovviamente, tanta Italia: dall’Alto Adige e Franciacorta alla Sicilia, con isole comprese. È una rara occasione, per gli amanti del vino e non solo, di relazionarsi con i produttori, assaggiare buon vino, divertirsi godendo del mare e della bella energia che la manifestazione genera. Se tre è il numero perfetto, questa terza edizione sarà la nostra migliore performance!   Vieri Mantelli. Direttore Marketing & Revenue di Riva degli Etruschi   Vini Bagnanti raggiunge la sua terza edizione e lo fa con la consapevolezza di chi non vuole solo organizzare un evento, ma riscrivere le regole dell’accoglienza. Tre anni fa abbiamo deciso di sfidare il ‘non detto’ dell’Hospitality tradizionale, superando quel concetto di struttura intesa come luogo esclusivo e separato dal territorio. Abbiamo scelto di essere un ecosistema aperto, un laboratorio di eccellenze dove la sostenibilità non è uno slogan, ma l’unico linguaggio possibile. Abbiamo selezionato produttori e partner non in base a logiche di mercato, ma per affinità elettiva con il nostro universo valoriale. In questo contesto, il vino smette di essere il fine e diventa il mezzo: un veicolo potente, quasi ancestrale, per lanciare messaggi forti. Grazie alla sinergia con Slow Food e l’Università di Pollenzo, quest’anno portiamo in scena il concetto di “Giusto” che va oltre il calice. Non aspettatevi una masterclass accademica: il vino sarà la voce che racconta una lunga e profonda storia di riscatto sociale e rispetto ambientale. Vini Bagnanti, nel suo complesso, è una manifestazione che grida la propria identità: quella di un territorio che non accetta compromessi sui valori. Per l’edizione 2026 puntiamo a superare le presenze del 2025 non per una questione di numeri, ma perché vogliamo che il nostro messaggio arrivi il più lontano possibile.     Vini Bagnanti si avvale della collaborazione con Slow Food condotta Costa degli Etruschi, Slow Wine, Università di Scienze Gastronomiche di Pollenzo e Banca del Vino.   INFO Dove: Riva degli Etruschi, via della Principessa 120 San Vincenzo (LI) Quando: sabato 20 giugno 2026 – dalle 18:30 alle 23:30 Costo: biglietto d’ingresso: 20 € (inclusi calice, tracolla e degustazioni illimitate) info@vinibagnanti.it   www.vinibagnanti.it – www.rivadeglietruschi.it   Il biglietto di ingresso è acquistabile sul sito www.vinibagnanti.it   La Redazione
Leggi
Cantina Sant’Andrea. Andrea Pandolfi: il vino, un atto di resistenza Arrow Right Top Bg

5 Giugno, 2026

Cantina Sant’Andrea. Andrea Pandolfo: il vino, un atto di resistenza

  Quando si spinge spesso a partire, c’è chi sceglie di rimanere. Di continuare a credere in una terra, nelle sue possibilità e nella sua identità. La storia di Cantina Sant’Andrea nasce da questa convinzione e racconta il rapporto profondo tra una famiglia e un territorio che, stagione dopo stagione, continua a restituire senso alle scelte compiute.   A pochi passi dal mare di Sabaudia c’è una piccola chiesa. Si chiama Sant’Andrea. Sta lì, in mezzo ai campi bonificati dell’Agro Pontino, tra Sabaudia e Latina, con la sua facciata di pietra chiara che il vento del mare rade quasi ogni giorno. Quando una famiglia arriva in un posto nuovo, con niente in mano e tutto da ricostruire, tende a cercare segni. Segnali. Qualcosa che dica: fermatevi qui, questo è il vostro posto. La chiesa si chiamava Sant’Andrea. Il nonno si chiamava Andrea. Era già scritto. Alcune storie di vino iniziano nel vigneto. Altre che cominciano molto prima, altrove, in un altro continente, in un’altra lingua, con un’altra sabbia sotto i piedi. La storia di Andrea Pandolfo e della Cantina Sant’Andrea comincia in Tunisia. Comincia, per essere precisi, nell’estate del 1964. Nazionalizzazione. È una di quelle parole del Novecento che ha cambiato la vita a milioni di persone senza che nessuno chiedesse il permesso. Il presidente tunisino Bourguiba la usò quella primavera come un machete. O accettavi la lingua araba, la religione, la cultura, oppure andavi via. Non c’era una terza opzione. Si pensava che il governo italiano intervenisse in maniera pesante Andrea me lo dice con una di quelle mezze risate amare che arrivano solo dopo aver digerito un dolore per generazioni.  Ma conosciamo la politica estera italiana. Ci dissero: state sereni, andrà tutto bene. L’andrà tutto bene di Stato, quello che ha accompagnato gli italiani in ogni catastrofe della storia recente. Prima un centro profughi a Tunisi. Poi una nave. Poi il porto di Napoli. Poi un altro centro profughi a Latina. E in mezzo, il niente. Perduta la Tunisia, perduti i terreni, perduto tutto quello che tre generazioni di Pandolfi avevano costruito tra Pantelleria, la Sicilia e il protettorato francese del Nordafrica. Perché poi la famiglia era finita là, in Tunisia? Per la stessa ragione per cui tutto si muove nel mondo: convenienza e necessità. Vita. La Francia aveva bisogno di vino. Di tanto vino, di vino da taglio da spedire su navi verso i mercati del nord. Così, per incentivare le coltivazioni assegnava terreni gratuitamente per novantanove anni. Il bisnonno di Andrea era andato per primo partendo da Pantelleria. Poi erano arrivati tutti gli altri. Producevi per il governo, fondamentalmente. Ti dicevano che vitigni piantare. Grandi produzioni, mai in bottiglia. In primavera partivano una o due navi verso la Francia e là si tagliava con altri vini, insomma. La logica coloniale applicata alla vigna. La terra non è tua, il frutto non è tuo, la bottiglia non esisterà mai. Sei un ingranaggio, non un vignaiolo. E gli ingranaggi, quando non servono più, si buttano. Poi si prendono ad esempio i francesi senza conoscere la storia e si condannano i contadini di queste zone se ancora oggi elogiano al Fascismo. Ripartire da zero a sessant’anni. È straziante e grandioso pensare a un uomo che a sessant’anni si ritrova su una nave, scaricato in un porto straniero che è anche la patria dei suoi nonni ma ormai quasi una terra straniera e ricomincia. Pianta. Zappa. Non dorme. Mio nonno morì molto giovane Qui la voce cambia tono. Diventa più lenta. C’è dolore nelle sue parole. Non palese. Non c’è tristezza. Quella ormai è interiorizzata. Nel dna. Si chiamava Andrea anche lui. Classica tradizione del Sud, il nome si tramanda. Lui fu quello che a cinquant’anni dovette ricominciare completamente da zero, lavorando diciotto ore al giorno. Il nonno Andrea amava il mare. Ce l’aveva nel sangue, da Pantelleria. Non ebbe mai il tempo di goderlo. In Tunisia aveva pescato ricci con il gozzo, era andato al porto ogni tanto, aveva respirato sale. Nella nuova vita nell’Agro Pontino non ci riuscì più. C’era da inventarsi una vita e quando l’azienda iniziò ad andare, quando i sacrifici cominciarono a dare frutti, lui prese la macchina per andare a fare le analisi del mosto a Velletri visto che allora non c’erano laboratori vicini. Sull’Appia si addormentò. Stanchezza. Un colpo di sonno. Tutto finì lì. In un istante Ascolto. Rimango in silenzio qualche secondo. Ci sono morti che una famiglia non finisce mai di portarsi dietro. Non come lutto, ma come bussola. Come sorgente. Il nonno Andrea è ancora qui, in qualche modo, in ogni bottiglia che porta il suo nome sulla facciata della chiesa. I Pandolfi arrivarono nell’Agro Pontino nel 1964, con un parente ad Aprilia e nient’altro. Presero in affitto una terra bonificata da poco, quella terra piatta e sabbiosa che Mussolini aveva fatto strappare alle paludi negli anni Trenta dai coloni ai quali aveva poi distribuito. A quelli che erano sopravvissuti. Una terra che agli italiani del nord sembrava quasi lunare ma che a loro, figli di Pantelleria, abituati al deserto nordafricano, doveva sembrare quasi familiare. Venivano dal deserto, quindi la sabbia era un terreno che conoscevano. E poi rimasero sconvolti dall’acqua. Là per fare i pozzi erano necessari lavori mastodontici di mesi. Qui scavavi e usciva acqua dappertutto. Per tre o quattro anni, coltivazioni veloci: zucchine, carote, meloni. Nessuna vocazione, solo necessità. I soldi si mettevano da parte. La vigna richiede investimento, richiede tempo, richiede radici. Non puoi piantarla se non sai se resterai. Nel 1967 i soldi c’erano, la certezza anche. Comprarono il podere. Iniziarono a piantare. E poi la chiesa di Sant’Andrea. E il nome di famiglia. E la decisione che quella terra, quella piccola chiesa bianca, quel vento che veniva dal mare a pochi chilometri, era il posto giusto. Economia Aziendale e vendemmia. Andrea Pandolfi ha gli occhi di chi pensa sempre a tre cose contemporaneamente. Mentre parla, annuisce, gesticola, sorride. C’è un’energia che non si ferma mai, la stessa energia che immagino abbia spinto suo nonno a lavorare diciotto ore al giorno senza che nessuno glielo chiedesse. Si è laureato in Economia Aziendale. Nel 1999. Qualche anno prima di me. Nel 1995. Immagino i suoi genitori che come i miei erano così fieri. Poi per Andrea matematica finanziaria, master, corsi in Toscana, corsi in Francia. Poteva fare qualsiasi cosa. Eh no. Per questo ho detto: era una scelta. Io potevo fare altro, ma l’ho scelto. Mi è sempre piaciuto. Non è che mi sono svegliato una mattina e ho detto vado in cantina. È che non è mai venuta l’idea di fare altro davvero. La risata secca che hanno le persone quando la risposta è ovvia ma devono spiegarla lo stesso. La sua prima vendemmia è proprio del 1999. Oggi la Cantina Sant’Andrea ha cento ettari di vigna, un milione di bottiglie, cinquanta dipendenti fissi più i duecento stagionali durante la raccolta, un ristorante, un agriturismo. Non è più l’azienda che raccoglieva zucchine per mettere i soldi da parte. È qualcosa di completamente diverso. Appena iniziammo ad imbottigliare facemmo trenta, quarantamila bottiglie. Da trentamila a un milione, in venticinque anni, senza enologo. Andrea Pandolfi non ha un enologo. Fa tutto lui. È enotecnico per obbligo burocratico ma è anche ingegnere. Gli ingegneri studiano. Hanno metodo.  Mi sono dovuto fare il pezzo di carta perché sennò non potevo firmare certi documenti. Alcune cose le facciamo teoricamente sbagliate. Ma se il vino teoricamente sbagliato prende più premi di quello teoricamente giusto, qualche merito te lo puoi dare? Il Lazio come questione aperta. A volte, solo a volte, nel mondo del vino italiano si parla dei territori rimasti indietro. Non quelli che non hanno qualità. Spesso ne hanno moltissima. Quelli che non hanno ancora trovato il modo di raccontarsi. Il Lazio è il caso più clamoroso, perché è lì, al centro, con Roma ad essere uno dei mercati turistici più grandi d’Europa. Eppure per decenni è rimasto invisibile. Tanto che a Roma, ai turisti non viene mai proposto vino del Lazio. Prima del Lazio non fregava niente a nessuno. Né dell’estetica né della qualità. Facevi quantità, volumi. E poi il mercato ti percepisce come cheap. Noi ci mettiamo anche del nostro, voglio dire. Ho visto che si producono vini veramente interessanti ma sei costretto a metterli a un prezzo basso, che in qualche modo vengono visti come il frutto di quindici, trent’anni di politiche a farci la guerra sul prezzo. È un paradosso che conosco bene. Il Lazio ha tutto: diversità di vitigni, terreni straordinari, vocazioni diverse da nord a sud.  Ma ha sofferto di quella malattia che affligge chi ha risorse abbondanti: la tendenza a non valorizzarle perché sembrano sempre disponibili, sempre lì, sempre a portata di mano. L’erba del vicino, ma applicata a se stessi. Vai in Toscana e nelle carte dei vini non trovi le altre regioni. Non è che puoi scegliere. Stessa cosa in Piemonte. Hanno fatto un lavoro di territorio: siamo questo, beviamo questo, mangiamo questo. Il tizio che viene dall’America beve bene, mangia bene, e quando torna a casa chiede il vino. Ecco quello che manca qui. Non mancano le aziende che lavorano bene e Andrea è il primo a dirlo. Manca una narrazione condivisa. Mancano i soldi investiti con logica di medio-lungo periodo. Mancano i consorzi che fanno il lavoro sporco dell’identità collettiva, quella che poi fa sì che un nome diventi sinonimo di qualcosa nella testa di un consumatore a Chicago o Copenhagen. Il problema è convincere prima le persone di Roma. Se Roma inizia a bere Lazio, abbiamo risolto. Roma, il mercato più grande d’Italia che beve spesso tutto tranne quello che ha sotto casa. È una storia vecchia, quasi una barzelletta, se non fosse che ha conseguenze economiche reali su centinaia di produttori. Il Moscato e il Vermentino: due facce dello stesso mare. La zona intorno a Terracina è una di quelle che nel mondo del vino italiano meriterebbe più attenzione di quanta ne riceva. C’è il mare, ci sono le colline del campo Soriano con i terrazzamenti eroici sulle rocce, c’è la sabbia dell’Agro Pontino. C’è il Moscato di Terracina, un vitigno aromatico che in mano giusta diventa qualcosa di sorprendente. C’è il Vermentino, che Andrea coltiva nella vigna eroica di Terracina Alta. Li assaggio entrambi. 253 Vermentino Il nome viene dai giorni di sole che Sabaudia accumula ogni anno. O anche i giorni che servirono, durante la grande bonifica, per costruire la città di Sabaudia. Altri tempi Duecentocinquantatré. Un numero che è una promessa, un atto di fiducia nel territorio che lo ospita. Questo Vermentino viene dal vigneto proprio alle porte di Sabaudia. Cosa questa che si capisce immediatamente. È verticale come pochi bianchi che ho assaggiato in questa zona: acidità precisa, mineralità nitida, un salmastro quasi marino che arriva dal finale e non se ne va più. Al naso è pulitissimo con la frutta a polpa bianca, erbe mediterranee, un accenno di agrume. Senza concessioni all’esuberanza aromatica. La bocca è tesa, coerente, con una lunghezza che sorprende. È uno di quei vini che hai come unità di misura. Uno di quei vini che dopo aver assaggiato ti rimane come riferimento, come termometro per capire cosa può fare un territorio quando viene ascoltato davvero. Identitario, salmastro, difficile da trovare altrove. Non lo trovi uguale in Sardegna, né in Liguria, né da nessun’altra parte. Metti il naso nel bicchiere e sai già dove sei.​​​​​​​​​​​​​​​​ Salmastro. Molto salmastro. È il ritorno a Terracina. Le colline intorno al mare, il terreno, tutto insieme. Il Moscato è l’altra faccia. Suadente, grasso, aromatico per eccellenza. Ma con quella nota di sale che emerge a sorpresa e che lo salva da ogni rischio di stucchevolezza.  Oppidum Moscato di Terracina Secco Il Moscato di Terracina ha un problema di comunicazione. Il nome suona dolce. Suona dessert. Suona fine pasto. E invece questo Oppidum arriva al naso con quella fruttuosità aromatica che è il marchio di fabbrica del vitigno: agrumi, pesca bianca, fiori gialli. Poi in bocca succede qualcosa di diverso da quello che ti aspetti: c’è il sale. C’è davvero il sale, quel retrogusto salmastro che viene dalla sabbia e dal mare che sta a pochi chilometri, che trasforma tutto il profilo del vino e lo porta in una direzione verticale, quasi tagliente nonostante l’aromaticità del vitigno. Sarà parte delle uve provengono dai terrazzamenti a Campo Soriano, sopra Terracina. Fermo, con fermentazione a temperatura controllata e qualche accenno di macerazione, Andrea riesce a tenere insieme le due anime del Moscato: la piacevolezza immediata e quella nota salina che è l’identità di questo territorio. Un vino che si scalda nel bicchiere e cambia continuamente: nei primi minuti è una cosa, dopo dieci minuti è un’altra. Meglio prendersi il tempo. Non è un vino difficile. È un vino sorprendente. E la differenza, per chi ama il vino davvero, è enorme.​​​​​​​​​​​​​​​​ Anche qui vengono fuori le note di sale. È la particolarità di questo territorio. Ospita una moltitudine di vitigni incredibili e tutti danno espressioni che non trovi altrove. Le bollicine da Moscato di Terracina sono con metodo Charmat. Una scelta che mi racconta anche di una filosofia. Anche l’Aleatico fa la stessa cosa. Strano un Aleatico in terra Pontina ma solo per chi non conosce la storia delle tante persone che da ogni parte d’Italia arrivano qui per la bonifica portando con loro ogni ben di Dio. Barbatelle incluse Riflessi Extra Dry Rosato Aleatico C’è qualcosa di inaspettato in questo rosato. L’Aleatico è un vitigno che nella testa di tutti vive nel dolce, nel passito, in quella dimensione avvolgente e morbida che il Mediterraneo sembra reclamare come propria. Poi Andrea lo mette in bollicina, lo fa secco, e lo trasforma in qualcosa di completamente diverso da quello che ti aspettavi. Il colore è cerasuolo, luminoso, con riflessi che ricordano il tramonto sul Tirreno. Al naso arriva subito la frutta: piccoli frutti rossi, fragola matura, un accenno di rosa.  Una leggerezza che non opprime, non satura. In bocca è vivace, fresco, con una perlage fine che porta la beva in direzione di una piacevolezza quasi irresistibile. La dolcezza residua è appena percettibile. Quel tanto che basta per far capire da dove viene l’uva. Il vino non concede niente alla stanchezza. Finisce asciutto, con un finale fruttato e pulito. È un vino che non chiede spiegazioni. È un vino da aperitivo, da mare, da tartare di bufala come quella che mi hanno portato in agriturismo senza che nessuno chiedesse. Uno di quei vini che esistono per ricordarti che bere bene non deve per forza essere complicato. Con vitigni aromatici lo Charmat preserva la fruttuosità. E poi perché mi piace il vino piacevole, senza troppi tecnicismi. Siamo tutti sommelier, lo so, ma la gente si è un po’ rotta di sentire parlare di sentori e sfumature olfattive. Ha ragione, anche se detto così fa quasi ridere. Il settore del vino ha passato vent’anni a costruire un linguaggio sempre più esoterico: note di grafite, sentori di sottobosco, retrogusto di tabacco da pipa. Adesso scopre che la maggior parte delle persone vuole solo capire se un vino gli piace o no. Il piacere come punto di partenza, non come punto di arrivo dopo un corso da sommelier. Il peso di tutta una storia. Centoventi ettari, un milione di bottiglie, cinquanta dipendenti, un ristorante, un agriturismo. Tutto in mano a una persona sola. Il padre segue la vigna visto che l’ha sempre fatto. È la sua cosa. Ma la cantina, le vinificazioni, le scelte tecniche, sono tutte di Andrea. C’è sempre e solo lui. Come diavolo faccia non so. Cerchi di non ammalarti. Mio padre non si ammala da trent’anni. Non c’è alternativa, fa parte dell’attività. Ha due figli. Uno di diciannove anni, una di diciassette. La figlia studia enologia. Il figlio ha fatto la sua prima vendemmia nel 2025.  Cerco di stare buono. Se premi i figli su una cosa, fanno esattamente l’opposto. Quindi non dico né sì né no. Aspetto. È un passaggio delicato quello che il vino italiano sta attraversando in questi anni. Non solo alla Cantina Sant’Andrea ma ovunque. Le prime generazioni che hanno costruito le aziende a partire dagli anni Settanta e Ottanta stanno invecchiando. Le seconde generazioni scelgono, spesso, altro. Quello che si rischia di perdere non è solo un’impresa ma un corpus di sapere, di odori riconosciuti la sera girando tra le vasche, di tagli fatti a intuizione dopo decenni, di fermentazioni gestite senza app né consulenti ma per esperienza pura. La sera faccio il giro tra le vasche, dall’odore già so se questa fermenta bene o se c’è un problema. Quello è meglio che gli alzi la temperatura. Il bicchiere lo giri due secondi e capisci cos’è che serve. Valla a spiegare come si fa. Non lo sai. Lo sai e basta. È l’artigianalità nella sua forma più pura. Non riproducibile su un manuale. Non trasmissibile se non attraverso anni di fianco a qualcuno che già sa. Spero che i suoi figli, almeno uno dei due, abbiano voglia di stare a sentire. La Cantina Sant’Andrea non è nata da un sogno romantico. È nata dalla necessità, dal deserto, da una nave che scaricava profughi a Napoli, da un nonno che si addormentò sull’Appia perché lavorava troppo e dormiva troppo poco. È nata dalla sabbia dell’Agro Pontino che sembrava simile al deserto tunisino e dall’acqua che usciva dai pozzi a sorpresa. È nata da una piccola chiesa bianca che si chiamava come il nonno. Non so se il nonno Andrea avrebbe immaginato che da quei ventitré ettari piantati nel 1967 sarebbe arrivato un milione di bottiglie e un milione di storie da raccontare. Forse no. Forse stava solo cercando di sopravvivere. Ma il vino, quando è fatto così, con questa radice, con questo peso, con questa necessità, si sente. Si sente anche al primo sorso.   Ivan Vellucci – Suggestioni di Vino
ivan.vellucci@winetalesmagazine.com Mi trovi su Instagram come @ivan_1969
Leggi
Vigna Madre. La terra ricorda Arrow Right Top Bg

4 Giugno, 2026

Vigna Madre. La terra ricorda

  Settembre, andiamo. È tempo di migrare.
Gabriele D’Annunzio, I pastori Tornare a parlare di Giannicola Di Carlo non è mai una semplice ripetizione. È piuttosto come rileggere un libro che si credeva già conosciuto e trovare, nelle stesse pagine, frasi nuove che prima non avevano colpito. Forse non eravamo pronti a riceverle. Ho scritto di lui, della sua storia, del suo dolore trasformato in metodo di vita. Ma alcune persone hanno lo strano potere di moltiplicarsi ogni volta che le si incontra, di rivelare strati diversi di sé a seconda della luce del momento. Questa volta l’incontro è avvenuto a distanza, attraverso lo schermo di un webinar organizzato dall’ufficio stampa di Vigna Madre. Eppure nulla è stato freddo, nulla di digitale. Giannicola parlava dalla sua terra, da Caldari di Ortona, quattro chilometri dal mare Adriatico, trenta dalle nevi della Maiella. Quella terra entrava nelle parole con la stessa forza con cui entra nei vini. Il dolore come bussola Per capire Vigna Madre bisogna tornare al 1986. Chernobyl. Un nome che oggi ritorna con una brutalità d’attualità dolorosa, in un’Europa che torna a fare i conti con la fragilità nucleare e con le cicatrici di una storia che non smette di ripetersi. Per Giannicola, quella nube tossica che attraversò l’Adriatico non fu solo un’emergenza ambientale: fu la morte di suo fratello, portata via da quella malattia silenziosamente irraggiata nel corpo d’Europa. Quella sofferenza mi ha spinto a indirizzare l’azienda verso una sostenibilità che fosse in sintonia con la natura stessa, con l’uomo stesso», dice. E non lo dice con la voce di chi recita una filosofia appiccicata sopra come un’etichetta. Lo dice con quella cadenza piana, quasi quieta, di chi ha già attraversato il fuoco e sa bene da quale parte stare. Nel 1991, Giannicola realizza la prima conversione totale al biologico su scala aziendale in Italia. Non come scelta commerciale ma come atto di coerenza con una perdita e con una promessa fatta a sé stesso. Oggi VignaMadre, azienda della Famiglia Di Carlo dai 1830, porta avanti quella promessa attraverso sei generazioni di viticoltura abruzzese. Il vigneto che parla con i colori Giannicola ha la capacità di muoversi tra scienza e poesia senza che le due si escludano a vicenda. I filari suddivisi nei sette colori dei Chakra, il brevetto biodinamico-energetico, l’uso di leguminose per fissare l’azoto, la lotta alla tignola tramite confusione sessuale: tutto risponde a un’idea di natura come sistema vivo, capace di comunicare attraverso le sue radici. Il Vigneto Dinamico-Energetico attrae insetti utili attraverso i colori: il giallo della creatività, il viola della spiritualità, il rosso della forza vitale. Le piante, attraverso l’epitelio vegetativo delle foglie, percepiscono quella presenza e rispondono con una vitalità maggiore. Misticismo? No, è biofilia applicata. Miisurabile, tanto che Giannicola cita dati sull’accrescimento degli internodi dei tralci: fino a quasi un centimetro in più rispetto ai vigneti campione.  I ragazzi delle scuole che vengono da noi, quando entrano in quel vigneto, hanno un effetto di cromoterapia. È un qualcosa che abbiamo evidenziato.» A volte mi chiedo se la differenza tra un vignaiolo e un poeta sia davvero così netta. Cerasuolo Capo le Vigne DOC. La luce del ciliegio Il primo vino in degustazione è il Cerasuolo d’Abruzzo DOC Capo le Vigne. Già al versarlo nel calice ci si accorge che non è non un rosato convenzionale, non il cerasuolo carico e muscoloso che certi mercati pretendono. Questo è rosato come lo è la ciliegia matura prima di diventare scura. Una sfumatura che cambia a seconda dell’angolo della luce, vivida, trasparente, con quella vibrazione cromatica che anticipa già la beva. Al naso, il frutto si annuncia con discrezione elegante: fragola selvatica, scorza di lampone, un filo di melograno che arricchisce senza sovraccaricare. Il sorso è teso, fresco, con la croccantezza che ricorda certi bianchi di montagna piuttosto che certi rosati fiacchi da estate. Tredici gradi e quaranta senza mostrarli con arroganza. Li porta come si porta un vestito ben tagliato, senza ostentazione. La chiusura è leggermente ammorbidita, con un ritorno di frutto che si dissolve pulito. Lontano dai cliché delle bollicine e degli aperitivi, questo Cerasuolo è un vino da tavola vera, da conversazione lunga, da quei pasti abruzzesi che cominciano con il sole e finiscono quando le stelle hanno già preso posizione. Perché inseguire la Provenza o i chiaretti del Garda? Il Cerasuolo di Giannicola sceglie di non inseguire nessuno. Resta se stesso. Ed è esattamente questa la sua forza. Maiolica Iconic Terre d’Abruzzo IGP. Il ritorno di ciò che era perduto Sula Maiolica occorre fermarsi un attimo. La Maiolica è un vitigno autoctono abruzzese presente già verso la fine dell’Ottocento, poi abbandonato a causa della sua ridotta produttività e recentemente riscoperto da alcune aziende vitivinicole abruzzesi che stanno cercando di rilanciarlo. Il nome evoca la ceramica: la buccia dell’acino, lucida e cerosa, ricorda proprio quella lucentezza che contraddistingue la maiolica ceramica. A partire dal 2015, Giannicola Di Carlo ha avviato protocolli di microvinificazione sperimentale grazie al contributo tecnico dell’agronomo Cesare Tiberio dei Vivai Rauscedo, che ha selezionato e recuperato le marze storiche di Maiolica Nera. Una tappa fondamentale si colloca nel giugno 2019 quando furono presentate le prime prove di microvinificazione alla presenza di oltre cento enologi abruzzesi. Nel 2024 è arrivato il riconoscimento ufficiale: la denominazione Maiolica Terre d’Abruzzo IGP è stata approvata dal regolamento comunitario. Le date e i regolamenti raccontano solo la superficie della storia. Quello che si percepisce davvero al calice è qualcosa di più difficile da registrare nei documenti: la sensazione di incontrare qualcosa che esisteva prima di noi, che aveva vissuto, era stato dimenticato e ora torna. Non come reperto da museo, ma come voce viva. Dodici gradi. Un rosso da bere fresco, tra i dodici e i quattordici gradi. Il naso è un piccolo trionfo di frutto: ciliegia marasca, mora appena colta, una sottile nota floreale che ricorda la viola appassita. La bocca è scorrevole, luminosa, con un tannino ancora giovane ma già armonioso, distribuito senza spigoli. Paola Restelli fa un commento che secondo me lo descrive con una incredibile precisione che sa di meraviglia.  Spezzatura varietale, vivacità della freschezza, dinamica del tannino progressivo non grasso, ma comunque materico e saporito. Giannicola dedica questa Maiolica ai giovani. Vuole che sia un vino d’ingresso al mondo del vino autentico, una porta aperta senza scalini. Un uomo che ha attraversato la perdita e la sofferenza sceglie di rispondere con qualcosa di leggero, piacevole, generoso. Come chi ha visto abbastanza buio da voler tenere accesa la luce per gli altri. Nobu 1830. Prolungare il solco Nobu, in giapponese, significa prolungare. Prolungare un solco nella terra, dal passato verso il futuro. È un nome che porta già dentro di sé tutta la poetica di Vigna Madre: la continuità, la radice, il gesto che attraversa il tempo. Il Nobu 1830 è il Montepulciano d’Abruzzo Riserva 2021. La sua vinificazione racconta una scelta radicale e raffinata insieme: cemento, anfora e legno. Tre contenitori, tre temperamenti, tre velocità del vino che  si fondono in qualcosa di più complesso di ciascuno preso singolarmente. Il cemento preserva le caratteristiche native del vitigno, l’anfora dona immediatezza e rotondità, il legno aggiunge nei nove mesi, complessità senza coprire. Al naso il vino è una sequenza di strati che si aprono nel tempo come si apre un libro per bambini. Sapete quelli che con una sorta di pop up fanno emergere figure ad ogni cambi di pagina? Cacao fondente, caffè tostato, mora matura, una speziatura scura che ricorda il pepe nero e la cannella. Poi, man mano che il vino respira, arriva il finale con uno balsamico quasi mentolato che diventa freschezza inaspettata. Un vino che si pensa di aver capito e poi ti sorprende ancora. In bocca il tannino è quello che Giannicola cerca da sempre: ben distribuito, silenzioso, capace di dare struttura senza spezzare il filo della beva. Non stringente, non verde. Maturo come le uve che lo ha prodotto, raccolte solo quando il vinacciolo era già brunito. Intorno ai quattrocento metri sul livello del mare, con l’escursione termica tra il mare Adriatico e la Maiella che regola tempi e ritmi della maturazione. Radici e futuro Ascoltando Giannicola parlare durante la degustazione, mi sono tornate in mente le parole con cui aveva aperto uno dei suoi discorsi Non basta dire che facciamo vino da due secoli per garantire la qualità. La qualità ha un percorso che attraversa la sostenibilità, il rispetto dell’ambiente, l’innovazione, la ricerca. Calo dei consumi tra i giovani, la pressione dei vini dealcolati, i cambiamenti climatici che alterano i ritmi millenari della vigna. Uno scenario nel quale Vigna Madre sceglie di rispondere con la memoria. Non con la nostalgia, che è statica e sterile, ma con la memoria attiva: quella che recupera il vitigno dimenticato, lo vinifica per renderlo contemporaneo, lo mette in bottiglia a dodici gradi e lo offre a chi non ha ancora incontrato il vino. La Maiolica rappresenta una visione contemporanea del vino, dove sostenibilità, consapevolezza ed equilibrio tra uomo e natura diventano elementi centrali. D’Annunzio scriveva dei pastori che migravano verso il mare in settembre, trascinando greggi lungo le vie della transumanza. In quel movimento antico c’era qualcosa di sacro: il ritorno ciclico, la fedeltà alla terra, il sapere che certi cammini vanno percorsi anche quando sembrano anacronistici. Giannicola Di Carlo fa qualcosa di simile: riporta alla luce ciò che era stato abbandonato, lo accompagna senza dominarlo. Per consegnarlo al futuro con la stessa cura con cui si teneva per mano un fratello. Non tutti i vini raccontano chi li ha fatti. Questi sì.   Ivan Vellucci – Suggestioni di Vino
ivan.vellucci@winetalesmagazine.com Mi trovi su Instagram come @ivan_1969
Leggi
ALTA LANGA A ROMA 2026. Le bollicine piemontesi incontrano la Capitale. Arrow Right Top Bg

4 Giugno, 2026

ALTA LANGA A ROMA 2026. Le bollicine piemontesi incontrano la Capitale.

IL COSA E IL DOVE Lo scorso 11 Maggio gli eleganti ambienti dello SPAZIO FIELD di PALAZZO BRANCACCIO a Roma, hanno ospitato ALTA LANGA A ROMA, evento organizzato dal CONSORZIO ALTA LANGA per celebrare quelle bollicine piemontesi che oggi raccolgono l’eredità e proseguono la tradizione del primo Metodo Classico d’Italia. Una manifestazione che ha visto la partecipazione di oltre 700 operatori del settore e giornalisti e che il Presidente del Consorzio Giovanni Minetti ha confermato diventerà un appuntamento fisso nell’ampio panorama degli Eventi della Capitale.   L’ALTA LANGA L’Alta Langa non è una semplice denominazione: è un paesaggio verticale, un Piemonte che cambia quota, luce e temperatura, dove la vite smette di cercare potenza e inizia a lavorare sulla tensione. Qui i vigneti salgono oltre i 250 metri, spesso ben sopra i 600, tra le province di Alessandria, Asti e Cuneo, esclusivamente sulla destra del Tanaro. Colline alte, fredde, ventilate, terre di margine che proprio nel limite hanno trovato la propria identità. La geologia le ha lasciato in dote suoli poveri, ricchi di scheletro, capaci di drenare rapidamente e costringere la pianta a scavare in profondità. Da qui nasce la firma più riconoscibile dell’Alta Langa: acidità tagliente, salinità, precisione minerale, tutti elementi affatto accessori per sostenere lunghi affinamenti sui lieviti e dare al Metodo Classico una struttura capace di evolvere nel tempo. Anche il clima gioca una partita decisiva. Il “Marino”, il vento che risale dalla Liguria, attraversa queste colline creando forti escursioni termiche tra giorno e notte. Le maturazioni rallentano, gli aromi restano integri, l’acidità non cede. In un’epoca in cui molte zone cercano freschezza artificiale, l’Alta Langa la possiede naturalmente. IERI E OGGI La vocazione spumantistica dell’Alta Langa non nasce oggi e nemmeno negli anni Novanta. Le prime intuizioni risalgono già all’Ottocento, quando alcune famiglie aristocratiche piemontesi iniziarono a guardare alla Francia non con imitazione, ma con ambizione. I Conti di Sambuy furono tra i primi a introdurre varietà francesi nelle colline piemontesi. Poco dopo, attorno al 1850, il Marchese Leopoldo Incisa ampliò la propria collezione di vitigni a Rocchetta Tanaro, in un contesto dove Pinot Nero e Chardonnay erano ancora percepiti come corpi estranei da una cultura agricola profondamente locale. La vera svolta arriva però nel 1865 con Carlo Gancia. Dopo aver studiato in Champagne, comprese che quelle colline alte e fredde possedevano caratteristiche ideali per produrre grandi vini rifermentati in bottiglia. Nasce così il primo Metodo Classico italiano. Un’intuizione destinata a cambiare il destino del territorio. Per decenni questa tradizione rimane frammentata, quasi sotterranea. La rinascita moderna arriva soltanto negli anni Novanta con il “Progetto Spumante”, una collaborazione tra produttori e grandi case storiche per individuare cloni, esposizioni e terreni realmente vocati alla spumantizzazione di alta gamma. Partecipano nomi come Cinzano, Contratto, Fontanafredda, Gancia, Martini & Rossi, Riccadonna e Banfi. È il momento in cui l’Alta Langa smette di essere un’intuizione e diventa una visione condivisa. Da quel lavoro nasceranno prima la DOC nel 2002 e poi la DOCG nel 2011 e un disciplinare costruito attorno a pochi ma estremamente chiari principi. Pinot Nero e Chardonnay per almeno il 90%, con la possibilità di utilizzare piccole percentuali di altri vitigni non aromatici (talvolta anche Nebbiolo). L’unicità di esistere solo millesimata, in modo che ogni bottiglia racconti un’unica vendemmia con tutte le sue tensioni climatiche e le sue differenze è certo una scelta radicale, quasi controcorrente, ma mette il Territorio davanti alla standardizzazione. L’esilio sui lieviti? Minimo trenta mesi (trentasei per la tipologia Riserva), con molti Produttori che spingono gli affinamenti molto più in là, cercando profondità, ampiezza e complessità senza sacrificare la verticalità del vino. In questo contesto si inserisce anche la crescente diffusione del Pas Dosé come scelta che elimini qualsiasi elemento correttivo finale lasciando emergere il vino nella sua forma più nuda. Acidità, sale, materia, tempo, nessun equilibrio costruito, nessuna dolcezza di compensazione, solo Territorio GLI ASSAGGI 47 Aziende e 115 etichette in degustazione, a rappresentare circa l’80% della produzione. Masterclass tematiche e banchi d’assaggio. Tanto, tantissimo, troppo da assaggiare per uno solo come me; nomi nuovi, vecchie conoscenze, tradizione e modernità sotto lo stesso tetto. Inevitabile dunque fare delle scelte e spesso necessario affidarsi all’estro del momento e/o sfruttare i tavoli meno affollati. Tra i circa sessanta assaggi della giornata ne ho selezionati dieci che mi permetto di sottoporre alla Vostra attenzione; dieci etichette che Vi invito ad assaggiare personalmente, ché le mie parole non potranno mai sostituire l’esperienza. QUELLO DA NOVANTA – ALTA LANGA DOCG “SPECIAL CUVÉE” PAS DOSÉ 2016 RISERVA, CONTRATTO: C’è qualcosa di scandalosamente aristocratico in questo vino. Ha il fascino pericoloso di una donna elegantissima che sa di essere desiderata ma non ha fretta di concedersi, che è in grado di controllare tutto fino all’istante preciso in cui decide di non farlo più. E dopo un gioco di sguardi il primo respiro è una carezza asciutta di scorza di cedro e nocciola tostata, poi è il calore del miele bruciato e della crosta di brioche ancora tiepida prima dello schiaffo del gesso bagnato. Per ultima arriva quella vibrazione minerale…ti attraversa la lingua come seta tirata lentamente sulla pelle nuda, lunga, tesa, quasi tagliente. È lì che capisci che non vuole essere per tutti. Il lungo esilio sui lieviti gli ha insegnato il linguaggio della profondità. Non urla, mai. Sussurra e…ti resta addosso. Il Pinot Nero domina con una sensualità scura e composta, mentre lo Chardonnay entra in scena più tardi, come unghie laccate lungo la schiena: preciso, verticale, inevitabile. In bocca è lusso e lussuria, non ostentazione ma tensione erotica trattenuta, piacere che fermenta, si accumula, matura.
E quando finalmente arriva, è chirurgico. Perlage sottile come lingerie francese per una bocca che è una stanza buia: agrume candito, nocciola tostata, sale, pietra focaia, pane caldo e una freschezza che continua a mordere anche dopo il sorso. Un vino per due persone troppo vicine, per dita che sfiorano lo stelo del calice più lentamente del necessario.
Un vino per quelle ore della notte quando il lusso perde compostezza, il trucco non è più perfetto e nessuno ha davvero voglia di tornare a casa. E più che elegante, a quel punto, diventa inevitabile. 91 Punti, forse 92. I QUASIQUASI – ALTA LANGA DOCG “480m” BLANC DE BLANC BRUT NATURE 2021 RISERVA, DELTETTO: niente dosaggio, niente maquillage aromatico, solo Chardonnay e tempo. Tempo vero, perché i 42 mesi sui lieviti non sono un dettaglio tecnico ma la chiave della sua identità. Il primo naso è quasi severo: crosta di pane, scorza di lievito, agrume giallo, poi lentamente emergono timo, pesca bianca e una nota di pasticceria secca che ricorda certi Blanc de Blancs di impostazione nordica. La barrique usata non lascia tracce dolciastre, ma allunga la materia e dà profondità tattile. La bocca è il punto centrale del vino: verticale, salina, nervosa. Brut Nature nel senso più corretto del termine, asciutto senza essere magro. Quei 480m/slm si traducono in una spinta acida affilata che accompagna il sorso fino a un finale lungo, quasi gessoso, senza facili cremosità ma con una progressione continua ed elegante che fa molto Alta Langa contemporanea. Forse champagneggiante, sicuramente piemontese, meno volume, più profondità; meno immediatezza, più dinamica. Un vino che parla sottovoce, ma resta in mente a lungo. 88++ Punti. – ALTA LANGA DOCG “CINQUECENTO” BRUT 2022, VITE COLTE: un vino che sta dove l’Alta Langa smette di inseguire lo Champagne e comincia a parlare una lingua tutta sua, tra verticalità alpina e precisione. “CINQUECENTO” non è marketing, è geografia, quota, identità. Il naso gioca su registri nitidi: crosta di pane, agrume fresco, fiori bianchi, nocciola appena tostata. Ma ciò che colpisce davvero è la compostezza aromatica: nessuna concessione alla dolcezza, mai sovraesposizione del frutto. Tutto resta teso, ordinato, verticale. In bocca è cremoso e profondo, elegante, mai opulento, ha ritmo. L’effervescenza accompagna senza invadere, mentre acidità e sapidità guidano il sorso verso un finale agrumato e salino, molto “Alta Langa” nell’anima. Un vino che non cerca effetti speciali, ma continuità, pulizia e bevibilità. Ed è proprio questo il suo pregio maggiore. 88+ Punti. – ALTA LANGA DOCG “ZERO 140 SATURNO” PAS DOSÉ 2013 RISERVA, SERAFINO: per la prima volta solo pinot Nero, radicalmente Pas Dosé e con quei dodici anni sui lieviti che sono dichiarazione di identità e non esercizio stilistico Il naso non racconta esuberanza giovanile ma profondità e controllo. Ampio, stratificato, quasi contemplativo. Crosta di pane, nocciola tostata, miele d’acacia, frutta candita, spezie dolci, pietra bagnata. La crema pasticcera, il burro salato e l’agrume candito arrivano dopo e strizzano l’occhio più a certi Champagne maturi che alle bollicine “de noartri”. L’assaggio sorprende. È cremoso, largo, quasi burroso nella tessitura eppure mai pesante. È attraversato da una vena acida e minerale che tiene il sorso vivo fino all’ultimo e il finale è lunghissimo, salino, secco, con quella chiusura austera che solo i grandi Pas Dosé riescono ad avere. È quasi un manifesto tecnico e culturale, e certo non può piacere a tutti ma… Ha la supponenza di chi non se ne cura. 89 Punti. – ALTA LANGA DOCG BLANC DE BLANCS PAS DOSÉ 2022, CONTRATTO: la finissima effervescenza è ordinata, come il dettaglio di un abito cucito bene e veicola subito i profumi di cedro, mela verde e fiori bianchi mentre procedono con calma studiata quelli di pane caldo e mandorla e il gesso riempie l’aria con una nota minerale che sa di cantina fresca e muri antichi. Il sorso è rigoroso ma mai severo. È sfacciatamente sincero, asciutto, certo, molto teso, molto verticale, ma senza quell’austerità triste di certi Pas Dosé costruiti solo per dimostrare qualcosa, ha energia, ritmo, leggerezza, entra preciso e poi si allunga con una scia salina che fa venire voglia di allungare la mano per averne dell’altro. Sembra uscito la una festa elegante del 1928, una di quelle con orchestra jazz, sigarette lunghe e bicchieri sempre pieni (ma facendo attenzione a non perdere mai la misura, forse…). Un vino elegante e sofisticato ma mai serioso. 89- Punti. – ALTA LANGA DOCG “FOR ENGLAND” BLANC DE NOIRS 2021, CONTRATTO: occupa il bicchiere come i vini che non hanno il bisogno di spiegarsi (e non si impegna neppure nel cercare di risultare simpatico). Nessuna ricerca di rotondità contemporanee, nessun effetto brioche gonfia, nessuna comfort zone cremosa. Molto “british”, algido e un po’ troppo sulle sue all’inizio, abbandona la bombetta quasi con riluttanza concedendo mela rossa ancora fredda di cantina, scorza di cedro, un accenno di pane appena tostato. Mai decisamente fruttato preferisce strizzare l’occhio alle piccantezze di zenzero, alla mandorla che ha conosciuto il sale e a quella sensazione fredda, quasi atmosferica che accenna alla pietra e Vi lascia con un qualcosa di ferroso che ricorda l’odore che hanno mani dopo aver toccato una ringhiera in inverno. La bolla è sottile e nervosa, non accompagna il vino, lo tira, allungando il sorso sempre oltre l’atteso. E mentre tra agrumi è tostature l’aria è elettrica, qualche grado in più concede ricordi di erbe alpine tabacco, mandorla e una sottile e controllatissima nota ossidativa che sembra restare sospesa appena sopra il bicchiere. Un vino che a metà bottiglia si smette di analizzare e si continua a versare. 88++ Punti. – ALTA LANGA DOCG “90 MESI” PAS DOSÉ 2014 RISERVA, DAFFARA & GRASSO: potreste pensare a una “prova d’autore” ma non troverete alcuna insicurezza in questo vino d’esordio della Cantina e avrete l’impressione che novanta mesi sui lieviti gli abbiano dato qualcosa che assomiglia più alla pazienza che alla complessità. All’inizio profuma di pane caldo e miele chiaro, poi inizia a zigzagare e arrivano il fieno secco, il cedro candito, la mandorla, una nota di erbe fredde. Sul fondo resta sempre qualcosa di piemontese nel senso più profondo del termine, una specie di austerità gentile, mai severa, ma incapace di civettare. Il Pinot Nero domina senza fare rumore dando al vino quella struttura larga, quasi tattile, che ricorda certi grandi rossi delle Langhe quando iniziano a invecchiare bene. Lo Chardonnay invece porta luce tra le pieghe, come le finestre strette delle cascine che lasciano entrare il sole solo per poche ore al giorno. E poi c’è il tempo. Lo senti soprattutto nel finale, quando la bolla ormai è sparita e rimane soltanto una profonda traccia sapida che continua a muoversi lentamente in bocca. È la parte più bella del vino: il momento in cui smette di sembrare uno spumante e diventa memoria. Sembra arrivare da un Piemonte che esiste ancora soltanto in certi pomeriggi d’inverno: vigne nude, nebbia alta, trattori fermi davanti alle cascine e quell’odore di mosto vecchio che rimane attaccato al legno delle cantine anche molti anni dopo la vendemmia. Sa di un vino nato in silenzio che non vuole assomigliare a qualcos’altro Ha il coraggio raro che hanno le cose provinciali quando diventano adulte: non vuole essere Champagne, non vuole essere moderno, non vuole nemmeno piacere a tutti. Vuole soltanto durare. 89- Punti. – ALTA LANGA DOCG EXTRA BRUT 2022, ROCCASANTA: questo 2022 non è un vino perfetto. Ed è precisamente la sua parte migliore. Il perlage arriva nervoso, irregolare quasi. Non c’è la crema rassicurante delle bollicine costruite per piacere a tutti. C’è invece un’acidità che si allunga come aria fredda dentro una stanza vuota. Sa un po’ di lievito ruvido, un po’ di nocciola piemontese vera, un po’ di agrume, e soprattutto ha quella sensazione minerale difficile da spiegare: non la pietra da manuale AIS, ma qualcosa che ricorda certi muri umidi di cascina dopo la pioggia. Non Vi meravigliate di leggere poco riguardo ai descrittori (avete occhi naso e bocca anche Voi), ché qui, una volta tanto siamo di fronte a un vino che costringe ad andare oltre il vino. Perletto non è una langa da week-end motivational, non ci vai per staccare, ci vai e basta (e già questo, nel 2026; è un atto politico). È una Langa faticosa, le vigne salgono storte, i boschi si mangiano la luce e d’Inverno sembra che qualcuno abbia abbassato il volume del mondo. In mezzo a questo paesaggio c’è Pietro (Monti), non vedente dal 2011. Il vino che fa non chiede compassione, né tantomeno vuole trasformarsi in manifesto motivazionale. Nessuna estetica della resilienza, nessuna retorica del “superare i limiti”, la stessa etichetta in braille è tono su tono e non strilla, chiede attenzione. Il vino che fa, semplicemente cambia prospettiva e, piuttosto, fa emergere una domanda scomoda: quanto beviamo davvero con i sensi e quanto con l’etichetta, il colore, il posizionamento? Il vino contemporaneo è diventato lusso narrativo, etichette minimali, bottiglie pesanti, parole come identità, esperienza, esclusività. E la stessa Alta Langa, oggi, sembra essere diventata la denominazione preferita da chi vuole sentirsi elegante senza correre il rischio della vera radicalità. È la bollicina del professionista milanese che ordina la “finanziera” perché dice di amare il Territorio, salvo poi bere solo Champagne il resto dell’anno. Beh, ROCCASANTA sembra stare altrove, più vicino al rumore del remuage che alle strategie di branding, più vicino alla terra che all’algoritmo, il suo vino è spigoloso, ostinato, a tratti persino antipatico. Ma te lo ricordi. Da bere ascoltando BLIND dei TALKING HEADS. 88++ Punti. – ALTA LANGA DOCG “SEITREMENDA S2” 2015, MARCO CAPRA: a Santo Stefano Belbo le Langhe cominciano a perdere la postura aristocratica da Nebbiolo in giacca beige e tornano a essere campagna vera. Meno colline fotogeniche, più vento, più fatica e nessuna vergogna di sapere di mosto e gasolio agricolo. “S2” assomiglia esattamente a quel paesaggio, non si presenta morbido e accomodante come molte bollicine italiane contemporanee, tutte prese a sembrare versioni a rate dello Champagne. È Nervoso, birichino. Prima arrivano mela gialla, nocciola e un’idea di salvia e crosta di pane, poi il ritmo cambia: crema bruciata, liquirizia, pietra spaccata, agrume amaro. Mentre lo bevi è irrequieto come certa gente che non riesce a stare seduta composta a tavola. Il 2015 gli ha lasciato addosso una maturità strana, non quella dei vini “importanti”, gonfi di gravità e autostima, ma quella di chi ha smesso di voler dimostrare qualcosa. Certo il tempo sui lieviti si sente, ma non diventa mai pasticceria da albergo di lusso, è più una vibrazione contadina sotto la superficie elegante. E soprattutto manca quell’ossessione contemporanea per la perfezione tecnica assoluta. Oggi molti Alta Langa sembrano progettati da un gruppo di consulenti che ha paura del silenzio: tutto lucidissimo, precisissimo, senza una piega, senza un inciampo. Bellissimi come gli ingressi dei centri benessere. E memorabili più o meno quanto gli ingressi dei centri benessere. “S2” ha ancora delle asperità, delle piccole storture, degli spigoli vivi. E infatti Vi resta in testa molto più di vini teoricamente “migliori”. Forse perché, al di là della faccenda del metodo classico, del disciplinare, dei mesi sui lieviti e delle degustazioni coi termini francesi pronunciati male, questo vino continua ad avere una qualità rarissima: sembra fatto da un uomo. 89 Punti, forse di più. – ALTA LANGA DOCG “SEITREMENDA” ROSÉ 2022, MARCO CAPRA: ha un modo tutto suo di stare nel bicchiere. Per un attimo sembra uno di quei rosé che conosci già. Il colore invita all’equivoco: tenue, elegante, quasi educato. Poi prende un’altra strada, e lo fa lentamente, come certe persone che parlano poco ma quando iniziano non assomigliano a nessuno. All’inizio c’è un’idea di freddo, ma non temperatura, proprio freddo; aria di collina alta, ombra lunga, pietra umida. Il frutto arriva dopo, piccolo e contratto, più meraviglia di melograno spaccato che fragola, più ribes acerbo che smancerie di fragolina. E sotto, quasi nascosta, una traccia di lievito sottile, da pane lasciato raffreddare sul tavolo. Il perlage è fine ma soprattutto funzionale, accompagna una materia che resta tesa fino alla fine, non accarezza, punzecchia, tiene svegli. Il Pinot Nero sembra avere le ginocchia sbucciate, niente dolcezze decorative, niente fragolina da aperitivo; porta piuttosto in dote una sorta di ombra ferrosa, un lato ematico sottile che dà profondità al vino senza appesantirlo. Lo Chardonnay invece…lo Chardonnay prova inutilmente a rimettere ordine, come uno che continua a sistemarsi la camicia a una festa già finita male. I 36 mesi sui lieviti non aggiungono peso ma memoria, smussano gli angoli senza cancellare il carattere. “SEITREMENDA” è femmina che ti fa tornare a casa con il sorriso storto e la camicia abbottonata confondendo la prima asola. Bravo Marco! Carattere, Territorio e un bel paio di… 88 punti con un bel +. E QUINDI? E quindi GRAZIE al CONSORZIO ALTA LANGA per avermi voluto ospitare ancora una volta e a tutti i Produttori presenti, quelli che hanno avuto la pazienza e il buon cuore di sopportare le mie elucubrazioni e quelli che per motivi di tempo mi hanno solo visto passare davanti al proprio tavolo. È stata una giornata intensa all’insegna della qualità e del Territorio, un Evento organizzato con cura. Certo, visto il numero dei Produttori presenti e il grande afflusso di persone, avrei preferito degli spazi un pochino più ampi ma le “imprecisioni” fanno parte del gioco e servono di sprone a fare sempre meglio. Metto dunque in agenda sin da ora l’Edizione 2027 e datemi retta…fatelo anche Voi Roberto Alloi – VINODENTRO Su Instagram @eno_evo  
Leggi