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7 Maggio, 2026
Life of Wine XV edizione
Domenica 22 novembre 2026 – Hotel Villa Pamphili, Roma
Un viaggio unico alla scoperta dell’evoluzione del vino
Torna a Roma Life of Wine, l’unico evento in Italia interamente dedicato all’assaggio dell’evoluzione del vino nel tempo direttamente ai banchi di degustazione. Un format consolidato, pensato per professionisti del settore e appassionati evoluti, che mette al centro il confronto tra diverse annate e la capacità dei vini di trasformarsi negli anni. La quindicesima edizione si svolgerà domenica 20 novembre 2026 nella consolidata cornice dell’Hotel Villa Pamphili, sede che negli anni ha contribuito a definire l’identità dell’evento. Ideato da Studio Umami e Roberta Perna Comunicazione Enogastronomica, Life of Wine si avvale della collaborazione del giornalista Maurizio Valeriani, direttore della testata Vinodabere, e del giornalista Leonardo Romanelli, che affiancano l’organizzazione nella selezione delle aziende partecipanti. Saranno circa 60 le cantine presenti, provenienti da tutta Italia, protagoniste di un racconto corale che attraversa territori, stili e tipologie, offrendo una lettura concreta dell’evoluzione del vino nel tempo. Ogni produttore presenterà al banco almeno un’etichetta proposta in più annate – meno recenti e attualmente in commercio – permettendo ai visitatori di cogliere differenze, affinamenti e prospettive evolutive nel calice. Un percorso che non riguarda solo i vini rossi, ma si estende anche a spumanti, rosati, vini bianchi e vini da dessert, restituendo una visione ampia e contemporanea del tema. Saranno inoltre disponibili ulteriori referenze aziendali e, in alcuni casi, la possibilità di acquisto diretto, con prezzi esposti. Tra le novità dell’edizione 2026, l’introduzione di un’area food dedicata a produttori selezionati, che proporranno in degustazione e metteranno in vendita le proprie eccellenze, contribuendo a offrire una visione ancora più completa e rappresentativa del patrimonio enogastronomico italiano. Sempre tra le novità, sarà attivo un servizio navetta gratuito che collegherà l’Hotel Villa Pamphili alla stazione della metropolitana più vicina, facilitando l’accesso alla manifestazione. Nei prossimi mesi sarà comunicata la stazione di partenza del servizio, che sarà operativo per tutta la durata della manifestazione e riservato ai partecipanti. Orari e modalità di accesso Dalle 10.30 alle 12.30: ingresso riservato a sommelier tesserati (25 €), operatori del settore, stampa e comunicatori (accredito obbligatorio online dal 1° settembre) Dalle 12.30 alle 18.30: apertura al pubblico degli appassionati (35 €) Info accrediti: www.lifeofwine.it/accrediti/ L’edizione precedente ha confermato il forte interesse verso questo format, con oltre 550 presenze e più di 60 aziende coinvolte, registrando una significativa partecipazione di operatori e stampa specializzata. Un risultato che consolida Life of Wine come punto di riferimento nazionale per l’approfondimento del tema dell’evoluzione e della longevità del vino. Facebook: https://www.facebook.com/Life-of-Wine-249159771798182/?ref=br_rs Instagram: https://instagram.com/lifeofwine_vecchieannate?utm_medium=copy_link Info: www.lifeofwine.it | 329.9293459 – 347.0613646 | info@studioumami.com La Redazione
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Torna a Roma Life of Wine, l’unico evento in Italia interamente dedicato all’assaggio dell’evoluzione del vino nel tempo direttamente ai banchi di degustazione. Un format consolidato, pensato per professionisti del settore e appassionati evoluti, che mette al centro il confronto tra diverse annate e la capacità dei vini di trasformarsi negli anni. La quindicesima edizione si svolgerà domenica 20 novembre 2026 nella consolidata cornice dell’Hotel Villa Pamphili, sede che negli anni ha contribuito a definire l’identità dell’evento. Ideato da Studio Umami e Roberta Perna Comunicazione Enogastronomica, Life of Wine si avvale della collaborazione del giornalista Maurizio Valeriani, direttore della testata Vinodabere, e del giornalista Leonardo Romanelli, che affiancano l’organizzazione nella selezione delle aziende partecipanti. Saranno circa 60 le cantine presenti, provenienti da tutta Italia, protagoniste di un racconto corale che attraversa territori, stili e tipologie, offrendo una lettura concreta dell’evoluzione del vino nel tempo. Ogni produttore presenterà al banco almeno un’etichetta proposta in più annate – meno recenti e attualmente in commercio – permettendo ai visitatori di cogliere differenze, affinamenti e prospettive evolutive nel calice. Un percorso che non riguarda solo i vini rossi, ma si estende anche a spumanti, rosati, vini bianchi e vini da dessert, restituendo una visione ampia e contemporanea del tema. Saranno inoltre disponibili ulteriori referenze aziendali e, in alcuni casi, la possibilità di acquisto diretto, con prezzi esposti. Tra le novità dell’edizione 2026, l’introduzione di un’area food dedicata a produttori selezionati, che proporranno in degustazione e metteranno in vendita le proprie eccellenze, contribuendo a offrire una visione ancora più completa e rappresentativa del patrimonio enogastronomico italiano. Sempre tra le novità, sarà attivo un servizio navetta gratuito che collegherà l’Hotel Villa Pamphili alla stazione della metropolitana più vicina, facilitando l’accesso alla manifestazione. Nei prossimi mesi sarà comunicata la stazione di partenza del servizio, che sarà operativo per tutta la durata della manifestazione e riservato ai partecipanti. Orari e modalità di accesso Dalle 10.30 alle 12.30: ingresso riservato a sommelier tesserati (25 €), operatori del settore, stampa e comunicatori (accredito obbligatorio online dal 1° settembre) Dalle 12.30 alle 18.30: apertura al pubblico degli appassionati (35 €) Info accrediti: www.lifeofwine.it/accrediti/ L’edizione precedente ha confermato il forte interesse verso questo format, con oltre 550 presenze e più di 60 aziende coinvolte, registrando una significativa partecipazione di operatori e stampa specializzata. Un risultato che consolida Life of Wine come punto di riferimento nazionale per l’approfondimento del tema dell’evoluzione e della longevità del vino. Facebook: https://www.facebook.com/Life-of-Wine-249159771798182/?ref=br_rs Instagram: https://instagram.com/lifeofwine_vecchieannate?utm_medium=copy_link Info: www.lifeofwine.it | 329.9293459 – 347.0613646 | info@studioumami.com La Redazione
7 Maggio, 2026
MYÒ by ZORZETTIG. L'imperfezione perfetta.
IL COSA E IL DOVE
Lo scorso 31 Marzo, il Ristorante DA ETTA nel cuore di Trastevere a Roma ha ospitato un pranzo stampa organizzato ZORZETTIG per presentare il restiling della linea “MYÒ” (ad opera di Antonio Doro dello STUDIO IDEE MATERIA), vertice di una produzione aziendale che racconta non solo una Famiglia ma un intero Territorio.
Sei vini per quattro portate, il vino al centro del racconto, il vino riportato sulla tavola e non semplicemente elevato a piacere edonistico, la terra che nel bicchiere diventa emozione.
ZORZETTIG, UNA VITA IN ASCOLTO
Nel racconto di Annalisa Zorzettig la storia di un’Azienda con trenta lustri sulle spalle diventa un racconto che attraversa il tempo e narra di modestia e ricerca, di persone, di rispetto, di lavoro duro e nessuna scorciatoia, di voglia di esserci, di custodire e di tramandare.
I numeri dicono di 120ha di vigneto suddivisi in quattro zone, 120ha di Colli Orientali del Friuli, 120ha di Italia che dà quasi la mano alla Slovenia e che porta in dote geologie di mari sepolti, che le Alpi Giulie proteggono dai venti del Nord e che l’Adriatico accarezza con le proprie brezze.
Friulano, Ribolla gialla, Malvasia istriana, Picolit, Schioppettino e Pignolo, un occhio più attento alla tradizione bianchista e una produzione ben centrata sui vitigni autoctoni ma non dimentica dell’eleganza internazionale del Pinot Bianco e del Sauvignon.
Ebbene, di tutto questo la linea “MYÒ” è davvero un esempio, a partire dal packaging, essenziale, diretto, materico, imperfetto.
“Imperfetto” è una parola che Annalisa sottolinea più volte e che significa ricerca continua, voglia di migliorare, di seguire una vigna che, dopo almeno cinquant’anni (novanta nel caso del Friulano che partecipa all’uvaggio de “I FIORI DI LEONIE”) sa da sola quello che deve fare e che ha solo bisogno di essere ascoltata, accompagnata, con il rispetto che le è dovuto, senza cercare scorciatoie, consapevoli che quanto si è ricevuto va custodito e tramandato.
I VINI E…
– FRIULI DOC FRIULANO “TENACI” 2025: un Friulano tuttifrutti, ricco di mela, pera, pesca…
Delicato di camomilla, gentile di fiori di campo, appena duro di timo, dolce di acacia e agrume maturo, forse pudico nelle tipicità di mandorla meno in quelle minerali.
Decisamente fresco, il sorso mostra una sapidità inaspettatamente un po’ in affanno e una ottima coerenza varietale oltreché un finale di buona persistenza in cui la mandorla rialza un po’ la testa accompagnata.
84 Punti.
– FRIULI COLLI ORIENTALI DOC BIANCO “MYÒ – I FIORI DI LEONÍE” 2022: Tocai, Pinot Bianco e Sauvignon, storia, presente e futuro dell’Azienda raccontati dal suo unico uvaggio, materico e “imperfetto” come l’etichetta che lo veste.
Gialle delicatezze di camomilla e frutta esotica precedono grassezze di burro, creme pasticcere e nocciole prima che sia di nuovo la frutta ad alzare la testa; quella pesca che il Sauvignon porta in dote e che qui, presa per mano da un timido anice, si fa pian piano coraggio emergendo dalle nebbie fumé e dai misteri dell’Oriente speziato.
In bocca calore glicerico e freschezza sono pilastri di una struttura solida e priva di cedimenti che affondano nelle fondamenta minerali di un mare ormai solido ma ugualmente profondo e che regalano un sorso che, tra piccantezze salate, dolcezze di frutto e testarde amaritudini mantengono alta la tensione comunicativa raccontando Uomo e Territorio.
Troppo elegante per uno di strada come me ma 91 Punti non glieli toglie nessuno.
– FRIULI COLLI ORIENTALI DOC PINOT BIANCO “MYÒ” 2024: se c’è una cosa che colpisce è la pulizia con la quale si propone al naso.
La pera Abate è netta, il gesso presenza reale.
E poi, sullo sfondo, un appena di confusione boschiva fatta di intrichi di biancospino e roselline selvatiche sulla quale si stagliano freschezze di lime ed erbe officinali.
In bocca è snello, agile, di quasi disegnato equilibrio fresco-sapido e…lungo, lungo a sufficienza da lasciarVi il tempo di focalizzare, tra i ricordi fruttati, gli accenti di mandorla e le misteriose note fumé.
87++ Punti.
– FRIULI COLLI ORIENTALI DOC MALVASIA “MYÒ” 2024: ah…la Malvasia!
Scrigno di profumi!
E quella Istriana non si sottrae alla regola, magari non riesce a sottrarsi a quella sua indole d’inciampo e si ostina a mettersi un po’ di traverso ma alla fine si lascia accarezzare e, nella sua ostinata reticenza olfattive concede dolcezze di pesca e pruriti di fieno maturo, freschi e amaricanti ricordi di salvia e menta, tropici di ananas, orienti speziati di pepe e noce moscata e mineralità più gessosa che calcarea.
In bocca colpisce per corpo, intensità ed equilibrio tra la freschezza e il morbido abbraccio glicerico mentre lascia che si sviluppi la completezza di una sapidità minerale che accompagna e contrasta la chiusura dedicata ai ritorni fruttati.
88 Punti.
– FRIULI COLLI ORIENTALI DOC SCHIOPPETTINO “MYÒ” 2020: lo Schioppettino è vino “femmina”, al massimo femminista, certo non femminile.
Ha modo, eleganza, ammicca, forse adesca, travia…
Qui strizza l’occhio ai piccoli frutti di un bosco che nel calice è scura presenza, brezza che racconta e intimorisce, sirena d’Ulisse, buco nero in cui la luce precipita lasciando al suo posto tenebre di pepe nero, liquirizia, grafite, una fresca vena balsamica e una scia di ricordi portati dal fumo del tabacco trinciato forte.
Il sorso è morbido e vivo, un gioco di ruolo tra le dolcezze del frutto maturo e la verve peposa nel quale la fitta trama tannica lancia i dadi e la minerale sapidità del territorio non rinuncia ad avere l’ultima parola.
Se solo avesse avuto un po’ più di coraggio…
88- Punti.
– FRIULI COLLI ORIENTALI DOC PICOLIT “MYÒ” 2020: un vitigno “imperfetto”, contrario alla natura stessa della vite, che fa dell’imperfezione la propria forza e prende possesso del naso con note di fichi e datteri caramellati, albicocca sciroppata, frutta tropicale candita, torta di mele, spezie dolci, un appena di scorza di mandarino candita, tabacco…
Il sorso è materico prima che aromatico, certamente dolce (ma privo di qualsiasi accenno di stucchevolezza) principalmente fresco (MOLTO fresco), e con un lodevole allungo carico di fumosi misteri.
89– Punti.
In totale sei calici, sei racconti dei Colli Orientali narrati a due voci, quella del Territorio e quella di Alan Gaddi(sommelier ed Export Manager dell’Azienda).
Sei personaggi che hanno un autore e che cercano nel piatto il palcoscenico più adatto alla propria interpretazione.
Una chorus line dalla quale si stacca netto lo Schioppettino che, astuto, lavora di cesello e porta in palmo di mano i Tentacoli di Polpo Glassati al Mosto con Patata al Cartoccio.
Un matrimonio d’amore fatto di reciproche, mantenute promesse, di baruffe, carezze, occhi negli occhi e vita da prendere a morsi.
Sorvegliato speciale il Picolit abbinato a un dolce “davverodavvero”!
VISCIOL’ETTA è uno scrigno croccante di cioccolato bianco che racchiude mousse di ricotta di bufala, vaniglia e composta di visciole adagiato su un disco di crumble alle mandorle e limone.
Un ricamo di petali, spuma di visciola e la perla di una visciola intera ne sono il decoro e il Picolit ne è paggio.
È un vino che generalmente fatico ad accostare a i dolci ma qui accompagna e sottolinea senza banalità e non è affatto poco.
E QUINDI?
E quindi GRAZIE a ZORZETTIG per avermi regalato una splendida mattinata che, tra conferme e sorprese, ha evidenziato quanto la linea “MYÒ” sia aderente alla filosofia produttiva di un’Azienda che fa delle proprie radici un vanto e del futuro un obiettivo, ferma nei principi ma in continuo movimento, attenta al mercato, consapevole del proprio ruolo, di quanto debba trasmettere, di quanto sia importante alzare ogni giorno l’asticella e quanto lo sia il sapersi “imperfetti”.
Roberto Alloi – VINODENTRO
Su Instagram @eno_evo
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6 Maggio, 2026
Vini ValleMarina. Marina Boccia: questa azienda non si chiude
Tutto ciò che dobbiamo decidere è cosa fare col tempo che ci viene dato.
Gandalf ne Il Signore degli Anelli: La Compagnia dell’Anello. Perché il punto, in fondo, non è scegliere cosa ereditare. Quello arriva comunque: una storia, un peso, a volte perfino una ferita. Il punto è cosa farne. Se lasciarlo scivolare via o tenerlo stretto, anche quando pesa più del previsto. No. Questa azienda non si chiude. Alcune storie nascono da una decisione. Altre da una necessità. Sono tanti i motivi per i quali una persona inizia qualcosa. Solo ogni tanto succede qualcosa di più raro: qualcosa continua a esistere perché qualcuno, nel momento esatto in cui tutto potrebbe finire, decide semplicemente di non arrendersi. Non è un gesto eroico. Non è neanche una scelta calcolata. È una frase. Marina Boccia, poco sotto i quaranta anni (non si cita mai l’età di una donna e di una come Marina meno che mai) vive a Monte San Biagio, vicino Latina. Negli occhi e nelle mani quella determinazione silenziosa che appartiene a chi non ha mai sopportato le gabbie. Davanti a lei, in quel momento, non c’è soltanto una piccola azienda di famiglia. Ci sono tre ettari di Moscato di Terracina e una storia iniziata molto prima che lei nascesse. Poi il rischio concreto che tutto possa diventare soltanto un ricordo. E così, senza quasi accorgersene, Marina fa quello che fanno i vignaioli veri.
Difende la terra. Il vino che esisteva prima di lei Il Moscato di Terracina è uno di quei vitigni che sembrano appartenere più alla geografia che alla storia.
Cresce tra mare e montagna, in quel tratto di Lazio dove la pianura pontina incontra il promontorio del Circeo e il vento attraversa il lago di Fondi portando con sé il respiro salato del Tirreno.
Qui il moscato ha radici antiche. Quando Terracina si chiamava Anxur, il vino aromatico di queste colline era già apprezzato sulle tavole romane. Lo racconta anche Plinio il Vecchio, che nelle sue cronache ricorda i vini profumati della costa laziale. Ancoro prima di Plinio ci sono i versi delle Georgiche di Virgilio, nei quali descrive la terra che restituisce all’uomo ciò che l’uomo le affida con pazienza: Felix qui potuit rerum cognoscere causas.
Felice chi ha saputo conoscere le ragioni delle cose. Il vino, in fondo, è proprio questo: un tentativo di capire le ragioni della terra. La terra di Circe C’è poi un’altra storia che aleggia su queste vigne. Quando il sole scende dietro il promontorio del Monte Circeo, la sagoma della montagna assume la forma particolare del profilo di una donna distesa. Tutti noi che siamo vissuti in queste zone ovvero nelle storie degli anziani, quel profilo è la maga Circe, la stessa che nell’Odissea trasformava gli uomini in animali e trattenne Ulisse sulla sua isola con incantesimi e promesse. È cosi che da queste parti, il Monte Circeo non è soltanto una montagna ma una presenza che si staglia sul mare coprendo l’orizzonte verso sud. Così, specialmente nelle giornate terse, quel profilo appare nitido, chiaro, senza segreti.
Forse non è un caso che proprio qui cresca un vitigno aromatico, seducente, capace di incantare con i suoi profumi di agrumi, miele e erbe mediterranee. Il Moscato di Terracina ha qualcosa di magico già dagli acini piccoli e dorati che scrocchiano sotto i denti. Il vino che ne si deriva non si limita poi a essere bevuto. Ti trattiene. Proprio come faceva Circe con i suoi ospiti. Le vigne del nonno Il nonno di Marina pianta moscato nel dopoguerra, quando il vino non è un progetto ma una necessità.
I documenti ufficiali parleranno di registrazioni nel 1967, ma quelle vigne erano lì già vent’anni prima, salvate dopo la guerra e ricostruite pianta dopo pianta. Pochi ettari. Filari sparsi. Una produzione piccola e una filosofia che oggi sembra appartenere a un altro tempo. Mio padre il moscato lo regalava. Continuava con la mentalità di mio nonno. Per quella generazione il vino non era un business. Era un gesto. Si condivideva con gli amici, si portava al mercato, si mesceva nelle feste. Il vino era semplicemente parte della vita. Un nutrimento come tanti altri prodotti della terra. È per questo che oggi, tra Latina e Monte San Biagio, sui terreni strappati alla palude piuttosto che sui primi rilievi dei Monti Lepini, è difficile trovare filari di Moscato di Terracina. Se ne trovano solo pochi per ogni podere. Erano e sono ad uso personale così che se si vuole acquisirli risulta difficile. Una ragazza che voleva essere libera Se chiedi a Marina quando ha deciso di fare vino, probabilmente ti dirà che non lo sa. Per molto tempo la sua strada sembrava un’altra. Gli studi all’Istituto Alberghiero, qualche lavoro nel turismo, esperienze all’estero. A quattordici anni prende un aereo da sola per andare a lavorare in Germania. Il coraggio lo prende da suo padre, un camionista abituato alle strade lunghe e alle decisioni semplici. Quando lei gli dice che vuole partire, lui risponde con una sola parola: Vai. Ma dentro Marina c’è una cosa che non cambia mai. Lavorare sotto padrone mi dava proprio l’idea di stare chiusa… senza spazio. La libertà, per lei, non è una teoria. È una necessità. Il giorno in cui Marina diventa vignaiola Il 2018 è l’anno della svolta. Accadono tante cose. Perlopiù problemi, stanchezza, difficoltà che portano il padre a pensare di chiudere tutto. È uno di quei momenti in cui le aziende agricole scompaiono senza fare rumore. Sono momenti ma momenti cruciali. Definitivi. Marina ascolta. Poi pronuncia quella frase. No. Questa azienda non si chiude. Da quel momento prende in mano ogni cosa. Cambia il commercialista. Studia la burocrazia. Ottiene i fondi necessari. Reimpianta nuove vigne di moscato. Soprattutto cambia mentalità. L’imbottigliato non è un premio. È il margine. E deve essere pagato. Per chi viene da una famiglia che regalava il vino, è quasi una rivoluzione culturale. La bottiglia non è qualcosa che serve quando il vino lo fai per te. Non serve. Non serve nemmeno se lo vendi sfuso come si faceva e si fa da queste parti come in ogni parte d’Italia. È così che Marina crea la sua azienda: Vini ValleMarina. Una dedica a se stessa, alla sua forza, alla capacità di non arrendersi. Alla voglia di vivere con la vita che si è scelti di fare. Il carattere del Moscato Il Moscato di Terracina DOC non è un vino che cerca di piacere a tutti. Ha il carattere del Mediterraneo. Profuma di agrumi, salvia, miele che si fonde con il vento del mare. Quello carico di sale. Quello che dopo una giornata di primavera ti lascia sulla pelle quel gusto salato e salmastro che da piccolo non smettevo di succhiare come fosse un lecca lecca.
Marina produce poche bottiglie di Moscato. Circa tremila. Una quantità minuscola per il mercato. Ma a volte il valore di un vino non si misura in ettolitri. Si misura nella convinzione di chi lo difende. In certi frangenti, la storia smette di essere solo una storia di vigne. Ogni vignaiolo, prima o poi, finisce per lasciare qualcosa di sé dentro una bottiglia. Marina lo ha fatto con un vino che porta il suo nome. Non per vanità, sarebbe troppo semplice, ma perché in fondo quel vino racconta esattamente ciò che lei è diventata: una donna capace di stare in equilibrio tra dolcezza e carattere, tra mare e terra, tra memoria e futuro.
Il vino si chiama Donna Marina.Ed è forse il modo più sincero che questa terra ha trovato per restituirle la sua storia. Donna Marina, il Moscato che sa di vento È un Moscato di Terracina DOC secco, vendemmia 2021, e già nel calice mostra una maturità luminosa: paglierino che vira verso l’oro, come quei pomeriggi d’estate in cui il sole resta sospeso sopra il mare prima di scendere dietro il Monte Circeo.
Il primo respiro è sorprendente. Arriva il miele, ma è un miele leggero, quasi trasparente, che subito si intreccia con il profumo del limone. Non la polpa, piuttosto la foglia del limone di cedro, quella che quando la strofini tra le dita libera un aroma verde e luminoso. Poi il vino si apre. Margherite di campo, salvia, un accenno di menta selvatica. E soprattutto il mare. Non il mare delle cartoline, ma quello che senti quando il vento attraversa la costa e lascia nell’aria una traccia salmastra. È una sensazione che arriva quasi di sorpresa: come respirare accanto a una scogliera mentre le onde si infrangono poco sotto. È qui che Donna Marina rivela il suo vero carattere. La parola Moscato porta spesso con sé l’idea della dolcezza. Donna Marina prende quell’idea e la rovescia con eleganza. Al naso sembra già raccontare una sapidità profonda, come se il sole e il vento del Tirreno avessero asciugato ogni eccesso lasciando solo l’essenziale. In bocca è secco, deciso. La sapidità entra subito in scena, ampia, quasi marina, e il limone torna a farsi sentire come una lama fresca che pulisce il palato e allunga il sorso. Il risultato è una sensazione sorprendente: il vino riempie la bocca e nello stesso tempo la libera, la rende luminosa, pronta per un altro sorso. È uno di quei vini che continui ad annusare prima ancora di berli. Come una caramella balsamica che non vuoi lasciare andare. Poi succede una cosa curiosa: ti accorgi che il bicchiere si svuota troppo in fretta. Perché l’equilibrio tra sapidità e carezze aromatiche è così naturale che la bottiglia sembra sparire senza che tu te ne accorga. Il Moscato di Terracina, quando è fatto così, diventa quasi una piccola magia mediterranea. Un vino che non cerca di stupire. Ma che, con la semplicità delle cose autentiche, finisce per incantarti. Proprio come la terra che lo ha generato. Lampione. Moscato di Terracina DOP Secco Amo il mare della costa pontina perché in certi pomeriggi di fine estate accade che la luce smette di essere luce e diventa una sostanza densa, quasi visibile, palpabile. Si deposita sulla pelle come un ultimo atto d’amore prima del buio. Ho immaginato Il Lampione nascere così, in quell’aria luminosa, carica, indimenticabile. Il suo colore è un giallo paglierino che vira al dorato, con riflessi che sembrano raccogliere tutto il sole di ValleMarina. Al naso è un’esplosione gentile: fiori d’arancio e zagara che precedono note di albicocca matura, frutta esotica, un filo di miele selvatico e quella mineralità sottile, quasi salmastra, che solo i vigneti cresciuti a poca distanza dal Tirreno sanno restituire. È il profumo di un luogo preciso, non di un vitigno qualsiasi. In bocca continuo a sorprendermi ogni volta che assaggio un Moscato Secco. Sembra essere sempre una scommessa su cui non tutti osano puntare. Marina Boccia la vince con una semplicità disarmante. Il sorso è asciutto, aromatico, percorso da un’acidità fresca e da una sapidità marina che allungano il finale come la riga bianca di un’onda che si ritira lenta sulla riva. Non è complesso ma vero. Rosalindo IGT Rosato Lazio Il nome viene da una rosa. Non da una rosa qualsiasi, ma dall’idea stessa della rosa rossa. Quel fiore che nella tradizione mediterranea è sempre stato al confine tra bellezza e perturbazione, tra profumo e spina. Rosalindo è l’unione di caratteri: il Sangiovese con la sua struttura e nerbo toscano trapiantato nel Lazio; il Cesanese, vitigno laziale per eccellenza, capace di una dolcezza selvatica che non ti aspetti. Un matrimonio calibrato e combinato per ottenere un rosato che tende alla cipolla rossa, con quella sfumatura calda e carica che non è né il rosa pallido dei rosé provenzali né il rubino già deciso dei rosati del Sud. È una via di mezzo che è un posto suo, riconoscibile, con una personalità di confine che appartiene solo a questa terra sospesa tra mare e montagna. Al naso è fruttato e diretto con fragola matura, il melograno e una traccia di petalo secco. Una freschezza lieve che fa pensare a una mattina di settembre sulla costa pontina, quando il caldo non se n’è ancora andato del tutto ma l’aria ha già cambiato qualcosa. In bocca è scorrevole e vivace, con una struttura più presente di quanto il colore non lasci presagire: il Cesanese porta un fondo di corpo che sostiene il frutto del Sangiovese senza appesantirlo. Finale pulito, leggermente sapido, con quella persistenza gentile che invita a un altro sorso senza chiedere nulla in cambio. È il vino della tavola apparecchiata all’aperto, dei crostacei lessati con il limone, del formaggio fresco e del pane di casa. Un vino che non vuole, né pretende, essere memorabile. Forse, proprio per questo, lo diventa. Con l’occasione giusta. Rosso Brigante. IGT Rosso Lazio Il nome dice già tutto, o quasi. Brigante: chi non si piega, chi sceglie la strada dei boschi e delle scorciatoie, chi porta con sé qualcosa di selvatico anche quando si siede a tavola. Ricordo che papà mi narrava di Frà Diavolo, il Brigante che operava dopo la Portella, la porta che fungeva sulla antica Via Appia da confine tra lo Stato Pontificio e il Regno di Napoli. Sulle montagne tra Itri e Monte San Biagio i briganti erano non solo una leggenda. Erano una geografia umana. E questo vino ne porta l’eredità con una certa fierezza. Sangiovese, e Syrah: un’alleanza di caratteri diversi che nel calice trovano un equilibrio sorprendente. Il colore è un rubino profondo, quasi violaceo nei riflessi, con quella densità cromatica che preannuncia un vino fresco e da bere senza farsi troppe domande. Al naso è diretto e generoso: frutti di bosco maturi, note speziate, un sottofondo di erbe della macchia mediterranea come rosmarino e alloro così come qualcosa di selvatico che richiama i pendii dei Monti Ausoni nelle giornate di scirocco. In bocca è pieno, caldo, con una struttura tannica presente ma non aggressiva. Il tipo di tannino che invita a un secondo sorso piuttosto che chiudersi su sé stesso. Il finale è lungo, aromatico, a lasciare quella sensazione di pienezza soddisfatta che si prova dopo un pasto di quelli veri, seduti all’aperto quando la sera comincia ad abbassare la temperatura e il vino nel bicchiere diventa un punto fermo nel silenzio. Il Rosso Brigante non teme di essere rustico. Sa di campagna, di vendemmia tardiva, di gente che lavora la terra con le mani. E in questo, paradossalmente, è più sincero di molta eleganza costruita a tavolino. Il vento e la promessa Se torni a Monte San Biagio al tramonto, quando la luce scivola verso il mare e il Monte Circeo diventa una silhouette scura sull’orizzonte, il vento continua a muovere le vigne come ha fatto per secoli. Passa tra i filari di Moscato di Terracina, sfiora le foglie e porta con sé storie antiche. Lo stesso vento che ha visto lavorare il nonno. Lo stesso che oggi accompagna Marina tra le sue vigne. Forse il vino nasce proprio così. Non da un progetto perfetto. Non da una strategia. Ma da qualcuno che, davanti alla possibilità di perdere tutto, decide semplicemente di restare. E continuare. Marina ha scelto con tutta la forza e il sorriso di cui dispone. La trovi in vigna come a consegnare il suo vino. La trovi alle fiere del vino per promuove la sua idea insieme alle Donne del Vino. Ovunque la trovi incontri una donna fiera e determinata ma al contempo umile e concreta. Non ha paura perché crede in se stessa e perché ha la tempra di chi sa che può e deve contare sulle sue forze per mantenere quella promessa. Lei ha deciso cosa fare del tempo che ci viene dato. Non lo ha subito. Lo ha deciso. Perché sapeva che certe vigne, se le lasci andare, non tornano più. Semplicemente scompaiono come una magia della Maga. Ivan Vellucci – Suggestioni di Vino
ivan.vellucci@winetalesmagazine.com Mi trovi su Instagram come @ivan_1969
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Gandalf ne Il Signore degli Anelli: La Compagnia dell’Anello. Perché il punto, in fondo, non è scegliere cosa ereditare. Quello arriva comunque: una storia, un peso, a volte perfino una ferita. Il punto è cosa farne. Se lasciarlo scivolare via o tenerlo stretto, anche quando pesa più del previsto. No. Questa azienda non si chiude. Alcune storie nascono da una decisione. Altre da una necessità. Sono tanti i motivi per i quali una persona inizia qualcosa. Solo ogni tanto succede qualcosa di più raro: qualcosa continua a esistere perché qualcuno, nel momento esatto in cui tutto potrebbe finire, decide semplicemente di non arrendersi. Non è un gesto eroico. Non è neanche una scelta calcolata. È una frase. Marina Boccia, poco sotto i quaranta anni (non si cita mai l’età di una donna e di una come Marina meno che mai) vive a Monte San Biagio, vicino Latina. Negli occhi e nelle mani quella determinazione silenziosa che appartiene a chi non ha mai sopportato le gabbie. Davanti a lei, in quel momento, non c’è soltanto una piccola azienda di famiglia. Ci sono tre ettari di Moscato di Terracina e una storia iniziata molto prima che lei nascesse. Poi il rischio concreto che tutto possa diventare soltanto un ricordo. E così, senza quasi accorgersene, Marina fa quello che fanno i vignaioli veri.
Difende la terra. Il vino che esisteva prima di lei Il Moscato di Terracina è uno di quei vitigni che sembrano appartenere più alla geografia che alla storia.
Cresce tra mare e montagna, in quel tratto di Lazio dove la pianura pontina incontra il promontorio del Circeo e il vento attraversa il lago di Fondi portando con sé il respiro salato del Tirreno.
Qui il moscato ha radici antiche. Quando Terracina si chiamava Anxur, il vino aromatico di queste colline era già apprezzato sulle tavole romane. Lo racconta anche Plinio il Vecchio, che nelle sue cronache ricorda i vini profumati della costa laziale. Ancoro prima di Plinio ci sono i versi delle Georgiche di Virgilio, nei quali descrive la terra che restituisce all’uomo ciò che l’uomo le affida con pazienza: Felix qui potuit rerum cognoscere causas.
Felice chi ha saputo conoscere le ragioni delle cose. Il vino, in fondo, è proprio questo: un tentativo di capire le ragioni della terra. La terra di Circe C’è poi un’altra storia che aleggia su queste vigne. Quando il sole scende dietro il promontorio del Monte Circeo, la sagoma della montagna assume la forma particolare del profilo di una donna distesa. Tutti noi che siamo vissuti in queste zone ovvero nelle storie degli anziani, quel profilo è la maga Circe, la stessa che nell’Odissea trasformava gli uomini in animali e trattenne Ulisse sulla sua isola con incantesimi e promesse. È cosi che da queste parti, il Monte Circeo non è soltanto una montagna ma una presenza che si staglia sul mare coprendo l’orizzonte verso sud. Così, specialmente nelle giornate terse, quel profilo appare nitido, chiaro, senza segreti.
Forse non è un caso che proprio qui cresca un vitigno aromatico, seducente, capace di incantare con i suoi profumi di agrumi, miele e erbe mediterranee. Il Moscato di Terracina ha qualcosa di magico già dagli acini piccoli e dorati che scrocchiano sotto i denti. Il vino che ne si deriva non si limita poi a essere bevuto. Ti trattiene. Proprio come faceva Circe con i suoi ospiti. Le vigne del nonno Il nonno di Marina pianta moscato nel dopoguerra, quando il vino non è un progetto ma una necessità.
I documenti ufficiali parleranno di registrazioni nel 1967, ma quelle vigne erano lì già vent’anni prima, salvate dopo la guerra e ricostruite pianta dopo pianta. Pochi ettari. Filari sparsi. Una produzione piccola e una filosofia che oggi sembra appartenere a un altro tempo. Mio padre il moscato lo regalava. Continuava con la mentalità di mio nonno. Per quella generazione il vino non era un business. Era un gesto. Si condivideva con gli amici, si portava al mercato, si mesceva nelle feste. Il vino era semplicemente parte della vita. Un nutrimento come tanti altri prodotti della terra. È per questo che oggi, tra Latina e Monte San Biagio, sui terreni strappati alla palude piuttosto che sui primi rilievi dei Monti Lepini, è difficile trovare filari di Moscato di Terracina. Se ne trovano solo pochi per ogni podere. Erano e sono ad uso personale così che se si vuole acquisirli risulta difficile. Una ragazza che voleva essere libera Se chiedi a Marina quando ha deciso di fare vino, probabilmente ti dirà che non lo sa. Per molto tempo la sua strada sembrava un’altra. Gli studi all’Istituto Alberghiero, qualche lavoro nel turismo, esperienze all’estero. A quattordici anni prende un aereo da sola per andare a lavorare in Germania. Il coraggio lo prende da suo padre, un camionista abituato alle strade lunghe e alle decisioni semplici. Quando lei gli dice che vuole partire, lui risponde con una sola parola: Vai. Ma dentro Marina c’è una cosa che non cambia mai. Lavorare sotto padrone mi dava proprio l’idea di stare chiusa… senza spazio. La libertà, per lei, non è una teoria. È una necessità. Il giorno in cui Marina diventa vignaiola Il 2018 è l’anno della svolta. Accadono tante cose. Perlopiù problemi, stanchezza, difficoltà che portano il padre a pensare di chiudere tutto. È uno di quei momenti in cui le aziende agricole scompaiono senza fare rumore. Sono momenti ma momenti cruciali. Definitivi. Marina ascolta. Poi pronuncia quella frase. No. Questa azienda non si chiude. Da quel momento prende in mano ogni cosa. Cambia il commercialista. Studia la burocrazia. Ottiene i fondi necessari. Reimpianta nuove vigne di moscato. Soprattutto cambia mentalità. L’imbottigliato non è un premio. È il margine. E deve essere pagato. Per chi viene da una famiglia che regalava il vino, è quasi una rivoluzione culturale. La bottiglia non è qualcosa che serve quando il vino lo fai per te. Non serve. Non serve nemmeno se lo vendi sfuso come si faceva e si fa da queste parti come in ogni parte d’Italia. È così che Marina crea la sua azienda: Vini ValleMarina. Una dedica a se stessa, alla sua forza, alla capacità di non arrendersi. Alla voglia di vivere con la vita che si è scelti di fare. Il carattere del Moscato Il Moscato di Terracina DOC non è un vino che cerca di piacere a tutti. Ha il carattere del Mediterraneo. Profuma di agrumi, salvia, miele che si fonde con il vento del mare. Quello carico di sale. Quello che dopo una giornata di primavera ti lascia sulla pelle quel gusto salato e salmastro che da piccolo non smettevo di succhiare come fosse un lecca lecca.
Marina produce poche bottiglie di Moscato. Circa tremila. Una quantità minuscola per il mercato. Ma a volte il valore di un vino non si misura in ettolitri. Si misura nella convinzione di chi lo difende. In certi frangenti, la storia smette di essere solo una storia di vigne. Ogni vignaiolo, prima o poi, finisce per lasciare qualcosa di sé dentro una bottiglia. Marina lo ha fatto con un vino che porta il suo nome. Non per vanità, sarebbe troppo semplice, ma perché in fondo quel vino racconta esattamente ciò che lei è diventata: una donna capace di stare in equilibrio tra dolcezza e carattere, tra mare e terra, tra memoria e futuro.
Il vino si chiama Donna Marina.Ed è forse il modo più sincero che questa terra ha trovato per restituirle la sua storia. Donna Marina, il Moscato che sa di vento È un Moscato di Terracina DOC secco, vendemmia 2021, e già nel calice mostra una maturità luminosa: paglierino che vira verso l’oro, come quei pomeriggi d’estate in cui il sole resta sospeso sopra il mare prima di scendere dietro il Monte Circeo.
Il primo respiro è sorprendente. Arriva il miele, ma è un miele leggero, quasi trasparente, che subito si intreccia con il profumo del limone. Non la polpa, piuttosto la foglia del limone di cedro, quella che quando la strofini tra le dita libera un aroma verde e luminoso. Poi il vino si apre. Margherite di campo, salvia, un accenno di menta selvatica. E soprattutto il mare. Non il mare delle cartoline, ma quello che senti quando il vento attraversa la costa e lascia nell’aria una traccia salmastra. È una sensazione che arriva quasi di sorpresa: come respirare accanto a una scogliera mentre le onde si infrangono poco sotto. È qui che Donna Marina rivela il suo vero carattere. La parola Moscato porta spesso con sé l’idea della dolcezza. Donna Marina prende quell’idea e la rovescia con eleganza. Al naso sembra già raccontare una sapidità profonda, come se il sole e il vento del Tirreno avessero asciugato ogni eccesso lasciando solo l’essenziale. In bocca è secco, deciso. La sapidità entra subito in scena, ampia, quasi marina, e il limone torna a farsi sentire come una lama fresca che pulisce il palato e allunga il sorso. Il risultato è una sensazione sorprendente: il vino riempie la bocca e nello stesso tempo la libera, la rende luminosa, pronta per un altro sorso. È uno di quei vini che continui ad annusare prima ancora di berli. Come una caramella balsamica che non vuoi lasciare andare. Poi succede una cosa curiosa: ti accorgi che il bicchiere si svuota troppo in fretta. Perché l’equilibrio tra sapidità e carezze aromatiche è così naturale che la bottiglia sembra sparire senza che tu te ne accorga. Il Moscato di Terracina, quando è fatto così, diventa quasi una piccola magia mediterranea. Un vino che non cerca di stupire. Ma che, con la semplicità delle cose autentiche, finisce per incantarti. Proprio come la terra che lo ha generato. Lampione. Moscato di Terracina DOP Secco Amo il mare della costa pontina perché in certi pomeriggi di fine estate accade che la luce smette di essere luce e diventa una sostanza densa, quasi visibile, palpabile. Si deposita sulla pelle come un ultimo atto d’amore prima del buio. Ho immaginato Il Lampione nascere così, in quell’aria luminosa, carica, indimenticabile. Il suo colore è un giallo paglierino che vira al dorato, con riflessi che sembrano raccogliere tutto il sole di ValleMarina. Al naso è un’esplosione gentile: fiori d’arancio e zagara che precedono note di albicocca matura, frutta esotica, un filo di miele selvatico e quella mineralità sottile, quasi salmastra, che solo i vigneti cresciuti a poca distanza dal Tirreno sanno restituire. È il profumo di un luogo preciso, non di un vitigno qualsiasi. In bocca continuo a sorprendermi ogni volta che assaggio un Moscato Secco. Sembra essere sempre una scommessa su cui non tutti osano puntare. Marina Boccia la vince con una semplicità disarmante. Il sorso è asciutto, aromatico, percorso da un’acidità fresca e da una sapidità marina che allungano il finale come la riga bianca di un’onda che si ritira lenta sulla riva. Non è complesso ma vero. Rosalindo IGT Rosato Lazio Il nome viene da una rosa. Non da una rosa qualsiasi, ma dall’idea stessa della rosa rossa. Quel fiore che nella tradizione mediterranea è sempre stato al confine tra bellezza e perturbazione, tra profumo e spina. Rosalindo è l’unione di caratteri: il Sangiovese con la sua struttura e nerbo toscano trapiantato nel Lazio; il Cesanese, vitigno laziale per eccellenza, capace di una dolcezza selvatica che non ti aspetti. Un matrimonio calibrato e combinato per ottenere un rosato che tende alla cipolla rossa, con quella sfumatura calda e carica che non è né il rosa pallido dei rosé provenzali né il rubino già deciso dei rosati del Sud. È una via di mezzo che è un posto suo, riconoscibile, con una personalità di confine che appartiene solo a questa terra sospesa tra mare e montagna. Al naso è fruttato e diretto con fragola matura, il melograno e una traccia di petalo secco. Una freschezza lieve che fa pensare a una mattina di settembre sulla costa pontina, quando il caldo non se n’è ancora andato del tutto ma l’aria ha già cambiato qualcosa. In bocca è scorrevole e vivace, con una struttura più presente di quanto il colore non lasci presagire: il Cesanese porta un fondo di corpo che sostiene il frutto del Sangiovese senza appesantirlo. Finale pulito, leggermente sapido, con quella persistenza gentile che invita a un altro sorso senza chiedere nulla in cambio. È il vino della tavola apparecchiata all’aperto, dei crostacei lessati con il limone, del formaggio fresco e del pane di casa. Un vino che non vuole, né pretende, essere memorabile. Forse, proprio per questo, lo diventa. Con l’occasione giusta. Rosso Brigante. IGT Rosso Lazio Il nome dice già tutto, o quasi. Brigante: chi non si piega, chi sceglie la strada dei boschi e delle scorciatoie, chi porta con sé qualcosa di selvatico anche quando si siede a tavola. Ricordo che papà mi narrava di Frà Diavolo, il Brigante che operava dopo la Portella, la porta che fungeva sulla antica Via Appia da confine tra lo Stato Pontificio e il Regno di Napoli. Sulle montagne tra Itri e Monte San Biagio i briganti erano non solo una leggenda. Erano una geografia umana. E questo vino ne porta l’eredità con una certa fierezza. Sangiovese, e Syrah: un’alleanza di caratteri diversi che nel calice trovano un equilibrio sorprendente. Il colore è un rubino profondo, quasi violaceo nei riflessi, con quella densità cromatica che preannuncia un vino fresco e da bere senza farsi troppe domande. Al naso è diretto e generoso: frutti di bosco maturi, note speziate, un sottofondo di erbe della macchia mediterranea come rosmarino e alloro così come qualcosa di selvatico che richiama i pendii dei Monti Ausoni nelle giornate di scirocco. In bocca è pieno, caldo, con una struttura tannica presente ma non aggressiva. Il tipo di tannino che invita a un secondo sorso piuttosto che chiudersi su sé stesso. Il finale è lungo, aromatico, a lasciare quella sensazione di pienezza soddisfatta che si prova dopo un pasto di quelli veri, seduti all’aperto quando la sera comincia ad abbassare la temperatura e il vino nel bicchiere diventa un punto fermo nel silenzio. Il Rosso Brigante non teme di essere rustico. Sa di campagna, di vendemmia tardiva, di gente che lavora la terra con le mani. E in questo, paradossalmente, è più sincero di molta eleganza costruita a tavolino. Il vento e la promessa Se torni a Monte San Biagio al tramonto, quando la luce scivola verso il mare e il Monte Circeo diventa una silhouette scura sull’orizzonte, il vento continua a muovere le vigne come ha fatto per secoli. Passa tra i filari di Moscato di Terracina, sfiora le foglie e porta con sé storie antiche. Lo stesso vento che ha visto lavorare il nonno. Lo stesso che oggi accompagna Marina tra le sue vigne. Forse il vino nasce proprio così. Non da un progetto perfetto. Non da una strategia. Ma da qualcuno che, davanti alla possibilità di perdere tutto, decide semplicemente di restare. E continuare. Marina ha scelto con tutta la forza e il sorriso di cui dispone. La trovi in vigna come a consegnare il suo vino. La trovi alle fiere del vino per promuove la sua idea insieme alle Donne del Vino. Ovunque la trovi incontri una donna fiera e determinata ma al contempo umile e concreta. Non ha paura perché crede in se stessa e perché ha la tempra di chi sa che può e deve contare sulle sue forze per mantenere quella promessa. Lei ha deciso cosa fare del tempo che ci viene dato. Non lo ha subito. Lo ha deciso. Perché sapeva che certe vigne, se le lasci andare, non tornano più. Semplicemente scompaiono come una magia della Maga. Ivan Vellucci – Suggestioni di Vino
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6 Maggio, 2026
La birra incontra l’uva. Il caos elegante delle Italian Grape Ale
Può capitare che la birra smetta di rimanere all’interno dei propri confini. Non è una rottura improvvisa, né di un gesto dichiarato. Piuttosto, è un lento slittamento, quasi impercettibile, che la porta a interrogarsi su ciò che può diventare.
Non è più soltanto una combinazione codificata di malto, luppolo, acqua e lievito.
Ma non è nemmeno vino. Si muove in una zona intermedia, incerta, dove le definizioni iniziano a perdere rigidità e il linguaggio fatica a tenere il passo con ciò che accade nel bicchiere. È in questo spazio sospeso che prendono forma le Italian Grape Ale: non come risposta a una regola, ma come conseguenza naturale di un’intuizione. Un’intuizione che, nella sua forma più semplice, potrebbe essere riassunta in una domanda mai del tutto esplicitata: cosa accade quando il mosto d’uva entra in birrificio non come elemento accessorio, ma come parte integrante del processo produttivo? Non è un’operazione decorativa. Non è semplice contaminazione aromatica. L’incontro tra mosto di birra e mosto d’uva presuppone una convivenza reale, fatta di equilibri delicati e di interazioni che non possono essere completamente previste. A volte i due mondi si sfiorano appena, mantenendo ciascuno la propria identità. Altre volte, invece, si fondono in modo così profondo da rendere difficile distinguere i confini originari. Il risultato, in ogni caso, non è mai neutro. Le Italian Grape Ale si sottraggono a una delle categorie più rassicuranti del linguaggio degustativo: quella dell’equilibrio inteso come armonia perfetta e immediatamente leggibile. Non cercano ordine, né simmetria. Spesso si presentano irregolari, dinamiche, attraversate da tensioni che possono risultare spiazzanti al primo approccio. Eppure, quando riescono, trovano una loro forma. Un equilibrio diverso, meno geometrico e più istintivo. L’uva introduce acidità, profondità, talvolta una trama tannica che richiama il mondo del vino. La birra, dal canto suo, offre struttura, bevibilità e una complessità aromatica costruita attraverso malti e lieviti. Nel punto d’incontro tra questi due poli si genera qualcosa che non appartiene più completamente a nessuno dei due universi. È proprio in questa zona ibrida che le Italian Grape Ale iniziano a definire una propria identità. Accanto agli aspetti tecnici, ce n’è uno che risulta determinante e che avvicina queste produzioni in modo evidente alla cultura del vino: il rapporto con il territorio. L’uva, per sua natura, non è mai neutra. Porta con sé il segno del vigneto da cui proviene, dell’annata, delle condizioni climatiche e delle scelte agronomiche che ne hanno accompagnato la crescita. È un ingrediente che incorpora una dimensione geografica e temporale precisa, e che trasferisce questa complessità all’interno del processo brassicolo. Nel momento in cui entra in birrificio, l’uva modifica il modo stesso in cui la birra può essere pensata. Non più soltanto come prodotto replicabile, ma come espressione situata, legata a un’origine specifica. In questo senso, le Italian Grape Ale rappresentano uno dei pochi casi in cui il concetto di territorialità, così centrale nel vino, trova una traduzione credibile anche nel mondo della birra. Non si tratta di imitare il vino, né di sovrapporsi ad esso. Piuttosto, è un cambio di prospettiva: la birra inizia a interrogarsi sulle stesse categorie interpretative. Ogni intuizione ha bisogno di qualcuno che la trasformi in pratica. In Italia, questo passaggio trova una delle sue espressioni più significative nella figura di Nicola Perra, fondatore del Birrificio Barley. Nei primi anni Duemila, quando il movimento della birra artigianale nazionale era ancora in fase di definizione, Perra sceglie di lavorare con ciò che il territorio gli offre in modo più immediato: l’uva. Non si tratta di seguire una tendenza, perché una tendenza, in quel momento, non esiste ancora. È una scelta che nasce da una necessità espressiva, dalla volontà di spingere la birra oltre i propri limiti codificati. Le prime sperimentazioni portano alla creazione di birre in cui mosto d’uva e mosto di birra convivono fin dalle fasi iniziali della fermentazione. Prodotti come BB10 diventano esempi concreti di questo approccio: non esercizi di stile, ma tentativi di costruire un linguaggio nuovo. Il percorso non è lineare. Lavorare con l’uva introduce variabili difficili da controllare: fermentazioni imprevedibili, evoluzioni aromatiche non sempre replicabili, risultati che possono cambiare sensibilmente da una produzione all’altra. È un terreno che richiede esperienza, ma anche disponibilità ad accettare una quota di incertezza. Quello che inizialmente appare come un esperimento isolato, nel tempo inizia a trovare risonanza. Altri produttori si avvicinano a questo tipo di lavorazione, ciascuno con il proprio approccio, le proprie materie prime e la propria sensibilità. Si sviluppa così un insieme di pratiche diverse, accomunate però dalla stessa tensione verso l’ibridazione. L’intuizione iniziale si trasforma progressivamente in un linguaggio condiviso. Il riconoscimento formale arriva nel 2015, quando il Beer Judge Certification Program inserisce ufficialmente le Italian Grape Ale tra gli stili codificati. Si tratta del primo stile brassicolo dichiaratamente italiano a ottenere questa legittimazione all’interno di una delle principali linee guida internazionali. Un passaggio che ha certamente un valore tecnico e normativo, ma che assume anche un significato simbolico: segnala che il percorso intrapreso ha raggiunto una maturità tale da essere riconosciuto come categoria autonoma. Tuttavia, ridurre le Italian Grape Ale a una definizione stilistica rischia di limitarne la portata. Nel bicchiere, queste birre continuano a sottrarsi a una lettura immediata. Richiedono tempo, attenzione, disponibilità all’ascolto. Possono evocare, a seconda dei casi, la struttura di un vino bianco macerato, la tensione acida di una fermentazione spontanea o una combinazione inedita di elementi che sfugge a classificazioni nette. Non è tanto importante stabilire cosa siano esattamente.
È più interessante osservare come si comportano. Ogni sorso diventa un esercizio di interpretazione, un tentativo di mettere in relazione sensazioni che provengono da mondi diversi ma che, in questo contesto, trovano una coesistenza possibile. In questo senso, le Italian Grape Ale non chiedono di essere comprese immediatamente. Non offrono una chiave di lettura univoca, né cercano di adattarsi a un gusto standardizzato. Al contrario, richiedono spazio, pazienza e una certa disponibilità a sostare nell’incertezza. Sono, a tutti gli effetti, un territorio in costruzione. E come accade per ogni territorio autentico, non sono mai perfette. Mantengono una componente irregolare, talvolta imprevedibile, che rappresenta al tempo stesso il loro limite e la loro forza. È proprio in questa tensione che risiede il loro fascino più profondo. Quando l’incontro tra birra e uva riesce a trovare una sintesi convincente, il risultato non è la somma di due elementi, ma qualcosa di diverso, che porta con sé tracce riconoscibili di entrambe le origini senza coincidere completamente con nessuna delle due. È in quel momento che il “caos elegante” evocato da queste produzioni diventa percepibile. Non come disordine, ma come equilibrio dinamico, costruito su una complessità che non si lascia ridurre. E quando questo accade, il riconoscimento è immediato, anche in assenza di una definizione precisa. Non serve sapere esattamente cosa si sta bevendo.
Basta accorgersi che funziona. Oreste Poverello – Confine Liquido
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Ma non è nemmeno vino. Si muove in una zona intermedia, incerta, dove le definizioni iniziano a perdere rigidità e il linguaggio fatica a tenere il passo con ciò che accade nel bicchiere. È in questo spazio sospeso che prendono forma le Italian Grape Ale: non come risposta a una regola, ma come conseguenza naturale di un’intuizione. Un’intuizione che, nella sua forma più semplice, potrebbe essere riassunta in una domanda mai del tutto esplicitata: cosa accade quando il mosto d’uva entra in birrificio non come elemento accessorio, ma come parte integrante del processo produttivo? Non è un’operazione decorativa. Non è semplice contaminazione aromatica. L’incontro tra mosto di birra e mosto d’uva presuppone una convivenza reale, fatta di equilibri delicati e di interazioni che non possono essere completamente previste. A volte i due mondi si sfiorano appena, mantenendo ciascuno la propria identità. Altre volte, invece, si fondono in modo così profondo da rendere difficile distinguere i confini originari. Il risultato, in ogni caso, non è mai neutro. Le Italian Grape Ale si sottraggono a una delle categorie più rassicuranti del linguaggio degustativo: quella dell’equilibrio inteso come armonia perfetta e immediatamente leggibile. Non cercano ordine, né simmetria. Spesso si presentano irregolari, dinamiche, attraversate da tensioni che possono risultare spiazzanti al primo approccio. Eppure, quando riescono, trovano una loro forma. Un equilibrio diverso, meno geometrico e più istintivo. L’uva introduce acidità, profondità, talvolta una trama tannica che richiama il mondo del vino. La birra, dal canto suo, offre struttura, bevibilità e una complessità aromatica costruita attraverso malti e lieviti. Nel punto d’incontro tra questi due poli si genera qualcosa che non appartiene più completamente a nessuno dei due universi. È proprio in questa zona ibrida che le Italian Grape Ale iniziano a definire una propria identità. Accanto agli aspetti tecnici, ce n’è uno che risulta determinante e che avvicina queste produzioni in modo evidente alla cultura del vino: il rapporto con il territorio. L’uva, per sua natura, non è mai neutra. Porta con sé il segno del vigneto da cui proviene, dell’annata, delle condizioni climatiche e delle scelte agronomiche che ne hanno accompagnato la crescita. È un ingrediente che incorpora una dimensione geografica e temporale precisa, e che trasferisce questa complessità all’interno del processo brassicolo. Nel momento in cui entra in birrificio, l’uva modifica il modo stesso in cui la birra può essere pensata. Non più soltanto come prodotto replicabile, ma come espressione situata, legata a un’origine specifica. In questo senso, le Italian Grape Ale rappresentano uno dei pochi casi in cui il concetto di territorialità, così centrale nel vino, trova una traduzione credibile anche nel mondo della birra. Non si tratta di imitare il vino, né di sovrapporsi ad esso. Piuttosto, è un cambio di prospettiva: la birra inizia a interrogarsi sulle stesse categorie interpretative. Ogni intuizione ha bisogno di qualcuno che la trasformi in pratica. In Italia, questo passaggio trova una delle sue espressioni più significative nella figura di Nicola Perra, fondatore del Birrificio Barley. Nei primi anni Duemila, quando il movimento della birra artigianale nazionale era ancora in fase di definizione, Perra sceglie di lavorare con ciò che il territorio gli offre in modo più immediato: l’uva. Non si tratta di seguire una tendenza, perché una tendenza, in quel momento, non esiste ancora. È una scelta che nasce da una necessità espressiva, dalla volontà di spingere la birra oltre i propri limiti codificati. Le prime sperimentazioni portano alla creazione di birre in cui mosto d’uva e mosto di birra convivono fin dalle fasi iniziali della fermentazione. Prodotti come BB10 diventano esempi concreti di questo approccio: non esercizi di stile, ma tentativi di costruire un linguaggio nuovo. Il percorso non è lineare. Lavorare con l’uva introduce variabili difficili da controllare: fermentazioni imprevedibili, evoluzioni aromatiche non sempre replicabili, risultati che possono cambiare sensibilmente da una produzione all’altra. È un terreno che richiede esperienza, ma anche disponibilità ad accettare una quota di incertezza. Quello che inizialmente appare come un esperimento isolato, nel tempo inizia a trovare risonanza. Altri produttori si avvicinano a questo tipo di lavorazione, ciascuno con il proprio approccio, le proprie materie prime e la propria sensibilità. Si sviluppa così un insieme di pratiche diverse, accomunate però dalla stessa tensione verso l’ibridazione. L’intuizione iniziale si trasforma progressivamente in un linguaggio condiviso. Il riconoscimento formale arriva nel 2015, quando il Beer Judge Certification Program inserisce ufficialmente le Italian Grape Ale tra gli stili codificati. Si tratta del primo stile brassicolo dichiaratamente italiano a ottenere questa legittimazione all’interno di una delle principali linee guida internazionali. Un passaggio che ha certamente un valore tecnico e normativo, ma che assume anche un significato simbolico: segnala che il percorso intrapreso ha raggiunto una maturità tale da essere riconosciuto come categoria autonoma. Tuttavia, ridurre le Italian Grape Ale a una definizione stilistica rischia di limitarne la portata. Nel bicchiere, queste birre continuano a sottrarsi a una lettura immediata. Richiedono tempo, attenzione, disponibilità all’ascolto. Possono evocare, a seconda dei casi, la struttura di un vino bianco macerato, la tensione acida di una fermentazione spontanea o una combinazione inedita di elementi che sfugge a classificazioni nette. Non è tanto importante stabilire cosa siano esattamente.
È più interessante osservare come si comportano. Ogni sorso diventa un esercizio di interpretazione, un tentativo di mettere in relazione sensazioni che provengono da mondi diversi ma che, in questo contesto, trovano una coesistenza possibile. In questo senso, le Italian Grape Ale non chiedono di essere comprese immediatamente. Non offrono una chiave di lettura univoca, né cercano di adattarsi a un gusto standardizzato. Al contrario, richiedono spazio, pazienza e una certa disponibilità a sostare nell’incertezza. Sono, a tutti gli effetti, un territorio in costruzione. E come accade per ogni territorio autentico, non sono mai perfette. Mantengono una componente irregolare, talvolta imprevedibile, che rappresenta al tempo stesso il loro limite e la loro forza. È proprio in questa tensione che risiede il loro fascino più profondo. Quando l’incontro tra birra e uva riesce a trovare una sintesi convincente, il risultato non è la somma di due elementi, ma qualcosa di diverso, che porta con sé tracce riconoscibili di entrambe le origini senza coincidere completamente con nessuna delle due. È in quel momento che il “caos elegante” evocato da queste produzioni diventa percepibile. Non come disordine, ma come equilibrio dinamico, costruito su una complessità che non si lascia ridurre. E quando questo accade, il riconoscimento è immediato, anche in assenza di una definizione precisa. Non serve sapere esattamente cosa si sta bevendo.
Basta accorgersi che funziona. Oreste Poverello – Confine Liquido
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5 Maggio, 2026
Tiberini Wine. Luca è tante cose
Ci sono incontri che sembrano non arrivare per caso, piuttosto che riconosci nel momento in cui accadono e pensi semplicemente “Eccolo”.
Il primo incontro con Luca Tiberini è stato in occasione di una Masterclass divisa tra Barolo e Vino Nobile di Montepulciano, a fine marzo a Monforte d’Alba.
Nel ruolo di Vicepresidente del Consorzio il suo racconto su come sono nate Le Pievi, la recente menzione all’interno della denominazione del Vino Nobile di Montepulciano, ha conquistato in un attimo sia me che Emma, in equilibrio tra commozione ancora viva ed un orgoglio profondo e con la schiettezza tipica dei toscani che non amano giri di parole ma vanno diritti al punto.
In un’anteprima del Vino Nobile, credo, 2015 o 2016, abbiamo fatto una verticale di vecchissime annate, abbiamo avuto la fortuna di avere delle bottiglie ante anni Ottanta, prima delle influenze dei vitigni internazionali, ricordo l’azienda Fanetti, l’azienda Contucci che ci avevano portato queste bottiglie rarissime. Abbiamo aperto questi vini con le lacrime agli occhi a tutti quanti, tanto erano buone. E lì ci siamo accorti! Tutti quanti noi produttori ci siamo guardati negli occhi, nessuno di noi ha proferito parola per diversi giorni, fino a che un giorno a una cena parlando ci dicevamo – Ma quanto siamo coglioni!
Ci siamo lasciati prendere la mano da qualcosa che ci ha portato a indossare un vestito che non ci piaceva. E lì iniziò un processo che è durato diversi anni dove abbiamo voluto approfondire le origini della nostra storia produttiva. Le Pievi.
Luca è tante cose.
Un produttore, un agricoltore, un cantastorie generoso ricco di poesia e di aneddoti, è stato un figlio che ha imparato ad amare la sua terra da suo padre e dai suoi nonni ed ora è un padre che trasmette con energia lo stesso amore ai suoi figli, la settima generazione, Niccolò di 32 anni e alla piccola MariaLuce di 9 che se le chiedi cosa farà da grande la sua risposta è semplice “l’enologa”.
Luca è soprattutto l’anima viva e in costante fermento di questo incredibile areale, Montepulciano, dove il vino si produce dai tempi degli Etruschi già con l’intento di commercializzarlo, così come racconta Plinio il Vecchio nell’antica Roma, e dove già nel 1337 nel Sesto Libro del Campaio – il custode dei campi – si ha testimonianza di un disciplinare per la produzione del vino.
Siamo stati a trovarlo nella sua Azienda, in località Caggiole, in un pomeriggio luminoso di sole e gonfio di aria fresca, circondati dal verde e dal silenzio.
Podere Tiberini sviluppa circa 16 ettari vitati per una produzione di 55.000 bottiglie all’anno divise in 11 etichette, più 2 ettari coltivati ad ulivi per una produzione di olio che, come le verdure ed ortaggi del loro orto, vengono proposti nei menu del loro agriturismo, Villa Tiberini, una splendida residenza ristrutturata con logica e coerenza territoriale poco distante dalla sede della cantina.
Passeggiando tra i filari ci racconta che la sua famiglia produce vino da oltre 200 anni, ed il legame con questi vigneti, con questo territorio è talmente radicato e profondo da aver portato suo figlio Niccolò a rinunciare ad una brillante carriera nel calcio professionistico per dedicarsi alla cantina ed alla custodia di queste vigne che hanno in media 75 anni di vita, alcune addirittura oltre 100, tra le più vecchie della Toscana, e molte, almeno un terzo a piede franco.
Con Niccolò e Luca parlare di regime biologico o biodinamico diventa quasi superfluo, queste piante di fatto non hanno mai conosciuto il regime convenzionale e l’Azienda Tiberini ad oggi vanta uno dei quaderni di campagna più leggeri di tutta la Toscana, tant’è che l’Università di Bologna, attraverso i suoi ricercatori del comparto di microbiologia, sta studiano il microbioma del loro Sangiovese per capire come mai piante così vecchie hanno un biogenoma adattivo sul micro territorio che le nuove varietà non hanno.
Se non hai il rispetto di ciò che ti circonda, te sei uno che semplicemente pretende. E oggi per fare certi vini e poter raccontare certe storie non devi pretendere, devi ricevere. Ecco, quindi te ti devi considerare un qualcosa che partecipa ad un ciclo biologico che è quello della natura, che te rispetti e che te vuoi che sia così.
Continuando a passeggiare Luca ci racconta la genesi, l’incipit, il Big Ben della denominazione Le Pievi, e lo fa a modo suo, da buon toscano – etrusco – entra dritto dritto nei dettagli, ci racconta di tempi di guerre e tempi di pace, come nei primi anni del 2000
Ho mangiato pane e veleno tutti i giorni eh! Qui si faceva il vino Nobile col Merlot e si doveva avere le barrique in cantina se no altrimenti il vino non valeva niente
Ci racconta il cosa ha convinto i produttori a sedersi intorno ad un tavolo per trovare finalmente una coesione: un suo vino che lui definisce sbaglio, nato da vigne vecchissime di Prugnolo Gentile, Canaiolo Nero e Mammolo, che alla prima uscita ha conquistato e convinto soprattutto i produttori del territorio.
Prodotto ancora oggi non è più uno sbaglio e si chiama “Vecchie Vigne di Famiglia”.
E’ giunto il tempo di sedersi per il pranzo, Luca e Niccolò sono dei un padroni di casa perfetti, possono contare sulla professionalità di due Chef, Moreno e Samuele, che gestiscono un servizio di 8 coperti sia a pranzo che a cena.
Pochi coperti per centrare l’esperienza di degustazione vino – cibo al meglio, con un contatto diretto tra gli ospiti, i titolari e gli Chef, per proporre un’esperienza di convivialità e dialogo autentica.
Oggi abbiamo conosciuto Moreno, Chef veneto trapiantato da molti anni in Toscana, che inizia presentandoci due qualità di pane appena sfornato, un pane bianco fatto con 80% di umidità, semola, farina e farina di farro, mentre il secondo sempre con 80% di umidità, farina tostata e dieci cereali.
Per iniziare arriva in tavola un crostino di baccalà mantecato con un ricamo di cipolla in agrodolce, Luca ci abbina un vino bianco che rappresenta la memoria di questo luogo, Cambio 2024, le bacche bianche che fino al 1994 fa erano ammesse nel disciplinare del Nobile e che Luca non si è mai sognato di espiantare, Malvasia al 50%, Vermentino, Grechetto e Trebbiano a completare l’assemblaggio.
Il bicchiere raccoglie gli aromi floreali della Malvasia, l’acidità di una frutta esotica non troppo matura, la struttura del Vermentino, l’insieme bilancia molto bene la tendenza al dolce del baccalà e della cipolla, anche lo spunto sapido aiuta e lo rende verticale e di buona persistenza. Un vino fresco e fine che lascia il centrobocca in equilibrio, in abbinamento con il cibo è perfetto.
Luca, da grande oratore quale è non smette mai di raccontarci storie, mirabili, toccate da una poetica contadina che rasserena, così come nel presentarci il secondo vino Sabreo, Rosso di Montepulciano da Prugnolo Gentile 90% e Canaiolo 10%.
Un vino che qui a Montepulciano è stato rivoluzionario, controcorrente rispetto alla tradizione che vedeva il Rosso di Montepulciano un fratello minore del Nobile. Sabreo è un vino più fresco, di facile abbinamento, contemporaneo e duttile anche nella scelta di temperatura di servizio.
Quand’ero bambino, probabilmente questa è stata la prima goccia di vino che la mì nonna m’ha messo in bocca.
Il nome è un omaggio al capostipite della famiglia, Beppone Tiberini, soprannominato Sabreo, sobrio.
Cantiniere nell’800 dei Conti Gamberucci, oggi lo chiameremmo enologo, si ritrovava con altri cantinieri in un locale allora celebre, la Locanda di Cecio, li si andava per mangiare, bere e confrontarsi dopo intere giornate passate ad assaggiare vini, perchè senza gli strumenti di oggi l’unico modo per capire il vino era proprio assaggiarlo, e spesso finivano tutti tronchi, ubriachi, tutti tranne Beppone Tiberini, chiamato appunto Sabreo.
L’abbinamento è con un uovo croccante con asparagi e tartufo, che dire……
Il vino gioca sui toni della freschezza e della beva, la tipica prugna, il ribes, il lampone, la violetta, agile e non troppo ingombrante in bocca, il Canaiolo ammansisce il tannino del Sangiovese con la sua tipica morbidezza e regala una sfumatura minerale, un vino quotidiano fresco ed elegante.
Moreno ci racconta il prossimo piatto, Pici all’aglione fatti in casa con un sugo ai tre pomodori, una ricetta custodita in un prezioso quaderno di cucina della mamma di Luca, la Signora Dima, autentica istituzione della cucina tradizionale di Montepulciano.
Buonissimi, è il piatto che ha portato il silenzio su tutta la tavola, consistenze dei tre pomodori in gioco con la masticabilità dei Pici, fantastici.
In abbinamento il Vino Nobile di Montepulciano Podere Le Caggiole 2021.
Il colore nel bicchiere è un rubino pieno tendente al granato, sprigiona al naso evidenti profumi di viola e di rosa appassita, di more, la classica prugna, spezie dolci come la noce moscata, ed i terziari come cacao, tabacco ed un accenno balsamico, è un vino morbido con un tannino perfettamente integrato, è proprio la sua morbidezza che abbraccia l’acidità del sugo di pomodoro in un equilibrio esemplare. Vorresti non finisse!
Aiutandomi con il linguaggio musicale lo definirei un Preludio, un brano che prepara l’animo dell’ascoltatore ad una Suite, raccolta di brani, generalmente più complessa.
E allora, che la musica sia!
In tavola arriva un filetto di maiale avvolto nel lardo di Colonnata con polenta croccante e spinacino, in abbinamento al Vino Nobile Pieve di Caggiole 2021.
E’ un vino da assaggiare non da descrivere.
Nonostante sia ancora giovane anticipa le meraviglie che può regalare, in bocca è un velluto, morbidissimo, caldo, amarene sotto spirito, eucalipto, tracce di caffè, di etereo, completo e complesso, molto lungo ed avvolgente, lo posso immaginare tra una decina di anni che amplifica queste sensazioni. Ti fa capire tante cose: la perseveranza di Luca in questo progetto, la qualità espressiva di questo territorio, la scelta di vita di Niccolò, la differenza tra “non devi pretendere, devi ricevere”, soprattutto non vestire panni che non ti piacciono.
Ma è tempo di assaggiare il Big Ben, lo sbaglio che ha dato il La alle Pievi.
Il Nobile di Montepulciano Vecchie Vigne di Famiglia 2019, che merita una storia a se.
La vigna è stata piantata nel 1918, alla fine della prima guerra mondiale, per ricordare il primogenito di Sergio Tiberini morto a Caporetto durante una battaglia.
Quando venne fuori questo momento di crisi d’identità del vino Nobile, quindi nella zona di Montepulciano, noi volemmo cercare di dare un segnale per far capire che quella che poteva essere anche una visione estrema poteva diventare qualcosa da considerare. E facemmo la prima vinificazione di questo qui, solo ed esclusivamente da questa vigna vecchia. Vecchissima. E il primo anno facemmo l’errore di miscelarlo con uve di un altro appezzamento lì vicino, quello del 1932, perché ‘sto vino che veniva fuori da ‘sta vigna vecchia in quell’anno lì, vinificato, ci sembrava un poco esile. Ottenemmo uno sbaglio colossale, un taglio in cantina, che procuro un vino che si beveva come l’acqua.
Nel bicchiere esce un pò di più il riflesso granato e violaceo, i sentori sono quelli caratteristici del Nobile ma più….sottili, più fini, e qui il suolo gioca un ruolo importante, la sabbia attenua il vigore che dona l’argilla, si accentua l’aspetto balsamico, complice anche qualche anno in più rispetto ai suoi fratelli, 2019, in bocca è suadente, tutto suona insieme in modo organico, affascinante e di lunga persistenza, in bocca e nella mente.
Parlando di suoli Luca ci introduce una degustazione molto interessante, due Nobile Riserva 2018 che crescono distanti si e no una decina di metri l’uno dall’altro. Fossatone che cresce sopra una falda di sabbia pliocenica fino alla profondità di 18 metri, Campaccio che cresce sopra una falda di argilla blu superficiale che diventa poi grigia fino alla profondità di 29 metri..
La differenza è talmente evidente che questi due vini sono spesso utilizzati nei corsi di formazione per capire le due estremità del concetto di tannino.
Fossatone, sabbia, estremamente profumato con un tannino delicato che cresce in progressione, Campaccio, argilla blu, con un tannino decisamente più impetuoso e tagliente.
L’ultimo rosso che versiamo si chiama Virgulto, è un Prugnolo Gentile al 100%, annata 2015.
Il nome già anticipa le sensazioni gustative, potente e raffinato, è subito presente un aroma di prugna ma come di confettura, importanti sono i terziari con accenni di china, alloro, tostature che ricordano il caffe, e sul chiudere anche le resine. Tannini perfettamente integrati e setosi con una persistenza molto molto lunga. Super!
Da questa giornata però portiamo nel cuore l’ultimo vino che Luca ci propone, una sorpresa sia per me che per Emma.
Dopo una batteria di rossi incredibili finiamo con un bianco, ma che bianco!
Si fa strada a spallate.
Il vino si chiama Maturato 2024, da uve Pulcinculo – una varietà di Grechetto – che fino a pochi decenni fa si riteneva scomparso.
Fu durante uno studio pedologico dell’Università di Firenze nei Vigneti Tiberini che ci si accorse di circa trecento piante di Pulcinculo, le uniche rimaste.
Da li la decisione, a fine anni ’90, di fare una selezione massale e di piantarne quasi un ettaro.
Oggi a Montepulciano ci sono 39 ettari allevati a Pulcinculo.
Maturato 2024 gode di una surmaturazione in pianta fino alla terza settimana di ottobre, ne esce un vino generoso nei sentori e nel colore, uno splendido giallo dorato, luminoso e dall’elevata concentrazione polifenolica, addirittura superiore al Brunello di Montalcino ed allo stesso Nobile, probabilmente complice anche la sovramaturazione.
In bocca esplodono i frutti tropicali maturi, l’acacia, l’albicocca, il melone maturo, salvia, un che di vegetale e di focaia, anche un leggero tannino, ha decisamente la struttura di un rosso, ed è solo la 2024!
Luca ci fa notare come l’acidità totale di questo vino, 6.7 valore ottimale per vini longevi, attenui la sensazione di alcol che comunque è importante, 15%.
E’ una scoperta felicissima!
Lo assaggiamo fresco ma sicuramente con qualche grado di servizio in più cambia l’assetto gustativo e tiene testa anche ad una carne rossa.
Il pomeriggio è trascorso in un attimo, ma c’è ancora il tempo per fare un giro in cantina ed assaggiare le nuove annate direttamente dalle botti, esperienza sempre entusiasmante.
Ci raggiunge anche il fratello di Luca, Fabio agronomo e cantiniere dell’azienda, rimarcando come le botti grandi, con miscele di foreste in ogni botte, servano soprattutto come veicolo di micro ossigenazione, senza marcature aromatiche.
Ormai è sera, il sole basso svela una campagna dai colori sfumati, questa giornata con Luca e la sua famiglia è stata un viaggio nel tempo e nel territorio, una storia fatta di passione, amore, coraggio, di sbagli e di successi. Una storia umana.
Esiste una parola che penso possa descrivere bene ciò che oggi abbiamo conosciuto, Eudaimonia, un concetto filosofico introdotto da Aristotele che trascende la concezione fugace e momentanea di felicità per una costruzione duratura della stessa nel tempo, attraverso la piena realizzazione personale, con la capacità di dare continuità al proprio percorso anche dentro agli errori.
Davide Stroppa – Il viaggio di Orfeo
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5 Maggio, 2026
Nonne Chef Cercasi: l'Italia riparte dalla cucina delle nonne
Un viaggio tra sapori, memoria e identità: le anziane protagoniste
Avete tra i 75 e i 95 anni, sapete ancora come si fa la pasta a mano, conoscete il segreto del ragù della domenica e ricordate il nome esatto di ogni erba che cresceva nell’orto di casa? Allora “Nonne in Cucina” sta cercando proprio voi.
Nata da un’intuizione di Rosario Di Donna, con il fiuto di chi sa riconoscere un tesoro quando lo incontra, questa iniziativa sta trasformando le cucine d’Italia in archivi viventi di sapere, memoria e identità. Non si tratta di uno show televisivo, né di un cooking contest patinato. È qualcosa di più autentico e più necessario: un recupero urgente di ciò che rischiamo di perdere per sempre.
Un format semplice, un’idea rivoluzionaria
Il meccanismo è disarmante nella sua semplicità. Le nonne entrano in cucina — fianco a fianco con chef professionisti — e fanno quello che hanno sempre fatto: cucinano. Dettano tempi, correggono proporzioni, assaggiano con occhio critico. Sono loro le vere maestre. I piatti che escono da queste sessioni — come “U pan cuott”, i “Tagliaredd e cicr” o la “Turtier d poll paisan” — approdano poi sul tavolo del ristorante, ogni venerdì, come una piccola cerimonia laica della memoria.
Il progetto ha già mosso i suoi primi passi tra i vicoli e i profumi della Basilicata, con le nonne di Rotondella e di Montalbano Ionico: Teresa Ironico (86 anni), Caterina Pupia (79 anni) ed Elisa Rinaldi (80 anni) hanno dimostrato che l’esperienza non si misura in like, ma in decenni trascorsi a sfamare famiglie, a trasformare ingredienti poveri in piatti indimenticabili.
Cerchiamo le nonne d’Italia
Ora il progetto vuole allargare i propri orizzonti. L’organizzazione si occupa di tutto: il contatto, il trasporto per raggiungere il luogo dell’evento, il rientro a casa e, quando la distanza lo richiede, anche l’ospitalità per la notte. Nessuna nonna viene lasciata sola, nessun dettaglio logistico ricade sulle famiglie. Basta volerci essere.
Stiamo cercando nonne in ogni angolo della penisola — dalla Calabria al Piemonte, dalla Sardegna al Veneto — che custodiscano ancora ricette tramandate a voce, scritte su foglietti ingialliti o semplicemente impresse in una memoria che vale più di qualsiasi libro di cucina. Donne che sappiano ancora fare il pane in casa, che conoscano i tempi giusti della conserva, che ricordino come si condiva prima che arrivassero i dadi e i surgelati.
Perché è importante, adesso “Le tradizioni non vanno perse”, ripete con convinzione Rosario Di Donna, socio degli Chef del Mediterraneo, l’associazione che riunisce professionisti della cucina mediterranea e che ha abbracciato con entusiasmo questo progetto mettendo a disposizione competenze, cucine e passione. Per Di Donna e per i suoi colleghi, affiancare le nonne non è un atto di folklore: è un dovere culturale, il riconoscimento che la vera alta cucina nasce sempre da una cucina di casa.
E ha ragione. Viviamo in un’epoca in cui il cibo è diventato spettacolo, ma ha smesso spesso di essere nutrimento vero — non solo per il corpo, ma per l’identità. “Le nonne sono un ponte tra generazioni”, dice Rosario, e quella frase vale più di mille slogan. Avvicinarsi a una nonna che cucina significa avvicinarsi a un codice genetico culturale che nessun algoritmo potrà mai replicare.
Una dieta bilanciata fatta di legumi, pane, carne e verdure: niente di più, niente di meno. Eppure tutto quello che serve.
Come partecipare
Se sei una nonna con una storia e un mattarello, o se conosci qualcuno che lo è, “Nonne in Cucina” vuole sentire la tua storia. L’organizzazione valuterà ogni candidatura con cura, organizzerà ogni aspetto del viaggio e si assicurerà che l’esperienza sia degna di chi porta con sé decenni di sapienza culinaria.
Perché certe ricette non si trovano su Google. Si trovano nelle mani di chi le ha imparate da un’altra nonna, che le aveva imparate da un’altra ancora. E quella catena — preziosa, fragile, irripetibile — non può spezzarsi qui.
La Redazione
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5 Maggio, 2026
28ª edizione delle Giornate del Pinot Nero a Egna e Montagna
Dal 15 al 18 maggio Egna e Montagna, per la 28esima volta, ospiteranno le Giornate del Pinot Nero, uno degli eventi enologici più importanti della regione. Cuore pulsante dell’appuntamento sarà la premiazione del Concorso Nazionale del Pinot Nero e, anche quest’anno, competeranno oltre 100 etichette provenienti da dieci regioni vitivinicole italiane.
Ogni anno, da quasi un trentennio, Egna e Montagna accolgono le Giornate del Pinot Nero, volte a sottolineare l’importanza di questo vitigno nel panorama enologico locale.
Quest’anno l’evento si terrà dal 15 al 18 maggio, preceduto dal Concorso nazionale del Pinot Nero che va in scena a inizio mese. Protagonisti del Concorso oltre 100 Pinot Nero dell’annata 2023 provenienti da Trentino, Valle d’Aosta, Veneto, Friuli Venezia Giulia, Piemonte, Lombardia, Toscana, Umbria, Sicilia e naturalmente dalla regione vinicola ospitante Alto Adige. I vini saranno degustati e valutati da una giuria specializzata, al fine di eleggere le 5 migliori etichette in assoluto e i vincitori delle singole regioni vinicole. Il concorso offre alle Giornate del Pinot Nero la preziosa opportunità di presentare al pubblico una vasta gamma di vini. “Poiché i Pinot Nero esprimono differenze sostanziali a seconda della zona d’origine, il nostro pubblico può farsi un’idea concreta di come il terroir, la tradizione e lo stile produttivo influenzino questo vino”, afferma Ines Giovanett, presidente del Comitato organizzatore dell’evento. I vini vincitori del Concorso nazionale del Pinot Nero saranno premiati venerdì 15 maggio. Da venerdì pomeriggio a lunedì, tutti i vini partecipanti potranno essere degustati nell’Ospizio di San Floriano a Laghetti; le prenotazioni all’evento sono già aperte sul sito https://www.blauburgunder.it/it/programma. Sul medesimo sito web è possibile, inoltre, consultare il programma di contorno delle Giornate del Pinot Nero che, quest’anno, comprende due masterclass. Durante la prima, gli interessati possono degustare i vini vincitori di ogni regione vinicola con il sommelier Raffaele Fischetti, mentre la seconda è dedicata alla presentazione e alla degustazione dei Pinot Nero della Tenuta Pfitscher.
In programma anche le escursioni guidate “Pinot Noir Experience” e i bike tour “Pinot Noir & Bike” previsti per sabato e domenica. Tutti i dettagli e le prenotazioni sono disponibili al sito https://www.blauburgunder.it/it/programma. La Redazione
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Quest’anno l’evento si terrà dal 15 al 18 maggio, preceduto dal Concorso nazionale del Pinot Nero che va in scena a inizio mese. Protagonisti del Concorso oltre 100 Pinot Nero dell’annata 2023 provenienti da Trentino, Valle d’Aosta, Veneto, Friuli Venezia Giulia, Piemonte, Lombardia, Toscana, Umbria, Sicilia e naturalmente dalla regione vinicola ospitante Alto Adige. I vini saranno degustati e valutati da una giuria specializzata, al fine di eleggere le 5 migliori etichette in assoluto e i vincitori delle singole regioni vinicole. Il concorso offre alle Giornate del Pinot Nero la preziosa opportunità di presentare al pubblico una vasta gamma di vini. “Poiché i Pinot Nero esprimono differenze sostanziali a seconda della zona d’origine, il nostro pubblico può farsi un’idea concreta di come il terroir, la tradizione e lo stile produttivo influenzino questo vino”, afferma Ines Giovanett, presidente del Comitato organizzatore dell’evento. I vini vincitori del Concorso nazionale del Pinot Nero saranno premiati venerdì 15 maggio. Da venerdì pomeriggio a lunedì, tutti i vini partecipanti potranno essere degustati nell’Ospizio di San Floriano a Laghetti; le prenotazioni all’evento sono già aperte sul sito https://www.blauburgunder.it/it/programma. Sul medesimo sito web è possibile, inoltre, consultare il programma di contorno delle Giornate del Pinot Nero che, quest’anno, comprende due masterclass. Durante la prima, gli interessati possono degustare i vini vincitori di ogni regione vinicola con il sommelier Raffaele Fischetti, mentre la seconda è dedicata alla presentazione e alla degustazione dei Pinot Nero della Tenuta Pfitscher.
In programma anche le escursioni guidate “Pinot Noir Experience” e i bike tour “Pinot Noir & Bike” previsti per sabato e domenica. Tutti i dettagli e le prenotazioni sono disponibili al sito https://www.blauburgunder.it/it/programma. La Redazione
5 Maggio, 2026
Bernardino Sani. Tra eredità e decisione del vino
Tra guida tecnica e responsabilità aziendale, il racconto di chi definisce oggi il vino dentro una struttura storica e complessa.
Nel lavoro di un enologo che è anche CEO, il vino non è mai solo il risultato di una scelta tecnica. È il punto di incontro tra visione produttiva, responsabilità aziendale e lettura di un mercato sempre più globale e competitivo.
Nel caso di Argiano, questa sovrapposizione di ruoli diventa ancora più evidente: la costruzione dell’identità del vino si intreccia costantemente con la gestione di una struttura complessa, dove ogni decisione ha conseguenze che vanno oltre la cantina.
In questo scenario, il tema non è soltanto come si fa il vino, ma cosa determina davvero le scelte che lo definiscono: quanto è autonomia, quanto è contesto, quanto è equilibrio tra fattori che raramente si dichiarano ma che incidono profondamente sul risultato finale.
Da qui parte il confronto con Bernardino Sani, tra ruolo operativo e direzione aziendale, tra identità del Brunello e rischio di omologazione, tra mercato internazionale e libertà produttiva.
Qual è oggi, concretamente, il tuo ruolo all’interno di Argiano tra parte enologica e gestione aziendale?
Oggi posso fortunatamente dedicare la maggior parte del mio tempo alla parte enologica e di pubbliche relazioni. Per poter arrivare a farlo è stato necessario costruire una grande squadra che riesce a svolgere in maniera autonoma e molto professionale la maggior parte delle attività burocratico amministrative, commerciali e agronomiche. Lavoro ad Argiano dal 2012 ed i primi anni sono stato quasi interamente assorbiti dalle tante incombenze burocratiche e dalla gestione del personale e dalle attività commerciali. Adesso delego molto e in questo modo riesco a fare quello che amo veramente (il vino)
In che modo si bilancia la visione tecnica con le esigenze organizzative di una realtà strutturata?
Ho la fortuna di lavorare per una proprietà che lascia amplio potere decisionale e di poter quindi impostare l’azienda come se fosse mia. Non è facile la gestione di una azienda vinicola di medie dimensioni in Italia perché vi sono molte complessità burocratico amministrative ma grazie ad una squadra di lavoro fantastica posso dedicare la maggior parte del mio tempo al vino e alla promozione del vino nei molti mercati in cui vendiamo
Cosa cambia, nel quotidiano, tra guidare una cantina e “fare” vino in senso stretto?
Quando faccio consulenze posso pensare solo al vino, ad Argiano invece devo contestualizzare sempre le scelte tecniche all’interno delle esigenze aziendali: limiti strutturali, burocratico amministrativi, gestione del personale etc etc
Quanto è difficile oggi evitare che vini diversi finiscano per somigliarsi troppo tra loro?
Io come professionista ho fatto una scelta ben precisa: lavoro solamente in territori dove storia, composizione dei suoli e bellezza paesaggistica rendono i vini unici. Ho un approccio enologico poco invasivo che cerca di valorizzare il territorio e la tradizione enologica di un determinato territorio cosa che ritengo importantissima soprattutto in Italia dove il vino nasce per accompagnare il cibo e dove il cibo cambia molto a seconda delle regioni
L’idea di “stile aziendale” è ancora una forza o rischia di diventare una gabbia?
E’ ancora una forza: tutti i grandi vini rispecchiano la personalità di chi li fa
Quanto una ricerca di coerenza può portare a perdere sfumature di identità nel tempo?
Se partiamo da suoli vocati e da una buona viticoltura questo rischio è minimo
In quale fase della produzione senti che si definisce davvero l’identità di un vino?
Parlando di Brunello, vino fatto unicamente con sangiovese di Montalcino ed un lungo affinamento in botte e bottiglia, il vigneto indica la direzione e la viticoltura e l’annata fanno la gran parte della differenza. In cantina è importante lavorare bene per non sciupare il lavoro fatto in vigna
Quanto spazio c’è oggi per l’intuizione all’interno di un processo sempre più tecnico e controllato?
Per adesso fortunatamente molto, la parte tecnica dell’enologo e dell’agronomo verrà sempre più facilitata dall’ IA e dai nuovi mezzi tecnologici ma l’intuizione sia in vigna che in cantina rimarrà la dote fondamentale per un enologo e per un agronomo
Quanto il mercato internazionale influenza oggi le scelte enologiche, anche indirettamente?
Per fare un grande vino servono tanti anni, aspettare che un vigneto sia pronto, affinare il vino a lungo, promuoverlo bene sono operazioni che richiedono decenni quindi non possiamo ragionare nel breve periodo e di conseguenza ha poco senso “seguire” il mercato. Allo stesso tempo non possiamo andare contro perché avrebbe poco senso fare un vino che va in direzione opposta ai consumi. I vini di territorio e storia sono avvantaggiati perché seguono processi produttivi che difficilmente possono essere stravolti e in generale è importante intuire la strada giusta da perseguire per valorizzare al massimo un determinato territorio
Il sistema del vino di qualità è davvero sostenibile oggi o vive di equilibri sempre più fragili?
Diciamo che è un mestiere dove serve tanta passione e tanta pazienza, in totale controtendenza con i ritmi nevrotici della maggior parte dei business attuali
Qual è oggi l’identità che Argiano vuole esprimere come azienda nel panorama internazionale ?
Storia Eleganza e bevibilità
Il Brunello oggi è più libero o più controllato rispetto a qualche anno fa?
Direi più maturo dal punto di vista agronomico e quindi più capace di esprimere le varie anime dei territori montalcinesi
Si sta andando verso una maggiore identità dei produttori o verso una maggiore uniformità del prodotto finale?
Sui grandi vini maggiore identità
Quanto il disciplinare protegge e quanto invece tende a uniformare?
Protegge anche se in certi casi forse andrebbe adeguato ai cambiamenti climatici in corso
Qual è oggi il vero margine di differenziazione tra produttori all’interno dello stesso territorio?
Le differenze climatiche e pedologiche
Quanto del tuo lavoro è tecnica e quanto è mediazione tra esigenze che non sono solo enologiche?
Non sono due cose contrastanti, la bravura sta nel modulare le scelte enologiche sulle esigenze strutturali dell’azienda (persone, clima, strumenti tecnici)
La figura dell’enologo è più potente o più condizionata rispetto al passato?
Più condizionata ma non è un male perché vuol dire che le aziende hanno acquisito una maggiore personalità e capacità
Se dovessi descrivere il tuo ruolo senza usare parole “romantiche”, come lo definiresti davvero?
Ad Argiano?! Ti rispondo dicendo che Se non fosse per la straordinaria bellezza di un posto di cui ci si innamora ogni giorno di più non farei l’amministratore ma farei solo l’enologo
Quanto pesa la storia della cantina nelle decisioni presenti e future?
Moltissimo, bisogna avere grande rispetto di chi ci ha preceduto
Argiano oggi è più legata alla tradizione o a una visione di evoluzione continua?
Entrambe
Come si costruisce e si mantiene una coerenza aziendale tra mercato internazionale e identità territoriale?
Cercando di fare poche cose e di farle bene
Qual è la sfida più grande per un’azienda storica come Argiano nei prossimi anni?
Adeguarsi al cambiamento climatico e continuare a far appassionare al vino le nuove generazioni
Il mio punto di vista
Parlando con Bernardino Sani, la cosa che colpisce non è tanto quello che dice, ma come lo dice. Non c’è mai la ricerca di un effetto, né la volontà di costruire un racconto rassicurante: tutto sembra riportato su un piano molto concreto, quasi pratico.
Quello che emerge è un’idea di vino che si allontana da ogni forma di idealizzazione. Non c’è il mito dell’enologo creatore, né quello del vino come gesto puro. C’è piuttosto la consapevolezza che ogni scelta nasce dentro un sistema complesso, fatto di tempi lunghi, limiti reali e responsabilità che vanno oltre la bottiglia.
Ed è proprio qui che, secondo me, sta il punto più interessante, non tanto nelle singole risposte, ma nel modo in cui si intrecciano: tecnica, azienda, mercato, territorio. Nulla è isolato, tutto è collegato. E questo rende evidente quanto il lavoro in cantina oggi sia sempre meno un gesto isolato e sempre più un insieme di decisioni continue, spesso invisibili, che però determinano il risultato finale.
Anche quando si parla di Argiano, non emerge mai come semplice cornice, ma come parte attiva di questo equilibrio. Non è solo una cantina storica da custodire, ma una struttura che condiziona e allo stesso tempo rende possibile ogni scelta. È lì che le idee devono trovare una forma concreta, e dove ogni decisione smette di essere teorica.
C’è anche un’altra cosa che resta, forse più sottile: l’idea che nel vino contemporaneo la vera difficoltà non sia tanto “creare qualcosa di nuovo”, ma mantenere coerenza senza irrigidirsi, restare fedeli a un’identità senza trasformarla in uno schema fisso.
Ne esce una visione meno romantica, forse, ma decisamente più onesta. E, in un momento in cui il vino viene spesso raccontato per semplificazioni o slogan, questa lucidità diventa quasi una forma di presa di posizione.
Vale Wine – Oltre la carta dei vini
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4 Maggio, 2026
A Bologna quattro giorni dedicati al vino: 50 cantine per la Wine Week 2026
Accessibile, giovane, inclusiva: la quarta edizione dell’evento in programma dal 15 al 18 maggio a Palazzo Isolani
Dal 15 al 18 maggio 2026 torna con la quarta edizione la Bologna Wine Week: l’evento dedicato alla cultura del vino riunisce nel cuore della città circa 50 cantine provenienti da tutta Italia insieme a importanti consorzi nazionali. La sede principale dell’edizione 2026 sarà Palazzo Isolani, storica cornice nel centro di Bologna, che per tre giorni diventerà punto di incontro tra produttori, operatori del settore e winelovers: “il nostro obiettivo principale è quello di rendere il mondo del vino più accessibile e meno intimidatorio per il pubblico – sottolinea l’organizzatore dell’evento Gianmarco Gabarello – L’idea è quella di abbattere le barriere che spesso tengono lontane le persone: il vino viene percepito come un ambiente complesso, quasi elitario, in cui molti temono di non avere le competenze giuste per partecipare. Proprio per questo, la manifestazione punta a creare un contesto più accogliente, informale e inclusivo, dove chiunque possa avvicinarsi senza timore”. La Bologna Wine Week si propone quindi come un’occasione di scoperta e dialogo, facilitando l’incontro tra pubblico, produttori e operatori in modo semplice, diretto e leggero. Il linguaggio è volutamente “pop”: meno tecnico, più immediato, capace di coinvolgere anche chi normalmente non frequenta questo settore. Elemento distintivo è anche l’approccio giovane e dinamico, fatto di musica, cibo e momenti di socialità: “abbiamo pensato ad un formato ibrido che unisce il meglio delle edizioni precedenti caratterizzate da un’anima aperta e fortemente partecipativa (i primi due anni in piazza Minghetti) e il passaggio a una location più istituzionale (Palazzo Re Enzo) – precisa Gabarello – da un lato vogliamo mantenere la qualità e la struttura delle degustazioni in uno spazio più raccolto e curato, dall’altro recuperiamo l’energia della piazza, con musica, food e momenti di aggregazione aperti al pubblico”. L’obiettivo è creare un contesto dinamico e inclusivo: un ambiente leggero e conviviale che inviti le persone a partecipare liberamente, lasciando poi a chi lo desidera la possibilità di approfondire attraverso le degustazioni, cuore dell’evento. In questo modo, l’esperienza complessiva resta accessibile e coinvolgente, senza rinunciare alla qualità, e mantiene quel carattere “pop” che ha contribuito al successo delle prime edizioni.
Si inizia Venerdì 15 Maggio con il Dj Set serale che aprirà la quarta edizione della Bologna Wine Week, poi Sabato 16 e Domenica 17 maggio l’evento sarà aperto al pubblico con due giornate dedicate alla degustazione di vini e scandite da un accompagnamento musicale live che vede in programma otto concerti live e sei dj set. Otto le masterclass in programma. Lunedì 18 maggio la giornata sarà interamente riservata agli operatori del settore – horeca, buyer, distributori e stampa. Il cortile di Palazzo Isolani sarà aperto al pubblico e animato dai più importanti brand bolognesi. Durante tutta la settimana, la Bologna Wine Week si estenderà oltre la sede principale coinvolgendo il tessuto cittadino con degustazioni guidate e momenti di approfondimento che vedranno protagonisti ristoranti, produttori e consorzi. Un format che rimarrà anche il sabato e la domenica con degustazioni tra i locali del centro e una rete di locali selezionati presenti all’interno di Ban Ban, (qui il sito ufficiale) nuova guida bolognese e partner ufficiale della manifestazione.
Bologna Wine Week si conferma così un progetto che va oltre la semplice degustazione, distinguendosi come l’unico evento dedicato al vino nel centro storico capace di mettere realmente in relazione il mondo produttivo con la città. L’obiettivo è costruire un momento di incontro tra produzione, distribuzione e consumo consapevole, valorizzando il posizionamento di Bologna come città gastronomica e culturale e promuovendo la cultura del vino e del bere bene. L’edizione 2026 consolida un format concentrato e curato, con un numero selezionato di espositori per garantire qualità dell’esperienza e concrete opportunità di networking.
Qui il programma aggiornata dell’evento
https://www.bolognawineweek.it
La Redazione
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