Monferrato: I Tre Consorzi protagonisti della Filiera Vitivinicola siglano Il Patto per il Futuro Arrow Right Top Bg

28 Febbraio, 2026

Monferrato: I Tre Consorzi protagonisti della Filiera Vitivinicola siglano Il Patto per il Futuro

  Al Teatro Ariston di Acqui Terme il varo del piano triennale strategico: per rilanciare economia, turismo e territorio UNESCO.   L’appuntamento è fissato per martedì 3 marzo 2026, dalle ore 16.00, presso il Teatro Ariston di Acqui Terme, con il convegno “Il futuro del Monferrato nasce dal vino – Economia, società, paesaggio”, un evento che segna l’avvio di un percorso di sviluppo e valorizzazione dell’area, condiviso da Consorzio Tutela Vini d’Acqui, Consorzio Barbera d’Asti e Vini del Monferrato e Consorzio per la Tutela dell’Asti Spumante e del Moscato d’Asti DOCG. L’iniziativa supera la dimensione della singola denominazione per adottare una visione integrata e sistemica, puntando a far riconoscere nella filiera vitivinicola il baricentro economico, sociale e culturale del territorio. I tre Consorzi, che rappresentano la quota maggioritaria del vigneto locale, hanno scelto di affrontare uniti le sfide del mercato e del contesto socioeconomico, costruendo una visione comune per rafforzare il ruolo del vino come leva di crescita per l’intero sistema territoriale. Sulla valenza di questo accordo, Paolo Ricagno, Presidente del Consorzio Tutela Vini d’Acqui, commenta: “Questa iniziativa nasce dalla consapevolezza che la sostenibilità economica delle nostre denominazioni dipende in modo diretto dalla capacità dei territori di generare reddito agricolo stabile e competitivo. Fare sistema significa valorizzare le produzioni, rafforzare le filiere locali e creare nuove opportunità per le imprese vitivinicole e l’indotto. Solo attraverso una visione condivisa è possibile attrarre investimenti, migliorare la redditività delle aziende e costruire condizioni strutturali di crescita, restituendo al Monferrato un ruolo centrale nell’economia vitivinicola e nello sviluppo dei territori rurali”. Il progetto nasce anche dalla necessità di tutelare e promuovere le colline del Monferrato, Patrimonio Mondiale UNESCO dal 2014, intese come un ecosistema complesso dove produzione, cultura, coesione sociale e attrattività turistica sono profondamente interconnesse. Durante l’incontro del 3 marzo verranno presentate le linee guida di un piano triennale che punta a riportare l’attenzione sulla competitività e il posizionamento delle denominazioni, avviando un dialogo strutturato con le istituzioni regionali e nazionali per definire politiche di sostegno a medio termine. Vitaliano Maccario, Presidente del Consorzio Barbera d’Asti e Vini del Monferrato Questo convegno rappresenta un passaggio strategico all’interno di un progetto più ampio di rilancio dell’Alto Monferrato. Nato dalla collaborazione tra il Consorzio Barbera d’Asti e vini del Monferrato, il Consorzio dell’Asti DOCG e il Consorzio Tutela vini d’Acqui vuole essere il primo passo per la costruzione di una visione integrata di sviluppo territoriale. Il vino è il baricentro economico, sociale e culturale di queste colline patrimonio UNESCO e deve essere interpretato come un fattore abilitante capace di generare valore lungo tutta la filiera. Il dialogo tra consorzi, istituzioni e mondo accademico ci permette di trasformare questa visione in progettualità concrete. In particolare, l’enoturismo diventa una leva fondamentale per connettere prodotto, paesaggio e identità locale, creando nuove opportunità di crescita, attrattività e occupazione. È attraverso questa alleanza tra competenze e territori che possiamo costruire uno sviluppo sostenibile e duraturo per l’Alto Monferrato. Oltre agli obiettivi puramente economici, il piano di rilancio guarda con attenzione alle ricadute sociali, ponendosi come obiettivo il contrasto allo spopolamento, l’occupazione giovanile e la valorizzazione del paesaggio. Il vino viene inteso non come un semplice prodotto, ma come un fattore abilitante capace di generare valore culturale e attrattività per le nuove generazioni. In merito a tale visione, Stefano Ricagno, Presidente del Consorzio Asti Docg, aggiunge: “Il futuro del Monferrato, le cui colline sono riconosciute Patrimonio Mondiale Unesco, passa innanzitutto dal vino. Per questo abbiamo fortemente voluto un convegno insieme e al Consorzio Tutela Vini d’Acqui e al Consorzio Barbera d’Asti e Vini del Monferrato dove presentiamo un progetto condiviso di sviluppo territoriale, superando approcci frammentati legati alle singole denominazioni. Il Monferrato – ha aggiunto Ricagno – è un ecosistema in cui produzione, paesaggio e identità sono strettamente connessi. Il vino non è infatti solo un prodotto, ma anche un motore economico e sociale capace di generare valore per tutto il territorio”. Il programma della giornata si aprirà con i saluti istituzionali da parte dell’Assessore regionale Paolo Bongioanni e del Sindaco di Acqui Terme Danilo Rapetti. Seguiranno gli interventi dei rappresentanti dei Consorzi e importanti contributi scientifici: il Rettore dell’Università Bocconi Francesco Billari analizzerà i temi legati alla demografia e al ricambio generazionale, mentre Magda Antonioli rifletterà sul turismo esperienziale come driver di sviluppo. Le linee strategiche del piano triennale di rilancio saranno illustrate dall’Advisor marketing del progetto Andrea Pirola di WHITEmc. La partecipazione è aperta al pubblico, alla stampa e agli operatori fino a esaurimento posti. La Redazione
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Torna a marzo Terre di Toscana Arrow Right Top Bg

28 Febbraio, 2026

Torna a marzo Terre di Toscana

  XVIII edizione: 22-23 marzo 2026 all’Hotel UNA Esperienze Versilia Lido   Nel 2026 Terre di Toscana, uno degli appuntamenti più rilevanti del panorama enologico italiano, festeggerà la sua XVIII edizione. Domenica 22 e lunedì 23 marzo, gli spazi dell’Hotel UNA Esperienze Versilia Lido accoglieranno come ogni anno 140 vignaioli, accuratamente selezionati, custodi di una Toscana del vino poliedrica e in continuo dialogo tra tradizione e contemporaneità. Sarà come sempre una due giorni unica per incontrare i produttori ai banchi di assaggio, degustare oltre 700 etichette, e attraversare, calice dopo calice, le denominazioni storiche e quelle emergenti che compongono la mappa vinicola della regione. Formula consolidata con new entry Anche nel 2026 Terre di Toscana rinnova la sua formula ormai consolidata: alcune nuove realtà affiancheranno nomi che hanno fatto la storia dell’evento, in un mosaico che attira ogni anno appassionati, buyer, ristoratori, enotecari, giornalisti e professionisti della comunicazione del vino; un pubblico eterogeneo accomunato dalla voglia di scoprire, approfondire e confrontarsi. Come da tradizione la giornata di lunedì sarà dedicata anche alle vecchie annate, un vero viaggio nel tempo attraverso bottiglie capaci di raccontare maturità, profondità e longevità di alcune delle etichette più rappresentative della Toscana. Non mancherà una selezione di artigiani di cibo toscano, che saranno presenti in una sala a loro dedicata, per accompagnare il percorso di degustazione con morsi di eccellenza. Costo del biglietto: 40 euro a persona per ogni singola giornata (inclusi diritti di prevendita e commissioni di servizio). Biglietti e accrediti solo online Il biglietto è acquistabile solo in prevendita a partire dal mese di gennaio 2026 attraverso il sito www.terreditoscana.info; lo stesso dicasi per le richieste di accredito per stampa ed operatori del settore. Navette gratuite in entrambe le giornate faranno la spola tra la stazione ferroviaria di Viareggio e l’UNA Hotel. I minibus, facilmente identificabili attraverso il logo della manifestazione affisso all’esterno, stazioneranno fuori dalla stazione ferroviaria e saranno disponibili, traffico permettendo, ogni 15/20 minuti. Terre di Toscana è un evento organizzato da L’Acquabuona (www.acquabuona.it), testata giornalistica on-line che dal 1999 racconta con passione e professionalità l’enogastronomia e l’agroalimentare del nostro Bel Paese.
Terre di Toscana si avvale del patrocinio del Comune di Camaiore. La Redazione
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Sanremo 2026: Cantina LA-VIS fornitore ufficiale del “fuori Sanremo italiana assicurazioni” di Radio Italia Arrow Right Top Bg

28 Febbraio, 2026

Sanremo 2026: Cantina LA-VIS fornitore ufficiale del “fuori Sanremo italiana assicurazioni” di Radio Italia

  Dall’energia rock del Lagrein all’eleganza del Pinot Nero, la linea Ritratti della Cantina trentina La-Vis sarà protagonista negli spazi del Grand Hotel Londra, dando voce alle diverse personalità del Festival   In occasione della settimana dedicata alla musica italiana, Cantina La-Vis, storica cooperativa vitivinicola trentina, approda a Sanremo come fornitore ufficiale del “Fuori Sanremo Italiana Assicurazioni” di Radio Italia con la sua linea Ritratti. L’emittente racconterà la kermesse in diretta radio e video dagli studi allestiti presso il Grand Hotel Londra, dove si alterneranno i cantanti in gara, i professionisti dell’industria discografica e i super ospiti. In questa cornice, dal 24 al 28 febbraio, i vini dell’azienda saranno protagonisti negli spazi della location, accompagnando le interviste e i momenti di socialità che scandiranno il ritmo frenetico del Festival. Ezio Dallagiacoma, Direttore Tecnico ed Enologo della cantina Portare la linea Ritratti a Sanremo significa far dialogare due mondi che vivono di sensibilità e interpretazione: la musica e la terra. Proprio come un artista traduce il proprio vissuto in canzoni, noi interpretiamo i nostri vigneti per dare vita a ogni bottiglia. Ritratti è il nostro modo di raccontare l’identità del Trentino attraverso un calice che, proprio come un grande brano, punta dritto all’emozione. Ritratti non è, infatti, solo una collezione di vini, ma un progetto corale che fonde l’anima del Trentino con un’estetica contemporanea, sintesi di ricerca enologica, biodiversità e arte. Le sei referenze sono il risultato di un percorso di valorizzazione del territorio, dove ogni scelta in vigna e in cantina è orientata a salvaguardare il patrimonio naturale e sociale delle Colline Avisiane. L’identità di Ritratti è strettamente legata al mondo dell’arte. Ogni etichetta è un’opera originale dell’artista Margherita Paoletti e rappresenta figure femminili oniriche immerse in elementi naturali, traducendo in immagini l’intima connessione tra uomo e natura. Ogni vino della linea è inoltre associato a un profilo caratteriale, un vero e proprio “ritratto” umano. Al “Fuori Sanremo Italiana Assicurazioni” saranno quattro le personalità protagoniste. Il Lagrein Trentino DOC Ritratti che, con il suo carattere deciso e dinamico, richiama l’energia delle performance più grintose. Il profilo raffinato ed elegante del Pinot Nero Trentino DOC Ritratti rispecchia invece lo stile dei protagonisti più sofisticati. Il Sauvignon Trentino DOC Ritratti, un vino eclettico e spensierato, incarna la freschezza delle giovani promesse. Completa il quartetto lo Chardonnay Trentino DOC Ritratti, dal carattere romantico e riflessivo, adatto alle voci più intime e delicate. Una galleria di personalità attraverso cui Cantina La-Vis non si limita a presentare i propri vini, ma offre una narrazione contemporanea capace di intrecciare l’eccellenza del territorio trentino con il dinamismo di uno degli appuntamenti più importanti della scena artistica italiana. La Redazione
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Vino, oltre 160 giornalisti a Chianti Lovers & Rosso Morellino Arrow Right Top Bg

28 Febbraio, 2026

Vino, oltre 160 giornalisti a Chianti Lovers & Rosso Morellino

  Alla Fortezza da Basso l’Anteprima dedicata alla stampa internazionale per presentare le nuove annate. Busi: “Produzione più bassa del previsto, qualità molto alta e mercati esteri solidi”. Guicciardini Calamai presenta l’inserimento della menzione Superiore nel disciplinare del Morellino di Scansano “Scelta che rafforza identità, selezione e posizionamento”   Oltre 160 giornalisti provenienti da tutto il mondo hanno partecipato alla Fortezza da Basso all’Anteprima Chianti Lovers & Rosso Morellino, appuntamento centrale della settimana delle Anteprime di Toscana dedicato alla stampa nazionale e internazionale. Al Padiglione Arsenale sono state presentate le nuove annate di Chianti e Morellino di Scansano: Chianti D.O.C.G. 2025, Chianti Superiore 2024, Chianti Riserva 2023, Morellino di Scansano 2025 e Riserva 2023. L’evento è stato anche l’occasione di fare il punto sulle prospettive produttive e commerciali delle due denominazioni, durante la conferenza stampa a cui hanno partecipato Leonardo Marras, Assessore all’Economia, al Turismo e all’Agricoltura della Regione Toscana, Giovanni Busi, presidente del Consorzio Vino Chianti, e Bernardo Guicciardini Calamai, Presidente del Consorzio di Tutela Morellino di Scansano. Giovanni Busi, presidente del Consorzio Vino Chianti La produzione del Chianti si è attestata quest’anno intorno ai 620 mila ettolitri, contro una previsione che parlava di circa 750 mila. Questo cambia il quadro e ridimensiona un po’ le preoccupazioni anche perché la riduzione rispetto alle aspettative è legata soprattutto all’andamento climatico primaverile: le piogge fino a maggio e gli attacchi di peronospora hanno inciso sulle rese. In quella fase il grappolo colpito si secca e viene perso, ma non c’è stato un impatto negativo sulla qualità. Anzi, possiamo parlare di un’annata molto buona. Per quanto riguarda l’andamento del mercato, il presidente del Consorzio Vino Chianti ha sottolineato che l’export resta determinante, rappresentando tra il 65% e il 70% della produzione del Chianti. “Il nostro è un Consorzio fortemente orientato all’estero. L’Italia vale circa il 30%, ma sono i mercati internazionali a trainare la denominazione. Malgrado i dazi e le tensioni geopolitiche, gli Stati Uniti continuano a comprare e le ultime rilevazioni parlano di una flessione minima, intorno all’1%. Non è un dato che giustifichi allarmismi”. Nel corso dell’evento fiorentino, il Consorzio Morellino di Scansano ha ufficializzato un passaggio significativo per la denominazione: la pubblicazione in Gazzetta Ufficiale delle modifiche al disciplinare che introducono la nuova menzione Superiore, approvata dall’Assemblea nel 2025 e ora pienamente efficace. “Abbiamo scelto di comunicare questo traguardo proprio in occasione dell’Anteprima, davanti alla stampa e agli operatori italiani e internazionali, perché rappresenta un passaggio molto importante nel percorso di crescita qualitativa del Morellino di Scansano. È il risultato di un lavoro condiviso che punta a rafforzare ulteriormente identità, selezione e posizionamento della denominazione sui mercati” ha spiegato il presidente Bernardo Guicciardini Calamai. La nuova menzione Superiore prevede rese più contenute rispetto all’Annata e potrà uscire sul mercato a partire dal 1 Gennaio del secondo anno successivo alla vendemmia: questo garantirà maggiore struttura e complessità, mantenendo comunque le caratteristiche peculiari di freschezza e bevibilità, tratti distintivi del Morellino. Il presidente ha evidenziato come l’andamento climatico variabile del 2025 abbia inciso sulle rese delle uve facendo registrare una riduzione significativa della produzione, con un dato definitivo che si attesta intorno ai 75.000 quintali. “L’attenta gestione in vigna e in cantina dei nostri produttori ha consentito di preservare identità, autenticità ed equilibrio che identificano il Morellino di Scansano, mantenendo alta la qualità della produzione” aggiunge Guicciardini Calamai. Sul fronte commerciale il presidente ha sottolineato che, nonostante il momento complesso del mercato sia interno che internazionale a causa della congiuntura economica negativa, il Morellino ha chiuso lo scorso anno con un incremento progressivo e costante delle vendite, segnale incoraggiante di un mercato in ripresa che premia la denominazione, forte del suo stile autentico e attuale. Leonardo Marras, assessore all’economia, al turismo e all’agricoltura della Regione Toscana In questi giorni è capitato più volte di sottolinearlo, il mondo del vino toscano è in grado di affrontare le sfide che lo attendono con grande capacità di interpretare le trasformazioni e adattarsi al meglio. Consorzi, imprese e istituzioni insieme. Oggi dal Consorzio vino Chianti e dal Consorzio del Morellino ci arriva un messaggio positivo: a fronte di una produzione più contenuta, la qualità resta molto alta; e questo grazie alla grandissima professionalità dei produttori toscani. Salutiamo con piacere l’introduzione della menzione Superiore per il Morellino di Scansano, come una scelta che va nella direzione di rafforzare identità e posizionamento, valorizzando ulteriormente una denominazione in crescita. La Redazione
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Castello di Stefanago. Il tempo della pienezza Arrow Right Top Bg

28 Febbraio, 2026

Castello di Stefanago. Il tempo della pienezza

  Ogni cosa ha il suo tempo. Recita così un famoso detto popolare, suonando come un perentorio invito ad assaporare il piacere della lentezza, del giusto tempo, un invito a spendersi prendendosi cura dell’attesa, senza fretta e gustandosi gli attimi. Si impara. Si impara a porre attenzione ai dettagli delle cose, si impara ad essere intuitivi e curiosi, si impara che il tempo non sottrae ma restituisce. E’ proprio così! Ricordo quando studiavo musica, chitarra classica, come affrontavo lo studio di un nuovo brano per un concorso o per cambiare repertorio concertistico, o semplicemente per puro piacere. Una quindicina di pagine, poco più di dieci, dodici minuti di musica moltiplicavano i giorni, le settimane e i mesi prima di uscire dalle mie dita lasciandomi la sensazione di “ecco, è il tempo giusto”. Le prime settimane per leggere e risolvere le difficolta tecniche del brano, almeno un altro paio per impararlo a memoria annotando dinamiche, punteggiature musicali, fraseggi e poi sul più bello…dimenticarselo, chiuderlo in un cassetto e non pensarci più per mesi. Tanti. E’ in questo “dimenticarselo” che ho imparato che il tempo non sottrae ma restituisce, lo scorrere dei giorni piano piano, lentamente, altro non è che un processo mentale inconscio che genera idee, che suggerisce soluzioni, che matura, o per restare in tema vinicolo, affina ciò che veramente è importante in quindici pagine di note: la musica. Un sentimento. E la magia si ripeteva ogni volta! Dopo l’abbandono le pagine ritrovate suonavano fluide, legate, discorsive, senza gravità, ovvie. La lentezza è una forma di perfezione. Lo sanno bene anche al Castello di Stefanago, cantina biodinamica dell’Oltrepo Pavese, che con i suoi metodi ancestrali supera tranquillamente i cento mesi di affinamento, e come scrivono sul loro sito A Stefanago non seguiamo ricette fisse: ascoltiamo ogni annata. Il nostro metodo si basa sulla comprensione dei ritmi della natura e sul lasciare che ogni vendemmia si esprima pienamente. Il fattore tempo è fondamentale, soprattutto nella raccolta manuale delle uve. Ogni anno definiamo un piano dedicato per valorizzare al massimo ciò che la natura offre. Questa collaborazione con la natura, fondata su osservazione e tempismo, dà origine a vini che cambiano in modo sottile di anno in anno. Proprio questa variabilità è l’essenza della nostra vinificazione. Qui sono di casa l’Orangiosauro, l’Amico Frizz, Sbarbatello, Pincopallo, Ivan Drago, e tanti altri, volevamo incontrarli e ci siamo andati, ed è stato un Elogio della lentezza. Già, potrebbe essere questa la sintesi di una giornata trascorsa in compagnia di amici, Ilaria ed Alberto, in un Castello in cima ad una collina, con il cellulare che prende poco, immersi nel silenzio con solo il suono delle nostre parole e dei nostri passi, e certamente anche il rumore di tante bottiglie stappate! Ogni tanto è bellissimo perdersi così nel tempo, crearsi due parentesi ed abitarci a più non posso godendo di ogni secondo con pienezza. Diciamo che la prima parentesi si apre ad un incrocio ai piedi di un poggio posto esattamente al centro dell’Oltrepo’ Pavese, nel Comune di Borgo Priolo dove una minuscola stradina panoramica, attraversando prati e boschi ci guida verso il Castello di Stefanago, boschi a destra, boschi a sinistra. Una volta arrivati se non fosse per il cancello elettrico verrebbe da pensare che siamo nel 1400, quasi 1500. Varcato il cancello si entra in un incantesimo, lo stesso che vuole la costruzione di questa fortezza in soli tre giorni, e dopo una breve salita si rivela in tutta la sua bellezza e magnificenza che ha saputo attraversare più di mille anni senza sforzi apparenti. Nei secoli è passato di mano in mano dalle famiglie più nobili del tempo, gli Sforza, i Dal Verme, i Malaspina, e dal 1800 appartiene alla famiglia dei Conti Baruffaldi. Vanta un territorio di circa 130 ettari tra boschi, laghetti, campi, coltivazioni di cereali che utilizzano poi per la propria birra artigianale, da qualche hanno creato anche un birrificio lo Stuvenagh, e naturalmente viti, circa 20 ettari. Ci viene incontro Giacomo fiero custode del Castello, che con il fratello Antonio, che abbiamo avuto il piacere di conoscere, guida l’azienda da decenni. Partiamo subito con la visita alla Torre, nucleo originale del Castello risalente al XI secolo, le facciate sono esattamente posizionate sui punti cardinali, quasi tutto è rimasto come in origine. In cima alla Torre si gode di un panorama straordinario, ovattato dal silenzio e dalla leggera bruma di stagione, a sud una distesa infinita di boschi e colline ci portano al Monte Lesima innevato, diviso tra Lombardia e Liguria, ad ovest il Piemonte sembra ad un passo con il Castello di Pozzol Groppo in cima ad una collina, le Alpi sono protagoniste di una quinta scenografica da brivido, fino a vedere Milano a Nord, mentre ad Est, valle dopo valle, scorgiamo la Val Tidone, territorio del Piacentino. Da questa postazione privilegiata Giacomo ci guida in un tour a distanza tra le vigne della cantina, sottolineando l’aspetto e la vocazione contadina che da sempre appartiene alla loro famiglia. Giacomo sostiene che “il vino è il mezzo per raccontare la storia di un territorio”, e allora si abbraccia una coabitazione con la natura, la raccolta dell’uva è tutta manuale, le erbe di campo incolte sono di casa tra i filari e sono alleate preziose per ciò che possono apportare al nutrimento delle viti, un sovescio spontaneo e sempre variabile che rende superflua qualsiasi forma di concimazione chimica, si impara e si insegna ad osservare, attendere ed intervenire solo in soccorso. E’ un racconto che continua nella loro cantina, essenziale, senza fronzoli, utilizzano solo lieviti indigeni e botti di medie e grandi dimensioni per l’elevazione, acacia per i bianchi e rovere per i rossi. Il vino è il mezzo per raccontare anche un’altra storia. La loro storia. Entriamo quindi nella sala degustazione, il clima è decisamente familiare e caldo, si sta molto bene. Tutta la famiglia è coinvolta in questo progetto agricolo, attorno ad un tavolo si ride e si chiacchiera, pensando con quale vino iniziare la degustazione assaggiamo salumi e formaggi locali, e cosa vuoi dire….., e la loro splendida giardiniera, tutta dal loro orto. Il primo vino che assaggiamo è un Metodo Ancestrale Blanc de Noir Pinot Nero di 24 mesi, doverosa è una premessa: tutti i loro spumanti sono vinificati con il Metodo Ancestrale. Questa tecnica permette la spumantizzazione di uve raccolte al pieno della loro maturazione fenolica, uve che hanno raggiunto la totale maturità zuccherina ed aromatica, ciò consente di utilizzare lo zucchero presente nell’uva sia per la prima che per la  seconda fermentazione arricchendo di struttura ed aromi lo spumante finale. Pertanto non si produce un vino base, come nel Metodo Classico o nel Metodo Martinotti, ma un mosto che ha parzialmente svolto la prima fermentazione interrotta dal naturale abbassamento delle temperature all’avvicinarsi dell’inverno, fino a lasciare il residuo zuccherino necessario per la ripresa della fermentazione in primavera con l’innalzarsi delle temperature. Beh, tornando alla degustazione…. Il 24 mesi si palesa con un bel colore giallo oro, quasi ramato, si gusta a pieno la frutta matura, e qualche nota esotica di ananas sempre bel maturo, si riconosce la fragranza dell’erba ed un piacevole agrume finale che riconosco nel bergamotto, il sorso è morbido e con una acidità che non sovrasta mai i primi sentori di frutta e fiori, è il primo di una lunga serie di Metodi Ancestrali, ci da il benvenuto in famiglia. Continuando sempre con le bollicine, con un vino frizzante, arriviamo all’ Amico Frizz (non mi rompere le bolle), 2024. Questo vino fa parte di una linea pensata per essere agile e beverina, fresca e dinamica. Vini che non vogliono essere per forza i protagonisti della serata ma che accompagnano e sottolineano il piacere della convivialità, una bella serata tra amici. E’ un Riesling, il primo di un trittico, rifermentato in bottiglia che si esprime più sui fiori che sui frutti, secondo me, mughetto e biancospino, fiori di campo e camomilla, poi una bella mela croccante e qualche erba aromatica leggera leggera, porta allegria, e con il tagliere che stiamo degustando si rivela a pieno come “accompagnatore” di tavolate. Sempre Riesling e sempre stessa linea è Pinco Pallo 2023, qui sentiamo un po’ l’idrocarburo tipico del vitigno e andiamo su note più…..tendenti al dolce come pasticceria, miele, mango, qualcosa di mentolato, ed una leggera ossidazione, molto piacevole. La particolarità di questo vino è la gradazione alcolica piuttosto bassa 10,5 gradi alcol. E come dice Giacomo…. Se ne bevi una bottiglia, domani non devi preoccuparti di cancellare i messaggi. La saggezza del contadino! Il terzo Riesling, San Rocco 2016, è decisamente più complesso e completo, pensato per esserlo. Questo si che in una tavolata diventa il protagonista. L’idrocarburo si trasforma in un profumo, l’aroma rimbalza tra frutta a polpa gialla e pepe rosa, tra balsamico ed erbe officinali, tanta frutta secca nocciola e cera d’api, è un vino molto coerente tra naso e bocca, quasi dieci anni ed un potenziale di invecchiamento ancora notevole. Il sorso è lungo ed estremamente interessante, si scopre bevendolo. E’ una giornata particolarmente piacevole, una degustazione fatta in compagnia di amici ha un altro valore, l’empatia poi con Giacomo ed Antonio aggiunge quel tocco di “sentirsi a casa” che non è sempre scontato ed ogni nuovo assaggio è uno spunto per discutere del vino ed iniziare, o continuare, discorsi su discorsi, e così assaggiando un Pinot Nero, quantomeno atipico, ci si ritrova a parlare di Nouvelle Vague e di Werner Herzog, di Maurizio Cattelan e di Bruno Munari, del valore economico e del valore poetico delle cose. Beh, il Pinot Nero in questione è Sbarbatello (una vite da monello) 2024, con una piccola percentuale di uva che viene sottoposta a macerazione semicarbonica,  l’estrazione del carattere fruttato si fa sentire eccome, risulta un vino croccante e vivace, è il vino preferito di Giacomo in estate, freddo. In effetti anche noi lo abbiamo assaggiato se non freddo, almeno fresco, e si dimostra efficace, scattante, con una piacevolissima acidità che cerca di rubare la scena ai frutti rossi, non perde nemmeno per un attimo la consueta eleganza del vitigno. Da bere quando ti chiama il commercialista, o piove e tu dimentichi l’ombrello, o perdi il treno, insomma…..torni a casa e lo Sbarbatello ti riporta a sorridere. Stefano, il figlio di Antonio, entra all’improvviso a gamba tesa sugli equilibri della degustazione con un Metodo Ancestrale 100 mesi, Pinot Nero con un 10% di Chardonnay riserva. E’ una vertigine di profumi, complesso, subito si manifesta la nota ossidativa che in questo caso regala quel tocco in più che sposa e fa da sfondo a tutti gli altri aromi, la noce, il tiglio, la pasticceria secca, il timo, le note di miele d’acacia, il pino mugo, la nota fumè della pietra focaia, fiori secchi, la bollicine è cremosa e molto fine. L’abbinamento con il cibo? Si, ma non necessariamente. Sorso dopo sorso è un piacere scoprirlo in solitaria. Come spesso sottolinea Giacomo i loro vini sono espressioni “fuori dal coro” canonico del vitigno, sono reinterpretazioni variabili di anno in anno a seconda di ciò che la vigna offre. L’Orangiosauro (mi stai sulle bucce) interpreta molto bene questo stare “fuori dal coro”, è uno Chardonnay macerato, con piccola percentuale di Cortese. Chardonnay macerato……già! E quelle note di banana, vaniglia, burro, mandorla….No! Apriamo altre porte, perlopiù nuove, almeno per me. Già il colore vira sull’aranciato e gli aromi subito evidenti sono quelli agrumati, di pompelmo rosa in primis, di crosta di pane, di frutta si ma piuttosto acida e un minerale calcareo, lascia una scia di freschezza sapida, secca e tanto persistente, eredità dell’uva Cortese. Chiudo con il vino che oggi, più di tutti, ha saputo bussare alla porta del mio cuore sussurrandogli  “….I was made for lovin’ you baby, you were made for lovin’ me”. Metodo Ancestrale 60 mesi Rosè, Pinot Nero. Bellissimo colore buccia di cipolla dorata, lamponi, frutti di bosco, penso anche ad uno yogurt alla fragola, profumo di rosa canina, una punta di ossidazione….sexy, al posto giusto, tenui note di spezie dolci e anche di melograno, con una mandorla dolce finale. Il perlage è ricco e fine, è un vino molto persistente, elegante ma con tanta grinta, bello teso. L’equilibrio secondo me è stato proprio centrato. E’ stata una ricca degustazione, con tanti assaggi sia di cibo che di vini, tanti aneddoti, tante storie, tanto tempo dedicato con pienezza. La seconda parentesi si chiude ad un incrocio ai piedi di un poggio posto esattamente al centro dell’Oltrepo’ Pavese, sulla via del ritorno. Davide Stroppa – Il viaggio di Orfeo
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27 Febbraio, 2026

Casal De Luca azienda agricola. Prima l’agricoltura, poi il vino

Le origini La mattina è fredda, una di quelle mattine di gennaio in cui la campagna pontina sembra trattenere il respiro. L’aria è ferma, l’erba è lucida di brina, e i filari disegnano una geometria essenziale che non ha bisogno di effetti speciali. È in questo silenzio che Casal De Luca si racconta meglio: prima come luogo agricolo, poi come cantina. La storia comincia lontano da qui, a Ienne, paese d’origine del bisnonno e radice di una famiglia abituata a muoversi con la natura e non contro di essa. In quel racconto entra la transumanza: non un dettaglio folkloristico, ma un modo di vivere. Giulio De Luca è allevatore e i cavalli sono lavoro, ritmo, fatica. Quando la famiglia si stabilisce a Campoverde, quel movimento si trasforma in permanenza: è il 1977, l’anno in cui vengono impiantati i primi vigneti e uliveti. Dalla transumanza alla vigna, appunto: il passaggio è una svolta, ma la mentalità resta la stessa, fatta di stagioni e cura quotidiana. Ancora oggi quel passato ritorna come segno identitario: il cavallo sulle etichette non è nostalgia, è continuità, memoria attiva di un’origine che si porta dietro disciplina e concretezza.         Dieci ettari senza scorciatoie Oggi Casal De Luca coltiva circa 10 ettari vitati. Qui la vigna è costretta a dire la verità, perché non esistono scorciatoie: non c’è acqua per irrigare e non si “aggiusta” l’andamento dell’annata a colpi di comfort agronomici. La vite deve radicarsi in profondità, cercare equilibrio, attraversare gli estremi. È una scelta che può togliere facilità, ma restituisce carattere. I sovesci vengono fatti in autunno: una pratica che non si vede in bottiglia ma si percepisce nel tempo, perché lavora sul suolo, sulla vitalità, sulla struttura della terra. E poi c’è un’altra decisione netta: niente insetticidi. Significa prevenzione, osservazione costante, attenzione alle dinamiche del vigneto. In altre parole: più presenza, meno intervento. È qui che prende senso l’espressione “vini biologici d’artigianato”. Non è una formula: è un modo di stare in campagna, con scelte che diventano stile prima ancora che certificazione. La cantina, in questo quadro, non domina: accompagna. Dall’uva alla bottiglia Per anni l’azienda conferisce soltanto uva. Il vino, in qualche modo, esiste già — ma non porta ancora un nome, non ha ancora una firma. Poi arriva il 2017: Casal De Luca inizia a imbottigliare. Non è un cambio di mestiere, è un cambio di responsabilità. Da quel momento le scelte non restano più anonime, diventano riconoscibili e misurabili. In cantina convivono acciaio e rovere francese: botti in acciaio per precisione e pulizia, barrique per affinamenti mirati. E la vecchia cantina — quella dove i nonni facevano vino e dove riposano ancora botti storiche di rovere francese — oggi ha cambiato funzione: non è più solo luogo produttivo, è la stanza che accoglie chi arriva. È un modo elegante di dire al visitatore: prima della tecnica c’è una storia. Accanto a Sante oggi ci sono Daniele e Giulio. Sono giovani, svegli, con quella voglia di fare che non ha bisogno di dichiarazioni: la riconosci dal modo in cui si muovono, da come ascoltano, da come raccontano senza perdersi in retorica. L’azienda ha radici antiche, ma lo sguardo è presente. La degustazione La degustazione inizia proprio nella vecchia cantina. La luce è morbida, il legno scuro delle botti assorbe il freddo dell’inverno e restituisce un odore umido, quasi di terra bagnata. Nel bicchiere, invece, tutto si accende: otto etichette, una dopo l’altra, come un montaggio che cambia scena senza perdere coerenza. Si apre con **Stanga IGT Bianco** (Trebbiano, Pinot Grigio, Sauvignon). Il profumo è immediato: mela croccante, fiori bianchi, una scia di agrume appena accennata. In bocca è diritto, pulito, con una freschezza che invita al sorso successivo e una chiusura asciutta, senza fronzoli. È un bianco che parla chiaro: territorio e facilità d’incontro. Il calice successivo è **Incanto IGT Pinot Grigio**. Qui l’aromaticità si fa più composta: pera, erbe di campo, una nota minerale che ricorda pietra bagnata. Al palato è più verticale, quasi salino nel finale, con una progressione che si allunga senza appesantire. È un vino che lavora di precisione: entra sottovoce e resta. Il ritmo cambia con le bollicine del **Brut Spumante IGT Pinot Grigio**. Il perlage è fine, la sensazione olfattiva ricorda crosta di pane e agrume candito, con un tocco floreale che alleggerisce. In bocca è teso, sapido, costruito sulla pulizia e sulla bevibilità: la bolla sgrassa, rinfresca, riordina. Poi arriva l’irregolarità affascinante del **Briotto Sauvignon Frizzante** (metodo ancestrale). Il vino è vivo, vibrante: al naso foglia di pomodoro, salvia, pesca bianca; in bocca è dinamico, cambia a ogni sorso, con una freschezza quasi “croccante” e una chiusura asciutta che lascia la voglia di ricominciare. È il calice più istintivo, quello che si beve con curiosità. Si passa ai rossi con **Raggio IGT Rosso (Merlot)**, vinificato in acciaio. Profuma di ciliegia e prugna fresca, con un accenno vegetale sottile che dà slancio. Al palato è morbido, conviviale, immediato: un rosso da tavola nel senso migliore, capace di stare accanto al cibo senza chiedere attenzione eccessiva. Il **Mirò IGT Merlot**, invece, aggiunge profondità. Il legno non è mai invadente: si percepisce come cacao leggero, spezia dolce, frutto più maturo. In bocca è più ampio, avvolgente, con un centro gustativo pieno e una chiusura lunga, più “serale”. È il Merlot che sceglie il tempo come ingrediente. Il registro cambia ancora con **Giotto IGT Bianco (Tocai Friulano)**, macerato e affinato in anfora. Il colore si fa dorato, il naso è stratificato: miele chiaro, erbe secche, albicocca disidratata, un soffio di tè. Al sorso è materico, quasi tattile, con una trama che riempie la bocca e un finale che torna su note saline e appena ammandorlate. È il vino più narrativo: non lo bevi di fretta, lo ascolti. La chiusura è affidata a **Purosangue IGT Petit Verdot**, l’etichetta più strutturata. Scuro, compatto, profuma di mora, tabacco e spezie. Il tannino è presente ma non aggressivo: accompagna, dà spessore. Il finale è lungo, con una sensazione balsamica che resta. È un vino che mette un punto fermo, senza alzare la voce. Durante la degustazione entrano anche i prodotti di famiglia: a Nettuno Giulio gestisce due gastronomie e gli assaggi in cantina si accompagnano a preparazioni e selezioni che fanno da ponte tra vino e territorio. Non è un “food pairing” da laboratorio: è un gesto domestico, coerente con un’azienda che è prima di tutto famiglia. Il senso del progetto Casal De Luca non è una cantina che ha scelto il biologico per posizionarsi: è un’azienda agricola che ha iniziato a imbottigliare il proprio lavoro. La differenza è sostanziale, perché qui la direzione parte dai campi: senza irrigazione, senza insetticidi, con sovesci autunnali e un’idea di tempo agricolo che non si contratta. In cantina acciaio, rovere francese e anfora diventano strumenti diversi per interpretare le uve e le annate, ma non per uniformarle. Il vino, in fondo, è l’ultimo passaggio: arriva dopo la terra, dopo la storia, dopo la scelta quotidiana. Dal pascolo alla vite. Dalla transumanza alla permanenza. In mezzo, una famiglia che ha trasformato un’origine in un progetto contemporaneo, e due ragazzi — Daniele insieme al fratello Giulio— che tengono insieme memoria e futuro con la naturalezza di chi sa che la cosa più importante, qui, è continuare a fare bene. Roberto Silvio De Pascale Mi trovi su Instagram come unpuglieseinterrapontina Il buon vivere  
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Tenuta Friggiali. Davide Peluso e il Brunello con la napoletanitudine Arrow Right Top Bg

27 Febbraio, 2026

Tenuta Friggiali. Davide Peluso e la napolitudine del Brunello

  ‘O sole mio
Sta ‘nfronte a te
‘O sole mio
Sta ‘nfronte a te
Che bella cosa
‘Na jurnata ‘e sole
‘N’aria serena
Doppo ‘na tempesta
Pe’ l’aria fresca
Pare già ‘na festa
Che bella cosa
‘Na jurnata ‘e sole
Ma n’atu sole
Cchiù bello, oi ne’
‘O sole mio
Sta ‘nfronte a te
‘O sole, ‘o sole mio
Sta ‘nfronte a te
Sta ‘nfronte a te
‘O sole mio
Sta ‘nfronte a te
‘O sole mio
Sta ‘nfronte a te Il testo della canzone ‘O sole mio venne scritta nel 1898 dal caporedattore del giornale Roma, Giovanni Capurro; la melodia, da Eduardo Di Capua mentre guardava il sole sul mare di Odessa (all’epoca facente parte dell’Impero Russo). Proprio per questa suggestione, chiacchierando con Davide Peluso, mi sono risuonate in mente le note di ‘O sole mio immaginandomi Davide che, contemplando il golfo di Napoli, sorseggiava un calice di Brunello di Montalcino. Un momento! Direte voi. Ma che c’azzecca il golfo di Napoli con il Brunello di Montalcino? Semmai, guardando il mare di Napoli ci si potrebbe bere una Falanghina, un Greco di Tufo o, volendo proprio il rosso, un Aglianico. Ma un Brunello, non è insolito? Vero. Anche perché, la pur dirompente stravaganza napoletana non arriverebbe mai a contemplare il Golfo con un Brunello. Troppo al nord. In Toscana poi che con Napoli non ha davvero nulla a che vedere.  Quindi il Brunello non ci azzecca proprio. A meno che non lo produci direttamente. Come fa Davide. Ecco, a questo punto occorre citare Felice Sciosciammocca nella celebre commedia di Eduardo Scarpetta ‘O Miedeco d’e pazze (1908)  ‘A verità era meglio che non nce veneva… ccà si stongo n’atu ppoco, esco pazzo pur’io Si in effetti c’è da uscire pazzi. Un napoletano che produce Brunello di Montalcino proprio in quel di Montalcino. Si si, proprio così. Ma mica da ieri. Quando mai! Dal 1983. Ecco, c’è da uscire pazzi. Oltre 40 anni fa mio padre, che era un avvocato di finanza, insomma è stato anche in carica in diversi istituti bancari importanti nazionali, eccetera, era alla ricerca di un buon ritiro. Era un cacciatore pentito nel senso che prima andava a caccia con i cani e poi solo a passeggio con i cani. C’era un’opportunità a Montalcino, un casale antico, con un ettaro e mezzo di vigna. Era di amici napoletani. Lo acquistò nell’82/83. Davide Peluso è avvocato e, soprattutto, è napoletano. Di Napoli Napoli. Della Napoli bene. Persona squisita e forbita. Dotato di quella simpatia innata che i napoletani, quelli veri, sanno esprimere senza eguali. Persona colta e raffinata che fa della eloquenza non solo la professione ma un vero stile di vita. Senza farla pesare a chicchessia anzi, sorridendo. In verità babbo ci chiese: ma che dite compro un’azienda a Montalcino o una barca? Io, mia madre e mia sorella rispondemmo la barca chiaramente. Invece mio padre, testardo, comprò la casa a Montalcino. Col senno di poi è meglio dalla barca. In quegli anni Davide aveva appena finito la scuola militare della Annunziatella (alla quale non dubito lo avesse spedito il padre non per punizione quanto per impostare un certo livello di educazione marziale) e iniziato l’università. Giurisprudenza ovviamente. Seguire le orme del padre sembrava così naturale.  Andavamo spesso a Montalcino e piano piano ci rendemmo conto che la zona era particolarmente vocata. Rivolta a sud ovest della collina di Montalcino. Nel ‘94 babbo prese terreni e diritti per circa 20 ettari di Brunello. Successivamente poi nel ’95 invece facemmo altre acquisizione nell’altro versante, il versante sud-est, quello che è che affaccia più direttamente sul Monte Amiata per altri 23 ettari. Gli attuali 44 ettari vitati tutti a Brunello di Montalcino.  Ditemi voi come non si possa uscire pazzi. Un importante avvocato napoletano, Giovanni Peluso, alla ricerca del buon ritiro, compra un rudere insieme ad una tenuta di un ettaro e mezzo di terreno vitato che, nel giro di pochi anni, diventano 44, Tutti vitati a Sangiovese con i diritti per produrre Brunello di Montalcino.  Senza aver mai fatto vino. Ovviamente.  Ora, è senz’altro vero come nel tempo Montalcino fosse diventato un polo di attrazione per investitori di tutto il mondo attratti dal Dio Brunello ma, potrei sbagliarmi, ma non mi risultano ulteriori napoletani oltre i Peluso.  La Toscana e Montalcino per clima e tipologia di ambiente, non offre nessun punto di contatto con la cultura e il modo di vivere partenopeo. Da un casale a Montalcino, aprendo la finestra al mattino, bene che vada, vedi un bosco o un vigneto. Il mare, forse, solo se hai acceso il televisore… L’estrosità o forse l’inesperienza enologica dei Peluso li porta ad affidare il supporto nella produzione del vino agli enologi della pur blasonata Scuola Enologica di Portici. Non conoscendo nessuno a Montalcino, sembrava la scelta più immediata.  Una scelta che dura poco ovviamente: il Brunello non può che essere fatto con l’esperienza di chi lo produce da secoli. È cosi che più saggiamente decidono di rivolgersi agli enologi del senese. Come Vagaggini.  Iniziammo questa collaborazione e sin da subito avemmo i nostri primi successi. La cantina era all’inizio nella parte di sotto del rudere. Una struttura dell’ottocento trovata lì. Pian piano costruimmo questa cantina dapprima di 1400 metri quadrati per poi ampliarla agli attuali 2700 m².  Quello che Davide chiama rudere era proprio tale. Un vecchio casolare circondato da appena un ettaro e mezzo di terra. Abbandonato poiché non vissuto. Come tante strutture in una Toscana di altri tempi e non certamente quella che oggi siamo abituati a vedere.  Gli anni 90 segnano per Montalcino e il Brunello il vero boom. Il Brunello vede la sua consacrazione nei mercati mondiali, le superfici si ampliano, gli investitori arrivano e con essi il fermento del movimento. Ma sempre di una realtà rurale, chiusa e toscanocentrica si trattava. Ecco che farsi accettare dai locali non fu semplice ma nemmeno impossibile.  Mio padre è stato un uomo molto severo e molto attento ai numeri alla finanza. C’è stata da sempre un’impostazione molto rigorosa e non abbiamo mai fatto un passo più lungo della gamba. Noi siamo una azienda di famiglia perché dietro non c’è un grande gruppo industriale. Siamo sempre attenti a ogni investimento che facciamo ogni iniziativa che facciamo deve esserci deve essere ben ben ponderata. Forse proprio questo aspetto familiare consentì una rapida integrazione in un  panorama montalcinese nel quale le grandi aziende, di vera famiglia avevano ben poco.  Davide continua comunque a lavorare nello studio di famiglia mentre sua sorella Olga, avvocato anche lei (Ça va sans dire) scegli di dedicarsi integralmente all’azienda. Ecco che la Tenuta Friggiali è servita! Nel corso degli anni abbiamo avuto l’intelligenza di accogliere suggerimenti da parte di tutti. All’epoca Montalcino era una una fucina di idee. C’era un sacco di giovani ragazzi che poi sono gli attuali Giacomo Neri, Andrea Costanti, Paola Gloder, Stefano Cinelli. Un gruppo di di ragazzi con i quali facemmo squadra. Ci divertivamo anche. Organizzavamo cene, settimane bianche, teatro. Insomma fu un bel periodo Abbiamo restituito poi al territorio per quello che potevamo. Siamo stati promotori di belle iniziative insieme a tanti altri. Sono ricordi di vita quelli di Davide. Scanzonati ragazzi che oggi hanno preso in mano le aziende di famiglia passando dalle zingarate alle responsabilità, attratti dal canto delle sirene del mondo del vino. Un fascino che brilla negli occhi di Davide al ricordo di come il padre vedesse proprio in lui e in Olga quel luccichio. Una soddisfazione particolare per una cosa viva come il vino, la campagna, la terra. Noi figli lo seguivamo in questa passione che poi, pian piano divenne anche una sfida. Quando tu capisci che Montalcino ha grandi margini di miglioramento e inizi a vendere le tue prime bottiglie, ad avere i primi successi, sei invogliato a migliorare. Quando vide che che Olga ed io eravamo sulla sua stessa lunghezza d’onda, impegnò i suoi risparmi tralasciando di fatto lo studio professionale. Ci lasciò fare e Olga fu molto brava a creare le prime iniziative. Vide questo nostro entusiasmo e lo avallò sempre. Un padre che all’epoca aveva i suoi contatti, le entrature, le relazioni a tutti i livelli era in realtà schivo. Non voleva apparire. Figlio di un’epoca senza social e con la voglia, il dovere, di mantenere la propria rispettabilità guadagnata in anni di onorata professione. Una attitudine, una rettitudine che forse si sarebbe mal sposata proprio con la necessità commerciale di una azienda di Montalcino. Vedere i figli che prendevano, e bene, in mano l’azienda non potè che significare un rasserenamento. Tenuta Friggiali poteva essere il vero buen retiro.  Anche l’ampliamento degli ettari e quindi dell’azienda fu impegnativo perché ovviamente ricorremmo al ceto bancario per avere il finanziamento. Il vedere che in qualche modo l’impresa manteneva un suo equilibrio e anzi si riusciva a crescere, fu per lui grande motivo di soddisfazione. Quando si pensa alla Tenuta Friggiali, tanti ettari, tante bottiglie, Montalcino, si ha l’immagine di ricchezza, sfarzo, grandi capitali. Quello che invece traspare dalle parole ma soprattutto dall’atteggiamento di Davide, è grande posatezza. Rigore direi. Papà Giovanni ha fatto un egregio lavoro. Nessun grillo per la testa, nessun eccesso, tanto buon senso. Non si fanno passi più lunghi della gamba e tutto è ponderato accuratamente.  Olga è sempre stata una donna molto esuberante, una delle prime donne del vino. È sempre stata sul pezzo. Io invece con l’attività della produzione. Ecco, siamo riusciti a conciliare bene tutto.  Conciliare la famiglia. Conciliare Napoli con Montalcino. Un napoletano verace non può privarsi di Napoli. Non ci riesce. Non può essere.  Napoli è rimasta il centro della famiglia. Mia mamma vive a Napoli come me e va avanti e indietro. Mamma è la Centolani e a lei è intestata l’azienda. È del ferrarese. Ha contribuito fortemente all’azienda. È stata per tanti anni l’amministratore unico operativo operativo ma ha dato lei questa impronta familiare.  L’avviato studio a Napoli. I viaggi su e giù per Montalcino. Una moglie, Annarita, anch’essa avvocato e decisamente impegnata nella sua attività ad Avellino. Due figli, Giovanni già laureato in Giurisprudenza e Lorenzo sulla stessa strada. Una azienda, Tenuta Friggiali, con oltre 220.000 bottiglie tra Brunello, Rosso e Rosato. Eppure Davide mantiene il suo sorriso tutto partenopeo. L’aplomb di chi, anche nelle difficoltà e nella frenesia della vita, sa che si sveglierà a Napoli con quel sole e quel mare a ricordargli che Dio esiste. La prima bottiglia è stata un Brunello di Montalcino riserva del 1983. Come etichetta una foto del bosco. Poi nel 90/91 abbiamo cambiato invece l’etichetta con il fregio di origine rinascimentale trovato all’ingresso del casale dell’ottocento. È la parte interna di un frutto di melograno. Il nome Friggiali proviene anche dal latino frigidus, freddo. Come la zona. Poi c’è la zona Fijoli e la Focaia. Il Brunello di Montalcino 2020 Tenuta Friggiali è la carezza austera del Sangiovese Nel calice è rubino intenso, profondo, quasi impenetrabile, eppure sinuoso. Ha quella densità che non opprime, invita. Sembra velluto liquido, pronto ad accogliere lo sguardo prima ancora del sorso. Il naso è un racconto in progressione. La ciliegia domina, dolce ma attraversata da una vena acidula viva, come un frutto colto al punto esatto della maturazione. Poi arancia, prugna, una freschezza che si allunga grazie a una sottile nota vegetale, quasi balsamica, che arieggia il profilo. Le spezie arrivano con garbo: vaniglia, tabacco, noce moscata, pepe. Il cioccolato affiora e si fa quasi “Mon Chéri”, evocazione di marasca e cacao insieme. È un bouquet complesso, già leggibile ma ancora in movimento, come un’orchestra che sta accordando gli strumenti prima del grande concerto. In bocca è ampio, generoso, sorprendentemente godurioso. Si espande con una sapidità vibrante, con una freschezza che sostiene ogni passo. I sensi si raccolgono attorno al centro del palato come spettatori in uno spalto: ognuno trova il proprio posto, nessuno resta escluso. Il tannino è domato, morbido, pur sempre presente. È struttura senza rigidità, è colonna portante che sostiene la persistenza e dà linearità al sorso. C’è un accenno iniziale di amarognolo, quasi una soglia da attraversare, ma subito il vino conquista la scena: la ciliegia ritorna, masticabile, succosa, con quella vena di marasca che impreziosisce il finale e lo rende adulto, mai banale. È un vino setoso, che abbraccia. Mantiene la promessa del naso e vi aggiunge profondità. Ha equilibrio, completezza, una progressione che accompagna e non stanca. La verità di questo Brunello è fatta di misura, energia e identità. Focaia rappresenta una delle espressioni più caratteriali della tenuta. Dalla sua altezza nasce un Brunello per durare nel tempo raccontando da subito la freschezza della sua collocazione. Focaia Brunello di Montalcino 2021 rappresenta poi l’eleganza e la vivacità della materia viva. Nel calice è infatti, nonostante gli anni trascorsi, rosso rubino: giovane, vibrante con quella luminosità che tradisce energia, non irruenza. È un colore che parla di futuro. Il naso è immediato e non semplice. La frutta fresca è protagonista: ribes croccante, mirtilli, more scure, ciliegia piena e succosa. Poi il vino si apre, lentamente, lasciando emergere i risvolti del legno e delle spezie: cannella, noce moscata, un accenno di pellame che ne sottolinea la serietà. La complessità è ancora in divenire, ancorché già evidente. Conquista la balsamicità che attraversa il profilo aromatico come una corrente d’aria pulita, rendendo tutto più teso, più dinamico. In bocca cammina deciso. La freschezza sostiene il sorso e si intreccia con il calore in un equilibrio ancora giovane ma promettente. I tannini sono concreti, presenti, con quella grana che si avverte e si rispetta. Non sono aggressivi, ma chiedono tempo. La sapidità avvolge e avviluppa, dà profondità, allunga il passo. La lunga persistenza aiuta a conservare una rustica eleganza rendendo Focaia autentico, dotato di sostanza e ritmo. Una tensione che entusiasma. Una struttura che promette evoluzione. Oggi è materia viva, scolpita ma ancora in movimento. Domani sarà rotondità, armonia compiuta, ampiezza piena. È un Brunello che guarda lontano. Lunghe, lunghissime prospettive. La nuova etichetta Terra De Fjòli è l’ultimo Brunello, l’ultima iniziativa per introdurre i nostri ragazzi Giovanni e Lorenzo. Deriva dal vigneto vicino al casolare dove i miei figli giocavano fregandosene dell’uva. Mio padre diceva sempre: ragazzi giocate nel piazzale non giocate proprio nella vigna. I figli in ferrarese sono i fiò o i putin. Con i Putin non avrei avuto successo.   Terre de Fijòli 2021 è uno di quei vini che ti guardano negli occhi chiedendoti rispetto. È Brunello di Montalcino nella sua forma più identitaria: austero, fiero, capace di mantenere una tenerezza inattesa. Nel calice è rubino compatto, con un’unghia che già sfiora il granato, come un tramonto che annuncia il tempo senza averne fretta. La materia è viva, pulsante, eppure composta. Al naso si apre con un orizzonte di frutta matura: ciliegia succosa, prugna scura, scorza d’arancia che vibra luminosa. Poi arrivano i fiori: violetta, rosa canina elegante. In filigrana i primi cenni terziari: ceralacca, un ricordo lieve di tabacco trinciato, chiodi di garofano, un soffio di vaniglia. Un velo balsamico sale lento e armonizza tutto, come un respiro profondo tra una parola e l’altra. È un naso ampio, caldo, attraversato dall’alcol che riscalda le narici ma non sovrasta mai. Qui sta la sua finezza: ogni nota emerge con delicatezza, senza voler dominare. È un dialogo, non un monologo. Il sorso è caldo e sapido, fresco e deciso. I tannini mordono, sì, ma con la dolcezza di un cucciolo che gioca: presenti, vivi, mai aggressivi. La bocca è ampia, distesa con la frutta che ritorna con forza (ciliegia, prugna, arancia) espandendosi con naturalezza. C’è una spinta dinamica, una tensione che tiene il vino verticale. C’è soprattutto identità. Sa di storia, di terra, di orgoglio contadino. Questo Brunello 2021 non è solo equilibrio: è carattere. È austero senza essere rigido, elegante senza essere fragile. È un vino che cammina dritto, con lo sguardo rivolto lontano, ma con le radici ben affondate nella sua terra. Non ho bevuto solo un ottimo vino, ma ho ascoltato una voce. La voce di Montalcino. C’è del bianco nell’etichetta di Terre dei Fijoli come a rappresentare qualcosa ancora da scrivere. Non un passaggio di testimone ma un modo per invogliare Giovanni e Lorenzo a scrivere qui a Montalcino un ulteriore pezzo della famiglia Peluso. Un augurio e non certo un obbligo anche se almeno Giovanni è già in azienda. Un approccio umile il suo. Quello di un ragazzo di 26 anni che non vuole essere solo il figlio del titolare ma parte della squadra. Scoprire, imparare, lasciarsi guidare. Perché il mestiere che si è scelto è complicato e complesso. Ha a che fare con la terra e gli uomini, la natura e le persone. Non si impara sui libri ma con il proprio sudore. E una buona dose di umiltà condita con tanti errori.  Adesso le aziende sono addirittura due: Tenuta Friggiali e Pietranera. La prima gestita da Davide, la seconda da Olga. Oltre 220.000 bottiglie per ciascuna azienda che in comune hanno, ovviamente, la cantina ancorché terreni diversi, esposizione diverse.  Abbiamo il vanto secondo me di avere una una qualità del vino mediamente molto buona. Raccolta manuale. Selezione degli acini. Tecnologia. Legno di Slavonia in botti grandi così da essere il meno invasivo possibile. Abbiamo la possibilità di avere due tipologie di vino all’interno dell’azienda. Diverse esposizioni e diverse altitudini. Pietranera con vigne più basse e Friggiali più alte e ventilate. Poi le diversificazioni tra le vigne.  Tante differenze, una unica identità: il Brunello di Montalcino. E pensare che il Brunello è stato messo in discussione nel corso di Benvenuto Brunello 2025. Diatribe circa la necessità o meno di adeguare il Brunello di Montalcino ai tempi attraverso finezza, snellezza. In altre parole, leggerezza.  Non mi unisco a nessuna delle due parti ancora in singolar tenzone ma mi permetto solo due considerazioni. Spicce.  Il Brunello di Montalcino è conosciuto in tutto il mondo per una sua fisionomia ben precisa. È cosi da anni e, a mio modo di vedere, sarebbe bello rimanesse tale al pari di ogni eccellenza italiana. Un segno, un marchio distintivo che si dovrebbe distingue solo per lo stile interpretativo delle diverse aziende.  La seconda considerazione riguarda la stucchevolezza di una simile discussione alimentata dai soliti parrucconi del vino e utile magari a guadagnarsi un attimo di notorietà. Cosa volete importi ad un consumatore e, soprattutto, cosa ne capisce un consumatore? Volete fare un Brunello diverso? Ma fatelo pure. Sarà il mercato e solo il mercato a decretarne il successo o la morte. Tutto il resto, è noia (viva Califano!). La differenza tra Davide e il papà sta forse nel buon ritiro. Giovanni lo ha cercato e voluto proprio a Montalcino.  Lui è stato uno dei dei primi cacciatori in Italia di caccia grossa. Quando era giovane ha girato parecchio il mondo. Poi è venuto a Montalcino e si è pentito nel senso che lui amava girare con i suoi setter nel bosco. Girava senza fucili che regalò in blocco a Roberto, il nostro capo operaio. Ha trovato la serenità a Montalcino. È morto a fine 2018 ed è stato lì sino a marzo. Davide invece il suo buon ritiro non lo ha mai abbandonato. Anche perché Napoli non può essere abbandonata. Si dice che i napoletani abbiano una malattia chiamata napolitudine. Una sorta di malinconia che si manifesta dopo poche ore che si lascia la città e sintetizzata nel famoso detto Vedi Napoli e poi muori. O anche nella canzone Munasterio ‘e Santa Chiara scritta da Michele Galdieri e musicata da Alberto Barberis nell’immediato dopoguerra Munasterio ‘e Santa Chiara…
Tengo ‘o core scuro scuro…
Ma pecché, pecché ogne sera,
penzo a Napule comm’era
penzo a Napule comm’è?!   È forte il richiamo di Napoli, pur contestandone clamorosamente taluni aspetti perché è una città difficile. Sto molto molto bene a Montalcino e ho una grande passione per la campagna. Montalcino è un po’ difficile perché è ancora molto selvaggia. Questo mi pesa per cui se ti dovessi dire che il mio buen retiro, no.  Il buon ritiro di Davide è e rimane Napoli. Un cuore diviso, la voglia e la capacità di portare avanti Tenuta Friggiali per se stesso, per i figli, per onorare il sogno del padre. Un mix di sensazioni che Davide trasmette con tutta la serenità e il buon umore di cui dispone. E, vi assicuro, ne dispone in grande quantità. È per questo che ogni vino di Tenuta Friggiali ha quel qualcosa di profondamente diverso rispetto agli altri Brunello, un Brunello con la napolitudine.      Ivan Vellucci – Suggestioni di Vino
ivan.vellucci@winetalesmagazine.com Mi trovi su Instagram come @ivan_1969
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26 Febbraio, 2026

Querce Bettina presenta il Brunello di Montalcino 2021 DOCG

  Nuova annata dalla Vigna Alta biologica sud-ovest Montalcino   Montalcino – Querce Bettina presenta la nuova annata del suo vino simbolo: il Brunello di Montalcino 2021 DOCG, espressione autentica del Sangiovese Grosso e del territorio di Montalcino più classico e vocato. Nata sulle colline a sud-ovest di Montalcino, a circa 450 metri s.l.m., la Vigna Alta – 26 anni di età, esposizione sud-sud ovest e suolo argillo-calcareo ricco di scheletro – rappresenta l’anima più elegante e profonda di Querce Bettina. Qui il Sangiovese Grosso cresce in equilibrio naturale, nel rispetto dei principi dell’agricoltura biologica, dando vita a grappoli di straordinaria qualità e concentrazione. Annata 2021 equilibrata: vinificazione e affinamento La vendemmia, condotta a mano tra fine settembre e inizio ottobre, ha regalato uve mature e sane, frutto di un andamento climatico regolare e di un’estate luminosa. Dopo la diraspatura senza pigiatura, la fermentazione ad acino intero si è svolta in acciaio a 26–28 °C con follature manuali e rimontaggi per 20–25 giorni, seguita da malolattica spontanea in legno. L’affinamento è proseguito per 24 mesi in botti di rovere francese e almeno 8 mesi in bottiglia, rispettando il disciplinare (commercio dopo 5 anni dalla vendemmia). Profilo sensoriale e abbinamenti Il Brunello di Montalcino 2021 DOCG Querce Bettina si presenta di colore rosso rubino intenso con riflessi granato. Al naso note di ciliegia matura, prugna, viola appassita, spezie dolci, balsamico e sottobosco. Al palato è armonico, ampio e persistente, con tannini eleganti, freschezza e finale lungo, minerale e profondo, tipico dei terreni calcarei. Grazie alla struttura decisa, si abbina a carne rossa alla brace (Fiorentina), brasati in sugo di pomodoro (peposo) e formaggi stagionati (Pecorini, alpeggio), esaltandone aromaticità e persistenza. Un vino di raffinata classicità, fedele a Montalcino ma con l’equilibrio che contraddistingue Querce Bettina: cura artigianale, autenticità e rispetto per la natura. Nuovo capitolo con La Faretra Con la vendemmia 2021, Querce Bettina inaugura una nuova fase dopo l’acquisizione da parte de La Faretra nell’agosto 2025. Un passaggio che conserva l’identità di Montalcino, valorizzandone sostenibilità e qualità naturale. La nuova proprietà ha avviato un progetto di ristrutturazione e ampliamento della cantina, più funzionale e coerente con tutela ambientale e territorio. Disponibile in enoteca e Ho.Re.Ca – prezzo consigliato: € 57,50 La Redazione
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Due giorni con VINODABERE. #1: L'Italia del Sauvignon. Arrow Right Top Bg

26 Febbraio, 2026

Due giorni con VINODABERE. #1: L'Italia del Sauvignon.

IL COSA E IL DOVE                                                                               Nel fine settimana del 7 e 8 febbraio u.s., VINODABERE ha organizzato la seconda edizione del L’ITALIA DEL PINOT NERO che, per la prima volta, ha viaggiato parallelamente a un’ITALIA DEL SAUVIGNON che lo scorso anno era stata solo un accenno e che ora ha vita propria ed è il tema di questo primo articolo dei due che Vi racconteranno l’evento. È stata una “dueggiorni” intensa, vissuta tra masterclass condotte con cura e professionalità, chiacchiere con i Produttori, assaggi mirati e/o sbagli consapevoli.   IL SAUVIGNON In principio era la Francia (la Loira, Sancerre, Pouilly-Fumè), vini complessi si, ma mai coì “boom” come quelli che, dall’emisfero dove venti e acqua girano al contrario, hanno oggi totalizzato i nostri sensi con concentrazioni aromatiche che neppure i tropici conoscono. Friuli Venezia Giulia, Trentino, Alto Adige…agrumi e sapidità di mare antico nei primi, frutta tropicale e piccantezze pepate nei secondi con un “resto d’Italia” che si ispira di volta in volta a stili e/o mode dimenticandosi spesso del respiro del Territorio. Ettari vitati, percentuali, bottiglie prodotte, sono numeri che contano poco; conta invece assaggiare, distinguere, interpretare filosofie produttive confrontandole con leggi di mercato, cercare di capire dove finisce l’identità di un vitigno, dove quella di un Territorio, se abbia ancora un senso parlare di “stile”, se sia più onesto parlare di “mode”. LA MASTERCLASS Diecietichettedieci, un viaggio da Nord a Sud (vabbè, ci fermiamo al centro), dieci Aziende per 4 (forse 5) interpretazioni cui ne va sommata un’altra che racconta sentieri non battuti, inciampi e voglia di essere altro. Condotta agilmente e con grande competenza da Pino Perrone e Salvatore Del Vasto, ve la racconto presentoVi in primis le mie personalissime considerazioni e invitandoVi poi a ficcare il naso di persona nel calice per farVi un’idea, criticare le mie opinioni, suggerirmi temi di approfondimento e condividere.   – LAZIO IGT SAUVIGNON 2025, CASALE DEL GIGLIO (LAZIO): olfatto di un verde che acceca, con mentuccia e salvia in primo piano, pompelmo poco maturo e pesca bianca a seguire e profonda sapidità minerale sullo sfondo. In bocca è un pugno di sapida freschezza, di graffiante vegetalità strizza appena l’occhio alla pesca verde facendosi bello con spigolosità di studiata piacioneria. 84 Punti.   – LAZIO IGP SAUVIGNON “OMNIA MATER LIMITED EDITION” 2024, MARCO MERGÈ (LAZIO): al naso si presenta moscateggiando dolcezze di acino maturo prima di dedicarsi a nette tropicalità di frutto della passione ricamate di spezie e note vegetali (c’è pure un’interessante appunto di erba cipollina). Sorso carnoso e glicerico, di giuste proporzioni fresco-sapide e ben deciso a sottolineare la frutta esotica. 85 – – Punti.   – MAREMMA TOSCANA DOC SAUVIGNON “ENOS I” 2024, TENUTA MONTAUTO (TOSCANA): olfatto che propone con delicatezza ben distinte note di finocchietto selvatico ed erbe aromatiche distinguendole con ordine quasi maniacale da quelle della frutta gialla, dell’arancia e della ginestra. In bocca lascia che la frutta si diverta a chardoneggiare mentre sottolinea agile freschezza e tesa sapidità richiamando nel sorso note ferrose e di foglia di pomodoro. Magari pecca di gioventù ma l’avrei preferito più “dichiarato”. 86++ Punti. – ALTO ADIGE SÜDTIROL DOC SAUVIGNON “GREEL” 2023 RISERVA, CANTINA BOLZANO (ALTO ADIGE): tra sottili nebbie fumé e accenni burrosi si stagliano nette le note di uva spina, i richiami boschivi, verdi sottolineature di foglia di pomodoro, basilico e menta mentre la mineralità si impegna a fare da collante. Entra in bocca con sapidità di roccia bagnata e focalizza il sorso sulle note balsamico-aromatiche di menta, salvia, timo e forse origano lasciando alle morbidezze di agrume maturo il compito di chiudere il sipario gustativo. 88- – Punti. – ALTO ADIGE SÜDTIROL DOC SAUVIGNON “EXCLUSIV” 2023, PLONERHOF (ALTO ADIGE): sorprende subito per la sua insolita introversione. Ha tanto da raccontare ma il tono di voce è un po’ troppo flebile e dovete fare molta attenzione per ascoltare le erbe aromatiche, il fieno, una brezza di foglia di pomodoro, un sussurro di pompelmo, una pesca ancora verde… Il sorso è salino e di dolomitica freschezza, intriga strizzando l’occhio ai descrittori olfattivi  e invitandoVi ad inseguirli tra un sorso e l’altro in un gioco di sguardi seducente e di lunghezza “che intender non la può chi non la prova”. Sicuramente “EXLUSIV” ma non ancora “explosiv”. Adesso si becca 88++ Punti ma è un ragazzo da tenere d’occhio! – PIEMONTE DOC SAUVIGNON BLANC 2023, ISOLABELLA DELLA CROCE (PIEMONTE): da un’Azienda che lascia riaffiorare ricordi di Vermouth e gioventù un Sauvignon erbaceo di potatura di siepi e basilico che, non vergognoso di esotismi di ananas, li accosta con leggerezza a mineralità di terra e sassi. In bocca fonde frutta e mineralità in un sorso di equilibrio e struttura che si chiude con richiami di erbe aromatiche. 86++ Punti.   – LAZIO IGT SAUVIGNON “SESTO 21” 2023, CASATA MERGÈ (LAZIO): l’aplomb non è certo il suo forte. Ampie florealità di gelsomino e glicine introducono a note di timo e salvia mentre sottili piccantezze pepate s’accostano a soffi d’agrume e richiami gessosi. Decisamente sapido e di freschezza adeguata dà il meglio di se in una corrispondenza gusto-olfattiva che, in chiusura, abbandona i fiori per sciogliersi in svenevolezze esotiche. 87+ Punti. – ALTO ADIGE SÜDTIROL DOC SAUVIGNON BLANC “PRAESULIS” 2023, GUMP HOF MARKUS PRACKWIESER (ALTO ADIGE): olfatto elegante e distratto, quasi incurante dell’attenzione che noi mettiamo nel cercare di dirimere il nodo della frutta tropicale separandola dall’uva spina e dagli agrumi, dal sambuco, da una pesca bianca che, timida, alza la testa tra cespugli di erbe aromatiche che affondano radici contorte nella pietra tagliente. Il sorso è uno strapiombo di freschezza costellato di microappigli, grasso, impone calma e concentrazione, movimenti lenti tra un richiamo olfattivo e l’altro, inarrestabile nella progressione lascia la nostra memoria solo perché non abbiamo la pazienza di aspettare. Il Forrest Gump dei Sauvignon. Punti? Gliene darei 91 ma forse… – VINO BIANCO “GARNELLEN” AMPHORA 2020, TRÖPFLTALHOF (ALTO ADIGE): l’olfatto ha il passo pesante, e dopo un leggero affanno di volatile rimbomba di terra bagnata e porfido muschioso. Netto nel presentare una frutta che sa di mela cotogna e albicocca, lascia presto spazio al timo e all’origano, a piccantezze pepate e zenzerose. Il sorso è puro succo di frutta, un palcoscenico di grassezze sostenuto da dolomitica freschezza e sapidità preistorica sul quale le spezie danzano come Dervisci Rotanti che ipnotizzano il palato distraendolo da quei tannini che si ostinano a irruvidire le gengive. Chiude salato e infinito lasciandoci con domande cui forse riusciremo a rispondere dopo molti altri sorsi. Il GGG dei Sauvignon. Il punteggio?! Beh, qui è complicato…è un Sauvignon che interpreta il Territorio come pochi altri ma che sembra dimenticarsi di raccontare il vitigno (o forse è semplicemente un profeta poco accetto in patria): tecnicamente vale 87 Punti ma, se dovessi seguire il cuore…forse 90+. – COLLIO DOC SAUVIGNON “EXTEMPORE” 2019, VENICA & VENICA (FRIULI VENEZIA GIULIA): l’olfatto è un susseguirsi di versi, una poesia fatta di terzine d’agrume e zenzero candito lette con metrica ritmata da altalene di miele e mallo di noce. Intrigantemente fumé lascia intravedere timo e origano tra menta e frutta esotica nel momento che appena precede il sorso. Fresco? Sapido? Morbido? In bocca è tutto e il suo contrario, sinuoso Vi avvinghia e non Vi lascia se non dopo aver sottolineato un’albicocca che, padrona del lungo finale, ricorda i succhi di frutta di quand’ero bambino. 90 Punti. A LATERE Tra tutto il resto (mica poco) che ho assaggiato ho poi selezionato una “TOP FOUR” che credo valga la pena teniate in considerazione. – TERRE DELL’AQUILA SAUVIGNON BLANC “PURE IO” 2022, CASTELSIMONI (ABRUZZO): lo riassaggio un anno dopo e mi sembra più fresco, nitido, luminoso. Giallo di una frutta che strizza l’occhio ai tropici, racconta la pesca e s’accende di pompelmo, ci lascia camminare tra inciampi d’erbe amare e pruriti di foglia di pomodoro. In bocca la calcarea sapidità è imprecazione come un inciampo tra i sassi e la freschezza sa dell’aria frizzante dei “quasi mille” (metri). Un sorso che sottolinea e conferma l’olfatto calcando la mano su amaritudini di erbe officinali che riportano indietro nel tempo fino a quegli anni ’70 quando il Vermouth sapeva delle risate della Domenica in famiglia. 89 Punti. – COLLIO DOC SAUVIGNON “EXTEMPORE” 2018 (MAGNUM), VENICA & VENICA (FRIULI VENEZIA GIULIA): riassaggiato a un anno di distanza sembra aver scelto la strada della saggezza rinunciando (ma solo in parte) al Satana delle erbe aromatiche. Dolcezze di frutta esotica (anche candita) sposano spezie d’Oriente mentre ricordi d’agrume ancora fresco s’alternano a sottili tostature e accenni di idrocarburi. Il sorso è una monarchia democratica governata da morbidezze tenute a freno dal parlamento fresco-sapido. Lungo e succoso srotola ricordi di frutta matura, fiori e ben più che un’accennata mineralità. Continua a non piacermi (sic) ma 90 Punti se li merita tutti. – COLLIO DOC SAUVIGNON “RONCO DELLE MELE” 2015, VENICA & VENICA (FRIULI VENEZIA GIULIA): il naso ha tutta la saggezza dei diecianniinbottiglia. Racconta di discorsi pacati davanti al camino spento, di risate sguaiate di pompelmo…ha il calore del burro fuso e il brio della salvia, l’aspra strizzata d’occhio dell’uva spina e l’istintivo asciugarsi dalle burle di una pesca troppo succosa. In bocca è rotonda presenza, sapiente mescolanza dei descrittori olfattivi declinata ritmicamente dai precisi rintocchi fresco-sapidi. Lungo da far pensare chiude tra sapidità di mare sepolto, amaritudini officinali e un appenaappena di rustico che lo rende fortunatamente umano. 93- Punti. – UMBRIA IGT SAUVIGNON “UBI CONSISTAM” 2021, LA PALAZZOLA (UMBRIA): un olfatto che va ben oltre quell’idea botritica che può inizialmente distrarre da un’attenzione che va invece rivolta al timo, al finocchietto selvatico, all’origano, un corteo di erbe aromatiche che precede dolci ricchezze di frutta esotica e zafferano in aperto contrasto con una sapidità nettamente percepibile che sa di quasi oliva. Una sapidità che è porta d’accesso al sorso e sentiero da seguire, tra rimandi d’agrume e sottolineature di spezie, per raggiungere il lungo finale balsamico. Ispirato ai Sauvignon degli antipodi, strizza forse l’occhio alla Loira e si rivela assolutamente felliniano. È giovane e sfrontato quindi non se li meriterebbe, ma io 90 Punti glieli do lo stesso. E QUINDI? E quindi GRAZIE a VINODABERE per avermi ospitato ancora una volta e a tutti i Produttori presenti, quelli che hanno avuto il buon cuore di sopportare le mie elucubrazioni e quelli che hanno altresì avuto la fortuna di “schivarmi”. Sono state due giornate intense, ricche di spunti di approfondimento, due giornate dopo le quali il mondo del Sauvignon e del Pinot Nero sono meno misteriosi (o forse no). Appuntamento all’Edizione 2027, io l’ho già messa in agenda, e Voi?   Roberto Alloi – VINODENTRO Su Instagram @eno_evo
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