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14 Aprile, 2025

Vini Alto Adige. Un Vinitaly da incorniciare

  La DOC Alto Adige ha celebrato in fiera i suoi primi 50 Anni   I nuovi progetti legati alla zonazione e all’enoturismo sono stati protagonisti assoluti, assieme ai grandi vini presentati dai produttori   A cinquant’anni dall’istituzione della Denominazione di Origine Controllata DOC Alto Adige, il Consorzio Vini Alto Adige ha celebrato questo importante traguardo alla 57° edizione di Vinitaly ripercorrendo la storia, l’evoluzione e il futuro di uno dei territori vinicoli più distintivi d’Italia. Molto soddisfatti i novanta produttori altoatesini che hanno partecipato alla fiera, il pubblico si è dimostrato ancora una volta estremamente interessato ai vini del territorio, tutta la zona dedicata all’Alto Adige, per quattro giorni, ha visto un’affluenza molto importante. Andreas Kofler, presidente del Consorzio Vini Alto Adige. Per i nostri produttori e per il Consorzio, Vinitaly è sicuramente la vetrina più strategica per l’Italia e, in generale, è luogo di incontro per tutti coloro che sono interessati ai vini italiani nel mondo: è stata una bella edizione che ci ha visti protagonisti con i primi 50 anni della nostra Denominazione Proprio il decreto del 14 aprile 1975 ha segnato una svolta per l’enologia altoatesina, ponendo le basi per un percorso orientato alla qualità e alla valorizzazione del territorio, di questo si è parlato in fiera durante l’evento organizzato dal Consorzio in collaborazione con IDM Alto Adige. La DOC Alto Adige è il frutto di una lunga storia fatta di scelte coraggiose, di pionieri illuminati e di un cambio di paradigma radicale. In questi 50 anni, il nostro territorio ha saputo evolversi puntando sulla qualità, sulla sostenibilità e sulla varietà Dalla coltivazione intensiva degli anni ’70 al modello odierno, in cui la qualità prevale sulla quantità, il comparto ha vissuto un’autentica rivoluzione. La Schiava, un tempo regina incontrastata, ha oggi lasciato spazio a una produzione più ampia e variegata, con vitigni bianchi che coprono circa due terzi delle superfici vitate. Scegliere il vitigno più adatto in base alla specificità del terreno è stata la chiave della svolta qualitativa. Oggi contiamo circa 20 varietà che prosperano nel nostro microclima unico. Durante l’evento è stato dedicato un momento anche al Consorzio, fondato nel 2007. Il direttore Eduard Bernhart ne ha illustrato le attività e gli obiettivi, soffermandosi sulla recente pubblicazione del manuale “Vino in Alto Adige – Storia e presente di un territorio vinicolo unico”, l’opera editoriale – voluta proprio dal Consorzio e disponibile in tutte le migliori librerie ed online – che raccoglie studi e riflessioni di 40 autori, pensata per valorizzare 2.500 anni di storia enologica altoatesina. Oggi la maggior parte degli attori più importanti del panorama enologico altoatesino fa parte del Consorzio. Questo ci consente non solo di promuovere con forza e coerenza il marchio Alto Adige sui mercati internazionali, ma anche di offrire un supporto concreto – di marketing, legale, operativo e anche formativo – ai nostri membri. Con grande impegno e spirito di collaborazione, continuiamo a dare impulso al futuro del vino altoatesino, valorizzandone l’identità e sostenendone la crescita A rafforzare la vocazione territoriale della DOC è il recente progetto di zonazione, ufficializzato nell’ottobre 2024, che ha portato al riconoscimento di 86 unità geografiche aggiuntive (UGA). A parlarne è stato il vicepresidente del Consorzio, Martin Foradori, sottolineando come la zonazione rappresenti un ulteriore passo verso la valorizzazione della diversità microterritoriale della regione. Con la zonazione si vuole portare in bottiglia l’anima di ogni singolo territorio, rendendo riconoscibili nel calice le caratteristiche uniche di suolo, microclima, esposizione e altitudine. Per questo è stato creato anche un pittogramma riportato sull’etichetta, per aiutare il consumatore a orientarsi e scoprire la ricchezza del territorio. C’è chi sostiene che con la zonazione ci siamo complicati la vita, rendendo più difficile la scelta dei vini per i consumatori finali. Al contrario, abbiamo dato un valore aggiunto inestimabile al nostro territorio, valorizzato i nostri vigneti e, grazie alla selezione dei vitigni ideali e a una resa più bassa, posto le basi per un ulteriore salto di qualità dei nostri vini. Lo sguardo al futuro si estende anche al turismo del vino. Thomas Fill, Direttore Agrar IDM Alto Adige, ha presentato in anteprima la Wine&Bike Alto Adige Collection, un progetto realizzato in sinergia con il Consorzio, che unisce ciclismo ed enologia. Otto tour tematici, più di 100 cantine coinvolte, degustazioni, esperienze tra i vigneti e percorsi personalizzati consultabili tramite l’app Komoot. Vivere l’Alto Adige in bicicletta significa immergersi nella sua diversità: pedalando tra vigne, cantine e paesaggi unici, è possibile cogliere l’essenza autentica dei nostri vini. I nuovi tour hanno ognuno un tema particolare ed il turista può scegliere quello che preferisce: Vino & architettura lungo la Strada del Vino dell’Alto Adige; Tour del Pinot Bianco nell’Oltradige: da Caldaro ad Appiano; Sulle tracce di un grande classico dell’Alto Adige: le colline di Santa Maddalena; Dal Gewürztraminer al Pinot Nero: lungo la Strada del Vino dell’Alto Adige; Fascino mediterraneo: tra i vigneti della conca di Merano; La zona vinicola più settentrionale a sud delle Alpi: un tour in Valle Isarco; Un itinerario circolare in Val Venosta: aspra, secca, spettacolare; Castelli, vigneti e cantine prestigiose: lungo la Valle dell’Adige tra Bolzano e Merano. Dall’applicazione Koomot si può attualmente accedere alla Wine&Bike Collection e scegliere il percorso che si preferisce e nei prossimi mesi l’offerta si arricchirà di altre interessanti proposte. Allo stand riflettori puntati anche su una bicicletta – opera d’arte – realizzata per l’occasione dalla storica e rinomata Officina Dario Pegoretti di Verona con cui il Consorzio collabora per la promozione della nuova Bike&Wine Collection. Cristina Wuerdig Pegoretti, CEO dell’Officina ha spiegato che: Le Alpi, il paesaggio montano ed un contesto climatico difficile fanno crescere persone abituate ad affrontare le sfide del territorio. Ma proprio in questi territori nascono idee e prodotti unici che hanno uno spirito speciale. Le biciclette Dario Pegoretti hanno le loro radici in montagna proprio come i vini Alto Adige e forse questo è il motivo che ci ha fatto incontrare. Ogni vino è unico ed irripetibile proprio come ogni nostro telaio.  L’anniversario della DOC non è stato solo una celebrazione, ma un’occasione per riaffermare quindi proprio a Vinitaly l’impegno per una viticoltura sempre più consapevole, identitaria e capace di affrontare – con nuovi progetti – le sfide globali del settore.   La Redazione
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Consorzio Barbera d'Asti e vini del Monferrato. Un calendario ricco di eventi per il mese di Aprile Arrow Right Top Bg

14 Aprile, 2025

Consorzio Barbera d'Asti e vini del Monferrato. Un calendario ricco di eventi per il mese di Aprile

 “UN VINO, UN TERRITORIO” EVENTO DEDICATO ALLA VALORIZZAZIONE DELLA BARBERA D’ASTI SUPERIORE COLLI ASTIANI  E LA QUINTA EDIZIONE DI “ALBAROSSA IN TAVOLA” Sabato 12 aprile 2025, presso il suggestivo Salone del Mercato di Montegrosso d’Asti, si terrà la prima edizione dell’evento “Un vino, un territorio”. Organizzato dall’Associazione Produttori COLLI ASTIANI con l’obiettivo di promuovere e valorizzare il territorio di produzione della Barbera d’Asti docg Superiore sottozona Colli Astiani, che fa riferimento ai Comuni di Mongardino, Vigliano, Montegrosso, Montaldo Scarampi, Rocca d’Arazzo, Azzano, Isola e le frazioni di Asti di San Marzanotto e Montemarzo. Il Presidente del Consorzio Vitaliano Maccario. Le nostre iniziative si fanno voce di un territorio che ha saputo costruire nel tempo un modello di eccellenza riconosciuto a livello internazionale, unendo il rispetto per le radici alla capacità di guardare oltre i confini. Rappresentando tredici denominazioni d’eccellenza, il Consorzio non è solo custode di una straordinaria eredità vitivinicola, ma un interprete della sua evoluzione, un promotore di sostenibilità, qualità e autenticità. Durante l’evento i visitatori potranno immergersi nella cultura e nelle tradizioni che rendono unica la produzione di questa denominazione. Il ricco programma prevede una conferenza stampa di presentazione a cui seguirà una degustazione, una masterclass guidata per la quale è richiesta la prenotazione e una cena tipica con le eccellenze piemontesi. Un’occasione unica per scoprire, attraverso i banchi d’assaggio allestiti dai produttori, la Barbera d’Asti superiore sottozona Colli Astiani. L’evento, che vede la partecipazione dei produttori, rappresenta un’opportunità unica per raccontare questo straordinario territorio e il legame che unisce vino e turismo, offrendo ai partecipanti un’esperienza enogastronomica e culturale indimenticabile. Inoltre, il Consorzio Barbera d’Asti e Vini del Monferrato, in collaborazione con la città di Torino, è lieto di annunciare l’avvio, a partire dal 20 aprile e per la durata di un mese, della quinta di: “Albarossa in Tavola”, . L’attività promossa dal Consorzio ha l’obiettivo di creare un legame diretto tra produttori e ristoratori. “Albarossa in Tavola” offrirà l’opportunità di degustare il vitigno Albarossa in una quarantina di ristoranti di Torino e nel territorio del Monferrato, attraverso un’esperienza enogastronomica unica. I commensali potranno gustare un piatto appositamente pensato, da ogni singolo ristoratore, per lo speciale evento e abbinato a un calice di Albarossa, del produttore presente in quello specifico ristorante, esplorando nuove armonie di sapori ed esaltando le straordinarie peculiarità di questo vitigno. Sarà inoltre possibile, nei ristoranti aderenti all’iniziativa, consultare materiale informativo sul vitigno autoctono a bacca nera da cui prende il nome: nato nel 1938 ad opera di Giovanni Dalmasso – uno tra i padri dell’ampelografia italiana incrociando Barbera e Nebbiolo, ha saputo conquistare una vasta platea di estimatori non solo sul mercato interno ma anche su quello internazionale. L’iniziativa punta a promuovere il vino Piemonte DOC Albarossa, ma rappresenta anche un’occasione per rafforzare le relazioni tra i produttori e i ristoranti, valorizzando la collaborazione tra il mondo enologico e quello della ristorazione. Albarossa a Tavola è un’occasione unica per celebrare un vitigno straordinario, che racconta la storia di un vitigno risultato dell’incrocio tra Barbera e Nebbiolo di Dronero e sperimentato dal Professor Giovanni Dalmasso nel 1938. Un vino che rappresenta  l’identità del Piemonte. Attraverso gli abbinamenti gastronomici, vogliamo esaltare la sua eleganza e complessità, dimostrando come possa accompagnare perfettamente la nostra tradizione culinaria. Questo evento è un viaggio sensoriale che unisce territorio, passione e convivialità. Attraverso questi eventi di promozione, il Consorzio Barbera d’Asti e Vini del Monferrato ribadisce il suo impegno nel promuovere le denominazioni che rappresentano il cuore pulsante di un territorio unico, unendo alla tutela delle tradizioni un forte impulso alla divulgazione.   La Redazione
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14 Aprile, 2025

Le streghe ubriache. Vino e piatti che stregano

Siamo nella bella Frascati, terra di vino e di abbuffate memorabili e qui attirato forse dalla magia scopro un ristorante che prima di entrare accende mille suggestioni. Qui, tra vicoli dal fascino retrò e calici sempre pieni, si nasconde un luogo che ha capito tutto della vita: Le streghe ubriache. Sulla porta ad accogliermi c’è Gianluca un ragazzone simpaticissimo che mi abbraccia e mi invita a scoprire quello che è diventato il suo mondo. Mi avverte: la dieta si dimentica all’ingresso e la felicità si misura in bocconi. Se pensate che le streghe esistano solo nelle favole, è perché non siete mai stati qui, un ristorante covo di magia gastronomica nel cuore di Frascati. Entrando in questa “grotta” mi lascio suggestionare dagli affreschi sulle pareti e dagli arredi. Gianluca mi racconta che qui da piccolo veniva a giocare, era una cantina piena di botti con l’odore acre del vino e nella parte buia il proprietario, gli diceva che c’erano le streghe. E quelle streghe che lo incuriosivano da piccolo forse già ubriache all’epoca sono diventate le Streghe ubriache di oggi. Mi mostra ogni parte di questo locale davvero suggestivo ed entriamo in una vera grotta, con le pareti di pietra viva e poi come non esser colpito da una bellissima saletta con divanetto e bigliardino. In cucina i calderoni non ribollono di pozioni, ma di piatti realizzati con cuore, tecnica e un pizzico di sana follia. E il vino ovviamente scorre come in un ballo di samba e rock en roll. Sono qui per la mia cena degustazione, il che significa solo una cosa: mangiare fino a vedere gli spiriti. Pronti? Io prontissimo per farmi stregare da Gianluca diventato cuoco e chef ai fornelli con nonna ciociara e nonna modenese dalle quali ha imparato l’arte della buona cucina. Si parte con un bel cestino di pane al curcuma e con i sette cereali fatto da Gianluca tutti i giorni, davvero buonissimo e a seguire arriva un bel trittico. Pane e lardo di maiali ciociari – il riscaldamento perfetto. Il lardo si scioglie sul pane caldo, lasciando solo un vago senso di colpa che dura circa tre secondi. La terra della ciociara è presente come non mai e il lardo diventa un ricordo presente nella tua memoria e che non puoi dimenticare. Il pane? Rustico, fragrante, con la crosta spessa e la mollica giusta per accogliere il condimento. Sicuramente il primo boccone sarà difficile da dimenticare. Il lardo? Viene da maiali ciociari e si sente. È profumato, scioglievole, quasi irriverente nella sua untuosità perfetta. Fuso con il calore del pano è prefetto. In bocca un’esplosione di sapore tra dolcezza, sapidità e quella nota aromatica che sa di erbe e spezie ben dosate. Due ingredienti, nessuna magia, ma il piacere anche nelle cose semplici diventa vero gusto. Bruschette di polenta grigliata – croccanti fuori, morbide dentro, pronte ad accogliere il resto della festa e non finisce qui. Broccoletti ripassati e crema di pecorino, amaro e sapido che ballano insieme, un’accoppiata da manuale. E non possono mancare le spuntature al sugo perché la vera felicità si misura in quanto il sugo ti rimane sulle dita dopo aver ripulito l’osso.   Ovviamente Gianluca si siede accanto a me e con me beve: un bel calice di Topho della mia amica Sara di Borgo del Cedro. Profumato, minerale fresco. Sparisce nel giro di pochi minuti, ma tanto il vino qui è come le magie: sempre pronto a riapparire. Dopo questo inizio alla “sbraniamo il tavolo” arriva un piatto elegante, ma strepitoso. Lo speck di anatra ciociara, mai sentito e mai visto. Un piccolo colpo di classe che Gianluca segna a porta vuota. Affumicatura delicata, sapidità controllata, grasso che avvolge il palato. Sicuramente un piatto che sa raccontare il territorio meglio di mille parole. Al primo morso capisco subito che questa non è semplice carne stagionata ma un manifesto di gusto. Il primo impatto è tutto sul profumo: sentori affumicati decisi ma non invadenti, un’aromaticità elegante che promette bene. Al primo morso posso gioire con una carne morbida, ben venata di grasso, saporita senza essere eccessiva. C’è la dolcezza naturale dell’anatra, il sale giusto a esaltarla e quella nota affumicata che arriva alla fine che avvolge e chiude il boccone. Uno speck che non scimmiotta il maiale, ma gioca la sua partita con orgoglio, dimostrando che la tradizione può anche avere un’anima diversa. Assaporato con un buon bicchiere di Topho diventa eccezionale, applausi a Gianluca per averlo scoperto e gentilmente concesso. E poi non può mancare un’ottima selezione di pecorini: Primo sale, fresco, lattiginoso e delicato, semi stagionato, l’equilibrio perfetto tra dolcezza e carattere, 18mesi sapido, intenso, che si sposa alla perfezione con il vino e uno sguardo perso nel vuoto per la pura gioia gustativa e per finire il cremoso un pecorino molto morbido accompagnato da albicocca e mostarda di frutta fatta da Gianluca. Sento un leggero tambureggiare in cucina, i calderoni scoppiettano e Gianluca mi serve un piatto della tradizione che ha saputo reinventare mescolando la tradizione con un guizzo di follia ben studiata. La gricia con pera coscia, pecorino 18 mesi e guanciale stagionato. Un piatto che non ha bisogno di presentazioni, solo di una bella forchetta e della giusta dose di rispetto. Sapidità, dolcezza, croccantezza del guanciale e quella pera che sorprende: tutto funziona, tutto convince. La pera è quel tocco dello chef che aggiunge freschezza e spezza la potenza del piatto senza snaturarlo. Gli ingredienti sicuramente la fanno da padrona: il guanciale croccante e saporitissimo che sprigiona tutto il suo grasso sacro e intoccabile, il pecorino 18 mesi è intenso e deciso, di quelli che non si fanno mettere in ombra. E la pera coscia sicuramente è l’elemento che non ti aspetti di trovare in un piatto simile che sa spezzare la sapidità con la sua dolcezza. Un piatto che merita di alzarmi perché ha saputo giocare con il contrasto senza forzature, la grigia diventa sicuramente più elegante ma senza perdere la sua anima romana. Il vino sicuramente aiuta a finire il piatto perché non finirlo sarebbe una grande offesa. Siamo al secondo calice di Topho, il cameriere chiede se ne voglio ancora. Ovvio, mica si può mangiare così senza un’adeguata idratazione. Se la grigia è stato quel colpo di genio di Gianluca, quel colpo di scena che ha illuminato il tavolo, quello che arriva adesso merita rispetto. La guancetta di manzo cotta nel Cesanese di Villa Simone, mi alzo in piedi e applaudo a Gianluca. Tenera, succulenta, con una riduzione di vino che sa di domeniche in famiglia e lunghe cotture lente. Accompagnata da verdure alla francese con una cottura perfetta, sapori delicati che bilanciano il piatto e le immancabili patate. Cosa sarebbe una guancetta senza un letto morbido e cremoso su cui adagiarsi? Ultimo calice di Topho, che scende con facilità di un incantesimo ben riuscito. Le Streghe Ubriache non è solo un ristorante, ma una vera esperienza, per gli occhi e per la tua pancia. Una cucina che affonda le radici nella tradizione, ma con squarci creativi che rendono ogni piatto intrigante. Porzioni abbondanti, materie prime scelte con cura, vini che accompagnano il tutto con eleganza. Ovviamente se ci venite fatelo a stomaco vuoto perché qui si mangia sul serio. Qui se pensi di gustare pozioni magiche, ti sbagli, ma i piatti stregano sul serio. Si entra con la fame e si esce con la cintura allentata e la consapevolezza che la dieta può aspettare un altro paio di giorni. Dimenticate l’idea dell’assaggino, le porzioni sono quelle che ti fanno pensare ce la faccio al primo boccone e domani forse salto la prima colazione. Se non ci siete mai stati, rimediate. Se ci siete stati, tornate. Se non avete fame, aspettate, leggete il menù e cambierete idea.     Roberto Silvio De Pascale Mi trovi su Instagram come unpuglieseinterrapontina Il buon vivere  
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13 Aprile, 2025

Colli Piacentini promossi a pieni voti da operatori e consumatori a Vinitaly 2025

  Vini che incontrano il gusto contemporaneo, bollicine protagoniste anche in chiave cocktail, enoturismo in crescita: dalla kermesse di Verona arrivano molti segnali incoraggianti  Un territorio capace di deliziare e sorprendere, coinvolgere e appassionare sia gli operatori di settore in cerca di vini capaci di coniugare identità e bevibilità sia i consumatori contemporanei affascinati da calici che hanno nella piacevolezza e versatilità due preziosissimi punti di forza. E’ la cartolina dei Colli Piacentini che arriva da Vinitaly, dove la Malvasia di Candia Aromatica e i suoi fratelli sono stati protagonisti di quattro giorni di degustazioni, masterclass e incontri di approfondimento B2B all’interno del Padiglione 1 di Veronafiere, tradizionalmente destinato all’enologia dell’Emilia-Romagna. Le premesse di protagonismo alla vigilia della 57edizione del Salone internazionale del vino e dei distillati di Verona sono state confermate sia dalla grande affluenza di operatori di settore allo stand del Consorzio di tutela vini DOC Colli Piacentini sia dal sold out registrato in occasione delle due masterclass andate in scena negli spazi di Enoteca Regionale in cui i vini piacentini hanno offerto spaccati convincenti sull’enologia locale, collegandosi alle più attuali tendenze di consumo di vino e fruizione del territorio. Nel pomeriggio di domenica le bollicine di Ortrugo, Malvasia e Gutturnio hanno dato vita a sorprendenti wine cocktail d’autore, un assaggio del fortunato percorso di mixology di alta qualità iniziato attraverso la collaborazione con l’Associazione Italiana Barman per proporre in chiave aperitivo e after dinner i vini dei Colli Piacentini. Il presidente del Consorzio Marco Profumo Una veste originale e accattivante delle nostre produzioni DOC, che dal 9 all’11 maggio troveranno una nuova prestigiosa vetrina in occasione dell’Aperitivo Festival di Milano. Le nostre bollicine sono l’anima frizzante di cocktail in grado di conquistare i palati di un pubblico di tutte le età, offrendoci un’alternativa in più per avvicinare nuovi consumatori ai vini piacentini durante diversi momenti della giornata. Partecipatissima anche la masterclass che lunedì ha presentato le opportunità di turismo slow all’insegna del gusto disponibili nelle province di Piacenza e Parma, organizzata dal GAL del Ducato ed Emilia Wine Experience con le cinque Strade dei vini e dei sapori dell’Emilia, Visit Emilia e i consorzi vini Colli Piacentini e Colli di Parma. L’enoturismo è un fenomeno che negli ultimi anni è cresciuto fortemente in tutta Italia e sul quale le nostre cantine stanno moltiplicando impegno e investimenti. Siamo in un territorio che unisce paesaggi incredibili a prodotti d’eccellenza, nel piatto e nel calice, la sfida principale è riuscire a offrire esperienze capaci di far vivere questa straordinaria bellezza quotidiana, facendo rete tra noi per attirare turisti e dando loro sempre nuovi motivi per tornare. La Redazione  
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12 Aprile, 2025

Le Colture a Vinitaly 2025

Un viaggio nel tempo e nel terroir delle Rive di Santo Stefano Protagonista una verticale d’autore del Valdobbiadene DOCG Extra Brut Gerardo. C’è un modo autentico e profondo di raccontare il Prosecco. Un modo che parte dalla terra, attraversa le generazioni e arriva dritto al calice. Lo ha dimostrato Le Colture – storica azienda di Santo Stefano di Valdobbiadene – durante l’edizione 2025 di Vinitaly, con una verticale esclusiva del Rive di Santo Stefano Gerardo Extra Brut, guidata dal degustatore Gianpaolo Giacobbo. Quattro le annate protagoniste – 2017, 2019, 2021 e 2023 – selezionate per offrire una lettura in profondità della vocazione evolutiva di questo spumante dal carattere deciso ma sempre misurato. Abbiamo deciso di proporre una verticale di Rive di Santo Stefano Gerardo Extra Brut per riuscire a tradurre in modo autentico l’espressività di questo luogo collocato nel cuore della denominazione di Valdobbiadene e Conegliano. Le vigne vecchie affondano le proprie radici in un terreno variegato di origine sedimentaria ma anche calcarea, e quindi dotato di una fine espressività minerale. L’ingrediente tempo diventa quanto mai utile per mettere in luce il talento di questa zona; non si tratta infatti solo di resistere agli anni che passano, ma di modellarsi con esso, rilasciando sfumature nuove che la giovane età non potrà mai dimostrare. Il Prosecco, tuttavia, deve mantenere sempre il proprio slancio e la sua naturale piacevolezza. Suolo, vitigno e l’esperienza della famiglia Ruggeri rappresentano un’occasione da cogliere per scoprire un mondo che, sebbene sia molto famoso, nasconde tesori impensabili. A seguire, è stato servito un risotto agli asparagi cucinato a vista da Chiara Barisan del Ristorante Salis, raffinato indirizzo nel cuore delle colline di Valdobbiadene, noto per la sua cucina stagionale e sincera, capace di esaltare il territorio. Ad accompagnare la degustazione, è stata esposta e presentata agli ospiti una selezione di rocce per raccontare visivamente l’identità geologica del suolo da cui nasce questo spumante di rara eleganza. Uno strumento in più per comprendere il legame profondo tra il vino e la sua origine, fatto di stratificazioni calcaree, sedimenti marini e una mineralità che ritroviamo in ogni sorso. Veronica Ruggeri Siamo convinti che il Valdobbiadene abbia ancora tanto da raccontare, anche su orizzonti temporali più ampi. Con questa verticale abbiamo voluto accendere i riflettori su un cru che ci rappresenta profondamente, per mostrare quanto eleganza e longevità possano convivere anche nel mondo del Prosecco.  
Fondata nel 1983 da Cesare Ruggeri, Le Colture è oggi guidata dai figli Silvia, Alberto e Veronica, che portano avanti una filosofia produttiva basata sull’identità del territorio, sulla sostenibilità e sulla qualità come scelta quotidiana. I 45 ettari vitati si estendono tra Santo Stefano, Cartizze, Valdobbiadene e le colline del Montello, in un mosaico di microaree che permettono di interpretare la Glera in tutte le sue sfumature, anche attraverso progetti coraggiosi come questo.
Ancora una volta, Le Colture ha saputo offrire non solo un vino, ma un racconto che attraversa il tempo, la terra e la famiglia. Un racconto che continua a sorprendere chi sa ascoltarlo.   La Redazione    
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12 Aprile, 2025

A Contrade dell’Etna talk con Salvo Foti sull’evoluzione dei vini del vulcano

  Ecco i vini in degustazione alle masterclass Salvo Foti a Contrade dell’Etna per raccontare l’evoluzione dell’enologia sul vulcano. L’enologo, pioniere del nuovo corso dei vini etnei, sarà protagonista di una conversazione con il direttore di Cronache di Gusto, Fabrizio Carrera, e con il wine writer Federico Latteri. L’appuntamento, dal titolo “Vini dell’Etna, quale identità?”, è per domenica 13 aprile alle 12 al Sikania Garden Village di Randazzo, in occasione dell’apertura di Contrade. È anche merito di Foti, per anni impegnato nella riscoperta e valorizzazione di grandi vitigni autoctoni come Nerello Mascalese o Carricante, se l’Etna è ogni anno meta imperdibile di migliaia di wine lovers e i vini del vulcano sono tra i più acclamati al mondo. Non è un caso che il New York Times abbia definito Salvo Foti il più importante agronomo ed enologo siciliano. Contrade dell’Etna, il programma e le masterclass Contrade dell’Etna si svolgerà in due giornate all’interno del Sikania Garden Village (domenica 13 e lunedì 14 aprile), scandendo i momenti dedicati ai wine lovers e al canale Ho.Re.Ca. L’apertura al pubblico è prevista per domenica 13 aprile alle 12 con il banco d’assaggio che andrà avanti fino alle 19. Il banco d’assaggio aprirà di nuovo i battenti il giorno successivo (lunedì 14 aprile) dalle 9 alle 16. Due le masterclass in programma, condotte da Federico Latteri, entrambe si svolgeranno lunedì 14 aprile nella sala meeting all’interno del Sikania Garden Village: alle ore 10 il tasting che farà il focus sulle bollicine prodotte sul vulcano, “Gli spumanti: una nuova frontiera dell’Etna”; alle 12 quella dal titolo “La varietà del territorio etneo attraverso i suoi vini bianchi e i suoi vini rossi”. Di seguito i vini in degustazione nelle masterclass (la lista potrà subire variazioni e integrazioni): Gli spumanti: una nuova frontiera dell’Etna (Sikania Garden Village 14 aprile 2025 ore 10)   Camporè – Metodo Classico Nicola Gumina – Etna spumante Filici 2019 Iuppa – Etna Spumante Piccolot 2019 La Contea – Etna Spumante 69/70 2019 Antichi Vinai 1877 – Etna Spumante Bollenere 2017   La varietà del territorio etneo attraverso i suoi vini bianchi e i suoi vini rossi (Sikania Garden Village 14 aprile 2025 ore 12)   Duca di Salaparuta – Etna Bianco Lavico 2024 Tenute Foti Randazzese – Etna Bianco Gagà 2022 Generazione Alessandro – Etna Bianco Trainara 2022 Alta Mora-Cusumano – Etna Bianco 2022 Tenute Bosco – Etna Bianco Vico Azienda agricola Sciara – 1.200 Metri slm 2022 Animaetnea – Etna Rosso Animardente 2022 Massimo Lentsch – Etna Rosso Feudo di Mezzo 2022 Contrada G 2022 – Passopisciaro Donnafugata – Etna Rosso Contrada Marchesa 2020 Travaglianti – Etna Rosso Contrada Cavaliere 2020 Buonvassallo Azienda agricola Raciti   La Redazione
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Vinitaly 2025. UmbriaTop, radici profonde, visione condivisa Arrow Right Top Bg

11 Aprile, 2025

Vinitaly 2025. UmbriaTop, radici profonde, visione condivisa

  Con il concept “Radici”, il Padiglione Umbria si è raccontato attraverso identità, cultura e territorio: 1000 metri quadrati per 56 cantine protagoniste, 30 appuntamenti e grande coesione istituzionale.  Il Vinitaly 2025 si distingue per grande professionalità e coinvolgimento di operatori del settore, buyer e giornalisti  Si è chiuso con grande soddisfazione il Vinitaly 2025 per UmbriaTop, la società cooperativa che raggruppa la maggioranza delle aziende vitivinicole regionali, che ha coordinato e promosso la partecipazione della filiera vitivinicola regionale sotto il segno delle “Radici”, il concept che ha guidato l’allestimento e la narrazione del Padiglione Umbria. Un messaggio forte e chiaro: le radici dell’Umbria non sono solo agricole, ma culturali, identitarie, comunitarie. Un filo rosso che ha legato i 30 appuntamenti proposti a un pubblico selezionato e competente di buyer internazionali, stampa di settore e operatori, tra talk, degustazioni guidate e incontri tecnici, attraverso i quali l’Umbria ha raccontato la propria storia passata, presente e futura. Simona Meloni, Assessore alle politiche agricole e agroalimentari, al turismo e al PNRR   In questa edizione del Vinitaly abbiamo ribadito un concetto: il vino umbro non è solo eccellenza agroalimentare. È identità, è cultura, è una leva straordinaria per lo sviluppo turistico del nostro territorio, è un elemento di riconoscibilità. Per questo, oggi più che mai, serve un progetto ambizioso, condiviso e riconoscibile: un vero e proprio brand Umbria che unisca qualità, narrazione e visione strategica. Al Vinitaly, oltre a promuovere le nostre etichette, abbiamo messo le basi per un modello di sviluppo che metta a sistema enoturismo, agricoltura e cultura, in grado di far emergere l’anima autentica dell’Umbria, non in competizione con altre regioni, ma nella sua unicità: la terra dei borghi, dei paesaggi incontaminati, dell’ospitalità diffusa, del saper fare e del buon vino. Il presidente di UmbriaTop, Massimo Sepiacci Il Vinitaly 2025 si è contraddistinto per un’atmosfera professionale, concentrata e orientata al business, con un flusso costante di visitatori qualificati.  Elemento centrale è stata la forte sintonia tra istituzioni e operatori del settore nella progettualità e nelle prospettive. I nostri produttori, che hanno apprezzato la pacatezza e l’efficacia di questa edizione, hanno rilevato grande attenzione da parte dei buyer e della stampa, e un interesse crescente verso i nostri vini, che sanno raccontare l’Umbria con autenticità. Gli spazi dell’area eventi Umbria Top (Pad 2 – da A9 a F9) – anche quest’anno sono stati sviluppati su due livelli che si pongono come contenitori inclusivi per istituzioni, enti, testimonial che contribuiscono con le loro attività a promuovere e valorizzare l’unicità del territorio: Assessorato al PNRR, alle politiche agricole e agroalimentari, alla montagna e alle aree interne, ai parchi e ai laghi, al turismo e allo sport, Camera di Commercio dell’Umbria e Promocamera Umbria, Assogal Umbria – con i suoi 5 Gal, 3A Parco Tecnologico Agroalimentare dell’Umbria. Numerose le degustazioni e gli approfondimenti, progettati sotto il format “Umbria Wine Academy” per un calendario di appuntamenti finalizzati a rendere note le produzioni, le storie, le progettualità, i volti del vino umbro. Positiva la partecipazione di AssoGal Umbria al Vinitaly 2025. I 5 GAL regionali, hanno presentato il primo living lab sul turismo esperienziale, in collaborazione con la Rete Rurale Nazionale e con la partecipazione di alcuni GAL dei vari territori italiani. Il partecipato incontro ha dimostrato come il lavoro di squadra ed il confronto con gli altri partner, possano portare a idee innovative per i territori rurali. Identità territoriale, animazione partecipata, multidisciplinarietà, le parole chiave emerse in tutti i racconti presentati. Tra gli appuntamenti di rilievo, la presentazione della pubblicazione “Radici: l’eco delle origini”, presentato per la prima volta, in presenza degli studiosi ed esperti che hanno contribuito alla redazione della pubblicazione. Il volume intende percorrere e riscoprire le origini della produzione vitivinicola umbra attraverso un approccio multidisciplinare, per scoprire punti di forza della piccola ma preziosa produzione umbra, tra peculiarità botaniche, agronomiche e ambientali del territorio e spunti culturali, racconti storici, testimonianze di archeologia agricola e rurale, grazie al contributo, tra i vari, dell’Università degli Studi di Perugia, l’Università per Stranieri di Perugia, 3A Parco Tecnologico Agroalimentare dell’Umbria, Museo del Vino di Torgiano, AIS Umbria. Gioia Bacoccoli, coordinatrice UmbriaTop Non soltanto una pubblicazione, ma una dichiarazione di appartenenza e un atto di memoria collettiva. Il progetto “Radici” nasce dunque dal desiderio di narrare punti di forza della filiera vitivinicola regionale a partire dalle sue origini. Plinio il Vecchio nella sua Naturalis Historia narra: «Umbrorum gens antiquissima Italiae existimatur», ossia «Gli Umbri sono considerati il popolo più antico d’Italia». La parola VINÙ è scritta nelle Tavole Eugubine (Gubbio), il più lungo e importante testo rituale dell’Italia antica, come il Professor Augusto Ancillotti insegna, ed attestano un utilizzo del vino per scopi sacrali e rituali. Il vino in Umbria, insomma, si fa da tempi immemori. Non resta dunque che iniziare a scrivere un racconto nuovo ed antico allo stesso tempo La Redazione
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11 Aprile, 2025

Armando Castagno. Il divulgatore

  Un bicchiere d’acqua quando il nostro corpo ha sete è come un bicchiere di vino quando ha sete la nostra anima. Ecco perché un pasto senza vino mi fa pensare a un bambino incapace di ridere. (M. Soldati) Prendo una bottiglia. La guardo. Osservo l’etichetta. Leggo informazioni circa il vino nella retro etichetta. La stappo. Verso un giusto quantitativo nel calice. Lo osservo. Lo annuso. Lo sorseggio. In che momento di questo processo arriva qualche stimolo particolare al cervello? Quel “click” che induce a pensare a tanto altro? Arte, storia, cultura. Ricordi, pensieri, sensazioni. Sì può essere attratti dall’etichetta: un bel nome magari noto, una forma grafica sinuosa, artistica, storica. La provenienza da un luogo della nostra memoria. Il colore. Certo ma più o meno, trasparenza a parte sono quelli. La gag di Antonio Albanese che fa il sommelier è devastante in tal senso. L’odore. Complicato per chi non è abituato o non interessato. Il sapore. Ecco qui ci si trova d’accordo tutti. A meno che non ci si limiti al dualismo “buono/non buono”. Semplice e semplicistico. Ma in fondo è l’approccio della stragrande maggioranza delle persone. Quelle che vanno al ristorante e ordinano una bottiglia da 50€ pensando di bere un capolavoro ma in realtà non sanno che la troveranno a 15€ al supermercato. Semplice e semplicistico.  Proviamo però, per un attimo, a paracadutarci nel luogo dal quale il vino proviene. Facciamo una sorta di zoom con Google Maps: lo stato, la regione, il paesino, l’azienda, la vigna. Uno zoom geografico insomma. Sarebbe meraviglioso se riuscissimo a fare anche uno zoom storico e capire che cosa è stata quella vigna nel corso dei secoli. Cosa e chi ha visto passare. Chi l’ha lavorata. Dove i vini sono stati bevuti e da chi. Lo zoom geografico ci consente di capire cosa ci sia intorno alla bottiglia. Quali siano gli influssi geologici, geografici, meteorologici. Potremmo capire tanto. Ma se ciò che abbiamno nel calice potesse parlare, racconterebbe la sua storia e quella dei propri avi. Racconterebbe di chi ha accudito la terra prima, la pianta poi, gli acini infine. Racconterebbe di persone, del loro tempo, della loro vita. Racconterebbe ogni cosa per renderci partecipi di quanto di magico e speciale sia finito nel calice.  Raccontare per divulgare. Cercare di trasmettere, a chi è aperto a farlo, quanto di imponente e maestoso c’è non dentro ma a monte della bottiglia. Pensare al vino non con una semplice bevanda ma come un concentrato di emozioni e di storia. Di vita insomma. La mia vocazione è quella di divulgatore. Cerco di digerire un tema e cerco di renderlo approcciabile agli altri. Incontro Armando Castagno. Un divulgatore come lui stesso si definisce.  Quando si scrive di una persona come lui, cadere nella banalità o commettere errori è quasi una certezza. La nostra è una chiacchierata, di quelle che hanno l’unico scopo di comprendere chi è l’uomo Armando e perché abbia voluto cimentarsi in una impresa travolgente e al tempo stesso ardua. Parlare di vino attraverso i territori, la storia e l’arte che li hanno attraversati, non è per tutti. Non lo è ad esempio per chi considera il vino una semplice bevanda. Non lo è per chi vuole solamente vendere il vino. È per chi vuole porsi delle domande per le quali, solo in minima parte, ci sarà una risposta. Ho 55 anni. Nato e sempre vissuto a Roma. Laureato in giurisprudenza come i miei genitori. Mi sono laureto in Storia dell’Arte con lode. Ho scritto 12 libri sul vino e sono in questo mondo da trentadue anni. Ho tenuto centinaia di corsi. Oggi insegno per Accademia Treccani e organizzo master per varie organizzazioni di varia natura. Ho scritto libri per il rapporto vino e arte. Qualcuno da solo, qualcuno con colleghi. A triplice firma. Ho pubblicato per Giunti, SlowFood, Treccani, ecc. Rimango sempre un amatore e un appassionato. Non mi sento di essere integralmente aldilà della barriera che separa il fruitore e l’appassionato dal docente e distributore di verità. Sono un semplice appassionato. La voce pacata. Lo sguardo vigile. Un sorriso celato per un quarto dall’aplomb, per un ulteriore quarto dalla fisionomia del viso.  Colgo una sorta di remora nel narrare il suo curriculum: non riesco a comprendere a pieno se sia modestia (nonostante sappia di essere uno dei massimi esperti in questo campo) o semplice ritrosia. Non si sottrae comunque al parlarne. Siamo due giornalisti che si confrontano su temi che riguardano il mondo del vino. Anche se in maniera più laterale. Entrambe veniamo da mondi diversi. Armando non se ne innamora bevendo o approfondendo le tecniche di produzione, i territori, i gusti, i sentori, ecc ecc ecc. Il suo è un percorso che gli consente di entrare nella casa del vino dalle fondamenta. Nell’autunno del 1992 avevo 23 anni. Studiavo e lavoravo. Lavoro da quando avevo 16 anni. Ho fatto il giornalista per 27 anni. Redazioni varie. Mi sono occupato di sport, di football americano, di calcio. Soprattutto britannico. Ho fatto anche il telecronista. La mia grande passione. Il mondo del vino mi è venuto addosso perché mi sono accorto che non si trattava di una bevanda piuttosto piacevole quanto di un fulcro di un sistema culturale vero e proprio. Leggevo i testi di Soldati, di Veronelli, di Cardinali, di Bruni, di Monelli. Una serie di grandi autori che avevano toccato il tema vino. Mi sono accorto che c’era una parte del mondo del vino interessante dal punto di vista edonistico e culturale. Io probabilmente mi sono avvicinato al vino più con la seconda e per la seconda che per la prima.  Dalle fondamenta. Pochi avranno letto gli autori che cita Armando. Peccato dico io. Vi siete persi una grande occasione per capire meglio il mondo del vino. Dai cataloghi di Veronelli ai viaggi di Soldati il vino ha avuto modo di essere raccontato nella sua essenza di liquido ottenuto per fermentazione delle uve e più intimamente perché facente parte della cultura di un paese, di un territorio, di persone. È così che la differenza tra i vari vini non può essere immaginabile nel solo vitigno quanto nell’essenza stessa dei territori dai quale provengono.  Mi ha attratto la materia. Non sono un grande bevitore. Mi interessa più il vino come centro di un sistema di valori culturali, di tutela del paesaggio, della ruralità. Per me è stata la leva. È un percorso verso le profondità del mare quello di Armando. Cercare il centro di un sistema di valori culturali nel vino è come fare il viaggio al centro della terra alla scoperta di mondi nascosti e mai esplorati. Un viaggio che è senza ritorno nel senso che non prevede distrazioni. Un viaggio come quello di Mario Soldati nel suo Vino al vino, ovvero non il viaggio di una bottiglia di vino che arriva sulle nostre tavole ma il nostro intimo viaggio verso dove il vino viene prodotto. Perché solo così se ne capisce l’intimità della sua creazione Bisogna andare al vino: non che il vino venga a te (M. Soldati) Giornalismo e vino sono andati in parallelo Fino al 2013. Io ho insegnato in AIS dal 2001 fino al 2013 con in parallelo il mestiere di giornalista. Dall’ottobre del 2013 mi sono dedicato esclusivamente al vino. Faccio altro perché faccio da otto anni corsi di arte. È la mia passione più profonda. Cerchiamo di fare un accostamento perché fondere arte e vino è arbitrario. Sì tratta di mettere in cortocircuito sistemi percettivi che abbiamo e che possono essere utilizzati sia per guardare in un certo modo l’arte sia il vino. Anziché guardarlo solo con un occhio al piacere puro e sorgivo come è la bevuta, il vino può dare qualcosa in più. Senza fonderli.  Sì può avere un approccio artistico alla produzione del vino ma diventare artisti ce ne corre. C’è chi si crede artista facendo del vino senza sapere effettivamente cosa sia un artista. Io mi limiterei a dire che chi produce vino può al più essere un artigiano. È stato un approccio che ha portato via molto tempo per essere messo a punto. Non c’era nulla di simile prima. Senza falsa modestia. Non mi viene in mente nessuno. Un percorso sofferto perché bersi il bicchiere di vino con pane e salame è molto meno faticoso. Armando racconta i territori elevandoli rispetto alla loro semplicità apparente. Ma non così tanto per scriverne o parlarne. Ogni territorio ha tanto di non già scritto per il semplice motivo che nessuno si è mai preso la briga di capirlo, interpretarlo dunque scriverlo.  Il vino è l’unico elemento dell’agro alimentare che oltre ad essere un elemento nutriente è anche una specie di testo che noi infiliamo nel nostro corpo. Ci racconta un sacco di cose che bisogna semplicemente provare a leggere. Leggere e trasmettere delle sensazioni anche celebrali. Vedere un fenomeno, come nasce e perché nasce. Perché nasce li. Non faccio questo viaggio per poter poi descrivere un vino ai miei lettori; ma solo per invitarli a viaggiare a loro volta Questo riporta ai territori e alla loro conoscenza profonda. Non basta leggerne occorre viverli.  Senza divagare, ieri sera sentivo un dibattito (l’ennesimo…) sull’Ucraina, sul loro popolo, sui perché della guerra, del riarmo, dell’Europa, della Russia, di Trump. I soliti volti noti della televisione si accapigliavano emettendo verità e sentenze ammettendo come nessuno di loro fosse mai stato in Ucraina. Mi sono chiesto come fosse possibile una cosa del genere. Parlare di un luogo e di un popolo senza averli vissuto. Anche marginalmente. Mi sono risuonate in mente proprio le parole di Armando. Mi sono dato molto tempo per viaggiare. Io sono un viaggiatore indefesso. Piuttosto che accogliere queste nozioni per averle letto o sentito dire, ho sempre cercato di procurarmele di prima mano. Sono trent’anni che giro come un pazzo. Lo sa anche il mio concessionario. Mercedes-Benz. Ho scritto un libro sulla Borgogna di quasi quattro kg. Sono ottocento pagine fuori formato. È un atlante e mi è costato tanti viaggi. Però è il modo più onesto anche nei confronti del lettore di proporre qualcosa di nuovo e originale. Complicato e per niente immediato un approccio del genere. Se non altro, non popolare nel senso letterale del termine. Bere un bicchiere o contemplarne la bottiglia; provare a scoprire le sensazioni olfattive e gustative oppure capire il perché sia cosi e solo cosi. Non è un approccio divisivo come novelli Guelfi e Ghibellini, ma una modalità di pensare diversamente. Allargare i propri orizzonti sensoriali a quanto presente dentro una semplice bottiglia abbia da raccontare. Far si che la materia grigia non si annebbi appena bevuto un calice ma provi a trovare delle connessioni con il territorio dal quale il liquido proviene.  Noi cerchiamo di convocare solo chi è molto motivato a seguire. Non le grandi platee. Avrei potuto parlare del vino anche in grandi trasmissioni della Rai dove mi era stato proposto di andare, o ai vari TG5, ma non mi è mai interessata la divulgazione ecumenica di questi valori. Mi rendo conto che non siano valori proprio nazional popolare. Come non lo è la preparazione accademica o l’approfondimento autentico. Non forzerei mai nessuno ad occuparsene.  Ciò non contrasta affatto con un approccio più tradizionale ed edonistico del vino. Lo integra. Ne da una visione in più. Anche se sono pochi che vengono a sentire, poco importa.  Nessun tipo di contrasto. Semmai un alimento in più per chi vuole cibarsene. Senza screditare l’approccio tradizionale prettamente edonistico e conviviale. L’uno non esclude l’altro. Un senso di divulgazione per sentire il vino in una dimensione diversa. Giampaolo Gravina, un mio fraterno amico, portava una visione del vino filosofica, multidisciplinare, ampia. Con la cercheremo di far conoscere qualche testo di Giampaolo. Una volontà divulgativa senza la voglia di insegnare qualcosa. Un percorso inizia allo stesso modo per poi prendere due strade diverse e, alla fine, ricongiungersi. Sì può scegliere l’una o l’altra strada. Dipende solo dalla voglia di mettere in gioco i propri recettori. Ho trovato emulatori sul mio cammino ma è una ottima cosa. Significa che l’idea non è destituita di fondamento, non è campata per aria. Qualcuno l’ho apprezzato e ho anche imparato da lui. Difficilmente sentirete parlare Armando di un vino in particolare. Mai una recensione. Mai un giudizio.  Mi viene spesso chiesto di parlare di un vino. Di solito dalla azienda che lo produce. La risposta è sempre no. Quando mi capita di parlare in contesti aziendali, cerco di parlare informando senza prendere posizione specifica sul vino prodotto in zona. Il mestiere di critico pretende una certa distanza dalla produzione in modo da poter offrire al mio destinatario che non è il produttore ma il lettore, un parere sincero e non dettato da interessi nascosti. Credo che sia giusto così. Mi ci ritrovo e tanto in questo approccio che è anche il mio personale. Un critico se così si vuole definire, non può essere di parte. κριτικός era per i greci l’arte di giudicare senza che questa abbia una accezione positiva o negativa. Non c’è neutralità per la critica. Semmai c’è la facoltà intellettiva di giudicare. Intellettiva, non economica…. Il 4 maggio Armando Castagno sarà a Roma per due meravigliose Masterclass sulla Borgogna e sulla Loira nell’ambito di ViniAmo. Una grande occasione per provare ad attivare i propri recettori e trovare ulteriori domande Domande non risposte. Domande. Porsi dei problemi di natura estetica valutativa. Criteri di valutazione. Di scelta. Corti circuiti estetici. Un aiuto nella situazione del vino nel suo contesto, storico etnografico antropologico, locale, rurale. Contestualizzare il vino non decontestualizzare. Cerco in tutti i modi di contestualizzare il vino. È buono o non è buono. È certamente lecito però non è il mio approccio. Non è tanto lo amo o non lo amo ma lo capisco o non lo capisco. Lo inquadro o non lo inquadro dentro il suo sistema. Quale sia l’obiettivo di tutto questo per Armando è complicato. Divulgare si, ma poi? Dopo che hai divulgato, dove ci porterà l’aver appreso? E dove condurrà Armando? Non c’è un obiettivo perché è un continuo progredire. Come diceva Mario Luzi, approdo non c’è approdo, c’è soltanto il viaggio. L’idea è di un viaggio senza meta. Approdo? Non c’è approdo, c’è il viaggio appena
Ma ora quanto dura il viaggio?
Quanto la intollerabile quarantena?
O è un inganno, solo del mutamento della scena? Alla mia età si sente tutto il peso di quello che hai fatto prima. L’ideale sarà darsi una calmata a fare freneticamente i biglietti del treno o il pieno di diesel e scrivere con calma qualcosa qui, sulla mia scrivania. Questa è la mia intenzione ma non ci sono mai riuscito. Sono anni che me lo dico. Con il dodicesimo libro che è un diario di viaggio della Franciacorta ho avuto lo stimolo a capire cosa sono in grado di fare con la narrazione. Non soltanto nella compilazione di atlanti o della letteratura critica che mi avevano occupato per i venti anni precedenti. Potrebbe essere la narrativa una frontiera. Ma zero stress. Devo vedere se mi piace farlo. Ho un concetto volatile del mestiere. Ha tanti aspetti dunque è inutile incaponirsi. Se tornando indietro avessi memoria di quello che ho fatto proverei a fare quello per cui avevo studiato ovvero la carriera in magistratura. Per fare anche quella visto che mi è rimasta un pò qui. Se non avessi memoria, rifarei la stessa cosa senza sapere quanta fatica c’è voluta. Non è per tutti ne tantomeno per molti. In tanti rimarranno ad aprire una bottiglia e a versarne immediatamente il contenuto nel calice aspettando che l’alcol faccia il suo effetto. In ancor di più non si porranno domande ne cercheranno risposte. Però se solo una persona in più parteciperà ad una Masterclass di Armando, sarà comunque un grande risultato. Il vino ha bisogno di persone come Armando in grado di dedicare il proprio intelletto a comprendere e tramandare. PS Se vi starete chiedendo da quali altri due quarti è celato il sorriso di Armando vuol dire che siete stati attenti al racconto. Questo vuol dire che siete pronti ad una sua Masterclass, assistendo alla quale scoprireste che gli altri due quarti sono proprio il suo racconto. Perché ciò che Armando racconta durante una sua masterclass lo rende felice per il semplice fatto di rivivere i luoghi che ha visitato e divulgarli. Questi sono i due quarti mancanti. Ivan Vellucci – Suggestioni di Vino
ivan.vellucci@winetalesmagazine.com Mi trovi su Instagram come @ivan_1969
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Il Consorzio di Tutela vini DOC Sicilia chiude Vinitaly 2025 con un bilancio positivo Arrow Right Top Bg

10 Aprile, 2025

Il Consorzio di Tutela vini DOC Sicilia chiude Vinitaly 2025 con un bilancio positivo

  Si è conclusa con grande partecipazione e vivace interesse la presenza del Consorzio di Tutela Vini DOC Sicilia a Vinitaly 2025, confermando ancora una volta il ruolo strategico della denominazione nel panorama vitivinicolo italiano ed internazionale. Un’agenda ricca di contenuti ha scandito i quattro giorni di fiera, offrendo un racconto corale della Sicilia del vino tra convegni, masterclass, incontri con buyer e stampa internazionale, momenti di formazione e approfondimenti sui temi più attuali per il futuro del comparto. Camillo Pugliesi, Direttore del Consorzio La nostra partecipazione a Vinitaly quest’anno ha voluto coniugare concretezza e visione, attraverso il confronto con il mondo della ricerca, dei giovani, del mercato e dell’ambiente. Gli appuntamenti che abbiamo proposto hanno raccontato una Sicilia dinamica, consapevole e sempre più coesa nel promuovere un modello di vitivinicoltura sostenibile, innovativa e orientata alla qualità. Tra gli appuntamenti più significativi: la masterclass “Sulla rotta del Grillo” a cura del wine educator Filippo Bartolotta; l’incontro dedicato al vitigno autoctono Lucido, con degustazione delle vinificazioni sperimentali del progetto V.I.S.T.A., guidato da Giovanni Colugnati; l’approfondimento sui vitigni siciliani condotto da Luigi Salvo ed indirizzato agli studenti di Enologia dell’Università di Palermo. Grande partecipazione anche all’incontro sui vigneti antichi siciliani, condotto dall’agronomo e divulgatore Maurizio Gily, così come al convegno sull’enoturismo e intelligenza artificiale presso la Meeting Hall della Regione Sicilia, moderato dal giornalista Luciano Ferraro, con gli interventi di Antonio Rallo, Mariangela Cambria e Rossella Calabrese. Il pomeriggio dell’8 aprile ha visto infine lo svolgimento del forum “Sostenibilità: l’isola che c’è”, organizzato in collaborazione con Fondazione SOStain Sicilia, che ha riunito voci autorevoli del panorama scientifico, produttivo e ambientale in un dibattito concreto e lungimirante sul futuro della sostenibilità vitivinicola nell’isola. La narrazione della Sicilia dei contrasti è stata affidata nuovamente a Filippo Bartolotta, che ha chiuso il programma con “Da 0 a 1000”, un viaggio ideale tra terroir, altitudini e microclimi che fanno dell’identità produttiva siciliana un patrimonio unico nel suo genere. Per tutta la durata della fiera, presso lo stand Sicilia DOC (Pad. 2 – G79), è stato possibile degustare 65 referenze DOC Sicilia di 37 aziende, testimonianza concreta della vitalità e della ricchezza produttiva della denominazione. Vinitaly 2025 ha rappresentato per il Consorzio non solo un momento di visibilità, ma soprattutto un’occasione per rafforzare relazioni, visione strategica e alleanze per il futuro. Un impegno che continua ogni giorno, sul territorio, al fianco delle aziende, delle istituzioni e dei professionisti che credono nel valore del vino siciliano.   La Redazione
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