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30 Maggio, 2026
Il fascino dei “Vini d’Abbazia” approda in Calabria: il 2 e 3 maggio all’Abbazia della Matina.
Due giorni tra degustazioni, incontri e cultura del vino per la tappa calabrese di Vini d’Abbazia, che unisce le produzioni storiche delle abbazie italiane alle eccellenze dei Consorzi di Tutela della Calabria.
Vini d’Abbazia è arrivato per la prima volta in Calabria e sceglie l’Abbazia Cistercense di Santa Maria della Matina a San Marco Argentano (CS) per presentare, nelle giornate di sabato 2 e domenica 3 maggio, un’anteprima dell’edizione nazionale che si svolgerà a giugno nel Borgo di Fossanova, Priverno (LT).
VINI D’ABBAZIA CALABRIA
Nata sulla scia del successo dell’edizione nazionale che si svolge nel Lazio, la tappa calabrese di Vini d’Abbazia si propone di valorizzare il legame tra cultura monastica e viticoltura, mettendo in dialogo esperienze produttive storiche e identità territoriali contemporanee.
Per due giorni, l’Abbazia La Matina diventerà un luogo di incontro tra appassionati, operatori del settore e produttori, attraverso un percorso di degustazione che intreccia spiritualità, storia e vino. Protagoniste saranno le etichette provenienti da abbazie italiane, affiancate dalle produzioni dei consorzi di tutela calabresi, in un confronto che attraversa territori, vitigni e tradizioni.
Il programma si articolerà tra banchi d’assaggio e momenti di approfondimento, offrendo al pubblico l’opportunità di scoprire sia la dimensione storica della viticoltura monastica sia l’evoluzione contemporanea del vino calabrese. Le degustazioni guidate – affidate a professionisti del settore – accompagneranno i partecipanti in un percorso sensoriale dedicato ai vitigni autoctoni e alle loro espressioni più rappresentative.
Vini d’Abbazia si configura come un progetto culturale che restituisce centralità al ruolo delle abbazie nella conservazione del patrimonio vitivinicolo europeo, rilanciandone oggi il valore attraverso il dialogo con i territori.
UNA STRATEGIA ISTITUZIONALE PER IL RINASCIMENTO ENOICO DEL TERRITORIO
La prima edizione calabrese di Vini d’Abbazia si inserisce in un contesto di forte dinamismo per il settore vitivinicolo regionale, frutto di una strategia istituzionale che punta con decisione sulla promozione delle proprie eccellenze agroalimentari.
L’iniziativa è sostenuta dalla Regione Calabria e da ARSAC (Azienda Regionale per lo Sviluppo dell’Agricoltura Calabrese), all’interno di un disegno più ampio che mira a rafforzare il ruolo del territorio nel panorama dei grandi eventi vitivinicoli internazionali. In questa direzione si inseriscono scelte strategiche che hanno portato in Calabria manifestazioni di riferimento come Vinitaly and the City e Merano WineFestival, contribuendo a consolidare l’immagine della regione come destinazione di alto profilo.
Assessore all’Agricoltura della Regione Calabria, Gianluca Gallo.
Vini d’Abbazia Calabria si inserisce in un percorso già avviato di valorizzazione e promozione del comparto vitivinicolo regionale. L’intensa attività messa in campo negli ultimi anni sta dando risultati concreti, contribuendo a rafforzare il posizionamento della Calabria nei circuiti di riferimento del vino di qualità. In questo contesto, iniziative come questa assumono un valore strategico: non solo promuovono le nostre produzioni, ma ne raccontano le radici profonde, intrecciando identità, storia e capacità contemporanea di innovazione. È attraverso questo equilibrio che la Calabria può consolidare la propria attrattività e affermarsi sempre più come destinazione enoturistica di rilievo.
L’ABBAZIA DELLA MATINA
Cuore dell’evento sarà l’Abbazia Cistercense di Santa Maria della Matina, complesso di grande valore storico e architettonico immerso nel paesaggio della Calabria interna. Fondata nel 1065 da Roberto il Guiscardo, l’abbazia rappresenta una testimonianza significativa della presenza monastica nel territorio e della sua funzione come centro spirituale e agricolo, offrendo, tra aula capitolare e chiostri millenari, un respiro solenne e senza tempo.
«Grazie al supporto della Regione Calabria siamo riusciti a ospitare nell’Abbazia di Santa Maria della Matina la prima edizione nel Sud Italia di Vini d’Abbazia» afferma Michele Valentoni, proprietario dell’abbazia e della cantina La Matina. «È per me un orgoglio aver messo a disposizione questo luogo, contribuendo a valorizzare una realtà ancora poco conosciuta ma perfettamente inserita in un circuito nazionale di grande rilievo».
Judith Sandonato
L’iniziativa rappresenta non solo un’importante occasione di promozione, ma una reale opportunità di incontro e valorizzazione condivisa. Un’esperienza autentica che mette in relazione cultura, storia e produzioni vitivinicole anche geograficamente distanti.
BIGLIETTI DISPONIBILI
I biglietti per Vini d’Abbazia Calabria sono disponibili online, con la possibilità di acquistare l’ingresso per le singole giornate: https://vinidabbazia.com/eventi/
La Redazione
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30 Maggio, 2026
Rete Enoturismo Sardegna, prosegue il tour di animazione territoriale: da Dorgali a Bono e Calangianus per costruire il modello enoturistico regionale
Dopo le tappe di Santadi e Loceri, il percorso RES entra nel vivo con gli incontri nei territori del vino della Sardegna. Formazione con esperti nazionali per creare un’offerta integrata e competitiva. Prosegue il percorso di formazione in collaborazione con la Fondazione ETS Centro Professionale Europeo Leonardo.
Un modello organizzato di enoturismo capace di integrare vino, territorio, accoglienza e cultura. È in corso il tour di animazione territoriale promosso dalla Rete Enoturismo Sardegna (RES), il progetto pilota finanziato dall’Assessorato dell’Agricoltura della Regione Autonoma della Sardegna per costruire.
Dopo le prime tappe di Santadi, nel cuore del Sulcis, e Loceri, in Ogliastra, il percorso è proseguito mercoledì 20 maggio alla Cantina Dorgali, per poi fare tappa giovedì 21 maggio all’Azienda Agricola Mulas di Bono e concludersi venerdì 22 maggio nella Sala del Consiglio comunale di Calangianus.
Gli incontri hanno rappresentato la fase territoriale del percorso di formazione e attivazione avviato nelle scorse settimane con due seminari online molto partecipati, organizzati in collaborazione con la Fondazione ETS Centro Professionale Europeo Leonardo e dedicati alla progettazione dell’esperienza, al marketing e all’utilizzo dell’Intelligenza Artificiale come strumento per il posizionamento sul mercato.
A guidare il percorso sono Fausto Faggioli e Luciano Donato Marino, due esperti con competenze specifiche nei campi del marketing territoriale, della cooperazione, della formazione e dello sviluppo locale.
Fausto Faggioli è Presidente della Commissione Nazionale Turismo della CIM – Confederazione Italiani nel Mondo, presidente di Albatros Rete e di EARTH Academy. Project e territorial marketing manager per lo sviluppo locale, è incubatore e acceleratore d’impresa, creatore di reti europee per la cooperazione e lo scambio delle buone pratiche. Il suo contributo è centrato sulla capacità dei territori di organizzarsi, raccontarsi e posizionarsi attraverso esperienze enoturistiche coerenti e di qualità.
Luciano Donato Marino è presidente del gruppo ETN – Education and Training Network – e di Axonforce. La sua attività è orientata alla connessione tra persone, imprese e istituzioni attraverso progetti innovativi in ambito educativo, tecnologico e formativo. Il suo intervento porta attenzione alla costruzione di competenze, alla collaborazione tra operatori e all’utilizzo di strumenti innovativi per rafforzare l’offerta territoriale.
Gli incontri toccano territori differenti per paesaggio, storia produttiva e tradizioni culturali, con l’obiettivo di far emergere le specificità locali e inserirle all’interno di un circuito regionale capace di rappresentare la pluralità dell’offerta enoturistica sarda. La rete punta infatti a valorizzare non un singolo prodotto o una singola area, ma l’insieme delle esperienze che possono nascere dall’incontro tra vino, cultura, comunità, paesaggio e accoglienza.
IL PROGETTO
La Rete Enoturismo Sardegna (RES) è un progetto pilota finanziato dall’Assessorato dell’Agricoltura della Regione Autonoma della Sardegna, nato per costruire un modello organizzato di enoturismo capace di integrare produzione vitivinicola, ospitalità, territorio e cultura.
Presentato a livello nazionale al Vinitaly 2026, il progetto si sviluppa come un circuito diffuso su scala regionale, che attraversa aree diverse dell’isola e valorizza le differenti identità paesaggistiche, culturali ed enogastronomiche della Sardegna. L’obiettivo è creare un’offerta integrata, capace di generare nuove opportunità per le imprese vitivinicole, contribuire alla destagionalizzazione dei flussi turistici e rafforzare l’attrattività dell’isola oltre il turismo balneare.
I partecipanti alla rete stanno accrescendo le proprie competenze attraverso un percorso articolato che non si limita alla formazione in aula o online, ma comprende anche attività di animazione territoriale, confronto con esperti e visite studio. Nei mesi scorsi, infatti, un gruppo di operatori vitivinicoli sardi hanno partecipato a un educational tour nella Rioja Alta, uno dei principali modelli europei di enoturismo, mentre sono previste ulteriori occasioni di confronto con realtà nazionali e internazionali.
Il percorso proseguirà fino a novembre, con l’obiettivo di consolidare il modello entro il 2026 e ampliare progressivamente la rete, mantenendo un approccio selettivo orientato alla qualità dell’offerta.
La Redazione
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30 Maggio, 2026
Paolo e Noemia D'Amico. Il Paese delle Meraviglie
Lazio, Castiglione in Teverina, Viterbo
Mi vuoi dire per favore quale strada devo prendere per uscire da qui?
Dipende in gran parte da dove vuoi andare.
Non mi importa dove
Allora non importa nemmeno quale strada prendi
(Alice nel paese delle meraviglie) Passando sotto un arco di rampicanti sempreverdi, si viene accolti in un giardino composto non solo da angoli nascosti illuminati dal sole, ma si entra in un vero e proprio mondo incantato. Ci si dimentica di essere nel 2026, si dimentica la propria vita, si dimentica tutto ciò che è normale e ciò che non lo è: si deve essere pronti ad accettare una realtà diversa, una di quelle sorprendenti. Se io avessi un mondo come piace a me, lá, tutto sarebbe assurdo: niente sarebbe come è! Ciò che è, non sarebbe e ciò che non è, sarebbe. Quindi siete pronti a vivere la realtà secondo Paolo e Noemia D’Amico? Un viaggio nell’immaginario mondo dell’arte che racconta la fantasia. Ci si trova quindi a camminare per i giardini detti “sospesi” e in qualche modo non si pensa più alla cantina o al vino, ai filari di vite, alla vinificazione, ma la visita si trasforma, come per magia, in altro…”ciò che è, non sarebbe…” Proprio per questo ci si sente un po’ come Alice nel Paese delle Meraviglie: ogni strada è quella giusta, ogni strada può essere quella sbagliata. Ma su una cosa si rimane certi: si viene rapiti dall’arte rappresentativa, diffusa per questi enormi giardini. Un labirinto composto, ordinato, in ogni nicchia una scultura, pezzi originali di artisti contemporanei che guardano il visitatore facendosi ammirare e a ogni radura una strana realtà che costringe a osservarsi dentro. Sparsi in quella che vuole essere la rappresentazione della vegetazione caotica, rigogliosa, prolifica di una foresta pluviale, proprio all’entrata del giardino, scopriamo tucani appollaiati su trespoli, alligatori nascosti da spighe, un gorilla in placida attesa. Avanzando poi tra mura di siepi e fiori, si rivelano degli spazi con specchi quadrati, i quali riflettono la femminilità da triplici punti di vista, troviamo atleti in tensione verticale davanti al vuoto della vallata, volti che guardano e corpi nudi intangibili, quasi evanescenti. Ma lì è un mondo al contrario: è un camminare per perdersi e nel perdersi riconoscersi, ricordando e affrontando sé stessi. Il viaggio di Alice, il nostro viaggio, si dipana da luoghi angusti, a quelli più aperti, dove si riesce perfino a vedere una torre in un piccolo oblò vuoto di una scultura fatta di specchi di metallo lucido e distorcente: funzionale a distorcere la realtà che vi si rispecchia dentro, come fosse una metafora, solida e tangibile. Come Alice anche noi potremmo avere il nostro Stregatto: si può infatti scorgere, dietro ad un muro di foglie, un topolino, sorpreso da chi lo sta guardando, nell’atto di scrivere un murales con vernice bianca e un pennello nella zampa. È un originale di Bansky e ciò che è scritto sul muro è una frase simbolo dell’ artista, un grido anticonformista: “Because i am Worthless” (perché io non valgo niente). Vedere arte disposta in un contesto bucolico è davvero raro e aiuta a immedesimarsi, calandosi completamente nell’ambiente, al punto che diventa talmente suggestivo da far perdere l’orientamento e a dirla davvero tutta, il piacere di perdersi è quasi una volontà cosciente. Eppure siamo nella Valle dei Calanchi, nel Lazio, esattamente al confine con l’Umbria e davanti a noi un panorama che non ci lascia mai, per tutta la durata del percorso. L’idea di Paolo e Noemia è unire arte all’arte della vinificazione, scegliendo una zona territoriale dove l’espressione della mineralità è piena e completa, dato i suoli profondamente vulcanici. Hanno quindi dato vita alla cantina a loro immagine e somiglianza, dopo mille e mille viaggi; suggestiva, armonica, artistica e gotica. I giardini sospesi si sviluppano su tutta la parte esterna della cantina sottostante, coprendone completamente la superficie. Camminando verso il limitare dei giardini, si incontrano i filari di vite e ci si ricorda di essere all’interno di una cantina: eleganti e sinuosi, tutti capitanati da cespugli di rose candide, rose bianche per la maggior parte e quasi ci si aspetterebbe di vedere, da un momento all’altro, sbucando da dietro un cespuglio, La Regina di Cuori mentre grida a gran voce che le rose vengano dipinte di rosso. E poi si scende… Si va in cantina. Cambia completamente il mood e l’ambiente: dal respiro profondo, suggestione artistica, ridente natura, ci troviamo in un lungo corridoio al buio di candelabri che proiettano la loro flebile luce su barrique ai due lati delle pareti mattonate. La penombra la fa da padrona. Non c’è più Alice stupita e incuriosita, qui siamo nel lungo corridoio nel quale lei è caduta dentro, per metri e metri, senza trovare mai il fondo. È il tunnel dove ogni oggetto, ogni ricordo è affisso alle pareti o sospeso nello spazio e nel tempo, messo lì a rievocare sensazioni e ricordi. Un lungo corridoio che da un’estremità all’altra, porta in alcune stanze che sono lì a ricordare e dare risalto alla vita dei proprietari, passata e presente e soprattutto porta nel posto dove il vino, rigorosamente di un certo livello qualitativo, viene dato alla luce. Stanze colme di ricordi che troviamo anche impilati in grandi scaffali pieni di bottiglie d’annata, tutte completamente impolverate. Si viene catapultati in questo sogno suggestivo, dove bere anche solo un calice di vino, riporta alla memoria sensoriale, ricordi di situazioni di un’altra epoca, delle nostre precedenti vite in questa. Ci si immerge completamente nell’esperienza di una cantina gotica, nell’esperienza di una degustazione fatta di parole e fantasia, immagini e suggestioni. E insistente la penombra accompagna, in quella che diventa una cantina dal sapore decadente ottocentesco, la degustazione e il sentore del vino che viene influenzato dal contesto subendo, involontariamente, cambiamenti nella sostanza e nel significato empirico. L’uscita da questo tunnel senza fine si scorge lontana: una luce c’è e accompagna l’avventore fuori le mura della cantina, fuori dall’esperienza, fuori e dentro la conoscenza di sé stessi, come fuori e dentro la cantina, come fuori e dentro il labirinto dei giardini sospesi. Dopo aver conosciuto il Paese delle Meraviglie, noi, come Alice, riusciamo a uscire alla luce di un sole che ci invade i pensieri e li rischiara, dopo aver vissuto nella tana del coniglio e aver affrontato l’esperienza interiore più suggestiva mai fatta. Torniamo alla nostra realtà, non credendo a ciò che si è appena vissuti: una realtà al contrario! È impossibile solo se pensi che lo sia IL PERCORSO IN BREVE: MATTINA Visita alla Cantina Paolo e Noemia D’Amico POMERIGGIO Passeggiata a Castiglione in Teverina e il suo Museo del vino. PRANZO Ristorante “Il Vecchio Mulino” a Lubriano SUGGERIMENTI Se al “Vecchio Mulino” hanno disponibili i Pici all’aglione, non esitate a sceglierli, non rimarrete delusi! Ilaria Muscio – Il taccuino delle gite (fuori porta)
Su Instagram è @La Vinoteque Ilaria Muscio
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Dipende in gran parte da dove vuoi andare.
Non mi importa dove
Allora non importa nemmeno quale strada prendi
(Alice nel paese delle meraviglie) Passando sotto un arco di rampicanti sempreverdi, si viene accolti in un giardino composto non solo da angoli nascosti illuminati dal sole, ma si entra in un vero e proprio mondo incantato. Ci si dimentica di essere nel 2026, si dimentica la propria vita, si dimentica tutto ciò che è normale e ciò che non lo è: si deve essere pronti ad accettare una realtà diversa, una di quelle sorprendenti. Se io avessi un mondo come piace a me, lá, tutto sarebbe assurdo: niente sarebbe come è! Ciò che è, non sarebbe e ciò che non è, sarebbe. Quindi siete pronti a vivere la realtà secondo Paolo e Noemia D’Amico? Un viaggio nell’immaginario mondo dell’arte che racconta la fantasia. Ci si trova quindi a camminare per i giardini detti “sospesi” e in qualche modo non si pensa più alla cantina o al vino, ai filari di vite, alla vinificazione, ma la visita si trasforma, come per magia, in altro…”ciò che è, non sarebbe…” Proprio per questo ci si sente un po’ come Alice nel Paese delle Meraviglie: ogni strada è quella giusta, ogni strada può essere quella sbagliata. Ma su una cosa si rimane certi: si viene rapiti dall’arte rappresentativa, diffusa per questi enormi giardini. Un labirinto composto, ordinato, in ogni nicchia una scultura, pezzi originali di artisti contemporanei che guardano il visitatore facendosi ammirare e a ogni radura una strana realtà che costringe a osservarsi dentro. Sparsi in quella che vuole essere la rappresentazione della vegetazione caotica, rigogliosa, prolifica di una foresta pluviale, proprio all’entrata del giardino, scopriamo tucani appollaiati su trespoli, alligatori nascosti da spighe, un gorilla in placida attesa. Avanzando poi tra mura di siepi e fiori, si rivelano degli spazi con specchi quadrati, i quali riflettono la femminilità da triplici punti di vista, troviamo atleti in tensione verticale davanti al vuoto della vallata, volti che guardano e corpi nudi intangibili, quasi evanescenti. Ma lì è un mondo al contrario: è un camminare per perdersi e nel perdersi riconoscersi, ricordando e affrontando sé stessi. Il viaggio di Alice, il nostro viaggio, si dipana da luoghi angusti, a quelli più aperti, dove si riesce perfino a vedere una torre in un piccolo oblò vuoto di una scultura fatta di specchi di metallo lucido e distorcente: funzionale a distorcere la realtà che vi si rispecchia dentro, come fosse una metafora, solida e tangibile. Come Alice anche noi potremmo avere il nostro Stregatto: si può infatti scorgere, dietro ad un muro di foglie, un topolino, sorpreso da chi lo sta guardando, nell’atto di scrivere un murales con vernice bianca e un pennello nella zampa. È un originale di Bansky e ciò che è scritto sul muro è una frase simbolo dell’ artista, un grido anticonformista: “Because i am Worthless” (perché io non valgo niente). Vedere arte disposta in un contesto bucolico è davvero raro e aiuta a immedesimarsi, calandosi completamente nell’ambiente, al punto che diventa talmente suggestivo da far perdere l’orientamento e a dirla davvero tutta, il piacere di perdersi è quasi una volontà cosciente. Eppure siamo nella Valle dei Calanchi, nel Lazio, esattamente al confine con l’Umbria e davanti a noi un panorama che non ci lascia mai, per tutta la durata del percorso. L’idea di Paolo e Noemia è unire arte all’arte della vinificazione, scegliendo una zona territoriale dove l’espressione della mineralità è piena e completa, dato i suoli profondamente vulcanici. Hanno quindi dato vita alla cantina a loro immagine e somiglianza, dopo mille e mille viaggi; suggestiva, armonica, artistica e gotica. I giardini sospesi si sviluppano su tutta la parte esterna della cantina sottostante, coprendone completamente la superficie. Camminando verso il limitare dei giardini, si incontrano i filari di vite e ci si ricorda di essere all’interno di una cantina: eleganti e sinuosi, tutti capitanati da cespugli di rose candide, rose bianche per la maggior parte e quasi ci si aspetterebbe di vedere, da un momento all’altro, sbucando da dietro un cespuglio, La Regina di Cuori mentre grida a gran voce che le rose vengano dipinte di rosso. E poi si scende… Si va in cantina. Cambia completamente il mood e l’ambiente: dal respiro profondo, suggestione artistica, ridente natura, ci troviamo in un lungo corridoio al buio di candelabri che proiettano la loro flebile luce su barrique ai due lati delle pareti mattonate. La penombra la fa da padrona. Non c’è più Alice stupita e incuriosita, qui siamo nel lungo corridoio nel quale lei è caduta dentro, per metri e metri, senza trovare mai il fondo. È il tunnel dove ogni oggetto, ogni ricordo è affisso alle pareti o sospeso nello spazio e nel tempo, messo lì a rievocare sensazioni e ricordi. Un lungo corridoio che da un’estremità all’altra, porta in alcune stanze che sono lì a ricordare e dare risalto alla vita dei proprietari, passata e presente e soprattutto porta nel posto dove il vino, rigorosamente di un certo livello qualitativo, viene dato alla luce. Stanze colme di ricordi che troviamo anche impilati in grandi scaffali pieni di bottiglie d’annata, tutte completamente impolverate. Si viene catapultati in questo sogno suggestivo, dove bere anche solo un calice di vino, riporta alla memoria sensoriale, ricordi di situazioni di un’altra epoca, delle nostre precedenti vite in questa. Ci si immerge completamente nell’esperienza di una cantina gotica, nell’esperienza di una degustazione fatta di parole e fantasia, immagini e suggestioni. E insistente la penombra accompagna, in quella che diventa una cantina dal sapore decadente ottocentesco, la degustazione e il sentore del vino che viene influenzato dal contesto subendo, involontariamente, cambiamenti nella sostanza e nel significato empirico. L’uscita da questo tunnel senza fine si scorge lontana: una luce c’è e accompagna l’avventore fuori le mura della cantina, fuori dall’esperienza, fuori e dentro la conoscenza di sé stessi, come fuori e dentro la cantina, come fuori e dentro il labirinto dei giardini sospesi. Dopo aver conosciuto il Paese delle Meraviglie, noi, come Alice, riusciamo a uscire alla luce di un sole che ci invade i pensieri e li rischiara, dopo aver vissuto nella tana del coniglio e aver affrontato l’esperienza interiore più suggestiva mai fatta. Torniamo alla nostra realtà, non credendo a ciò che si è appena vissuti: una realtà al contrario! È impossibile solo se pensi che lo sia IL PERCORSO IN BREVE: MATTINA Visita alla Cantina Paolo e Noemia D’Amico POMERIGGIO Passeggiata a Castiglione in Teverina e il suo Museo del vino. PRANZO Ristorante “Il Vecchio Mulino” a Lubriano SUGGERIMENTI Se al “Vecchio Mulino” hanno disponibili i Pici all’aglione, non esitate a sceglierli, non rimarrete delusi! Ilaria Muscio – Il taccuino delle gite (fuori porta)
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29 Maggio, 2026
Caparsa. Paolo Cianferoni, le radici e il vento
Alcune persone assomigliano ai luoghi che abitano. Hanno radici profonde, ma non temono il vento. Paolo Cianferoni appartiene a questa categoria. Attraverso Caparsa ha costruito una visione personale del Chianti Classico, fatta di rispetto per la terra, indipendenza di pensiero e fiducia nella capacità del territorio di esprimersi senza mediazioni.
Il mestiere di giornalista non è né banale né scontato. Ci sono ovviamente le proprie idee che devono essere libere e scevre da qualunque condizionamento. È però utile, direi indispensabile, saper ascoltare e fare domande. L’ascolto serve a sapere. Le domande a comprendere meglio, approfondire, scoprire.
Può capitare però che durante certe conversazioni, smetti improvvisamente di fare domande. Succede, raramente, quando ti accorgi che chi ti sta davanti non sta recitando ma sta mostrando qualcosa di più raro: la propria vita, senza filtri, senza la patina lucida con cui il mondo del vino (e non solo) ha imparato a presentarsi. È cosi che devi semplicemente ascoltare. Solo che ci sono programmi televisivi, penso a Belve, che fanno delle domande (spesso ripetitive) e poco dell’ascolto, la loro fortuna.
Paolo Cianferoni è entrato in quella sala di Roma con il cappellino da contadino e lo sguardo di chi sa bene dove sono le sue radici. Era un evento dedicato al Chianti Classico al Palazzo delle Esposizioni a Roma.
Non sente il bisogno di nasconderlo. Di mettersi la giacca e darsi delle arie. Mentre altri produttori distribuivano biglietti da visita e sorrisi calibrati, lui parlava con chiunque con la stessa voce dritta e un po’ ruvida, carica di quella cosa difficile da definire che si chiama autenticità. Mi ha incuriosito prima come uomo poi come vignaiolo. Alle fine ho capito che in lui le due cose coincidono.
Caparsa è un podere a Radda in Chianti.
Undici ettari, quasi tutti a Sangiovese con viti che crescono su galestro e alberese a 450 metri di quota. Numeri che raccontano poco. Quello che conta è il tempo che scorre dentro: il padre Reginaldo acquistò la proprietà nel 1965, quando il Chianti stava svuotandosi di contadini in fuga verso le fabbriche del miracolo economico. Paolo, bambino di sette anni, poi ragazzo, poi uomo, cresciuto su quella terra come se non ci fosse mai stato altro posto possibile.
Sono un povero Cristo nato da una famiglia di ex mezzadri
Non c’è retorica nelle parole di Paolo. C’è semmai una precisione quasi economica che gli viene da un padre professore, dall’aver letto i suoi libri, dall’aver respirato il concetto di domanda e offerta insieme all’aria dei vigneti.
Mio nonno finanziò l’università a mio padre. Sua sorella, mia zia, fu sacrificata e non poté nemmeno sposarsi.
In una frase, un’intera stagione del mondo. Il Chianti degli anni quaranta e cinquanta era povero, duro, ordinato per nascita e non per scelta. Un mondo che Paolo ha ancora dentro come una ferita che non fa più male ma che non si dimentica.
A otto anni era già sul trattore.
A tredici lavorava d’estate con i vecchi del posto, quelli che
Cantavano in rima mentre zappavano
Contadini che non avevano coscienza della differenza tra l’essere contadini e fare i contadini. Lo erano senza porsi alcuna domanda.
Poi è arrivata l’adolescenza, gli anni della ribellione, i compagni con le idee rivoluzionarie e i jeans a zampa di elefante. Gli anni di piombo. Le proteste studentesche. Le rivolte. Il sangue. La droga. Paolo ha fatto una cosa che allora sembrava folle: ha detto no alla banca, no all’impiego, no alla città, no alle lotte di classe e se ne è andato a vivere in campagna quando tutti facevano altro.
Una ribellione. Come qualsiasi generazione che ad un certo punto rifiuta il mondo che la circonda. Poi però devi scegliere dove mettere i piedi.
Lui li ha messi sulla terra. Letteralmente. Con convinzione. Con la sua donna. È rimasto con la sua donna invece di fare qualcosa di diverso così da non doversene pentire. Contrariamente a Marina e Giovanni protagonisti di Sotto il segno dei pesci di Antonello Venditti.
E Marina se n’è andata, oggi insegna in una scuola,
vive male e insoddisfatta, e capisce perché è sola,
ma tutto quel che cerca e che vuole è solamente amore
ed unità per noi, che meritiamo un’altra vita,
violenta e tenera se vuoi,
nata sotto il segno, nata sotto il segno dei pesci.
E Giovanni è un ingegnere che lavora in una radio,
ha bruciato la sua laurea, vive solo di parole
ma tutto quel che cerca e che vuole è solamente amore C’è infatti una donna alla base di tutto questo e Paolo lo ammette subito, senza che glielo chieda. Si chiama Gianna. Senza di lei non sarebbe stato assolutamente possibile. Lei, che non aveva paura dei serpenti né dei topi né dell’isolamento. Lei, che ha portato i figli all’asilo, alle elementari, alle medie La chiamano mamma Uber Lungo strade di campagna, negli anni in cui Radda non era ancora diventata il set di un documentario sul bello stile toscano. Cinque figli in tutto, tre nati lì, a Caparsino, nella casa adiacente all’azienda dove Paolo ha vissuto ventiquattro anni. Una famiglia che adesso è anche un’impresa: il primo figlio dedicato ai mercati internazionali, il secondo tra i vigneti e la cantina, la figlia in ufficio. 11 ettari, 40.000 bottiglie. Non è poco per una azienda tutta in famiglia. Lavorare con i genitori non è facile. E nemmeno per un genitore lavorare con i figli. Ogni tanto li mando al diavolo. Però con l’amore si va avanti La franchezza disarmante che è il suo registro naturale. L’inflessione toscana ma non accesissima. L’utilizzo di parole che lasciano intravedere qualcosa di più di un contadino. Poi l’amore. L’amore che torna spesso, in questa conversazione. Non come parola d’ordine, non come strategia comunicativa. Come categoria concettuale. Quasi come avesse letto Simone Weil e poi l’avesse dimenticato, trattenendone solo l’essenza: che le cose fatte senza amore non reggono il tempo. Il biologico per Paolo non è una certificazione. È la conclusione logica di chi ha guardato il mondo con gli occhi di un ambientalista sedicenne, tra i primi soci del WWF toscano, ai tempi di Carlo Guicciardini, quando fecero la prima raccolta differenziale del vetro a Firenze. Ha poi trasferito quella visione nella propria terra. Ma c’è di più. C’è una filosofia che chiama “teoria della complessità”: sviluppare ecosistemi vivi nei vigneti affinché l’uva possa fermentare con i propri lieviti, senza aggiungere nulla che non venga già da lì. Chi usa i lieviti selezionati deve poi usare nutrienti e poi altro ancora. È una catena che si innesca. Io cerco di sviluppare complessità. Roba buona sull’uva. È una visione che assomiglia stranamente a quella del compostaggio morale: se impoverisci il terreno, prima o poi devi ricominciare a comprare ciò che avresti potuto produrre. Vale per i vigneti. Vale, sospetto, per molte altre cose. I Vini di Paolo Ne ho assaggiati tre. Ma sono tre vini che mi hanno lasciato davvero qualcosa. Caparsa Chianti Classico 2022 Un tavolo. Delle sedie. Due bicchieri. Un racconto. Alle volte penso al vino così. Due persone che si siedono con davanti un bicchiere (non un calice) di vino. Per parlare. Per raccontarsi della quotidianità. Il Caparsa 2022 mi ha raccontato proprio di quotidianità nel senso più nobile del termine. Quello in cui quotidiano significa necessario, come il pane, come una conversazione che vale la pena avere. Il colore è rubino vivo, trasparente quanto basta per lasciar intuire la pulizia del lavoro fatto in vigna. Al naso è Sangiovese nella sua espressione più diretta: ciliegia croccante, un soffio di viola, un accenno di erbe di macchia che ricorda che siamo a Radda, a 450 metri, dove l’aria ha ancora un suo carattere. Niente di sovraccarico, niente di costruito. Solo frutto e tensione, la tensione di chi non ha nulla da nascondere. In bocca è agile, sapido, con una freschezza che non stanca. I tannini sono presenti ma non invadono. Semmai accompagnano, come dovrebbero fare. Il finale è pulito, persistente nel modo giusto, quello che ti fa allungare la mano verso il bicchiere un’altra volta senza nemmeno accorgertene. È il vino che Paolo imbottiglia per dire: il vino sta a tavola. E ha ragione. Doccio a Matteo Chianti Classico Riserva 2015 Il 2015 è stato un anno di grande calore in Toscana e i vini che ne sono usciti bene sono quelli in cui il vignaiolo ha avuto il coraggio di non assecondare la materia, ma di guidarla. Il Doccio a Matteo 2015 di Caparsa è proprio uno di quei vini. Si sente e si sente tutto. Colore granato intenso, quasi opaco nella sua profondità, con unghia aranciata che racconta il tempo trascorso senza rimpianti. Il naso è ampio, stratificato, con una complessità che non si svela tutta subito: prima il frutto cotto, la prugna secca, il fico. Poi l’ossigeno fa emergere la cannella, i chiodi di garofano, il pepe. Poi un sottofondo di tabacco, terra umida, funghi di bosco. Una di quelle bottiglie che chiedi di non versare troppo in fretta, perché nel bicchiere continua a cambiare e fai fatica a starci dietro. In bocca è potente, non pesante. Una distinzione che molti confondono. C’è densità, c’è tannino ancora presente sebbene ormai setoso, c’è una acidità che è l’unica cosa che tiene tutto in piedi senza sbandare. Il finale è lunghissimo, caldo, con ritorni speziati che si prolungano oltre ogni aspettativa ragionevole. È un vino che ha già dato molto e ha ancora qualcosa da dare. Una riserva nel senso pieno del termine: qualcosa che si mette da parte non per paura di consumarlo, ma per rispetto di quello che diventerà. Caparsino Chianti Classico Riserva 2019 Un rubino intenso, vivo, con una piccola unghia granata appena accennata, quasi pudica. Eppure la luminosità è straordinaria. Il tipo di colore che ti ferma un momento prima di portare il bicchiere al naso, perché già quello che vedi promette qualcosa. Una promessa mantenuta. I profumi sono freschi e salini, con la freschezza della frutta e dei fiori che arriva pulita, senza mediazioni. Piccole spezie che si rincorrono, si incrociano con la frutta rossa croccante (prugna, un’ombra di arancia). Un velo di balsamico che apre le narici e ti dice, silenziosamente, quanto questo vino sia ancora vivo dentro. Poi arrivano, piano, le spezie dolci e piccanti insieme, il tabacco, il cuoio, la noce moscata in sottofondo. Non un’esplosione, una rivelazione graduale, come piccoli funghi che emergono dal terreno dopo la pioggia, ognuno nel suo tempo, ognuno con la sua voce. In bocca c’è quella cosa rara che si chiama dicotomia virtuosa: la profondità degli anni e la freschezza di un vino che sente ancora di avere strada davanti. La frutta è matura, quasi cotta in certi passaggi, ma poi una sapidità fresca risale e rimette tutto in ordine. I tannini sono presenti e ci mancherebbe. Altrimenti ne risulterebbe un vino incompleto senza. Sono peròmaturi, quasi morbidi, del tipo che dà struttura senza sottrarre vitalità. Il retrogusto sale di frutta e rimane. Ho cercato le parole giuste per descrivere quello che lascia, questo vino. Alla fine ho smesso di cercarle e ho tenuto quella che mi è venuta per prima: è una stretta di mano. Forte, calda, poderosa. Come una pacca sulla spalla che non è consolazione ma incitamento. Non un abbraccio, qualcosa di più diretto. Qualcosa che ti dice vai, stai andando bene, continua così. Un vino che è già pronto, già pieno, già capace di farsi sentire con autorevolezza. E che però, se aspetti, diventa ancora più preciso su quello che vuole dire. Come certi uomini. Come Paolo. Le piante sono esseri viventi. Quando la vita è facile, si adagiano. Quando devono reagire alle difficoltà danno il meglio di sé. Come noi. Ascoltandolo pensavo ai vini naturali migliori che ho bevuto negli ultimi anni. Quella tensione che hanno, quella quasi-ostinazione, come se la vite avesse qualcosa da dimostrare. Pensavo anche, con ironia, a quanto sia vera questa storia per il mondo del vino in generale: quando tutto andava bene e i mercati tiravano, si è ingrassato di retorica e di packaging. Adesso che i prezzi del vino sfuso crollano e molti produttori sono in difficoltà, qualcuno comincia a capire che l’unica cosa che regge è quello che si è costruito davvero. Sopravvivo solo perché imbottiglio. Altrimenti sarei già fallito. Il mercato del vino sta attraversando una crisi strutturale che non è solo congiunturale. I grandi gruppi finanziari acquisiscono aziende familiari a prezzi gonfiati dalla speculazione immobiliare e dal turismo enogastronomico. In Germania e in Francia alcune zone hanno perso il trenta o quaranta percento delle cantine familiari in pochi mesi. I costi burocratici sono gli stessi per chi fa mille bottiglie e per chi ne fa un milione. Le aziende intermedie, quelle tra le centomila e le duecentomila bottiglie, sono le più esposte: abbastanza grandi da essere appetibili, abbastanza piccole da non avere le spalle per reggere. Le famiglie rurali rischiano di scomparire non perché falliscono, ma perché vendono. E poi ci costruiscono sopra, estirpano i vigneti. È una cosa che non sento dire spesso: che il vero pericolo non è la crisi economica ma la finanziarizzazione del territorio. Il valore della terra che sale oltre il senso comune. Pensare che in alcune zone d’Italia i vigneti possano arrivare a costare tre, quattro milioni di euro ad ettaro, è un assurdo senza senso. Così i vignaioli si trasformano in venditori. Non per mancanza di passione, ma per eccesso di valore. Una distorsione perversa. Paolo, intanto, ha appena finito di comprare le quote dei fratelli dopo la morte della madre. Due anni difficili, cifre che non vuole nominare. Io ho lavorato qui come se fosse mio da quarantatré anni. Poi però quando erediti, erediti sul valore attuale. Una ferita ancora aperta. Il sistema legale non distingue tra chi ha costruito e chi ha solo ereditato un diritto. Non è una critica ai fratelli. È una constatazione sul modo in cui funziona il mondo, che a volte premia meno il lavoro di quanto premia la posizione. Mettendo in crisi anche il futuro. Quasi sicuramente ci sarà un continuo dopo di noi. Questo mi basta. Vorrei morire sul trattore Lo ha detto ridendo, ma non stava scherzando del tutto. Per alcuni, smettere di lavorare equivale a smettere di esistere. Non per mancanza di alternative. Unicamente perché il lavoro e l’identità si sono così intimamente fuse da non poter essere separate senza perdere qualcosa di essenziale. Paolo ha sessantasette anni, la pensione da coltivatore diretto è seicento euro al mese (la minima, praticamente) e l’idea di passare la vita su una chaise longue non gli appartiene neanche come fantasia. Finché sono vivo e posso, lavoro. La mia vita è questa. Qualcosa di grande e altrettanto sottile in questo. Il confine tra vocazione e ossessione è spesso molto sottile nel vino. Ma forse non è importante distinguerli, quando il risultato è quello. Quello che mi ha detto sul linguaggio del vino è la cosa che ho sentito più mia e forse per questo me la sono tenuta per ultima. Il vino sta vivendo un momento di merda soprattutto perché il linguaggio è diventato obsoleto. Tutte queste sommelerie, queste parole sofisticate, tutto in cravatta e giacchetta. Non c’è più autenticità. È soltanto un’ostentazione estetica. Avrei voluto abbracciarlo. Il vino è stato estromesso dalla tavola, il suo luogo naturale, il contesto in cui ha senso, in cui costruisce memoria e affetto. È stato messo su un piedistallo dove pochi possono arrivare e molti si sentono inadeguati. È diventato un prodotto di lusso anche quando non lo è. Un oggetto da decodificare invece che da bere. Questo allontanamento è il danno più grande che il settore si sia autoinferto negli ultimi vent’anni, molto più della concorrenza dei Paesi emergenti o del calo dei consumi. Le illustrazioni sulle etichette di Caparsa vengono da un libro che il padre Reginaldo aveva scritto sulla vita quotidiana del Chianti. Storie raccontate da un gruppo di locali riuniti a cena in una trattoria. Ogni bottiglia porta quel mondo lì. Chi lo sa beve qualcosa in più. Un vino vero il giorno dopo ti farò venire buone idee. Hai dormito bene, ti sei svegliato brillante. Quello che ti fa litigare con la compagna e se il giorno dopo non sai neanche cosa hai bevuto. Quello non è vino, è un prodotto. Esatto. È sempre una questione di presenza. Di quanto c’è dentro, non di quanto sembra di fuori. Per tutto il resto non c’è fretta. Caparsa esiste da prima che esistesse il Chianti Classico come denominazione. Esisterà ancora quando molte delle cose di cui discutiamo oggi sembreranno già antiquate. Nel vino come nella vita, resistono quelli che hanno radici abbastanza profonde da non aver bisogno di correre. Caparsa, Paolo, Gianna, i loro figli, non hanno bisogno di correre. Ivan Vellucci – Suggestioni di Vino
ivan.vellucci@winetalesmagazine.com Mi trovi su Instagram come @ivan_1969
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vive male e insoddisfatta, e capisce perché è sola,
ma tutto quel che cerca e che vuole è solamente amore
ed unità per noi, che meritiamo un’altra vita,
violenta e tenera se vuoi,
nata sotto il segno, nata sotto il segno dei pesci.
E Giovanni è un ingegnere che lavora in una radio,
ha bruciato la sua laurea, vive solo di parole
ma tutto quel che cerca e che vuole è solamente amore C’è infatti una donna alla base di tutto questo e Paolo lo ammette subito, senza che glielo chieda. Si chiama Gianna. Senza di lei non sarebbe stato assolutamente possibile. Lei, che non aveva paura dei serpenti né dei topi né dell’isolamento. Lei, che ha portato i figli all’asilo, alle elementari, alle medie La chiamano mamma Uber Lungo strade di campagna, negli anni in cui Radda non era ancora diventata il set di un documentario sul bello stile toscano. Cinque figli in tutto, tre nati lì, a Caparsino, nella casa adiacente all’azienda dove Paolo ha vissuto ventiquattro anni. Una famiglia che adesso è anche un’impresa: il primo figlio dedicato ai mercati internazionali, il secondo tra i vigneti e la cantina, la figlia in ufficio. 11 ettari, 40.000 bottiglie. Non è poco per una azienda tutta in famiglia. Lavorare con i genitori non è facile. E nemmeno per un genitore lavorare con i figli. Ogni tanto li mando al diavolo. Però con l’amore si va avanti La franchezza disarmante che è il suo registro naturale. L’inflessione toscana ma non accesissima. L’utilizzo di parole che lasciano intravedere qualcosa di più di un contadino. Poi l’amore. L’amore che torna spesso, in questa conversazione. Non come parola d’ordine, non come strategia comunicativa. Come categoria concettuale. Quasi come avesse letto Simone Weil e poi l’avesse dimenticato, trattenendone solo l’essenza: che le cose fatte senza amore non reggono il tempo. Il biologico per Paolo non è una certificazione. È la conclusione logica di chi ha guardato il mondo con gli occhi di un ambientalista sedicenne, tra i primi soci del WWF toscano, ai tempi di Carlo Guicciardini, quando fecero la prima raccolta differenziale del vetro a Firenze. Ha poi trasferito quella visione nella propria terra. Ma c’è di più. C’è una filosofia che chiama “teoria della complessità”: sviluppare ecosistemi vivi nei vigneti affinché l’uva possa fermentare con i propri lieviti, senza aggiungere nulla che non venga già da lì. Chi usa i lieviti selezionati deve poi usare nutrienti e poi altro ancora. È una catena che si innesca. Io cerco di sviluppare complessità. Roba buona sull’uva. È una visione che assomiglia stranamente a quella del compostaggio morale: se impoverisci il terreno, prima o poi devi ricominciare a comprare ciò che avresti potuto produrre. Vale per i vigneti. Vale, sospetto, per molte altre cose. I Vini di Paolo Ne ho assaggiati tre. Ma sono tre vini che mi hanno lasciato davvero qualcosa. Caparsa Chianti Classico 2022 Un tavolo. Delle sedie. Due bicchieri. Un racconto. Alle volte penso al vino così. Due persone che si siedono con davanti un bicchiere (non un calice) di vino. Per parlare. Per raccontarsi della quotidianità. Il Caparsa 2022 mi ha raccontato proprio di quotidianità nel senso più nobile del termine. Quello in cui quotidiano significa necessario, come il pane, come una conversazione che vale la pena avere. Il colore è rubino vivo, trasparente quanto basta per lasciar intuire la pulizia del lavoro fatto in vigna. Al naso è Sangiovese nella sua espressione più diretta: ciliegia croccante, un soffio di viola, un accenno di erbe di macchia che ricorda che siamo a Radda, a 450 metri, dove l’aria ha ancora un suo carattere. Niente di sovraccarico, niente di costruito. Solo frutto e tensione, la tensione di chi non ha nulla da nascondere. In bocca è agile, sapido, con una freschezza che non stanca. I tannini sono presenti ma non invadono. Semmai accompagnano, come dovrebbero fare. Il finale è pulito, persistente nel modo giusto, quello che ti fa allungare la mano verso il bicchiere un’altra volta senza nemmeno accorgertene. È il vino che Paolo imbottiglia per dire: il vino sta a tavola. E ha ragione. Doccio a Matteo Chianti Classico Riserva 2015 Il 2015 è stato un anno di grande calore in Toscana e i vini che ne sono usciti bene sono quelli in cui il vignaiolo ha avuto il coraggio di non assecondare la materia, ma di guidarla. Il Doccio a Matteo 2015 di Caparsa è proprio uno di quei vini. Si sente e si sente tutto. Colore granato intenso, quasi opaco nella sua profondità, con unghia aranciata che racconta il tempo trascorso senza rimpianti. Il naso è ampio, stratificato, con una complessità che non si svela tutta subito: prima il frutto cotto, la prugna secca, il fico. Poi l’ossigeno fa emergere la cannella, i chiodi di garofano, il pepe. Poi un sottofondo di tabacco, terra umida, funghi di bosco. Una di quelle bottiglie che chiedi di non versare troppo in fretta, perché nel bicchiere continua a cambiare e fai fatica a starci dietro. In bocca è potente, non pesante. Una distinzione che molti confondono. C’è densità, c’è tannino ancora presente sebbene ormai setoso, c’è una acidità che è l’unica cosa che tiene tutto in piedi senza sbandare. Il finale è lunghissimo, caldo, con ritorni speziati che si prolungano oltre ogni aspettativa ragionevole. È un vino che ha già dato molto e ha ancora qualcosa da dare. Una riserva nel senso pieno del termine: qualcosa che si mette da parte non per paura di consumarlo, ma per rispetto di quello che diventerà. Caparsino Chianti Classico Riserva 2019 Un rubino intenso, vivo, con una piccola unghia granata appena accennata, quasi pudica. Eppure la luminosità è straordinaria. Il tipo di colore che ti ferma un momento prima di portare il bicchiere al naso, perché già quello che vedi promette qualcosa. Una promessa mantenuta. I profumi sono freschi e salini, con la freschezza della frutta e dei fiori che arriva pulita, senza mediazioni. Piccole spezie che si rincorrono, si incrociano con la frutta rossa croccante (prugna, un’ombra di arancia). Un velo di balsamico che apre le narici e ti dice, silenziosamente, quanto questo vino sia ancora vivo dentro. Poi arrivano, piano, le spezie dolci e piccanti insieme, il tabacco, il cuoio, la noce moscata in sottofondo. Non un’esplosione, una rivelazione graduale, come piccoli funghi che emergono dal terreno dopo la pioggia, ognuno nel suo tempo, ognuno con la sua voce. In bocca c’è quella cosa rara che si chiama dicotomia virtuosa: la profondità degli anni e la freschezza di un vino che sente ancora di avere strada davanti. La frutta è matura, quasi cotta in certi passaggi, ma poi una sapidità fresca risale e rimette tutto in ordine. I tannini sono presenti e ci mancherebbe. Altrimenti ne risulterebbe un vino incompleto senza. Sono peròmaturi, quasi morbidi, del tipo che dà struttura senza sottrarre vitalità. Il retrogusto sale di frutta e rimane. Ho cercato le parole giuste per descrivere quello che lascia, questo vino. Alla fine ho smesso di cercarle e ho tenuto quella che mi è venuta per prima: è una stretta di mano. Forte, calda, poderosa. Come una pacca sulla spalla che non è consolazione ma incitamento. Non un abbraccio, qualcosa di più diretto. Qualcosa che ti dice vai, stai andando bene, continua così. Un vino che è già pronto, già pieno, già capace di farsi sentire con autorevolezza. E che però, se aspetti, diventa ancora più preciso su quello che vuole dire. Come certi uomini. Come Paolo. Le piante sono esseri viventi. Quando la vita è facile, si adagiano. Quando devono reagire alle difficoltà danno il meglio di sé. Come noi. Ascoltandolo pensavo ai vini naturali migliori che ho bevuto negli ultimi anni. Quella tensione che hanno, quella quasi-ostinazione, come se la vite avesse qualcosa da dimostrare. Pensavo anche, con ironia, a quanto sia vera questa storia per il mondo del vino in generale: quando tutto andava bene e i mercati tiravano, si è ingrassato di retorica e di packaging. Adesso che i prezzi del vino sfuso crollano e molti produttori sono in difficoltà, qualcuno comincia a capire che l’unica cosa che regge è quello che si è costruito davvero. Sopravvivo solo perché imbottiglio. Altrimenti sarei già fallito. Il mercato del vino sta attraversando una crisi strutturale che non è solo congiunturale. I grandi gruppi finanziari acquisiscono aziende familiari a prezzi gonfiati dalla speculazione immobiliare e dal turismo enogastronomico. In Germania e in Francia alcune zone hanno perso il trenta o quaranta percento delle cantine familiari in pochi mesi. I costi burocratici sono gli stessi per chi fa mille bottiglie e per chi ne fa un milione. Le aziende intermedie, quelle tra le centomila e le duecentomila bottiglie, sono le più esposte: abbastanza grandi da essere appetibili, abbastanza piccole da non avere le spalle per reggere. Le famiglie rurali rischiano di scomparire non perché falliscono, ma perché vendono. E poi ci costruiscono sopra, estirpano i vigneti. È una cosa che non sento dire spesso: che il vero pericolo non è la crisi economica ma la finanziarizzazione del territorio. Il valore della terra che sale oltre il senso comune. Pensare che in alcune zone d’Italia i vigneti possano arrivare a costare tre, quattro milioni di euro ad ettaro, è un assurdo senza senso. Così i vignaioli si trasformano in venditori. Non per mancanza di passione, ma per eccesso di valore. Una distorsione perversa. Paolo, intanto, ha appena finito di comprare le quote dei fratelli dopo la morte della madre. Due anni difficili, cifre che non vuole nominare. Io ho lavorato qui come se fosse mio da quarantatré anni. Poi però quando erediti, erediti sul valore attuale. Una ferita ancora aperta. Il sistema legale non distingue tra chi ha costruito e chi ha solo ereditato un diritto. Non è una critica ai fratelli. È una constatazione sul modo in cui funziona il mondo, che a volte premia meno il lavoro di quanto premia la posizione. Mettendo in crisi anche il futuro. Quasi sicuramente ci sarà un continuo dopo di noi. Questo mi basta. Vorrei morire sul trattore Lo ha detto ridendo, ma non stava scherzando del tutto. Per alcuni, smettere di lavorare equivale a smettere di esistere. Non per mancanza di alternative. Unicamente perché il lavoro e l’identità si sono così intimamente fuse da non poter essere separate senza perdere qualcosa di essenziale. Paolo ha sessantasette anni, la pensione da coltivatore diretto è seicento euro al mese (la minima, praticamente) e l’idea di passare la vita su una chaise longue non gli appartiene neanche come fantasia. Finché sono vivo e posso, lavoro. La mia vita è questa. Qualcosa di grande e altrettanto sottile in questo. Il confine tra vocazione e ossessione è spesso molto sottile nel vino. Ma forse non è importante distinguerli, quando il risultato è quello. Quello che mi ha detto sul linguaggio del vino è la cosa che ho sentito più mia e forse per questo me la sono tenuta per ultima. Il vino sta vivendo un momento di merda soprattutto perché il linguaggio è diventato obsoleto. Tutte queste sommelerie, queste parole sofisticate, tutto in cravatta e giacchetta. Non c’è più autenticità. È soltanto un’ostentazione estetica. Avrei voluto abbracciarlo. Il vino è stato estromesso dalla tavola, il suo luogo naturale, il contesto in cui ha senso, in cui costruisce memoria e affetto. È stato messo su un piedistallo dove pochi possono arrivare e molti si sentono inadeguati. È diventato un prodotto di lusso anche quando non lo è. Un oggetto da decodificare invece che da bere. Questo allontanamento è il danno più grande che il settore si sia autoinferto negli ultimi vent’anni, molto più della concorrenza dei Paesi emergenti o del calo dei consumi. Le illustrazioni sulle etichette di Caparsa vengono da un libro che il padre Reginaldo aveva scritto sulla vita quotidiana del Chianti. Storie raccontate da un gruppo di locali riuniti a cena in una trattoria. Ogni bottiglia porta quel mondo lì. Chi lo sa beve qualcosa in più. Un vino vero il giorno dopo ti farò venire buone idee. Hai dormito bene, ti sei svegliato brillante. Quello che ti fa litigare con la compagna e se il giorno dopo non sai neanche cosa hai bevuto. Quello non è vino, è un prodotto. Esatto. È sempre una questione di presenza. Di quanto c’è dentro, non di quanto sembra di fuori. Per tutto il resto non c’è fretta. Caparsa esiste da prima che esistesse il Chianti Classico come denominazione. Esisterà ancora quando molte delle cose di cui discutiamo oggi sembreranno già antiquate. Nel vino come nella vita, resistono quelli che hanno radici abbastanza profonde da non aver bisogno di correre. Caparsa, Paolo, Gianna, i loro figli, non hanno bisogno di correre. Ivan Vellucci – Suggestioni di Vino
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28 Maggio, 2026
La Primavera del Castellinaldo Barbera d'Alba.
La sempre attiva Associazione Go Wine, in collaborazione con l’Associazione Vinaioli del Castellinaldo, all’interno della terza edizione della “Primavera del Castellinaldo” ha organizzato per lunedì 18 maggio una giornata di approfondimento dedicata alla recente denominazione Castellinaldo Barbera d’Alba DOC, riconosciuta dal 2021, per offrirne una lettura qualificata con occasione di confronto tra i produttori e chi si occupa di ristorazione, distribuzione, informazione e comunicazione del vino.
La bella giornata, ricca di sole ma fresca, ha favorito una passeggiata tra le vigne con una guida d’eccezione, Giancarlo Montaldo, firma storica del giornalismo enogastronomico e già direttore del Consorzio del Barolo e del Barbaresco, della Cantina Produttori del Barbaresco, Presidente dell’Enoteca Regionale del Barbaresco, direttore dal 2014 della storica testata “Barolo & Co.” e dal 2019 presidente dell’Enoteca Regionale dell’Albugnano. Insomma…uno che questi territori li conosce molto bene.
Siamo in provincia di Cuneo, a metà strada tra il Roero e le Langhe, geologicamente si hanno delle similitudini con Barbaresco e Neive, calcare e limo alternati a sabbia e argilla, caratteristica che permettono di avere delle Barbera molto armoniche ed equilibrate.
La sottozona di Castellinaldo
nasce 1992 dalla volontà di un gruppo di produttori locali con l’obiettivo di valorizzare la qualità della Barbera della zona, progetto che un po si perde negli anni a seguire quando la ricerca dell’origine e della specificità di questa Barbera, rispetto a quella di Alba, si mescola eccessivamente e frettolosamente con la promozione.
Una accelerazione importante verso il riconoscimento della Doc arriva nel 2016 quando si decide di ampliare la zona di produzione ad altri sei Comuni limitrofi, Vezza d’Alba, Castagnito, Canale, Priocca, Guarene e Magliano Alfieri.
Nel 2019 si arriva alla revisione e modifica del disciplinare della Barbera d’Alba inserendo la zona d’origine, Castellinaldo, e regole più restrittive con Barbera almeno all’85% ed un possibile saldo di Nebbiolo, il titolo alcometrico finale deve essere non inferiore ai 12,5 gradi e l’invecchiamento non sotto i 14 mesi, di cui almeno 6 in legno e tre in bottiglia.
La prima annata ufficiale è stata la 2021, con un decreto di approvazione che aveva consentito il recupero delle due annate precedenti ai viticoltori che avessero ottenuto vini conformi ai criteri previsti dal nuovo disciplinare.
La denominazione Castellinaldo Barbera d’Alba DOC ad oggi si estende su una superficie appena sotto i 20 ettari, divisi tra 22 Cantine, con una produzione di circa 150.000 bottigliea fronte di un potenziale che potrebbe raggiungere e superare il 1.000.000 di bottiglie. Ma, come ci ricorda Giancarlo Montaldo, la strada è ancora lunga e soprattutto serve la volontà condivisa di volerla percorrere.
Al termine della passeggiata tra i filari siamo poi tornati a Castellinaldo al ristorante Mongalletto per una degustazione alla cieca di diciotto campioni divisi in tre annate con tavoli composti da una decina di ospiti ciascuno.
2023
con le aziende: Ferrero Michele, F.lli Masucco, Az. Agr. Cravanzola, Az. Agr. Sottero Silvana, Stefanino Morra, Tonino Marchisio, Cascina Chicco, Az. Agr. Margherita.
2022
con le aziende: Cascina Torniero, Cascina del Pozzo, Cantina del Nebbiolo, Allerino Giovanni, La Granera, Cascina Goregn, Marchisio Family.
2021
con le aziende: Marsaglia, Baudevin
Dopo tutti gli assaggi,
pur avendo sensazioni piacevoli la mia impressione è stata quella di una “slegatura” eccessiva tra un campione ed un altro, una disomogeneità che ha caratterizzato buona parte dei diciotto vini.
A mio avviso sarebbero utili dei momenti di confronto, bicchieri alla mano, tra i produttori per delineare con maggior precisione anche il profilo gustativo della Barbera di Castellinaldo.
Non si tratta di ricercare una omologazione stilistica, ma piuttosto costruire una identità e riconoscibilità territoriale più nitida.
Ad onor del vero va detto che le prime quattro annate, dalla 2021 alla 2024, sono state piuttosto complicate, tra grandinate, pioggia eccessiva o climi estremamente secchi e caldi, mentre grandi aspettative le porta in dote l’annata 2025.
La Castellinaldo Barbera d’Alba DOC è una denominazione giovane che trova proprio nei giovani viticoltori il volto credibile del proprio futuro. L’entusiasmo, la voglia di confronto e la cura con la quale hanno organizzato insieme a Go Wine – rappresentato per l’occasione dal Presidente Massimo Corrado – rappresentano senza dubbio una importante segnale di consapevolezza e voglia di costruire, ribadite peraltro anche nelle parole del suo Presidente.
Riccardo Grasso – Presidente del Consorzio Vinaioli del Castellinaldo
“ Il Castellinaldo Barbera d’Alba è il frutto di un lavoro collettivo che negli anni ha saputo dare riconoscibilità a una precisa area produttiva del Roero. Vedere le cantine presenti insieme, a contatto diretto con il pubblico e con gli operatori, significa dare forza a questo percorso. La manifestazione rappresenta per noi non solo un momento promozionale, ma anche un’occasione per ribadire l’identità, la qualità e le prospettive di crescita del Castellinaldo”.
Davide Stroppa – Il viaggio di Orfeo
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28 Maggio, 2026
Vinaltum 2026 chiude in crescita: la terza edizione segna una svolta con il trasferimento a Castel Mareccio e supera i 1.000 visitatori
Si è conclusa con grande partecipazione la terza edizione di Vinaltum, la rassegna dedicata all’eccellenza enologica italiana e internazionale, che ha animato il 17 e 18 maggio gli spazi di Castel Mareccio a Bolzano. Un cambio di cornice significativo, che ha aperto l’evento alla città e ne ha amplificato la risonanza: oltre 1.000 visitatori hanno attraversato i portali del castello, segnando un incremento importante rispetto all’edizione precedente e confermando la traiettoria di crescita di una manifestazione che, a ogni appuntamento, rafforza il proprio posizionamento tra gli eventi di riferimento per l’eccellenza vitivinicola.
Tra i dati più significativi di questa edizione spicca l’incremento degli operatori professionali nella giornata di lunedì, che ha registrato un +30% rispetto all’anno precedente: un segnale che racconta di un evento sempre più capace di intercettare l’attenzione del trade e di costruire occasioni di incontro concrete tra produttori e filiera. Masterclass sold out, un programma tecnico di qualità e una selezione di aziende che ha mantenuto il profilo esclusivo che da sempre contraddistingue Vinaltum: questi gli ingredienti di un’edizione che ha saputo coniugare apertura e rigore.
Danilo D’Ambra, ideatore del progetto
Questa terza edizione segna per noi un vero punto di svolta. Il trasferimento a Castel Mareccio ha cambiato la percezione dell’evento: Bolzano lo ha vissuto come proprio, e questo ha generato una partecipazione diversa, più aperta e diffusa. Potremmo quasi considerarla la prima edizione nella sua forma compiuta: una rassegna che dialoga con la città, oltre che con i professionisti del vino.
Anche quest’anno il programma formativo ha rappresentato uno dei pilastri dell’evento, con masterclass tematiche sold out curate da sommelier, enologi e produttori. La selezione delle cantine ha confermato l’impostazione volutamente esclusiva di Vinaltum: un evento di nicchia, dove il numero contenuto di aziende partecipanti è una scelta precisa, non un limite, e dove la qualità degli incontri prevale sulla quantità delle etichette.
«Le masterclass hanno confermato il livello di attenzione e preparazione del pubblico che sceglie Vinaltum – dichiara Luciano Rappo, co-ideatore e responsabile dei contenuti tecnici –. La selezione delle aziende è stata ancora una volta il nostro strumento principale: poche cantine, scelte con cura, capaci di raccontare territori e identità con autenticità. È questa la formula che vogliamo preservare anche in futuro: un evento che vale per ciò che esclude, oltre che per ciò che include.»
Grande successo anche per il Big Bottle Party, l’appuntamento serale ormai entrato nel calendario fisso di Vinaltum: domenica 17 maggio, tra le mura di Castel Mareccio e in collaborazione con Chalet Franz Kraler e Club Moritzino, grandi formati e convivialità hanno dato vita a una serata in cui il vino si è fatto festa, racconto e condivisione. Un momento che ogni anno cresce in partecipazione e spirito, e che conferma come Vinaltum sia molto più di una rassegna degustativa.
Il successo di questa edizione è anche il risultato di una rete di collaborazioni che si consolida anno dopo anno. Vinaltum 2026 ha potuto contare sul patrocinio del Comune di Bolzano e sul prezioso supporto dell’Azienda di Soggiorno e Turismo di Bolzano, il cui contributo – nella promozione dell’evento e nell’accoglienza dei giornalisti ospiti con programmi di visita dedicati alla città – ha arricchito l’esperienza complessiva e rafforzato il legame tra Vinaltum e il territorio. A queste si affiancano i partner che hanno reso possibile la realizzazione dell’evento: Goldenstern Townhouse Bolzano e Castel Hörtenberg per l’ospitalità, Arco Spedizioni come Main Sponsor, Sophienwald con UNO Glassworks, Franz Kraler, Banca Alto Adige Südtirol, Cassa di Risparmio di Bolzano Sparkasse, con la collaborazione di FISAR. Collaborazioni che contiamo di rinnovare e rafforzare nella prossima edizione.
Castel Mareccio è già confermata come sede della prossima edizione. L’appuntamento con Vinaltum torna il 23 e 24 maggio 2027, con la stessa ambizione di sempre: essere il luogo in cui l’eccellenza enologica trova il contesto che merita
La Redazione
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28 Maggio, 2026
Il Pinot Grigio racconta il Collio. La masterclass di GAMBERO ROSSO.
IL COSA E IL DOVE
Lo scorso 4 Maggio nelle sale della GAMBERO ROSSO ACADEMY di Roma il CONSORZIO TUTELA VINI COLLIO ha organizzato una interessantissima masterclass dedicata al Pinot Grigio ma soprattutto al Collio in quanto marcatore delle caratteristiche sensoriali dei vini prodotti al suo interno e, nel caso del vitigno in oggetto, “valorizzatore” dell’idea comune che se ne ha.
IL COLLIO
Il Collio non è un territorio che si racconta con la geografia, ma con la tensione.
È una mezzaluna di colline incastrata tra pianura, montagne e Slovenia, dove il vino nasce sempre da una forma di contrasto: luce e ombra, Adriatico e Alpi Giulie, morbidezza e verticalità; una terra di confine in senso quasi ossessivo, politico, culturale, climatico.
E il bicchiere lo traduce fedelmente.
Qui la parola chiave non è “minerale” detta a caso, ma equilibrio dinamico.
La famosa ponca (che ormai tutti sapranno essere un’alternanza friabile di marne e arenarie eoceniche tecnicamente definite come flysch) non è folklore geologico ma motore del paesaggio gustativo: drenaggio rapido, vigoria controllata, maturazioni complete ma mai statiche.
Il risultato è una materia che può essere ricca senza diventare larga.
Il Collio è stato storicamente il laboratorio italiano del bianco ambizioso, non quello semplice da sete estiva, ma quello pensato come vino di struttura, profondità e longevità.
Qui il gesto tecnico non è mai stato un tabù: acciaio, legno grande, macerazioni, blend, soste sulle fecce, tutto è stato usato, discusso, estremizzato e poi raffinato.
Il paradosso è che un territorio percepito come “classico” ha in realtà un’anima profondamente sperimentale.
Il registro aromatico raramente urla, piuttosto stratifica: erbe fini, fiori bianchi, pesca non tropicale, agrume maturo, salinità quasi gessosa e una chiusura spesso amaricante che dà firma territoriale.
Il Collio migliore non cerca consenso immediato, cerca progressione.
Le varietà qui sembrano trovare un lessico comune.
Il Friulano parla di mandorla, tattilità e territorio, la Ribolla Gialla è acidità e tensione, quasi architettura liquida, il Sauvignon Blanc perde caricatura aromatica e guadagna precisione e…il Pinot Grigio, quando fatto seriamente, smette di essere categoria commerciale e torna vino.
Poi c’è la frattura identitaria che ha reso il Collio quello che è: la vicinanza con Brda, il confine mobile, la storia spezzata del dopoguerra.
Da una parte Italia dall’altra Slovenia, ma medesima matrice culturale e pedologica.
È difficile capire davvero il Collio se lo si pensa come Denominazione e non come ecosistema storico.
In sintesi: il Collio è uno dei pochi territori italiani in cui il vino bianco ha sviluppato una grammatica adulta.
Non vive di immediatezza, ma di profondità.
Non seduce, convince.
O, per dirla più brutalmente: se cerchi profumo trovi tante zone; se cerchi forma, il Collio entra nella conversazione.
IL PINOT GRIGIO
Il Pinot Grigio è probabilmente uno dei vitigni più fraintesi del panorama contemporaneo.
Ha pagato il successo con la banalizzazione: enorme riconoscibilità commerciale, scarsissima considerazione critica, è diventato categoria prima ancora di essere vino.
Ordinare “un Pinot Grigio” in molti contesti significa non chiedere un’identità, ma una funzione: freschezza, facilità, neutralità.
Ed è qui che inizia il problema.
In un mondo in cui non esiste più il “bianco” e il “nero”, in un mondo che ha scelto il “grigio” per accontentare tutti e non scontentare nessuno, il Pinot Grigio, quando preso sul serio, è quasi un ossimoro.
È un vitigno ambiguo, geneticamente una mutazione del Pinot Noir, e quell’origine se la porta dietro come memoria strutturale: buccia ramata, sensibilità agronomica, resa qualitativa non sempre generosa, capacità di accumulare materia più che semplice aromaticità.
Non è un vitigno da esibizione olfattiva, raramente conquista per impatto; non ha la verticalità acida di una Riesling, né la firma aromatica di un Sauvignon Blanc.
Il suo talento è altrove: tessitura, volume, tattilità.
Vinificazioni “industriali” che lo spogliano di tutto quanto lo rende interessante (raccolta precoce, pressature aggressive, fermentazioni pulite fino all’anonimato) restituiscono il Pinot Grigio che tutti conoscono e pochi ricordano.
Un liquido corretto, funzionale, intercambiabile.
Ma il Pinot Grigio di territorio cambia linguaggio.
In aree come il Collio acquisisce densità senza perdere misura.
La componente fenolica diventa risorsa: lieve grip, finale amaricante, profondità gustativa che lo rende più gastronomico di quanto il mercato abbia lasciato intendere.
Anche il colore racconta molto.
Quelle bucce grigio-rosate permettono interpretazioni che vanno dal bianco cristallino al ramato.
E proprio il ramato, storicamente tutt’altro che eccentrico, restituisce al vitigno una parte della sua identità originaria: più materia, più struttura, meno ossessione per la trasparenza tecnica.
Il Pinot Grigio non è un vino da colpo di fulmine.
È un vino di sottrazione, chiede attenzione a chi beve e rigore a chi produce.
Non perdona scorciatoie ma, nelle versioni migliori, offre una forma di eleganza poco spettacolare e quindi più difficile da raccontare.
Il suo pregio non è stupire ma stare in equilibrio in una zona sottile tra discrezione e carattere.
In un’epoca che premia vini che gridano, il Pinot Grigio migliore resta quasi controculturale: parla piano, ma ha qualcosa da dire.
LA MASTERCLASS
Condotta da Giuseppe Carrus (curatore della Guida VINI D’ITALIA di GAMBERO ROSSO) e Luca Raccaro (Presidente del CONSORZIO TUTELA VINI COLLIO), ha proposto un viaggio in diciannove tappe.
Diciannove etichette prodotte da altrettante Aziende, una sorta di collage del Territorio che ha consentito di mettere in risalto le caratteristiche peculiari delle sue diverse zone in relazione a esposizione, quota e stile del Produttore.
Diciannove etichette che hanno evidenziato come alle annate più giovani spetti il compito di comunicare gli aspetti primari e varietali del vitigno mentre col trascorrere del tempo sia il Territorio ad alzare la testa.
Diciannove etichette che provo a raccontarVi in rigoroso ordine di assaggio.
– COLLIO DOC PINOT GRIGIO 2025, HUMAR: un olfatto delicato che si presenta con una inattesa speziatura per proporre poi calde delicatezze di fiori di campo e fieno, dolcezze di mela Fuji e sprazzi agrumati su uno sfondo moderatamente salino.
La sapidità si apprezza invece in bocca e, spalleggiata dai rimandi di agrume, fa da stampella a una acidità che sembra stentare a tenere il passo del volume glicerico e contribuisce a allungare il finale.
86++ Punti.
– COLLIO DOC PINOT GRIGIO 2025, RUSSIZ SUPERIORE: olfatto segnato da note di gesso bagnato e da un’idea di sale marino che contrasta con le note dolci e vezzose del tiglio.
E poi una lunga scia verde di anice e menta e un ché di muschio e precedere il corteo della frutta: melone, mela, agrume…
Giovane e teso propone un sorso di grande freschezza e animo salino ammorbidito dalla carezza del legno e con un lungo finale green punteggiato di intarsi ammandorlati.
87 Punti.
– COLLIO DOC PINOT GRIGIO 2024, MARCO SCOLARIS: mela Golden e intrecci tropicali si alternano ad agrumi e acacia mentre un bel corredo di erbe aromatiche adorna l’animo elegantemente minerale e salmastro di un vino che invita al sorso.
E in bocca è gustoso, delicato ma presente, con una freschezza fruttata che poggia su solide basi sapido-minerali e una chiusura vispa firmata dall’anice.
87– Punti.
– COLLIO DOC PINOT GRIGIO “BRAIDE GRANDE” 2024, LIVON: la vaniglia (quella del baccello) è subito padrona del calice ma pian piano cede il passo al più delicato tiglio.
Dolcezze che trovano alleati anche in una frutta bianca che è una macedonia di pera Williams e mela Golden e che fanno a sportellate con una mineralità profonda e importante.
Il sorso è coerente, sostanzioso e dinamico, morbido in ingresso e sostenuto da una freschezza calibrata che accompagna la progressione gustativa e da una sapidità che trova in una sottile peposità un valido alleato per non perdere il passo mentre nel finale si affaccia un alito mentolato che sa del respiro del Collio.
87+ Punti.
– COLLIO DOC PINOT GRIGIO 2024, FRUSCALZO: c’è una categoria di Pinot Grigio che si limita a esistere e una, molto più rara, che prova ancora a raccontare un luogo.
Quello di FRUSCALZO appartiene con decisione al secondo gruppo: niente costruzioni aromatiche compiacenti, niente profili standardizzati da bianco “internazionale”, ma una lettura del Collio che conserva misura e identità.
Il naso non cerca volume, ma definizione.
Prima la frutta, pesca, pera matura, mela golden, poi scorza d’agrumi, fiori bianchi e una sfumatura appena mielata che allarga il profilo senza trascinarlo verso morbidezze eccessive.
Sullo sfondo emerge una nota minerale discreta, quasi gessosa, che restituisce tensione e profondità.
L’assaggio conferma l’impressione iniziale: ingresso pieno ma non ridondante, materia ben calibrata, acidità che accompagna senza irrigidire.
Il frutto è maturo, leggibile, sostenuto da una trama lineare e da una lieve sapidità che rende il sorso progressivo.
Interessante la chiusura, con una sottile impronta fenolica e un finale pulito, leggermente agrumato.
È un Pinot Grigio che rinuncia volentieri all’effetto facile per lavorare sulla precisione.
Non seduce con immediatezza caricaturale, ma costruisce il proprio equilibrio su dettagli, misura e continuità di beva.
Più che un esercizio di stile, una bottiglia che sembra ricordare come il Pinot Grigio, quando non viene trattato da semplice commodity, possa avere qualcosa da raccontare.
86++ Punti.
– COLLIO DOC PINOT GRIGIO 2024, PIGHIN: profilo olfattivo che solletica con aromi di scorza di pompelmo, pera, mela, un vabbè di banana e ananas che salvia, anice e sambuco nascondono con uno sbuffo e molta sapienza su uno sfondo minerale e iodato.
Sorso che se la mole alcolica rende necessariamente morbido e ciccione, rimane comunque agile e articolato grazie a una componente fresco sapida muscolare e tonica.
87 Punti con forse un +.
– COLLIO DOC PINOT GRIGIO 2024, ZORZON: al naso tanta frutta: la mela matura, la pera appena più croccante, un forse di ciliegia, gli agrumi a rinfrescare e una granola pietrosa a porre fine alle smancerie.
In bocca mostra una buona cremosità ma meno sostanza rispetto a quanto l’esame olfattivo avrebbe fatto supporre.
La buona coerenza con i descrittori percepiti al naso regala un assaggio stratificato, con la dolcezza della frutta a dettare il ritmo e le parti dure a prendere pian piano in mano la situazione regalando un assaggio interessante ma di stampo forse un po’ troppo internazionale.
85- Punti.
– COLLIO DOC PINOT GRIGIO 2024, RONCO BLANCHIS: dalla parte più a Sud del Collio un Pinot Grigio dall’olfatto inizialmente scontroso come si conviene a un Friulano.
Ma gli basta poco per sciogliersi e allora eccolo, potente, materico.
Frutta matura, una pera Kaiser ad aprire, poi la scorza di mandarino poi l’albicocca e quelle note vegetali che si nascondevano dietro un dito.
Il gelsomino, la menta, una nota fumé che strizza l’occhio a un forse di pietra focaia.
In bocca ha corpo e muscolatura, lo scatto di un velocista, l’agilità di un ginnasta, la forza di chi alza il bilanciere…
Iniziale dolcezza, sapidità che tenta la fuga con la complicità dei tannini, freschezza che lascia andare perché già sa che il futuro sarà suo.
Forse appena corto ma…notevole.
87++ Punti.
– COLLIO DOC PINOT GRIGIO 2024, BORGO SAVAIAN: un incipit arrembante fatto di tattilità di salvia (cicciotta, con le foglie ricoperte di vellutata peluria) e contorni di mentuccia romana seguito da rimandi di melagrana e geranio su uno sfondo di pietra appena bagnata.
In bocca si muove agile sfruttando il gioco di gambe fresco-sapido per tenere a bada una glicericità non arrembante ma presente quanto serve a rendere avvolgente il sorso.
Nell’allungo non proprio da campione mostra tutta la sua giovinezza ma aspettatelo, il ragazzo si farà.
88 Punti.
– COLLIO DOC PINOT GRIGIO 2024, SKOK: regala al naso note di nocciola e gesso bagnato, fieno e frutta bianca, calore e semplicità ravvivati da arancia candita e albicocca matura, da ricami speziati di zenzero e da freschezze di rosmarino.
Il sorso conferma, lascia che emerga un floreale di rosa, stuzzica con leggiadri tannini e sottolinea soprattutto le note vegetali e le spezie calcando la mano su una sapidità che a Jasbana è firma del Territorio.
87+ Punti.
– COLLIO DOC PINOT GRIGIO “JESERA” 2023, VENICA & VENICA: la mandorla amara è la prima ad alzare la mano per farsi vedere e l’acacia, che provava a dire la sua si ritrova così in un angolino a tenere compagni a una frutta leggera che scomoda anche un’idea di fragola.
In bocca la mineralità impone la propria mole mentre il sottile tannino batte il tempo e sollecita la beva di un vino che spinge sulle durezze ma fa leva sulla materia per evitare che queste siano di ostacolo al sorso.
87++ Punti.
– COLLIO DOC PINOT GRIGIO 2023, FERRUCCIO SGUBIN: qui la menta sembra essere fin troppo esuberante nella sua slanciata delicatezza e, insieme col sambuco, introduce un corteo fruttato di pera, mela Golden e frutto della passione in marcia sulla guida rossa di agrumi e sale.
In bocca la frutta è accompagnata da sensazioni di mandorla e miele e il finale è un sostanziale pareggio tra la spiccata acidità e la salinità quasi piccante.
Un Pinot Grigio giovane ma già assennato.
87++ Punti.
– COLLIO DOC PINOT GRIGIO 2022, COLMELLO DI GROTTA: tra gelsomini e zest di limone si fanno strada kiwi e pesca gialla macerata con un appena di caramello a fare a cazzotti con una sensazione marina e quasi acciugosa e quell’atmosfera fumé che fa tanto misteriosa eleganza.
In bocca è succoso, glicerico, forse addirittura grasso; decisamente sapido mostra un ottimo equilibrio e una acidità perfettamente integrata con la polpa mentre, nel finale, vive del contrasto tra le sottili amaritudini vegetali e i dolci rimandi olfattivi.
87++ Punti.
– COLLIO DOC PINOT GRIGIO “NOT SVN” 2021 RISERVA, PARASCHOS: riassaggiarlo a un anno di distanza mi consente di confermare che questo Pinot Grigio gioca un campionato a parte.
D’altra parte, quel nome…“NOT”, una negazione asciutta, che sa di definitivo, non questo né quello.
Il naso sembra abitare uno spazio tutto suo, non tanto geograficamente (forse al limite ma il Collio è lì, con le sue colline morbide e la ponca che si sgretola tra le dita) quanto emotivamente, uno spazio fatto di tempi lenti e regole fatte per essere infrante.
Non dà certezze, suggerisce.
La scorza d’arancia, l’albicocca lasciata seccare al sole, il miele di castagno, le erbe amare, il mistero del tè, la certezza del tabacco, della resina, il sospiro di un vecchio libro impolverato, l’imprevedibilità aromatica tipica di certi vini artigianali ben riusciti: non caos ma libertà controllata.
In bocca è materia pura, presenza tattile, energia in movimento.
Sempre leggibilissimo, mai caricaturale, mostra il frutto maturo, la presa tannica, la sensazione ematica, un alcol freddo, immaturo, vegetale, una sapidità che sembra provenire dall’anima stessa di quel mare che ora è polvere e roccia e un finale che…è come ritrovarsi in una storia già iniziata senza che nessuno si sia preso la briga di spiegarVi da dove partire e che…arriverà…forse.
Un vino in cui la macerazione non è estetica né dichiarazione ideologica ma linguaggio.
Non la reinterpretazione del Pinot Grigio ma, forse, il suo manifesto.
Un vino che non è fatto per rassicurare ma per porre domande.
Un vino per chi sa di non sapere.
Coerentemente non 90 Punti, ma quasi.
– COLLIO DOC PINOT GRIGIO “DAR” 2021, MATIJAŽ TERČIČ: dal versante S della stessa collina del precedente un Pinot Grigio diverso, elegante, complesso, per certi versi quasi didattico.
Ci va giù duro con le balsamicità vegetali sottolineando salvia e nepitella ma poi è un profluvio di frutta estiva matura: pera Williams, mela renetta, i cedri maturi a prendere per mano la salinità minerale e piccante, una sgranocchiata di frutta secca…
In bocca è dinamismo puro, uno scalpitio di freschezza e sapidità sapientemente domato da un alcol che qui è di nuovo calore e pienezza.
Coerente in maniera esemplare con l’olfatto si congeda con reticenza lasciandoVi un elegante ricordo di mandorla dolce e il rimpianto di averne acquistato solo una bottiglia.
90 Punti?
Forse si.
– COLLIO DOC PINOT GRIGIO “SKIN” 2019, PRIMOSIC: di due anni più grande ma figlio di un’annata molto simile propone un olfatto decisamente più centrato sulla frutta (anche macerata).
In una atmosfera decisamente salmastra mela e tropici (un po’ troppo presenti) danno la mano a dolcezze d’acacia e caramello bruciato prima, di traghettare l’olfatto verso le durezze grippanti di noce ed erbe amare.
Sullo sfondo zenzero candito, zafferano e fieno attendono che Vi decidiate ad avvicinare il calice alla bocca e…
E allora ecco che calore e struttura salgono in cattedra bacchettando la mineralità del mare sepolto e le astringenze limonose che alzano la voce.
Lungo e ripropositivo il finale che scandisce con coerenza dolcezze e ammandorlati ricordi intrisi di sale.
88++ Punti.
– COLLIO DOC PINOT GRIGIO 2018, RENATO KEBER: un Pinot Grigio di poche parole, friulano dentro.
Mentre avvicini il calice al naso sembra ti guardi e non dica.
Schivo più che timido, pera e mela accennate, un forse di tiglio e ginestra, le erbe aromatiche più sfacciate, l’eucalipto appena maleducato…
Minerale che sembra gesso liquido o forse mare pietrificato.
Uno sfrucuglio di pepe bianco e poi il sorso.
Materico in primis, e poi vivo, scattante, mai seduto, fiero della propria muscolatura fresco sapida gestisce la sostanza con piglio e compostezza.
Ha in sé l’anima di Zegla e tutta la fatica delle vecchie viti da cui viene prodotto e dell’uomo che si chiede perché ci debba essere un di qua e un di là.
Un vino per chi se lo merita.
88+ Punti.
– COLLIO DOC PINOT GRIGIO 2016, TENUTA BORGO CONVENTI: al naso propone subito fresche brezze di fiori ed erbe di campo per poi allargare il proprio orizzonte includendo materiche dolcezze fruttate di mela golden e susina gialla, un appena di lime e intarsi di spezie orientali e zafferano.
La sottesa mineralità introduce e il sorso e accompagna la freschezza rendendolo agile nonostante i pensieri suscitati dalle profondità di cera d’api che contrastano sfalci d’erba appena essiccati.
Un vino incurante del tempo.
90 Punti (con un -).
– COLLIO DOC PINOT GRIGIO 2015, MUZIC: con un colore che ricorda i pomeriggi lenti di Ottobre propone un naso che procede per sottrazione. Prima il silenzio, poi dettagli.
Pera Williams matura, mela gialla, scorza di cedro, fiori essiccati.
La pazienza…la pazienza lo rende interessante facendoVi riconoscere miele d’acacia, camomilla, erbe fini, la sensazione tattile della ponca appena “roncata”, l’idea del fumo… che sa di cantina fresca e pietra bagnata.
In bocca l’ingresso morbido che firma la generosità dell’annata viene presto dribblato da una vena salina netta, progressiva, priva di cedimenti che Vi accompagna verso una chiusura lunga e adulta, fatta di ritorni di mandorla fresca, agrume candito, lieve speziatura e una mineralità calcarea che resta sul palato come un pensiero rimasto aperto.
Magari non sarà un vino “simpatico” ma dimostra come un vino possa smettere di essere categoria commerciale e tornare a essere linguaggio del luogo.
Da bere senza fretta, magari quando fuori fa abbastanza freddo da giustificare una seconda bottiglia e una discussione che nessuno ha davvero voglia di chiudere.
90 Punti.
E QUINDI?
E quindi GRAZIE a tutti!
GRAZIE a GAMBERO ROSSO e CONSORZIO TUTELA VINI COLLIO per aver organizzato una serata di grande interesse, particolarmente istruttiva e ricca di spunti di approfondimento.
GRAZIE a tutti i Produttori presenti per essersi prestati in prima persona a fare da portavoce al racconto della propria terra.
E infine GRAZIE a Voi che avete avuto la pazienza di leggermi fino a questo punto.
Roberto Alloi – VINODENTRO
Su Instagram @eno_evo
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27 Maggio, 2026
Vini d'Abbazia a Fossanova. Dal 12 al 14 giugno la quinta edizione
Tre giorni di masterclass, degustazioni e incontri dedicati al vino, alla cultura e ai territori animeranno l’Abbazia di Fossanova con alcune delle voci più autorevoli del panorama enologico, tra cui Riccardo Cotarella, Roberto Cipresso e Vincenzo Mercurio. Tra gli appuntamenti più attesi la masterclass dedicata ai vini del Monastero di Cremisan, in Palestina a pochi chilometri da Gerusalemme, dove la viticoltura diventa strumento di dialogo e cooperazione tra culture e religioni diverse.
Dopo il successo dell’edizione 2025 con oltre 4.000 visitatori, Vini d’Abbazia torna dal 12 al 14 giugno 2026 nell’Abbazia di Fossanova, per la sua quinta edizione. Un evento di Regione Lazio, Arsial, Camera di Commercio Frosinone Latina e Azienda Speciale Informare. Per tre giorni il complesso monastico, tra i più significativi esempi di architettura gotico-cistercense in Italia, edificato tra il XII e il XIII secolo sui resti di un antico monastero benedettino, ospiterà oltre 30 cantine di abbazie italiane e internazionali, nonché di produttori laici legati a luoghi monastici e consorzi, in un percorso che intreccia spiritualità, cultura e vino. I banchi d’assaggio animeranno il Chiostro medievale insieme al Villaggio Food & Wine dedicato alle eccellenze enogastronomiche del territorio, mentre il Refettorio dell’Abbazia accoglierà masterclass e degustazioni guidate da alcune delle più autorevoli voci del panorama enologico. L’Infermeria del Borgo di Fossanova sarà invece il cuore dei seminari dedicati a vitigni autoctoni, enoturismo e ricerca scientifica sui benefici dell’olio extra-vergine di oliva.
VINI D’ABBAZIA: UN FORMAT CHE CRESCE E SI CONSOLIDA
Nata per valorizzare il patrimonio vitivinicolo custodito nei secoli da abbazie e comunità monastiche, Vini d’Abbazia si è affermato negli anni come uno dei format più originali del panorama enogastronomico italiano, ampliando progressivamente il proprio raggio d’azione attraverso eventi, convegni e nuove collaborazioni territoriali. Dopo il convegno “La cultura del vino e l’identità dei territori: l’opera delle abbazie”, ospitato nel 2025 dalla Fondazione Vittorio e Mariella Moretti presso il Convento della Santissima Annunciata in Franciacorta, e l’anteprima di Vini d’Abbazia andata in scena il 2 e 3 maggio 2026 in Calabria, presso l’Abbazia Cistercense di Santa Maria della Matina a San Marco Argentano (CS), il progetto torna ora nel Borgo di Fossanova con l’edizione nazionale, confermando il ruolo centrale dell’evento laziale all’interno di un percorso sempre più strutturato e riconoscibile.
Protagoniste dell’evento saranno alcune tra le più importanti realtà vitivinicole legate a monasteri e abbazie italiane e internazionali, affiancate da produttori laici, consorzi e territori accomunati da una forte identità culturale e agricola. L’edizione 2026 conferma inoltre la volontà della manifestazione di ampliare il dialogo tra vino, ricerca, turismo e sostenibilità, rafforzando il ruolo di Vini d’Abbazia come piattaforma di confronto sui temi che stanno ridefinendo il panorama enologico contemporaneo.
Il PROGRAMMA: VENERDÌ 12 GIUGNO
Ad aprire il programma, venerdì 12 giugno alle 15:00 nell’Infermeria del Borgo di Fossanova, sarà il seminario formativo dal titolo “Il valore dell’autoctono: tra qualità e territorio”, organizzato in collaborazione con ARSIAL e rivolto ai produttori del Lazio sul valore dei vitigni autoctoni, con un focus dedicato al marketing e all’enoturismo. Tra gli interventi in programma Enrico Chiavacci, responsabile marketing Marchesi Antinori, Violante Cinelli Colombini, Presidente Nazionale del Movimento Turismo del Vino, il winemaker e scrittore internazionale Roberto Cipresso, Giovanni Acampora, Presidente Camera di Commercio Frosinone Latina e Assonautica Italiana, Massimiliano Raffa, Presidente ARSIAL, e Giancarlo Righini, Assessore all’Agricoltura e al Bilancio della Regione Lazio.
Alle 16:30 l’apertura dei banchi d’assaggio all’interno del Chiostro e del villaggio Food & Wine situato in via dell’Abbazia, che saranno aperti anche sabato e domenica fino alle 24:00.
Inaugurazione ufficiale alla presenza delle istituzioni e benedizione dell’evento a cura di Padre Andrea David alle 18:00.
Alle 18:30, nel Refettorio del Chiostro, Riccardo Cottarella – Presidente di Assoenologi e figura di riferimento mondiale del settore – guiderà la masterclass “Il vino della pace del Monastero di Cremisan: un dialogo tra le tre religioni in Terra Santa”. Al centro dell’incontro i vini della cantina Cremisan, fondata nel 1891 a Betlemme, nella frontiera tra
Palestina e Israele, dove il lavoro nei vigneti coinvolge comunità cristiane, musulmane ed ebraiche in un’esperienza di cooperazione, formazione e convivenza. Coordinerà la masterclass Marcello Masi, giornalista e conduttore televisivo.
Alle 20:00, sarà uno degli enologi italiani più conosciuti a livello internazionale, Roberto Cipresso, a guidare la masterclass “I Grandi Rossi”, un viaggio sensoriale e spirituale tra le diverse espressioni dei vini rossi provenienti da abbazie e territori di grande vocazione vitivinicola.
SABATO 13 GIUGNO
Alle 18:00, presso l’Infermeria del Borgo, la Camera di Commercio Frosinone Latina presenterà lo studio dell’Università La Sapienza di Roma dedicato alle proprietà benefiche dell’olio evo, rafforzando il dialogo tra ricerca scientifica e produzioni agroalimentari di qualità. Interverranno Giovanni Acampora, Presidente Camera di Commercio Frosinone Latina e Assonautica Italiana, Alessandro Rossi, professore di Biologia Cellulare presso l’Università La Sapienza di Roma ed Eugenio Lendaro, professore di Chimica e Propedeutica Biochimica presso l’Università La Sapienza di Roma.
Alle 18:30 sarà protagonista Vincenzo Mercurio, miglior enologo italiano 2025 secondo Vinoway Selection, con la masterclass “Il vino dei monasteri”. Un percorso tra alcune delle più prestigiose realtà monastiche italiane, tra cui Abbazia di Novacella, Abbazia di Praglia, Monastero di Monte Oliveto Maggiore e Monastero delle Suore Trappiste di Vitorchiano, accompagnato da una riflessione sul valore culturale e territoriale dei vini di abbazia.
Chiuderà il programma della giornata, alle 20:00, la “Masterclass emozionale” promossa e curata da Francesca Venturi e Giuseppe Ferroni dell’Università di Pisa, dedicata all’approccio multisensoriale alla degustazione e al rapporto tra percezione, emozione e vino.
DOMENICA 14 GIUGNO
A chiudere la quinta edizione, domenica 14 giugno alle 19:00 sempre nel Refettorio del Chiostro, sarà la masterclass “Tra Bianchi e Perlage: alla scoperta della luce”. A guidare questo itinerario tra grandi bianchi, perlage d’eccellenza e vitigni rari, dalle vigne segrete nei chiostri di Venezia ai riflessi dorati dello Chablis, sarà Chiara Giovoni, Ambassador du Champagne e Champagne Editor per Spirito di Vino.
ISTITUZIONI E PARTNER DELLA MANIFESTAZIONE
Frutto della sinergia tra istituzioni, aziende e consorzi, avviata da Regione Lazio e Camera di Commercio Frosinone Latina, attraverso Arsial e Informare, l’iniziativa punta a promuovere il territorio, rafforzando l’identità del Lazio come destinazione enoturistica di eccellenza. Ideato dal giornalista Rocco Tolfa, l’evento è organizzato dalla Strada del Vino della provincia di Latina, dalla cooperativa Taste Roots e dall’Associazione Polygonal. La manifestazione si svolge in collaborazione con Regione Lazio, Arsial, Camera di Commercio Frosinone Latina, Azienda Speciale Informare, Ministero della Cultura – Direzione Regionale Musei Nazionali Lazio – Abbazia di Fossanova, Priverno (LT) e con la partnership del Comune di Priverno. Sono partner tecnici dell’evento anche Slow Food Lazio, l’Associazione Italiana Sommelier, Oltre Roma Wine Tour, Acqua Filette, Vivaio Aumenta e Federcampeggio. Main sponsor Banca di Credito Cooperativo di Roma. Media partner ufficiali della manifestazione saranno Rai Radio 2 e la rivista Camp.
Tutte le masterclass prevedono posti limitati e sono acquistabili online, così come i biglietti per le singole giornate dell’evento, al link www.vinidabbazia.com. Per la stampa è attiva la procedura di accredito al link vinidabbazia.com/registrazione-giornalisti.
La Redazione
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27 Maggio, 2026
Marco Capra. Il ragazzo che non voleva studiare
Marco Capra non è mai stato il ragazzo che gli insegnanti avrebbero indicato come esempio. La scuola gli stava stretta, mentre la curiosità lo portava altrove. Il vino è arrivato molto prima delle certezze e si è trasformato nel luogo in cui carattere, esperienza e visione hanno trovato una direzione comune. La sua è la storia di chi ha imparato facendo, costruendo passo dopo passo un percorso personale e autentico.
Ogni tanto ci si imbatte in un tipo di ribellione che non fa rumore. Non sfascia niente, non urla, non brucia, non distrugge. Si manifesta in un modo molto più sottile e, alla fine, molto più efficace: semplicemente non rientra nei ranghi. Non fa quello che ci si aspetta. Prende un’altra strada, spesso senza nemmeno sapere dove porta. E poi, anni dopo, si scopre che quella era l’unica strada possibile.
Ho pensato proprio a questo mentre Marco Capra mi parlava in una chiacchierata come se fossimo due vecchi amici al bar. Che poi è esattamente l’idea con cui mi avvicino a queste conversazioni. Il bar come luogo della verità, dove le persone abbassano la guardia. Marco mi ha raccontato la sua storia con quella tranquilla disinvoltura di chi ha smesso da un pezzo di doversi giustificare. Il suo sguardo dolce, ill sorriso che si nota nonostante una barba lunga ma davvero lunga.
È un uomo che ha trovato il suo posto a Santo Stefano Belbo, nel cuore del Piemonte, tra le colline di Langa, Roero e Monferrato che l’UNESCO ha riconosciuto patrimonio dell’umanità nel 2014. Non che lui ne abbia bisogno di attestati. Le sue vigne parlano da sole.
Ho fatto dannare un po’ di gente, diciamo così.
Ride. Con quella risata breve di chi non si prende troppo sul serio ma sa benissimo di cosa sta parlando.
Scuola media, qualche lavoretto in paese. A sedici anni ero già in campagna. Studiare, beh, studiare non era esattamente la mia priorità.
Non è tipo da confessarsi e in fatti non è una confessione. È una constatazione. Quella di un uomo che a quarantacinque anni si trova alle spalle quasi trenta vendemmie, 18 ettari di vigne, ottantacinquemila bottiglie l’anno distribuite in nove etichette. Oltre alla consapevolezza serena di aver preso la decisione giusta anche quando non sembrava affatto tale.
Eppure, quando l’ho conosciuto ad evento di presentazione delle bollicine dell’Alta Langa a Roma, era impossibile non notarlo proprio per la simpatia che ispirava. Sarà forse per quella insolita barba. Sarà perché non stava mai fermo e non faceva che parlare. Sarà perché anche aveva sul tavolo una etichetta che mi colpì particolarmente colpito. Era disegnata come se fosse stato un soggetto da destinare ad una bambina. Poi il nome: Seitremenda.
Nel 2010 è nata mia figlia Elisabetta. Quale modo migliore di festeggiare se non dedicarle una bottiglia? Stavo già pensando a un Metodo Classico, un’Alta Langa. Ed è diventata lei.
Seitremenda Alta Langa DOCG, Metodo Classico
Chardonnay e Pinot Nero con 36 mesi di affinamento
Può capitare che nel momento di aprire una bottiglia di Metodo Classico, quell’attimo silenzioso che precede l’apertura del tappo (che non deve essere lo stappo rumoroso), sembra valere già tutto. È un’anticipazione. Una promessa. Spesso funziona, spesso non funziona. Con il Seitremenda quella promessa porta con sé tutto il peso leggero di un gesto d’amore che è diventato etichetta.
Le bollicine sono fini, persistenti, come pensieri che non si esauriscono. Il naso è di una pulizia che non è freddezza ma precisione: crosta di pane, fiori bianchi appena appassiti, un agrume che non punge ma accompagna, mela. In bocca la freschezza è protagonista ma non tiranna. C’è struttura sotto, una spina dorsale che sostiene senza irrigidire e un finale che si allunga con la grazia rara di chi non ha bisogno di fare rumore per farsi ricordare. Un’esplosione di carattere, una sorpresa, un gusto fresco, sapido, con l’eleganza che quando sembra verticale, arriva la rotondità. Un po’ come una figlia che incanta dopo una marachella.
Sei Tremenda conquista senza riserve.
Due anni dopo è arrivato Riccardo.
Ci sono produttori che dedicano vini a grandi annate, a personaggi storici, a luoghi mitici della viticoltura. Marco Capra ha dedicato due suoi vini, non so dire se i più importanti ma senz’altro i più sentiti, ai suoi figli. Il vino come atto d’amore, prima ancora che come prodotto. Una meraviglia senza confini.
Riccardo è più emotivo. Più riflessivo. Prende più tempo per arrivare alle cose, ma quando ci arriva, ci arriva bene. Un po’ come quel vino.
E poi ride ancora, quella risata breve.
Adesso hanno quindici anni e le etichette non gli piacciono più come quando erano piccoli. Ma magari un giorno sceglieranno loro.
È così che anche Riccardo ha avuto il suo vino. Un Nebbiolo d’Alba, longevo, riflessivo.
Testanvisca. Nebbiolo d’Alba DOC
Il Nebbiolo è un vitigno che non perdona la fretta. Lo sai già mentre lo versi, da quel rosso granato che ha già dentro di sé qualcosa di antico, qualcosa che ha aspettato. Il Testanvisca, che vuol dire testa accesa ovvero bimbo sveglio, al naso è un vino che parla sottovoce ma con autorità: rosa secca, terra bagnata dopo la pioggia, una spezia che non si impone e permea. In bocca i tannini sono presenti, vivi, eppure non aggressivi. Il tempo e la quota hanno fatto il loro lavoro, ammorbidendo gli spigoli senza cancellarne il carattere. La frutta è scura, concentrata, e lascia il posto a un finale balsamico, quasi silenzioso, che resta lì anche dopo che il bicchiere è vuoto.
Ci hanno insegnato come i vini debbano raccontare il territorio. Poi spesso si scopre come più spesso raccontino di una persona. Nel caso di Testansisca, Marco Capra, fa entrambe le cose. Insieme. E lo fa senza sforzo apparente, che è il segno delle cose vere.
Il mondo del vino, sotto certi aspetti, ti dà un privilegio strano.
Ci pensi tutto il giorno, ne parli, lo maneggi, lo vivi. Mentre gli altri mangiano e bevono per necessità, tu hai trasformato quel gesto in un universo. Marco ha l’entusiasmo genuino di chi fa un lavoro per passione. Cosa questa che consente di avere ancora questa adrenalina dopo quasi trent’anni.
È la mia passione. Che è anche il mio lavoro. Non sono tutte rose, ci sono aspetti che non funzionano, momenti duri. Ma in questo mondo sei un po’ drogato, nel senso che non ti trovi bene fuori di esso.
Il guaio più grosso è proprio questo. Non riesci a staccartene. Non vuoi farlo. Scorre dentro arrivando dal profondo. La fatica delle giornate lunghe che iniziano la mattina presto. Le maledizioni per una annata non proprio andata bene. La fatica. Il sudore. L’attesa. Eppure non riesci a farne a meno. Non una droga. Semmai proprio l’adrenalina che sgorga e qualora si fermasse renderebbe tutto nullo.
Quello che mi ha colpito di Marco è che in nessun momento della nostra conversazione ho avvertito la nostalgia di chi dice che avrebbe potuto fare altro. C’è stata solo la lucidità di chi sa di aver trovato il proprio solco.
Solco. ἦθος ἀνθρώπῳ δαίμων. Il carattere è il destino dell’uomo
Eraclito intendeva che l’indole, i comportamenti e la personalità di un uomo ne determinano il corso della vita e la vera realizzazione. Il solco non è solo quello che l’uomo scava nella terra ma è anche l’impronta che vuole imprimere alla propria vita. Non importa se lascerà o meno la traccia del proprio passaggio. Ciò che importa è che la propria vita abbia un destino segnato non dal fato ma dal proprio essere.
Sua nonna aveva due ettari di collina sparsa. Suo padre lavorava nei trasporti. Marco è stato una sorta di ponte tra i nonni e un futuro che i genitori non avevano ancora immaginato. A quattordici, quindici anni, con quella libertà un po’ spericolata di chi viene lasciato fare perché è l’unico modo per coinvolgerlo davvero.
Mi hanno tenuto nel giardino ma lasciandomi tanta possibilità di decidere. Anche di sbagliare. Sulla carta era sbagliato. Ma era forse l’unico modo.
È una pedagogia che riconosco. Quella che non protegge ma accompagna. Che rinuncia al controllo per guadagnare la fiducia. Difficile da praticare per un genitore, straordinariamente efficace nei risultati.
Poi c’è una cosa che Marco mi ha detto che ho continuato a rimuginare anche dopo.
Parlava dei cambiamenti nel vino, dell’evoluzione dei suoi prodotti, di come a un certo punto, era il 2008, con l’arrivo di una giovane e brava enologa, abbiano deciso di rivedere la filosofia produttiva. Non stravolgere, attenzione. Marco ha usato un’immagine bellissima.
È come la camicia bianca. La camicia bianca rimane sempre bianca. Cambia il colletto, i bottoni, la cucitura. Ma è sempre una camicia bianca. Non abbiamo cambiato tutto. Abbiamo solo smesso di portare la camicia degli anni Ottanta.
Mi ha fatto ridere. E pensare. Perché è esattamente la tensione che vive il vino italiano in questo momento. Non il problema di cosa produrre, ma di come raccontarsi. Come stare nel proprio tempo senza tradire la propria identità. Come essere contemporanei senza inseguire mode.
In questo il Piemonte sta lavorando bene, negli ultimi anni. I risultati ci sono. Ma la strada è ancora lunga. Marco lo sa.
Il problema è che per anni il vino è stato venduto come una birra.
Detto da un produttore, con quella chiarezza diretta che non lascia spazio a diplomatismi evidenzia ancor di più il carattere di Marco. Tanta verità senza peli sulla lingua. La forza e la voglia di dichiarare ciò che si pensa. Non per denigrare qualcuno. Semmai per distinguersi e raccontarsi.
Si vendeva a tanto al chilo. C’era un mercato che lo consentiva. E nessuno si è preoccupato di costruire una narrazione, di dire cosa c’è dietro a una bottiglia. Cultura, storie, persone. Quando poi qualcuno ha detto che il vino può fare male, che bisogna stare attenti, non c’era nessun substrato narrativo a reggere il colpo. E tutto è crollato più facilmente.
Due altri vini
Ci sono altri due vini che per chi vive a Santo Stefano Belbo non possono mancare. Uno è di un vitigno riscoperto, l’altro è di ciò che è la tradizione di questi luoghi. Mi riferisco alla Nascetta e al Moscato.
Langhe Nascetta DOC Conna
Mi è sempre piaciuta una parola in piemontese: conna. Indica una culla, un luogo protetto dove qualcosa cresce al riparo. Ed è difficile immaginare nome più giusto per un vino che nasce da un vitigno come la Nascetta, che per decenni ha rischiato di sparire, dimenticato tra le pieghe di una viticoltura che correva verso l’internazionale e lasciava indietro tutto ciò che non si capiva subito.
Oggi la Nascetta è una delle storie più belle del Piemonte bianco. Marco Capra la coltiva sulle sue colline tra i 350 e i 650 metri, e il risultato è un vino che ha la consistenza di qualcosa ritrovato, non inventato.
Al naso è floreale e con una profondità insolita per un bianco: fiori di campo, erbe aromatiche, una mineralità che ricorda la pietra al sole. In bocca la freschezza è affilata, non tagliente. Una sapidità persistente che spinge a tornare sul bicchiere ancora una volta, poi ancora e ancora. Il finale è lungo, pulito, con quel retrogusto lievemente ammandorlato che è il sigillo riconoscibile del vitigno.
Bere il Conna è capire perché valeva la pena aspettare. Alcune cose non si inventano. Si ritrovano. Moscato d’Asti DOCG Bricco delle Merende Il Moscato d’Asti è il vino che più di ogni altro in Italia divide. C’è chi lo guarda con la sufficienza di chi lo ritiene troppo semplice, troppo dolce, troppo immediato. Come durante le feste quando si chiede dolce o secco? Come se poi si dovesse scegliere visto che sul dolce va il dolce! Lo so che il Moscato paga lo scotto di prodotti da supermercato venduto a pochi spicci ma quando se ne incontra uno fatto bene occorre fermarsi e chiedersi come sia possibile che qualcosa di così apparentemente leggero riesca a essere così preciso, così esatto nel raccontare un posto e un momento.
Il Bricco delle Merende di Marco Capra è uno di quelli che convincono anche i diffidenti.
Il nome evoca già qualcosa di intimo come la merenda, il bricco, la collina. Il vino mantiene quella promessa di domestica gentilezza. Al naso è un’esplosione controllata: pesca bianca matura, fiori d’arancio, salvia, un miele che non appesantisce ma profuma. In bocca la dolcezza è bilanciata da una freschezza viva che impedisce qualsiasi stanchezza. Le bollicine sono delicate, quasi un sussurro, e accompagnano un finale fruttato e pulito che si esaurisce con discrezione, senza insistere.
È un vino che non ha ambizioni di eternità. Ha ambizioni di gioia. E in questo, a modo suo, è perfetto. Ha citato Einstein, Marco. Non me lo aspettavo, onestamente. L’ha fatto con naturalezza. Non puoi risolvere un problema con la stessa mente che lo ha creato. I consorzi, le associazioni, i produttori devono smettere di guardarsi l’ombelico e iniziare ad ascoltare chi osserva dall’esterno. Investire in comunicazione di sistema. Non di singola azienda, ma di sistema. È un tema che mi sta molto a cuore e che affronto spesso anche qui su Wine Tales Magazine. Il vino italiano ha un patrimonio narrativo immenso. Varietà autoctone che non esistono da nessun’altra parte, territori con millenni di storia, produttori con storie personali che valgono romanzi. Eppure questa ricchezza è ancora largamente sottorappresentata nel racconto pubblico del vino. Continuiamo a parlare di punteggi, di premi, di verticali e di annate quando il grande pubblico, quello che Marco chiama mia moglie, non sa ancora perché una bottiglia di Barolo costi quello che costa e cosa stia bevendo quando la apre. Non è colpa di nessuno in particolare. È una responsabilità collettiva. E collettivamente si deve risolvere. Guardando avanti, Marco vede una cosa prima dele altre. Un posto. Un luogo fisico dove portare le persone. Una cantina che non sia uno spazio industriale e freddo, ma un ambiente che racconta. Ospitalità, accoglienza, l’azienda come esperienza. Sogno di creare qualcosa intorno all’azienda. Non solo vino. Magari olio. Qualcosa che faccia entrare le persone dentro questo mondo. È una tendenza che cresce, nel vino italiano. L’enoturismo non è più un optional ma una dimensione necessaria, soprattutto per le aziende di dimensione media come la sua: 18 ettari, 85.000 bottiglie, una struttura che richiede costi fissi importanti e un rischio imprenditoriale reale. Non si è piccoli abbastanza da poter sopravvivere con la sola vendita diretta in cantina, né grandi abbastanza da poter prescindere dal racconto diretto. La fascia intermedia è la più esposta, e la più interessante. La questione dei figli. Elisabetta e Riccardo, quelli dei vini dedicati. Non so se vogliano continuare. Spero che l’azienda sia abbastanza sana e abbastanza protagonista da poter dare loro una scelta reale. Ma la scelta deve essere loro. Una circolarità in questo che mi ha commosso. Marco è stato lasciato libero di sbagliare e di scegliere. Fare lo stesso con i suoi figli, non trasmettere un’ideologia, non imporre una filosofia. Trasmettere invece un’azienda viva, che possa essere ereditata, trasformata, o anche, se vogliono, lasciata andare. Trasmettere l’amore e la passione per la terra, per questa terra. Per ciò che rappresenta e potrebbe rappresentare oggi e nel futuro. È il segno di un uomo che ha imparato qualcosa da quello che ha vissuto. Non molti ci riescono. Prima di salutarci, non potevo fare a meno di chiedergli della barba. Del perché l’avesse così lunga. La trovavo, ancorché simpatica, scomoda per un vignaiolo. Non è stata proprio una scelta estetica deliberata. Avevo iniziato a radermi la mattina, poi aveva visto l’ora, avevo pensato ai vini da controllare. Così avevo lasciato perdere. Ha riso come ridono le persone che non si prendono sul serio nelle cose giuste. Sono quelle cose frizzanti della vita. Alla fine sono belle. Ti tengono compagnia. Già. Le cose frizzanti della vita. Un figlio che nasce mentre il vino è ancora sui lieviti. Una barba a metà. Un ragazzo che non voleva studiare e che adesso fa il vino sulle colline patrimonio UNESCO del Piemonte. Ci sono storie che nascono storte e poi si raddrizzano da sole, seguendo una logica che sul momento non si vede. Marco Capra è una di queste. E i suoi vini. Dalla Nascetta che racconta l’identità piemontese ritrovata, all’Alta Langa dedicata a Elisabetta, al Nebbiolo d’Alba che porta il nome di Riccardo, sono il modo più eloquente che ha trovato per dirlo. Non tutti i ribelli finiscono male. Alcuni finiscono nelle vigne, tra i 350 e i 650 metri di altitudine, a fare qualcosa che non cambierebbero con niente al mondo. Che magari non cambieranno il mondo ma senz’altro hanno cambiato la propria vita. Senza distruggere quella degli altri. Un insegnamento per chi, volendo cambiare il mondo, finisce per rovinare la vita a chi in quel mondo ci stava giusto per caso. Ivan Vellucci – Suggestioni di Vino
ivan.vellucci@winetalesmagazine.com Mi trovi su Instagram come @ivan_1969
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Oggi la Nascetta è una delle storie più belle del Piemonte bianco. Marco Capra la coltiva sulle sue colline tra i 350 e i 650 metri, e il risultato è un vino che ha la consistenza di qualcosa ritrovato, non inventato.
Al naso è floreale e con una profondità insolita per un bianco: fiori di campo, erbe aromatiche, una mineralità che ricorda la pietra al sole. In bocca la freschezza è affilata, non tagliente. Una sapidità persistente che spinge a tornare sul bicchiere ancora una volta, poi ancora e ancora. Il finale è lungo, pulito, con quel retrogusto lievemente ammandorlato che è il sigillo riconoscibile del vitigno.
Bere il Conna è capire perché valeva la pena aspettare. Alcune cose non si inventano. Si ritrovano. Moscato d’Asti DOCG Bricco delle Merende Il Moscato d’Asti è il vino che più di ogni altro in Italia divide. C’è chi lo guarda con la sufficienza di chi lo ritiene troppo semplice, troppo dolce, troppo immediato. Come durante le feste quando si chiede dolce o secco? Come se poi si dovesse scegliere visto che sul dolce va il dolce! Lo so che il Moscato paga lo scotto di prodotti da supermercato venduto a pochi spicci ma quando se ne incontra uno fatto bene occorre fermarsi e chiedersi come sia possibile che qualcosa di così apparentemente leggero riesca a essere così preciso, così esatto nel raccontare un posto e un momento.
Il Bricco delle Merende di Marco Capra è uno di quelli che convincono anche i diffidenti.
Il nome evoca già qualcosa di intimo come la merenda, il bricco, la collina. Il vino mantiene quella promessa di domestica gentilezza. Al naso è un’esplosione controllata: pesca bianca matura, fiori d’arancio, salvia, un miele che non appesantisce ma profuma. In bocca la dolcezza è bilanciata da una freschezza viva che impedisce qualsiasi stanchezza. Le bollicine sono delicate, quasi un sussurro, e accompagnano un finale fruttato e pulito che si esaurisce con discrezione, senza insistere.
È un vino che non ha ambizioni di eternità. Ha ambizioni di gioia. E in questo, a modo suo, è perfetto. Ha citato Einstein, Marco. Non me lo aspettavo, onestamente. L’ha fatto con naturalezza. Non puoi risolvere un problema con la stessa mente che lo ha creato. I consorzi, le associazioni, i produttori devono smettere di guardarsi l’ombelico e iniziare ad ascoltare chi osserva dall’esterno. Investire in comunicazione di sistema. Non di singola azienda, ma di sistema. È un tema che mi sta molto a cuore e che affronto spesso anche qui su Wine Tales Magazine. Il vino italiano ha un patrimonio narrativo immenso. Varietà autoctone che non esistono da nessun’altra parte, territori con millenni di storia, produttori con storie personali che valgono romanzi. Eppure questa ricchezza è ancora largamente sottorappresentata nel racconto pubblico del vino. Continuiamo a parlare di punteggi, di premi, di verticali e di annate quando il grande pubblico, quello che Marco chiama mia moglie, non sa ancora perché una bottiglia di Barolo costi quello che costa e cosa stia bevendo quando la apre. Non è colpa di nessuno in particolare. È una responsabilità collettiva. E collettivamente si deve risolvere. Guardando avanti, Marco vede una cosa prima dele altre. Un posto. Un luogo fisico dove portare le persone. Una cantina che non sia uno spazio industriale e freddo, ma un ambiente che racconta. Ospitalità, accoglienza, l’azienda come esperienza. Sogno di creare qualcosa intorno all’azienda. Non solo vino. Magari olio. Qualcosa che faccia entrare le persone dentro questo mondo. È una tendenza che cresce, nel vino italiano. L’enoturismo non è più un optional ma una dimensione necessaria, soprattutto per le aziende di dimensione media come la sua: 18 ettari, 85.000 bottiglie, una struttura che richiede costi fissi importanti e un rischio imprenditoriale reale. Non si è piccoli abbastanza da poter sopravvivere con la sola vendita diretta in cantina, né grandi abbastanza da poter prescindere dal racconto diretto. La fascia intermedia è la più esposta, e la più interessante. La questione dei figli. Elisabetta e Riccardo, quelli dei vini dedicati. Non so se vogliano continuare. Spero che l’azienda sia abbastanza sana e abbastanza protagonista da poter dare loro una scelta reale. Ma la scelta deve essere loro. Una circolarità in questo che mi ha commosso. Marco è stato lasciato libero di sbagliare e di scegliere. Fare lo stesso con i suoi figli, non trasmettere un’ideologia, non imporre una filosofia. Trasmettere invece un’azienda viva, che possa essere ereditata, trasformata, o anche, se vogliono, lasciata andare. Trasmettere l’amore e la passione per la terra, per questa terra. Per ciò che rappresenta e potrebbe rappresentare oggi e nel futuro. È il segno di un uomo che ha imparato qualcosa da quello che ha vissuto. Non molti ci riescono. Prima di salutarci, non potevo fare a meno di chiedergli della barba. Del perché l’avesse così lunga. La trovavo, ancorché simpatica, scomoda per un vignaiolo. Non è stata proprio una scelta estetica deliberata. Avevo iniziato a radermi la mattina, poi aveva visto l’ora, avevo pensato ai vini da controllare. Così avevo lasciato perdere. Ha riso come ridono le persone che non si prendono sul serio nelle cose giuste. Sono quelle cose frizzanti della vita. Alla fine sono belle. Ti tengono compagnia. Già. Le cose frizzanti della vita. Un figlio che nasce mentre il vino è ancora sui lieviti. Una barba a metà. Un ragazzo che non voleva studiare e che adesso fa il vino sulle colline patrimonio UNESCO del Piemonte. Ci sono storie che nascono storte e poi si raddrizzano da sole, seguendo una logica che sul momento non si vede. Marco Capra è una di queste. E i suoi vini. Dalla Nascetta che racconta l’identità piemontese ritrovata, all’Alta Langa dedicata a Elisabetta, al Nebbiolo d’Alba che porta il nome di Riccardo, sono il modo più eloquente che ha trovato per dirlo. Non tutti i ribelli finiscono male. Alcuni finiscono nelle vigne, tra i 350 e i 650 metri di altitudine, a fare qualcosa che non cambierebbero con niente al mondo. Che magari non cambieranno il mondo ma senz’altro hanno cambiato la propria vita. Senza distruggere quella degli altri. Un insegnamento per chi, volendo cambiare il mondo, finisce per rovinare la vita a chi in quel mondo ci stava giusto per caso. Ivan Vellucci – Suggestioni di Vino
ivan.vellucci@winetalesmagazine.com Mi trovi su Instagram come @ivan_1969