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23 Febbraio, 2026
Vino In-dipendente 2026. L'artigianalità del vino
A Calvisano l’artigianalità del vino stabilisce un record e segna la mia miglior esperienza degustativa di questo primo bimestre.
Vino In-dipendente, ideato e coordinato da Stefano Belli, raduna ogni gennaio a Calvisano, in provincia di Brescia, una settantina di vignaioli da tutta l’Italia.
Rispetto per la natura e amore per la tradizione dei territori si respirano ad ogni postazione di questa mostra-mercato, che alla sua undicesima edizione ha vantato il record di oltre 700 visitatori.
A Vino In-dipendente si ha l’occasione di conoscere vignaioli che proteggono l’integrità del proprio territorio attraverso una solida etica ambientale, per produrre vino senza additivi chimici e con il minor numero possibile d’interventi, sia in vigna che in cantina.
Ecco alcuni dei sorsi di genuina personalità che più mi hanno colpita.
Il Mimomamu dell’azienda bolognese Terre di Macerato di Franco Dalmonte è un vino rosso travestito da bianco, in cui l’albana in purezza dà carattere, acidità e tannino, grazie alla combinazione di due raccolte da zone e periodi differenti: la prima leggermente precoce per dare freschezza e la seconda un po’ in ritardo, per ricavare la generosità d’aromi della surmaturazione.
Sempre in Emilia Romagna, ma sui Colli Piacentini, le uve di malvasia bianca di Candia aromatica coltivate in Val Tidone regalano un vino orange non filtrato e senza solfiti aggiunti, dal profumo inebriante di zafferano, datteri essiccati e miele d’acacia: è l’Amphora Tigris di Cà Nova Gualdana.
A poco più di 30 kilometri di distanza dalla Val Tidone, una delle zone più celebri in Italia per gli spumanti metodo classico, l’Oltrepò Pavese, con la cantina Torrazzetta come degna rappresentante. Il suo Pas Dosé Luce da Pinot Nero in purezza, vendemmia 2015, con 94 mesi sui lieviti, ha un’acidità vivace e prolungata con sentori di crosta di pane e fiori di sambuco.
A fare da contraltare alle bollicine pavesi, il secondo grande territorio lombardo delle bollicine è quello in cui sorge Stella del Filare, la Franciacorta.
Anche qui 100% Pinot Nero, proveniente da un unico vigneto. Le bottiglie de L’Ancestrale vengono sboccate dopo circa 12 mesi, colmate con lo stesso vino e affinate in bottiglia con tappo di sughero per 6 mesi prima della messa in commercio. Esprimono tutto il frutto e le caratteristiche varietali dei tagli di mosto in seconda estrazione. Mentre il mosto fiore, il titolare Luigi Picotti – con un affascinante passato nella scena musicale underground di Brooklyn – lo utilizza per produrre Franciacorta.
Ancora metodo classico, per delle bollicine che di classico non hanno proprio nulla. Zizzania di Malerba, come il suo stesso nome annuncia, ha tutta l’energia incontenibile di una pianta infestante. Il 2018 che ho degustato viene da un uvaggio di malvasia, trebbiano e altre varietà a bacca bianca toscane. Colore ambrato, naso dirompente fatto di arancia candita, macchia mediterranea e di una straordinaria mineralità che si riconferma al palato.
Da Arezzo immagino di spostarmi verso est con un paio d’ore in auto e arrivo a Urbino in Tenuta Cà Sciampagne. Il rosso Guidobaldo che mi presenta la signora Paola è un sangiovese da bere fresco, più che per età, letteralmente, per temperatura. Viene da 3 vendemmie, un’anticipata, una regolare e una in sovramaturazione. Si sentono tutte al palato: il viaggio parte “verde”, prosegue dolce e chiude tannico.
Tannini e avvolgenza anche da altro produttore dell’Italia orientale, ma decisamente più a Sud, con il San Severo Nero di Troia di Cantine Pallotta. Tutte le vendemmie di Donna Clelia partono da bassissime rese, con uva ancora pigiata con il torchio di legno, fermenti naturali, rimontaggio manuale, affinamento in barriques di rovere francese di secondo o terzo passaggio per almeno dieci mesi e successivo affinamento in bottiglia per altri dodici.
Prima di lasciare Vino In-dipendente, scelgo di coccolarmi con un assaggio di formaggio Silter DOP e di accompagnarlo ad una sorprendente anteprima, uscita proprio questo mese: il rosé ancestrale da Nero d’Avola Marah di Francesca Barracco, di Mazara del Vallo, che con la sua giocosa ma elegante effervescenza regala un sorso fresco e scorrevole.
Mi vien quasi voglia di cominciare un secondo giro tra gli stand… ma decido di tenermi altre invitanti sorprese per il prossimo gennaio, quando tornerò a Calvisano per godermi altri vini che narrano di radici, mani e passione.
Adele Gorni Silvestrini –Passi in cantina
Mi trovi su Instagram @adelegornisilvestrini https://adelegornisilvestrini.it/
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22 Febbraio, 2026
A San Valentino il cuore batte Nobile
Montepulciano – Mentre il mondo celebra l'amore con i classici cliché, la stampa internazionale si ritrova tra le mura della Fortezza di Montepulciano per un appuntamento che di romantico ha soprattutto il legame indissolubile tra uomo e territorio. Il 14 febbraio 2026 segna il debutto nel calice del Vino Nobile di Montepulciano, tappa cruciale della Settimana delle Anteprime di Toscana inaugurata solo poche ore prima a Firenze con PrimAnteprima.
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21 Febbraio, 2026
Lugana DOC: valore consolidato e focus sui mercati internazionali
Stabilità produttiva e internazionalizzazione a Wine Paris e ProWein
In un mercato del vino globale che attraversa una fase di trasformazione, il Lugana DOC chiude l’ultima annata con segnali positivi, confermando la solidità della Denominazione e la capacità di generare valore lungo tutta la filiera. Parallelamente, prosegue con continuità la strategia di internazionalizzazione, che vede il Lugana protagonista nei principali appuntamenti fieristici europei, a partire da Wine Paris e ProWein.
Fabio Zenato, Presidente del Consorzio Tutela Lugana DOC:
Al di là dei numeri, ciò che emerge è la straordinaria tenuta del ‘sistema Lugana’. Dopo le sfide climatiche degli scorsi anni, non era scontato tornare a correre con questa autorevolezza. La stabilità che registriamo oggi è il frutto di una scelta di campo precisa: non abbiamo rincorso i volumi a ogni costo, ma abbiamo protetto il valore del lavoro dei nostri viticoltori. Oggi il Lugana non è solo un vino che si vende bene, è un asset territoriale che garantisce sicurezza a tutta la filiera.
Numeri e posizionamento sul mercato
Dal punto di vista economico, la denominazione registra una sostanziale stabilità: oltre 206.336 ettolitri, equivalenti a 27.511.466 bottiglie. Un dato che evidenzia una continuità produttiva in linea con le annate precedenti agli eventi grandinigeni che avevano interessato il territorio nel 2023.
Anche il posizionamento del prodotto sul mercato conferma la buona tenuta della Denominazione. Non è un caso, ma è il risultato di una strategia precisa che vede il Consorzio Tutela Lugana DOC impegnato nel posizionare il vino gardesano nella fascia mid-to-premium dei bianchi internazionali. Il prezzo medio a scaffale si attesta a 9,10 euro a bottiglia (fonte Nielsen), mentre il prezzo delle uve si conferma su una media di 2,08 euro al chilogrammo, sempre secondo le rilevazioni della Camera di Commercio di Verona.
Presenza a Wine Paris (8-10 febbraio) e ProWein (15-17 marzo)
In questo scenario di consolidamento economico, il Consorzio prosegue con determinazione il percorso di apertura verso i mercati internazionali.
Il Lugana DOC è stato presente a Wine Paris dall’8 al 10 febbraio, hub sempre più centrale per i buyer mondiali, in un contesto particolarmente attento ai vini bianchi di qualità e alle Denominazioni capaci di coniugare identità territoriale e riconoscibilità internazionale.
La strategia di internazionalizzazione proseguirà con la partecipazione collettiva a ProWein 2026, in programma a Düsseldorf dal 15 al 17 marzo: un’occasione per consolidare il rapporto con i paesi DACH, in particolare con la Germania – primo mercato di riferimento per il Lugana DOC -, che va ben oltre l’aspetto commerciale, coinvolgendo anche il tema dell’enoturismo. Il crescente flusso di visitatori provenienti dall’area germanofona verso il Lago di Garda conferma infatti il ruolo del Lugana come ambasciatore del territorio, capace di unire vino, paesaggio e attrattività turistica.
Edoardo Peduto, Direttore Consorzio:
Attraverso l’adesione a Wine Paris e ProWein 2026, il Consorzio Tutela Lugana DOC dimostra il proprio impegno nel sostenere la Denominazione sui mercati esteri, valorizzando il legame tra qualità del prodotto, identità territoriale e riconoscibilità internazionale. Queste manifestazioni rappresentano, infatti, preziose opportunità per costruire relazioni durature con buyer e operatori, e per consolidare il posizionamento del Lugana tra i bianchi italiani di riferimento nel panorama globale.
Consorzio Lugana DOC
Il Lugana DOC nasce dalle colline che circondano il Lago di Garda, dove il terreno argilloso e il clima mite favoriscono la coltivazione della Turbiana, uva autoctona che dà vita a vini freschi, eleganti e longevi. La denominazione, riconosciuta nel 1967 e regolamentata dal Consorzio dal 1990, ricopre oggi 2.600 ettari con 214 produttori, esportando oltre il 60% della sua produzione in 65 paesi. Il Lugana si distingue per la sua varietà di espressioni, che spaziano da fresche e giovani versioni a complesse riserve. Il Consorzio promuove anche pratiche di sostenibilità e un crescente turismo enologico, con esperienze immersive nelle cantine e percorsi enoturistici certificati. Il territorio del Lugana, ricco di storia e bellezza, è una destinazione ideale per gli appassionati di vino, cultura e benessere.
La Redazione
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21 Febbraio, 2026
Annalisa Zorzettig a Wine Paris e ProWein: il Friuli Venezia Giulia al centro del dialogo internazionale
Collettiva FVG a Parigi (9-11 febbraio) e Düsseldorf (15-17 marzo 2026)
Il confronto con i mercati internazionali, l’ascolto dei professionisti del settore e la volontà di raccontare il Friuli Venezia Giulia attraverso i suoi vitigni più rappresentativi sono le motivazioni che accompagnano la partecipazione dell’azienda Annalisa Zorzettig a Wine Paris & Vinexpo Paris – dal 9 all’11 febbraio 2026 a Parigi – e a ProWein – dal 15 al 17 marzo 2026 a Düsseldorf -, due appuntamenti chiave del panorama fieristico mondiale dedicato al vino.
In entrambe le manifestazioni, l’azienda sarà presente all’interno della collettiva della Regione Friuli Venezia Giulia, contesto ideale per valorizzare l’identità territoriale e rafforzare una visione condivisa della qualità e peculiarità del vigneto regionale.
Annalisa Zorzettig
Partecipare a queste fiere significa consolidare relazioni già avviate e crearne di nuove, dialogando con importatori, distributori, buyer e operatori qualificati provenienti da mercati maturi ed emergenti. Allo stesso tempo, rappresenta un’opportunità strategica per osservare l’evoluzione del settore, intercettare nuove tendenze di consumo e rafforzare il posizionamento dell’azienda sui mercati esteri, in un contesto altamente selettivo e professionale.
Vini in degustazione: due linee complementari
I vini in degustazione raccontano l’identità dell’azienda in due linee complementari: da un lato le etichette Zorzettig, espressione di freschezza, precisione aromatica e stile contemporaneo; dall’altro la Riserva Myò, dedicata a una lettura più profonda e identitaria dei vitigni autoctoni dei Colli Orientali del Friuli.
Nello specifico la selezione comprende:
Zorzettig Pinot Grigio DOC Friuli 2025: un vino fresco ed equilibrato, dai profumi delicati di fiori bianchi e frutta a polpa chiara, espressione di eleganza e immediatezza
Zorzettig Sauvignon DOC Friuli 2025: intenso e verticale, con note erbacee e agrumate, caratterizzato da una spiccata freschezza e da una beva dinamica
Myò Friulano DOC Friuli Colli Orientali 2023: un Friulano autentico, morbido e armonico, con sentori di frutta gialla e mandorla, che racconta la tradizione dei Colli Orientali
Myò Schioppettino DOC Friuli Colli Orientali 2020: vino di forte identità territoriale, complesso e speziato, con tannini eleganti e una struttura capace di evolvere nel tempo
La presenza a Wine Paris e ProWein si inserisce così in un percorso di crescita coerente e consapevole, anche sui mercati esteri, volto a portare nel mondo una narrazione autentica del Friuli Venezia Giulia, fatta di territorio, persone e vini capaci di esprimere carattere e visione enologica.
La Redazione
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21 Febbraio, 2026
Wine Siena 2026. L’eccellenza è un’attitudine
Si presenta così il Merano Wine Festival con i suoi Wine Hunter.
Se a Merano l’eccellenza è rappresentata, oltreché dai vini, anche dalla location storica in uso sin dalla prima edizione della fiera nel 1992, l’elegante e raffinato Kurhaus capolavoro dello stile liberty con le sue sale, a Siena dal 30 gennaio al 2 febbraio è andato in scena Wine Siena, giunta all’undicesima edizione ed organizzata anch’essa dal Merano Wine Festival, in uno scenario….decisamente unico, immaginifico, che trascende e sublima il concetto di eccellenza: il complesso di Santa Maria della Scala, con la maestosa Sala del Pellegrinaio che lascia senza fiato, le sue sei campate, i cicli di affreschi, i capitelli, lo sfondo di blu cobalto che sottolinea i fraseggi delle preziose decorazioni, da Sindrome di Sthendal.
Santa Maria della Scala nasce come Ospedale per i pellegrini, uno dei primi Ospedali in Europa, intorno all’anno 1000 e resta tale addirittura sino al 1995, solo successivamente ne viene convertito l’uso in complesso museale.
Certo è che passeggiare in mezzo a queste miriadi di meraviglie, gallerie, sale affrescate, sculture rinascimentali, cicli di affreschi, passando da un Brunello di Montalcino ad uno Chardonnay, da un Barolo ad una Vernaccia è davvero sempre emozionante.
Quest’anno la Fiera si presenta “al contrario” di come organizzata gli anni scorsi, le cantine ospiti provenienti da fuori Regione, posizionate quasi tutte al piano superiore, mentre quelle toscane, e sono davvero tante, occupano il piano terra.
E allora! Se l’eccellenza è davvero un attitudine, assaggiando, commentando, confrontando ne abbiamo selezionate alcune, impossibile assaggiare tutto, eccole.
Un Sauvignon Exclusiv ed un Pinot Nero riserva Exclusiv della cantina Ploner, siamo vicini a Merano, i primi due centri della giornata.
Il Sauvignon Exclusiv, affinamento in botti grandi di acacia, merita un bicchiere da rosso e va trattato come un rosso, quasi a temperatura ambiente, versato e lasciarlo nel bicchiere qualche istante.
Ha tanto da raccontare sia la naso che in bocca.
Complesso tra note pungenti di pepe rosa, balsamiche, vegetali, seduce con la dolcezza della frutta esotica come ananas e mango, profuma di tiglio e fiori gialli, esplosivo in bocca riempie tutto il palato in un secondo, le classiche note del Sauvignon sono pareggiate da un pompelmo rosa, dal sambuco, dal melone, dalla salvia e da una persistenza molto molto lunga. L’equilibrio ci pare centrato a pieno.
Stessa qualità dimostrata anche nel Pinot Nero Riserva Exclusiv, un colore…..rubino tenue e delicato, trasparente, una manciata di petali di rosa è quello che subito si riconosce al naso, poi i frutti di bosco, un sottobosco secco, spaziature dolci di noce moscata e chiodi di garofano, in bocca risulta più intenso di quel che ci si aspettava, racconta sempre dell’eleganza del Pinot nero con note balsamiche e di grande freschezza.
Un Grillo Riserva ed un Perricone Riserva, vitigno che merita tanta attenzione, si va in Sicilia, a Marsala, con la cantina Birgi.
Da dei vigneti a pochi metri dal mare e dalle saline, nella riserva di Feudo Stagnone, nascono i due vini assaggiati oggi, il primo è un Grillo Riserva Feudo Stagnone, passaggio in barrique nuove, e che dire….che sa di mare? E si che si sente il mare! Perché salino lo è, iodato pure, fresco è fresco, diciamo che la barrique, 70% del vino fa passaggio, non tutto, lo struttura anche verso toni più morbidi di vaniglia, ma non esagerata, gli agrumi sono freschi e dolci, chiude con una mandorla quasi dolce. Dal colore giallo dorato con riflessi verdolini e dalla buona struttura e persistenza questo Grillo Riserva è decisamente un vino che chiama il cibo, ovviamente di mare.
Il secondo assaggio è un Perricone Riserva Feudo Stagnone, vitigno il Perricone dalle grandi doti e sorprese, come in questo caso.
Porta con se subito una nota fresca di eucalipto, di erbe mediterranee, ci viene in mente il mirto, il fiore del rosmarino, è molto morbido e rotondo, sa farsi piacere anche con la frutta rossa che sprigiona come confettura e con la liquirizia finale bilanciata da una sapidità che, a due passi dal mare, c’è.
Sorso dopo sorso lo si finisce alla svelta.
Horatio è una cantina di un giovane viticoltore del Sannio, in Campania, Orazio che dopo gli studi di enologia e dopo esperienze in giro per l’Europa, decide di staccarsi dall’azienda di famiglia per iniziarne una propria.
Questa in degustazione è la prima annata, ci versa una Falanghina, Campo ai Confini, che viene raccolta per il 70% alla maturazione tecnologica ed il restante 30% in surmaturazione.
E’ un vino che gioca molto sui fiori e sulla frutta, fiori di campo, freschi, fiori di zagara, e così la frutta con una mela verde croccante, una pesca croccante, è un vino che porta l’estate, molto piacevole.
Corte di Notieri invece è un Aglianico del Sannio di buona struttura, una sventagliata di pepe nero a coprir le viole, la frutta rossa matura e le ciliegie sottospirito, c’è anche la dolcezza della cannella come sfondo.
Il tannino è abbastanza integrato, Corte di Notieri si dimostra un vino che incuriosisce, bisogna aspettarlo un paio di anni, va beh….prima annata! Per goderselo al meglio.
La vicinanza di una seconda cantina Campana da la possibilità di un parallelo con una versione un po’ più strutturata della Falanghina, la Cantina Vinosia ci versa Fontana della Loggia, Falanghina Irpinia, la persistenza è maggiore rispetto alla compagna di banco, frutta e fiori sempre in evidenza ma i toni sono più maturi e morbidi, frutta esotica ed agrumi, pompelmo rosa, la rendono più lunga.
Sempre da Vinosia assaggiamo un Taurasi, confermandosi come uno splendido vino, Santandrea Taurasi affina oltre un anno in barrique e quasi altri due in bottiglia, rubino intenso con qualche riflesso granato, profumatissimo di marmellata, ciliegie sotto spirito, ricco di note balsamiche, di anice stellato, di noce moscata e cacao amaro, chiodi di garofano, un vino completo che anche in bocca rilascia gli stessi piaceri, intenso e teso, ben equilibrato il tannino con acidità e grado alcolico.
Quasi un peccato berlo adesso….
La Puglia ci offre un rosato con la cantina Pietraventosa, di Gioia del Colle, Est Rosa è un Primitivo energico, di corpo già dal colore cerasuolo carico, i profumi di rosa, fragola, ciliegia, di pepe rosa, sorprendono il palato anche con accenti minerali, un lieve tannino, morbido si ma bello corposo, si amplifica se in abbinamento al cibo, il pesce senz’altro, ma anche con una fresca mozzarella di bufala ha il suo perché. Molto buono.
In Umbria conosciamo il Trebbiano Spoletino, figlio della grande famiglia dei Trebbiani.
Una delle prime cantine a riscoprirlo e valorizzarlo è stata la Cantina Perticaia, a Montefalco, è un vino elegante e fine, delicato, esalta i profumi ed aromi di pesca bianca, lime, sambuco, un po’ di pepe bianco ed un sentore di pietra focaia, una parte fa passaggio in tonneaux e da qui arriva una nota dolce di tiglio.
Una bella pacca sulle spalle arriva dal Montefalco Rosso Riserva, Sagrantino Sangiovese Merlot, vino decisamente completo, ha l’eleganza, ha la potenza, ha l’equilibrio, veramente ben riuscito.
Cannella, cioccolato, liquirizia, mirto, eucalipto, mora, sottobosco, arancia rossa, e tanto di più. Ottimo e di lunga vita.
Bel Colle è una cantina di Verduno, in Piemonte, da loro abbiamo bevuto un Barbaresco Pajorè e un Barolo Monvigliero, e che bel bere!
Che dire, la Menzione Geografica Aggiuntiva, MGA, Pajorè non ha bisogno di nessuna presentazione, fa parte della storia del Barbaresco, quello di Bel Colle rappresenta un ottimo campione di questo Cru.
Complesso con le classiche note eteree, di prugna, di canfora, rosmarino, lavanda, mescolate a dovere. Così come il Barolo Monvigliero con la violetta, lampone e ribes, mora, tabacco, cera. Bel Colle si dimostra una cantina che lavora, secondo noi, molto bene.
Un viaggio da loro vale sicuramente la pena programmarlo.
Tornando ad assaggiare i bianchi ci fermiamo volentieri nel Collio, è sempre un enorme piacere incontrare Raffaella e Roberto della cantina Alessio Komjanc, protagonisti tra le altre cose di una Masterclass dedicata, “I grandi vini del Friuli: viaggio nel Collio” che purtroppo abbiamo mancato.
Un vino che a noi piace moltissimo è il loro Pinot Bianco, lo troviamo sempre perfetto, non ha nessun eccesso, super controllato, dotato di elegante corpo tra frutta bianca e fiori di campo, appena balsamico con la mentuccia, persistenza dosata per richiamare un secondo bicchiere all’istante, l’archetipo del vino che si beve senza accorgersene. E per esperienza dopo un paio di anni in cantina apre anche su sentori esotici, speziati e maggiormente balsamici. Super, come tutta la loro linea.
Scendendo al piano terra entriamo nel regno del Sangiovese, Brunello, Nobile, Chianti, Morellino, e abbiamo la fortuna di conoscere Claudio, un profondo conoscitore di vino e particolarmente del Sangiovese, degustatore e leader di panel dedicati ai vini Toscani e non solo, insomma, l’uomo perfetto nel posto perfetto nel momento perfetto. Appassionato ed appassionante ci ha fatto pure da guida, un Plus!
Ci fa partire subito a mille con un Nobile di Montepulciano Pieve Cervognano, le Pievi sono una nuova tipologia di menzione riguardante il Nobile di Montepulciano introdotte nel 2025, rappresentano l’apice della qualità e della selezione.
L’azienda è la Vecchia Cantina di Montepulciano, cooperativa, con un marchio storico la Cantina del Redi, eccellenza del territorio.
Questo Nobile ha classe ed eleganza, la frutta ed i fiori sono in secondo piano, lasciano posto a sentori di ruggine, grafite, spezie pungenti, note di incensi e mentolati, scorze di agrumi, rimane sempre fresco con un tannino già vellutato. Eccellente.
Seconda tappa la facciamo in maremma da Torre Civette, nel Grossetano, assaggiamo un uvaggio di Syrah e Cabernet Sauvignon, Civetta Brava, la vinificazione prevede anche il salasso del 20%, tecnica che serve per aumentare la concentrazione del mosto, arricchendo il vino finale di polifenoli, tannini e colore.
Eh si, il colore è molto carico, rubino, e sprigiona subito dolci note fruttate di mora, prugna matura, confettura, spezie dolci, un po di vaniglia e cacao dolce, il tutto con una bella struttura che allunga il sorso, tanti tannini ma rimane morbido e molto piacevole alla beva. Merita un bel piatto di spezzatino di coniglio.
L’ultima bevuta che Claudio ci consiglia, anzi ci straconsiglia, è da Ridolfi, e fa benissimo!
Brunello di Montalcino Riserva Mercatale, con macerazione a freddo di una notte, 50 giorni sulle bucce e quasi 6 anni in botte grande di Slavonia per terminare con 1 anno di bottiglia.
Vino dalle mille sfumature, il Sangiovese sa regalare note sempre preziose, rotondo e morbido, complesso e persistente, fresco ed austero, il vino più completo e convincente che oggi abbiamo assaggiato.
Stanchi si ma felici abbiamo anche trovato un po’ di tempo per fare un salto al Palazzo delle Papesse, Centro per l’Arte Contemporanea di Siena, per visitare la mostra dedicata ad Armando Testa, vi ricordate la pubblicità del Vermouth Punt e Mes?
Davide Stroppa – Il viaggio di Orfeo
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20 Febbraio, 2026
Vinitaly con Masaf e Ita
Internazionalizzazione vino italiano: Casa Italia Triennale Milano
Francesco Lollobrigida, Ministro dell’Agricoltura
Il vino italiano saprà sicuramente cogliere le nuove opportunità di crescita derivanti dagli accordi internazionali e non solo. All’orizzonte si stanno aprendo destinazioni che promettono di incrementare le nostre quote a partire dai paesi Mercosur fino all’India, già nella mappa di Vinitaly. Il vino italiano fa squadra con spirito olimpico – Fine wines italiani, identità che genera valore, visione che apre il mondo, in programma oggi a Casa Italia alla Triennale di Milano. Una crescita che il Governo sta sostenendo attraverso il potenziamento di strumenti, risorse e missioni come quella in programma nei prossimi mesi nell’area Stan dell’Asia centro meridionale.
Federico Bricolo, il Presidente di Veronafiere
Una roadmap che coinvolgerà anche Vinitaly. Stiamo lavorando per ampliare il nostro scacchiere di azione per garantire una promozione sempre più efficace alle aziende italiane e un incoming sempre più profilato sulla rassegna in programma a Verona. La missione con il ministero dell’Agricoltura e ITA-Italian Trade Agency ci permetterà di esplorare opportunità e tendenze in un’area ad alto potenziale che comprende Kazakistan, Kirghizistan, Tagikistan, Turkmenistan, Uzbekistan, Afghanistan e Pakistan. Inoltre stiamo intensificando i nostri presidi storici in Cina e Brasile e Stati Uniti, con Vinitaly.USA a New York il prossimo ottobre. Nel piano di sviluppo della promozione del vino italiano, con i nostri partner istituzionali, stiamo guardando anche al Canada e lavorando per il suo ingresso nel calendario internazionale di Vinitaly già nel primo semestre del 2026.
All’evento “Fine wines italiani, identità che genera valore, visione che apre al mondo” organizzato da LT Wine&Food Advisory e moderato da Luciano Ferraro, vicedirettore del Corriere della Sera sono intervenuti: Giovanni Malagò, presidente della Fondazione Milano Cortina, Francesco Lollobrigida, ministro dell’Agricoltura e della Sovranità alimentare, e Matteo Zoppas, presidente di ITA-Italian Trade Agency. Nel corso dell’evento sono state presentate le case history di Francesco Cambria (Cottanera), Antonio Capaldo (Tenute Capaldo), Roberta Ceretto (Ceretto), Roberta Corrà (Gruppo Italiano Vini), Marcello Lunelli (Gruppo Lunelli), Federico Veronesi (Oniwines) e Renzo Rosso che ha portato la sua testimonianza del dialogo tra economy del fashion e del wine.
La Redazione
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20 Febbraio, 2026
Rome Wine Expo V Edizione
La città eterna celebra la cultura del vino al Westin Excelsior
La Città Eterna si prepara ad accogliere la V edizione di Rome Wine Expo, l’evento capitolino di promozione e valorizzazione della produzione vitivinicola d’eccellenza. Dal 28 febbraio al 1° marzo 2026, la manifestazione si sposta in una location d’eccezione: il Grand Hotel The Westin Excelsior in via Vittorio Veneto 125, hotel di prestigio che farà da cornice a un appuntamento ormai fisso per operatori e appassionati.
Trade e focus B2B
L’edizione 2026 di Rome Wine Expo consolida la sua identità di evento professionale con una forte impronta trade. Il programma è stato strutturato per massimizzare le opportunità di business, prevedendo fasce orarie dedicate esclusivamente agli addetti ai lavori. Sia sabato che domenica, l’apertura mattutina sarà riservata agli operatori Ho.re.ca e alla stampa, con l’attivazione di una sala privata per incontri B2B. Questo spazio riservato permetterà a produttori e buyer di avviare trattative dirette e approfondire collaborazioni commerciali in un contesto professionale e di alto profilo.
Mosaico di territori: Italia, Georgia e Slovenia
La rassegna si presenta come un ampio panorama della viticoltura di qualità, con espositori provenienti da ogni regione d’Italia: dalla Sicilia del Barbadoro alla Toscana di Castellinuzza e I Greppi, fino al Veneto e alla Lombardia. Quest’anno, la vocazione internazionale è rappresentata con forza dalla Georgia, con una nutrita selezione di cantine (tra cui Amashukeli e Rero Winery) che portano a Roma la tradizione dei vini in anfora, e dalla Slovenia con la presenza della cantina Zanut.
Gastronomia d’eccellenza e sponsor tecnico
In questo contesto di alto profilo, non manca la presenza di produttori gastronomici di eccellenza e artigiani del gusto, veri emblemi del Made in Italy. La rassegna celebra l’unione indissolubile tra vino e cibo di qualità, ospitando anche banchi di gastronomia che spaziano dalla cioccolateria artigianale ai tartufi e alle specialità della Tuscia. Ad arricchire la compagine tecnica dell’evento sarà presente, in qualità di sponsor tecnico, SALPA ROMA, laboratorio artigianale di alta qualità che sposa perfettamente la filosofia di eccellenza della manifestazione.
La forza del vino artigianale
Il cuore della manifestazione batte per la produzione artigianale, familiare e per la piccola impresa del vino, dove il viticoltore segue l’intero processo dalla terra all’etichetta. Esempio virtuoso di questo approccio è l’Associazione Artigiani del Vino dell’Alto Adige: un gruppo di 6 piccoli vignaioli indipendenti (Luis Wine, Eichenstein, Oberstein, Griesserhof, Andi Sölva e Nicolussi-Leck) che presenteranno la ricchezza di un territorio straordinario. Da Ora a Caldaro, passando per Merano, Varna e Cermes, questi produttori offrono un’interpretazione autentica dell’Alto Adige, in un dialogo costante tra radici storiche e innovazione.
Marco Cum, patron di Riserva Grande: “Con questa V edizione, Rome Wine Expo conferma la propria valenza di ampio respiro. Abbiamo inoltre voluto creare una manifestazione che non rappresenti solo la possibilità di esporre in modo organizzato e proficuo, ma anche un luogo di formazione. La valenza didattica dell’evento è garantita da un fitto calendario di masterclass di approfondimento — dai grandi rossi e bianchi dell’Alto Adige al mito del Sangiovese — per offrire a operatori e wine-lovers strumenti concreti di conoscenza e business, per finire con il mondo antico dei vini della Georgia”.
Saula Giusto, co-organizzatrice: “Uno dei nostri principali obiettivi è quello di dare valore alla produzione territoriale e identitaria, specialmente quella dei piccoli artigiani. Avere come espositori aziende che esprimono in modo così trasparente il proprio legame con la terra è un grande valore aggiunto di questa manifestazione. Attraverso i premi ‘Terroir Ambassadors’ e ‘Eccellenze di RWE’, inoltre, vogliamo premiare non solo il vino, ma anche il lavoro di promozione della grande qualità enogastronomica svolto dagli esercizi commerciali del Lazio”.
Programma evento
SABATO 28 FEBBRAIO 2026
10:30 Apertura banchi di assaggio ed apertura sala privata B2B per operatori Ho.re.ca
11:30 Apertura banchi per stampa/media e premiazione Terroir Ambassadors
14:00 Apertura banchi di assaggio al pubblico
14:00 Masterclass: I grandi vini rossi dell’Alto Adige
16:30 Masterclass: Vino georgiano in anfora
18:30 Masterclass: Abbiniamo eccellenze Rome Wine Expo
20:00 Chiusura
DOMENICA 1° MARZO 2026
10:30 Apertura banchi e sala B2B
12:00 Apertura banchi per stampa/media
12:30 Masterclass in via di definizione
14:00 Apertura banchi e premiazione Eccellenze RWE
14:00 Masterclass: I grandi vini bianchi dell’Alto Adige
17:00 Masterclass: Il mito toscano del Sangiovese
18:00 Premiazione Wine Challenge
19:00 Chiusura
Tickets e accrediti
Ingresso: 30€ (1 giorno) | 50€ (2 giorni)
Online -10%: QUI
Sommelier: 25€ (tesserino) Masterclass: Prenotazione obbligatoria accrediti@riservagrande.com | 339.6231232
Accrediti operatori: entro 25/2 accrediti@riservagrande.com La Redazione
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Online -10%: QUI
Sommelier: 25€ (tesserino) Masterclass: Prenotazione obbligatoria accrediti@riservagrande.com | 339.6231232
Accrediti operatori: entro 25/2 accrediti@riservagrande.com La Redazione
20 Febbraio, 2026
Lorenzo Macinanti. Vini Selvaggi come scelta naturale
Roma è un museo a cielo aperto. Lo spazio urbano è l’insieme architettonico realizzato per mano dell’uomo e resistito al tempo. Dagli antichi romani ai giorni d’oggi, ogni epoca è rappresentata. Diversi stili. Diversi metodi. Diversa collocazione. Gli antichi romani costruivano sulle rovine. Strato su strato. Tanto che non è possibile scavare senza trovare qualcosa di rilevante. Ogni singola realizzazione è frutto di ingegno, progettazione, utilizzo di materiali. Tecnica consolidata. Protocolli rigorosi. Ci fermiamo a guardare il Colosseo o la Basilica di San Pietro così come le case del quartiere Coppedè e ne rimaniamo affascinati, sbalorditi. Nonostante io abbia visto questi capolavori centinaia di volte, ogni volta che neosservo uno non posso che meravigliarmi e pensare a quanto l’uomo sia dotato di ingegno, creatività, capacità.
Poi ci sono i tramonti. Gli spazi sconfinati del mare. Le montagne. I fiumi. I laghi. Quante volte ci siamo trovati a contemplare la natura, a guardare semplicemente un fiore appena sbocciato, una collina così verde da voler rotolare sull’erba, un lago nel quale correre a gettarsi? La natura incontaminata e selvaggia. Quella che non si ha nemmeno il coraggio di fotografarla perché potrebbe rovinare la catarsi del momento.
Cosa è meglio allora? Un luogo reso meraviglioso dalla mano dell’uomo o quello dove l’uomo non è mai intervenuto?
Ognuno ha la sua opinione ma, alla fine, sono entrambi incredibili ed entrambi vanno preservati in quanto opere divine. Si, divine, perché comunque parte di un ordine divino. Che ci si creda o meno ovviamente.
Cosa è meglio tra un vino naturale e un vino tradizionale?
I vini naturali, o meglio, i vini che scelgono la via meno interventista portano nel bicchiere fermentazioni spontanee, solfiti ridotti al minimo, nessuna scorciatoia chimica. Sono vini che accettano il rischio dell’errore pur di non tradire l’identità. Possono essere irregolari, talvolta spigolosi, ma hanno il battito del luogo. Non chiedono di piacere a tutti ma impongono comunque di essere buoni.
Il vino tradizionale, quello figlio di una tecnica consolidata e di protocolli rigorosi, è spesso un palazzo rinascimentale: proporzioni armoniche, equilibrio, affidabilità. È il risultato di secoli di sapere codificato, di controllo, di previsione. È il vino che rassicura, che replica uno stile, che promette coerenza.
Esiste poi un vino che oserei chiamare selvaggio, una rovina romantica, una vite che cresce controvento, un grappolo che fermenta con i lieviti dell’aria, un colore che a volte vira, una trama tannica che non sempre si lascia domare. È meno architettura e più paesaggio. Meno progetto, più racconto. Un vino che nasce in quella zona franca tra cultura e natura, dove l’uomo non impone ma accompagna. Dove la vigna non è un giardino geometrico ma un organismo pulsante. Il selvaggio non è l’incolto, è l’originario. È ciò che non è stato ancora levigato fino a perdere memoria. È quel vino che da naturale diventa bohémien per quella mano dell’uomo che da genio costruttore diventa un semplice narratore della natura.
Henry David Thoreau scriveva nel 1862
In wildness is the preservation of the world.
Nel selvaggio è la salvezza del mondo. Forse lo è anche del vino e non già perché naturale, perché non costruisce nulla ma asseconda la natura pur non rimanendo inermi e inerti (c’è sempre la tecnologia, non invasiva, che da una mano) o perché non si aggiunge nulla di chimico. No! È perché fornisce una risposta al bisogno di una interessante parte di pubblico che ama la narrazione autentica del vino e delle persone, personaggi che lo interpretano. Vini Selvaggi è l’evento romano e nazionale tra i più attesi dell’anno che riunisce una moltitudine di vignaioli naturali provenienti da tutta Italia e non solo. Un evento che già nel nome è una dichiarazione di intenti, quasi un manifesto: il vino, quando è selvaggio, non è addomesticato dal mercato ma dal tempo; non è corretto, è sincero; non è perfetto, è vivo. Il suo ideatore è Lorenzo Macinanti ne è l’ispiratore e l’organizzatore insieme alla compagna Giulia Arimattei. Lorenzo è un ragazzone che ti fa subito simpatia per quella capacità di raccontare e raccontarsi, di saper comprendere le esigenze delle persone. Insomma, le caratteristiche che uno che possiede e gestisce una interessante enoteca romana e che offre esclusivamente vini naturali, deve necessariamente avere. Solo che Lorenzo è laureato in lettere e ha avuto una interessante carriera negli hotel (!!). Ho fatto lettere e durante gli anni università ho cominciato a organizzare piccoli eventi. Così un po’ per gioco. Serate in discoteca, serate di concerti, eccetera. Da lì, mentre mi stavo finendo di pagare gli studi, ho trovato un annuncio che cercavano qualcuno in hotel per il classico lavoro del ricevimento. È così iniziata tutta una carriera nel mondo degli alberghi. Ho fatto il commerciale prima poi poi il General Manager. Nella vita accade sempre qualcosa che può cambiare o meno il corso degli eventi. Qualcuno se ne accorge, qualcuno no. Nel caso di Lorenzo, il 2017 segna uno stop forzato per i problemi di salute. Sono stato fermo per un po’ di mesi e dopo mi sono detto: ma io non voglio più tornare a fare questo lavoro. Come dargli torto. In un hotel, specialmente se è di lusso, occorre essere attenti ad ogni esigenza, celata o palese, dei clienti. Frenesia, attenzione, meticolosità, disponibilità. Tutto questo crea usura. Se non fisica, sicuramente mentale. In un hotel si viaggia per il mondo rimanendo fermi nello stesso posto. Anche questo può essere usurante. È così che Lorenzo, insieme ad un suo amico, decidono nel 2018, quasi per gioco di aprire Solovino. Una enoteca che voleva essere la classica enoteca di un tempo. Ricordate le librerie di un tempo prima dell’avvento de La Feltrinelli? Nulla da rimproverare a La Feltrinelli dove mi servo per l’acquisto dei libri, ma entrando in un negozio la prima cosa che si nota è la parete con la classifica. Potere del marketing! A Latina, dove sono nato, prima che l’apertura de La Feltrinelli lo facesse chiudere, c’era Piermario De Dominicis. Quando avevi voglia di un libro, andavi da lui e iniziavi a chiacchierare. Piermario ti parlava dei libri che aveva letto, degli autori, delle storie. Una chiacchiera, un racconto che non poteva che accendere qualcosa in me. Un bisogno di approfondimento che lui sapeva cogliere con il libro giusto. L’enotecaro di un tempo era così: entravi, gli dicevi a che ti serviva il vino, cosa dovevi abbinarci e lui ti tirava fuori le bottiglie dandoti quelle spiegazioni che solo chi aveva già assaggiato poteva darti. Volevo un po’ riposarmi da quel ritmo frenetico di prima. Ho detto magari apriamo una cosa tranquilla. Io sto lì, mi stappo una bottiglia di vino, qualcuno compra qualcuno no. Va bene così. All’epoca quando arrivai a Via Rialto era perché facendo una ricerca sul territorio, capì che quella poteva essere una zona in forte crescita proprio per il nostro tipo di attività. Via Rialto a Roma sorge all’ombra delle alte mura della Città del Vaticano. Un quartiere, il Trionfale, che con la storica via Cipro e Piazzale degli Eroi è salita alla ribalta con l’ascesa di Bonci e delle sue pizze così come di Stefano Callegari e il suo Trapizzino. In questo contesto Solovino appare come una classica vineria di quartiere con l’esposizione delle bottiglie e i tavoli per bersi un bicchiere con gli amici. Una atmosfera semplice e senza fronzoli per un locale dove il vino e le chiacchiere che ne fanno ornamento sono in perfetta sintonia. L’avevo aperta senza l’idea di vendere soltanto vino perché io sono sempre stato un appassionato, non un professionista. Dal primo giorno ho scelto di lavorare soltanto con i naturali perché erano quelli che avevo cominciato a bere già da qualche anno senza sapere neanche che si chiamassero naturali. All’epoca abitavo a Montagnola e a San Paolo c’erano un paio di enoteche dove mi servivo quasi tutti i giorni per comprare una bottiglia di vino per l’aperitivo gli amici a casa eccetera. Mi piacevano e capivo che quando poi tornavo a bere vini convenzionali ovvero con altre caratteristiche, non mi soddisfacevano. Niente di più che un gusto. Non una scelta di vita o chissà quale elucubrazione mentale: Lorenzo beve vini naturali perché gli piacciono. Punto. Piacciono a tal punto che tutta la sua enoteca nasce e si sviluppa attorno ai vini naturali. Un mondo nel mondo che ha in se non solo il vino ma le storie di ogni singolo vignaiolo che ha scelto di produrre quel tipo di vino per le ragioni più disparate. Storie che cercano solo luoghi dove possono essere raccontate e persone interessate ad ascoltare. Così come ci sono persone che amano i racconti, amano l’ascolto e non si vogliono limitare a mangiare o bere bovinamente quanto gli si presenta dinanzi. Mi rendo conto che Roma purtroppo aveva un grande problema legato alle fiere e agli eventi di vino. Non consideravo possibile che una capitale come Roma non avesse degli eventi importanti legati al mondo dei vini artigianali e naturali. Così ho detto: proviamo a farlo noi. Secondo uno studio di Rasin tra il 2016 e il 2024 nei maggiori paesi del mondo è cresciuta la quantità di vino naturale proposto da ristoranti ed enoteche. L’Italia è il paese dove la crescita è stata più alta: 3482.3%!!! Ormai l’Italia è il secondo paese più interessante per il vino naturale dopo la Francia ma è ancora quello più promettente. Roma? La città con il maggior numero di locali dove poter trovare vino naturale e comunque quella con maggiore possibilità di sviluppo. Una analisi del genere potrebbe far convertire molti al vino naturale! La prima edizione doveva essere qualche giorno dopo il lockdown. È stata proprio sfigatissima però abbiamo tenuto abbiamo duro nonostante abbiamo perso dei soldi perché avevamo la location pagata e tutto il resto. L’anno successivo abbiamo fatto la prima edizione totalmente all’aperto perché così ci richiedeva il governo dell’epoca. Ho comunque un ricordo positivo di quella manifestazione perché nata con la gioia di vivere dopo tanto tempo chiusi in casa. Un momento di grande formazione e di grande scambio. Lorenzo è un entusiasta e un positivo. Approccia così la vita e le cose che fa. Per fare qualcosa deve piacergli ma di quel piacere che non è effimero e egoistico. La sua enoteca vineria dunque Vini Selvaggi, non sono spazi per creare semplicemente business. Semmai sono ulteriori momenti di incontro con persone, anime, teste pensanti. Raccontare ed ascoltare racconti. Parlare. Ridere. Assaggiare. Questo è il reale bello della vita: accomunare le esperienze per capire quanto sia bello e vario il mondo. Abbiamo poi cominciato a lavorare prima presso Spazio Novecento, quindi con un ambiente più classico, tutto il marmo, molto bello. Poi abbiamo fatto anche un’esperienza a Bari in un castello Svevo. Nelle ultime due edizioni siamo arrivati invece a San Paolo District recuperando un po’ una location post industriale. Il senso di Vini Selvaggi è sempre stato quello di scardinare un pochino l’idea della fiera tradizionale in cui il produttore e l’azienda che si presenta è semplicemente una partita IVA. Volevamo il vino centrale. Non più il racconto dello stemma araldico inventato, ma l’incontro di persone vere. Quelli che producono il vino veramente. Poi, al tempo stesso, portare avanti l’attenzione del pubblico il tema che secondo me è il tema più importante ossia: cosa dobbiamo fare di questa di questa agricoltura, del nostro suolo, dei nostri territori, dei nostri paesaggi. San Paolo District sembra un mercato coperto. Ricordo esattamente il pensiero avuto lo scorso anno quando sono arrivato li: se ci fossero stati banchi di frutta e verdura non sarebbe cambiato nulla. Scetticismo. Prevenzione. Anche presunzione direi. Il numero di produttori mi è apparso subito impressionante: tanti, davvero tanti. Così ho cominciato a girare per le file con il solo scopo di osservare e ascoltare. C’erano giovani, tanti giovani. Molte coppie. Giovani. Anche con bambini piccoli nel passeggino. C’era allegria. Si parlava di vino. Si parlava di territori. C’era allegria e si parlava di vino. Meraviglioso. È stata la prima volta che quando mi sono avvicinato ad un banco non mi sia stato detto: cosa ti faccio assaggiare. Il mio background è comunque agricolo. Tutti i miei nonni erano agricoltori fino a che non si sono trasferiti a Latina e hanno fatto altri lavori. Il legame con la campagna è sempre rimasto e i miei ricordi sono in campagna. Da quando ho 22 anni sono totalmente vegetariano. Per scelta. Da un giorno all’altro ho sentito di non aver bisogno di mangiare la carne e non l’ho più mangiata. Tutto vissuto con naturalezza. Un ragazzone che dopo un problema di salute capisce cosa realmente vuole dalla vita. Cosa voglia dire veramente la vita. Il rispetto per le persone e per l’ambiente. Tutto con estrema naturalezza e senza talebanismi. Se ti dovessi dire da dove provengono, non lo so sicuramente È questa la cosa meravigliosa. Lorenzo non sa da cosa gli derivi questa sua propensione. Ma ce l’ha. E la coltiva. Con naturalezza. La mia attuale compagna Giulia mi sostiene in tutto anche in Vini Selvaggi. È parte dell’organizzazione e si occupa soprattutto della parte grafica e di comunicazione. L’energia è la migliore delle comunicazioni. E l’energia a Vini Selvaggi è la sommatoria di tanti produttori e tanti visitatori professionisti e non. Una sommatoria che fa dell’evento qualcosa di particolare e unico. Sono tanti che vogliono venire e sapessi a quanti diciamo di no. Abbiamo aperto le selezioni a luglio scorso ci sono state quasi 2000 richieste. Tante non erano a fuoco col tipo di manifestazione però anche di quelle a fuoco abbiamo consigliato di non partecipare. Non sono solo i vini che contano ma la loro potenzialità a cominciare a lavorare per svilupparsi. Ora, quasi tutti gli organizzatori di eventi che conosco, vanno in cerca di aziende produttrici come cani da tartufo e quando riescono ad arrivare ad un numero ben sotto il 100, brindano. Poco importa se sono pronte a svilupparsi. Conta che ci siano! L’approccio di Lorenzo e Giulia è profondamente diverso. Non banale e assolutamente intelligente poiché, se produci vino, specialmente se naturale, devi essere pronto ad approcciarti al mercato. Non produci solo per te stesso o per un ristretto numero di amici. Il mercato vuole vino e vino buono. Non si può mai togliere la parte edonistica che c’è dietro il bicchiere di vino, perché senza questa depotenziamo completamente il valore della socialità e del perché vogliamo stare insieme con un bicchiere di vino. Davanti ad un bicchiere di vino ci fermiamo a parlare di filosofia, di libri, di cinema, di musica. Parliamo di amori, di amori futuri, amori passati, parliamo di amicizie, parliamo di matrimoni parliamo anche di affari con un bicchiere di vino. Così è stato anche nella storia. Questo vuole il mercato. Perché il mercato sono le persone che vogliono vivere il vino proprio nella maniera che descrive Lorenzo. Una cosa che io consiglio sempre a tutti i produttori è: vieni a Roma, vieni alla fiera, non venire solo per la fiera, fermati un giorno in più prima o dopo, fatti un giro anche nei locali lascia qualche bottiglia campione. Fatti vedere e poi dopo due tre settimane rifai un altro viaggio a Roma. Rifatti il giro di tutti i contatti che hai preso in fiera. Rifai un altro assaggio, prendi appuntamenti. Ovvero, se vuoi coltivare le relazioni in un mercato importante come Roma devi fare così e non pensare che la fiera basti. Abbiamo capito che c’è talmente tanta carne al fuoco che non vogliamo distogliere i produttori e quindi il sabato ci sarà invece un’anteprima incentrata su momenti di riflessione di approfondimento. Ma anche di festa sana. Un modo per incontrare i produttori. Il sabato non ci saranno le classiche degustazioni al tavolo. Ci sarà una grande enoteca nella quale si potrà entrare a degustare. Ci saranno anche dei momenti di approfondimento, con degustazioni speciali e masterclass che stiamo definendo. Ci saranno tre associazioni di territorio: Ciociaria Naturale, Vulcano laziale e Senza Meja, produttori del confine sloveno italiano. Ricorre la giornata della memoria ed è interessante ricordare. Solo a guardare la pagina delle aziende partecipanti si capisce l’energia che si ritroverà a Vini Selvaggi domenica 8 e lunedì 9 marzo (con l’evento di apertura il 7) al San Paolo Distict di Roma. Ognuna delle aziende presenti rappresenta qualcosa di unico e speciale. Una storia alle spalle. Un pensiero. Una vita. Un modo di interpretare il vino. Persone. Cuori. Anime. Con la voglia di condividere. Attraverso il vino. Ecco perché Vini Selvaggi non è solo vino. È molto ma molto di più. È un dialogo che prende la forma di una bottiglia così che non si tratterà solo di degustare. Si tratterà di chiedersi che cosa avremo voglia di lasciare della terra che abbiamo ricevuto in prestito e se vogliamo o meno che il vino resti, almeno in parte, indomabile. Ivan Vellucci – Suggestioni di Vino
ivan.vellucci@winetalesmagazine.com Mi trovi su Instagram come @ivan_1969
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In wildness is the preservation of the world.
Nel selvaggio è la salvezza del mondo. Forse lo è anche del vino e non già perché naturale, perché non costruisce nulla ma asseconda la natura pur non rimanendo inermi e inerti (c’è sempre la tecnologia, non invasiva, che da una mano) o perché non si aggiunge nulla di chimico. No! È perché fornisce una risposta al bisogno di una interessante parte di pubblico che ama la narrazione autentica del vino e delle persone, personaggi che lo interpretano. Vini Selvaggi è l’evento romano e nazionale tra i più attesi dell’anno che riunisce una moltitudine di vignaioli naturali provenienti da tutta Italia e non solo. Un evento che già nel nome è una dichiarazione di intenti, quasi un manifesto: il vino, quando è selvaggio, non è addomesticato dal mercato ma dal tempo; non è corretto, è sincero; non è perfetto, è vivo. Il suo ideatore è Lorenzo Macinanti ne è l’ispiratore e l’organizzatore insieme alla compagna Giulia Arimattei. Lorenzo è un ragazzone che ti fa subito simpatia per quella capacità di raccontare e raccontarsi, di saper comprendere le esigenze delle persone. Insomma, le caratteristiche che uno che possiede e gestisce una interessante enoteca romana e che offre esclusivamente vini naturali, deve necessariamente avere. Solo che Lorenzo è laureato in lettere e ha avuto una interessante carriera negli hotel (!!). Ho fatto lettere e durante gli anni università ho cominciato a organizzare piccoli eventi. Così un po’ per gioco. Serate in discoteca, serate di concerti, eccetera. Da lì, mentre mi stavo finendo di pagare gli studi, ho trovato un annuncio che cercavano qualcuno in hotel per il classico lavoro del ricevimento. È così iniziata tutta una carriera nel mondo degli alberghi. Ho fatto il commerciale prima poi poi il General Manager. Nella vita accade sempre qualcosa che può cambiare o meno il corso degli eventi. Qualcuno se ne accorge, qualcuno no. Nel caso di Lorenzo, il 2017 segna uno stop forzato per i problemi di salute. Sono stato fermo per un po’ di mesi e dopo mi sono detto: ma io non voglio più tornare a fare questo lavoro. Come dargli torto. In un hotel, specialmente se è di lusso, occorre essere attenti ad ogni esigenza, celata o palese, dei clienti. Frenesia, attenzione, meticolosità, disponibilità. Tutto questo crea usura. Se non fisica, sicuramente mentale. In un hotel si viaggia per il mondo rimanendo fermi nello stesso posto. Anche questo può essere usurante. È così che Lorenzo, insieme ad un suo amico, decidono nel 2018, quasi per gioco di aprire Solovino. Una enoteca che voleva essere la classica enoteca di un tempo. Ricordate le librerie di un tempo prima dell’avvento de La Feltrinelli? Nulla da rimproverare a La Feltrinelli dove mi servo per l’acquisto dei libri, ma entrando in un negozio la prima cosa che si nota è la parete con la classifica. Potere del marketing! A Latina, dove sono nato, prima che l’apertura de La Feltrinelli lo facesse chiudere, c’era Piermario De Dominicis. Quando avevi voglia di un libro, andavi da lui e iniziavi a chiacchierare. Piermario ti parlava dei libri che aveva letto, degli autori, delle storie. Una chiacchiera, un racconto che non poteva che accendere qualcosa in me. Un bisogno di approfondimento che lui sapeva cogliere con il libro giusto. L’enotecaro di un tempo era così: entravi, gli dicevi a che ti serviva il vino, cosa dovevi abbinarci e lui ti tirava fuori le bottiglie dandoti quelle spiegazioni che solo chi aveva già assaggiato poteva darti. Volevo un po’ riposarmi da quel ritmo frenetico di prima. Ho detto magari apriamo una cosa tranquilla. Io sto lì, mi stappo una bottiglia di vino, qualcuno compra qualcuno no. Va bene così. All’epoca quando arrivai a Via Rialto era perché facendo una ricerca sul territorio, capì che quella poteva essere una zona in forte crescita proprio per il nostro tipo di attività. Via Rialto a Roma sorge all’ombra delle alte mura della Città del Vaticano. Un quartiere, il Trionfale, che con la storica via Cipro e Piazzale degli Eroi è salita alla ribalta con l’ascesa di Bonci e delle sue pizze così come di Stefano Callegari e il suo Trapizzino. In questo contesto Solovino appare come una classica vineria di quartiere con l’esposizione delle bottiglie e i tavoli per bersi un bicchiere con gli amici. Una atmosfera semplice e senza fronzoli per un locale dove il vino e le chiacchiere che ne fanno ornamento sono in perfetta sintonia. L’avevo aperta senza l’idea di vendere soltanto vino perché io sono sempre stato un appassionato, non un professionista. Dal primo giorno ho scelto di lavorare soltanto con i naturali perché erano quelli che avevo cominciato a bere già da qualche anno senza sapere neanche che si chiamassero naturali. All’epoca abitavo a Montagnola e a San Paolo c’erano un paio di enoteche dove mi servivo quasi tutti i giorni per comprare una bottiglia di vino per l’aperitivo gli amici a casa eccetera. Mi piacevano e capivo che quando poi tornavo a bere vini convenzionali ovvero con altre caratteristiche, non mi soddisfacevano. Niente di più che un gusto. Non una scelta di vita o chissà quale elucubrazione mentale: Lorenzo beve vini naturali perché gli piacciono. Punto. Piacciono a tal punto che tutta la sua enoteca nasce e si sviluppa attorno ai vini naturali. Un mondo nel mondo che ha in se non solo il vino ma le storie di ogni singolo vignaiolo che ha scelto di produrre quel tipo di vino per le ragioni più disparate. Storie che cercano solo luoghi dove possono essere raccontate e persone interessate ad ascoltare. Così come ci sono persone che amano i racconti, amano l’ascolto e non si vogliono limitare a mangiare o bere bovinamente quanto gli si presenta dinanzi. Mi rendo conto che Roma purtroppo aveva un grande problema legato alle fiere e agli eventi di vino. Non consideravo possibile che una capitale come Roma non avesse degli eventi importanti legati al mondo dei vini artigianali e naturali. Così ho detto: proviamo a farlo noi. Secondo uno studio di Rasin tra il 2016 e il 2024 nei maggiori paesi del mondo è cresciuta la quantità di vino naturale proposto da ristoranti ed enoteche. L’Italia è il paese dove la crescita è stata più alta: 3482.3%!!! Ormai l’Italia è il secondo paese più interessante per il vino naturale dopo la Francia ma è ancora quello più promettente. Roma? La città con il maggior numero di locali dove poter trovare vino naturale e comunque quella con maggiore possibilità di sviluppo. Una analisi del genere potrebbe far convertire molti al vino naturale! La prima edizione doveva essere qualche giorno dopo il lockdown. È stata proprio sfigatissima però abbiamo tenuto abbiamo duro nonostante abbiamo perso dei soldi perché avevamo la location pagata e tutto il resto. L’anno successivo abbiamo fatto la prima edizione totalmente all’aperto perché così ci richiedeva il governo dell’epoca. Ho comunque un ricordo positivo di quella manifestazione perché nata con la gioia di vivere dopo tanto tempo chiusi in casa. Un momento di grande formazione e di grande scambio. Lorenzo è un entusiasta e un positivo. Approccia così la vita e le cose che fa. Per fare qualcosa deve piacergli ma di quel piacere che non è effimero e egoistico. La sua enoteca vineria dunque Vini Selvaggi, non sono spazi per creare semplicemente business. Semmai sono ulteriori momenti di incontro con persone, anime, teste pensanti. Raccontare ed ascoltare racconti. Parlare. Ridere. Assaggiare. Questo è il reale bello della vita: accomunare le esperienze per capire quanto sia bello e vario il mondo. Abbiamo poi cominciato a lavorare prima presso Spazio Novecento, quindi con un ambiente più classico, tutto il marmo, molto bello. Poi abbiamo fatto anche un’esperienza a Bari in un castello Svevo. Nelle ultime due edizioni siamo arrivati invece a San Paolo District recuperando un po’ una location post industriale. Il senso di Vini Selvaggi è sempre stato quello di scardinare un pochino l’idea della fiera tradizionale in cui il produttore e l’azienda che si presenta è semplicemente una partita IVA. Volevamo il vino centrale. Non più il racconto dello stemma araldico inventato, ma l’incontro di persone vere. Quelli che producono il vino veramente. Poi, al tempo stesso, portare avanti l’attenzione del pubblico il tema che secondo me è il tema più importante ossia: cosa dobbiamo fare di questa di questa agricoltura, del nostro suolo, dei nostri territori, dei nostri paesaggi. San Paolo District sembra un mercato coperto. Ricordo esattamente il pensiero avuto lo scorso anno quando sono arrivato li: se ci fossero stati banchi di frutta e verdura non sarebbe cambiato nulla. Scetticismo. Prevenzione. Anche presunzione direi. Il numero di produttori mi è apparso subito impressionante: tanti, davvero tanti. Così ho cominciato a girare per le file con il solo scopo di osservare e ascoltare. C’erano giovani, tanti giovani. Molte coppie. Giovani. Anche con bambini piccoli nel passeggino. C’era allegria. Si parlava di vino. Si parlava di territori. C’era allegria e si parlava di vino. Meraviglioso. È stata la prima volta che quando mi sono avvicinato ad un banco non mi sia stato detto: cosa ti faccio assaggiare. Il mio background è comunque agricolo. Tutti i miei nonni erano agricoltori fino a che non si sono trasferiti a Latina e hanno fatto altri lavori. Il legame con la campagna è sempre rimasto e i miei ricordi sono in campagna. Da quando ho 22 anni sono totalmente vegetariano. Per scelta. Da un giorno all’altro ho sentito di non aver bisogno di mangiare la carne e non l’ho più mangiata. Tutto vissuto con naturalezza. Un ragazzone che dopo un problema di salute capisce cosa realmente vuole dalla vita. Cosa voglia dire veramente la vita. Il rispetto per le persone e per l’ambiente. Tutto con estrema naturalezza e senza talebanismi. Se ti dovessi dire da dove provengono, non lo so sicuramente È questa la cosa meravigliosa. Lorenzo non sa da cosa gli derivi questa sua propensione. Ma ce l’ha. E la coltiva. Con naturalezza. La mia attuale compagna Giulia mi sostiene in tutto anche in Vini Selvaggi. È parte dell’organizzazione e si occupa soprattutto della parte grafica e di comunicazione. L’energia è la migliore delle comunicazioni. E l’energia a Vini Selvaggi è la sommatoria di tanti produttori e tanti visitatori professionisti e non. Una sommatoria che fa dell’evento qualcosa di particolare e unico. Sono tanti che vogliono venire e sapessi a quanti diciamo di no. Abbiamo aperto le selezioni a luglio scorso ci sono state quasi 2000 richieste. Tante non erano a fuoco col tipo di manifestazione però anche di quelle a fuoco abbiamo consigliato di non partecipare. Non sono solo i vini che contano ma la loro potenzialità a cominciare a lavorare per svilupparsi. Ora, quasi tutti gli organizzatori di eventi che conosco, vanno in cerca di aziende produttrici come cani da tartufo e quando riescono ad arrivare ad un numero ben sotto il 100, brindano. Poco importa se sono pronte a svilupparsi. Conta che ci siano! L’approccio di Lorenzo e Giulia è profondamente diverso. Non banale e assolutamente intelligente poiché, se produci vino, specialmente se naturale, devi essere pronto ad approcciarti al mercato. Non produci solo per te stesso o per un ristretto numero di amici. Il mercato vuole vino e vino buono. Non si può mai togliere la parte edonistica che c’è dietro il bicchiere di vino, perché senza questa depotenziamo completamente il valore della socialità e del perché vogliamo stare insieme con un bicchiere di vino. Davanti ad un bicchiere di vino ci fermiamo a parlare di filosofia, di libri, di cinema, di musica. Parliamo di amori, di amori futuri, amori passati, parliamo di amicizie, parliamo di matrimoni parliamo anche di affari con un bicchiere di vino. Così è stato anche nella storia. Questo vuole il mercato. Perché il mercato sono le persone che vogliono vivere il vino proprio nella maniera che descrive Lorenzo. Una cosa che io consiglio sempre a tutti i produttori è: vieni a Roma, vieni alla fiera, non venire solo per la fiera, fermati un giorno in più prima o dopo, fatti un giro anche nei locali lascia qualche bottiglia campione. Fatti vedere e poi dopo due tre settimane rifai un altro viaggio a Roma. Rifatti il giro di tutti i contatti che hai preso in fiera. Rifai un altro assaggio, prendi appuntamenti. Ovvero, se vuoi coltivare le relazioni in un mercato importante come Roma devi fare così e non pensare che la fiera basti. Abbiamo capito che c’è talmente tanta carne al fuoco che non vogliamo distogliere i produttori e quindi il sabato ci sarà invece un’anteprima incentrata su momenti di riflessione di approfondimento. Ma anche di festa sana. Un modo per incontrare i produttori. Il sabato non ci saranno le classiche degustazioni al tavolo. Ci sarà una grande enoteca nella quale si potrà entrare a degustare. Ci saranno anche dei momenti di approfondimento, con degustazioni speciali e masterclass che stiamo definendo. Ci saranno tre associazioni di territorio: Ciociaria Naturale, Vulcano laziale e Senza Meja, produttori del confine sloveno italiano. Ricorre la giornata della memoria ed è interessante ricordare. Solo a guardare la pagina delle aziende partecipanti si capisce l’energia che si ritroverà a Vini Selvaggi domenica 8 e lunedì 9 marzo (con l’evento di apertura il 7) al San Paolo Distict di Roma. Ognuna delle aziende presenti rappresenta qualcosa di unico e speciale. Una storia alle spalle. Un pensiero. Una vita. Un modo di interpretare il vino. Persone. Cuori. Anime. Con la voglia di condividere. Attraverso il vino. Ecco perché Vini Selvaggi non è solo vino. È molto ma molto di più. È un dialogo che prende la forma di una bottiglia così che non si tratterà solo di degustare. Si tratterà di chiedersi che cosa avremo voglia di lasciare della terra che abbiamo ricevuto in prestito e se vogliamo o meno che il vino resti, almeno in parte, indomabile. Ivan Vellucci – Suggestioni di Vino
ivan.vellucci@winetalesmagazine.com Mi trovi su Instagram come @ivan_1969
19 Febbraio, 2026
Tommaso Cavalli e la Tenuta degli Dei
Il Viaggio di Francesca fa tappa nel Chianti, a Panzano, Località San Leolino, Greve in Chianti, nella rinomata “Conca d’Oro”, una piccola area nel cuore della Toscana, particolarmente vocata alla produzione di vino di pregio grazie alle caratteristiche uniche del suo territorio, portandovi a conoscere La Tenuta Degli Dei, una delle più affascinanti aziende vinicole, sinonimo di bellezza, d’eccellenza dove tutto rispecchia la meraviglia del Territorio Toscano: terra, vino e cavalli.
Un’azienda fortemente voluta da un uomo di fama internazionale, lo stilista fiorentino Roberto Cavalli, che ha cambiato con la sua genialità e creatività la moda, attraverso stampe e colori e che in una frase celebre si descrisse così: Mi considero un artista, con l’unica differenza che le mie creazioni si indossano, non si appendono ad un muro.
Le sue creazioni possono essere indossate e anche degustate. Roberto Cavalli, insieme al figlio Tommaso, adesso al timone dell’azienda, non hanno solamente dato vita oltre trenta anni fa a questa splendida realtà, ma anno dopo anno l’hanno interpretata con grande dedizione, passione ed amore, producendo dei vini di altissimo livello.
Tenuta Degli Dei… perché questo nome così importante? Così partiamo dagli inizi….solo così capirete il significato.
Roberto Cavalli acquista l’azienda agli inizi degli anni settanta, vivendoci per vari anni insieme al suo amato pastore tedesco che chiamava affettuosamente Lupo e che sul pedigree portava il nome di Didone degli Dei.
In onore del suo speciale amico a quattro zampe, praticamente la “sua ombra”, Roberto decide di chiamare l’azienda Tenuta degli Dei, così, in questo modo, anche tutti i cavalli nati nell’allevamento, che era l’originaria attività dell’Azienda, avrebbero potuto avere come nome finale “degli Dei”. Ma soprattutto, il suo amatissimo Didone, o meglio Lupo, sarebbe vissuto nuovamente in ognuno di loro.
Una bellissima tenuta, posta in una delle aree toscane più conosciute e amate in tutto il mondo, per il suo vino, ma anche per il suo magnifico territorio dove le vigne incontrano boschi selvaggi, fra colline e borghi dove il tempo si è fermato e si ferma, con le sue fortezze, le pievi e le tipiche case di campagna.
Ed è qui che Tommaso continua questo progetto raccogliendo l’eredità del padre Roberto, con l’ obiettivo della continuità in una coltivazione di qualità, che è l’unica strada che porta dritta alla produzione di eccellenza. Come il padre che nel mondo della moda ha osato e lo ha reso famosissimo, Tommaso porta avanti l’azienda lavorando ogni giorno con lo spirito anche lui di chi sa osare. Idee innovative e metodi sostenibili, condotti con passione e impegno continuo: così Cavalli produce il suo vino, che raccoglie aromi e fragranze del suo territorio, la sua luce, mosso da uno spirito moderno nel pieno rispetto dei valori della tradizione toscana e della loro essenza più autentica. La spiccata sensibilità per tutto ciò che è buono e genuino, unito a una costante ricerca del bello ereditata anche dal padre Roberto, lo portano a seguire le proprie passioni per progettare e condurre numerosi progetti nel campo del “food & beverage. “
A cominciare dalla preziosa Grappa Degli Dei in edizione limitata, fino alla famosa ed esclusiva Roberto Cavalli Vodka, un capolavoro di gusto, sofisticata ed elegante, prodotta in Italia, ma che ha conquistato i palati più esigenti ed accompagnato le serate mondane e di tendenza in tutto il mondo. Dopo tutta la sua affascinante storia arriva il momento importante di addentrarci nei vini prodotti qui nella Tenuta, fra vigneti posti in aree strategiche e preziose ed i locali della cantina, che si trovano all’interno della Pieve di San Leolino, un magnifico esempio di Romanico Toscano, risalente al IX secolo d.C., sviluppandosi su due livelli, La Tinaia e La Barricaia.
Una produzione quasi in tiratura limitata, esclusiva, raffinata, in perfetto stile Cavalli, così come questi cinque vini, pura essenza toscana con un tocco elegante internazionale:
ESTER TOSCANA IGT 100% Sangiovese, vinificato in Rosato.
Se nel calice è di un rosa tenue elegante, all’olfatto è fresco e delicato, rivelando un bouquet di petali di rosa, fragola e melograno. Il sorso è succoso, pieno e vivace, conservando un finale persistente e minerale. Ogni calice è un invito a celebrare la vita con vivacità e armonia.
SARA IGT SAUVIGNON BLANC Colli Toscana Centrale IGT, 100%.
Sauvignon Blanc, elegante ed equilibrato, giallo paglierino dai riflessi verdognoli, si distingue per le intense note vegetali e floreali, note agrumate e di frutta bianca, mentre al palato è fresco e di ottima mineralità.
FORCOLE CHIANTI CLASSICO DOCG
Qui.., c’è veramente da dire molto…Sangiovese in purezza, che nasce su un vigneto di tre ettari. Dopo la vinificazione, matura circa 10 mesi in tonneaux di 2° e 3° passaggio e gli ultimi 4 mesi affina in vasche di cemento non vetrificate. Il risultato è un inno alla migliore tradizione della denominazione, piacevolezza ed eleganza. Rosso rubino intenso e brillante, al naso si presenta con una piacevole intensità ed una complessità aromatica. Possiamo ritrovare aromi floreali tipo la viola o aromi fruttati che ricordano i frutti rossi come le more o frutti di bosco, ma anche note di spezie come un leggero sentore di pepe, nonché i tipici aromi tostati che il legno regala. Al palato, invece, si presenta secco, di ottima struttura, morbido e persistente.
LE REDINI TOSCANA IGT.
Da uve Merlot e da una piccola percentuale di Alicante, un vino rosso rubino carico, che all’olfatto si apre con un’intensità scura e una consistenza vellutata con molti sentori di mora fresca, prugna, ciliegia, rosa selvatica, viola e spezie, mentre al palato è un tripudio di frutti rossi, molto morbido, corposo, raffinato, con una delicata nota di legno ben integrata ed un finale lungo e persistente.
ECAVALLI TOSCANA IGT
Cabernet Sauvignon 50%, Petit Verdot 35%, Cabernet Franc 15% , affinato in barrique/tonneaux per 18 mesi circa. Un vino elegante, che al calice si presenta di un rosso rubino intenso, mentre al naso si presenta con una piacevole intensità ed una complessità aromatica di aromi fruttati a bacche scure e frutta rossa matura, aromi di espresso e cioccolato ed un tocco di spezie esotiche. Ma è dal palato che conquista ancora di più: elegante, setoso, profondo, strutturato e grande lunghezza, oltre ad una persistenza unica ed un finale interminabile.
Ma… Tenuta Degli Dei è una sorpresa dopo l’altra e arriva così anche un olio speciale…FOHO FIORENTINO, un pregiato olio piccante toscano prodotto in azienda e creato dalla fermentazione naturale di peperoncini Habanero in olio extravergine d’oliva per circa un mese, seguito da 6 mesi di decantazione. È un condimento naturale al 100%, senza additivi, dal sapore intenso, ottimo su verdure o carne, praticamente, una specialità gastronomica di alta qualità che unisce la tradizione toscana con un tocco “infuocato”.
Il viaggio di Francesca finisce qui, consigliandovi una sosta a conoscere la Tenuta Degli Dei , Tommaso Cavalli ed i suoi vini, i suoi gioielli, le sue creature, in questa terra favolosa che è il Chianti, che vi porterà a chiudere gli occhi ed immergervi in un’atmosfera unica, suggestiva e rilassante, per poi riaprirli e dedicarvi ad un ozio rigenerante, fra i piaceri della tavola e del buon vino, regalandovi, infine, scorci di una bellezza rara ed emozionante.
Francesca Sardelli – Il viaggio di Francesca
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