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16 Gennaio, 2026
Torna Enocup! Il campionato a squadre di degustazione e cultura del vino
Il 9 maggio 2026 tutti in gara per festeggiare i vent’anni di Winesurf.
Winesurf, nato a maggio 2006, celebra il traguardo dei 20 anni riportando in scena “Enocup, il campionato a squadre di degustazione e cultura del vino”, una competizione pensata per chi ama mettersi alla prova tra quiz e calici bendati. La formula è semplice e divertente: squadre da 2 a 4 persone, una prova di cultura generale sul mondo del vino e una di degustazione alla cieca di sei vini italiani, con domande curate da giornalisti, enologi, comunicatori e professionisti che comporranno anche la giuria.
Come si svolge la gara
Enocup 2026 si terrà sabato 9 maggio 2026 presso l’azienda Rocca delle Macie, Località Le Macie 45, 53011 Castellina in Chianti (SI), con inizio gara alle 10.30 e registrazioni delle squadre entro le 9.30. La prova di cultura generale prevede 10 domande sul mondo del vino, ciascuna firmata da un “nome” del settore e con punteggio dedicato, mentre la prova di degustazione consiste nell’assaggio di sei vini italiani bendati, sui quali occorrerà rispondere a una serie di quesiti tecnici e di riconoscimento.
Le due prove si svolgono in un tempo complessivo di 120 minuti, pensati per permettere a ogni squadra di confrontarsi, ragionare e condividere competenze, trasformando la gara in un’esperienza formativa oltre che ludica. L’invito è aperto ad appassionati, sommelier, enologi, giovani curiosi e addetti ai lavori che vogliono testare le proprie conoscenze in un contesto informale, immersi nel paesaggio del Chianti Classico.
Premi: il sogno di ogni appassionato
Enocup offre una dotazione premi che per gli amanti del vino ha il sapore del “tesoro” in cantina: per il 1° premio, ogni membro della squadra vincitrice riceverà 30 bottiglie di grandi denominazioni come Brunello di Montalcino, Barolo, Barbaresco, Chianti Classico e altre, selezionate tra gli assaggi della guida Winesurf. Al 2° premio sono previste 18 bottiglie per ogni componente della squadra, sempre dalle denominazioni più importanti, mentre il 3° premio mette in palio 12 bottiglie a testa, tutte scelte tra i migliori vini italiani degustati dalla redazione.
Dal 4° al 10° posto sono previsti premi di consolazione, con la possibilità che si aggiungano ulteriori riconoscimenti offerti da aziende vinicole e partner non solo del settore wine. La premiazione si svolgerà nel pomeriggio del 9 maggio, sempre a Rocca delle Macie, chiudendo la giornata tra brindisi, racconti di gara e nuovi incontri tra appassionati.
Come iscriversi a Enocup
La partecipazione a Enocup è gratuita e riservata agli abbonati al Club Winesurf: tutti i componenti della squadra devono essere soci sia al momento dell’iscrizione sia il giorno della gara. Per iscriversi è sufficiente copiare e compilare il format disponibile sul sito Winesurf nella pagina dedicata a Enocup 2026, quindi inviarlo via e‑mail all’indirizzo redazione@winesurf.it, indicando i dati della squadra e del capitano.
Aggiornamenti, video del direttore Carlo Macchi sull’organizzazione e sulle sorprese per partecipanti e accompagnatori, oltre a contenuti extra, saranno pubblicati su winesurf.it, sulla pagina Facebook Enocup, sull’account Instagram di Winesurf, sul canale YouTube WineSurfTube e sul profilo TikTok dedicato. Enocup diventa così anche un racconto digitale, da seguire prima e dopo la competizione.
Un weekend tra gioco, Toscana e grandi vini
Oltre alla gara, Enocup è l’occasione per passare uno o più giorni nella campagna toscana, visitando Rocca delle Macie e il territorio di Castellina in Chianti, tra vigneti, cantina e degustazioni. L’appuntamento del 9 maggio viene presentato come un invito a divertirsi, incontrare altri appassionati e assaggiare ottimi vini in un contesto paesaggistico e produttivo tra i più iconici del vino italiano.
La Redazione
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16 Gennaio, 2026
Bricco Visconti. Giorgio, la vita è adesso
Chissà perché a mia figlia di due anni e mezzo, piace il lupo. Oltre a chiedere spessissimo di vedere i cartoni animati dove il lupo è protagonista, allo zoo ha sorvolato su tutti gli animali per poi fermarsi, a lungo, al recinto dei lupi.
Incredibile davvero quanto i bambini possano stupire.
Cosa c’entra il lupo? C’entra, c’entra. Dove c’è un lupo ci sono i tre porcellini. Un binomio perfetto per le favole. È proprio in una di queste che narra di come i tre porcellini si cimentino nella costruzione delle proprie case.
Il primo porcellino viene descritto come colui che non ha voglia di affaticarsi più di tanto essendo interessato solo al gioco. Costruisce allora, in breve tempo, una casa di paglia che gli altri due porcellini giudicano poco sicura.
Il secondo porcellino, più posato del precedente, costruisce la propria casa con il legno. Più laboriosa certo e sicuramente più efficace per la difesa dal lupo. Anche se il terzo porcellino non ne è che ne sia proprio convinto.
L’ultimo porcellino si arma di tanta pazienza e forza di volontà per costruire una bella e solida casa in mattoni. Impiega tantissimo tempo così che gli altri lo prendono in giro per essersi tanto sbattuto.
Quando il lupo si palesa, la casa di paglia viene spazzata via dal suo poderoso soffio in un battibaleno. Stessa sorte, con leggero sbattimento per il lupo, spetta alla seconda, quella di legno. Dove il lupo non riesce a far nulla è per la casa in mattoni. Indispettito cerca di entrarvi attraverso il camino ma ad aspettarlo c’è un bel catino pieno di acqua calda che si scalda ulteriormente grazie alla legna che arde. Vi lascio immaginare il finale e i sorrisi di mia figlia.
Devo essere sincero: la favola è indubbiamente ben comprensibile ai bambini poiché insegna come una casa di mattoni sia maggiormente stabile e duratura di una in paglia (o di legno). Non sarebbe però meglio che i bambini si ponessero qualche domanda in più? Per esempio: è sempre utile avere una casa stabile? È possibile avere una casa di paglia stabile? Perché scegliere paglia o legno? Quale delle tre case è più ecosostenibile?
Sarebbe bello insomma se i bambini si (e ci) facessero domande in genere. Vorrebbe dire avere una coscienza critica. Speriamo almeno si sviluppi con il crescere.
Chi studia antropologia ed etnologia sa benissimo come le case di paglia, piuttosto che quelle di fango, siano tipiche di tante popolazioni. C’è chi le realizza con sassi, chi con foglie, chi persino con il ghiaccio. Senza divagare, a guardar bene quel cartone animato, l’impressione è che possa essere stato commissionato da imprenditori edili.
Suvvia, sto scherzando ovviamente. Eppure, i bambini cresceranno con il pensiero anzi, con la certezza, che una casa di paglia sia poco sicura. Meglio dunque non farla.
Però, oggigiorno, con l’attenzione alla sostenibilità ambientale e il diffondersi della bio edilizia, le case di paglia non sono più ne un tabù ne ad appannaggio di porcellini scansafatica. Certo, non è che siano realizzate completamente in paglia ma con l’uso di legno e di terra cruda, la casa è presto (si fa per dire) fatta. Isolamento termico e acustico, protezione dall’umidità, i principali vantaggi.
Cosa diavolo c’entrano ora i tre porcellini e la casa di paglia con il vino?
Eh, lo so, complicato a capirsi. Almeno all’apparenza però.
Il vino da sempre matura e affina in contenitori. Dalle qvevri georgiane al cemento, dal legno all’acciaio, dal vetroresina al coccio. Sempre e comunque, nelle bottiglie di vetro. Ognuno di questi contenitori ha un suo grado di “neutralità” intendendo per questo la capacità di creare interazione tra il contenitore stesso, l’ambiente circostante dunque il vino.
Partiamo da qui. Perché proprio disquisendo di contenitori di ceramica a forma di uovo mi sono imbattuto in Giorgio Migliasso e la sua Azienda Vinicola Bricco Visconti
Tutto nasce dall’azienda di famiglia che ora non c’è più, ma diciamo che fino ai miei 28 anni c’era un’azienda di famiglia a Ferreira nell’astigiano. Io nasco proprio in questa azienda e come unico maschio ero destinato ad entrare in tutte le botti nelle quali non entrava più nessuno e pulirle. Mamma si metteva a fare la maglia e io dentro queste botti a quattro anni. Non capivo cosa ci facesse sempre davanti al bocchettone. Poi ho capito…
Insomma nel vino da sempre, si può dire. Poi gli studi a Torino in Scienze Politiche con i classici ritorni a casa nel fine settimana. Studi mai finiti purtroppo anche se di esami ne mancavano davvero pochi. Sarà per via della vita da fuorisede che, ovviamente, piaceva, del militare come intermezzo, di altri interessi. Bighellonando, non è che gli esami si facessero da soli. Quando parlo con Giorgio, intuisco la sua propensione al divertimento tra amici. Sobria, per via del suo essere piemontese, ma comunque sia, cazzeggio.
Anni particolari quelli. A Torino specialmente. Potevi finire bene o male in un attimo. Gli amici di Giorgio, come li definisce lui stesso, illuminati e appassionati di bioedilizia, iniziano a costruire case in paglia e a coinvolgerlo. All’età di 28 anni si ritrova in Svizzera a studiare e lavorare proprio nel campo della bioedilizia. Un mondo strano, particolare, unico, che diventa vera professione apparentemente lontana dal mondo del vino. Apparentemente.
Paglia, coccio pesto, terre crude. Materiali con capacità di adattarsi a qualunque tipo di utilizzo.
Ero sempre insieme a questi due amici. Uno di questi nel frattempo, anche lui appassionato di vini, inizia a farsi anche lui il suo vino con il suo percorso. Iniziamo quindi, insieme, a fare un vino con contenitori differenti, che non fossero contaminanti.
Le vigne di famiglia racchiuse in un singolo ettaro. Giorgio, solo per passione, il vino continuava a farlo, in maniera artigianale e con l’aiuto di mamma e papà. Un vino di casa, fatto anche un po’ controvoglia. Metodi tradizionali e poca propensione a quel tipo di attività. Per uno, quasi scappato da quelle terre e in cerca di qualcosa di più attrattivo, l’interesse per la terra ed il vino erano legati unicamente alla famiglia. Non certo a se stesso. Almeno fino a quando quella cultura, quasi filosofia, legata al mondo della bioedilizia fa breccia penetrando fortemente li dove meno te lo aspetti.
I contenitori che utilizzavo come cemento e vetroresina piuttosto che il metallo mi venivano un po’ stretti. Imparavo che i nuovi materiali avevano un PH diverso, una traspirabilità diversa, una contaminazione quasi inesistente anche a livello chimico. Imparando un po’ questi materiali siamo arrivati alla porcellana con il passeggio precedente con il grès.
Un po’ nella cantina di Giorgio, un po’ nella cantina dell’amico. A Barbaresco. Piccoli alchimisti che sperimentano non tanto il vino quanto i contenitori e i materiali. Scegliere contenitori che non potessero subire alcun tipo di contaminazione esterna o intrinseca del materiale stesso.
Per intenderci, quando si parla di contaminazione, non dobbiamo pensare solo al legno che rilascia tannini o sostanze in grado di conferire note particolari al vino, ma anche a quei materiali che lasciano permeare umidità, temperatura, cariche elettrostatiche. Qualunque cosa che possa, in un modo o nell’altro, influenzare la maturazione del vino. Oltre l’ossigeno ovviamente. Perché se è vero che l’ossigenazione delle masse rende vivo il vino stesso, una eccessiva esposizione rende il vino ossidato; una scarsa esposizione, ridotto.
Il vino aveva la caratteristica di essere molto ridotto, per cui non non di pronta beva come un vino normale. Essendo ridotto, doveva stare più tempo in bottiglia e abbiamo capito che in bottiglia aveva poi il suo sviluppo maggiore.
Un vino ridotto nel peggiore dei casi saprà di uova marce. Non proprio qualcosa di cui vantarsi. Complicato correggerlo e non sempre la decantazione (o una soluzione cuprica) fornisce risultati apprezzabili. Strano dunque immaginare come la permanenza in bottiglia possa aver corretto la riduzione generata da contenitori ermetici.
C’è però una differenza sostanziale rispetto a tutte le altre situazioni: le case di paglia al cui interno non è praticamente presente umidità. Era in questi ambienti che i contenitori venivano stivati. Un connubio che poteva indurre a pensare come qualcosa di diverso si stesse realizzando.
Quel secco si è sposato perfettamente coi nostri contenitori tant’è che ho iniziato all’interno del salone di casa mia i primi esperimenti su queste uova a temperature costante.
Nessuna traspirazione dei contenitori. Nessuno scambio con l’esterno. Nessuna influenza del contenitore con ciò che c’è intorno. Un materiale che fa e non fa la differenza nella trasformazione del vino.
Un concetto che ha radici nell’antichità con i georgiani che l’avevano già capito migliaia di anni fa (anche se in quel caso invece del ridotto c’era l’ossidazione). Loro usavano le grandi qvevri di terracotta interrate, Giorgio e i suoi amici dei contenitori ceramici a forma di uovo. L’uovo, una forma ancora più particolare di una sfera. Qualcosa che rasenta il divino o meglio, rappresenta l’imperfezione umana della perfezione divina della sfera.
Uno degli amici si era appassionato di ceramica. Lui si faceva i suoi corsi ceramica in Cina e si era addirittura comprato un vigneto proprio in Cina. Tra Nepal e Cina. Un pazzo scatenato. Ha trovato questi mastri ceramici che realizzano capolavori. Pezzi comunque costosi. Ha seguito in questa bottega la costruzione delle uova. L’idea della forma è stata di avere un contenitore privo di angoli morti all’interno. L’esperienza di vita che il vino ha nei contenitori include sempre angoli morti dove il vino è fermo. Nelle uova c’è sempre un leggero movimento. Il vino può muoversi. Siamo andati all’estremo. Magari erano pippe mentali, però ci piaceva.
Micro movimenti. Pressioni. Non saprei dire se questo fisicamente si realizzi e se possa o meno avere una certa influenza nella maturazione del vino. Ciò che ho imparato negli anni di frequentazioni legate a questo mondo è solo ed esclusivamente conferma di quello che dall’antichità ci viene trasmesso: il vino è materia viva.
Un concetto non banale e di altissimo valore filosofico che implica come non vi sia mai una soluzione giusta o una sbagliata quando si trasforma l’uva in vino. Ci sono modalità diverse che permettono di sognare, vivere, morire. Ogni modalità diventa flusso energetico per consentire alla materia viva di esprimere ciò che ritiene possibile. Ogni elemento diverso funge da abilitatore a qualcos’altro. Ogni piccolo, magari insignificante, particolare, anche emotivamente personale, diventa fondamentale elemento. Che cosa sia, cosa produce, occorre solo scoprirlo.
Volevamo una sfera, una superficie sferica. Ma il vetro non andava bene perché faceva penetrare la luce. Adesso i francesi hanno creato delle damigiane da 250 litri, costose come il fuoco e rifrangenti, cioè non entra più la luce. Anzi, la riflette all’esterno. Però a fronte di 6000€ di contenitore, non so chi ha questi soldi.
Quando il vino è rispetto per la natura, per i materiali che si trovano spontaneamente, per case tirate su nella totale simbiosi con il Creato, il transito verso l’agricoltura biodinamica diventa un passo che, oltre che essere breve, è quasi scontato. Se non obbligato.
Ormai compio 10 anni da quando non metto più solforosa nei miei vini. Ma zero. Vuol dire rischiare tantissimo. Siamo sbarcati anche sul propoli. Dipende dall’annata. Il 2023 è stato un anno molto solare. Ha piovuto pochissimo e in vigna sono entrato, pensa, due volte. Abbiamo raccolto tantissimo ed è stato bellissimo. Nel 2024, 50 giorni di pioggia. Alcuni alcuni dei miei conoscenti che sono andati in vigna tipo 27 volte biologici. È morto soltanto il Nebbiolo e l’Alba rossa. Sono riuscito a raccogliere tranquillamente il Grignolino e la Freisa.
Fermatevi un attimo a questo punto e riflettete sul potere delle amicizie e delle frequentazioni. Come possa cambiare la mente alle persone il frequentare alcune persone rispetto ad altre. Nessun giudizio di nessun tipo ma ciò che Giorgio ha oggi in se, ciò che oggi è, lo deve all’incontro con quelli che ancora oggi sono gli amici più cari. Poco importa aver finito gli studi. Ciò che conta è quello che la vita gli ha insegnato.
Un incrocio di destini che porta a percorrere determinati binari della vita. Magari, in un altro luogo della vita, Giorgio avrebbe comunque incontrato quei binari, chi lo sa. Ciò che conta è che oggi li stia percorrendo in un solco di qualcosa ove si sente felice e a proprio agio. Meraviglia pura!
Oggi siamo ancora qui a sperimentare. Ho avuto pienamente i permessi, perché finalmente costruirò la la prima cantina in paglia dove queste uova staranno al meglio. Siamo riusciti a stoccare il metano per cui io d’estate produco 6/7 m³ al giorno di metano. Ho delle padelle sul fuoco che continuano a bollire. Quando riesco, la maggior parte cibo, sennò acqua perché non posso stoccarlo. Ne stocco 24 m³ con dei palloni cinesi nel sotto. La mia compagna dice prima o poi scoppiamo tutti quanti. Sperimentiamo tutto nelle nostre case.
Siamo sempre tre amici che ci troviamo. Quando uno ha una idea ci troviamo. Tre più un quarto che gira il mondo. Due producono vino e un altro è un architetto che ha comprato delle case ad un euro e lo sta rimettendo a posto.
La decisione di lasciare il lavoro con la bioedilizia e dedicarsi unicamente alle vigne, diventate di circa due ettari e mezzo per via di un lascito parentale, manco a dirlo, dopo il covid. Nessuna voglia di produrre tanto, di arricchirsi, di avere successo. Al contrario, l’unico vero obiettivo è quello di non superare le 7000 bottiglie. Insomma, non un numero utile per sbarcare il lunario.
In questi 25 anni di lavoro ho costruito abbastanza. Ho anche diciamo i piedi in più scarpe, nel senso che ho delle case in affitto. Tra queste cose e la sperimentazione sono le fonti di reddito. Ma certo non vivo nell’oro.
Non vive nello sfarzo, anche perché non gli piacerebbe. La vigna si potrebbe anche sostenere ma lui non ne ha voglia.
Ho deciso di avere questa politica di non dare bottiglie ai distributori, perché quando mi avvicinano, le vogliono comprare al 45% in meno. Ne faccio sinceramente a meno e le lascio ai miei figli. La mia politica è incontrare enoteche e ristoranti.
È meraviglioso parlare con Giorgio. Scanzonato, flemmatico, sembra quasi un guascone. Invece è una persona splendida. Di quelle con la quale dialogheresti per ore di qualunque cosa. La natura certo. Le cose belle della vita. L’amicizia. Il vino. Si anche anche il vino. Che sia un po’ un mezzo, un po’ un fine. Un mezzo per fare altre cose; un fine per realizzarlo e usarlo con gli amici.
Lo sforzo è tantissimo perché comunque lavorare in vigna, terreno c’è tantissimo lavoro e sei sempre in balia appunto di questo clima. Però quello che faccio io alla fine, non so nemmeno se faccio il 5% del totale. Il resto lo fa la natura.
Una sorta di consacrazione di quanto la natura è in grado di fare e non fare ma, soprattutto, una filosofia che non prevede interventi particolari in vigna e nessuno in cantina.
Il fatto di essere tornato a fare il vino dopo gli anni che ho lasciato l’azienda di famiglia, mi dà molta come dire, soddisfazione. Carica anche. Che in fondo non lo so ho cercato di eliminare il fatto dì essere un agricoltore per fare il borghese. Invece sono contento di essere ritornato qua. Con una mentalità molto differente. Un approccio completamente nuovo.
In fondo è quello che hanno fatto in tanti oltre a Giorgio. Scappare dalle campagne perché attratti da una vita diversa. Borghese, come la definisce lui. La città, i locali, la vita diversa immaginata come meno difficile per poi scoprirla alienante, uguale, ossessiva, compulsiva, priva dei ritmi naturali e del calore del sole. Oltre che della gente.
Tornare ai lavori basici mi dà sempre una sensazione di avere i piedi per terra.
Gli studi portano lontano dalle origini. Solo i principi sani riportano invece alle radici di noi stessi. I valori che consentono di costruire qualcosa di solido e duraturo nel tempo.
Ho un figlio che sta studiando in Svizzera e non sa bene se vuole tornare o no. I figli della mia compagna vivono a Torino e li vediamo nel fine settimana.
Io sono sempre un po’ sognatore. Non so neanch’io sé rimarrò ancora tanto qui. Sono da sempre innamorato della Grecia e volevo prendermi un grande barcone. In un bel porto che abbiamo trovato sarebbe fare il vino sulla barca. Questo rollio che culla il vino…
Non è un underwater wine ma un pensare al rollio che possa agevolare il rimescolamento e far sì che tutte la massa e tutte le componenti all’interno di siano sempre in continuo movimento. In fondo ci sono delle macchine che fanno questo mestiere. Farlo fare alla natura, perché no?
Io immagino il vino come noi. Se stiamo fermi ci si irrigidisce, se ti muovi c’è più dinamismo.
L’idea anche di cambiare idea. L’idea di cambiare perché uno invecchia. Vivere dove i confini tra cielo e mare non ci sono più. Silvia, la compagna ama la Grecia e lo ha sempre portato in Grecia. Nella luoghi non turistici. Specialmente nel Peloponneso dove c’è l’anfiteatro greco pazzesco di Epidauro.
È bellissimo. È ancora tutto intero ed è emozionante cioè stare lì è veramente. Credo nelle cose che sto facendo e vorrei solo esprimere quello. Non devo insegnare niente. I miei vini non è che devono piacere. Non piacciono neanche a tutti, per cui non ho nessun problema.
I vini? Eh parlare di vini con Giorgio è come parlare di un singolo pezzo della sua vita. Importante certamente, non fondamentale. Tanto che non produce sempre gli stessi. Dipende. Dipende dalla annata ma anche da come gli va quell’anno. Ne produce poche (440 per anno), davvero poche bottiglie e tutti con i vitigni tipici del territorio.
Posso solo giusto spostare il vino da parte all’altra della cantina. Posso fare un assemblaggio. Posso fare una fermentazione in base al clima. In questi ultimi due anni mi è capitato che si facesse tutto in quattro giorni per cui non sono riuscito a fare alcuni vini. Per esempio, ti parlo di un vino che per me è uno dei migliori vini, come capacità di modificarsi e essere buono: il Grignolino. Puoi fare il base, il secco, l’ancestrale o il rifermentato in base al clima. Io guardo anche molto alla stagionalità per quello che mi arriva. Dipende da cosa mi trovo e poi dipende da cosa mi lascia la natura. L’altro anno il Nebbiolo neanche me lo fatto assaggiare. Però questo ti dà possibilità di giocare sulle tue cose, nel senso perché di assecondare più che altro.
Miass, il Dolcetto (bottiglia 44 di 440, anno 2021), è un vino che non nasconde le sue spigolosità, la sua struttura rustica e schietta. Non è un addomesticato per piacere a tutti. Almeno subito. È austerità iniziale che diventa accoglienza. L’effluvio balsamico di frutta secca, di scorza di arancia, di sottobosco, si fa casa. La sua profondità intrigante non è un mistero per soli iniziati, ma un dono per chi si ferma ad ascoltare. È un vino libero che non aggiusta il carattere con solfiti, non ammorbidisce le sue idee per compiacere. I tannini vibrano, ma si addolciscono come pietre levigate dall’acqua. La fresca sapidità irrora la bocca e lascia una scia luminosa, come la promessa di un ritorno. Affinato in un uovo di ceramica, si è evoluto protetto ma libero, seguendo solo la sua natura.
È la prova che la vera bellezza, a volte, ha un accesso spigoloso. Ma è proprio lì, nel suo cuore autentico e per tutti, che si trova l’appagamento più vero. Dalla sua austera complessità trae la ragione di essere condivisa.
Sofi è il rosso da Grignolino. Bottiglia 49 di 440 anno 2023. Un vino che respira e aiuta a respirare. Il rubino che da spazio al granato avvolge il naso con tanta frutta fresca che il balsamico agevola non poco. Nel sottofondo c’è quel velo di sottobosco che lo rende intrigante. I fiori concedono un po’ di finezza ad un Grignolino che già come è al naso, berrei tutto.
In bocca la voglia di finire la bottiglia aumenta esponenzialmente. Fresco e godurioso con i tannini che decisamente affievoliti. La ciliegia si spande in bocca tanto che sembra amabile ma amabile non è proprio. Secco e sapido arriva in bocca che sembra caldo ma caldo non è visto che i gradi sono solo 12.5. Ciò che alla fine rimane in bocca è solo il desiderio di un altro calice. Peccato la bottiglia sia solo 0.75l.
Luis, bottiglia 327 di 440, anno 2021 è la Freisa. Così se ci si aspetta un vino semplice, poco impegnato e magari popolare, la delusione è dietro l’angolo. Oppure lo stupore per un vino che mantiene quel marchio di fabbrica di Giorgio: freschezza, frutta e sottobosco in sottofondo. Stavolta però il sottobosco è bagnato. Emerge, a poco a poco, il floreale così da farlo diventare elegante, altro che popolare.
In bocca c’è un qualcosa che mi fa ricordare che la Freisa rimane comunque rustica. Ma chissenefrega perché Luis si beve e si beve bene grazie al suo essere decisamente fresco e sapido con un calore poco percepibile. Il tannino c’è ancora ma la snellezza non ne viene compromessa. Fine e delicato con una frutta che rimane in bocca delicatamente, senza eccessi. Sarà veramente diventato elegante?
Poteva mancare il Dio Nebbiolo? Non scherziamo. Fatto alla maniera di Giorgio però. Pit è dunque il Nebbiolo 2020, bottiglia 142 di 440. Elegante e granata come i nebbiolo che si rispettino con qualche anno sulle spalle. Eppure gli anni non bastano a far maturare la frutta al naso. Un velo di balsamico e tante erbette di campo contribuiscono a dare un senso di aspra freschezza bagnata.
Così, mentre ti prepari a ricevere in bocca qualcosa di aspro, eccolo li che Pit ti sorprende per la piacevolezza di tannini ben addomesticati (miracolo dell’uovo di ceramica) che si sono avviluppati alla frutta. Sa di vino genuino (e vorrei vedere visto il Credo di Giorgio) con un senso di affumicato. Sapidità interessante così come la inaspettata rotondità. Insomma, un vino che non ha dimenticato di essere un Nebbiolo così da essere a tratti spigoloso ma al tempo stesso garbato. Come se la potenza del Nebbiolo incontrando le rotondità dell’uovo di ceramica abbia deciso di smussarsi.
Sofi ha il suo rosato: è la bottiglia 94 di 440 anno 2023. E che rosato!
Sembra proprio qualcosa di diverso rispetto al rosso. Sentori di pesca e albicocca con un tocco di alloro, basilico e menta. Poi fiori di camomilla e di zagara. La sensazione? Non sa di vino. Tutto è così tenue ed elegante, delicato e fresco che ti penetra tutto dentro senza che te ne accorgi. Una coccola con i suoi 11 gradi.
Il sorso, con la sua freschezza e un grado alcolico basso lo rendono una chicca. Si, magari non ha un corredo aromatico pazzesco ma è proprio questo il bello: lo si beve senza pretese ed è così buono e fresco che la bottiglia si finisce.
Anche Pit ha il suo rosato. La bottiglia 155 di 440 2023 nel calice sa immediatamente di frutta croccante e di qualche erbetta di orto. Insomma freschezza che poi in bocca si ritrova totalmente: è un Nebbiolo e non è che si spenga così facilmente. Dimostra un suo calore intrinseco così da renderlo particolarmente avvolgente. Se è un vino estivo non lo da particolarmente a vedere ma secondo me è un po’ per tutte le stagioni regolandosi con la temperatura di servizio. Sul rosato di Pit a 8 gradi in estate si finisce la bottiglia. In inverno a 10/12 la sorte diventa la stessa.
Tutti i vini che ho assaggiato hanno la particolarità che si finiscono. Non c’è stata una bottiglia che non avrei finito e in alcuni casi, non da solo, ciò è accaduto. Rosso o rosato che sia, un sorso tira l’altro.
Poi c’è anche da dire che uno fa una cosa diversa, la sbaglia e magari ti viene fuori un vino migliore dell’altro. Però devo dirti che la cosa più incredibile di tutti i miei vini è che ogni volta che imbottiglio dico questo è proprio il peggiore. Mi capita con quasi con tutti i vini tranne forse quelli rosati. Con rossi lo prendo, lo metto in cantina, perché hanno questo problema di riduzione, va nell’angolo più buio della cantina. Lo metto in castigo, perché pensavo venisse meglio. Assaggiando un anno, secondo anno, magari diventa il migliore. Hanno una evoluzione che è sempre una sorpresa.
Questa la meraviglia di un uomo, della sua filosofia, della sua vita, dei suoi vini. Affascinante meraviglia si ma ingestibile da un punto di vista di impresa. Non sapere se e come produrrà un vino. Non sapere se e come si evolverà un vino. Far in modo che la natura faccia sempre e comunque il suo corso. Non aggiungere nemmeno un microgrammo di solforosa. Tutto, tutto, dannatamente tutto va contro corrente.
Di certo, quando si beve un vino di Giorgio Migliasso, si ha la certezza di un vino non omologato, che non è sempre lo stesso. Qualcosa che non si sa se si potrà più ritrovare simile. Ma nemmeno importa, perché le emozioni vanno provate quando ci sono.
È per questo che l’unicità è nel momento. Come la vita. Che c’è ora, adesso e dopo non si sa.
Occorre viverla. Rispettando la preziosa unicità che rappresenta.
Sei tu che porterai il tuo amore per cento e mille strade
Perché non c’è mai fine al viaggio anche se un sogno cade
Sei tu che hai un vento nuovo tra le braccia mentre mi vieni incontro
E imparerai che per morire ti basterà un tramonto
In una gioia che fa male di più della malinconia
Ed in qualunque sera ti troverai non ti buttare via
E non lasciare andare un giorno per ritrovar te stesso
Figlio di un cielo così bello, perché la vita è adesso Ivan Vellucci – Suggestioni di Vino
ivan.vellucci@winetalesmagazine.com Mi trovi su Instagram come @ivan_1969
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Perché non c’è mai fine al viaggio anche se un sogno cade
Sei tu che hai un vento nuovo tra le braccia mentre mi vieni incontro
E imparerai che per morire ti basterà un tramonto
In una gioia che fa male di più della malinconia
Ed in qualunque sera ti troverai non ti buttare via
E non lasciare andare un giorno per ritrovar te stesso
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15 Gennaio, 2026
Ica, nel sud del Perù, trasforma ogni anno il deserto in un palcoscenico di vendemmia, leggende e natura spettacolare
Una delle esperienze più iconiche del calendario sudamericano.
La Vendimia di Ica
Tra la fine di febbraio e la prima metà di marzo, Ica celebra la Vendimia, il grande festival della raccolta dell’uva che da oltre mezzo secolo anima la regione con dieci giorni di festa. La città si riempie di parate scenografiche, eleganti cavalli peruviani Paso, concerti, danze tradizionali e la scelta della regina della festa, mentre il pestaggio dell’uva a piedi nudi nei lagares rinnova un gesto che racconta generazioni di viticoltori.
La Vendimia non è solo un appuntamento agricolo, ma un omaggio alla cultura peruviana: degustazioni guidate di vino e pisco, stand gastronomici e eventi tematici permettono di scoprire l’anima enologica di Ica, uno dei distretti più importanti del Paese per la produzione vinicola e del celebre distillato nazionale. L’atmosfera, tra musica, colori e profumi, rende ogni calice un racconto di identità e di territorio.
Huacachina: oasi tra dune e leggende
A pochi chilometri da Ica si trova Huacachina, un’oasi naturale tra le più suggestive del continente, con una laguna verde smeraldo circondata da alte dune di sabbia che creano un contrasto surreale tra acqua e deserto. Secondo la leggenda, la laguna sarebbe nata dalle lacrime di una giovane principessa innamorata, trasformata in sirena per sfuggire agli sguardi indiscreti, che ancora oggi proteggerebbe chi visita l’oasi.
Durante la Vendimia, Huacachina diventa tappa imprescindibile: dalle dune alle degustazioni al tramonto, il fascino del deserto si fonde con la cultura del vino, dando vita a scenari che sembrano sospesi tra sogno e realtà. Le dune, illuminate dai cieli infuocati del tramonto, fanno da sfondo ideale a tasting, brindisi e momenti di puro lifestyle.
Tra vigneti, Linee di Nasca e Isole Ballestas
Ica è anche la porta d’accesso a due dei luoghi più iconici del Perù: le Linee di Nasca e le Isole Ballestas. Sorvolare le Linee di Nasca, a circa due ore di auto da Ica, significa leggere dall’alto enormi geoglifi tracciati nella pampa desertica – figure di animali, simboli e forme geometriche – che da decenni affascinano archeologi e viaggiatori.
Sulla costa, le Isole Ballestas, raggiungibili da Paracas, offrono un ecosistema ricco di fauna con leoni marini, pinguini di Humboldt e numerosi uccelli marini, tanto da essere considerate le “Piccole Galápagos” del Perù. Un itinerario che unisce vendemmia, deserto, archeologia e oceano permette di vivere un Perù autentico, fatto di contrasti e paesaggi estremi.
Quando andare e come organizzarsi
La Vendimia di Ica si tiene ogni anno tra fine febbraio e la prima metà di marzo, periodo ideale per godere del clima caldo e partecipare alle celebrazioni. Ica dista circa quattro ore di auto da Lima lungo la Panamericana Sud, mentre Huacachina si trova a una decina di minuti dalla città, facilmente raggiungibile in taxi o con tour organizzati.
Per vivere al meglio l’esperienza, è consigliabile prenotare in anticipo hotel, escursioni in fuoristrada 4×4 sulle dune di Huacachina e il sorvolo sulle Linee di Nasca, particolarmente richiesti nel periodo del festival. La combinazione di eventi ufficiali, visite alle bodegas, degustazioni e attività outdoor trasforma il viaggio in un mosaico di emozioni.
PROMPERÚ e il racconto del Paese
La Commissione per la Promozione del Perù per l’Esportazione e il Turismo (PROMPERÚ) è l’ente del Ministero del Commercio Estero e del Turismo che coordina le strategie di promozione del Paese nei settori turismo, export e investimenti esteri. Attraverso campagne, progetti e collaborazione con operatori internazionali, PROMPERÚ valorizza itinerari come Ica e la Vendimia, posizionando il Perù come destinazione capace di unire cultura, natura, gastronomia e esperienze uniche.
La Redazione
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15 Gennaio, 2026
Nebbiolo nel Cuore XII Edizione: Westin Excelsior Roma 2026
Valtellina protagonista con masterclass Monferrato-Roero-Barolo Serralunga
Nebbiolo nel Cuore XII edizione (organizzata Marco Cum Riserva Grande) si sposta al Westin Excelsior (Via Veneto 125 Roma): sab 17 gen banchi assaggio 14-20 + masterclass; dom 18 gen 12-19 + premiazione Guida Il Nebbiolo App gratuita. Focus Valtellina/Chiavennasca (Rossi/Superiore Inferno/Sforzato) con produttori; “viticoltura eroica terrazze alpine”.
Masterclass Sabato 17
Ore 12 Monferrato Lorenzo Gozzelino (storico 1914); 14.30 Roero Arneis longevità; 16.30 Valtellina Cum-produttori; 18.30 Barolo Serralunga Cru. €35-60 (incluso ingresso giornaliero); calice/tasca €7 obbligatorio.nebbiolonelcuore+3
Biglietti e Accrediti
Giornaliero €30, 2gg €50 (online/loco); riduzioni sommelier (€20-25 tesserino); operatori/stampa accredito accrediti@riservagrande.com entro 14 gen. Biglietti www.nebbiolonelcuore.com/tickets; infoline +39 339 6231232.
La Redazione
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15 Gennaio, 2026
Treperquattrododici. Un riassunto del caos.
IL COSA E IL DOVE
I mesi di Novembre e Dicembre sono stati un vero accavallarsi di Eventi nel panorama enoico della Capitale.
Tanto, di tutto, dippiù…
Difficile star dietro all’offerta e praticamente impossibile ricambiare con le parole quanto ricevuto nel bicchiere.
Poco tempo, poco spazio e la mia consueta, elefantiaca dinamicità nello scrivere.
Ma qualcosa è comunque dovuto e allora mi sono inventato questa sorta di riassunto proponendovi i miei personalissimi “po’ di” di BOLLICINE (by DECANTER WINE ACADEMY), UVA FIERA (by LA PECORA NERA e Pasquale Livieri), DUE PASSI IN VIGNA (by VINARIO4) e ERA UVA (by ALTROVINO).
Dodici vini (in realtà qualcuno in più) per raccontare quattro giornate di assaggi ricche di spunti bisognosi di approfondimento e caratterizzate da un grande successo di pubblico.
GLI ASSSAGGI
Come già detto, nelle righe seguenti troverete qualche parola dedicata a dodici etichette che ho ritenuto di sottoporre alla Vostra attenzione, non necessariamente le migliori tra quelle degustate negli Eventi di cui Vi ho detto ma che credo meritino un occhio di riguardo e che troverete elencate per Regione seguendo il più tradizionale degli ordini alfabetici.
Se vorrete Vi potrete divertire a ricomporre il puzzle inserendole negli Eventi di cui sono state protagoniste ma, datemi retta, sarà meglio che utilizziate il Vostro tempo per ficcare il naso nel bicchiere e lasciarVi attraversare dalle emozioni.
Salute!
– RIBOLLA GIALLA SPUMANTE BRUT 2022 MILLESIMATO, TREBES – MITJA PRINCIC (FRIULI VENEZIA GIULIA): nel caleidoscopico mondo del Metodo Martinotti un approccio olfattivo di questa caratura è raro e prezioso.
Compito nel proporre il giallo della pesca e della mela Golden, dell’agrume maturo e del fieno.
Più deciso invece sui toni delle erbe aromatiche e sugli spigoli aguzzi delle pietre mentre risulta seducente nel farVi scoprire una fine pasticceria lievitata.
Sorso che mostra un’effervescenza mai sopra le righe e capace di veicolare con garbo e piglio deciso una fisicità fresco-sapida degna di nota.
Chiude tra agrumi, guizzi pepato-minerali e speranza di poter riempiere ancora il bicchiere.
Unannodicemento, diciottomesidiautoclave e unannodibottiglia…alla faccia del Metodo Martinotti!
88++ Punti.
-FRIULI COLLI ORIENTALI DOC SAUVIGNON “PRIMALUCE” 2019, AQUILA DEL TORRE (FRIULI VENEZIA GIULIA): al naso comunica il calore dei tropici in aperto contrasto con la mineralità preistorica della ponca, la dolcezza di miele e caramello e la freschezza del mentolo, il fumo di un camino e una vegetalità educata ma affatto timida che sposa contorni di pesca bianca.
Assaggio di grande soddisfazione, a rimarcare calore e sostanza sottolineando evoluzioni di pesca e affondi di sambuco in un contesto di sapidità marina nel quale non è difficile immaginare marosi pietrificati.
89- Punti.
– VENEZIA GIULIA IGT ROSSO “INTONATO” 2022, ROEK (FRIULI VENEZIA GIULIA): un naso che affossa prugne e mirtilli con amaritudini vegetali e incursioni pepose.
In bocca volume e vinosa freschezza si tengono per mano regalando un sorso agile, ritmato dai tannini vispi e dalle cabernetteggianti vegetalità.
Sui PIWI c’è ancora tanto da lavoro da fare, da parte di chi li coltiva e li mette in bottiglia e da parte di chi li assaggia ma questo è un vino da tenere d’occhio.
86 Punti.
– VINO BIANCO “VICUS” 2023, CANTINA 837 (FRIULI VENEZIA GIULIA): il naso è un nodo gordiano di mielose dolcezze regalate dal lungo isolamento nel legno americano e amaritudini di mallo di noce che una speziatura di quasi senape prova a dipanare.
In bocca le dolcezze diventano pasticcere e rivaleggiano con la minerale sapidità evidenziando creme di frutta e una mandorla che, complici i ritorni speziati, fa l’occhiolino al panforte.
Dai vigneti più alti del Friuli e dal “pioniere” dei PIWI, un Solaris su cui riflettere.
86 Punti.
– LAZIO IGP VERMENTINO “FRIO – BREZZA” 2024, PRIMALUCE (LAZIO): fresco di frutta, profuma di mela, rinfresca il naso con la menta allargandosi poi in cespugliosi panorami mediterranei sottolineando però una vena tufacea di insolita sostanza.
In bocca mostra personalità e ciccia, verve acida e materica sostanza in una atmosfera intrisa di salmastri ricordi.
87- Punti.
Da tenere d’occhio il “NO LABEL” di CASAMECOCCI (LAZIO), quel Procanico che fermenta nel legno in cui poi riposerà per sei mesi.
Un olfatto falsamente timido di pasticceria di mandorla dolce e cedro maturo che svela pruriti di fieno e freschezze di erbe aromatiche e un sorso di evidente freschezza, vivacità tannica e schiaffi amaricanti di sambuco che si becca il mio personalissimo premio “MANNAGG’”.
– MARCHE IGT SPUMANTE METODO CLASSICO BRUT NATURE 2019, PODERE SABBIONI (MARCHE): uva spina e bergamotto, mela Granny Smith, frutta secca, mineralità salmastra, glicine, zafferano, idrocarburi pronti ad accendersi…sisi, tanti bei descrittori ma di questo vino non è tanto il “cosa” quanto il “come”!
Qui di “classico” c’è poco (forse la melodia accennata), ché il ritmo è punk!
Massimo viene dal mondo della moda e qui, anche se si discorre di cravatta usata come fascia per i capelli e di anfibi slacciati la classe non è acqua!
In bocca l’effervescenza è sottile, diafana, più solleticante che carezzevole.
Si, forse la freschezza è un po’ in affanno ma la sapidità rende il sorso praticamente irrinunciabile, compulsivo (e quando gli zuccheri stanno a zero questo è tutt’altro che scontato).
87/93 Punti.
– ALTA LANGA DOCG BRUT 2020, PASQUALE PELISSERO (PIEMONTE): un olfatto tuttifrutti (forse troppo) che esalta il Pinot Nero sacrificando un po’ le ampiezze dello Chardonnay; ciliegie (anche candite) s’accostano alla prugna mentre sullo sfondo, in una atmosfera appena ossidativa, c’è quel po’ di banana (sic) che non ci voleva.
In bocca è ancora il frutto maturo a fare la parte del leone ma i graffi agrumati e la buona sapidità fanno comunella con la briosa effervescenza pareggiando in qualche modo i conti.
87++ Punti.
– ALTA LANGA DOCG BRUT 2021, AGRICOLA TT (PIEMONTE): sfuggitomi durante l’evento organizzato dal Consorzio Alta Langa nel Giugno scorso, si propone al naso con immediatezze appena sfornate seguite da un incedere progressivo di profumi che dalla delicatezza dei fiori bianchi conducono alle ruvide freschezze delle erbe aromatiche passando per una mela matura che cerca di fare da pacera.
Il sorso, di equilibrate freschezza e sapidità, vive di una effervescenza che, un pochino troppo vivace, rischia di farci sorvolare sulla cremosità pasticcera di un agrume che governa il finale con piglio forse eccessivo.
86++ Punti.
– MOSCATO D’ASTI DOCG CANELLI 2017, L’ARMANGIA (PIEMONTE): dolce al naso?
Sicuramente si ma…rimarrete di sasso nel ritrovarVi immersi in un’atmosfera di tè alla menta, strilli d’agrume e vegetalità del tutto inattese!
In bocca torna tutto e tutto si pareggia: dolcezze, mentolate freschezze, orientali speziature, sottilissima carbonica, allungo infinito…
Un vino per far riflettere chi il Moscato lo “tollera” solo giovane e col panettone.
90 Punti (ma forse 91).
Stavolta è andata così; dovevo scegliere un vino e la sorte ha deciso per questo ma L’ARMANGIA (e ancor prima Ignazio Giovine) meriterebbero ben altri spazi.
Dovrei dirVi di “TITON” e “VIGNALI”, gemelli diversi di una DOCG NIZZA che in appena 250m di distanza raccontare tutto e il contrario di tutto, dovrei dirVi di quell’illegale “UVA TANTUM” che “gli attributi” ce li ha non solo in etichetta e che farebbe invidia anche ai cugini borgognoni, di quell’Albarossa “MACCHIAFERRO” che già mi vedo tenere al guinzaglio la Bagna Cauda ignorante che faceva zia Corinna, di…
Vabbè, ne leggerete delle belle.
Datemi tempo e…stay tuned!
– TRENTO DOC BRUT “COLLEZIONE 15”, CANTINA DI ISERA 907 (TRENTINO): profuma di pesca e ananas, è fresco di pane appena sfornato e arancia, non lesina la frutta secca…
Il sorso è sostanzioso, decisamente sapido e sicuramente fresco anche se non perfettamente coordinato, evidenzia subito le dolcezze fruttate ma è poi il duetto sapidità-agrume a guidare le danze che si chiudono poi con un allungo deciso e salino.
88- – Punti.
– UMBRIA IGT BIANCO “ANTICO” 2024, LA MÈRULA (UMBRIA): Trebbiano, Verdello, Canaiolo Bianco e Malvasia per un Orvieto “classico” (o quasi), ha un “gemello diverso” che passa 13giorni sulle trebbie uscendone un pochino ingolfato di profumi e sostanza.
Lui gioca sull’agilità, un gioco di piedi a ritmo di glicine e biancospino, fa un paio di finte di mela verde e poi affonda colpi di erbe aromatiche e mandorla al bersaglio grosso.
Il sorso segue l’olfatto, schiva sovrastrutture, colpisce e scappa, irretisce con l’agrume, graffia col sale e mette al tappeto con una gustosa persistenza agrumata forse un po’ frettolosa.
87- Punti.
– UMBRIA IGT MERLOT “30” 2022, TRENTAQUERCE (UMBRIA): Merlot tuttifrutti levateve proprio!
Questo è il regno delle pirazine e dei polifenoli, peperone e pomodoro sposano erba appena sfalciata…finalmente un EVO in cui c’è anche l’alcol!
Scherzi a parte qua sembra di dialogare con un Cabernet del Nord Italia più che con un Merlot umbro.
Il sorso è un capolavoro di tensione, eucalipto e liquirizia aggiungono toni empireumatici alla profondità del frutto rosso regalando un assaggio rinfrescante per la bocca e per lo spirito.
Non è un vino per pensare (o forse si), è un vino da bere e questo, oggi, non è poco per niente.
88 Punti.
E QUINDI?
E quindi niente!
GRAZIE intanto a tutti (Organizzatori e Produttori) e mille scuse a quanti, per motivi di spazio non sono riuscito.
Credetemi, è stato difficile scegliere chi “dentro” e chi “fuori” ma spero nessuno me ne vorrà, è stato difficile essere presente, ed era impossibile accontentare tutti.
Sono anni che predico nel deserto auspicando un calendario “ragionato” degli Eventi del vino che sia rispettoso di chi organizza, di chi espone e di chi viene ad assaggiare (ciascuno per i propri motivi) ma sembra che questo sia impossibile (siamo arrivati a 9 Eventi in un fine settimana!) e il 2026 sembra iniziare già con il botto
Roberto Alloi – VINODENTRO
Su Instagram @eno_evo
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14 Gennaio, 2026
Antonio Sanzione. La Guida Bio è lui
Che vino è questo?
Che vuol dire che vino è questo?
Vorrei sapere se è biologico.
Ah no, non è biologico.
Allora cosa è?
È un vino. Non è un dialogo surreale ma esperienza vissuta di chi non frequenta sempre e per forza ristoranti stellati con sommelier a disposizione in grado di sapere di vino. In un normale ristorante così come in enoteca, la scelta di un vino non è cosa semplice. Il livello di complicazione è così elevato che si finisce, quasi sempre, per farsi consigliare. Il che non è sempre una scelta consapevole. Bollicine, fermo. Bianco, rosso. Fresco, sapido, caldo, sottile, strutturato, legno, acciaio, anfora, cemento, vetro. Macerato, ancestrale, Charmat, Classico, rifermentato, salasso. Uffa. Già non ce la faccio più e nemmeno ho cominciato. Senza ovviamente andare a toccare i vitigni e i loro blend oltre che quel campo minato, spesso materia di scontro apocalittico, rappresentato dalla scelta tra biologico, biodinamico, naturale. Oppure semplicemente tradizionale. Semplicemente no perché poi arriva la lotta integrata, la sostenibilità ambientale, l’eco sostenibile e compagnia cantando. Indipendentemente da come il vino venga realizzato, ciò che manca è un consumo consapevole. Cosa compra la casalinga di Voghera quando ha bisogno di un vino? Lei, la rappresentante dell’italiano medio, quello borghese che va al supermercato o in enoteca piuttosto che al ristorante, cosa compra? Bel dilemma. Qualunque cosa compri, certamente, non lo fa consapevolmente. Complice forse quel proliferare di sigle, metodi, arzigogoli che rappresentano certamente il meraviglioso panorama vitivinicolo italiano ma, al contempo, il peggior incubo per chi deve scegliere qualcosa. Lo shelf marketing studia il posizionamento dei prodotti sullo scaffale e l’interazione che i clienti hanno con essi. Secondo alcune indagini, quando su uno scaffale sono presenti meno di 100 referenze, una su sei non viene mai toccata; se le referenze sono 200, una su cinque. Sapete quante referenze ci sono su una scaffale di vini di una ipotetica enoteca che contiene tutti i vini italiani: circa 250 mila. Fate un pò voi. Ora, aldilà di qualunque considerazione è sempre bene che il consumatore sia informato e sappia esattamente cosa sta acquistando e soprattutto cosa andrà a consumare. In questo ambito nasce Guida Bio, un progetto prossimo alla ottava edizione che si prefigge di dare volto alle aziende che producono vini derivanti da agricoltura certificata biologica o in conversione. Mente del progetto è Antonio Stanzione, personaggio eclettico e poliedrico, impegnato su molti fronti. Esperienza di docente nazionale FIS e Assosommelier oggi docente nazionale ONAV. Organizzatore di serate e corsi di avvicinamento al vino, lavora con il Touring Club per Vinibuoni d’Italia curando Veneto, Lombardia e Basilicata. Insieme ad Alessandro Brizi scrive per la rivista L’assaggiatore. Un bel curriculum per uno che era astemio. 13 anni fa era astemio poi ho avuto un incontro, insomma in una situazione poco piacevole con Alessandro Scorsone che è diventato poi da lì un mio amico fraterno. Una iniziazione vera e propria avvenuta in una stanza di ospedale. Come dico spesso, quando ti trovi in una situazione del genere e a distanza di tempo la puoi raccontare, devi solo ritenerti fortunato. Nel caso di Antonio, il trovarsi nella stessa stanza con una persona del calibro di Alessandro Scorsone non poteva che portarlo ad innamorarsi del vino. Per far capire ai più la scena, mi permetto un paragone entrato nel lessico comune per il quale spero Alessandro mi perdonerà: per Antonio è stato come trovarsi in una stessa stanza con un venditore di Folletto. Non comprare l’aspirapolvere è praticamente impossibile. In questo caso, ovviamente, il merito di Alessandro è stato di far innamorare del mondo del vino una persona che non solo non ne sapeva nulla, ma che era anche astemio! Da allora sostanzialmente non è passato mai un giorno in cui io non abbia pensato e studiato vino. Anche quando sembra che non facciamo niente, quando fai un assaggio con cognizione di causa, stai studiando comunque perché stai studiando un territorio, perché stai studiando un vitigno, perché stai studiando. Bere consapevole in realtà è anche questo. Sapere come all’interno di un calice siano trasferite tantissime cose. Alcune materiali altre meno. Che Antonio sia nato in Campania è impossibile non accorgersene. Il suo accento, per quanto attenuato da quasi venti anni di vita a Roma, non se ne va via (e meno male dico io). Nasce a Pagani in provincia di Salerno e poi dal 2007 vive a Roma. Si trasferisce da astemio ovviamente. Dopo il corso della sommelier ritenevo di non aver capito niente così ho continuato il percorso. Durante il corso in realtà è successa una cosa particolare. Vado al Vinitaly e lì mi sento con Alessandro. Vieni a fare un giro con me mi dice. Lui doveva presentare un Prosecco in un sala tutta gremita di gente, televisione, eccetera. Ad un certo punto, prima di fare la descrizione del vino, mi chiama, mi passa il microfono e mi fa: fai la degustazione. Io sono diventato di tutti i colori dell’arcobaleno. Faccio la mia degustazione e alla fine Alessandro dice che in realtà non avrei potuto descrivere meglio questo vino. Quando usciamo da questa sala, lui mi fa: ma ti piacerebbe entrare nei miei panel di degustazione? È così che, da semplice allievo di un corso da sommelier, Antonio diventa assaggiatore per la guida Vinibuoni d’Italia con la responsabilità di curare le Marche, il Lazio e il metodo classico. Più, ovviamente, le finali nazionali. Altro che iniziazione. La Guida Bio nasce per gioco. A bordo piscina, il 14 agosto con degli amici. Dopo qualche calice. Complice il caldo o l’apporto dell’alcol le chiacchiera portano ad evidenziare come non esistesse una guida ai vini biologici. Perché le aziende dovrebbe crederci? Tiriamo fuori un elenco di aziende biolologiche, mando una mail di richiesta campioni, così, quasi quasi per gioco. 150 aziende mi mandano il vino. Erano poche per una guida ma continuavo a ricevere email che mi chiedevano quando vi sarebbe stata la prossima raccolta campioni. Andiamo avanti e facciamo un altro tentativo. Le 150 diventano 300, poi 450. Nel 2019, con le 150 aziende individuate, nasce una mini guida. Digitale ma pur sempre la prima Guida Bio. Rimane in digitale per il secondo anno mentre al terzo anno si decide di stamparla. Tutti possono dirmi sempre che di vino non capisco niente ma nessuno mai potrà dirmi che mi sono venduto qualcosa o che un’azienda è stata premiata perché ha pagato. I soldi per stamparla non li potevo prendere dal mutuo e ho chiesto un contributo alle aziende che è lo stesso anche se si viene premiati. Nella prima mail che mandai c’era scritto che laddove la guida non fosse stata stampata, gli sarebbero stati restituiti i soldi. Non ero infatti sicuro di arrivare al numero per poter stampare. E invece ci siamo arrivati. Una guida che si rispetti deve sempre avere un evento di presentazione prima e di degustazione poi. Così Antonio si lancia anche in questo decidendo di farlo a Salerno. A Salerno l’evento di degustazione si faceva alla Stazione Marittima e quello era assodato. L’evento di premiazione delle aziende con la conferenza stampa doveva tenersi in una sala della provincia di Salerno. Ovviamente faccio gli inviti istituzionali alla Regione Campania, Provincia, Comune: non mi risponde nessuno. Mi risponde invece Lollobrigida che si era appena era appena insediato come Ministro dell’Agricoltura. Dice che non poteva presenziare all’evento ma avrebbe mandato un suo rappresentante. La conferenza stampa era prevista per il 14 gennaio. Mi chiamano dalla Provincia e mi dicono che la sala non era più disponibile. Mi trovo sostanzialmente senza la sala per fare la premiazione tra l’altro con i produttori che sapevano che erano già invitati in quel posto. Riesco a farmi ridate sta benedetta sala però penso che devo cambiare devo cambiare qualcosa. In ogni modo faccio 700 ingressi. Ah la politica. Tutti negheranno tutto anche perché, come dicevano un tempo i democristiani: in politica una cosa detta è vera solo nel momento in cui viene detta. Il 2 dicembre ripetei l’evento alla Stazione Marittima solamente che la conferenza stampa, piuttosto che farla in Provincia la feci in un teatro. Lo pago a parte e nessuno mi può dire nulla. Faccio questo secondo evento e, sempre lì anche l’anno scorso lo rifaccio con l’altra follia che da un giorno di evento ne diventano due. Per il 2026 altro cambiamento perché ho deciso di trasportare tutto da Salerno a Roma. Da campano di Pagani, a due passi da Salerno, portare qui un evento del genere non può che essere motivo di orgoglio. Solo che rendersi conto che occorre una città pronta ad ospitare eventi del genere con persone provenienti da ogni parte d’Italia, è questione di poco. Non c’era neanche un contributo logistico dell’amministrazione. Anzi, laddove ti potevano ostacolarti ostacolavano. E allora giustamente dico vabbè, ma tanto se devo fare tutto da solo piuttosto che sparare in una città da 160.000 abitanti, sparo in una città che fa 6 milioni di abitanti. Nasce così l’idea di trasportare tutto a Roma nel 2026. Un confronto aperto con il mercato romano e una piazza che non solo merita ma che saprà certamente apprezza un evento del genere. È cosi che Un Mare di Foglie 2026 si terrà all’Hotel Villa Panphili di Roma il 24 gennaio 2026 inserendosi nel nutrito parterre di iniziative dedicate al vino della Capitale. Sarà però l’unica che potrà offrire un focus completo ai vini prodotti con agricoltura biologica. Non per fare una digressione ma solo per puntualizzare. Il focus della Guida Bio è sui vini derivanti da agricoltura biologica o in conversione. Detto in altri termini non si tratta esclusivamente di vini biologici. Cerchiamo di capire meglio. Il grosso del lavoro nella produzione di un vino si fa necessariamente in vigna. L’agricoltura biologica deve incoraggiare, secondo l’Unione Europea, ad: usare l’energia e le risorse naturali in modo responsabile conservare la biodiversità conservare gli equilibri ecologici regionali migliorare la fertilità del suolo mantenere la qualità delle acque. Anche e soprattutto evitando l’utilizzo di sostanze derivanti da sintesi chimica. Perché allora non i vini? Spesso i produttori di vino biologico sono così piccoli che non hanno la possibilità di farsi una cantina per produrre autonomamente. Sono così costretti a vinificare presso terzi. Si passa dunque dalla formula adottata alla Stazione Marittima di Salerno con la possibilità dei produttori di avere salottini a disposizione per appuntamenti con addetti al settore nelle prime edizioni, ad una piccola are expo dedicata ad una decina di produttori diventati 24 lo scorso anno, fino ad arrivare a Roma con decine di produttori già accreditati. Ovviamente presenti nella Guida Bio 2026 e parte di questi tra i premiati svelati nell’articolo che potrete trovare qui. Nel contenitore ci devono stare soli biologici, ma è un contenitore. Un contenitore dove ci sono vini che hanno un valore aggiunto poiché derivanti da agricoltura certificata biologica. Ma non per questo meglio di un vino convenzionale. Il mondo del vino è così vasto e variegato che, se se ne vogliono scoprire tutte le sfaccettature, occorre essere mentalmente aperti e curiosi. Assaggiare diversi stili, diverse filosofie produttive, serve a capire le differenze. E sono proprio le differenze la vera ricchezza. Io non sono mai stato un talebano del vino e mi piace infatti sperimentare. Non c’è mai stato e mai ci sarà un vino che non ho assaggiato perché animato dal sacro fuoco di una ideologia o un pensiero filosofico. Assaggio e valuto. Prima come utente poi come professionista. Spesso le due visioni coincidono. Spesso, non sempre. Io per esempio non ho mai dato 100 punti ad un vino. Banalmente, perché il vino è una materia organica, è una materia viva, è una materia che vive. Un vino che vale oggi 100 probabilmente tra qualche anno varrà molto di più di oggi. Ma 101 non glieli puoi dare. Noi dobbiamo fare una fotografia del momento. Una foto che è una emozione legata al momento. Nella scheda di valutazione tecnica di un vino i punti soggettivi sono davvero pochi (ecco perché spesso mi stupisco dei voti che leggo…) e alcuni di questi sono legati alla Dimensione ovvero alla sensazione vissuta durante l’assaggio. Si da ad esempio il voto pari a 5 (su 100) nel caso sia Distinto. Si tratta di un vino che ha fornito sensazioni così importanti che lo si consiglierebbe ad un amico. Il voto sale a 6 nel caso di un vino Suggestivo ovvero quando si sono vissute sensazioni che non dimenticheremo mai. Poi è pur vero che l’emozione potrebbe influenzare tutta la valutazione. Ma solo a chi non è avvezzo a questo tipo di valutazione. La parte emozionale e quindi quello che si ritrova all’interno del calice è comunque qualcosa che fa emergere un percorso, un vissuto, una situazione. Magari proprio quella che si sta vivendo in quel momento. Ecco perché assaggiare un vino per comprenderne meglio le caratteristiche non può essere relegato a qualcosa di fugace. Durante un evento assaggio decine di vini. Quello che mi piace fare è parlare con il produttore e capire cosa sta proponendo. Assaggio i suoi vini ma, proprio per rispetto del produttore, posso solo affermare qualcosa di quel prodotto. Non posso esprimere un giudizio più profondo. Ogni vino prodotto con coscienza è un bene da tenersi stretto. Amare la terra, rispettarla, rispettare l’ecosistema nel quale si vive e si produce. Far si che i prodotti rispecchino uno stile di vita rispettoso del presente e del futuro del pianeta. Questo non è solo bio ma qualcosa di più ampio del quale non si potrà non tener conto per lo sviluppo dell’agricoltura. Fare biologico oggi è sempre più complicato tanto che produttori biologici della prima ora stanno abbandonando le certificazioni. Da un lato i cambiamenti climatici impongono molti trattamenti in vigna con grande dispendio di energie e risorse; dall’altro il mercato, specialmente in un momento di stagnazione, che non riconosce il maggior impatto dell’agricoltura biologica sul prezzo finale. Una tempesta perfetta che provoca non tanto un ritorno all’agricoltura tradizionale quanto un adattamento alle necessità. Non solo la futura Guida Bio ma il movimento tutto dovrà tener conto dei cambiamenti e delle diverse necessità del mercato alle quali i produttori dovranno orientarsi. Le superfici vitate biologiche stanno diminuendo. Per motivi ambientali ed economici. Chiunque ci può raccontare ciò che vogliamo ma la vera verità è che il mercato non riconosce quel delta costo necessario per sostenere il biologico. In questo ambito l’agricoltore ha dei costi in più con dei ricavi in meno perché il mercato non lo riconosce. Dovendo fare l’imprenditore occorre far quadrare i conti. Ci sono poi ancora troppe remore circa il vino biologico. Magari, proprio la famosa casalinga di Vogera pensa ancora che un vino biologico puzzi. In realtà ci sono tanti vini biologici e biodinamici di gran lunga superiori ai convenzionali e che certamente non puzzano. In altri ambiti, il bio è stato abbastanza sdoganato. Più come moda che come reale comprensione di cosa voglia dire. Una moda costosa proprio in virtù di quel delta prezzo necessario ai produttori. Quando sono andato a fare la spesa nei negozi bio tipo NaturaSi, non capivo perché il carrellino fosse piccolo: l’ho scoperto alla cassa per aver pagato quanto il carrello grande del supermercato. Il vino naturale è dei talebani. Il vino convenzionale è per tutti. Il vino biologico è nel mezzo. Convenzioni da vecchi tromboni del vino, quelli che nemmeno vogliono che i giovani si avvicinino a questo mondo. Eppure ce ne è disperato bisogno. Nuovi consumatori che, scevri da sovrastrutture mentali, vogliano intraprendere una strada diversa da quella di un consumismo di massa. Oggi è anche possibile visto l’attenzione, proprio da parte dei giovani, alla sostenibilità ambientale. Ecco allora che una Guida Bio serve e servirà. Ai consumatori per avere una bussola di orientamento; alle aziende per non abbandonare il solco e, soprattutto, una riconoscibilità che non deve passare tanto da bollini quanto dalla coscienza. Una roba che ho voluto è che la guida fosse scritta con caratteri leggibili. L’anno prossimo vorrei cercare di aggiungere qualcosa per andare incontro all’esigenza delle aziende di portare le persone in azienda così come, un’altra cosa che mi affascina è uscire fuori dai confini dell’Italia. Già, perché il mondo non si chiude intorno all’Italia e i giovani, curiosi come mai, sono sempre di più cittadini del mondo. Ho davvero una gran curiosità di andare a scoprire cosa e chi ci sarà quest’anno ad Un Mare di foglie. Per chi verrà, ci vedremo all’Hotel Villa Panphili il 24 gennaio 2026. Ivan Vellucci – Suggestioni di Vino
ivan.vellucci@winetalesmagazine.com Mi trovi su Instagram come @ivan_1969
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Che vuol dire che vino è questo?
Vorrei sapere se è biologico.
Ah no, non è biologico.
Allora cosa è?
È un vino. Non è un dialogo surreale ma esperienza vissuta di chi non frequenta sempre e per forza ristoranti stellati con sommelier a disposizione in grado di sapere di vino. In un normale ristorante così come in enoteca, la scelta di un vino non è cosa semplice. Il livello di complicazione è così elevato che si finisce, quasi sempre, per farsi consigliare. Il che non è sempre una scelta consapevole. Bollicine, fermo. Bianco, rosso. Fresco, sapido, caldo, sottile, strutturato, legno, acciaio, anfora, cemento, vetro. Macerato, ancestrale, Charmat, Classico, rifermentato, salasso. Uffa. Già non ce la faccio più e nemmeno ho cominciato. Senza ovviamente andare a toccare i vitigni e i loro blend oltre che quel campo minato, spesso materia di scontro apocalittico, rappresentato dalla scelta tra biologico, biodinamico, naturale. Oppure semplicemente tradizionale. Semplicemente no perché poi arriva la lotta integrata, la sostenibilità ambientale, l’eco sostenibile e compagnia cantando. Indipendentemente da come il vino venga realizzato, ciò che manca è un consumo consapevole. Cosa compra la casalinga di Voghera quando ha bisogno di un vino? Lei, la rappresentante dell’italiano medio, quello borghese che va al supermercato o in enoteca piuttosto che al ristorante, cosa compra? Bel dilemma. Qualunque cosa compri, certamente, non lo fa consapevolmente. Complice forse quel proliferare di sigle, metodi, arzigogoli che rappresentano certamente il meraviglioso panorama vitivinicolo italiano ma, al contempo, il peggior incubo per chi deve scegliere qualcosa. Lo shelf marketing studia il posizionamento dei prodotti sullo scaffale e l’interazione che i clienti hanno con essi. Secondo alcune indagini, quando su uno scaffale sono presenti meno di 100 referenze, una su sei non viene mai toccata; se le referenze sono 200, una su cinque. Sapete quante referenze ci sono su una scaffale di vini di una ipotetica enoteca che contiene tutti i vini italiani: circa 250 mila. Fate un pò voi. Ora, aldilà di qualunque considerazione è sempre bene che il consumatore sia informato e sappia esattamente cosa sta acquistando e soprattutto cosa andrà a consumare. In questo ambito nasce Guida Bio, un progetto prossimo alla ottava edizione che si prefigge di dare volto alle aziende che producono vini derivanti da agricoltura certificata biologica o in conversione. Mente del progetto è Antonio Stanzione, personaggio eclettico e poliedrico, impegnato su molti fronti. Esperienza di docente nazionale FIS e Assosommelier oggi docente nazionale ONAV. Organizzatore di serate e corsi di avvicinamento al vino, lavora con il Touring Club per Vinibuoni d’Italia curando Veneto, Lombardia e Basilicata. Insieme ad Alessandro Brizi scrive per la rivista L’assaggiatore. Un bel curriculum per uno che era astemio. 13 anni fa era astemio poi ho avuto un incontro, insomma in una situazione poco piacevole con Alessandro Scorsone che è diventato poi da lì un mio amico fraterno. Una iniziazione vera e propria avvenuta in una stanza di ospedale. Come dico spesso, quando ti trovi in una situazione del genere e a distanza di tempo la puoi raccontare, devi solo ritenerti fortunato. Nel caso di Antonio, il trovarsi nella stessa stanza con una persona del calibro di Alessandro Scorsone non poteva che portarlo ad innamorarsi del vino. Per far capire ai più la scena, mi permetto un paragone entrato nel lessico comune per il quale spero Alessandro mi perdonerà: per Antonio è stato come trovarsi in una stessa stanza con un venditore di Folletto. Non comprare l’aspirapolvere è praticamente impossibile. In questo caso, ovviamente, il merito di Alessandro è stato di far innamorare del mondo del vino una persona che non solo non ne sapeva nulla, ma che era anche astemio! Da allora sostanzialmente non è passato mai un giorno in cui io non abbia pensato e studiato vino. Anche quando sembra che non facciamo niente, quando fai un assaggio con cognizione di causa, stai studiando comunque perché stai studiando un territorio, perché stai studiando un vitigno, perché stai studiando. Bere consapevole in realtà è anche questo. Sapere come all’interno di un calice siano trasferite tantissime cose. Alcune materiali altre meno. Che Antonio sia nato in Campania è impossibile non accorgersene. Il suo accento, per quanto attenuato da quasi venti anni di vita a Roma, non se ne va via (e meno male dico io). Nasce a Pagani in provincia di Salerno e poi dal 2007 vive a Roma. Si trasferisce da astemio ovviamente. Dopo il corso della sommelier ritenevo di non aver capito niente così ho continuato il percorso. Durante il corso in realtà è successa una cosa particolare. Vado al Vinitaly e lì mi sento con Alessandro. Vieni a fare un giro con me mi dice. Lui doveva presentare un Prosecco in un sala tutta gremita di gente, televisione, eccetera. Ad un certo punto, prima di fare la descrizione del vino, mi chiama, mi passa il microfono e mi fa: fai la degustazione. Io sono diventato di tutti i colori dell’arcobaleno. Faccio la mia degustazione e alla fine Alessandro dice che in realtà non avrei potuto descrivere meglio questo vino. Quando usciamo da questa sala, lui mi fa: ma ti piacerebbe entrare nei miei panel di degustazione? È così che, da semplice allievo di un corso da sommelier, Antonio diventa assaggiatore per la guida Vinibuoni d’Italia con la responsabilità di curare le Marche, il Lazio e il metodo classico. Più, ovviamente, le finali nazionali. Altro che iniziazione. La Guida Bio nasce per gioco. A bordo piscina, il 14 agosto con degli amici. Dopo qualche calice. Complice il caldo o l’apporto dell’alcol le chiacchiera portano ad evidenziare come non esistesse una guida ai vini biologici. Perché le aziende dovrebbe crederci? Tiriamo fuori un elenco di aziende biolologiche, mando una mail di richiesta campioni, così, quasi quasi per gioco. 150 aziende mi mandano il vino. Erano poche per una guida ma continuavo a ricevere email che mi chiedevano quando vi sarebbe stata la prossima raccolta campioni. Andiamo avanti e facciamo un altro tentativo. Le 150 diventano 300, poi 450. Nel 2019, con le 150 aziende individuate, nasce una mini guida. Digitale ma pur sempre la prima Guida Bio. Rimane in digitale per il secondo anno mentre al terzo anno si decide di stamparla. Tutti possono dirmi sempre che di vino non capisco niente ma nessuno mai potrà dirmi che mi sono venduto qualcosa o che un’azienda è stata premiata perché ha pagato. I soldi per stamparla non li potevo prendere dal mutuo e ho chiesto un contributo alle aziende che è lo stesso anche se si viene premiati. Nella prima mail che mandai c’era scritto che laddove la guida non fosse stata stampata, gli sarebbero stati restituiti i soldi. Non ero infatti sicuro di arrivare al numero per poter stampare. E invece ci siamo arrivati. Una guida che si rispetti deve sempre avere un evento di presentazione prima e di degustazione poi. Così Antonio si lancia anche in questo decidendo di farlo a Salerno. A Salerno l’evento di degustazione si faceva alla Stazione Marittima e quello era assodato. L’evento di premiazione delle aziende con la conferenza stampa doveva tenersi in una sala della provincia di Salerno. Ovviamente faccio gli inviti istituzionali alla Regione Campania, Provincia, Comune: non mi risponde nessuno. Mi risponde invece Lollobrigida che si era appena era appena insediato come Ministro dell’Agricoltura. Dice che non poteva presenziare all’evento ma avrebbe mandato un suo rappresentante. La conferenza stampa era prevista per il 14 gennaio. Mi chiamano dalla Provincia e mi dicono che la sala non era più disponibile. Mi trovo sostanzialmente senza la sala per fare la premiazione tra l’altro con i produttori che sapevano che erano già invitati in quel posto. Riesco a farmi ridate sta benedetta sala però penso che devo cambiare devo cambiare qualcosa. In ogni modo faccio 700 ingressi. Ah la politica. Tutti negheranno tutto anche perché, come dicevano un tempo i democristiani: in politica una cosa detta è vera solo nel momento in cui viene detta. Il 2 dicembre ripetei l’evento alla Stazione Marittima solamente che la conferenza stampa, piuttosto che farla in Provincia la feci in un teatro. Lo pago a parte e nessuno mi può dire nulla. Faccio questo secondo evento e, sempre lì anche l’anno scorso lo rifaccio con l’altra follia che da un giorno di evento ne diventano due. Per il 2026 altro cambiamento perché ho deciso di trasportare tutto da Salerno a Roma. Da campano di Pagani, a due passi da Salerno, portare qui un evento del genere non può che essere motivo di orgoglio. Solo che rendersi conto che occorre una città pronta ad ospitare eventi del genere con persone provenienti da ogni parte d’Italia, è questione di poco. Non c’era neanche un contributo logistico dell’amministrazione. Anzi, laddove ti potevano ostacolarti ostacolavano. E allora giustamente dico vabbè, ma tanto se devo fare tutto da solo piuttosto che sparare in una città da 160.000 abitanti, sparo in una città che fa 6 milioni di abitanti. Nasce così l’idea di trasportare tutto a Roma nel 2026. Un confronto aperto con il mercato romano e una piazza che non solo merita ma che saprà certamente apprezza un evento del genere. È cosi che Un Mare di Foglie 2026 si terrà all’Hotel Villa Panphili di Roma il 24 gennaio 2026 inserendosi nel nutrito parterre di iniziative dedicate al vino della Capitale. Sarà però l’unica che potrà offrire un focus completo ai vini prodotti con agricoltura biologica. Non per fare una digressione ma solo per puntualizzare. Il focus della Guida Bio è sui vini derivanti da agricoltura biologica o in conversione. Detto in altri termini non si tratta esclusivamente di vini biologici. Cerchiamo di capire meglio. Il grosso del lavoro nella produzione di un vino si fa necessariamente in vigna. L’agricoltura biologica deve incoraggiare, secondo l’Unione Europea, ad: usare l’energia e le risorse naturali in modo responsabile conservare la biodiversità conservare gli equilibri ecologici regionali migliorare la fertilità del suolo mantenere la qualità delle acque. Anche e soprattutto evitando l’utilizzo di sostanze derivanti da sintesi chimica. Perché allora non i vini? Spesso i produttori di vino biologico sono così piccoli che non hanno la possibilità di farsi una cantina per produrre autonomamente. Sono così costretti a vinificare presso terzi. Si passa dunque dalla formula adottata alla Stazione Marittima di Salerno con la possibilità dei produttori di avere salottini a disposizione per appuntamenti con addetti al settore nelle prime edizioni, ad una piccola are expo dedicata ad una decina di produttori diventati 24 lo scorso anno, fino ad arrivare a Roma con decine di produttori già accreditati. Ovviamente presenti nella Guida Bio 2026 e parte di questi tra i premiati svelati nell’articolo che potrete trovare qui. Nel contenitore ci devono stare soli biologici, ma è un contenitore. Un contenitore dove ci sono vini che hanno un valore aggiunto poiché derivanti da agricoltura certificata biologica. Ma non per questo meglio di un vino convenzionale. Il mondo del vino è così vasto e variegato che, se se ne vogliono scoprire tutte le sfaccettature, occorre essere mentalmente aperti e curiosi. Assaggiare diversi stili, diverse filosofie produttive, serve a capire le differenze. E sono proprio le differenze la vera ricchezza. Io non sono mai stato un talebano del vino e mi piace infatti sperimentare. Non c’è mai stato e mai ci sarà un vino che non ho assaggiato perché animato dal sacro fuoco di una ideologia o un pensiero filosofico. Assaggio e valuto. Prima come utente poi come professionista. Spesso le due visioni coincidono. Spesso, non sempre. Io per esempio non ho mai dato 100 punti ad un vino. Banalmente, perché il vino è una materia organica, è una materia viva, è una materia che vive. Un vino che vale oggi 100 probabilmente tra qualche anno varrà molto di più di oggi. Ma 101 non glieli puoi dare. Noi dobbiamo fare una fotografia del momento. Una foto che è una emozione legata al momento. Nella scheda di valutazione tecnica di un vino i punti soggettivi sono davvero pochi (ecco perché spesso mi stupisco dei voti che leggo…) e alcuni di questi sono legati alla Dimensione ovvero alla sensazione vissuta durante l’assaggio. Si da ad esempio il voto pari a 5 (su 100) nel caso sia Distinto. Si tratta di un vino che ha fornito sensazioni così importanti che lo si consiglierebbe ad un amico. Il voto sale a 6 nel caso di un vino Suggestivo ovvero quando si sono vissute sensazioni che non dimenticheremo mai. Poi è pur vero che l’emozione potrebbe influenzare tutta la valutazione. Ma solo a chi non è avvezzo a questo tipo di valutazione. La parte emozionale e quindi quello che si ritrova all’interno del calice è comunque qualcosa che fa emergere un percorso, un vissuto, una situazione. Magari proprio quella che si sta vivendo in quel momento. Ecco perché assaggiare un vino per comprenderne meglio le caratteristiche non può essere relegato a qualcosa di fugace. Durante un evento assaggio decine di vini. Quello che mi piace fare è parlare con il produttore e capire cosa sta proponendo. Assaggio i suoi vini ma, proprio per rispetto del produttore, posso solo affermare qualcosa di quel prodotto. Non posso esprimere un giudizio più profondo. Ogni vino prodotto con coscienza è un bene da tenersi stretto. Amare la terra, rispettarla, rispettare l’ecosistema nel quale si vive e si produce. Far si che i prodotti rispecchino uno stile di vita rispettoso del presente e del futuro del pianeta. Questo non è solo bio ma qualcosa di più ampio del quale non si potrà non tener conto per lo sviluppo dell’agricoltura. Fare biologico oggi è sempre più complicato tanto che produttori biologici della prima ora stanno abbandonando le certificazioni. Da un lato i cambiamenti climatici impongono molti trattamenti in vigna con grande dispendio di energie e risorse; dall’altro il mercato, specialmente in un momento di stagnazione, che non riconosce il maggior impatto dell’agricoltura biologica sul prezzo finale. Una tempesta perfetta che provoca non tanto un ritorno all’agricoltura tradizionale quanto un adattamento alle necessità. Non solo la futura Guida Bio ma il movimento tutto dovrà tener conto dei cambiamenti e delle diverse necessità del mercato alle quali i produttori dovranno orientarsi. Le superfici vitate biologiche stanno diminuendo. Per motivi ambientali ed economici. Chiunque ci può raccontare ciò che vogliamo ma la vera verità è che il mercato non riconosce quel delta costo necessario per sostenere il biologico. In questo ambito l’agricoltore ha dei costi in più con dei ricavi in meno perché il mercato non lo riconosce. Dovendo fare l’imprenditore occorre far quadrare i conti. Ci sono poi ancora troppe remore circa il vino biologico. Magari, proprio la famosa casalinga di Vogera pensa ancora che un vino biologico puzzi. In realtà ci sono tanti vini biologici e biodinamici di gran lunga superiori ai convenzionali e che certamente non puzzano. In altri ambiti, il bio è stato abbastanza sdoganato. Più come moda che come reale comprensione di cosa voglia dire. Una moda costosa proprio in virtù di quel delta prezzo necessario ai produttori. Quando sono andato a fare la spesa nei negozi bio tipo NaturaSi, non capivo perché il carrellino fosse piccolo: l’ho scoperto alla cassa per aver pagato quanto il carrello grande del supermercato. Il vino naturale è dei talebani. Il vino convenzionale è per tutti. Il vino biologico è nel mezzo. Convenzioni da vecchi tromboni del vino, quelli che nemmeno vogliono che i giovani si avvicinino a questo mondo. Eppure ce ne è disperato bisogno. Nuovi consumatori che, scevri da sovrastrutture mentali, vogliano intraprendere una strada diversa da quella di un consumismo di massa. Oggi è anche possibile visto l’attenzione, proprio da parte dei giovani, alla sostenibilità ambientale. Ecco allora che una Guida Bio serve e servirà. Ai consumatori per avere una bussola di orientamento; alle aziende per non abbandonare il solco e, soprattutto, una riconoscibilità che non deve passare tanto da bollini quanto dalla coscienza. Una roba che ho voluto è che la guida fosse scritta con caratteri leggibili. L’anno prossimo vorrei cercare di aggiungere qualcosa per andare incontro all’esigenza delle aziende di portare le persone in azienda così come, un’altra cosa che mi affascina è uscire fuori dai confini dell’Italia. Già, perché il mondo non si chiude intorno all’Italia e i giovani, curiosi come mai, sono sempre di più cittadini del mondo. Ho davvero una gran curiosità di andare a scoprire cosa e chi ci sarà quest’anno ad Un Mare di foglie. Per chi verrà, ci vedremo all’Hotel Villa Panphili il 24 gennaio 2026. Ivan Vellucci – Suggestioni di Vino
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14 Gennaio, 2026
Mixology Experience 2026 conferma Milano come uno snodo chiave per il beverage professionale internazionale, con una quinta edizione ancora più orientata al business globale.
Mixology Experience, il più grande evento italiano interamente dedicato al mondo del beverage professionale, tornerà dall’11 al 14 maggio 2026 nel padiglione 6 di Rho-Fiera Milano, all’interno di TuttoFood. Nato da un progetto di Bartender.it, in pochi anni è diventato un hub di riferimento per innovazione di prodotto, cultura della miscelazione e nuove dinamiche di mercato, forte del successo dell’edizione 2025 che ha registrato un significativo aumento di visitatori specializzati e operatori esteri.
Business Match e dimensione internazionale
L’edizione 2026 punterà ancora di più sulla dimensione globale con un programma di Business Match potenziato, pensato per mettere in relazione le aziende espositrici con category manager dei principali gruppi di acquisto mondiali, piattaforme distributive nazionali e internazionali, importatori specializzati e buyers Horeca attivi nelle grandi capitali del beverage. Sono attese delegazioni da Europa, Nord America, Medio Oriente e Asia, confermando Milano come crocevia internazionale per mixology, beverage e ospitalità.
Luca Pirola, ideatore e organizzatore
Aspiravamo da anni a contribuire alla creazione di una vera opportunità di business internazionale per il mondo del beverage e con Mixology Experience ci siamo riusciti.
La quinta edizione porterà un pubblico Horeca ancora più qualificato in una manifestazione che già esprime numeri importanti in termini di visitatori e buyers, integrandosi con la leadership di TuttoFood per i contatti Retail e GDO e ottimizzando le esigenze commerciali, di export e di vendite delle aziende beverage e dei loro brand in una quattro giorni ad alta densità di incontri.
Formazione, contenuti e Main Stage
Mixology Experience 2026 rafforzerà il focus su formazione e contenuti con un palinsesto dedicato al beverage pairing e al dialogo tra cucina, mixology e ospitalità. In programma ci saranno conferenze e talk internazionali con bartender, bar consultant e brand ambassador di rilievo mondiale, masterclass tecniche su spirits, cocktail contemporanei, analcolici evoluti e nuove tendenze di consumo, oltre a esperienze immersive pensate per coinvolgere il pubblico professionale dal Main Stage al Main Bar Arena lungo tutta la durata dell’evento.
Filiera beverage ed ecosistema in crescita
Il percorso espositivo valorizzerà il cross-over tra food & beverage, mostrando come la miscelazione moderna dialoghi con cucina d’autore, ristorazione casual e format di nuova generazione. Con oltre 500 marchi attesi, numerose new entry internazionali e un forte presidio di brand emergenti, il padiglione Beverage e Mixology Experience 2026 puntano a rafforzare il ruolo di acceleratore di mercato per aziende di spirits e liquori, produttori di soft drink premium e analcolici evoluti, distillerie artigianali, birrifici, realtà specializzate in sparkling wine, distributori, piattaforme tech dedicate al beverage, aziende di bar equipment e soluzioni per l’ospitalità.
Informazioni di sintesi
La quinta edizione di Mixology Experience andrà in scena dall’11 al 14 maggio 2026 a Fiera Milano Rho, all’interno di TuttoFood, nel padiglione 6 interamente dedicato a Beverage e Mixology Experience. L’evento, ideato e organizzato da Bartender.it, si conferma piattaforma strategica di scambio tra industria, distribuzione, mondo Horeca e retail, mettendo al centro relazioni commerciali, contenuti e visioni sul bar contemporaneo.
La Redazione
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14 Gennaio, 2026
Claude Cazals. Le Mesnil-sur-Oger, il tempo del gesso
Una visita, un clos e il dialogo tra due interpretazioni di Oger
Visitare Claude Cazals a Le Mesnil-sur-Oger significa entrare in una Champagne che rifugge l’effetto immediato e lavora invece sulla precisione, sulla verticalità e sul tempo. Qui lo Chardonnay non è mai accomodante: è un vino che nasce dal gesso e al gesso ritorna, con una coerenza stilistica che attraversa generazioni.
L’accoglienza in azienda è stata sincera e rilassata. Delphine Cazals, oggi alla guida della maison, racconta il lavoro della famiglia con naturalezza e grande consapevolezza. Non c’è retorica, ma una visione molto chiara: rispettare l’identità dei villaggi, evitare scorciatoie tecniche e lasciare che sia il tempo a completare il lavoro iniziato in vigna. È una chiacchierata vera, da vigneron a appassionato, dove emergono con chiarezza la storia familiare, le scelte tecniche e soprattutto la volontà di non tradire mai l’identità di Le Mesnil-sur-Oger.
Claude Cazals è una maison storica (1897), profondamente legata a una viticoltura 100% Grand Cru e a un’interpretazione dello Chardonnay che privilegia tensione, profondità e longevità.
Le Mesnil-sur-Oger è uno dei vertici assoluti della Côte des Blancs. Il gesso affiora in modo netto e imprime ai vini una spina acida precisa, una salinità costante e una straordinaria capacità di evoluzione. I vini di Claude Cazals non cercano mai di mitigare queste caratteristiche, ma le accompagnano con misura: fermentazioni prevalentemente in acciaio, affinamenti lunghi sui lieviti e dosaggi sempre calibrati.
Tra le cuvée simbolo della maison, il Clos Cazals, rappresenta una lettura particolarmente profonda del villaggio di Oger. Si tratta di un clos storico di circa 3,7 ettari, piantato nel 1957, una delle parcelle più identitarie della Côte des Blancs. Una parcella dove il tempo è l’ingrediente fondamentale. Da qui provengono due vini: il Clos Cazals e la Chapelle, quest’ultima dalle vigne più giovani. Un “castello” sovrasta il Clos, dove vive la madre di Delphine
Ho degustato il Clos Cazals 2015 a casa, dopo averlo acquistato direttamente in azienda. È uno Champagne che non cerca mai l’impatto immediato: la bocca è costruita su energia, profondità e tensione minerale, con una materia ampia ma sempre tenuta in linea da una freschezza salina costante. Il tempo sui lieviti è perfettamente integrato e contribuisce a una complessità stratificata, mai ridondante. È uno Champagne che non si concede subito: richiede attenzione, pazienza, e restituisce in cambio una lettura stratificata del terroir di Oger, fatta di energia, profondità e grande capacità di evoluzione.
Oger a confronto: due letture dello stesso terroir
(Pertois-Moriset Oger 2018 vs Clos Cazals Oger 2015)
Il Clos Cazals è stato messo a confronto con Pertois-Moriset Oger 2018, offrendo uno spunto interessante per riflettere su come lo stesso villaggio possa essere interpretato in modo diverso, pur partendo da basi tecniche simili.
Oger, nella lettura di Pertois-Moriset, tende a esprimere:
acidità più marcata e immediata
una verticalità molto pronunciata
un profilo aromatico centrato su agrumi freschi, fiori bianchi, gesso e salinità.
Il sorso è lineare, teso, rigoroso, con una sensazione di precisione quasi chirurgica. Un Oger che privilegia la scintillio e la freschezza incisiva.
Il Clos Cazals 2015, pur condividendo la matrice gessosa del villaggio, si muove su un piano diverso:
maggiore profondità di materia
una tensione meno “tagliente” ma più continua
una costruzione che si affida al tempo come elemento strutturale.
Due Champagne che raccontano Oger in modo complementare: uno più immediato nella sua verticalità, l’altro più meditativo e stratificato.
Oger e Chouilly in casa Pertois-Moriset: una chiave di lettura
Questo confronto trova ulteriore senso se inserito nel dialogo interno alla produzione Pertois-Moriset, in particolare tra Oger e Chouilly.
All’interno della stessa maison:
Oger si conferma come espressione di tensione, mineralità e rigore,
Chouilly, terroir leggermente più “caldo”, offre vini più ampi, maturi e avvolgenti, con frutto più pieno, texture più rotonda e sensazioni talvolta quasi cremose, pur mantenendo la freschezza tipica del Blanc de Blancs.
Le differenze non derivano tanto da scelte di cantina, quanto da maturità fenolica e struttura del terroir, dimostrando quanto il villaggio resti l’elemento centrale nella lettura dello Chardonnay della Côte des Blancs.
Conclusione
Claude Cazals è una maison che parla agli appassionati che cercano identità, coerenza e profondità, senza concessioni alle mode. Il Clos Cazals ne è una delle espressioni più emblematiche: uno Champagne che richiede tempo e attenzione, ma che restituisce una lettura profonda e autentica del terroir di Oger.
Il confronto con Pertois-Moriset Oger 2018 apre un dialogo stimolante tra stili e interpretazioni, che troverà naturale prosecuzione in un prossimo articolo dedicato proprio alla maison Pertois-Moriset e alle sue diverse anime territoriali.
Emanuele Muzzo – Vigne e Orizzonti
Su Instagram è semplicemente Emanuele Muzzo
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Su Instagram è semplicemente Emanuele Muzzo
13 Gennaio, 2026
Dry January. Sfida per tutti o occasione per osare?
Gennaio può essere un momento per prendersi una pausa, riscoprire il piacere di un buon bicchiere e sperimentare nuove proposte nei ristoranti e nei bar.
La sfida internazionale arriva in Italia
Il Dry January, la sfida internazionale che invita a non bere alcol per tutto gennaio, sta piano piano arrivando anche in Italia, qui non è ancora così diffuso come nel Regno Unito o in Francia e la gente lo interpreta a modo suo: c’è chi ci prova sul serio, chi riduce solo un po’ il consumo, chi fa attenzione solo dopo le feste e da noi il Dry January è più un “sì o no” personale che una regola fissa.
Dati e partecipazione
Secondo alcune ricerche, circa un quarto degli italiani conosce l’idea di un gennaio senza alcol e tra questi molti ci provano anche solo in parte, tra i giovani adulti, soprattutto tra i 18 e i 34 anni, la partecipazione è più alta, con diversi che riducono il consumo dopo le feste e, circa il 40% di chi ci prova, dichiara di voler diminuire il consumo senza eliminare del tutto le bevande alcoliche.
Nonostante questi dati, in Italia il Dry January rimane ancora poco conosciuto e praticato, mostrando che l’idea fatica a decollare nel nostro paese.
Perché fatica a decollare
Tra i diversi fattori che probabilmente influiscono sul far prendere piede alla sfida internazionale in Italia, c’è la scarsa comunicazione dell’iniziativa, visto che se ne parla davvero poco; a questo si aggiunge la cultura fortemente radicata sul bere in generale: il consumo di alcol è parte integrante della nostra vita sociale e delle nostre tradizioni e, volendo approfondire sul vino, questo è profondamente integrato nella nostra storia e nelle nostre tavole. L’Italia è da sempre una delle principali nazioni produttrici di vino al mondo e la viticoltura è parte della nostra identità culturale, dai piccoli borghi alle grandi città, dai rituali familiari alle celebrazioni pubbliche, e questo rende il concetto di “sospendere l’alcol per un mese” più complicato da recepire e applicare, anche se l’idea stimola curiosità e riflessione.
Il mio punto di vista
Personalmente lo trovo interessante, non perché voglia rinunciare del tutto al piacere di bere, ma perché gennaio può essere un buon momento per fare un piccolo stop e capire quanto conta bere con un po’ di attenzione; io lo seguo a modo mio: se mi capita di bere, bevo, ma provo anche a conservarmi un po’.; quello che mi affascina è che, dopo qualche settimana di attenzione, un bicchiere di vino o un cocktail ben fatto diventa ancora più intenso e più godibile.
La sfida per gli operatori del settore
Ed è qui che voglio lanciare una sfida: provare a bere con un po’ di attenzione dopo un periodo di stop può far riscoprire il gusto, la convivialità e il piacere del momento, e non vale solo per me, ma per chiunque voglia vivere il bere in modo più consapevole senza togliersi il piacere.
E questa sfida può riguardare soprattutto gli operatori del settore, dai bar ai ristoranti: gennaio può diventare un’occasione per sperimentare nuove proposte, cocktail analcolici, menu più leggeri o abbinamenti particolari o insoliti, è il momento giusto per proporre cose nuove, stimolare la creatività e coinvolgere le persone in modi diversi, sempre senza togliere il piacere, anzi rendendolo ancora più intenso.
Il mio punto di vista guardando ai produttori
Secondo la mia esperienza commerciale, pensando ai produttori, questo periodo può avere un impatto diverso da quello che ci si potrebbe aspettare, non è necessariamente negativo, perché gennaio di solito non è un mese di forti vendite, quindi ridurre l’alcol in questo periodo non penalizza davvero il mercato; anzi, può essere un momento utile per riflettere su come comunicare meglio il valore del vino, valorizzando qualità, piacere e identità del prodotto, e allo stesso tempo anche per educare i consumatori su un consumo consapevole di alcol in generale, non solo del vino. Secondo me è anche un’occasione per parlare ai giovani, che spesso sono un po’ lontani dal mondo del vino, proprio perché viene comunicato male e viene percepito come un prodotto elitario; gestire bene questa comunicazione può aiutare i produttori a mantenere il piacere, la tradizione e al tempo stesso aprirsi a nuovi pubblici.
Ma fa bene?
Dalle mie letture, anche solo un mese senza alcol può dare benefici concreti al corpo e al benessere, certo, non sto parlando da medico, ma da quello che ho letto e mi sono documentata. Questo stop, anche breve, può aiutare il fegato, il sistema cardiovascolare e migliorare il ritmo sonno-veglia; in generale, il corpo reagisce positivamente a una pausa dall’alcol, con più energia, lucidità mentale e maggiore attenzione al benessere quotidiano.
Conclusione
Insomma, può essere un’opportunità per tutti: per chi vuole riflettere sul proprio rapporto con l’alcol, per chi lavora nel mondo del vino, dei distillati e della birra, e anche per chi vuole migliorare il proprio benessere fisico, sempre con attenzione al gusto e alla convivialità. In Italia la sfida internazionale rimane un fenomeno piccolo, ma stimolante, e proprio per questo può diventare un’occasione per riflettere su piacere, abitudine e socialità, trovando un equilibrio che renda ancora più speciale il gusto del vino, dei distillati, della birra e dei momenti condivisi.
In un modo o nell’altro… cin cin! 🥂
Vale Wine – Oltre la carta dei vini
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