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20 Settembre, 2025
Pordenonelegge torna a Vistorta: domenica 21 settembre l’appuntamento con Francesco Vidotto
Villa Brandolini d’Adda ospita la presentazione del romanzo “Lettere respinte al mittente” e un brindisi con i vini della tenuta
La domenica di pordenonelegge si chiuderà in bellezza con un evento che unisce letteratura e vino nel suggestivo scenario di Villa Brandolini d’Adda, nel borgo di Vistorta.
Domenica 21 settembre alle ore 18.30, lo scrittore Francesco Vidotto, una delle voci più autentiche della narrativa contemporanea, presenterà il suo nuovo romanzo Lettere respinte al mittente. L’incontro, moderato da Alessandro Venier, si inserisce nel ricco programma del festival, che ospita oltre 600 autori italiani e internazionali.
Lettere respinte al mittente è una raccolta di emozioni e frammenti di vita che si rincorrono tra le righe, come missive mai spedite o rimandate indietro. La prosa asciutta e intensa di Vidotto offre un racconto profondo, toccando temi universali di sentimento, tempo e identità.
La location prescelta, Villa Brandolini d’Adda, è un gioiello ottocentesco immerso in un parco di sette ettari progettato dal celebre paesaggista inglese Russell Page. Il parco, ricco di alberi monumentali e corsi d’acqua, incornicia questa storica residenza neoclassica che rappresenta il cuore della tenuta agricola Vistorta, dedita alla viticoltura biologica e alla tutela del paesaggio.
Brandino Brandolini d’Adda, proprietario della tenuta,
Accogliere pordenonelegge a Vistorta è un gesto naturale: crediamo che la cultura sia nutrimento per la comunità, così come lo è la nostra terra. Ringrazio il Comune di Sacile per aver creduto ancora una volta in questa sinergia, che dà valore al territorio e ai suoi luoghi dell’anima.
L’evento è reso possibile grazie alla collaborazione tra il Comune di Sacile, pordenonelegge e Vistorta, un sodalizio che unisce cultura e territorio in uno dei luoghi più suggestivi del Friuli occidentale.
Al termine dell’incontro verrà offerto a tutti i partecipanti un calice di Ribolla Gialla Vistorta, un vino da vitigno autoctono friulano che richiama il giallo, colore simbolo di pordenonelegge. Sarà un brindisi per celebrare la chiusura del festival e i sapori autentici di questa terra ricca di storie e passioni.
La Redazione
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20 Settembre, 2025
Nova Wine. La passione che diventa eccellenza
Ci sono esperienze che vanno oltre la semplice degustazione: diventano incontri, racconti, emozioni che restano nel tempo. La mia esperienza con Nova Wine è stata esattamente così: un viaggio nel calice, guidato con cura e passione, alla scoperta di etichette uniche che raccontano territori e storie diverse.
Fin dal primo calice ho percepito che dietro questo progetto non c’era soltanto un’attività commerciale, ma un’autentica passione trasformata in eccellenza. Nova Wine nasce proprio così: dal piacere di scoprire grandi vini, dall’entusiasmo di condividere bottiglie speciali e dal desiderio di creare un punto di riferimento per chi cerca qualità, carattere ed esclusività.
Dalla passione privata a un progetto condiviso
Durante la mia degustazione ho conosciuto meglio la storia di Nova Wine, che ha il volto e il cuore di Francesco, sommelier bolognese. Per lui il vino è stato innanzitutto un piacere personale: collezionarlo, degustarlo, raccontarlo e consigliarlo agli amici. Una passione autentica, nata spontaneamente e poi cresciuta passo dopo passo.
Con il tempo, attorno a questa passione si sono uniti altri compagni di viaggio come Matteo e Stefano, che hanno contribuito a trasformare quelle cene tra amici e quei brindisi condivisi in un progetto e in un attività. Così, nasce una realtà strutturata che oggi unisce la ricerca appassionata e il servizio professionale.
Una filosofia chiara: selezione e consulenza
Ciò che ho apprezzato di più durante la degustazione è stato l’approccio: nessuna etichetta è scelta per caso. Ogni bottiglia è frutto di un percorso fatto di degustazioni, valutazioni e confronti, con l’obiettivo non solo di trovare un vino “buono”, ma quello che meglio rappresenta un territorio, uno stile, un’annata e con una ricerca di cantine sia con nomi ed etichette importanti ma anche di piccole chicche di piccoli produttori e dalla ialina indiscutibile.
Nova Wine è una vera consulenza personalizzata: dal ristoratore che vuole una carta vini memorabile, all’enoteca in cerca di chicche rare, fino al privato che vuole sorprendere i suoi ospiti con un calice fuori dall’ordinario.
Un progetto dal volto umano
Quello che rende speciale Nova Wine è l’autenticità. Nonostante la crescita e le collaborazioni con grandi cantine, resta sempre un approccio diretto, fatto di ascolto, passione e relazione. Da cliente, ti senti accolto e guidato, non solo servito.
Perché il vino, in fondo, non è solo una bevanda: è cultura, convivialità ed emozione. Nova Wine vuole essere proprio questo: un ponte tra chi produce con dedizione e chi cerca nel calice qualcosa di speciale.
Il futuro di Nova Wine
L’obiettivo è fin troppo chiaro: continuare a crescere restando fedeli alla propria essenza. Essere un punto di riferimento per chi cerca vini fuori dall’ordinario, selezionare con cura e proporre con passione, senza dimenticare la scintilla che ha fatto nascere tutto: l’amore sincero per il vino e il piacere di condividerlo.
Elisa Nardi
Mi trovi su Instagram come @wineeventi_emiliaromagna Oltre le sensazioni del vino
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19 Settembre, 2025
La qualità dei vini di Grosjean: passione e impegno nel racconto di un territorio unico
L’eccellenza valdostana tra tradizione, sostenibilità e riconoscimenti di prestigio
Tra i terrazzamenti valdostani, la cantina Grosjean racconta una storia fatta di passione autentica, rispetto per la tradizione e legame profondo con il territorio unico della Valle d’Aosta. Ogni bottiglia è la testimonianza di un lavoro minuzioso in vigna, di una famiglia che da generazioni coltiva con dedizione vigneti di montagna e valorizza i vitigni autoctoni.
I vini di Grosjean incarnano la forza e la bellezza aspra della Valle d’Aosta, conquistando punteggi e riconoscimenti che ne sottolineano la qualità: la Petite Arvine Les Frères 2022 figurata nei Migliori 50 Vini Bianchi d’Italia nella Superclassifica di Gentleman e il Pinot Nero Les Frères 2022 premiato con 97 punti da James Suckling sono esempi emblematici di questa eccellenza riconosciuta a livello nazionale e internazionale.
Da sempre attenta alla sostenibilità, Grosjean ha avviato nel 2011 la conversione al biologico, divenendo pioniera nella regione con un approccio basato sul rispetto degli ecosistemi, valorizzando le singole peculiarità del terroir e proteggendo le viti, i suoli e l’ambiente circostante.
La viticoltura eroica valdostana si esprime con forza tra i vigneti terrazzati e i ripidi pendii, dove il lavoro manuale è protagonista e la famiglia Grosjean è il cuore pulsante di un progetto vitale che valorizza l’agricoltura regionale e crea vini che raccontano ogni giorno l’identità della Valle d’Aosta.
Con i suoi vini e la sua storia, Grosjean rappresenta l’autenticità di un territorio montano che si apre al mondo con un’eccellenza apprezzata e premiata, capace di sorprendere per eleganza, freschezza e profondità sensoriale.
Grosjean: storia, territorio e sostenibilità
La cantina valdostana nasce negli anni ’60 dalla lungimiranza del nonno Dauphin, che iniziò a imbottigliare vini come il Ciliegiolo, portando la Valle d’Aosta alla ribalta con la partecipazione all’Exposition des Vins nel 1968. Negli anni ’80 si intensificò la valorizzazione dei vigneti di proprietà, mentre nel 2000 venne inaugurata la nuova cantina.
Oggi, guidata dalla terza generazione – Hervé, Didier, Simon e Marco – Grosjean continua a coniugare tradizione, creatività e innovazione, con un forte impegno verso il biologico e il rispetto ambientale, tracciando una strada sostenibile per i vini di montagna.
La Redazione
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19 Settembre, 2025
Alto Adige Wine Summit: successo per la prima edizione dedicata agli operatori italiani
Due giorni di degustazioni esclusive e networking per ristoratori, sommelier ed enotecari da tutta Italia
Si è conclusa con successo la prima edizione dell’Alto Adige Wine Summit dedicata esclusivamente agli operatori italiani del settore, svoltasi a Bolzano il 7 e 8 settembre. Organizzato dal Consorzio Vini Alto Adige, l’evento ha registrato una partecipazione qualificata e entusiasta da parte di ristoratori, enotecari e sommelier provenienti da ogni regione d’Italia.
Il programma ha offerto un ricco mix di anteprime con nuove annate, degustazioni verticali di vini rari e iconici, masterclass tematiche e momenti di approfondimento, permettendo ai professionisti selezionati di immergersi nell’identità e nell’evoluzione della viticoltura altoatesina. Sono state presentate ben 365 referenze da 98 aziende, offrendo una panoramica completa dell’eccellenza e della diversità del territorio. Gli ospiti hanno avuto modo di confrontarsi direttamente con i produttori, favorendo anche il networking.
Andreas Kofler, presidente del Consorzio Vini Alto Adige
Il riscontro positivo conferma l’importanza di rafforzare il dialogo con chi ogni giorno valorizza i nostri vini sul mercato nazionale. Abbiamo vissuto due giornate intense, che hanno permesso a molti professionisti di approfondire la nostra terra, filosofia e prodotti. Il primo bilancio è sicuramente molto positivo.
Questa prima edizione assume un significato speciale anche in un anno fondamentale, in cui si celebrano i 50 anni della DOC Alto Adige e l’introduzione delle 86 Unità Geografiche Aggiuntive (UGA), fondamentali per valorizzare l’identità e la territorialità della produzione vinicola altoatesina.
Il successo di questo format apre la strada a future iniziative dedicate agli operatori italiani, sottolineando la centralità di questo mercato e il ruolo cruciale dei professionisti come ambasciatori dell’eccellenza vinicola dell’Alto Adige.
La Redazione
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19 Settembre, 2025
Piero Riccardi, Lorella Reale. Il nastro di Möbius
Cosa è il vino se non un elemento di trasformazione?
Trasformazione. Pensate bene a questa parola. Un mutamento nella forma, nell’aspetto esteriore così come nella propria natura. Un chicco di uva si trova in uno stato solido e perché si possa godere delle tutte le sue meravigliose e uniche caratteristiche, deve subire una trasformazione diventando liquido. Per mano dell’uomo.
L’uomo deve intervenire prima ancora che vi sia un acino perché la vite, pianta non propriamente selvatica, ha bisogno di essere piantata scegliendone opportunamente la tipologia in funzione del luogo. Deve essere attesa per anni perché dia frutti utili alla produzione del vino e, nel mentre, oltre che per il futuro, curata con grande attenzione al fine di portare in cantina grappoli sani. Proprio in cantina avverrà poi la vera metamorfosi che potrà essere accompagnata dunque assecondata, oppure più o meno forzata. Dipende!
Comunque, proprio perché il vino e la vite sono l’una la metamorfosi dell’altra, spesso non è importante il prodotto in se (anche se poi dobbiamo pur goderne altrimenti berremmo acqua) quanto la genesi. Capire cioè cosa (e come) abbia condotto l’essere umano a voler essere complice di quella specifica trasformazione.
Il fascino è capire cosa conduca le persone nel dedicare la propria vita a produrre vino e, soprattutto, che tipo di vino vogliano produrre. Per certi versi sembra quasi un morbo selettivo e settario. Selettivo perché non colpisce tutti; settario perché una volta contratto, si diventa così incredibilmente coinvolti che tutto il resto non conta nulla (o quasi).
Parlare con le persone diventa spesso più importante del bere i loro vini e comunque prima di bere i vini, occorre capirne la filosofia. Soprattutto capire della loro metamorfosi.
Quella di Lorella e Piero è una metamorfosi ricongiungente. Una sorta di trasformazione del proprio essere per ricongiungersi alla propria essenza passando per un congiungersi tra loro.
Oddio che concetto complicato. Vediamo di semplificarlo un pochino.
Avete presente il nastro di Möbius? Meno male che volevo semplificare le cose….
In ogni modo, il nastro è un oggetto matematico che rappresenta una superficie non orientabile. Prendiamo ad esempio una fettuccia piana o un metro da sarta. Avete presente no? Quel nastro piatto con cui le sarte (e le nostre mamme) prendevano la misura dei pantaloni per l’orlo. Afferriamo i due estremi del nastro e prima di ricongiungerli, ruotiamo di 180° una estremità. Questo è il nastro di Möbius. Cosa ha di particolare? Immaginiamo di percorrere con un dito una delle due superfici: ci ritroveremo sull’altra senza neanche rendercene conto.
Ciò che è successo è causa solo del fatto che uno dei due lembi ha subito una rotazione di 180°. C’è stato un cambiamento, una trasformazione e l’unica metamorfosi che offre a due dita che percorrono il nastro in direzione opposta la certezza di congiungersi, è il nastro di Möbius
Più chiaro così?
No sicuramente. Che casino. Tutto questo casino perché quando mi trovo a chiacchierare con Lorella Reale che insieme al marito Piero Riccardi hanno messo su una azienda vitivinicola, biologica e biodinamica, tra Bellegra e Olevano Romano, capisco che qualcosa di diverso rispetto a molte altre storie, qui c’è davvero. Diverso ma complicato.
Lorella, e ce ne si accorge ascoltandola bene (ma pure il cognome non mente), è siciliana di Catania. Piero, di Roma ma con radici proprio a Bellegra.
Io e Piero ci siamo conosciuti lavorando in televisione. Lui era già un regista da tanto tempo. Io aveva appena iniziato dopo aver studiato filosofia. Abbiamo cominciato a lavorare insieme a rubriche per Rai Educational poi per Report. Piero manteneva qui a Bellegra una tradizione di famiglia perché nella DOC del Cesanese tutte quelle che poi sono diventate aziende altro non erano che negli anni 50/60 famiglie private che facevano vino. Loro avevano più ettari dei nostri oggi, almeno sette. Quando l’ho incontrato, lui aveva mantenuto solo una vigne eroica che sta qua, dove abbiamo adesso la seconda cantina a Bellegra e produceva diciamo 2000 bottiglie per amici e parenti.
Inquadrando bene i personaggi di questa storia si comprende facilmente come siano probabilmente lontani anni luce da un percorso sullo stesso lato del nastro.
Piero infatti, per quanto sia stato giornalista, produttore e regista di documentari e reportage, il forte attaccamento alla terra lo ha sempre avuto. Lorella invece la terra e il vino forse non lo ha nemmeno mai immaginato in uno sviluppo professionale legato al femminismo, all’etica, alla scrittura.
Di certo la passione comune per i reportage, le inchieste e l’etica in generale sono sicuramente stati l’elemento scatenante per percorrere, insieme, il lato del nastro. La scintilla emotiva poi ha fatto il resto o parte di esso.
Ma non crediate sia tutto semplice. C’è bisogno di qualcosa di innato, di speciale, di intimo perché con l’amore per il proprio partner possa nascere anche una complicità per una attività complicata come quella della vigna.
Mi ha coinvolto nella prima vendemmia e da quel momento abbiamo fatto sette anni di vendemmia insieme. Mi sono appassionata, ho fatto il corso sommelier, eccetera comunque a un certo punto la situazione in televisione era diversa dal passato senza Giovanni Minoli. Purtroppo è vero che le cose politiche influenzano molto e poi quelli erano anche gli anni 2006, 2008 dove iniziavano tutti questi strani contratti Co.Co.Co., partita Iva e via dicendo.
Grande personaggio televisivo Giovanni Minoli. Uno di quelli dei quali oggi in Rai ce ne sarebbe fortemente bisogno per la capacità di creare format e programmi ancora oggi attualissimi.
Io personalmente non ero molto felice di fare Report dopo Rai Educational. Mi piaceva più intervistare persone belle. Ci eravamo avvicinati a questa rivoluzione del vino naturale e di fatto Piero produceva un vino naturale. Certo era una piccola quantità, quindi non sapevamo se era semplice. Iniziamo a sognare l’idea di fare una cosa più grande.
Le cose arrivano piano piano. In certi casi partono da sensazioni di insoddisfazione verso qualcosa che non consente più di esprimersi come coscienza impone. La coscienza verso le cose genuine ad esempio. Il cibo primo tra tutti con la filiera agricola per troppo tempo lasciata lontano dall’attenzione e in deriva verso il baratro. Eppure l’agricoltura biologica aveva il suo manifesto dagli anni ‘70 e quella biodinamica da cinquant’anni prima. Tutto vero, tutto dannatamente complicato in un contesto nel quale occorreva produrre e tanto per via di margini sempre più in contrazione.
Con la scusa di scrivere degli articoli di avvicinammo, tramite fiere, ai vini naturali. Capirne di più era l’obiettivo. Proponemmo a Report di fare le prime inchieste sull’agricoltura come Buon appetito paragonando varie forme di agricoltura: quella che usa pesticidi, quella biologica, quella biodinamica e quindi girammo mezza Italia incontrando persone splendide. Prima di quello c’era stata solo un’inchiesta di Iovene sul vino che aveva coinvolto Sangiorgi del Gambero Rosso.
Ricordo bene quell’inchiesta in una puntata con in studio Milena Gabanelli e la voce narrante di Piero Riccardi. Era il 2008. Pensate 17 anni fa. Eppure così attuale. Si parlava dell’importanza del cibo, delle materie prime. Di come le grandi potenze come gli USA ne richiedessero troppe per se. Di come i prodotti vadano in giro per il mondo indiscriminatamente. Di come i prezzi salgano vertiginosamente. Di come un mondo diverso sia possibile. Ecco, un mondo diverso già 17 anni fa. Pensateci bene. Stiamo ancora qui a parlare di cambiamento climatico, di prezzi alle stelle, di danni per la salute e in 17 anni (e non che prima non se ne parlasse!) non siamo riusciti a fare nulla.
Sapete cosa siamo? Siamo tutti Aldo Tarantino, il suocero di Bellavista che dormiva tutto il giorno e quando sentiva la parola “milione” si svegliava dicendo
Nu milione….o’ anema do priatorio!!
Che vuol dire (tradotto dal napoletano): un milione, o anima del purgatorio.
Grande film Così parlò Bellavista di un genio come Luciano De Crescenzo.
Ecco noi siamo così. Quando arriva qualcuno che ci nomina cambiamento climatico, ci svegliamo di sobbalzo per iniziare la discussione. Un pò come si fa nei talk show televisivi dove si parla a vanvera di cavolate tanto per creare risse ed alzare il fumo di sbarramento. Nella sostanza poi, non facciamo nulla.
Invece Lorella e Piero decidono di fare qualcosa.
In questo cammino avevamo incontrato Pacina che è un’azienda di vini naturali In Toscana e decidemmo di di provarci. Trovammo i primi ettari di questa collina che si chiama Colle Pazzo. Lì piantammo, togliendoci tutti gli sfizi di sommelier, non proprio come nello Champagne ma 6000 piante per ettaro sui primi due ettari. Poi una selezione massale.
È cosi che si inizia. Provandoci. Piero la sua vigna di mezzo ettaro a Bellegra a 800 metri sul livello del mare, coltivata con la Rosciola (vitigno autoctono di Bellegra) a piede franco, l’aveva sempre avuta ma prendere altri ettari voleva dire proprio “proviamoci”. Non una scelta definitiva.
Va bene la propensione etica, il biologico subito (biodinamico dopo un anno) ecc però una vigna non è che ti fornisca tante possibilità di vivere dignitosamente. Una scelta a metà. Almeno all’inizio.
Non eravamo certificati perché non c’era piaciuta la polemica tra le associazioni biodinamiche per una certificazione che poi sì ripiegava sul biologico. Avevamo già subito capito che sì eravamo certificati, ma in cantina saremmo comunque andati oltre il biologico e anche oltre il biodinamico. Nelle nostre etichette si può scrivere che è un’agricoltura biodinamica perché è tutta certificata dai registi biologici. Non abbiamo il marchio Demeter perché oggi abbiamo Vinnatur, molto più adatto al tipo di vino che facciamo. Anche se nemmeno quei parametri…cioè noi non mettiamo 40 mg litro a vino spesso nemmeno ne aggiungiamo di solfiti. Però diciamo, era una cosa bella perché abbiamo partecipato all’ideazione di quel protocollo.
www.andreafedericiphoto.com
Però poi, ognuno deve fare seconda coscienza. Poveri consumatori. Simboli, etichette, link, codici qr. Una vera jungla che le normative consentono senza rendersi conto dei danni che questo comporta.
Ogni associazione ha i suoi parametri da rispettare e proprio questi costituiscono quella indeterminatezza per il consumatore attento.
Quanta solforosa è stata utilizzata? Che tipo di chiarifica? Lieviti di che tipo? In vigna quali trattamenti? Ma utilizzare rame e zinco in campo, fa bene?
Si potrebbe continuare a lungo davvero. È chiaro che i valori di legge sono utili ma non dovrebbe essere consentito il proliferare di sigle e siglette perché davvero non ci si capisce un tubo.
Basterebbe un sistema con un punteggio. Nulla di più. Poi decide il consumatore. Sempre che i controlli ogni tanto vengano fatti.
Avevamo un consulente che era sia enologo sia esperto di biodinamica. Dopo tre anni arrivò la prima raccolta. Pulendo Colle Pazzo avevamo scoperto una cosa che non sapevamo: la collina era vocata e c’erano due tipologie di terre: sia le arenarie del Cretaceo, che sono le più diffuse nel mondo del Cesanese, sia vulcaniche. Quindi subito c’era venuta l’idea di fare almeno due Cesanese. L’enologo si oppose dicendo che le vulcaniche erano troppo squilibrate. Dopo tre anni vengono fuori il Collepazzo che sono le uve di tutte e due le terre e che oggi rappresenta il vino che produciamo e ci rappresenta di più e il Càlitro che invece sono le terre arenarie. Dopo 16 mesi di affinamento in cantina questo enologo non voleva credere che fosse un vino che poteva resistere. Nessuno lavorava come noi senza solfiti.
Coraggiosi? Incoscienti? Visionari?
Niente di tutto ciò. Lorella e Piero semplicemente mettono in pratica quello che è nelle loro coscienze e che rappresenta la loro etica. Perché inquinare l’ambiente e perché produrre qualcosa con elementi tossici o artificiali quando se ne può fare a meno?
Ecco, una domanda che sembra lapalissiana ma non lo è manco per nulla.
Una volta un produttore mi disse che produrre da agricoltura biodinamica è anche meno costoso rispetto ad una convenzionale. Si dimenticava di dire (ma glielo ho suggerito io): quando va tutto bene. Nel senso che se la stagione non è delle migliori in agricoltura biodinamica sei costretto a parecchi trattamenti e non è detto bastino per portare l’uva sana in cantina. Così come le rese non potranno mai essere allo stesso livello di una agricoltura convenzionale. Ne consegue che il vino realizzato in maniera naturale (termine abusatissimo) non può che costare di più non fosse altro per i rischi o perché in certe annate non si produce proprio.
Abbiamo comprato una vigna vecchia e poi abbiamo dovuto buttare l’uva a terra per tre anni. Ci siamo accorti che era molto meglio re impiantare e ricominciare piuttosto che avere un’uva che non riesce nemmeno a portare lieviti in cantina perché ancora con residui di pesticidi.
Ed è così anche per l’agricoltura biologica e biodinamica in generale: andate a fare la spesa da un negozio biologico e poi ne parliamo.
Anche perché non è solo un tema di biologico e biodinamico ma anche di etica. Cosa c’entra? C’entra, c’entra. Perché se rispetti la terra devi assolutamente rispettare le persone. Dunque non contratti capestro o a nero. Non condizioni di lavoro pessime. Capito il messaggio?
Comunque uscimmo e praticamente Bibenda diede cinque grappoli al Càlitro e quattro al Collepazzo. Ci convocarono e poi a quel punto scrissero e un articolo su di noi che era importante per i vini naturali. Quando scrissero potemmo portare lì in redazione la nuova annata che era la 2014. E che questa volta aveva anche il cru delle sole terre vulcaniche (Neccio). lo avevamo fatto contro il nostro enologo così che da quel momento iniziamo a produrre tutti i nostri tre Cesanesi.
Il vino di due pazzi visionari non poteva che essere apprezzato. Anche ricercato.
Dei distributori ci vennero a cercare e iniziammo a vendere. Lentamente, anche Piero aveva lasciato la televisione. Nel 2010 quando iniziammo a piantare io ero in gravidanza. Diciamo così: mi sono goduta alla maternità.
Anche Lorella molla la televisione per dedicarsi completamente all’azienda, ai figli e alla sua passione che è la scrittura.
Noi siamo entrati dentro questa storia in un momento di grazia e ciò è quando si erano sviluppati quei produttori che avevano iniziato attorno a Gravner e Angiolino Maule. Erano passati gli anni in cui avevano iniziato a mettere in commercio vini orribili che si vendevano solo in Giappone.
La verità è che Lorella e Piero sono entrati in questo meraviglioso mondo insieme a tante altre persone provenienti da altre professioni dunque altre culture. Persone con principi morali e capacità completamente diverse da quelle esistenti. Nulla assolutamente contro le famiglie contadine che rappresentavano e rappresenteranno la spina dorsale dell’agricoltura ma i nuovi innesti hanno certamente portato quella necessaria ventata di innovazione etica che ha coinvolto un pò tutti. Certo anche per via di una non immediata necessità di guadagno. Cosa questa assolutamente da non sottovalutare senza stare a nascondere le cose.
A Colle Pazzo avevamo un vicino e ci siamo accorti che non sapeva nemmeno leggere i pacchetti dei prodotti così che pensava di dare rame e zolfo e invece stava dando un sistemico.
Appunto. Ma non mi sento di colpevolizzare quel contadino. Negli anni ‘70 e ‘80 era facile che un imbonitore di qualche azienda chimica bussasse alla porta del contadino per promettere raccolti miracolosi con poco sforzo. Bastava qualche trattamento e via. Ma il problema era di chi li usava o di chi li consentiva?
Io ero comunque una femminista ecologista. Avevo portavo avanti questo tipo di temi di fiducia, di etica. Sono specializzata in etica mentre Piero è amante della natura. Conosce tutte le erbe. Abbiamo pensato: dobbiamo cambiare lavoro, non possiamo fare una cosa tossica dove noi stessi non ci vogliamo stare.
Impossibile dunque per Piero e Lorella fare qualcosa nel mondo del vino che non rispettasse i loro principi. Qualcosa di semplice e immediato che oggi, in un momento di crisi mostruosa del vino, non è qualcosa che i clienti abbiano intenzione di pagare.
La scelta di carta riciclata per le scatole, etichette ecologiche, un certo tipo di tappo, il vetro Bormioli che è meno pesante e quindi più sostenibile. Abbiamo capito che poi tutte queste cose che volevamo mettere in conto nelle bottiglie, non si può fare. Trovammo qui all’inizio donne che lavoravano da tempo e la prima volta che gli dissi che gli facevo la busta paga: no ma no, ma figurati, non c’è bisogno. Quando videro che le stavamo pagando tanto quanto i loro compagni uomini: ma qua non si usa.
Sembra e lo è tutto bello ed eticamente corretto ma quando poi devi scontarti con un mondo imperfetto e soprattutto con mercato spietato, come ti comporti? C’è chi cede e accetta compromessi o continua per la propria strada. Che non si piega alle logiche commerciali. Che scommette e crede in un futuro migliore. Come Lorella e Piero che oggi gestiscono circa 6 ettari e quasi 30.000 bottiglie l’anno prodotte tutte in maniera naturale intendendo per questo senza qualcosa di aggiunto. Non con!
Stiamo per arrivare a 30.000 bottiglie e non ne vogliamo fare di più. Sempre che le annate, con questo cambiamento climatico mostruoso, ce lo consentano. Abbiamo cominciato con i tre Cesanese e l’esperienza delle terre vulcaniche che ci ha ci ha fatto notare che il Neccio era un vino di tutto di tutto rispetto con una verticalità e mineralità pazzesca. Quando siamo riusciti a comprare altre parti vulcaniche di Colle Pazzo, abbiamo impiantato la Malvasia Puntinata. Poi, come esperimento, in una parte di Collepazzo dove c’è un torrente quindi una grande escursione termica e dove ne Cesanese ne Malvasia stavano bene, abbiamo impiantato il Riesling.
Due bianchi: Emotiq da Malvasia Puntinata (con aggiunta di Bellone, Moscato Bianco e Ottonese), Emotiq Riesling ; quattro rossi (Càlitro, Neccio, Collepazzo e Collepazzo riserva nelle annate eccellenti).
I rosati, anche quello è stato un gioco che poi ha preso la mano. Il primo rosato di Cesanese, dopo il primo anno che non lo voleva nessuno, lo comprò un importatore della California e metà il Trapizzino con tutti i post che faceva alla fine altri clienti andarono ad assaggiarlo e ce lo chiesero per l’anno successivo così che iniziammo a produrlo assegnandolo. Poi c’è una Ratafia perché abbiamo un bosco di visciole ed era una ricetta della mamma di Piero. Abbiamo detto vabbè praticamente cambia solo il Cesanese con cui l’assembli. È il nostro vino da dessert.
I rosati sono due: il Tucatuca da Cesanese delle terre vulcaniche ed arenarie e il Divago frizzante sempre da Cesanese.
Ogni vendemmia ci sediamo e diciamo cosa possiamo togliere. Dalle altre ricerche e visite di cantine che abbiamo fatto qui è nel mondo, abbiamo scoperto che se vuoi essere veramente biodinamico, non puoi avere tanti ettari perché l’importante che le uve entrino nel momento in cui tu hai stabilito. L’ideale sarebbe una cosa alla Romanée Contì che mette insieme 17 vignaioli. Se avessimo altri soci…però è un periodo pazzesco. Manodopera non se ne trova. Questa è la zona dell’uva a bacca rossa più importante del Lazio e non si capisce perché gli indiani non ci sono, i rumeni non ci sono e comunque ci sono delle famiglie molto ostili ai cambiamenti.
Sempre più strano il Lazio per il vino. Territori pazzeschi, vitigni antichissimi e decisamente interessantissimi mentre sembra invece che non interessino a nessuno.
L’area del Cesanese, tra Roma e Frosinone, dovrebbe rappresentare l’eccellenza dell’intera regione essendo l’unica DOCG a bacca rossa ma è un territorio senza sistema. Sembra completamente abbandonato a se stesso e i produttori appaiono per nulla interessati allo sviluppo. C’è una sorta di autoschiacciamento e inviluppo concentrico su se stessi con pochi che cercano, autonomamente, di emergere. Per quanto bravi anzi bravissimi, da soli non si va da nessuna parte.
Il padre di Piero era di queste parti ma ci hanno sempre visto come degli stranieri. Abbiamo un’azienda da 15 anni e otto anni fa abbiamo deciso di trasferirci qui perché io stavo impazzendo e dicevo che non potevo correre tutte le mattine. Appurato che le scuole non erano poi così diverse da Roma per i ragazzi, abbiamo detto va bene, facciamolo. Gli abbiamo regalato secondo me un’infanzia bellissima. Biciclette, cani gatti, uscire in piazza senza nessun controllo.
È proprio qui che si comprende come quei nastri, oltre a congiungersi, hanno permesso di percorrerlo sullo stesso lato.
Lorella dalla Sicilia è scappata perché non la sopportava. A Roma ha incontrato Piero con la sua storia e il suo futuro. Hanno percorso un tratto di strada insieme per poi decidere di costruire qualcosa trasformandone altre. È come se abbiano preso quel lembo del nastro per creare quello di Möbius trasformando se stessi prima del vino.
Non rinunciando comunque mai alla propria individualità.
Negli anni si è capito che io non potevo rinunciare comunque a raccontare storie. Trovando le ore di prima mattina e la sera tardi. Mi sono dedicata oltre che all’amministrazione, anche ai rapporti commerciali, alla comunicazione eccetera. Ho avuto un grande maestro come Alvaro Stirpe che si occupa per di sigari e champagne. Dopo i primi anni ho pensato: vedi? ho fatto filosofia e sono stata in televisione, però se avessi saputo queste cose, forse io avrei potuto spuntare anche contratti migliori. Mi vergognavo come intellettuale che non si può sporcare le mani e invece no perché era giusto è giusto pagare l’intelletto è giusto pagare il lavoro delle persone è giusto cioè non c’è. Invece a Piero piace proprio stare in vigna, stare in cantina.
Questa e solo questa è la meraviglia del vino, della ricerca di qualcosa di etico e naturale, di vero e irripetibile se non per quello che solo la natura può concedere.
Quel nastro in fondo altro non è che un percorso che si sceglie di intraprendere. Da soli o con chi ha il nostro stesso credo. Ciò che occorre, comunque, fare, è ruotare di 180° un lembo. Da li si parte. Lì si arriva.
Ivan Vellucci – Suggestioni di Vino
ivan.vellucci@winetalesmagazine.com Mi trovi su Instagram come @ivan_1969
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18 Settembre, 2025
“Oltrepò: Terra di Pinot Nero”: il Blanc de noirs italiano che celebra 160 anni
Bollicine, territorio e visioni di futuro nel cuore dell’Oltrepò Pavese con la quinta edizione dell’evento Consorzio Classese
Il 21 e 22 settembre 2025, l’Oltrepò Pavese si racconta attraverso la quinta edizione di “Oltrepò: Terra di Pinot Nero”, un evento ideato dal Consorzio Classese Oltrepò Pavese per creare un autentico momento di incontro tra produttori, stampa, operatori del settore e, per la prima volta, anche gli appassionati.
A fare da cornice a questa edizione sarà il borgo di Golferenzo, riconosciuto come uno dei borghi più belli d’Italia, simbolo di un territorio che punta tutto sulla qualità e sull’identità. Nei due giorni di manifestazione, l’attenzione sarà tutta sul Metodo Classico DOCG — che diventerà “Classese” — e sul tradizionale e pregiato Pinot Nero DOC vinificato in rosso.
La giornata di domenica 21 settembre sarà aperta al pubblico dalle 10:30 alle 18:00, con la possibilità di accedere ai banchi d’assaggio, incontrare i produttori e degustare i vini di 28 cantine locali. Il biglietto, acquistabile online, costa 35 euro (25 euro per soci AIS, FISAR, ONAV e studenti).
Lunedì 22 settembre sarà dedicato agli operatori del settore vino e Ho.Re.Ca., con degustazioni professionali, banchi d’assaggio e una sessione tecnica interamente dedicata al blanc de noirs, guidata da sommelier FISAR per approfondire la purezza del Pinot Nero nella versione Metodo Classico.
Il ruolo centrale del blanc de noirs trova conferma nel nuovo disciplinare DOCG approvato a febbraio, che introduce il nome Classese e una serie di norme per la valorizzazione della qualità. Nel 2025 si celebrano infatti i 160 anni dalla nascita del Metodo Classico in Oltrepò, con le prime bottiglie spumantizzate già nel 1865 a Rocca de’ Giorgi.
Questa evoluzione non è solo un cambio di denominazione, ma una vera e propria visione di futuro: fare dell’Oltrepò Pavese la prima denominazione al mondo fondata sul Metodo Classico da uve Pinot Nero vinificate in bianco, una sfida ambiziosa che unisce tradizione e innovazione.
La Redazione
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18 Settembre, 2025
Andreola porta il Valdobbiadene DOCG a New York e sarà protagonista di James Suckling Great Wines Italy
Il 3 e 4 settembre 2025 la cantina veneta celebra il territorio con due etichette emblematiche negli Stati Uniti.
La cantina Andreola di Valdobbiadene sarà tra i protagonisti italiani di James Suckling Great Wines Italy, in programma a New York il 3 e 4 settembre 2025. Questo evento è una delle vetrine internazionali più prestigiose e riconosciute dedicate al vino di qualità, ideale per promuovere le eccellenze territoriali italiane nel mondo.
Saranno in degustazione due etichette simbolo di Andreola e del territorio: 26° 1° Rive di Col San Martino e Col del Forno Rive di Refrontolo, espressioni autentiche della denominazione Valdobbiadene DOCG e della viticoltura eroica che ne racconta l’identità profonda.
Fondata nel 1984, Andreola si estende su 110 ettari di vigneti, produce circa 900.000 bottiglie e esporta in oltre 35 Paesi. La cantina è considerata un’icona del Valdobbiadene DOCG, riconosciuta per l’attenzione maniacale alla qualità e per il lavoro manuale nelle vigne d’eccellenza sostenute da colline patrimonio UNESCO. La famiglia Pola, che guida la cantina, conta anche il maggior numero di Rive in catalogo, dimostrando un forte legame con il terroir e la sua biodiversità.
La partecipazione all’evento di New York segna un passo decisivo nel percorso di internazionalizzazione di Andreola, che da Valdobbiadene continua a portare nel mondo la specificità di uno dei territori più straordinari d’Italia.
Azienda Agricola Andreola: tradizione, territorio e innovazione
Nata nel cuore di Col San Martino, Andreola è una realtà dinamica che unisce la storica tradizione della viticoltura eroica della Glera con una spinta costante verso la massima qualità e la valorizzazione delle singole espressioni del terroir.
Guidata da Stefano Pola, la cantina esplora ogni giorno nuove sfide, mantenendo fede a un’idea di Valdobbiadene che sia equilibrio perfetto tra eleganza, identità e innovazione. La sua etichetta di punta, Marna del Bacio, incarna questa filosofia, raccontando con autenticità la magia delle colline e regalando un’esperienza sensoriale intensa dal vigneto al calice.
La Redazione
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18 Settembre, 2025
Cantina Perticaia: il Montefalco Sagrantino DOCG 2018 premiato con i 5 Grappoli Bibenda 2026
Nuovo e prestigioso riconoscimento per Cantina Perticaia: il Montefalco Sagrantino DOCG 2018 ha ottenuto i 5 Grappoli Bibenda 2026, massimo punteggio attribuito dalla storica guida della Fondazione Italiana Sommelier.
Un traguardo che consacra il Sagrantino Perticaia tra i vini eccellenti d’Italia, entrando a pieno titolo nell’élite delle migliori etichette nazionali.
Il premio giunge in un momento significativo per l’azienda: dopo un percorso fatto di cambiamenti e di nuove scelte, la visione della proprietà e il lavoro costante in vigna e in cantina trovano oggi un riconoscimento autorevole, confermando la solidità della direzione intrapresa.
L’annata 2018 ha convinto la giuria per la sua potenza tannica avvolta da eleganza, complessità aromatica e straordinaria capacità di invecchiamento, esprimendo con autenticità il carattere unico delle colline di Montefalco, da sempre culla di questa nobile varietà.
Questo riconoscimento rappresenta per noi un momento speciale. È il frutto della passione in vigna, della dedizione quotidiana e della volontà di custodire e valorizzare il patrimonio del Sagrantino, simbolo della nostra terra.
Con i 5 Grappoli Bibenda, Cantina Perticaia consolida la sua posizione di riferimento non solo in Umbria, ma nell’intero panorama vitivinicolo italiano, portando ancora una volta il nome di Montefalco nel mondo
La Redazione
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18 Settembre, 2025
TORRE ZAMBRA. Una perla preziosa nell'ostrica di Villamagna.
L’AZIENDA
Siamo a Villamagna (CH), là dove una delle più piccole DOC d’Italia (e sicuramente la più piccola d’Abruzzo) firma vini che sanno di tradizione e strizzano l’occhio a un futuro non solo immaginato ma fortemente voluto.
La storia che lega TORRE ZAMBRA e la Famiglia De Cerchio al vino inizia qui nel 1910, quando il bisnonno Vincenzo acquista dai latifondisti borbonici dell’epoca i venti ettari di terreno sui quali si erge ancora oggi l’omonima torre di avvistamento per impiantarvi i primi vigneti di Montepulciano e Trebbiano.
Le vicissitudini del secondo conflitto mondiale azzerarono quanto fatto fino ad allora, il dopoguerra fu dedicato alla rinascita dell’Azienda agricola e il 1961 al primo imbottigliamento (a precorrere i tempi di gran parte dell’allora Abruzzo del vino).
Oggi l’Azienda è guidata da un Federico che ha fatto della promozione del lavoro della propria famiglia quasi una missione.
Al marchio storico si sono affiancati altri progetti in Abruzzo, Puglia e Sicilia, la nuova cantina è in fase di ultimazione e la storica torre si è quasi definitivamente trasformata nella suite più prestigiosa del moderno relais con piscina che accoglie oggi gli enoturisti e non solo.
I VINI (MA MICA TUTTI)
Sostenibilità e Tradizione sono alla base della produzione aziendale.
Una produzione incentrata prevalentemente sui rossi ma affatto dimentica di quei bianchi di cui troppo spesso ci si dimentica bevendo l’Abruzzo.
Fermentazioni spontanee, lieviti indigeni, cemento, legno ma soprattutto Territorio, un Territorio che porta nel bicchiere l’unicità delle caratteristiche pedoclimatiche di Villamagna e tutta quella resilienza abruzzese che quella Torre che campeggia in etichetta e fisicamente in Azienda rappresenta appieno.
– TERRE D’ABRUZZO IGT PECORINO “POGGIO SALAIA” BIOLOGICO 2024: mughetto e sambuco aprono le danze.
Vegetalità inattese e sottile mineralità che nell’immediato zittiscono pera Williams e susina che però non ci stanno a farsi mettere i piedi in testa.
Ed è tra queste dolcezze di frutto e le amaritudini di nocciola che si srotola il plot centrale di un olfatto che, in chiusura, s’imbelletta di cipria e note di panificazione.
In bocca spiccano freschezza e minerale sapidità e la chiusura se la giocano a pari e dispari l’agrume e la mandorla.
Un Pecorino inatteso.
87++ Punti.
– CERASUOLO D’ABRUZZO DOC “PASSO SACRO” BIOLOGICO 2024: sarà colpa del Pecorino assaggiato poco prima ma qui, quella nota di cipria evidenzia un continuum che è firma in calce alla filosofia produttiva e precede incensando le note rosse di fragoline, lamponi e ciliegie croccanti.
Le note floreali sono appannaggio dei gerani mentre sorprende una nota piuttosto netta di oliva verde.
L’assaggio evidenzia freschezza e sapidità e procede tra modernità e tradizione sottolineando ora la frutta ora quel green varietale del Montepulciano che, spesso celato, ci accompagna qui fino a una chiusura nella quale fa nuovamente capolino la frutta.
87-
– TREBBIANO D’ABRUZZO DOC “PIANA MARINA” BIOLOGICO 2023: il sottofondo è incipriato e allusivo, ma la sostanza, l’anima di questo vino è quel mare che sta laggiù…
Ve ne trasmette subito il nuotare impazzito delle alici il pizzicore del finocchietto selvatico e del timo che ne guardano la vastità dalle colline di Villamagna.
E poi arrivano le dolcezze del tiglio, della pera, dell’albicocca, dello zafferano, delle scorzette candite, del confetto…
E le freschezze di una mela Granny Smith s’accompagnano alle amaritudini della nocciola non ancora matura e alle zenzerose piccantezze.
In bocca ha massa e manca forse di un po’ di dinamismo, propone freschezza e impone sapidità, sottolineando un agrume che può traviare spingendo a lasciar lì un resto che, a calice vuoto, è tanta roba: un accenno di idrocarburo, cenere di camino per pensare, mineralità prima celata e una chiusura d’osso di pesca.
Pecca d’arrogante gioventù facendosi cercare anziché proporsi ma metterà la testa a posto.
Da bere ascoltando SEVEN INTO THE SEA degli IN TUA NUA.
89- Punti.
– MONTEPULCIANO D’ABRUZZO DOC “MADIA” BIOLOGICO 2022: un incipit alcolico un po’ scorbutico prelude a toni aspri ed elegantemente campagnoli di piccoli frutti rossi e neri, delle more ha le spine, delle visciole l’asprezza, della prugna la dolcezza, del tè la spinta, del viticcio la vegetale freschezza.
Un po’ di terra umida introduce un sorso di delicata consistenza, luminoso di frutta croccante e tannini quasi domi che s’impegna a sostenere tipicità varietali erbacee e amaricanti ma, nel finale, china il capo lasciando campo aperto a una frutta decisamente più organizzata.
86+ Punti, ma solo perché sono cattivo e non gli perdono quella resa finale.
With the compliments.
– MONTEPULCIANO D’ABRUZZO DOC “COLLE MAGGIO” BIOLOGICO 2022: il naso mi riporta subito alle amarene che nonna metteva nel barattolo, sotto uno zucchero che al sole diventava quel nettare che tanto le piaceva, poi sono viole, tabacco trinciato forte, fresche grassezze di quegli After Eight che scartavo con giovanile supponenza e che ormai non sono più di moda, e liquirizia tutt’attorno a riempire l’atmosfera con il fumo di un camino spento.
In bocca è caldo, morbido, sostanzioso ma agile grazie alla vivacità dei tannini e alla sapidità di cui è intriso.
Chiude sui toni della frutta sottolineando un pochino troppo il legno che lo ha ospitato.
88 Punti con, forse, un -.
– VILLAMAGNA DOC 2022: Montepulciano dentro!
Selvatico, ispido, rustico, con quell’accenno pollaioso che è strizzata d’occhio e affatto vergogna…
Gli lisciano il pelo i frutti rossi in confettura, e le dolcezze balsamiche del tabacco, la grazia dei petali di rosa e la freschezza ammiccante dell’agrume lasciando posto, in ultimo, a sottili tostature di pepe e caffè.
Il sorso è un abbraccio energico che avvolge e solleva, una scossa di freschezza, una tannica pacca sulla spalla e mani fruttate che, infine, allontanano e squadrano.
Moderno?
Tradizionale?
Scegliete voi, magari aprendone una seconda bottiglia (ché la prima è finita mentre decidevate).
88 Punti.
E QUNDI?
E quindi GRAZIE a TORRE ZAMBRA e alla Famiglia De Cerchio per l’ospitalità, la cortesia e la professionalità dimostratami, GRAZIE a Luisa per avermi dedicato un paio d’ore del suo preziosissimo tempo e anche a Voi che avete avuto la cortesia di leggermi fino qui.
TORRE ZAMBRA è una piccola perla preziosa nell’ostrica di Villamagna, io tornerò per assaggiare altro, Voi andateci…ne vale la pena.
Roberto Alloi – VINODENTRO
Su Instagram @eno_evo
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