Scegli la rubrica
Scegli una categoria
- Acini Rari
- Archivio
- BlendNews
- Bollicine e dintorni
- Buongiorno in Vigna
- Cantine di cui anche Bacco andrebbe fiero
- Confine Liquido
- Dal vino in poi
- Degustazioni Artificiali
- Diario di un sommelier
- Editoriale
- El Gottin
- Food&Life
- Identità in fermento
- Il buon vivere
- Il taccuino delle gite (fuori porta)
- Il viaggio di Francesca
- Il viaggio di Orfeo
- Il Vino in una stanza
- Il vino secondo Mario
- In legge veritas
- InternazionalMente
- Itinerari diVini
- L'ABC della Degustazione
- Le Bischerate di un Sommelier
- Le scoperte enoiche di Benny
- Le storie di Wine in Venice
- Live from
- Oltre la carta dei vini
- Oltre le sensazioni del vino
- Passi in cantina
- Percorsi d'assaggio
- Provato per Voi
- Quelle curiose esplorazioni
- Racconti diVini
- Radici di vino
- Riccio Viticcio
- Riflessioni Enologiche di un Viaggiatore diVino
- Salotto diVino
- Senza etichetta
- Speciale Vinòforum
- Suggestioni di Vino
- The Voice of Blogger
- Vigne e orizzonti
- Vino e dintorni
- Vinodentro
- Wine Hunter Stories
- WineKult
4 Giugno, 2026
Roma si veste di bianco: debutta il Falstaff White Wine Party
Il 23 giugno, al Grand Hotel Plaza, oltre 50 produttori provenienti da tutta Italia daranno vita ad un appuntamento dedicato al vino e alla convivialità. Degustazioni, masterclass e musica accompagneranno un’esperienza pensata per celebrare il vino attraverso la condivisione, la scoperta e l’intrattenimento.
Roma si prepara ad accogliere l’evento dedicato ai grandi vini bianchi italiani, pensato per inaugurare la stagione estiva all’insegna della degustazione e di un approccio dinamico, pop e contemporaneo al mondo del vino, dove socialità e atmosfera diventano parte integrante dell’esperienza.
È il White Wine Party, che martedì 23 giugno 2026 animerà la Capitale all’interno degli spazi del Grand Hotel Plaza – storico hotel 5 stelle lusso nel cuore di Via del Corso –, segnando l’approdo in Italia del format internazionale di Falstaff, il magazine europeo dedicato al wine, food & travel lifestyle.
Dalle 14:30 alle 22:00, il Salone delle Feste e gli spazi del Plaza faranno da cornice a una giornata tra walk-around tasting, masterclass e intrattenimento musicale, con oltre 50 produttori provenienti da tutta Italia protagonisti di un percorso dedicato alle più interessanti espressioni del vino bianco oggi in commercio.
Alto Adige, Calabria, Friuli Venezia Giulia, Lazio, Liguria, Lombardia, Marche, Piemonte, Puglia, Sardegna, Sicilia, Toscana, Valle d’Aosta e Veneto: queste le regioni di provenienza delle aziende presenti, che proporranno le loro etichette al pubblico capitolino attraverso assaggi liberi e momenti di approfondimento su territori e produzioni.
Aperto a professionisti del settore, operatori, associazioni di categoria, media e wine lover, il White Wine Party nasce con l’obiettivo di creare un contesto dinamico e informale rivolto alla cultura contemporanea del bere di qualità. Il format punta infatti a valorizzare anche il lato più spontaneo del degustare, in cui il vino diventa occasione di confronto e divertimento.
In linea con il concept dell’evento, anche il dress code sarà ispirato alle tonalità del bianco. Musica e intrattenimento accompagneranno la parte finale della giornata, contribuendo a creare un’atmosfera rilassata pensata per celebrare l’inizio dell’estate.
Con il debutto romano prende ufficialmente il via il calendario di appuntamenti firmati Falstaff in Italia, che nei prossimi mesi toccherà diverse città con iniziative dedicate alla cultura del vino, del cibo gourmet e dell’ospitalità.
Tutte le informazioni su modalità di accesso e prenotazione saranno presto disponibili online.
La Redazione
Leggi
4 Giugno, 2026
Gin Bongin. The green gin revolution
L’anima balsamica del gin.
Dalla campagna pistoiese nasce un gin artigianale che unisce identità territoriale, ricerca aromatica e spirito gastronomico. Martina Bongi e Gianni Petrella raccontano la Toscana in un PREMIUM gin moderno e contemporaneo. Non un semplice gin, ma un’esperienza sensoriale, un prodotto elegante, che rompe gli schemi e bombarda il palato con ginepro, eucalipto, cardamomo, arancia amara, cedro e pepe, in un mix pulito, fresco e decisamente contemporaneo con un profilo verde, balsamico e leggermente speziato, perfetto per cocktail moderni ed abbinamenti gourmet.
Nel cuore della Toscana, tra i celebri vivai di Pistoia e da una storia di passione e innovazione, nasce il Bongin, un distillato artigianale destinato a rappresentare una delle realtà più interessanti nate negli ultimi anni in Toscana e frutto dell’ispirazione e dall’intuizione Martina e Gianni.
Una storia di famiglia e territorio
Martina Bongi, classe 1983, Pistoiese e collega sommelier AIS, appassionata di mixology, ha trasformato la curiosità per il mondo dei cocktail (di cui era molto appassionata) in un progetto concreto. Accanto a lei Gianni Petrella, classe 1975, anche lui collega sommelier AIS e legato profondamente alla cultura gastronomica toscana.
Martina e Gianni sono una coppia unita nella vita e nel lavoro e che ha trasformato una passione condivisa in un Premium Gin dal profilo identitario forte, fresco, balsamico e riconoscibile, pensato per la tavola, i cocktail e la convivialità.
Il progetto nasce con l’obiettivo di tradurre in un gin l’identità, i profumi, le suggestioni e i ricordi della propria della campagna toscana, puntando su botaniche di qualità e su un profilo aromatico immediatamente riconoscibile. Il risultato è un prodotto che unisce il sapore del territorio e regala piacere e convivialità.
Bongin nasce da un rapporto molto stretto con il paesaggio pistoiese e con il mondo agricolo che circonda i vivai di famiglia.
È un omaggio alla famiglia di Martina e alla loro attività vivaistica nata nel 1973 a Piuvica. E’ l’eucalipto in particolare che diventa un segno distintivo del progetto perché richiama immediatamente l’ambiente in cui l’idea si è sviluppata e che prende forma nel settembre 2022, durante una passeggiata tra le distese di eucalipto che circondano la proprietà.
Solo dopo mesi di sperimentazioni, la prima produzione vede la luce nel marzo 2024 e viene battezzato con il nome Bongin, che deriva dal cognome “Bongi” sottolineando ulteriormente il carattere familiare del progetto.
Le botaniche utilizzate sono scelte con cura, passione e pazienza con il supporto di partner esterni. Solo dopo una miriade di prove con la distilleria, sono arrivati esattamente dove il cuore e la testa indicavano.
Si riconoscono ginepro, eucalipto (varietà Cinerea), cardamomo, pepe cubebe, pepe nero, macis, arancia amara e cedro.
Per creare un Gin Premium, questo insieme di aromi è stato sapientemente mixato per realizzare un Compoud, Le botaniche vengono macerate separatamente e infine riassemblate e dosate. Solo dopo circa 15 giorni di assestamento il gin è pronto per l’imbottigliamento.
La consacrazione degli sforzi di Martina e Gianni è arrivata con la medaglia d’oro al Gin Masters 2024 di Londra per il “First tasting” e nel 2025 per il “Second tasting”, un risultato che ha posto Bongin tra le eccellenze italiane della categoria Super-Premium.
Non è solo un premio al prodotto, ma anche al lavoro di una coppia che ha scelto di raccontare la propria terra attraverso un gin con enormi potenzialità. Aggiudicarsi la medaglia d’oro in questa eccellente categoria ha significato ottenere visibilità, legittimazione tecnica e autorevolezza commerciale consolidandone il posizionamento nel segmento.
La crescita del brand è in piena evoluzione Bongin è un esempio di come un progetto familiare possa diventare un prodotto con forte riconoscibilità e credibilità professionale.
Per il territorio pistoiese, inoltre, questo riconoscimento assume un valore simbolico: un prodotto locale riesce a farsi notare fuori dai confini regionali e a raccontare la Toscana attraverso una chiave contemporanea.
Martina e Gianni si sono sempre impegnati e resi disponibili per valorizzare la loro creazione soprattutto nel territorio, senza disdegnare occasioni per farsi conoscere fuori regione con progetti legati ad arte e cultura.
Hanno partecipato a degustazioni, e progetti importanti come Art Odyssey di Milanto 46, Bongin è stato servito e apprezzato nel classico Gin Tonic rigorosamente preparato con acqua brillante di qualità.
Hanno pensato e realizzato un evento con un profumiere per presentare un percorso olfattivo che proponesse un parallelo tra i profumi del gin e quelli creati al momento.
Hanno lavorato anche in progetti trasversali come Aeolusion Roma, e avuto una bellissima recensione dal “Gingegnere” su Istagram.
Senza contare tutte le manifestazioni del settore a cui hanno instancabilmente partecipato.
E per il futuro?
Per ora svilupperemo ancora la cultura del nostro Bongin continuando la sua presentazione al mondo. Siamo pertanto alla ricerca di chi possa aiutarci a promuovere e vendere il nostro prodotto.
Un’ altra idea potremmo svilupparla non nell’immediato ma in un futuro non lontano. Molto probabilmente non sarà un Gin, e sicuramente son sarà mai un prodotto dealcolato”…Stay tuned!!
L’Etichetta: Un dedalo di Emozioni
L’etichetta è uno dei fiori all’occhiello del Bongin. E’ stata realizzata a Buonos Aires da un team di esperti nel settore partendo dagli elementi che Martina e Gianni volevano fossero raccontati come loro storia. Non è solo estetica, ma un insieme di messaggi simbolici che raccontano l’anima e la vita dei produttori.
Il colore verde richiama la campagna pistoiese, mentre i vari elementi grafici svelano aneddoti personali. E’ inoltre impreziosita ulteriormente da una stampa del logo con foil dorato.
Il Cane (Levriero di famiglia): Rappresentano la fedeltà, la lealtà e la capacità di scegliere le persone giuste.
Il Gatto: Dapprima diffidente, ma una volta conquistato ti dona pace, amicizia e serenità.
La Volpe: Diceva la nonna di Martina…DA DOVE NON TI ASPETTI ESCE LA VOLPE. …in buona sostanza rappresenta la classica persona che appare nel posto giusto al momento giusto.
Il Riccio: volutamente rappresentato più grande degli altri, perché rappresenta l’arrivo di problemi spinosi o di persone che mentre parli non ti ascoltano e portano in evidenza i loro problemi tralasciando quelli tuoi. Sono quelli che in definitiva trovano un problema ad ogni soluzione!
La Casa: Rappresenta la sede dei vivai Bongi.
Il Girasole: Legato ai ricordi d’infanzia di Martina. Un fiore di grande bellezza che sottolinea la speranza di vedere un po’ di sole nella tristezza e nei problemi. Durante il Covid Martina era solita passeggiare con i semi di girasole in tasca per gettarli un po’ a caso nella terra sperando nascesse un fiore bellissimo per donare a chi li incrociasse un raggio di sole e un sorriso.
La Tavola Imbandita: Il ricordo del punto di ritrovo della famiglia Bongi.
La Sedia Vuota: Un commovente omaggio al papà di Martina che se ne è andato via troppo presto, ma il cui ricordo resta vivo e indelebile.
La degustazione
Al palato, il ginepro è predominante, con il suo caratteristico sentore resinoso che si fonde in modo eccezionale con le altre spezie. L’eucalipto offre una freschezza aromatica e mentolata inconfondibile che si sposa armoniosamente con la nota vivace del cardamomo, mentre la piccantezza del pepe mette in risalto il bouquet aromatico del prodotto aumentando la piacevolezza generale. L’arancia amara dona corpo centrale durante l’assaggio, mentre il cedro contribuisce con una freschezza citrica e una leggera acidità. Il gin presenta una consistenza morbida e vellutata in bocca, con un leggero calore derivante dall’alcol. L’esperienza complessiva è fresca, speziata e leggermente amara, con un finale pulito e persistente.
Servizio e abbinamenti
Bongin è un gin versatile da bere liscio su ghiaccio (4/5 °C) o in accompagnamento con acqua brillante neutra e con bollicina fine tipo Acqua Brillante Recoaro. È adatto a molti cocktail tradizionali o ricercati, ma resta pensato soprattutto per la convivialità della tavola. Questa impostazione ne fa un prodotto interessante per ristoranti, cocktail bar e wine bar che vogliono proporre un gin capace di dialogare con una cucina di livello.
Sul fronte gastronomico, l’idea di fondo è chiara: il gin deve accompagnare i momenti conviviali ed esaltare gli abbinamenti. È una scelta coerente con il linguaggio della nuova enogastronomia, dove identità delle bevande e il piacere della tavola si rafforzano a vicenda.
Per questo si presta sia all’abbinamento con piatti della tradizione sia con ricette innovative. Il suo carattere fresco e balsamico lo rende interessante con tartare, crudi, piatti agrumati e dessert al limone.
Martina e Gianni hanno stretto accordi con varie realtà del posto, facendo produrre cioccolatini ripieni di Bongin, biscotti pistoiesi (i Pippi) con Bongin, hanno organizzato serate a tema, mettendo in evidenza come un gin di livello possa abbinarsi perfettamente con una moltitudine di pietanze.
Hanno esaltato il sapore dei Ravioli di erbette pistoiesi e ricotta con riduzione di pecorino toscano e Bongin, condito con un bel rametto di eucalipto.
Hanno goduto di un fritto dell’aia (pollo e coniglio) con pastella aromatizzata con botaniche del gin e condito con gocce di Bongin, hanno assaggiato una tartare di chianina condita con le botaniche del Bongin, una maionese al Bongin e gocce di Bongin. Non si sono fatti mancare un risotto con cruditè di gambero rosso e lime con gocce di Bongin. Si sono preparati un cocktail “French 75” (Bongin, Sciroppo di zucchero, succo di limone, champagne) ed hanno assaporato un Ceesecake con geleè di tonica insaporito con lacrime di Bongin.
In definitiva, Martina e Gianni sono proprio sulla giusta strada e il tempo premierà sempre di più i loro sforzi. Il brand è presente con sito ufficiale completo di shop online (www.bongin.it), e canali social (Facebook e Istagram) strumenti che permettono un contatto diretto con il pubblico e con gli operatori del settore. Per provarlo, se siete operatori del settore, potete anche chiamare direttamente Martina.
Lino Vellucci – Le Bischerate di un Sommelier
Leggi
3 Giugno, 2026
Best Wine Stars 2026, piattaforma dinamica
Sempre più professionisti del settore a Best Wine Stars , la settima edizione registra una crescita qualitativa.
L’intervista a Enzo Carbone, ceo di Prodes Italia.
Best Wine Stars 2026, format consolidato
Si è conclusa il 18 maggio la settima edizione di Best Wine Stars, la manifestazione organizzata da Prodes Italia con il patrocinio del Comune di Milano. Nello spazio dell’ex Palazzo del Ghiaccio di Milano, per tre giorni i visitatori hanno potuto incontrare 200 espositori del mondo vinicolo e degli spirits e partecipare al ricco calendario di masterclass, talk show e tasting room.
Best Wine Stars 2026 conferma la solidità di un format che negli anni ha mantenuto qualità, relazioni e opportunità concrete per le aziende. Crescita della componente professionale e interesse attorno ai contenuti dimostrano quanto sia importante creare occasioni di incontro che uniscono business, cultura del prodotto e comunicazione
Piattaforma di riferimento, attenzione ai piccoli produttori
Una crescita qualitativa che pone Best Wine Stars come piattaforma di riferimento delle eccellenze del settore. Alla presenza di piccoli produttori di qualità ha corrisposto una partecipazione più consapevole da parte dei visitatori, equamente distribuiti tra buyer e operatori di settore, da un lato, e wine lovers, dall’altro. Un confronto tra espositori e visitatori che ha raccolto la soddisfazione di entrambi, soprattutto da parte di coloro che partecipavano per la prima volta alla manifestazione. Come ci dice uno dei produttori presenti nell’area dedicata a realtà emergenti di territori solitamente poco rappresentati.
Essere stati posizionati in una area più decentrata rispetto al resto dell’esposizione non ci ha penalizzato. Anzi, al numero più contenuto di visitatori ha corrisposto un interesse molto mirato da parte delle persone
Spazio alle identità territoriali
D’altronde la presenza di piccolissimi produttori è stato il risultato di una minuziosa ricerca da parte di Prodes Italia, selezionati a fronte di un punteggio ottenuto sulla base di alcuni parametri.
Distanza chilometrica da Milano, avvio dell’azienda da non più di due anni, produzione limitata e giovane età dei titolari hanno costituito gli elementi che ci hanno spinto ad una scelta che abbiamo circoscritto a non più di venti produttori
Scelta tanto coraggiosa quanto meritevole di apprezzamento. Rafforzata dal fatto che si trattava di realtà dalla forte identità territoriale, emergenti di territori solitamente poco attenzionati.
Occasione di incontri e divulgazione
Piccoli e piccolissimi produttori a parte, l’interesse dei visitatori si è concentrata sui diversi momenti di incontro e divulgazione che ha visto protagonisti chef stellati, professionisti dell’hospitality e rappresentanti di importanti aziende vitivinicole italiane.
Tutti gli incontri hanno registrato sold out. Particolarmente apprezzato il percorso promosso dal Consorzio Tutela Vino Custoza e la degustazione dedicata al Parmigiano Reggiano con abbinamenti al vino. E la tasting room dedicata al limoncello.
Un successo riportato anche dai numeri della piattaforma digitale dell’evento.
Numeri confortanti, Best Wine Stars piattaforma dinamica
Durante la manifestazione sono stati registrati oltre 18.000 messaggi insieme alle numerose richieste di appuntamento B2B. Abbiamo superato il milione di visualizzazioni sui canali social ufficiali, Best Wine Stars 2026 si è dimostrato capace di intercettare utenti e professionisti del settore. In grado di favorire connessioni tra aziende ed operatori, relazioni commerciali ed opportunità di business. I numeri di questa edizione ci rafforzano nella volontà di investire in questa direzione. Perché Best Wine Stars 2026 vuole continuare a essere piattaforma dinamica.
Francesco A. Belllini – Vino e dintorni
© Copyright Francesco A. Bellini | Tutti i Diritti Riservati.
Leggi
3 Giugno, 2026
We People Wine, il manifesto della nuova comunicazione del vino
Shibumi Digital Agency e Incredible Truths! lanciano un progetto aperto a produttori, ristoratori e operatori HoReCa
per rimettere le persone al centro del racconto del vino Il vino italiano è tra i più straordinari al mondo.
Eppure chi lo beve si sente spesso inadeguato, chi lo vende fatica a raccontarlo al tavolo e chi lo produce continua a comunicare attraverso tecnicismi e schede prodotto che non riescono più a coinvolgere il pubblico. È da questa consapevolezza che nasce We People Wine, il manifesto della nuova comunicazione del vino ideato da Shibumi Digital Agency e Incredible Truths!, un progetto che punta a cambiare il linguaggio con cui il vino viene raccontato, mettendo finalmente le persone al centro. L’idea nasce dall’esperienza concreta maturata da Shibumi Digital Agency in oltre quindici anni di lavoro nel settore vinicolo, accanto a cantine, produttori e territori. Un percorso costruito sul campo, tra degustazioni, fiere, incontri commerciali e strategie di comunicazione sviluppate insieme a realtà
come Borgoverde, Cantina Giuntabosca, Le Vigne di Sammarco, Cantina Sampietrana e Cantine Gentile. Un’esperienza che ha portato a una convinzione precisa: il problema del vino non è il prodotto, ma il modo in cui viene raccontato. Davide Guida, Marketing Specialist di Shibumi Digital Agency Quindici anni nel mondo del vino ti insegnano a distinguere ciò che funziona da ciò che suona bene in una degustazione, in una fiera o in un incontro commerciale. Le storie funzionano. I tecnicismi no. We People Wine nasce da questa certezza e dall’incontro con Incredible Truths!, che ci ha dato il metodo per trasformare un’intuizione in un manifesto. L’incontro con Incredible Truths!, il Creative Think Tank milanese fondato sull’idea che ogni brand custodisca una Verità Unica da raccontare, ha dato forma definitiva al progetto. Francesco Mollo, Founder & Creative Director di Incredible Truths! Insieme a Shibumi Digital. diamo vita a We People Wine, un manifesto che ridefinisce la comunicazione del vino. Come fondatore di Incredible Truths!, credo fermamente che ogni sorso di vino abbia una verità incredibile da raccontare. Con la nostra filosofia, la Via delle Verità Incredibili, portiamo autenticità, coraggio e una nuova connessione umana al centro del vino. Siamo pronti a scrivere insieme una nuova storia. We People Wine nasce quindi come un manifesto aperto a produttori, ristoratori e operatori HoReCa che vogliono superare una comunicazione percepita spesso come distante, tecnica ed elitaria. Al centro del progetto ci sono i “7 Comandamenti della Nuova Comunicazione del Vino”, sette principi che ribaltano il paradigma tradizionale del settore: smettere di spiegare e iniziare a raccontare, perché le persone non vogliono sentirsi educate al vino, ma coinvolte emotivamente. Secondo il manifesto, il produttore è il vero brand, la faccia batte il logo, il semplice batte il perfetto e il vino non compete sul prezzo ma sulla sua capacità di diventare memorabile attraverso le storie. È proprio la forza del racconto umano a rappresentare il cuore della visione di We People Wine. Un produttore, durante uno degli incontri che hanno contribuito alla nascita del progetto, ha descritto il proprio vino con una frase semplice: “Il mio vino sa di estate”. Cinque parole capaci di evocare immagini, emozioni e ricordi molto più di qualsiasi descrizione tecnica. È questo il linguaggio che il manifesto vuole restituire al settore: diretto, autentico e vicino alle persone. In un momento storico complesso per il mondo del vino e dell’ospitalità, We People Wine si propone anche come un esempio concreto di collaborazione tra realtà diverse unite da una stessa visione. Non un corso, né un’agenzia, ma un progetto aperto a chi ogni giorno vive il vino e sente la necessità di comunicarlo in modo più contemporaneo, accessibile e umano. Per maggiori informazioni sul progetto è possibile consultare i siti wepeoplewine.it, shibumidigital.com e incredibletruths.it . La Redazione
Leggi
per rimettere le persone al centro del racconto del vino Il vino italiano è tra i più straordinari al mondo.
Eppure chi lo beve si sente spesso inadeguato, chi lo vende fatica a raccontarlo al tavolo e chi lo produce continua a comunicare attraverso tecnicismi e schede prodotto che non riescono più a coinvolgere il pubblico. È da questa consapevolezza che nasce We People Wine, il manifesto della nuova comunicazione del vino ideato da Shibumi Digital Agency e Incredible Truths!, un progetto che punta a cambiare il linguaggio con cui il vino viene raccontato, mettendo finalmente le persone al centro. L’idea nasce dall’esperienza concreta maturata da Shibumi Digital Agency in oltre quindici anni di lavoro nel settore vinicolo, accanto a cantine, produttori e territori. Un percorso costruito sul campo, tra degustazioni, fiere, incontri commerciali e strategie di comunicazione sviluppate insieme a realtà
come Borgoverde, Cantina Giuntabosca, Le Vigne di Sammarco, Cantina Sampietrana e Cantine Gentile. Un’esperienza che ha portato a una convinzione precisa: il problema del vino non è il prodotto, ma il modo in cui viene raccontato. Davide Guida, Marketing Specialist di Shibumi Digital Agency Quindici anni nel mondo del vino ti insegnano a distinguere ciò che funziona da ciò che suona bene in una degustazione, in una fiera o in un incontro commerciale. Le storie funzionano. I tecnicismi no. We People Wine nasce da questa certezza e dall’incontro con Incredible Truths!, che ci ha dato il metodo per trasformare un’intuizione in un manifesto. L’incontro con Incredible Truths!, il Creative Think Tank milanese fondato sull’idea che ogni brand custodisca una Verità Unica da raccontare, ha dato forma definitiva al progetto. Francesco Mollo, Founder & Creative Director di Incredible Truths! Insieme a Shibumi Digital. diamo vita a We People Wine, un manifesto che ridefinisce la comunicazione del vino. Come fondatore di Incredible Truths!, credo fermamente che ogni sorso di vino abbia una verità incredibile da raccontare. Con la nostra filosofia, la Via delle Verità Incredibili, portiamo autenticità, coraggio e una nuova connessione umana al centro del vino. Siamo pronti a scrivere insieme una nuova storia. We People Wine nasce quindi come un manifesto aperto a produttori, ristoratori e operatori HoReCa che vogliono superare una comunicazione percepita spesso come distante, tecnica ed elitaria. Al centro del progetto ci sono i “7 Comandamenti della Nuova Comunicazione del Vino”, sette principi che ribaltano il paradigma tradizionale del settore: smettere di spiegare e iniziare a raccontare, perché le persone non vogliono sentirsi educate al vino, ma coinvolte emotivamente. Secondo il manifesto, il produttore è il vero brand, la faccia batte il logo, il semplice batte il perfetto e il vino non compete sul prezzo ma sulla sua capacità di diventare memorabile attraverso le storie. È proprio la forza del racconto umano a rappresentare il cuore della visione di We People Wine. Un produttore, durante uno degli incontri che hanno contribuito alla nascita del progetto, ha descritto il proprio vino con una frase semplice: “Il mio vino sa di estate”. Cinque parole capaci di evocare immagini, emozioni e ricordi molto più di qualsiasi descrizione tecnica. È questo il linguaggio che il manifesto vuole restituire al settore: diretto, autentico e vicino alle persone. In un momento storico complesso per il mondo del vino e dell’ospitalità, We People Wine si propone anche come un esempio concreto di collaborazione tra realtà diverse unite da una stessa visione. Non un corso, né un’agenzia, ma un progetto aperto a chi ogni giorno vive il vino e sente la necessità di comunicarlo in modo più contemporaneo, accessibile e umano. Per maggiori informazioni sul progetto è possibile consultare i siti wepeoplewine.it, shibumidigital.com e incredibletruths.it . La Redazione
3 Giugno, 2026
A terra nun menti. Vito Oddo: vita, vite, vino
La terra continua a chiamarti anche quando sei lontano. Per Vito Oddo quel richiamo aveva il volto delle vigne di famiglia, della Sicilia occidentale e di una storia che meritava di essere scritta con parole nuove. Il suo percorso racconta il ritorno a una terra troppo spesso considerata soltanto serbatoio di uva e che oggi, grazie a produttori come lui, sta ritrovando identità, orgoglio e futuro.
A vigna voli l’occhiu dû patruni.
Ignazio Buttitta, il più grande poeta dialettale siciliano del Novecento, scrisse che un popolo diventa povero e schiavo quando gli tolgono la lingua. Stessa cosa, aggiungerei, quando gli tolgono la terra. Anzi, è proprio quando gli tolgono la terra che diventa schiavo di qualcuno.
La Sicilia occidentale, quella che si allunga verso il mare di Mazara con le vigne serrate come un esercito antico, conosce entrambe le perdite: ha visto sparire dialetti, ha visto sparire contadini, ha visto cantina sociali divorare per trent’anni l’identità di un territorio tra i più vitati del mondo per restituire in cambio solo vino anonimo da distilleria. Eppure la terra è rimasta. E qualcuno, ogni tanto, torna a guardarla con gli occhi giusti. Su queste terre stanno tornando tanti giovani. Complice anche il Covid. Stanno tornando per dare un senso diverso alla propria vita e un volto nuovo a queste terre. Che non voleva nessuno tanto da lasciarle incolte o coltivate da persone alle quali interessa poco di cosa produca.
Il proverbio siciliano lo sa da sempre: a vigna voli l’occhiu dû patruni. La vigna vuole l’occhio del padrone. Non uno sguardo qualunque. Non quello del bracciante stagionale o quello del mediatore o ancora quello dell’agronomo di passaggio. L’occhio di chi quella terra la possiede nel senso più profondo del termine: non certo come proprietà ma come responsabilità, come appartenenza reciproca.
Vito Oddo, enologo, imprenditore, figlio e nipote di questa terra trapanese, quell’occhio ce l’ha nel modo più ossessivo e preciso che io abbia incontrato in anni di giri tra produttori. Il padre lo chiama ‘u farmacista. È il complimento più bello che si possa fare a un uomo di vigna.
Le radici: Fulgatore, il nonno e il vino nel garage
La terra è di cu la lavura.
La storia comincia a Fulgatore, quindici chilometri da Trapani, frazione di milleduecento anime dove il tempo ha il ritmo calibrato delle stagioni agricole. Non certo il calendario del mondo moderno. È il paese natale di Carlo Oddo, il padre di Vito. È il paese dove il nonno Vito, stesso nome del nipote, come una staffetta tra generazioni, produceva vino nel garage di casa usando le grandi botti di legno.
Mio nonno fu uno dei soci fondatori della cantina sociale di Fulgatore. A fine anni Sessanta. Prima di allora produceva e vendeva il vino alle famiglie del villaggio o ai compratori che salivano da Trapani. Aveva due botti grandi, quindicimila, ventimila litri. Era il vino del dopoguerra: fatto in casa, venduto a chi lo conosceva. Raccontava chi eri.
I garage siciliani sono come una forma di resistenza inconsapevole. Una sapienza trasmessa per contatto diretto, senza libri né diplomi, senza certificazioni né concorsi. Nella stessa tradizione che Giovanni Verga metteva nei suoi contadini di Vizzini e di Aci Trezza. Quella dignità feroce del fare, del costruire, del tenere la roba. Non come avidità ma come identità, come risposta al mondo. Il vino di nonno Vito era roba nel senso più nobile: frutto del lavoro, testimonianza di un’esistenza, ragione di un orgoglio.
Poi è arrivata l’industrializzazione, i supermercati, le cantine sociali. La conseguenza è stata che quella piccola economia domestica si è dissolta come nebbia mattutina sui vigneti. Il nonno Vito nella cantina sociale credeva e tanto. La vedeva come un’evoluzione, un modo per fare sistema, per dare voce collettiva al territorio. Carlo Oddo ricorda quelle riunioni del consiglio d’amministrazione con la stanchezza silenziosa di chi ha già capito come va a finire.
Il nonno non condivideva la politica della cantina. Lui voleva un marchio, una linea, un’identità. Invece litigava perché si puntava solo alla quantità. Andò persino in Russia negli anni Ottanta per capire se il vino siciliano poteva trovare mercato là. Tornò entusiasta. Al consiglio lo diedero del pazzo.
Le cantine sociali. Hanno fatto il bello e il cattivo tempo in Italia. Nate sull’onda dell’unione che fa la forza, del riunire contadini con piccoli appezzamenti di terreno così che non dovessero più svendere la propria uva a loschi mediatori, hanno nel corso del tempo preso una piega profondamente diversa.
Le definisco associazioni a delinquere. Hanno rovinato il territorio. Trent’anni a fare quantità, a mandare vino alle distillerie, a non costruire nessuna identità. I soldi giravano, i soci venivano pagati l’uva, e intanto non ci siamo mai fatti conoscere con la bottiglia. Oggi quelle strutture sono fatiscenti.
È una sentenza dura ma storicamente fondata. Chi conosce la storia enologica del Mezzogiorno sa quanto la stagione delle cooperative, nata con buone intenzioni, corrotta dall’assistenzialismo comunitario e dalla logica del volume, abbia depresso per decenni il potenziale qualitativo di territori straordinari. Trapani, il Salento, la Calabria: vigne antiche, suoli eccezionali, per troppo tempo nessuna bottiglia degna di raccontarli al mondo. Non si pensava a produrre qualità ma solo quantità. Quella che serviva per accaparrarsi i contributi. È per questo che, non solo al sud, la quasi totalità delle cantine sociali sono miseramente fallite. Oggi ne rimangono poche. Quelle che decisero, ad un certo punto della propria storia, di voltare pagina. Di dedicarsi a produrre vino di qualità, con etichette da promuovere, con budget di comunicazione da impostare.
L’agrario di Marsala: sei anni di corriera e una vocazione
Cu havi a testa nun havi bisognu di cappeddu.
Vito Oddo, il giovane, aveva nove anni quando il padre gli comprò la prima bicicletta da corsa. Per dieci anni si dedicò al ciclismo agonistico arrivando fino alla categoria dilettanti, con trasferte in giro per l’Italia al seguito di un padre che non smise mai di alimentare le passioni del figlio.
Carlo è fiero del figlio. La fierezza trattenuta degli uomini del Sud che non sanno fare complimenti diretti ma li fanno lo stesso
Ho sempre riconosciuto che è un bravo ragazzo. Lavoratore e pignolo, farmacista, come detto. Mi sono trovato in lui.
Vito e la bicicletta. Le lunghe pedalate, la resistenza alla fatica, la capacità di scegliere una direzione e mantenerla pedalando contro il vento. Vito è questo in fondo. Uno sport lo si sceglie proprio in funzione del proprio carattere. Non arriva per caso.
Quando fu il momento di scegliere la scuola superiore, un amico gli parlò dell’Istituto Tecnico Agrario di Marsala. Trentatré chilometri da Trapani. Una parola magica, agrario, che aprì qualcosa dentro di lui in modo immediato e definitivo.
Arrivai a casa e dissi ai miei: voglio fare l’agrario a Marsala. Mia madre e mio padre mi dissero che ero pazzo, che era troppo lontano. Io sono testardo. Mi sono fatto sei anni di pendolare. La corriera alle sette di mattina.
Mi ricordo che avrei voluto fare la Scuola Aeronautica a Roma. Avrei dovuto prendere l’autobus ogni mattina da Latina. Mia madre me lo impedì fermamente. Una sorta di protezione per un figlio che poi comunque andò all’università a Roma per studiare Ingegneria Aeronautica. Facendo il pendolare su e giù.
Sei anni, non cinque. Scelse infatti il diploma di Enotecnico, l’unico corso in Italia che all’epoca prevedeva il sesto anno. Quando nel 2006 arrivò il diploma, scoprì che una legge appena entrata in vigore richiedeva anche la laurea per esercitare come enologo. Nessuna esitazione: Conegliano Veneto, Università di Padova, laurea triennale. Pensare a Vito che lascia la Sicilia per il Veneto, che studia tra le vigne del Prosecco con in testa i filari di Dattilo e Fulgatore, mi dà la misura di quanto quella passione fosse già diventata una necessità. Non la definirei una scelta di carriera. Semmai una forma d’essere.
Leonardo Sciascia scrisse che la Sicilia è un’isola solo geograficamente. Mentalmente è il centro del mondo, il luogo da cui si irradia tutto. Vito Oddo lo dimostra alla rovescia: parte dalla Sicilia, gira il mondo e torna portando con sé tutto quello che ha imparato, come chi fa un lungo viaggio sapendo già dall’inizio dove andrà a finire.
Da Londra ad Adelaide: la formazione di un enologo del mondo
La formazione di Vito è un romanzo picaresco con la vigna al posto della spada. Dopo la laurea, sei mesi a Londra per l’inglese
Con l’inglese ero messo male, fu bellissima e complicatissima
Un passaggio nella cucina di Angela Hartnett, chef di scuola italiana tra le più rispettate d’Inghilterra. Poi l’Australia, vendemmia 2012 ad Adelaide, in una cantina come consulente, turni H24, caschi obbligatori in cantina, tecnologie che in Italia nemmeno si immaginavano.
Rimasi sconvolto. Di notte arrivavano camion giganteschi con l’uva che finiva nelle celle refrigerate. Di giorno si lavoravano i mosti in cantina. Non si fermava mai niente. Cose che da noi non le fa nessuno ancora adesso.
L’Australia del vino è un altro pianeta e passarci anche solo una stagione lascia un’impronta permanente: quella del rigore procedurale, della misurabilità, del rispetto assoluto per il processo. Le quantità in gioco sono di un ordine di grandezza superiore. Imparare a cimentarsi con dimensioni e numeri importanti diventa scuola non replicabile.
È una lezione che si incrocia in modo interessante con la tradizione siciliana, dove il vino si è sempre fatto per istinto, per memoria corporea, per trasmissione orale così che da quella tensione nasce, nei produttori migliori, qualcosa di irriproducibile.
Due irreplicabillità diverse che però devono, in qualche modo, essere unite. Per crescere. Per cercare evoluzioni.
Poi le vendemmie da Frescobaldi a Tenuta di Castiglioni e Tenuta di Pomino. L’amicizia con Samuele Falciani, oggi produttore a Bolgheri. Poi quasi tre anni da Felice Mergè a Frascati
Lì sono diventato davvero enologo
Infine la Puglia. La Puglia che cambia tutto.
Felice mi mandò in una cantina sociale fallita, sigillata, riaperta da lui. Vasche in muratura, valvole in ottone, nessun termometro nelle vasche di fermentazione. Cantina ferma agli anni Sessanta. Mi feci il segno della croce.
Arrivò li il 5 agosto. Rivoluzionò tutto. Due cantine da gestire, un solo operaio in vendemmia, nessun margine di errore. Un pressappochismo profondamente italiano, profondamente assurdo ma al tempo stesso formativo. Giovani enologi giovani gettati allo sbaraglio con zero risorse e il triplo delle responsabilità. È l’Italia che forgia i migliori tecnici del mondo attraverso condizioni che nessun paese nordeuropeo accetterebbe mai. Vito Oddo è il prodotto di quella scuola brutale, e lo sa.
Mi ricorda il mio primo giorno nello stabilimento Fiat di Cassino. Ero un giovane ingegnere che iniziava la propria esperienza lavorativa. Arrivai sulle quattro linee produttive del Montaggio e mi dissero: tu lavori qui. 150 operai da gestire su due turni e non c’era neanche una scrivania dove sedersi. Quando chiesi dove l’avrei potuta trovare la risposta fu: vai da qualche parte e prendila. Mi misi su un carrello che non avevo mai guidato e andai in un ufficio a rubare una scrivania.
La medaglia d’oro col nome sbagliato: la goccia che fa traboccare il vaso
Cu fatica e nun havi, cu havi e nun fatica.
Ogni storia di fondazione ha il suo momento di rottura, la frattura che rende impossibile il ritorno al prima. Per Vito Oddo, quel momento ha un nome preciso e una data.
Nell’ultima esperienza da dipendente, alle Tenute Stefano Farina, tre fattorie tra Puglia, Toscana e Piemonte, Vito rivoluziona la sede pugliese partendo quasi dal niente: vino che veniva restituito perché sembrava aceto, nessuna catena di imbottigliamento, distribuzione caotica. Porta i camion imbottigliatori mobili dalla Toscana. Porta disciplina, metodo, ossessione. Partecipa al Concours Mondial de Bruxelles col suo Negramaro. Arriva la medaglia d’oro.
Roberto Martina, l’amministratore delegato, arrivò in cantina col giornale in mano. Mi fece segno così: guarda qua, siamo usciti. Vado a leggere l’articolo. Sede Puglia, medaglia d’oro. Enologo: Giovanni Sordi.
Giovanni Sordi era l’enologo toscano che della sede pugliese non si era mai occupato.
La faccia di Vito si fa livida anche a distanza di anni. La rabbia trattenuta, l’umiliazione di anni di lavoro ingrato, la certezza definitiva che quella non era la vita giusta.
Pirandello, che meglio di chiunque altro ha raccontato la Sicilia, parla delle maschere che si sovrappongono alle facce fino a renderle indistinguibili, dove il merito viene sistematicamente sepolto sotto le convenienze. Quella medaglia d’oro con il nome sbagliato è una scena pirandelliana perfetta: la realtà che viene corretta dalla finzione e la finzione che diventa ufficiale.
Lì, dissi basta. Il bracciante agricolo me lo vado a fare a casa mia.
Luglio 2017. Vito carica i bagagli e torna a Trapani. Non per sconfitta: per consapevolezza. Una certezza che per fare qualcosa che abbia il suo nome ci vorrebbero decenni. Forse.
L’ossessione supera il talento
Cita un principio fatto suo attraverso ogni cantina sbagliata, ogni contratto da bracciante agricolo firmato da enologo, ogni riconoscimento che finiva sul curriculum di qualcun altro. La madre lo voleva impiegato statale. La mentalità del Sud, quella dell’impiego sicuro, del posto fisso come unica forma di rispetto sociale possibile. Lui ha tenuto duro. E adesso produce vino a Dattilo con il suo nome sopra la bottiglia.
Il territorio: la provincia di Trapani e i vigneti di Dattilo
Unni c’è bonu terrenu, cresce bona vigna.
Il tema del territorio come destino è forze qualcosa di ricorrente. Non come gabbia. Semmai come vocazione. Il destino lo subisci inevitabilmente mentre la vocazione viene da dentro e la scegli. Anche se a volte sembra che sia lei a sceglierti.
La provincia di Trapani ha una vocazione viticola che precede qualsiasi scelta umana. È scritta nel suolo calcareo e argilloso, nella luce che in agosto schiaccia ogni ombra, nel vento di maestrale che porta profumi di salmastro e ginestra, nel calore accumulato nelle pietre durante il giorno e restituito alle viti durante la notte. Qui Cartagine e Roma si sono scontrate per secoli. Poi Normanni e Arabi hanno lasciato tracce genetiche nei vitigni come nei cognomi. Fare vino a Trapani significa fare vino in uno dei più antichi crocevia del Mediterraneo, in un paesaggio che Gesualdo Bufalino avrebbe descritto con quella sua lingua densa e sulfurea, piena di luce e di ombra nello stesso respiro.
Dattilo è una frazione a dieci chilometri da Trapani, sulla strada per Palermo. I vigneti di Vito Oddo sono sei ettari di filari farmacisticamente ordinati sotto il cielo della Sicilia occidentale. La terra è rossa, le viti sono basse e l’orizzonte sembra il confine del mondo conosciuto.
Qui siamo in famiglia. Io, papà, la mamma, la mia compagna Monica. Non ci sono operai. Sei ettari possono sembrare pochi rispetto a una grande azienda, ma se li devi gestire tu con le tue mani, sono un bel impegno.
Il bell’impegno della potatura, della gestione del verde, della vendemmia, della vinificazione, dell’imbottigliamento, della vendita diretta, del punto di mescita per lo sfuso che ha sostenuto l’azienda anche durante il Covid quando i ristoranti si fermarono per un anno e la cantina urbana di Trapani continuò a lavorare. Una microeconomia del vino nella sua forma più autentica: la terra, le mani, la bottiglia.
I vini: Vermentino, Merlot e la scommessa sul futuro
Mio padre aveva il Catarratto. Io gliel’ho estirpato e ho messo il Vermentino.
Estirpare il Catarratto in questa parte di Sicilia per metterci il Vermentino sarebbe come dire che si preferisce il panettone al cannolo. Il Catarratto è la religione della Sicilia occidentale: diffuso, radicato, identitario. Eppure per vito, questo frase che rappresenta il suo modo di pensare, ha quella naturalezza di chi ha già elaborato il rischio e lo ha trasformato in convinzione. Un atto di coraggio che in molti non capiscono o fingono di non capire. Già, fingono. Perché la Sicilia è stata lungamente terra di sperimentazioni più svariate. Coltivatori come Feudo Disisa che sperimentarono vitigni internazionali a queste latitudini per capirne le potenzialità.
A un evento ci trovammo vicino a un’azienda toscana che aveva Vermentino e Merlot. I wine lover li osannavano, complimenti, che belli. Poi si spostavano al nostro tavolo, vedevano Merlot e Vermentino in Sicilia e nemmeno li volevano assaggiare. Li dovevo pregare. Io chiedevo: ma cosa cambia, scusatemi? Merlot e Vermentino in Toscana vanno bene e in Sicilia no? Per quale principio?
Non c’è nessun principio, ovviamente. C’è solo quel dannato stereotipo del vino che è ormai malattia cronica difficile da eradicare quanto la peronospora. Ma il Vermentino di Vito Oddo ha cominciato a convincere anche i più scettici, tanto da portarlo nella giuria del Concorso Nazionale del Vermentino a Cagliari.
Oggi a Trapani tutti mi conoscono come quello del Vermentino
È una soddisfazione trattenuta la sua. Quella di chi ha avuto ragione nel silenzio e adesso non ha bisogno di dirlo ad alta voce.
Vermentino 2024
Un giallo paglierino luminoso, con riflessi dorati che si muovono nel calice come luce rifranta sul mare di luglio. Già nell’aspetto c’è qualcosa che non ti aspetti da un Vermentino siciliano, qualcosa di più caldo, di più morbido, come se il sole di Trapani avesse depositato nell’uva una qualità diversa da quella ligure o sarda.
Al naso non il Vermentino che conosci, quello salino e pungente del Tirreno settentrionale. È qualcosa di più stratificato, quasi sedimentato. Prima arriva l’agrume che sa di più antico, come la scorza seccata al sole, come la zagara che a marzo invade i giardini di Sicilia. Poi viene la mandorla, quella delle pasticcerie di Trapani, dolce e leggermente amaricante, che si intreccia con una pietra focaia quasi impercettibile, minerale, sottile. Infine, sorprendente, il salmastro. Il mare che è a pochi chilometri da Dattilo e che nei vini di questo territorio si sente sempre, come una firma geografica che nessuna tecnica enologica potrebbe aggiungere dall’esterno.
In bocca è una rivelazione. La freschezza è quella di una granita di limone e mandorla. Quella che in Sicilia si mangia a colazione con la brioche (che è probabilmente una delle esperienze sensoriali più perfette che la civiltà mediterranea abbia prodotto). Arriva pulita, precisa, e non va via. Rimane. Ha quella persistenza agrumata quasi balsamica che ti fa tornare al calice senza decidere di farlo, per istinto, perché il sorso successivo sembra sempre necessario.
Acidità sostenuta, equilibrio impeccabile, lunghezza importante. È un vino che non ha bisogno di essere spiegato: va bevuto, e poi bevuto ancora.
Il Merlot è un’altra storia. È la vigna vecchia del padre, ventisette anni, mai estirpata perché come spiega Carlo con la semplicità di chi ha osservato le cose invece di teorizzarle
Qui il Merlot era di casa, si era adattato
Un geologo francese che scende quattro volte l’anno a Favignana per lavoro e passa regolarmente in cantina, disse a Vito che quello era uno dei migliori Merlot che avesse mai bevuto a quel prezzo.
Mi disse: tu lo dai via perché fatto a Trapani non ha valore. A Bordeaux lo pagheresti il triplo.
È una piccola storia esemplare sulla geografia del pregiudizio enologico, su come il valore percepito di un vino dipenda ancora troppo spesso dalla latitudine del produttore.
Merlot 2019
Il Merlot di Vito Oddo è un vino che non dovrebbe esistere. Almeno secondo i pregiudizi di chi sente Sicilia e pensa solo a Nero d’Avola, Nerello Mascalese (o Cappuccio) e Frappato. Eppure esiste da ventisette anni, da quando Carlo Oddo piantò quei filari a Dattilo e la terra li accolse con la stessa naturalezza con cui accoglie tutto ciò che le si affida con rispetto. Il suolo calcareo e argilloso della Sicilia occidentale, il sole che non risparmia nessuno, le notti più fresche di quanto ci si immagini. Tutto ciò ha trasformato un vitigno bordolese in qualcosa di inequivocabilmente mediterraneo.
Il colore è un rosso rubino profondo, compatto, che promette struttura prima ancora che il bicchiere si avvicini al naso. E al naso la promessa è mantenuta: tabacco, liquirizia, cannella, chiodi di garofano. Non è il Merlot morbido e fruttato del Nuovo Mondo, né quello erbaceo delle annate fredde del Nord Italia. È un Merlot solare, speziato, con una complessità che richiama i grandi rossi del Mediterraneo più che quelli della Gironda. Il legno, ovvero i fusti di rovere, si sente ma non è invadente: una cornice necessaria in questa parte di Sicilia dove il barocco arrivò solo marginalmente .
In bocca colpisce il corpo, pieno e avvolgente. Poi il tannino quasi terroso che ricorda come vicino al mare ci sia la terra arsa dal sole. La persistenza è lunga, con la spezia che accompagna fino in fondo senza mai diventare pesante.
Un Merlot che Trapani dovrebbe fortemente rivendicare.
Re Siculo. Ambrato
A Trapani l’ambrato è sempre stato il vino di campagna. Forse predecessore del Perpetuo di Marsala. Le uve che rimanevano, venivano usate per il vino di casa. Rosse o bianche che fossero, non era importante. Si lasciavano macerare insieme sulle bucce, fermentazione, poi una botte perpetua in cantina che garantiva le scorte per tutto l’anno. Era il vino dei contadini, il vino delle domeniche, quello che il nonno di Vito teneva nei caratelli per gli ospiti importanti. Un vino che esisteva da sempre e che non aveva mai avuto bisogno di presentarsi.
Vito Oddo ha impiegato due anni per trasformarlo in un progetto. L’obiettivo era restituire prestigio, per la prima volta, a un prodotto storico di grande fascino e con una tradizione radicatissima nel territorio. Re Siculo, già nel nome, sembra una dichiarazione di sovranità. Non scimmiotta nessun orange wine di moda, non segue la scia arancione del momento. Viene da prima. È lui l’originale.
Catarratto macerato, colore ambrato che rievoca il vino di campagna della tradizione trapanese, ma con una gradazione alcolica più contenuta rispetto all’originale. Il colore è quello che ti aspetti e che al tempo stesso ti sorprende: ambra dorata, densa, luminosa come il miele di zagara. Un tramonto che cade a Mozia con quel suo arancio luminoso. Nel calice sembra avere una storia già prima che tu lo assaggi.
Al naso emergono sentori di uva passa, dattero, banana matura, albicocca. Quello che sembra dolce è invece profondamente secco, come il paesaggio di agosto intorno a Trapani. Ciò che sembra arido è in realtà vita trattenuta. C’è una complessità ossidativa che non è difetto ma linguaggio, il modo in cui questo vino sceglie di raccontarsi.
In bocca è dunque secco, con una bella freschezza vellutata a ricordare il Marsala senza esserlo.  Re Siculo richiede tempo. Non nel calice, ma nella testa. Bisogna lasciarsi andare alla sua logica, che non è quella del bianco fresco né del rosso strutturato ma qualcosa di laterale, antico, irriducibile a categorie moderne. È un vino che parla di Trapani prima che Trapani diventasse una denominazione, quando era ancora solo un posto dove la gente viveva di vigna e di mare e non sapeva di fare una cosa straordinaria. Non va bevuto freddo perché a Trapani, nelle campagne, il frigo non c’era. Al massimo veniva conservato nelle cantine o nel pozzo. Me ne sono innamorato accompagnandolo ad un Cospaia Tornabuoni. Un sigaro che mi ricordava quello degli anziani riuniti attorno ad un tavolo giocando a carte. Le consulenze: il Salice Salentino a Düsseldorf e la soddisfazione più bella Vito, non è uno che se ne sta fermo. Sa di valere. Sa che la soddisfazione che può avere nella sua terra non ha eguali. Ma questo non vuol dire che non debba portare la sua cultura anche altrove. È per questo che ancora oggi mantiene una consulenza enologica con l’azienda Otri del Salento. Una attività nata in Puglia durante gli ultimi mesi da Tenute Stefano Farina, con uno zio e un nipote Agguerritissimi che volevano spaccare il mondo. Grazie anche al suo operato, il Salice Salentino Riserva vince al Prowein di Düsseldorf la Grande Medaglia d’Oro con 97 punti. Tra quasi ottomila vini in concorso, solo trentasei grandi medaglie d’oro vengono assegnate. L’unico vino del Mezzogiorno è quello di Vito. A Düsseldorf, al nostro tavolino nell’area VIP, venne un enologo che aveva venti consulenze in Puglia. Quotatissimo. Si avvicinò per assaggiare il vino di persona. Voleva vedere in faccia l’enologo Vito Oddo. Non si faceva convinto di questa grande medaglia d’oro. Sull’aereo di ritorno poi eravamo io e Ivan, uno dei soci. Tutto il gotha enologico pugliese ci guardava come se fossimo alieni. Non si faceva convinto. Sembra il pregiudizio al contrario: non il vino del sud che viene snobbato, ma il vino buono che non ci si aspetta arrivi da dove arriva. E quando arriva, costringe anche i più corazzati a fare i conti con i propri schemi. Vito quella soddisfazione non la dimenticherà mai. E non deve. Carlo, il padre: l’occhio che ha tenuto le vigne Nelle storie di vino familiari, il padre è sempre una figura fondamentale che rischia di restare in ombra, schiacciato dalla narrazione più dinamica del figlio. Carlo, lascia parlare Vito. Interviene solo per qualche sottolineatura. È come il l’allenatore che segue il ciclista dall’ammiraglia. Da consigli, incita. Ma rimane nell’ombra. È però lui che ricorda i viaggi del nonno in Russia. È lui che porta la memoria dei blocchi di terra intorno a Dattilo che erano della famiglia e poi si sono dispersi, venduti, perduti nella pressione della modernità. La gente scappa dalla campagna. È il momento giusto per comprare. Ha settant’anni e l’energia di un uomo di cinquanta. Ha smesso di andare a caccia per dedicarsi alla vendemmia. Tiene una macchina storica parcheggiata che aspetta i raduni. La sua vera passione. Ha rinunciato a molte cose per stare vicino a ciò che sta nascendo. Tra padre e figlio c’è una complicità rara, autentica, non esibita. Carlo ha sempre creduto in Vito, ha sempre alimentato le sue passioni: dalla bicicletta all’agrario di Marsala, dall’Australia alla decisione di tornare a Trapani. Silenziosamente e con un sorriso che sa di giornate passate nei campi sotto il sole del trapanese. L’importante è che io ti do e tu mi dai È il suo modo di descrivere il patto tra loro. La semplicità lapidaria dei proverbi, la stessa dei campi. Una frase nella quale c’è il rispetto reciproco, la fiducia guadagnata sul campo, la continuità di una storia familiare che ora porta il nome che ha sempre dovuto portare. Fare impresa sul territorio: la scommessa dei dieci ettari A terra nun menti: si la semini, raccoggi. Credo molto nell’agricoltura. La terra non ti abbandona mai. Lo dice Vito con la convinzione di chi non sta recitando una parte ma enunciando una verità vissuta. È lo stesso principio che i Romani chiamavano pietas agrorum, la devozione alla terra come forma di giustizia cosmica. In Sicilia ha radici ancora più profonde, antiche quanto i Fenici che per primi capirono che questo suolo e questo sole potessero trasformare l’uva in qualcosa di straordinario. L’azienda Vito Oddo è nata ufficialmente nel 2018. L’anno in cui la partita IVA aperta, punto di riferimento burocratico venne creata. In realtà comincia ad operare nel 2005, quando il giovane Vito appena diplomato vinificò i primi cinquecento litri di Nero d’Avola per l’esame di Stato. Un vino imbevibile, una bomba di tannini astringenti. Era però tutto suo. Fatto con le sue mani nel garage di casa trasformato in cantina artigianale. Quello stesso spazio dove il nonno aveva fatto il vino prima di lui. Una continuità involontaria, quasi magnetica. Adesso quell’azienda ha vinto il bando per i Giovani Imprenditori Agricoli. Sta acquistando altri quattro ettari a Dattilo, portando la superficie totale a dieci. Ha in cantiere una bollicina leggera e fresca nonché un rosato che Vito sogna da anni, da quando in Puglia faceva rosati che descrive con l’orgoglio trattenuto di chi sa di avere qualcosa di buono tra le mani e aspetta solo il momento giusto per tirarlo fuori. Oggi la gente scappa dalla campagna. Io voglio comprare. Questa terra ha un valore che non finisce. Siamo un paese che ha ceduto negli ultimi decenni una quota enorme di superficie agricola all’abbandono e alla cementificazione. Vito Oddo va in verso contrario risalendo la corrente come un salmone. Torna, rimane, compra, radica. Sta scommettendo su Trapani quando tutto il sistema culturale sembrerebbe incentivarlo a restare altrove. È la stessa testardaggine con la quale a quattordici anni prendeva la corriera alle sette di mattina per andare all’agrario di Marsala. Il futuro: Andrea e quello che verrà Il nonno Vito fondò la cantina sociale e non aprì mai un suo marchio. Il padre Carlo mantenne le vigne e conferì l’uva per decenni. Il figlio Vito ha costruito un’azienda dal niente. E adesso? Andrea, il figlio di Vito, ha quindici anni. Va in campagna, si avvicina, cresce nel benessere di una generazione che ha mille possibilità davanti e non necessariamente sceglierà quella del vino. Io spero di sì. Ma tutto è possibile. Quando avevo quindici anni nemmeno immaginavo dove sarei arrivato. Vito lo dice con leggerezza. La stessa che si guadagna solo dopo aver capito che le cose non si tengono stringendole, ma costruendole bene. Magari arriva il cinese di turno, si innamora dell’azienda e la compra. Hai fatto bingo. La sua risata è quella di chi ha già il prossimo progetto in testa e non ha paura del futuro perché il presente è solido. Salvatore Quasimodo, Premio Nobel siciliano, scrisse Ognuno sta solo sul cuor della terra
trafitto da un raggio di sole: ed è subito sera. È una delle poesie più brevi e più devastanti della letteratura italiana. Parla di solitudine, di luce, di tempo che passa. Io la interpreto come una descrizione del lavoro in vigna: quell’essere soli sotto il sole, trafitti dalla luce, consapevoli che ogni giornata finisce e che quello che si è fatto rimane. I vini che Vito Oddo imbottiglia a Dattilo portano quella luce dentro. Il sole di Trapani, la terra rossa, il vento di ponente. A vigna voli l’occhiu dû patruni. E quell’occhio, qui, non manca mai. Ivan Vellucci – Suggestioni di Vino
ivan.vellucci@winetalesmagazine.com Mi trovi su Instagram come @ivan_1969
Leggi
Vito Oddo ha impiegato due anni per trasformarlo in un progetto. L’obiettivo era restituire prestigio, per la prima volta, a un prodotto storico di grande fascino e con una tradizione radicatissima nel territorio. Re Siculo, già nel nome, sembra una dichiarazione di sovranità. Non scimmiotta nessun orange wine di moda, non segue la scia arancione del momento. Viene da prima. È lui l’originale.
Catarratto macerato, colore ambrato che rievoca il vino di campagna della tradizione trapanese, ma con una gradazione alcolica più contenuta rispetto all’originale. Il colore è quello che ti aspetti e che al tempo stesso ti sorprende: ambra dorata, densa, luminosa come il miele di zagara. Un tramonto che cade a Mozia con quel suo arancio luminoso. Nel calice sembra avere una storia già prima che tu lo assaggi.
Al naso emergono sentori di uva passa, dattero, banana matura, albicocca. Quello che sembra dolce è invece profondamente secco, come il paesaggio di agosto intorno a Trapani. Ciò che sembra arido è in realtà vita trattenuta. C’è una complessità ossidativa che non è difetto ma linguaggio, il modo in cui questo vino sceglie di raccontarsi.
In bocca è dunque secco, con una bella freschezza vellutata a ricordare il Marsala senza esserlo.  Re Siculo richiede tempo. Non nel calice, ma nella testa. Bisogna lasciarsi andare alla sua logica, che non è quella del bianco fresco né del rosso strutturato ma qualcosa di laterale, antico, irriducibile a categorie moderne. È un vino che parla di Trapani prima che Trapani diventasse una denominazione, quando era ancora solo un posto dove la gente viveva di vigna e di mare e non sapeva di fare una cosa straordinaria. Non va bevuto freddo perché a Trapani, nelle campagne, il frigo non c’era. Al massimo veniva conservato nelle cantine o nel pozzo. Me ne sono innamorato accompagnandolo ad un Cospaia Tornabuoni. Un sigaro che mi ricordava quello degli anziani riuniti attorno ad un tavolo giocando a carte. Le consulenze: il Salice Salentino a Düsseldorf e la soddisfazione più bella Vito, non è uno che se ne sta fermo. Sa di valere. Sa che la soddisfazione che può avere nella sua terra non ha eguali. Ma questo non vuol dire che non debba portare la sua cultura anche altrove. È per questo che ancora oggi mantiene una consulenza enologica con l’azienda Otri del Salento. Una attività nata in Puglia durante gli ultimi mesi da Tenute Stefano Farina, con uno zio e un nipote Agguerritissimi che volevano spaccare il mondo. Grazie anche al suo operato, il Salice Salentino Riserva vince al Prowein di Düsseldorf la Grande Medaglia d’Oro con 97 punti. Tra quasi ottomila vini in concorso, solo trentasei grandi medaglie d’oro vengono assegnate. L’unico vino del Mezzogiorno è quello di Vito. A Düsseldorf, al nostro tavolino nell’area VIP, venne un enologo che aveva venti consulenze in Puglia. Quotatissimo. Si avvicinò per assaggiare il vino di persona. Voleva vedere in faccia l’enologo Vito Oddo. Non si faceva convinto di questa grande medaglia d’oro. Sull’aereo di ritorno poi eravamo io e Ivan, uno dei soci. Tutto il gotha enologico pugliese ci guardava come se fossimo alieni. Non si faceva convinto. Sembra il pregiudizio al contrario: non il vino del sud che viene snobbato, ma il vino buono che non ci si aspetta arrivi da dove arriva. E quando arriva, costringe anche i più corazzati a fare i conti con i propri schemi. Vito quella soddisfazione non la dimenticherà mai. E non deve. Carlo, il padre: l’occhio che ha tenuto le vigne Nelle storie di vino familiari, il padre è sempre una figura fondamentale che rischia di restare in ombra, schiacciato dalla narrazione più dinamica del figlio. Carlo, lascia parlare Vito. Interviene solo per qualche sottolineatura. È come il l’allenatore che segue il ciclista dall’ammiraglia. Da consigli, incita. Ma rimane nell’ombra. È però lui che ricorda i viaggi del nonno in Russia. È lui che porta la memoria dei blocchi di terra intorno a Dattilo che erano della famiglia e poi si sono dispersi, venduti, perduti nella pressione della modernità. La gente scappa dalla campagna. È il momento giusto per comprare. Ha settant’anni e l’energia di un uomo di cinquanta. Ha smesso di andare a caccia per dedicarsi alla vendemmia. Tiene una macchina storica parcheggiata che aspetta i raduni. La sua vera passione. Ha rinunciato a molte cose per stare vicino a ciò che sta nascendo. Tra padre e figlio c’è una complicità rara, autentica, non esibita. Carlo ha sempre creduto in Vito, ha sempre alimentato le sue passioni: dalla bicicletta all’agrario di Marsala, dall’Australia alla decisione di tornare a Trapani. Silenziosamente e con un sorriso che sa di giornate passate nei campi sotto il sole del trapanese. L’importante è che io ti do e tu mi dai È il suo modo di descrivere il patto tra loro. La semplicità lapidaria dei proverbi, la stessa dei campi. Una frase nella quale c’è il rispetto reciproco, la fiducia guadagnata sul campo, la continuità di una storia familiare che ora porta il nome che ha sempre dovuto portare. Fare impresa sul territorio: la scommessa dei dieci ettari A terra nun menti: si la semini, raccoggi. Credo molto nell’agricoltura. La terra non ti abbandona mai. Lo dice Vito con la convinzione di chi non sta recitando una parte ma enunciando una verità vissuta. È lo stesso principio che i Romani chiamavano pietas agrorum, la devozione alla terra come forma di giustizia cosmica. In Sicilia ha radici ancora più profonde, antiche quanto i Fenici che per primi capirono che questo suolo e questo sole potessero trasformare l’uva in qualcosa di straordinario. L’azienda Vito Oddo è nata ufficialmente nel 2018. L’anno in cui la partita IVA aperta, punto di riferimento burocratico venne creata. In realtà comincia ad operare nel 2005, quando il giovane Vito appena diplomato vinificò i primi cinquecento litri di Nero d’Avola per l’esame di Stato. Un vino imbevibile, una bomba di tannini astringenti. Era però tutto suo. Fatto con le sue mani nel garage di casa trasformato in cantina artigianale. Quello stesso spazio dove il nonno aveva fatto il vino prima di lui. Una continuità involontaria, quasi magnetica. Adesso quell’azienda ha vinto il bando per i Giovani Imprenditori Agricoli. Sta acquistando altri quattro ettari a Dattilo, portando la superficie totale a dieci. Ha in cantiere una bollicina leggera e fresca nonché un rosato che Vito sogna da anni, da quando in Puglia faceva rosati che descrive con l’orgoglio trattenuto di chi sa di avere qualcosa di buono tra le mani e aspetta solo il momento giusto per tirarlo fuori. Oggi la gente scappa dalla campagna. Io voglio comprare. Questa terra ha un valore che non finisce. Siamo un paese che ha ceduto negli ultimi decenni una quota enorme di superficie agricola all’abbandono e alla cementificazione. Vito Oddo va in verso contrario risalendo la corrente come un salmone. Torna, rimane, compra, radica. Sta scommettendo su Trapani quando tutto il sistema culturale sembrerebbe incentivarlo a restare altrove. È la stessa testardaggine con la quale a quattordici anni prendeva la corriera alle sette di mattina per andare all’agrario di Marsala. Il futuro: Andrea e quello che verrà Il nonno Vito fondò la cantina sociale e non aprì mai un suo marchio. Il padre Carlo mantenne le vigne e conferì l’uva per decenni. Il figlio Vito ha costruito un’azienda dal niente. E adesso? Andrea, il figlio di Vito, ha quindici anni. Va in campagna, si avvicina, cresce nel benessere di una generazione che ha mille possibilità davanti e non necessariamente sceglierà quella del vino. Io spero di sì. Ma tutto è possibile. Quando avevo quindici anni nemmeno immaginavo dove sarei arrivato. Vito lo dice con leggerezza. La stessa che si guadagna solo dopo aver capito che le cose non si tengono stringendole, ma costruendole bene. Magari arriva il cinese di turno, si innamora dell’azienda e la compra. Hai fatto bingo. La sua risata è quella di chi ha già il prossimo progetto in testa e non ha paura del futuro perché il presente è solido. Salvatore Quasimodo, Premio Nobel siciliano, scrisse Ognuno sta solo sul cuor della terra
trafitto da un raggio di sole: ed è subito sera. È una delle poesie più brevi e più devastanti della letteratura italiana. Parla di solitudine, di luce, di tempo che passa. Io la interpreto come una descrizione del lavoro in vigna: quell’essere soli sotto il sole, trafitti dalla luce, consapevoli che ogni giornata finisce e che quello che si è fatto rimane. I vini che Vito Oddo imbottiglia a Dattilo portano quella luce dentro. Il sole di Trapani, la terra rossa, il vento di ponente. A vigna voli l’occhiu dû patruni. E quell’occhio, qui, non manca mai. Ivan Vellucci – Suggestioni di Vino
ivan.vellucci@winetalesmagazine.com Mi trovi su Instagram come @ivan_1969
2 Giugno, 2026
Tuttofood 2026: fiera da record con +30% di presenze
Con la seconda edizione di TUTTOFOOD curata da Fiere di Parma è ufficiale: anche l’Italia è ora sede di una grande fiera internazionale agroalimentare, ulteriore motore di export, fatturato e relazioni internazionali per il Made in Italy.
Il parere dei top buyer.
Si chiude con numeri record TUTTOFOOD 2026, che registra in quattro giorni 123mila presenze, di cui 27mila dall’estero, con un incremento del 30% rispetto all’edizione 2025. La partecipazione di un numero così rilevante di operatori professionali, tra industria, distribuzione, ristorazione, importatori, buyer, dimostra la capacità della manifestazione, organizzata per il secondo anno da Fiere di Parma, di trasformare la domanda globale di qualità alimentare in relazioni commerciali, sviluppo e accesso ai mercati e, contemporaneamente, il suo ruolo, sempre più forte, di piattaforma economica internazionale di riferimento per il food & beverage.
Il risultato, frutto di un’alleanza di sistema tra Fiere di Parma e Fiera Milano con il coinvolgimento per la parte internazionale di Koelnmesse, organizzatore della più importante manifestazione al mondo, Anuga di Colonia, si inserisce in un’edizione che ha occupato 10 padiglioni, 82.000 metri quadrati netti di superficie espositiva sold out, in crescita del 15%, riunito 5.000 brand (+20%, di cui circa il 30% esteri) e 4.000 top buyer internazionali.
Antonio Cellie, AD Fiere di Parma
I numeri e i pareri unanimemente positivi da parte di espositori, buyer, visitatori, frequentatori abituali delle storiche fiere mondiali del cibo, lo confermano: abbiamo coperto uno spazio inspiegabilmente ancora libero, realizzando in Italia un evento di portata internazionale per l’agroalimentare del tutto nuovo e che ora ogni anno, grazie all’alternanza strategica tra Cibus e Tuttofood, metterà a disposizione del Made in Italy un palcoscenico e un hub globale per affermarsi ulteriormente coerentemente con il prestigio, il ruolo, la rilevanza internazionale che il cibo e la cucina italiana hanno nel mondo.
Oggi le fiere, infatti non sono più soltanto vetrine di prodotto. Sono luoghi di business, in cui le imprese misurano la domanda internazionale, creano mercati, costruiscono relazioni commerciali e trasformano la reputazione del Made in Italy in risultati economici. La crescita delle presenze ci dice che le aziende e gli operatori cercano luoghi fisici e qualificati in cui orientarsi dentro un mercato globale più frammentato, più selettivo e più competitivo.
La crescita delle presenze assume, infatti, un valore ancora più significativo perché avviene in una fase caratterizzata da tensioni geopolitiche, dazi, pressione sui costi energetici, volatilità delle materie prime e ridefinizione delle catene internazionali di fornitura. In questo scenario, il food si conferma uno dei comparti più solidi dell’economia italiana: nel 2025 le esportazioni italiane di beni alimentari hanno raggiunto i 72,4 miliardi di euro, in aumento del 4,9% rispetto al 2024. Sul fronte industriale, il comparto continua a esprimere forza anche in termini di fatturato, con l’industria alimentare italiana che nel 2025, secondo Federalimentare, ha raggiunto 204 miliardi di euro, in crescita del 3,6% sull’anno precedente.
Un ruolo, quello dell’Italia del cibo, confermato con entusiasmo dai tanti buyer internazionali presenti in fiera, che hanno descritto la cucina italiana come punto di riferimento europeo per il food premium e gourmet. Per i buyer provenienti dagli USA, dall’America Latina, dall’Asia, dal Golfo, ma anche da Paesi europei come la Francia, il Made in Italy ha una reputazione molto alta, grazie all’innegabile qualità delle materie prime, ma anche alla sua autenticità, all’affidabilità produttiva, alla distintività dell’offerta e al valore gastronomico e culturale che porta in sé. Nella testimonianza di un importante buyer europeo, emerge un dato molto significativo: circa il 70% del business ristorativo della sua insegna ruota attorno a prodotti italiani, a dimostrazione che la cucina italiana è ormai strutturale nell’offerta horeca internazionale e molti mercati non considerano sostituibili alcune categorie italiane, a partire dall’olio d’oliva, passando per l’aceto balsamico, la farina, la pasta, fino ai biscotti e al cioccolato. Per alcuni operatori, come Cencosud (America Latina) e City Super Group (Honk Hong), l’Italia rappresenta addirittura il principale mercato europeo di sourcing alimentare.
Un elemento interessante è che il cibo italiano non viene percepito solo come classico o tradizionale, ma anche come capace di innovare, sperimentare e creare nuove ricettazioni gastronomiche, anticipando i trend. Il Made in Italy non è visto soltanto come “heritage”, ma come un elemento vivo e contemporaneo.
E, a proposito di innovazione, secondo Ben Costantini di Sesamers, società francese che ha portato in fiera start up da 7 Paesi, specializzate in piattaforme software, bevande funzionali, salse artigianali e macchinari per la trasformazione, “TUTTOFOOD non è solo un luogo dove vendere i prodotti di oggi, ma è il luogo in cui la prossima generazione di innovatori del settore alimentare trova il proprio mercato”.
Al termine di TUTTOFOOD, il Banco Alimentare della Lombardia ha raccolto circa 25 tonnellate di cibo dalle oltre 600 aziende che hanno generosamente scelto di donare le proprie eccedenze alimentari, permettendo di destinare alimenti ancora in perfetto stato a più di 1.000 Organizzazioni Partner Territoriali convenzionate (mense, centri di accoglienza, case-famiglia, etc.), a beneficio di oltre 200.000 persone in difficoltà.
LA PAROLA AI BUYER
SYSCO – Con un fatturato annuo di circa 81–84 miliardi USD, 75.000 dipendenti, market cap intorno ai 35 miliardi USD, oltre 730.000 clienti e più di 330 centri logistici nel mondo, Sysco è il più grande distributore alimentare USA per il food service al mondo, focalizzato su ristoranti, hotel, ospedali, scuole e catering. È a Tuttofood per la sua portata internazionale che la rende decisiva per creare relazioni dirette con produttori e buyer. L’aumento dei prezzi non ferma negli USA la domanda di qualità. Dazi e tariffe vengono considerati meno rilevanti rispetto alla sicurezza della supply chain. Cresce la centralità della sostenibilità e della tracciabilità alimentare di fronte a una preoccupazione crescente per la sicurezza dell’approvvigionamento globale di cibo. Questa evoluzione della domanda motiva anche la crescita del food italiano negli USA tanto da spingere Sysco ad inserire, in ogni società del gruppo, una figura specializzata nel prodotto italiano. I consumatori americani riconoscono e cercano prodotti autentici italiani, anche premium, di gamma più ampia rispetto a quelli tradizionali: il mercato non è più “etnico”, ma mainstream.
CENCOSUD – uno dei più grandi gruppi retail dell’America Latina, con sede a Santiago del Cile, 50 anni di storia, operante principalmente nei settori supermercati e ipermercati, centri commerciali, bricolage e home improvement, department store, servizi finanziari, tra Cile, Argentina, Brasile, Perù, Colombia, USA, 100mila persone impiegate, 1500 stores, 17 miliardi di dollari e un EBITDA di circa 1,5 miliardi.
A Tuttofood per creare assortimenti internazionali sugli scaffali sudamericani. Portano a casa dalla manifestazione “un ‘pezzo’ di ogni Paese europeo” puntando sull’aspetto innovazione. L’obiettivo dichiarato è portare per primi in Sud America le novità viste nelle aree Innovation della fiera perché i consumatori latinoamericani vengono descritti come sempre più curiosi, aperti alla sperimentazione e interessati a ricette che mixano ingredienti provenienti da più Paesi. Conferma il ruolo strategico dell’Italia, principale riferimento europeo per il food export, ma crescono anche interesse e sourcing da Germany, Portugal, France, United Kingdom e Spain, ma anche da Thailandia, Corea, Australia. Peru è indicato come il mercato latinoamericano più dinamico, mentre Argentina registra una crescita eccezionale: +100% nell’import di prodotti europei negli ultimi 12 mesi. Messaggio chiave: nonostante il rallentamento dei consumi, il food europeo — soprattutto italiano — continua a essere percepito come sinonimo di qualità, innovazione e distintività.
SPINNEYS – catena premium di supermercati attiva principalmente negli Emirati Arabi Uniti, Oman e Arabia Saudita, uno dei principali retailer high-end del Golfo, con un posizionamento focalizzato su qualità, assortimenti internazionali e prodotti premium. Nel 2025 ha registrato ricavi per circa circa 1 miliardo di dollari), con una crescita del +13% anno su anno: serve ogni anno oltre 100 milioni di clienti.
A Tuttofood per rafforzare le partnership con i produttori soprattutto italiani e ampliare ulteriormente l’offerta premium destinata ai mercati del Golfo. La buyer, per la quarta volta a TUTTOFOOD, definisce la fiera “strategica e molto positiva per lo sviluppo del business”. L’Italia viene indicata come partner privilegiato per il private label (il business private label registra infatti crescite molto sostenute, fino al +40% anno su anno) grazie alla qualità riconosciuta del Made in Italy e alla maggiore semplicità logistica rispetto ad altri mercati di approvvigionamento. L’obiettivo è individuare nuove opportunità commerciali, ampliare le gamme esistenti e selezionare nuovi produttori premium e artigianali da inserire negli assortimenti. Le categorie considerate più dinamiche comprendono olio d’oliva, conserve alimentari, legumi, farine, tonno premium, acciughe, prodotti biologici e specialità italiane ad alto valore aggiunto. Spinneys è interessata al settore degli antipasti, olive e pasta premium, categorie ritenute sempre più rilevanti per il consumatore high-end del Golfo, oltre che a prodotti biologici e salutistici. Secondo la buyer, il biologico è uno dei trend più forti del mercato e potrebbe addirittura raddoppiare il proprio valore nel prossimo futuro grazie alla crescente attenzione dei consumatori verso salute, qualità e ingredienti naturali.
PROMOCASH, business unit di Carrefour Group – Catena francese di cash & carry specializzata nella fornitura per professionisti della ristorazione, hotel, catering e commercio alimentare. Opera quasi esclusivamente nel canale horeca: il 95% del business è legato ai ristoranti e, all’interno di questa quota, circa il 70% riguarda prodotti italiani.
A Tuttofood per consolidare i rapporti con i fornitori già presenti in assortimento, ma anche per individuare nuovi prodotti e produttori da inserire a scaffale, cogliendo l’occasione per testare e selezionare nuove linee da importare sul mercato francese. L’Italia viene descritta come un riferimento imprescindibile per la ristorazione francese, soprattutto in categorie come olio, riso, pasta, farine e vegetali conservati. L’obiettivo dichiarato è “portare il vero stile italiano in Francia”, proponendo ai ristoratori prodotti autentici e ancora poco disponibili sul mercato locale. La fiera viene considerata strategica perché permette di confrontare in un unico luogo numerosi produttori appartenenti alle stesse categorie merceologiche, facilitando valutazioni comparative su qualità, assortimento e posizionamento. Viene inoltre sottolineata la completezza dell’offerta espositiva, capace di rappresentare quasi tutta la varietà del food internazionale. Esempio concreto citato: per un produttore italiano di farine con cui Promocash collabora da tre anni e i cui volumi crescono costantemente, nel 2026 è previsto un ulteriore incremento degli acquisti del +30%. Rispetto ad altre fiere internazionali come SIAL Paris, TUTTOFOOD viene percepita come più accessibile e funzionale per i buyer, grazie a spazi ben organizzati per incontri e degustazioni e a una gestione semplice ed efficiente dell’esperienza fieristica.
COUPANG – uno dei principali player dell’e-commerce asiatico, spesso definito “l’Amazon della Corea”, fondato nel 2010 e oggi leader del mercato sudcoreano grazie al sistema logistico ultra-rapido “Rocket Delivery”. Il gruppo integra marketplace, logistica proprietaria, food delivery, streaming e fintech, con un volume di vendite annuale superiore ai 35 miliardi di dollari.
A Tuttofood per rafforzare il sourcing di prodotti autentici italiani destinati al mercato coreano, con particolare attenzione alle linee premium e alle categorie simbolo del Made in Italy come olio d’oliva, spaghetti e aceto balsamico. Il food italiano viene descritto come già molto popolare in Corea del Sud e in costante crescita anno dopo anno, soprattutto presso un consumatore urbano sempre più interessato a qualità, autenticità e cucina internazionale. L’attività in fiera è stata molto intensa: circa dieci business meeting al giorno tra incontri con fornitori già conosciuti e nuove aziende da inserire in piattaforma. Centrale il tema B2B: l’obiettivo non è soltanto capire quali prodotti possano funzionare sul mercato coreano, ma anche individuare in che modo Coupang possa supportare concretamente le aziende presenti a Tuttofood nello sviluppo commerciale e nella diffusione dei loro prodotti in Corea. Il potenziale di crescita del food italiano nel mercato sudcoreano viene considerato ancora molto elevato, al punto che Coupang prevede un incremento significativo dei volumi di acquisto successivamente alla manifestazione.
CITY SUPER GROUP – gruppo retail premium nato a Hong Kong nel 1996, specializzato in supermercati gourmet, prodotti internazionali importati, wine & spirits e lifestyle retail attraverso il brand principale City’super. Considerato uno dei riferimenti high-end della spesa alimentare in Asia, il gruppo è presente tra Hong Kong, Shanghai, Nanjing e Taiwan, con un posizionamento focalizzato su qualità, selezione internazionale ed esperienza retail premium.
A Tuttofood per consolidare e ampliare il sourcing diretto dall’Italia, oggi indicata come il principale Paese di approvvigionamento del gruppo. L’azienda importa senza intermediari e considera il Made in Italy un elemento centrale della propria proposta assortimentale, soprattutto nelle categorie premium destinate a un consumatore asiatico sofisticato e attento all’autenticità del prodotto. La manifestazione rappresenta un’importante occasione sia per incontrare di persona fornitori con cui esistono già collaborazioni consolidate, sia per scoprire nuovi brand in linea con le richieste del mercato di Hong Kong e Taiwan. Forte l’interesse verso aziende a gestione familiare e produzioni ad alta specializzazione, considerate sinonimo di qualità e distintività. Tra le categorie ricercate: frutta secca, condimenti, olio extra-vergine di oliva, aceto balsamico, cioccolato e crema di pistacchio premium ad alta concentrazione di materia prima. Il food italiano continua, dunque, a essere percepito come benchmark qualitativo nel segmento gourmet asiatico, tanto che City Super Group prevede un incremento di almeno il +10% nei volumi importati dall’Italia successivamente alla fiera. Dopo aver partecipato a numerose manifestazioni internazionali, TUTTOFOOD viene definita la migliore per qualità e quantità delle aziende presenti, oltre che per l’organizzazione degli spazi dedicati agli incontri business, giudicati ampi, chiari ed efficienti.
La Redazione
Leggi
1 Giugno, 2026
La Sicilia di Ulisse: il viaggio continua sui tavoli delle trattorie
L’Associazione amplia la sua rete e apre a una nuova categoria: piatti genuini, ospitalità familiare e tradizione siciliana.
La Sicilia di Ulisse, il circuito che riunisce 63 eccellenze siciliane – tra ristoranti, pasticcerie storiche, hotel di charme – e 19 cantine partner, annuncia la nascita di una nuova categoria associativa dedicata alle trattorie.
Una scelta che nasce dal riconoscimento del ruolo fondamentale che questi luoghi hanno nell’identità culinaria in ogni zona dell’isola: spazi familiari e autentici, dove la tradizione si tramanda attraverso piatti semplici ma curati, accoglienza sincera e un’attenzione naturale alla qualità delle materie prime.
Il termine trattoria deriva dal francese traiteur, colui che prepara e serve il cibo. In Italia è divenuto il luogo a conduzione familiare dove si respira un’atmosfera accogliente e dove la cucina tipica regionale si racconta attraverso ricette genuine, ingredienti freschi e una preparazione rispettosa dell’autenticità dei sapori. La trattoria non è solo un posto dove si mangia bene: è uno scrigno di tradizioni, un luogo di memoria collettiva e di identità gastronomica.
Luciano Pennisi, vicepresidente de La Sicilia di Ulisse
La Sicilia è una regione che evoca immagini di mare cristallino e paesaggi mozzafiato, ma è anche, e soprattutto, uno dei luoghi migliori al mondo per la cucina tradizionale: una cucina che racconta la sua storia attraverso sapori genuini e materie prime di qualità. Le trattorie siciliane custodiscono sapori, storie e gesti che ci appartengono e per questo abbiamo voluto accoglierle all’interno della nostra associazione.
Entrare a far parte di questa nuova categoria significa abbracciare i valori fondanti dell’Associazione, dimostrando una solida valenza ristorativa all’interno del panorama siciliano. L’utilizzo, quanto più possibile, di materie prime locali e stagionali è un requisito imprescindibile con un impegno concreto nella valorizzazione dei piatti della propria provincia, anche in chiave contemporanea. Fondamentale è la qualificazione del personale, tale da garantire efficienza, cura e accoglienza, in un’atmosfera calda e familiare, capace di far sentire ogni ospite a casa, senza mai rinunciare a un livello elevato di qualità. Inoltre, viene valutata la presenza di una cantina con etichette della regione.
La strategia di ampliamento dell’Associazione non riguarda solo l’apertura alla nuova categoria delle trattorie, ma anche la possibilità di valutare strutture ricettive, ristorative e cantine che, nel rispetto dei parametri di affiliazione, possono contribuire ad arricchire il circuito e a completare la mappatura della regione. La Sicilia custodisce infatti un patrimonio ricchissimo di realtà di valore nel mondo dell’enogastronomia e dell’ospitalità, alcune già affermate, altre emergenti, capaci di interpretare con autenticità l’identità dell’isola. La Sicilia di Ulisse desidera sostenere queste eccellenze inserendole in una rete qualificata e, al tempo stesso, offrire ai viaggiatori una proposta sempre più ampia e rappresentativa, per vivere un autentico grand tour dell’isola tra sapori, luoghi, tradizioni e cultura del territorio.
Le strutture interessate possono candidarsi compilando il form disponibile sul sito al seguente link:
https://www.lasiciliadiulisse.it/i-requisiti.html
Con questa novità, La Sicilia di Ulisse prosegue il suo viaggio nella valorizzazione del patrimonio enogastronomico regionale, diventando sempre più punto di riferimento per chi cerca un turismo consapevole e di qualità. Proprio come Ulisse, che nell’Odissea scoprì in Sicilia una terra generosa, anche oggi chi visita la regione può lasciarsi conquistare dai sapori autentici e dall’accoglienza sincera di chi custodisce e tramanda questo prezioso patrimonio.
La Sicilia di Ulisse
Da oltre vent’anni l’Associazione si impegna a valorizzare le meraviglie della Sicilia, offrendo ai viaggiatori l’opportunità di vivere un’esperienza completa e autentica, fatta di sapori, paesaggi e prodotti che racchiudono l’anima mediterranea dell’isola. Fondata nel 2002 da un gruppo di chef visionari, l’Associazione riunisce le eccellenze siciliane nei settori dell’ospitalità, della gastronomia e della viticultura. Attraverso un portale e una APP, La Sicilia di Ulisse si presenta in modo chiaro e strutturato sul mercato, rendendo accessibile la sua offerta esclusiva. Oggi, l’Associazione conta 63 soci, di cui 38 tra ristoranti e pasticcerie storiche e 25 hotel di charme, oltre a 19 cantine partner per un numero complessivo di 1.500 addetti e un fatturato generato stimato di 180 milioni di euro. Da aprile 2024 il presidente dell’Associazione è Tony Lo Coco.
La Redazione
Leggi
1 Giugno, 2026
Le Notti del Vino a Roma. 5-6-7 giugno Ponte della Musica, Armando Trovajoli
diVino sotto le Stelle: Roma brinda sul Ponte della Musica
Dal 5 al 7 giugno tornano a Roma Le Notti del Vino – diVino sotto le Stelle, l’anteprima romana del calendario nazionale promosso dall’Associazione Nazionale Città del Vino, con Decanter Wine Academy partner esecutivo su Roma.
Dopo il successo del 2025, l’appuntamento si rinnova in una delle location più suggestive della Capitale: il Ponte della Musica Armando Trovajoli. Per tre sere, sotto le sue arcate, Roma diventa un grande salotto del vino a cielo aperto.
Ad attendere il pubblico ci saranno oltre 70 cantine, con etichette locali e nazionali in degustazione. Calice alla mano, si potrà passeggiare sul ponte, incontrare direttamente i produttori, scoprire nuove storie, nuovi territori e nuovi assaggi.
Non solo vino: il programma prevede musica dal vivo, flash mob di tango, street food e tre masterclass dedicate alle Donne del Vino Lazio, agli abbinamenti cibo-vino e alle degustazioni alla cieca.
Un tramonto romano, un calice in mano, la musica, le stelle e il Ponte della Musica trasformato in un percorso di degustazione unico.
Programma
Mercoledì 3 giugno
Ore 11.30 Conferenza Stampa di presentazione dell’evento presso la sala stampa della Camera dei Deputati, via della Missione 4 Venerdì 5 giugno
Ore 19.00 apertura banchi d’assaggio
Ore 19.30 Masterclass “Donne del vino: storie e aneddoti nel calice” con le Donne del vino Lazio Costo: Masterclass gratuita per chi ha già il biglietto della manifestazione, 10 euro solo masterclass. Posti limitati, Prenotazione obbligatoria info@decanterwineacademy.org Ore 24.00 chiusura banchi d’assaggio Sabato 6 giugno
Ore 19.00 apertura banchi d’assaggio
Ore 19.30 Degustazione alla cieca, trova l’intruso: 4 vini del Lazio VS uno “straniero” Costo: Degustazione gratuita per chi ha già il biglietto della manifestazione, 10 euro solo degustazione. Posti limitati, Prenotazione obbligatoria info@decanterwineacademy.org Ore 24.00 chiusura banchi d’assaggio Domenica 7 giugno
Ore 19.00 apertura banchi d’assaggio
Ore 19.30 Degustazione guidata con abbinamento cibo-vino 4 vini e 4 assaggi dei Food Truck Costo: Degustazione gratuita per chi ha già il biglietto della manifestazione; 10 euro solo degustazione Posti limitati, Prenotazione obbligatoria info@decanterwineacademy.org Ore 24.00 chiusura banchi d’assaggio Costo del biglietto 25 euro Il biglietto comprende il bicchiere , la sacchetta portabicchiere e 10 degustazioni di vini delle oltre 150 etichette presenti. Sommelier Ais, Ars, Assoenologi, Assosommelier, Degustibuss, Fis, Fisar, Onav, Ses riduzione del biglietto, costo 20 euro presentando all’ingresso la tessera dell’associazione in corso di validità. Codice sconto online G55, G66, G77 a seconda del giorno scelto. Operatori del settore: ingresso a 15 euro, mandando una mail a accrediti@decanterwineacademy.org Studenti: riduzione del biglietto, costo 20 euro presentando all’ingresso tessera studente in corso di validità. Codice sconto online S55,S66, S77 a seconda del giorno scelto Stampa: mandare una mail a accrediti@decanterwineacademy.org entro lunedì 25 maggio, specificando testata, numero di tessera e il link di un articolo firmato sull’enogastronomia per i giornalisti. Per i blogger inviare mail che verrà valutata dallo staff. Info: 351-3784335 06-86132308 info@decanterwineacademy.org https://www.decanterwineacademy.org/divino-sotto-le-stelle-ponte-della-musica La Redazione
Leggi
Ore 11.30 Conferenza Stampa di presentazione dell’evento presso la sala stampa della Camera dei Deputati, via della Missione 4 Venerdì 5 giugno
Ore 19.00 apertura banchi d’assaggio
Ore 19.30 Masterclass “Donne del vino: storie e aneddoti nel calice” con le Donne del vino Lazio Costo: Masterclass gratuita per chi ha già il biglietto della manifestazione, 10 euro solo masterclass. Posti limitati, Prenotazione obbligatoria info@decanterwineacademy.org Ore 24.00 chiusura banchi d’assaggio Sabato 6 giugno
Ore 19.00 apertura banchi d’assaggio
Ore 19.30 Degustazione alla cieca, trova l’intruso: 4 vini del Lazio VS uno “straniero” Costo: Degustazione gratuita per chi ha già il biglietto della manifestazione, 10 euro solo degustazione. Posti limitati, Prenotazione obbligatoria info@decanterwineacademy.org Ore 24.00 chiusura banchi d’assaggio Domenica 7 giugno
Ore 19.00 apertura banchi d’assaggio
Ore 19.30 Degustazione guidata con abbinamento cibo-vino 4 vini e 4 assaggi dei Food Truck Costo: Degustazione gratuita per chi ha già il biglietto della manifestazione; 10 euro solo degustazione Posti limitati, Prenotazione obbligatoria info@decanterwineacademy.org Ore 24.00 chiusura banchi d’assaggio Costo del biglietto 25 euro Il biglietto comprende il bicchiere , la sacchetta portabicchiere e 10 degustazioni di vini delle oltre 150 etichette presenti. Sommelier Ais, Ars, Assoenologi, Assosommelier, Degustibuss, Fis, Fisar, Onav, Ses riduzione del biglietto, costo 20 euro presentando all’ingresso la tessera dell’associazione in corso di validità. Codice sconto online G55, G66, G77 a seconda del giorno scelto. Operatori del settore: ingresso a 15 euro, mandando una mail a accrediti@decanterwineacademy.org Studenti: riduzione del biglietto, costo 20 euro presentando all’ingresso tessera studente in corso di validità. Codice sconto online S55,S66, S77 a seconda del giorno scelto Stampa: mandare una mail a accrediti@decanterwineacademy.org entro lunedì 25 maggio, specificando testata, numero di tessera e il link di un articolo firmato sull’enogastronomia per i giornalisti. Per i blogger inviare mail che verrà valutata dallo staff. Info: 351-3784335 06-86132308 info@decanterwineacademy.org https://www.decanterwineacademy.org/divino-sotto-le-stelle-ponte-della-musica La Redazione
31 Maggio, 2026
La bambina che portava pazienza. 𝐼 𝑘𝑖𝑎𝑡𝑒𝑟𝑒̀𝑑𝑑ℎ𝑎 𝑘𝑎 𝑖̀𝑐ℎ𝑒 𝑝𝑎𝑐𝑒̀𝑛𝑧𝑖𝑎
I tesori possono avere forme diverse, possono essere grandi come castelli o piccoli come un seme e spesso per trovarli non c’è bisogno di una mappa o di un viaggio su un’isola sperduta. Alcuni tesori ci vengono incontro per strada, altri li possiamo scovare nei campi o nelle parole. La nostra fortuna è riconoscerne la ricchezza e saperla tramandare. Come una lingua. Come una storia. Come la biodiversità.
Nella Bambina che portava pazienza, una fiaba grika pubblicata da Esterno Notte, la protagonista conosce il tempo dell’attesa, e sa che ogni cosa cresce se le si dedica uno sguardo gentile.
Il 15 maggio alle ore 18:30, Cantina Moros ha aperto le sue porte a un incontro pensato per grandi e piccini, in collaborazione con la Biblioteca del Negroamaro e delle Terre d’Arneo di Guagnano nell’ambito del progetto ‘La Biblioteca Fuori Di Sé’ e il Comune di Guagnano e Assessorato alla Cultura.
Dopo i saluti iniziali, gli autori Fabrizio Lecce, Margherita Macrì e Mattia Manco interverranno per presentare l’opera ‘’la bambina che portava pazienza’’, accompagnati dalla performance dell’illustratrice Paola Rollo.
Un appuntamento trasversale tra racconto, ascolto e degustazione, che include la consegna di un kit di semina in dono ai più piccoli: piselli nani da piantare, come gesto simbolico legato al tempo, alla cura e alla crescita.
Durante l’evento: la degustazione dei vini Masseria Surani di produzione della cantina, in abbinamento ai legumi antichi di Zollino del produttore Antonio Calò, preparati da L’Orecchietta.
Un’esperienza che unisce storie, territorio e convivialità.
L’evento si inserisce nel programma de 𝑰𝒍 𝑴𝒂𝒈𝒈𝒊𝒐 𝒅𝒆𝒊 𝑳𝒊𝒃𝒓𝒊 2026, la campagna nazionale promossa dal Centro per il Libro e la Lettura, che celebra la lettura come spazio di crescita, immaginazione e partecipazione.
Posti limitati, prenotazione consigliata. Degustazione su prenotazione.
Cantina Moros, Via Provinciale 222, Guagnano Prenotazioni obbligatoria: + 39 3429738931 La Redazione
Leggi
Cantina Moros, Via Provinciale 222, Guagnano Prenotazioni obbligatoria: + 39 3429738931 La Redazione