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2 Ottobre, 2025
Oltrepò brinda al successo: la terra del Pinot Nero celebra 160 anni di blanc e rosè de noirs italiano
Si è conclusa con grande successo la quinta edizione di “Oltrepò: Terra di Pinot Nero”, manifestazione organizzata dal Consorzio Classese Oltrepò Pavese per celebrare i 160 anni del blanc e rosè de noirs italiano e valorizzare il Pinot Nero, simbolo identitario di un territorio straordinario.
L’evento, svoltosi il 21 e 22 settembre nel borgo di Golferenzo, ha attirato un pubblico variegato composto da wine lovers, giornalisti, operatori e istituzioni. Durante le due giornate sono state protagoniste le eccellenze del territorio: il Metodo Classico DOCG, destinato a diventare Classese, e il Pinot Nero DOC vinificato in rosso.
I 29 banchi d’assaggio, le degustazioni e gli approfondimenti dedicati al blanc e rosè de noirs hanno offerto un percorso unico nella cultura e nell’identità vitivinicola dell’Oltrepò.
L’evento celebra un anniversario storico: 160 anni dalle prime bottiglie spumantizzate a Rocca de’ Giorgi nel 1865 dai Conti Carlo Gancia e Augusto Giorgi di Vistarino, oggi festeggiati con il nuovo disciplinare che introduce il nome Classese, sancendo la nascita della prima vinificazione al mondo fondata sul Metodo Classico da Pinot Nero vinificato in bianco o rosè.
Francesca Seralvo, Presidente del Consorzio
Questa edizione di Oltrepò: Terra di Pinot Nero ci restituisce con forza l’immagine di un territorio unito e determinato. Il successo dell’evento dimostra che la strada della qualità e della collaborazione è quella giusta. Abbiamo celebrato 160 anni di storia, ma soprattutto abbiamo posto le basi per un futuro fatto di innovazione, riconoscibilità e identità. L’Oltrepò crede nel suo Pinot Nero e nel Metodo Classico: con il Classese vogliamo affermare con orgoglio la nostra vocazione e portarla sempre più in alto.
La manifestazione ha riaffermato la propria duplice natura: festa e incontro per il pubblico, confronto tecnico e professionale per operatori, rafforzando così legami tra territorio, istituzioni e operatori.
Con questo appuntamento, il Consorzio Classese Oltrepò Pavese rinnova la sua missione: valorizzare una storia lunga 160 anni, costruendo il futuro con qualità, identità e innovazione.
La Redazione
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2 Ottobre, 2025
L'uomo che non lascia nulla al caso
Nome: Diego Cottini
Età: 68
Professione: Agricoltore
Residenza: Bussolengo (Verona) 3 cose che ama: i sapori autentici, i calici pieni e i sorrisi sinceri. 3 cose che detesta: l’arroganza, l’approssimazione, le guerre che nascono dall’arroganza. L’unico vino che porterebbe con sé sull’isola deserta: Dipende dall’isola. Porterei Oltremonte, certo: immagino che la mia dieta isolana sarà a base di pesce. Ma se dovessi trasformarmi in cacciatore, allora sceglierei Calinverno L’uomo che non lascia nulla al caso Appartenere a una famiglia del vino può essere un trampolino, ma anche un macigno. Diego Cottini lo sa bene: ereditare una storia vinicola nata nel 1925 significa misurarsi ogni giorno con la severità del confronto e la pressione dell’aspettativa. Ma chi lo incontra capisce subito che il peso del cognome corrisponde alla leggerezza del suo entusiasmo. Diego non si limita a “portare avanti” il brand famigliare, lui lo abita e lo plasma, facendolo coincidere con la propria identità. A tratti sembra quasi che lui e Montezovo siano la stessa cosa. Nessuna delega L’ho conosciuto alla guida della sua jeep, il giorno in cui mi ha portato a Calinverno, il suo vigneto del cuore, nell’entroterra del Lago di Garda. Tenevo gli occhi serrati e l’anima in subbuglio data la velocità con la quale scalava quei sentieri impervi e scoscesi. Questo ci permette di capire, fin da subito, due cose: Diego Cottini è irrefrenabile, a tratti impetuoso e, cosa fondamentale per intuire l’essenza dei suoi vini, follemente innamorato dei vigneti d’altura. È una personalità intensa quella di Diego, senza paura: parla con ritmo serrato, passa dai dettagli agronomici alle strategie di mercato con un filo logico che solo lui sembra tenere insieme. Può risultare spiazzante, a volte travolgente. Ma è proprio questo fuoco che fa da propulsore al progetto Montezovo che, oltre al vino, contempla – con non poca ambizione – il comparto dell’ospitalità, nelle sue varie forme. Lui non delega: controlla, ascolta, corregge, decide. È l’uomo che in vigna si sporca le mani e in cantina non perde un passaggio. A volte sfianca chi gli sta accanto, ma senza quella sua mania di perfezione Montezovo non sarebbe quello che è. Diego ha una virtù che per alcuni può sembrare un difetto: l’ostinazione. Non lascia nulla al caso, non accetta scorciatoie, non tollera superficialità. Nel cuore dei territori L’identità di Diego è indissociabile dal Veneto. Lo incontro a Caprino Veronese, dove ha sede Tenuta dell’Anfiteatro, campo base di Montezovo, nel cuore morenico del Garda Orientale. Qui la vista è mozzafiato. La brezza del lago e l’incombenza del Monte Baldo rendono questo luogo una nicchia privilegiata per la produzione di uve di qualità. Questa cantina è l’approdo di un uomo che, provenendo dalla Valpolicella – l’altra vallata, quella ben più nota – ha cercato il suo spazio espressivo nell’ammaliante comprensorio gardesano, con l’intento di esplorarlo ed interpretarlo nella sua complessità. Ad oggi i centri produttivi di Montezovo sono diventati tre, ai quali si somma uno dei Fruttai più all’avanguardia del Veneto, dedicato all’appassimento delle uve destinate all’Amarone. Per chi desidera esplorare le diverse anime di Montezovo, suggerisco l’assaggio del “Sauvignon d’altura” Oltremonte, allevato a più di 800 metri sul livello del mare, oppure del Lugana DOC Terralbe, magari con qualche anno sulle spalle, perché possa palesare la sua stoffa, ancora il leggiadro Chiaretto Garda DOC ed il grande classico aziendale: l’Amarone, per l’appunto. Tra i miei vini preferiti, il Metodo Classico Lessini Durello, inequivocabile punto di riferimento per la tipologia, destinato a nuove frontiere di lunga sosta sui lieviti. Gesti concreti Cottini sceglie di investire in sostenibilità quando non è ancora parola magica del marketing, pretendendo coerenza, anche quando costa di più. Dal 1995, la sua cantina è progettata per ridurre l’impatto ambientale, sfruttando la pendenza naturale per la movimentazione dei mosti; dispone di una caldaia a biomassa che utilizza scarti di potatura e residui forestali. L’adozione dei pannelli solari, inoltre, rende Montezovo autosufficiente dal punto di vista energetico. L’azienda investe in impianti irrigui moderni, con invasi per il recupero delle acque piovane; dal 2013 adotta il protocollo Biodiversity Friend e, cosa molto cara a chi scrive, conduce una ricerca sui vitigni resistenti in collaborazione con la Fondazione Edmund Mach. La persona dietro l’enologo Non basta guardarlo al lavoro per capire chi è: bisogna ascoltarlo quando racconta di una vendemmia difficile, di un’avversità meteorologica, di ostacoli che insegnano più dei manuali enologici. Oppure vedere l’ardore nei suoi occhi mentre racconta l’eredità del mondo agreste in cui è nato, dove ogni cosa trova nuova vita, persino i grandi massi erratici di “Rosso Veronese” emersi durante gli scavi dei nuovi impianti, sapientemente trasformati nella pavimentazione della cantina. Marmi che, con eleganza, custodiscono il calore della terra e la memoria del tempo. Ha l’orgoglio di chi sa il fatto suo Diego, ma anche l’ansia di chi non è mai del tutto soddisfatto. E questo lo rende umano, autorevole, accattivante. Perché vale la pena di conoscerlo Chi arriva a Montezovo, prima di assaggiare i vini, non può esimersi dall’ascolto dell’introduzione di Diego; perché lui non si limita a produrli quei vini, ci si identifica, ci mette la faccia, i dubbi, le notti insonni. Non c’è distanza tra uomo e progetto. E quando giunge il momento del convivio e ci si siede a tavola con l’imprenditore, si intuisce subito che il vino che ti sta offrendo – con lauta generosità – non è solo frutto di tecnica ed oculata zonazione, ma anche di una testarda visione che non cede a compromessi. Forse è proprio questo che rende Montezovo più che un marchio: è un’estensione della pervicacia di chi la guida, virtù, e travagli annessi. Paola Restelli
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Età: 68
Professione: Agricoltore
Residenza: Bussolengo (Verona) 3 cose che ama: i sapori autentici, i calici pieni e i sorrisi sinceri. 3 cose che detesta: l’arroganza, l’approssimazione, le guerre che nascono dall’arroganza. L’unico vino che porterebbe con sé sull’isola deserta: Dipende dall’isola. Porterei Oltremonte, certo: immagino che la mia dieta isolana sarà a base di pesce. Ma se dovessi trasformarmi in cacciatore, allora sceglierei Calinverno L’uomo che non lascia nulla al caso Appartenere a una famiglia del vino può essere un trampolino, ma anche un macigno. Diego Cottini lo sa bene: ereditare una storia vinicola nata nel 1925 significa misurarsi ogni giorno con la severità del confronto e la pressione dell’aspettativa. Ma chi lo incontra capisce subito che il peso del cognome corrisponde alla leggerezza del suo entusiasmo. Diego non si limita a “portare avanti” il brand famigliare, lui lo abita e lo plasma, facendolo coincidere con la propria identità. A tratti sembra quasi che lui e Montezovo siano la stessa cosa. Nessuna delega L’ho conosciuto alla guida della sua jeep, il giorno in cui mi ha portato a Calinverno, il suo vigneto del cuore, nell’entroterra del Lago di Garda. Tenevo gli occhi serrati e l’anima in subbuglio data la velocità con la quale scalava quei sentieri impervi e scoscesi. Questo ci permette di capire, fin da subito, due cose: Diego Cottini è irrefrenabile, a tratti impetuoso e, cosa fondamentale per intuire l’essenza dei suoi vini, follemente innamorato dei vigneti d’altura. È una personalità intensa quella di Diego, senza paura: parla con ritmo serrato, passa dai dettagli agronomici alle strategie di mercato con un filo logico che solo lui sembra tenere insieme. Può risultare spiazzante, a volte travolgente. Ma è proprio questo fuoco che fa da propulsore al progetto Montezovo che, oltre al vino, contempla – con non poca ambizione – il comparto dell’ospitalità, nelle sue varie forme. Lui non delega: controlla, ascolta, corregge, decide. È l’uomo che in vigna si sporca le mani e in cantina non perde un passaggio. A volte sfianca chi gli sta accanto, ma senza quella sua mania di perfezione Montezovo non sarebbe quello che è. Diego ha una virtù che per alcuni può sembrare un difetto: l’ostinazione. Non lascia nulla al caso, non accetta scorciatoie, non tollera superficialità. Nel cuore dei territori L’identità di Diego è indissociabile dal Veneto. Lo incontro a Caprino Veronese, dove ha sede Tenuta dell’Anfiteatro, campo base di Montezovo, nel cuore morenico del Garda Orientale. Qui la vista è mozzafiato. La brezza del lago e l’incombenza del Monte Baldo rendono questo luogo una nicchia privilegiata per la produzione di uve di qualità. Questa cantina è l’approdo di un uomo che, provenendo dalla Valpolicella – l’altra vallata, quella ben più nota – ha cercato il suo spazio espressivo nell’ammaliante comprensorio gardesano, con l’intento di esplorarlo ed interpretarlo nella sua complessità. Ad oggi i centri produttivi di Montezovo sono diventati tre, ai quali si somma uno dei Fruttai più all’avanguardia del Veneto, dedicato all’appassimento delle uve destinate all’Amarone. Per chi desidera esplorare le diverse anime di Montezovo, suggerisco l’assaggio del “Sauvignon d’altura” Oltremonte, allevato a più di 800 metri sul livello del mare, oppure del Lugana DOC Terralbe, magari con qualche anno sulle spalle, perché possa palesare la sua stoffa, ancora il leggiadro Chiaretto Garda DOC ed il grande classico aziendale: l’Amarone, per l’appunto. Tra i miei vini preferiti, il Metodo Classico Lessini Durello, inequivocabile punto di riferimento per la tipologia, destinato a nuove frontiere di lunga sosta sui lieviti. Gesti concreti Cottini sceglie di investire in sostenibilità quando non è ancora parola magica del marketing, pretendendo coerenza, anche quando costa di più. Dal 1995, la sua cantina è progettata per ridurre l’impatto ambientale, sfruttando la pendenza naturale per la movimentazione dei mosti; dispone di una caldaia a biomassa che utilizza scarti di potatura e residui forestali. L’adozione dei pannelli solari, inoltre, rende Montezovo autosufficiente dal punto di vista energetico. L’azienda investe in impianti irrigui moderni, con invasi per il recupero delle acque piovane; dal 2013 adotta il protocollo Biodiversity Friend e, cosa molto cara a chi scrive, conduce una ricerca sui vitigni resistenti in collaborazione con la Fondazione Edmund Mach. La persona dietro l’enologo Non basta guardarlo al lavoro per capire chi è: bisogna ascoltarlo quando racconta di una vendemmia difficile, di un’avversità meteorologica, di ostacoli che insegnano più dei manuali enologici. Oppure vedere l’ardore nei suoi occhi mentre racconta l’eredità del mondo agreste in cui è nato, dove ogni cosa trova nuova vita, persino i grandi massi erratici di “Rosso Veronese” emersi durante gli scavi dei nuovi impianti, sapientemente trasformati nella pavimentazione della cantina. Marmi che, con eleganza, custodiscono il calore della terra e la memoria del tempo. Ha l’orgoglio di chi sa il fatto suo Diego, ma anche l’ansia di chi non è mai del tutto soddisfatto. E questo lo rende umano, autorevole, accattivante. Perché vale la pena di conoscerlo Chi arriva a Montezovo, prima di assaggiare i vini, non può esimersi dall’ascolto dell’introduzione di Diego; perché lui non si limita a produrli quei vini, ci si identifica, ci mette la faccia, i dubbi, le notti insonni. Non c’è distanza tra uomo e progetto. E quando giunge il momento del convivio e ci si siede a tavola con l’imprenditore, si intuisce subito che il vino che ti sta offrendo – con lauta generosità – non è solo frutto di tecnica ed oculata zonazione, ma anche di una testarda visione che non cede a compromessi. Forse è proprio questo che rende Montezovo più che un marchio: è un’estensione della pervicacia di chi la guida, virtù, e travagli annessi. Paola Restelli
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2 Ottobre, 2025
ÈNO. Florence Wine Excellence 2025
IL COSA E IL DOVE
Il 21 e 22 Settembre scorsi la FORTEZZA DA BASSO di Firenze ha ospitato la prima Edizione di èno Florence Wine Excellence, una due giorni in cui professionisti del vino e appassionati hanno potuto incontrarsi e dialogare in una cornice assolutamente unica.
Non solo banchi d’assaggio ma anche e soprattutto masterclass, workshop e incontri con i Produttori il tutto pensato da cinque grandi agenzie fiorentine che il vino lo conoscono bene.
Un progetto pensato oggi per avere un futuro domani.
GLI ASSAGGI
Duecentotrenta le Aziende presenti e oltre novecento etichette in degustazione, questi i numeri di un Evento che facendo perno sulla Toscana (oltre novanta i Produttori a rappresentarla) ha consentito al grande pubblico accorso di fare un bel ripasso della geografia del vino italiana e non (diverse le proposte francesi).
Posto come ovvio che io non potessi neppure pensare di assaggiare tutto mi è sembrato subito il caso di mandare a monte i bei programmi della vigilia e ficcare il naso laddove il caso, l’istinto o la semplice fortuna di trovare un banco meno affollato mi avrebbero consentito di farlo.
Oltre cento i vini che ho assaggiato rappresentati qui da “quattordicietichette” (in realtà quindici).
Quattordici vini (più uno), uno per ciascuna Azienda cui sono andato a rompere le scatole più…più qualcosa che non potevo fare a meno di raccontarVi o porre alla Vostra attenzione.
Come sempre date una letta al mio personalissimo recit de dégustation, prendete con le molle i miei tiratissimi giudizi e correte ad assaggiare.
Siate Curiosi, SEMPRE!
QUELLI DA NOVANTA
– TRENTO DOC ROSÉ DE NOIR “MONSIEUR MARTIS” 2020, MASO MARTIS (TRENTINO): un Moschettiere vestito di rosa anziché di rosso, a confondere e celare grinta e coraggio dietro un abito dal colore traviante.
Mostra la guardia elegante del fioretto fendendo l’aria tra note di fragola e corbezzolo per toccare la rosa appassita al fin della licenza tra il brusio di una folla che mormora note di arancia, fumo e mineralità.
In bocca è cremoso e sferzato dal brioso perlage che ravviva il sorso tambureggiando ritmicamente agrumi e mineralità.
Maschio, o forse…femmina.
91 Punti.
– TRENTO DOC “MADAME MARTIS” 2015 RISERVA BRUT, MASO MARTIS (TRENTINO): “MADAME” un nome che poco si addice con un vino con tanto piglio.
Forse “MISTRESS” sarebbe più adatto o forse no, forse quel “MADAME” è perfetto per descrivere l’energia e l’eleganza che questa bottiglia racchiudono.
Una scintilla di pietra focaia o forse un “C@@@@” urlato con rabbia scivolando sulla pietra bagnata, questo l’incipit olfattivo.
Poi sono frutti rossi, agrumi (bergamotto), nocciole, la spezia (quella di “DUNE”), il fumo del camino, la pasticceria di mandorla…
In bocca…in bocca entra deciso imponendo una morbidezza che il suo alter ego non conosceva, una carezza (ma con mano pesante), un “permesso” che non accetta dinieghi.
Di acidità dalle larghe spalle, mai domo non arretra di un passo dalla propria minerale posizione.
Lungo, sontuoso…
Femmina più che donna.
91 Punti.
M’ero riproposto di scrivere di un solo vino per Azienda ma siccome qui ho già fatto uno strappo alla regola, mi perdonerete se Vi segnalo il TRENTO DOC ROSÉ EXTRA BRUT 2021 di eleganza non comune a partire dal colore e il VIGNETI DELLE DOLOMITI IGT MÜLLER THURGAU “AL+MA 800” 2024, un Müller trasversale che sottolinea la mezz’elica di DNA ereditata dal Riesling firmando a colpi di pietra focaia il plot fresco e fruttato di un vino che merita più di un sorso (e che mi piacerebbe ornato di tappo STELVIN).
– SOAVE CLASSICO DOC “VINTAGE COLLECTION” 2016, INAMA (VENETO): eclittico, nasconde dietro grassezze di burro che chardonneggiano la dolce frescosità delle scorze di limone candito.
Poi sono mele ranette, albicocche, addirittura l’uva prima della pesca gialla.
E come se il susseguirsi di fecce di anno in anno fosse un over-boost di profumi non tarderete a scoprire pera, camomilla, un guizzo di lime e un graffio di frutta secca.
E la mineralità del Soave?!
È lì, alla finestra, pronta a sostenere senza far calare mai l’attenzione e ad affiancare la freschezza in quell’assaggio teso e di corrispondente complessità, un lungo viaggio fatto sfogliando nuovamente le pagine di un libro ricco di frutta che nell’epilogo sottolinea nuovamente note di burro e firma con la nocciola.
90+ Punti.
GLI ALTRI
– VENEZIA GIULIA IGP “NICE WINE” 2023, ALTÙRIS (FRIULI VENEZIA GIULIA): uno Chardonnay che tra le striature minerali affianca la mela renetta alla frutta tropicale, la vaniglia alla scorza d’agrume, le erbe officinali alla mandorla tostata.
In bocca la struttura morbida e coerente è ben bilanciata da freschezza e sapidità.
Chiude sottolineando la mineralità del territorio senza essersi mai seduto o aver perso bevibilità.
86++ Punti.
Ma la vera sorpresa sono le Birre, quelle del primo birrificio agricolo artigianale friulano (GJULIA); una gamma amplissima all’interno della quale non posso non segnalare alla Vostra attenzione la “EST”, una Weizen affascinante, didattica e “bananosa” e la “KRISTALL CUVÉE”, una IPA a base Sauvignon sgrassatissima, divertente e…traditrice.
– COLLIO DOC FRIULANO 2024, VILLANOVA (FRIULI VENEZIA GIULIA): subito intenso nelle sue dolci florealità di camomilla vira presto sulle note della nespola e sulle freschezze del cedro e del finocchietto selvatico prima di chiudere ritmando mineralità e amaritudini mandorlate.
Sorso morbido, abbastanza fresco e sostenuto da una dritta, sapida spina dorsale.
Chiude alternando le dolcezze dell’acacia a quelle della mandorla.
Un Friulano con un piede in due staffe, indeciso nello scegliere tra tradizione e modernità.
86+ Punti.
– COLLIO DOC BIANCO DA UVE AUTOCTONE 2023, CANTINA PRODUTTORI CORMONS (FRIULI VENEZIA GIULIA): il giallo della pesca e della mimosa, il bianco della pera e dei fiori di campo, il verde delle erbe aromatiche, le dolcezze del miele d’acacia, la ruvida, iodata presenza di un mare che era…
Questo l’olfatto di un vino che in bocca rivela calore e salinità con la riservata e forse scorbutica tipicità friulana.
88 Punti con forse un – perché un po’ di brio non avrebbe guastato.
– ALTO ADIGE SÜDTIROL DOC PINOT NERO “BURGUM NOVUM” 2021 RISERVA, CASTELFEDER (ALTO ADIGE): tè nero e more affiancano ciliegie e cioccolato in una atmosfera minerale in cui agrumate freschezze e brezze balsamiche scandiscono il ritmo dei profumi.
In bocca calore e morbidezza non mancano ma è la sapidità la spina dorsale di un assaggio che tannini e ritorni d’agrume mantengono vivo e vitale e che in chiusura ci regala un inatteso assolo speziato.
Un Pinot Nero che meriterebbe forse un giudizio più accondiscendente ma cui la mia ormai nota cattiveria assegna 89 Punti (con forse un +).
– BENACO BRESCIANO IGT BIANCO “EXPLORER” 2022, FAMIGLIA OLIVINI (LOMBARDIA): al naso si presenta quasi timido (complice una temperatura di servizio un pochino troppo bassa) e rivela pian piano delle note iodate che precedono quelle del mandarino e della pesca gialla.
Poi s’assesta nel calice e lascia trasparire grassezze di burro, appena più di un ahimé di esotico e un sospiro pirico che accenna all’idrocarburo.
In bocca prende possesso dei propri spazi, cremoso, ricco, succoso, fresco, fa poi capolino il legno e nel finale propone una nota di scorza d’agrume amaro.
Un aggravio di pena nel suo esilio in vetro non credo gli faccia male.
88+ Punti.
– PIEMONTE DOC MOSCATO PASSITO “REDENTO” 2020, CAUDRINA (PIEMONTE): naso complesso eppur lievissimo, a raccontare caramelle d’orzo e pesche sciroppate senza dimenticarsi una strizzata d’occhio alla tropicalissima ananas.
E poi un susseguirsi di zafferano, miele, la pasticceria della pasta di mandorle e dei canditi e…una sottile peposità.
In bocca è come al naso, ricchissimo eppure di garbata irruenza, sostenuto da freschezza e sapidità d’avanzo e con un lunghissimo finale dolce-amaro di mandorla.
Per meditare…soprattutto sul fatto che la bottiglia da mezzolitro non sarà sufficiente a placare la Vostra sete.
88++ Punti.
– TERRE SICILIANE IGT NERELLO MASCALESE “ALBERELLI DI GIODO 2021”, GIODO (SICILIA e TOSCANA): del vulcano ha cenere e lapilli, la lava nera e tagliente, le durezze profonde della terra e la fatica di radici che cercano spazio.
Ma non mancano le ciliegie e le amarene, le viole, il pepe.
Il sorso ha in sé il calore della lava e la freschezza dei poco meno di millemetri, un tessuto tannico fittofitto e chiusura lunga fatta di tanti pensieri.
88++ Punti.
Certo, ho scelto la Sicilia alla Toscana, ma non posso non dirVi del BRUNELLO DI MONTALCINO DOCG 2020 che, pur nella sua irruenza giovanile di carcadè e incenso sottolinea già tabacchi, china e ferro.
Ha l’arroganza irriverente di schermirsi camuffandosi da “ROSSO DI” ma sa bene di valere almeno 90 Punti.
– MARSALA SUPERIORE DOC AMBRA SEMISECCO “OLD JOHN” 1998 RISERVA, PELLEGRINO (SICILIA): profuma di ricordi e d’attesa sciorinando con calma le secche dolcezze del fico e del dattero, le amaritudini del mallo di noce e della scorza d’agrume, l’opera lenta e dolce delle api, i legni nobili…
In bocca regna la freschezza e la sapidità governa l’assaggio, di amabile dolcezza svolge la traccia indicata dall’olfatto senza fretta e con compita diligenza.
Un Brandy senza esserlo.
88++ Punti.
– TOSCANA IGT MERLOT “REDIGAFFI” 2023, TUA RITA (TOSCANA): un Merlot che s’agita come un Sangiovese e s’atteggia a Nebbiolo proponendo con maremmana bischeritudine e sabauda nobiltà more e lamponi, macchia mediterranea, un ché di violetta le note ferrose che precedono il temporale su un tessuto che è trama speziata e ordito balsamico.
L’assaggio tradisce la gioventù di un vino lungi dall’essere ma già conscio del proprio destino.
Di piemontese freschezza e calore toscano mostra tannini sottili ancorché non ancora domestici.
Il sorso è agile ben più di quanto i pensieri impieghino a lasciare il corto circuito innescatosi tra calice e cervello.
Un veggente che racconta storie vissute non ancora in prima persona.
89 Punti per avere la scusa di riassaggiarlo quando ne meriterà ben più di 90.
– TOSCANA IGT ROSSO “LUPO NERO” 2016, TENUTA L’IMPOSTINO (TOSCANA): scuro come l’etichetta suggerisce il bosco e l’agguato dei piccoli frutti e delle spine.
Scuro il tabacco, scuro il caffè, del cioccolato fondente.
Scura la prugna scuro il ferro arrugginito che si percepisce nell’aria, scure le spezie e financo quell’agrume chinotto che rinfresca l’olfatto tenendo per mano i sospiri mentolati.
In bocca è importante, materico, a dimostrare che quella che prima era in agguato e ora presente, tannini scattanti a sostenere la freschezza di un sorso dall’agile muscolatura.
Non ancora domo dopo quasi due lustri non lo sarà forse mai ed è forse in questa sua natura selvatica che sta buona parte del suo fascino.
89 Punti.
Gli fa da contraltare il TOSCANA IGT ROSSO “LUPO BIANCO” 2019 che mostra femminile eleganza nel pennellare ad olio i tratti della frutta e delle spezie e grazia inaspettata nel sorso di grande equilibrio.
Peccato gli manchi il fascino delle “tenebre”.
– BOLGHERI SUPERIORE DOC “MARIANOVA” 2021, MICHELE SATTA (TOSCANA): restio a essere inquadrato nello schema bolgherese cerca l’impossibile matrimonio d’amore tra la dura toscanità del Sangiovese e i misteri d’Oriente del Syrah.
Profondo e complesso già all’olfatto racconta la dolcezza del gelso e il tabacco arrotolato del toscano, uno spartito vegetale sul quale s’appuntano note di piccoli frutti rossi e contrappunti di viole e lavanda.
E poi zenzero, kakadè e note gessose.
Sorso identitario e orgoglioso, mai pesante, scorrevole, tannini sostanziosi ma mai d’intralcio e il finale…lungo e con un ché di fumé che sa di libri e pensieri.
Da riassaggiare con la dovuta calma.
88++ Punti.
Il BOLGHERI SUPERIORE “PIASTRAIA” 2022?
Merita sicuramente di essere assaggiato ma è un po’ troppo incline al frutto per i miei gusti, tanto da lasciare molto indietro le freschezze di menta piperita e le succosità d’arancia.
Lo so, mi prenderete per pazzo ma…è meglio del precedente e si merita 89 Punti (tuttitutti).
– VALLE D’AOSTA DOC CHARDONNAY “CUVÉE BOIS” 2021, LES CRÊTES (VALLE D’AOSTA): uno Chardonnay che al naso non diresti, per quella sua profonda vena boisé, quell’idea fumosa…
E poi il giallo degli agrumi e della noce moscata, una striscia salina e ancora frutta gialla matura a sottendere un ché di miele.
In bocca s’allarga, lento ma inesorabile, ancora tra gli agrumi maturi e raccontando fiori bianchi prima di sterzare, a fondo calice, su inattese note di tabacco.
Indeciso se puntare su intensità o delicatezza sceglie la terza via dell’eleganza.
89– Punti.
E QUINDI?
E quindi GRAZIE a tutti!
Grazie agli Organizzatori per avermi ospitato e a tutti quei Produttori che hanno avuto la pazienza di sopportare i miei deliri.
È stata una giornata intensa (io mi sono limitato a esserci nella sola giornata di Domenica), un nuovo mattoncino nel grande muro degli Eventi del vino in Italia.
Location, spazio, offerta, organizzazione e, perché no, elegante semplicità, una formula semplice per un risultato assicurato.
Appuntamento al 2026
Roberto Alloi – VINODENTRO
Su Instagram @eno_evo
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1 Ottobre, 2025
Vendemmia a Montefili: il tempo dell’attesa diventa raccolta
Settembre porta con sé la luce dorata e l’aria fresca delle colline di Panzano.
A oltre 500 metri di altitudine, tra silenzi e vento, la vendemmia a Montefili non è mai un gesto meccanico: è un rito di pazienza e precisione, dove ogni grappolo viene scelto a mano, come un dono che la natura concede.
L’annata 2025 ha chiesto rispetto e attenzione. L’inverno è stato caratterizzato da piogge regolari, che hanno favorito una buona ripresa vegetativa in primavera nonostante temperature sotto la media. L’estate, calda ma non torrida, è stata contraddistinta da buone escursioni termiche, preservando acidità e profumi.
Le inaspettate piogge settembrine hanno sostenuto le piante nell’ultima fase di maturazione, regalandoci così un’annata qualitativamente molto soddisfacente e dal grande potenziale di invecchiamento.
Le parcelle – ognuna con la propria voce e carattere – saranno raccolte separatamente, rispettando le attitudini dei diversi suoli, con rese volutamente contenute per esaltare concentrazione e finezza.
Serena Gusmeri, enologa e agronoma
La vendemmia non è solo il momento della raccolta, ma il tempo in cui la vigna racconta il suo anno intero. Noi ascoltiamo, con umiltà e precisione, sapendo che il futuro di Montefili nasce da questo dialogo silenzioso.
Ora in cantina c’è fermento. Ci vorranno mesi, forse anni, perché il carattere di questi vini si riveli pienamente. Ed è proprio nell’attesa che vive la promessa di Montefili: vini nati dal tempo, dall’altitudine e da una cura senza compromessi.
Profilo aziendale – Vecchie Terre di Montefili
Vecchie Terre di Montefili è un’icona del Chianti Classico. Fondata negli anni ’70, è oggi un punto di riferimento per chi cerca vini eleganti e profondamente radicati nel territorio toscano. La tenuta unisce tradizione, sostenibilità e precisione enologica in un’identità solida e contemporanea.
Guidata da Serena Gusmeri, Montefili coltiva vigne biologiche, comprese parcelle storiche che danno vita a etichette iconiche, come Anfiteatro, un Sangiovese puro che racconta la voce più autentica della tenuta.
Montefili guarda al mondo con curiosità e consapevolezza, creando vini che parlano di Toscana e portano un messaggio universale: ogni bottiglia è un racconto di territorio, tempo e visione, un equilibrio virtuoso tra radici e futuro.
La Redazione
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1 Ottobre, 2025
Le Colture partner della Venice Design Biennial
Il Valdobbiadene DOCG incontra l’arte contemporanea
Fondata nel 1983 a Valdobbiadene e guidata oggi dai fratelli Silvia, Alberto e Veronica Ruggeri, Le Colture si distingue per una filosofia produttiva radicata nell’identità del territorio, nella qualità e nella sostenibilità. Partecipare alla Venice Design Biennial rappresenta per l’azienda un momento significativo, unendo il linguaggio del vino a quello dell’arte contemporanea.
Il 4 settembre 2025, la cantina Le Colture è stata protagonista alla giornata di apertura della Venice Design Biennial, ospitata negli spazi della Venice ART Factory. Questo evento internazionale, che si tiene ogni due anni a Venezia, trasforma la città in un palcoscenico globale di creatività. L’edizione 2025 invita a riflettere sul tema “Extinction / Salvation”.
Veronica Ruggeri, co-titolare della cantina
Partecipare a questa edizione è stata per noi un’opportunità preziosa: crediamo che il vino, come l’arte, sia un linguaggio capace di emozionare e di trasmettere valori profondi, e per questo siamo particolarmente legati a questa collaborazione.
La manifestazione resterà aperta fino al 2 novembre 2025 e propone incontri, installazioni e progetti site-specific per affrontare tematiche legate all’ambiente, alle trasformazioni sociali e al ruolo della creatività nella ricerca di soluzioni sostenibili.
Nel contesto della giornata stampa, Le Colture ha proposto in degustazione il suo Valdobbiadene DOCG Prosecco Superiore Extra Dry “Pianer”, sottolineando come vino e arte condividano la stessa tensione verso la bellezza, l’armonia e l’autenticità.
I curatori della Venice Design Biennial
Da sempre vino e arte sono alleati nel creare incontro, scoperta, dialogo vero. La collaborazione con Le Colture per l’evento inaugurale della Venice Design Biennial ha rinnovato ancora una volta questa alleanza, unendo tante persone diverse in uno stesso luogo, a condividere un’esperienza intensa e a celebrare questa condivisione.
La degustazione si è trasformata in un dialogo con le opere esposte, trasformando i calici di Valdobbiadene Prosecco Superiore DOCG in tappe di un percorso corale di identità, visione e senso di appartenenza.
Le Colture conferma così la sua capacità di guardare oltre i confini dell’enologia, dialogando con arte e cultura in un contesto internazionale, costruendo legami forti tra settori diversi, accomunati dal desiderio di offrire esperienze autentiche e memorabili.
La Redazione
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1 Ottobre, 2025
Oro delle Donne. Vigne, ulivi e racconti di famiglia
Un viaggio tra Lanuvio e i Castelli Romani, alla scoperta di una famiglia che ha trasformato la passione per la terra in vini, oli e racconti poetici.
Oggi mi sono concesso una giornata nelle campagne di Lanuvio, terra antica e mitologica, dove la leggenda racconta che Enea fondò il primo insediamento in Italia dopo la caduta di Troia. Il nome stesso di questo luogo deriva da Lavinia, figlia di Latino e moglie di Enea, e sembra che ogni campo e collina ancora custodiscano echi di quel passato. Oggi però non sono qui per un racconto mitologico, ma per incontrare una famiglia che ha fatto della terra la propria poesia: Oro delle Donne.
Chiara l’ho conosciuta durante una fiera agricola: il suo entusiasmo, la sua passione per il vino e l’olio mi hanno incuriosito, ed eccomi qui, accolto al cancello della loro campagna. Con il suo sorriso luminoso mi invita ad entrare, e poco dopo arriva Mauro, suo padre, che ci raggiunge con passo sicuro e mani abituate al lavoro. La mattinata è dedicata alla raccolta del Vermentino: grappoli dorati che vengono tagliati con le cesoie e deposti nei secchi con la calma di un rito antico. Le mani si muovono veloci, ma con rispetto. Camminando lungo i filari scorgo qualcosa che non mi torna: tra i grappoli dorati del Vermentino ne vedo alcuni più scuri, dal colore diverso. Mi fermo incuriosito e chiedo a Mauro:
Ma questi non sono Vermentino, vero? Vede anche lei quei grappoli scuri? .
Lui sorride divertito:
Sono nove viti di Sangiovese che ci hanno dato insieme al Vermentino. Restano qui, memoria di un errore che ormai fa parte della nostra storia.”
Cammino sotto il manto profumato dei filari, il trattore segue lento e sembra una processione agreste.
Perché Oro delle Donne?
domando a Chiara.
È stata un’idea di papà,
mi spiega.
Per onorare me e mamma, ma anche la figura femminile che ritorna con la Dea Giunone. Poi c’è l’usanza di piantare un ulivo quando nasce una donna.
Il legame con gli ulivi è forte: oltre ai terreni di Lanuvio e Marino, dal 2015 la famiglia gestisce l’uliveto storico di Villa Maruffi, un luogo sospeso nel tempo che conserva intatta la sua identità. La villa, situata sulle colline del Sassone a Ciampino, fu lasciata in eredità all’Università Roma Tre e oggi è un esempio prezioso di conservazione del paesaggio. Qui, tra i muri antichi e i ricordi di un casale fortificato, si trova anche una piccola chiesetta consacrata, che rende il luogo ancora più suggestivo. Camminare tra gli ulivi secolari che circondano la villa significa respirare un paesaggio che parla di fede, memoria e radici: è in questo scenario che nascono alcuni degli oli più preziosi di Oro delle Donne
Terminata la mattinata a Lanuvio, ci spostiamo verso Marino. È un viaggio che attraversa i Castelli Romani, passiamo accanto al lago di Castel Gandolfo, lo specchio d’acqua riflette cielo e case come in una cartolina senza tempo. Arriviamo al centro di Marino, dove tra vicoli e piazze si trova la loro cantina.
Entrando, lo sguardo si posa su una vecchia barrique, non più contenitore di vino, ma tavolo conviviale.
L’abbiamo recuperata dalla grotta di mio nonno,
racconta Chiara accarezzandone il legno vissuto,
ci piaceva l’idea di ridarle vita e farne il centro dei nostri incontri.
È attorno a quella barrique che Chiara e Mauro mi accolgono, ed è Chiara la prima a parlare: prima ancora di versare il vino, posa davanti a me tre bottiglie di olio.
La prima è un blend di Leccino, Carbonella e Frantoio: al palato rivela un gusto deciso, con un tocco amarognolo che lascia la bocca pulita e viva. Poi mi mostra la monocultivar di Rosciola, intensa e profumatissima, con un aroma che ricorda l’erba appena tagliata e un fruttato elegante. Infine il Muraiolo, più morbido e rotondo, quasi vellutato, capace di avvolgere il palato con la sua dolcezza equilibrata.
A quel punto Chiara si alza, mi invita a seguirla e mi mostra due bottiglie imponenti, da tre e cinque litri, custodite in eleganti casse di legno con tappo in ceralacca:
Queste”, dice sorridendo, “sono quelle che di solito diventano regali di Natale.
Ridiamo insieme e io, scherzando, le dico che per questo Natale ci farò un pensierino: un regalo così originale non passa certo inosservato.
Torniamo a sederci attorno alla barrique e Chiara stappa la prima bottiglia di vino: il Bianco della Corte, malvasia e trebbiano. È il primo calice di questa degustazione, e porta con sé una storia speciale: Mauro lo ha dedicato al padre, in ricordo dei terreni che la famiglia possedeva in via Passo della Corte. Al naso regala note delicate, al palato è morbido e rassicurante.”
Segue il Vermentino, 13,5%, che ho visto raccogliere poche ore prima: profuma di fiori bianchi e frutta gialla, e in bocca sprigiona freschezza e una lieve asprezza.
Poi arriva la Malvasia Puntinata: alzo il calice, lo inclino alla luce che filtra dalla finestra e il colore dorato mi sorprende per la sua brillantezza. Al naso sprigiona profumi intensi, quasi avvolgenti, che ricordano la frutta matura e i fiori estivi; in bocca la persistenza è lunga, decisa, e lascia un’eco che invita al sorso successivo. Passiamo al Bellone: nel calice si muove leggero, di un giallo paglierino limpido; al naso rivela note delicate di frutta fresca, al palato ha una freschezza minerale che lo rende immediato e piacevole. Infine il Roma Dop Bianco: porto il bicchiere al naso e respiro un intreccio armonico di malvasia puntinata e bellone, che si fondono in un bouquet elegante. Al palato è equilibrato, rotondo, con una morbidezza che si allunga in un finale caldo e rassicurante.”
Terminata la degustazione dei bianchi, sorrido a Chiara e le dico che ogni calice sembrava raccontare un volto diverso della loro terra.
Lei ride e mi risponde:
Allora vediamo se i rossi sapranno tenere il passo.
Con questa battuta complice ci prepariamo a un nuovo giro di calici. Il primo è il Rosso della Corte, un blend di Ciliegiolo e Sangiovese: nel bicchiere si muove vivace, di un rubino chiaro; al naso richiama la ciliegia fresca, al palato è sincero e diretto, senza sovrastrutture, vino che si lascia bere con immediatezza. Poi Chiara versa il Merlot Donna Sospita, e qui c’è una storia da raccontare: Donna Sospita è infatti uno dei nomi con cui nell’antica Roma si invocava la Dea Giunone, protettrice della fertilità e delle donne.
Alzo il calice alla luce e il colore è intenso, cupo; al naso si sprigionano sentori di frutti rossi maturi e leggere note erbacee; in bocca è vellutato e profondo, con un finale che resta lungo e avvolgente, proprio come il mistero del suo nome. Segue il Syrah, che nel calice si veste di un porpora brillante: profuma di spezie dolci e pepe nero, al palato è fruttato e dinamico, quasi un abbraccio caldo. Infine il Roma Dop Rosso, un blend di Montepulciano e Sangiovese: il colore è fitto, impenetrabile; il profumo è complesso, con accenni di prugna e tabacco; in bocca è strutturato, corposo, vino da meditazione e da tavola importante, che chiude la degustazione con autorevolezza.
E proprio quando penso che la degustazione abbia trovato la sua conclusione, Chiara porta a sorpresa una bottiglia di spumante.
Questo è il nostro Volemose Bene,
dice sorridendo,
lo facciamo con il Vermentino.
Nel calice il perlage è fine, la spuma vivace: al naso si colgono note di fiori bianchi e agrumi freschi, in bocca esplode in leggerezza e allegria. Lo alziamo insieme come fosse un piccolo brindisi di festa: un vino che porta con sé non solo freschezza, ma anche la memoria di una storica banda di Marino amata da tutti, che di allegria sapeva davvero qualcosa. È il sorso che suggella la giornata, un invito a volersi bene davvero.
Dopo il brindisi conviviale, Chiara mi accompagna verso gli scaffali della cantina: qui mi mostra il paté di olive e le olive in salamoia, piccole conserve che raccontano la continuità della tradizione familiare. Accanto ci sono le farine di grano Senatore Cappelli, simbolo di un ritorno alle colture antiche e genuine. Infine mi parla della birra Birba, bionda e originale, prodotta dal birrificio Oltremondo nelle Marche: lo ha scelto lei, perché è uno dei pochi in Italia a coltivare direttamente il luppolo. Un dettaglio che unisce mondi diversi ma affini, nel segno della stessa cura per la materia prima.”
Attorno a quella barrique il tempo sembra fermarsi: ogni calice è un racconto, ogni prodotto un frammento di storia. Oro delle Donne non è soltanto un’azienda agricola: è una visione. È l’oro delle mani che raccolgono, delle donne che tramandano, delle famiglie che resistono.
La nostra forza è la pazienza
mi dice Chiara con un sorriso,
perché la terra ha i suoi tempi, e ogni anno insegna qualcosa di nuovo.
Le sue parole restano sospese nell’aria come un ultimo sorso. Ripenso alla giornata trascorsa tra i filari di Lanuvio e la cantina nel cuore di Marino: ho camminato in vigna, ho visto i grappoli riempire i secchi, ho seguito i gesti quotidiani che diventano rito, e infine ho assaggiato vini che si trasformano in storie liquide. Porto via con me il ricordo di una giornata che è stata incontro, scoperta e poesia. Oro delle Donne è promessa e visione, un invito a cercare la bellezza che nasce dall’amore per la terra e che, grazie a Chiara, continua a brillare nel tempo.
Roberto Silvio De Pascale
Mi trovi su Instagram come unpuglieseinterrapontina
Il buon vivere
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30 Settembre, 2025
La Farra: il Valdobbiadene DOCG che nasce dall’autenticità e dai valori di famiglia
Un racconto di passione, tradizione e territorio nel cuore delle Colline UNESCO
Nel cuore delle Colline del Conegliano Valdobbiadene, Patrimonio UNESCO, l’azienda agricola La Farra da oltre 25 anni esprime un legame autentico con la terra e la propria famiglia. Fondata nel 1997 dai fratelli Adamaria, Innocente e Guido Nardi, l’azienda porta avanti con passione l’eredità dei genitori, trasformando un sapere tramandato in vini di eccellenza che raccontano territorio, cura e identità.
La Farra interpreta il Conegliano Valdobbiadene nella versione “singola vigna o Cru” e nella “Cuvée”. Le Rive di Farra di Soligo, caratterizzate da matrice calcarea unica, danno vita a un Extra Brut elegante, secco e minerale, e a un Extra Dry armonico e sapido. La Cuvée, invece, fonde uve da microzone diverse dei comuni di Farra di Soligo, Follina, San Pietro di Feletto e Pieve di Soligo, esprimendo freschezza, equilibrio e pulizia aromatica nel Millesimato Brut, morbidezza nell’Extra Dry, longevità nello “Sui Lieviti” Brut Nature e leggerezza nel Frizzante.
La selezione attenta delle migliori uve Glera, l’approccio artigianale che esclude scorciatoie e il rispetto dell’ambiente sono alla base dei vini di La Farra. La viticoltura eroica delle alte colline, con vendemmie manuali e potature attente, si traduce in vini eleganti, freschi e ricchi di espressività, capaci di raccontare il paesaggio e la vita tra i filari con sincerità.
I Fratelli Nardi
La nostra famiglia è cresciuta tra i filari, imparando fin da piccoli il significato del sacrificio e della bellezza che la terra sa offrire”. La vita familiare e aziendale si fondono nella vendemmia come rito collettivo, nei pranzi tra le vigne e nei racconti condivisi, elementi che si riflettono nel carattere unico dei vini.
Ognuno dei fratelli ricopre un ruolo chiave: Innocente cura la gestione agronomica e amministrativa, Guido la cantina con passione tecnica, Adamaria la parte commerciale e l’accoglienza in cantina.
Nel 2023, il progetto enoturistico ha preso forma nel recupero del Casolare Belvedere, immerso nei vigneti eroici delle Rive dei Nardi. Questo luogo dell’anima offre esperienze che uniscono vino, cultura locale, storia e paesaggio, come degustazioni guidate, passeggiate e letture d’autore, per trasmettere i valori autentici dell’azienda.
La Farra è certificata SQNPI per la produzione integrata aderente al Protocollo Viticolo del Consorzio Conegliano Valdobbiadene, con pratiche rispettose dell’ambiente. Un equilibrio continuo tra tradizione e innovazione, passato e futuro, radici e orizzonti.
La Farra non è solo un’azienda vinicola, ma una famiglia che fa della sincerità, della dedizione e del rispetto per la terra i suoi principi fondamentali. Ogni bottiglia è un invito a scoprire l’anima vera delle colline di Conegliano Valdobbiadene, sorso dopo sorso.
La Redazione
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30 Settembre, 2025
Goodbye Summer!
Finalmente l’estate è finita!
Non fraintendetemi, è bellissima la sensazione delle giornate lunghe e luminose, ma io amo la ciclicità delle stagioni e aspetto con gioia l’autunno e i suoi splendidi colori.
E poi la vendemmia solitamente entra nel vivo, quindi fremo ancora di più!
Ora, quindi, vi racconto gli ultimi assaggi estivi, colmi di storie e tradizioni.
Inizio con un luogo che ho visto nascere e crescere, come anche chi lo guida.
Mi riferisco a V’Incanto Osteria Moderna, posto dove si mangia e si beve veramente bene! Daniele Berardini, il proprietario, sin da bambino, è sempre stato molto vispo e curioso. Da adulto, ha trasferito queste caratteristiche al suo locale, che si trova a Carsoli, in provincia de L’Aquila.
Dall’apertura, si cimenta in innovazioni culinarie continue, ma sempre mantenendo il focus sulle sue origini abruzzesi. In cucina, infatti, sua madre Lisa, esperta soprattutto di pasta fatta in casa, sforna continue leccornie, con la collaborazione di Thomas. Il piatto forte sono i mitici pizzicuni, di cui ho parlato nel mio articolo Estat-iamo: le sagre! (che trovate qui).
L’attenzione verso il cliente è sempre altissima, grazie al team che lavora in sala, nomino su tutti Angelo e Alessandra, ma ci tengo a sottolineare la professionalità che contraddistingue tutto il personale.
Non da ultimo, qui si beve moooolto bene, anche perché Daniele è un esperto del settore e organizza anche degustazioni di vini importanti, non tralasciando però anche realtà meno blasonate
Per me quindi, quando passo da queste parti, è una tappa obbligata, per un saluto e un calice di vino.
E così, in un afoso pomeriggio d’agosto, ho assaggiato un vino bianco: Fiano di Avellino DOCG Macchia del Monte, Terre del Principato. Questo marchio, il cui nome riconduce all’antica provincia di Principato Ultra, è stato creato da Cantine La Marca, con sede a Parolise, in provincia di Avellino.
In quest’area, il Fiano è protagonista di ottimi prodotti. La versione che ho assaggiato è molto adatta per un aperitivo conviviale tra le amicizie più vere. Sentori di fiori bianchi e mela annurca, anticipano un sorso fresco. Lo abbino alla canzone Friends Will Be Friends dei Queen, inno all’amicizia, in cui spesso il nettare divino è un elemento importante in serate piacevoli.
Ci spostiamo in Piemonte, dove è stato prodotto un Barbera d’Asti (super) DOCG dell’azienda Dogliotti, che si trova a Castagnole delle Lanze, in provincia di Asti. La zona è tra Langhe e Monferrato. Questa storia vinicola familiare inizia nel 1870, quando Giuseppe e Marcello Dogliotti, iniziano a produrre il Moscato che diventa presto il loro fiore all’occhiello. Nel corso degli anni, la produzione si è allargata anche ad altre tipologie di vitigni, tra cui cito: Nebbiolo, Arneis, Dolcetto e, appunto Barbera.
Si dice il Barbera o la Barbera? Secondo la versione più accreditata, nelle zone piemontesi di produzione, si dice la Barbera, per la –a finale del nome del vitigno; con l’articolo maschile, il Barbera, ci si riferisce al vino.
È sempre affascinante notare come questo mondo sia legato al territorio di origine anche nelle tradizioni linguistiche.
L’assaggio, che ha riscosso molto successo, ha note olfattive di prugne e frutti di bosco, con speziature di pepe nero. Gusto con spiccata freschezza iniziale, che lascia il posto poi a una morbidezza con una buona persistenza.
Il Piemonte è una regione tra le più quotate a livello internazionale di un punto di vista vinicolo, e non posso non citare la canzone Barbera e Champagne di Giorgio Gaber che offre, come tutti i suoi testi, molti spunti di riflessione.
Ma ora ci trasferiamo nuovamente.
Per Ferragosto ho trascorso due giorni nella Valle di Comino, nel Parco Nazionale d’Abruzzo, Lazio e Molise, ad Alvito, in provincia di Frosinone. Ho pernottato nello splendido Relais Colle Buono. Come aperitivo ho preso un gin tonic. Il nome è Paracelso, famoso alchimista rinascimentale, che creò preparazioni curative a base di minerali e sostanze vegetali, utilizzando anche la distillazione. E’ prodotto da DiBaldo, brand specializzato in spirits e superalcolici di Baldo Baldinini, che si trova a Santarcangelo di Romagna, nel Riminese. Non lontano da qui, a Montebello di Poggio Torriana, si trova, presso Tenuta Saiano, l’Olfattorio. Rinomato per il sensazionale senso olfattivo, infatti, Baldinini è nel Libro d’Oro del MAM (Maestro d’Arte e Mestiere), uno speciale riconoscimento dedicato ai migliori Maestri d’Arte italiani, portatori di tradizione e bravura artigianale in diversi campi.
Per i gin, c’è una ricerca accuratissima delle botaniche, provenienti da tutto il mondo.
Dopo la selezione si arriva alla produzione del distillato, puntando a una perfetta armonia dei componenti.
Paracelso al naso ha sentori intensi di agrumi e spezie, al palato nella miscelazione predominano morbidezza e persistenza. Un ottimo prodotto che abbino, per l’attività svolta da Paracelso al libro L’Alchimista di Paulo Coelho.
E termino questo viaggio sensoriale con un evento, a cui ho avuto l’opportunità (non finirò mai di ringraziare chi me lo ha permesso) di partecipare: Moto Gp a Misano Adriatico in provincia di Rimini.
Le due ruote mi hanno affascinato sin da piccola e potete immaginare l’emozione forte che ho provato.
Nel weekend di metà settembre sono andata a Misano, con stagione estiva marittima in chiusura, ma in fermento per la gara che qui è molto sentita, anche perché ci troviamo nella Motor Valley, una realtà produttiva Italiana tra le migliori al mondo.
Il viale centrale era pieno di stand con moto vecchie e nuove di marchi famosi e si sentiva spesso il rombo dei motori.
Il sabato ho assaggiato un altro gin particolare (sapete che il gin tonic è uno dei miei cocktail preferito, vero?): Alba87. Il nome è l’abbreviazione di Albana, vitigno autoctono di Romagna, che nel 1987 divenne la prima DOCG di vini bianchi Italiani. Marco Zavalloni, appartenente a una famiglia di viticoltori, ha creduto tenacemente in questo progetto, con la collaborazione di Gianluigi Valentini, Master Distiller, che ha utilizzato la sua Maison a Tassullo, in provincia di Trento.
La botanica principale di questo gin è l’infiorescenza di Albana, che fiorisce con profumo molto dolce a metà giugno solo per 3 giorni, quindi effimero (ephemeral come appare in etichetta). Prodotto molto buono: spiccate note floreali e di limone, anticipano un sorso avvolgente.
Ho terminato poi la serata con un’ottima cena al ristorante Follia Beach, in cui ho bevuto un calice di Rimini Rebola DOP, ottenuto da Grechetto Gentile.
Rimini Rebola è un progetto focalizzato a diffondere il questo vitigno autoctono, grazie alla collaborazione di 15 aziende vinicole della zona, che vogliono raccontare il territorio con passione.
Per questo motivo, solo nella bottiglia firmata Rimini ci sono le etichette di Rimini Rebola.
Una delle aziende coinvolte è Franco Galli, che si trova sulle colline riminesi a San Giovanni in Marignano.
Nata nel 1949, spinge molto per valorizzare le varietà autoctone.
Nel vino emergono odori intensi di mela, albicocca e gelsomino; il gusto è molto fresco con nota finale ammandorlata e una buona persistenza.
Serata bellissima, con un concerto di cover rock, cui è seguita una domenica ancora più bella al circuito della gara!
Concludo abbinando questi due ultimi assaggi al bellissimo libro di Marco Missiroli Avere tutto ambientato a Rimini, non lontano da qui.
Ora vi saluto, mi leggerete presto con un nuovo wine tale autunnale!
Biancamaria Caroli
Mi trovi su Instagram come @bingasommelier Dal vino in poi
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29 Settembre, 2025
Il Consorzio Garda DOC al fianco di Festivaletteratura 2025 di Mantova
Una partnership culturale tra vino e letteratura che consolida il ruolo del Garda come meta internazionale
Il Consorzio Garda DOC celebra il successo della 29ª edizione di Festivaletteratura di Mantova, di cui è stato sponsor e vino ufficiale. Con oltre 69.000 presenze, la manifestazione si conferma uno degli appuntamenti culturali più importanti in Italia e nel mondo, trasformando ancora una volta la città dei Gonzaga in un palcoscenico diffuso di incontri, narrazioni e convivialità.
Paolo Fiorini, Presidente del Consorzio.
Il Consorzio Garda DOC è onorato di essere stato partner e sponsor di un evento che rappresenta una delle più alte espressioni della cultura in Italia attraverso una collaborazione che si rinnova con continuità dal 2017. Il legame tra vino e letteratura ha radici antichissime: entrambi sono strumenti di racconto, di condivisione e di emozione. Portare il nostro vino in questo contesto significa valorizzare non solo la denominazione, ma anche l’intero territorio gardesano, che con i suoi paesaggi, la sua storia e la sua vocazione all’ospitalità rappresenta una delle mete più apprezzate e riconosciute a livello internazionale. Essere presenti al Festivaletteratura vuol dire dunque affermare la capacità del Garda di unire cultura, enogastronomia e turismo, offrendo esperienze autentiche che parlano al cuore dei visitatori.
Dal 3 al 7 settembre, le denominazioni tutelate dal Consorzio sono state protagoniste negli appuntamenti istituzionali, negli spazi hospitality e in diversi eventi dedicati a ospiti e autori, diventando parte integrante della convivialità che caratterizza da sempre la manifestazione.
Festivaletteratura, che nel 2026 festeggerà il trentennale, è ormai un punto di riferimento della cultura nazionale, con oltre 300 autori ospitati e cinque giorni di incontri, dibattiti, lezioni e momenti di socialità diffusa che hanno animato la città e attratto un pubblico trasversale, dai giovani agli appassionati di lunga data.
La presenza del Consorzio Garda DOC consolida il rapporto tra la Denominazione e il mondo della cultura, unendo qualità enologica e palcoscenici di rilievo internazionale, rafforzando così l’immagine del Garda come destinazione capace di coniugare tradizione, gusto e innovazione culturale.
La Redazione
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