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20 Aprile, 2025
Il Lugana brilla a Vinitaly 2025
Dalla Secret Tasting Room alla Torre dei Lamberti, il futuro della denominazione sul palcoscenico di Verona
Con 2.000 calici serviti allo stand consortile, 500 ospiti nella Secret Tasting Room e 1.300 winelover conquistati sulla Torre dei Lamberti, la DOC iconica del Lago di Garda continua a entusiasmare e crescere.
La 57° edizione di Vinitaly si chiude con bilancio più che positivo per il Consorzio Tutela Lugana DOC, confermando la forza identitaria e attrattiva del bianco del Lago di Garda, sempre più al centro dell’attenzione di appassionati, professionisti e nuove generazioni di consumatori.
Lo stand consortile ha visto una partecipazione importante, con circa 2.000 calici versati nel corso della manifestazione: ben 100 etichette di vino di 70 aziende hanno raccontato la ricchezza e la versatilità della denominazione, affermandola come una delle realtà più dinamiche e apprezzate del panorama enologico italiano e internazionale.
Novità assoluta di questa edizione, la Secret Tasting Room, ha conquistato oltre 500 persone tra giornalisti, operatori del settore ed eno-appassionati, offrendo un’esperienza di degustazione intima e immersiva, un modo coinvolgente e innovativo per conoscere ed approfondire la Doc.
Numeri importanti anche per Vinitaly and the City, dove il Lugana ha dominato la scena in cima alla Torre dei Lamberti: circa 1.300 visitatori hanno potuto brindare con una vista mozzafiato sulla città scaligera.
Edoardo Peduto, direttore del Consorzio Lugana
Il Lugana si dimostra ancora una volta capace di parlare e coinvolgere pubblici diversi grazie a un linguaggio moderno, competente e inedito, che valorizza l’identità del nostro territorio. Con iniziative come la Secret Tasting Room abbiamo voluto dare spazio a un’esperienza unica: un viaggio sensoriale che ha trasportato il visitatore nelle terre del Lugana, il tutto accompagnato da un ottimo calice di vino.
Durante la manifestazione è stato dato spazio anche a un approfondimento sull’annata Lugana DOC 2024. Le condizioni meteorologiche avevano reso la gestione agronomica particolarmente impegnativa, ma hanno anche contribuito alla nascita di vini dotati di freschezza, acidità ben integrata e intensità olfattiva, lasciando intuire un eccellente potenziale di longevità.
Il Lugana continua così il suo percorso di crescita e promozione, portando avanti con coerenza un progetto fondato su qualità, identità e valore.
La 57° edizione del Salone dei Vini e dei Distillati si è riconfermata infatti momento clou del panorama vitivinicolo italiano e internazionale: si è conclusa con 97.000 presenze complessive e con un’incidenza degli operatori esteri che sale al 33%, da Stati Uniti, Germania e Regno Unito, mercati strategici per Il Consorzio Lugana.
Dopo il Vinitaly, il Consorzio sarà protagonista di un tour proprio negli Stati Uniti (New York, Miami e San Francisco), prima di tornare in Italia a giugno con il grande evento Armonie Senza Tempo, per la terza edizione Romana, per un’estate all’insegna dell’eleganza di questo bianco dai diversi volti nel cuore della Capitale.
La Redazione
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19 Aprile, 2025
Pasqua e Pasquetta con il Movimento Turismo del Vino dell'Umbria
Visite, esperienze e degustazioni, le cantine umbre si aprono agli enoturisti per le vacanze di Pasqua
Degustazioni gourmet, brunch nei vigneti, tour tra botti e colline fino ai pranzi pasquali ispirati alla tradizione: le cantine di Movimento Turismo del Vino Umbria si preparano a offrire agli enoturisti un lungo weekend di esperienze pensate per chi sceglie di festeggiare Pasqua e Pasquetta coniugando il piacere della scoperta del vino con la meraviglia della natura. Dall’area di Montefalco, cuore del Sagrantino, fino alle colline orvietane, passando per Todi, Bevagna, Torgiano e San Venanzo, le cantine umbre offrono un caleidoscopio di proposte.
Giovanni Dubini, Presidente di MTV Umbria
L’enoturismo è una piacevole opportunità per tutti e in occasione di Pasqua e Pasquetta, sempre più persone scelgono di vivere queste giornate in cantina. Ai ritmi serrati della vita di ogni giorno, corrisponde il desiderio di contatto con la natura, di esperienze sensoriali e di svago che uniscano il piacere dell’assaggio con il godimento di attività all’aria aperta nella filosofia di un turismo lento. Movimento Turismo del Vino Umbria sta lavorando per sostenere le cantine nel costruire questo tipo di offerta, incontrando le richieste di visitatori sempre più numerosi, variegati e attenti al consumo consapevole.
A Montefalco, Arnaldo Caprai celebra la Pasqua con tre esperienze pensate per sorprendere ogni tipo di visitatore. Il 19 e 20 aprile, Pasqua in Vigna – La Colazione invita a vivere un picnic tra i filari con un cesto ricco di specialità umbre, dalla coratella d’agnello alla torta al formaggio abbinato alle etichette più rappresentative della cantina, con musica swing dal vivo e visita guidata. Sempre sabato e domenica, l’Aperitivo di Pasqua in Cantina propone una degustazione gourmet al tramonto nella suggestiva Piazzetta Monte della Torre, tra finger food d’autore e calici di Sagrantino. Il 21 aprile, infine, Pasquetta in Cantina si festeggia con un brunch creativo servito tra le vigne: pizze fritte gourmet, selezione di carni, verdure in tempura e una verticale di vini Caprai accompagnano un’intera giornata da vivere all’aria aperta, con musica dal vivo.
Sempre nel cuore del Sagrantino, Cantina Semonte, aperta nella giornata di Pasqua, accoglie i visitatori con due opzioni di wine tasting, dalla formula più semplice con snack e focaccia a quella completa con tagliere di salumi e formaggi, per un momento di relax tra calici e sapori.
Lungarotti, nella sua tenuta di Montefalco, propone una Pasquetta all’aria aperta tra vigneti, giochi e sapori autentici. Si comincia con una visita guidata in vigna e in cantina, seguita da un aperitivo con Brut Rosé e un picnic tra i filari con cestino gourmet, vino incluso e opzione kids. Nel pomeriggio, giochi di una volta e caccia all’uovo in vigna completano l’esperienza per adulti e bambini.
Spostandosi a Bevagna, Mevante accoglie gli ospiti con due pranzi da non perdere: il giorno di Pasqua un menù raffinato con piatti della tradizione reinterpretati con eleganza, tra cui risotto ai carciofi, costolette di agnello e pastiera con zabaione caldo; a Pasquetta, invece, i raviolini di faraona e il cosciotto di agnello lasciano spazio a un’atmosfera più informale ma altrettanto curata, sempre accompagnata dai vini aziendali.
A poca distanza, Di Filippo, azienda biologica e biodinamica tra Torgiano e Cannara, celebra la Pasquetta con un’esperienza immersiva nella tradizione e nella natura. Il 28 marzo, gli ospiti sono invitati a partecipare allo Sdijunittu di Pasquetta, una colazione tipica umbra servita tra le 10 e le 12.30 e dalle 15 alle 18.30, che include coratella d’agnello, formaggi biologici locali, salumi tipici, torta al formaggio e uova biologiche dell’azienda. La giornata prosegue con rilassanti passeggiate in carrozza tra i vigneti biodinamici.
A Collevalenza, nei pressi di Todi, Cantina Todini accoglie gli ospiti nei giorni 18, 19 e 21 aprile con due proposte su appuntamento: la Wine Experience, con visita in cantina e degustazione di 4 vini accompagnati da pane e olio EVO biologico, e la Wine & Food Experience, che aggiunge un tagliere di salumi e formaggi tipici e un assaggio di Vermouth Tuder.
A San Venanzo, Fattoria di Monticello propone per Pasqua un raffinato pranzo tra piatti della tradizione umbra rivisitati con eleganza, dai flan di carciofi al carré di agnello, fino al millefoglie ai frutti di bosco. Menù speciale anche per i più piccoli.
Lunedì 21 aprile, in occasione della Pasquetta, la cantina Antonelli San Marco propone una giornata all’aria aperta tra gusto e natura, alle ore 12 sarà possibile partecipare a una visita guidata in cantina, seguita da un picnic con prodotti tipici del territorio: uova sode, affettati di produzione propria, torta pasqualina, torta al formaggio, formaggi locali accompagnati dalla confettura di Sagrantino Antonelli e pane cotto a legna. A concludere, la crescionda, dolce tradizionale della zona, il tutto abbinato al Montefalco Grechetto 2024.
Novità dell’anno 2025 per Movimento Turismo del Vino Umbria, a partire proprio dai giorni delle festività pasquali e per il lungo periodo di ponti delle successive festività fra aprile e maggio, la partnership con il tour operator Ciclovery, specializzato in cicloturismo in Umbria. Ciclovery offrirà su tutto il territorio regionale, a partire da Orvieto a Perugia passando per Montefalco, fino all’area del Trasimeno e della zona di Amelia, la possibilità di percorrere itinerari in e-bike a partire dalle cantine socie di MTV Umbria. I percorsi, accessibili anche ai cicloturisti meno esperti, si concluderanno con una degustazione in cantina, unendo l’esplorazione lenta del territorio al piacere dell’assaggio. La formula “Bike & Wine” e gli itinerari disponibili, nonché la prenotazione, possono essere consultati sul sito www.ciclovery.com.
Molti altri itinerari enogastronomici a cura delle cantine umbre sono consultabili sui canali social del Movimento del Turismo del Vino dell’Umbria.
La Redazione
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19 Aprile, 2025
La Farra. Il gusto della convivialità, il respiro del paesaggio, l'anima di una famiglia
C’è un ritmo che accompagna ogni passo tra i vigneti di La Farra, una sinfonia fatta di terra e mani operose, di colline che respirano storia e di un vino che porta con sé la voce di un territorio unico al mondo. Nel cuore delle Colline del Conegliano Valdobbiadene, riconosciute dall’UNESCO come Patrimonio dell’Umanità, La Farra incarna la fusione perfetta tra tradizione, qualità e ospitalità, un luogo dove il tempo sembra rallentare per lasciare spazio a una dimensione più autentica, quella della natura e della convivialità.
Fondata nel 1997 dai fratelli Adamaria, Innocente e Guido Nardi, La Farra è una realtà a conduzione familiare che oggi gestisce 25 ettari vitati, dislocati tra Farra di Soligo, Pieve di Soligo, Follina e San Pietro di Feletto, dove vengono coltivate con cura e rispetto le uve destinate alla produzione del Valdobbiadene Prosecco Superiore DOCG.
Ogni anno vengono prodotte oltre 700.000 bottiglie, il 65% delle quali esportate in 21 paesi del mondo. La cantina lavora e vinifica le uve nel rispetto della tradizione e con l’ausilio delle più moderne tecnologie, per garantire vini che siano espressione autentica della vocazione del territorio.
Il Prosecco Superiore de La Farra è più di un vino: è un invito a riscoprire il valore del tempo, a godere della bellezza di un calice condiviso, a lasciarsi avvolgere dall’eleganza di un sorso che porta con sé tutto il carattere delle colline del Conegliano Valdobbiadene. L’eccellenza della produzione si unisce a una filosofia che celebra il piacere della scelta consapevole, il desiderio di vivere momenti autentici e il privilegio di assaporare un prodotto che è espressione di una cultura radicata nella storia e nella passione.
L’ospitalità è un valore che si esprime in ogni dettaglio, e il Belvedere La Farra, un casolare a Col Brià, ne è il fulcro. Questa struttura, recuperata nel 2023 e immersa nei vigneti eroici dell’azienda, rappresenta il cuore dell’accoglienza e dell’enoturismo. Più di una piccola sala degustazione, il Belvedere La Farra è un luogo di incontro e condivisione, una finestra aperta sulla storia e sulla cultura vitivinicola della famiglia Nardi.
Adamaria Nardi.
Il progetto di recupero del Casolare muove da una vera e propria esigenza di condivisione che tutti noi fratelli sentivamo profondamente. Si tratta di un angolo di mondo che abbiamo sempre vissuto con grande intensità e che desideravamo condividere con coloro che hanno interesse a conoscere il territorio e la sua cultura. È più di un semplice luogo, è l’incarnazione di un legame profondo con la terra che lo circonda.
Il percorso enoturistico di La Farra, lungo circa 3 km, da fare a piedi, partendo dalla cantina, attraversa i vigneti storici della famiglia e accompagna i visitatori alla scoperta delle colline di Farra di Soligo fino al Belvedere La Farra, a Col Brià, da cui si può godere di una meravigliosa vista del paesaggio viticolo e comprendere i valori che ne hanno determinato il riconoscimento Unesco: ciglioni inerbiti, cordonate collinari e il mosaico agrario (alternanza boschi e vigneti).
Un’esperienza che va oltre la semplice degustazione: ogni ospite è invitato a vivere il vino non solo come espressione del territorio, ma come momento di connessione con la natura. Qui, il tempo diventa un ingrediente essenziale, il paesaggio si fonde con l’identità del vino e ogni sorso racconta la fatica, la dedizione e la bellezza di queste terre.
Affidabilità, autenticità, rispetto per il consumatore e per l’ambiente sono i principi che guidano ogni scelta de La Farra.
La lavorazione delle vigne “eroiche” è interamente manuale, nel rispetto della morfologia del territorio, con potature, vendemmia e selezione delle uve svolte esclusivamente a mano. Ogni bottiglia è il risultato di una dedizione costante, di un sapere che si rinnova e di una passione che trova la sua più alta espressione nella qualità di un vino che parla la lingua della sua terra.
Ospitalità, vino e natura si fondono in un’esperienza che invita a rallentare, a perdersi nella bellezza del paesaggio e a lasciarsi avvolgere dalla storia che ogni calice racchiude. La Farra non è solo un’azienda vinicola, è un luogo da vivere, da scoprire e da ricordare, dove ogni visita è un invito a condividere momenti di autentica meraviglia.
La Redazione
http://www.lafarra.it/
https://www.instagram.com/lafarra_winery/?hl=it
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19 Aprile, 2025
Hostaria Po. Matrimonio d’amore tra tradizione e innovazione
Siamo nella bella e rumorosa via Po, nel cuore di Roma, lontano dalle mode passeggere e dai ristoranti fotocopia. Qui c’è un indirizzo che gioca con la tradizione senza mai cadere nel dejà vu: Hostaria Po e ad attendermi c’è Giorgio con il quale per qualche mese mi sono sentito senza mai riuscire a trovare il giorno giusto per vedere. Ma il giorno è arrivato eccoci finalmente qui con una bella stretta di mano che entro per la prima volta in Hostaria Po e con Giorgio ne scopro la storia e i piatti che servono. Entrando ho potuto respirare il profumo di autenticità che Giorgio ha saputo plasmare introducendo un guizzo contemporaneo.
Giorgio mi fa accomodare in un bel tavolo tutto per me pronto per iniziare il mio pranzo degustazione che promette di raccontare il territorio con una cucina sincera, senza fronzoli inutili ma con un carattere ben definito. Quello che mi lascia a dir poco sconcertato è la risposta alla mia domanda, come si chiama lo chef. Giorgio mi risponde noi abbiamo un ghost chef, quindi impossibile vederlo e conoscerlo. Da 3 anni hanno uno chef che lavora nell’ombra servendo piatti che sanno raccontare la loro autenticità.
Giorgio mi versa un buon prosecco millesimato Rivaluce, un vino spumante del Valdobbiadene, territorio unico, gemma incastonata tra le Dolomiti e la laguna di Venezia. Prodotto con uve Glera con un colore giallo paglierino brillante con riflessi dorati, al naso delicati sentori floreali di glicine, sambuco, acacia e gelsomino, al palato morbido, equilibrato, sapido e gradevolmente acidulo e fruttato.
Il preludio a dir poco sorprendente per l’inizio di questa degustazione che sicuramente sarà splendida.
La ragazza mi serve un cestino di pane lievitato per 3 giorni, con 50% di farina bianca e 50% di farina integrale e dell’ottima e gustosissima focaccia di cui non lascio traccia e un piattino di olio di Viterbo della famiglia Prosperi, un blend di oliva frantoio e leccina.
Dopo questa intro sfiziosa e che sicuramente mi ha conquistato Giorgio mi serve il primo piatto, un fagottino di pasta fillo, ripieno di parmigiana di melanzane, sugo basilico e parmigiano.
Un piatto che reinterpreta la tradizione in un piatto di perfetto equilibrio. Un’idea audace che prende uno dei piatti iconici della cucina italiana e lo trasforma in un boccone elegante e sorprendente. La pasta fillo che fa una leggera immersione nell’olio fritto prima di andare inforno, sottilissima e croccante regala un sapore che non ha eguali. Il ripieno è avvolto con una leggerezza quasi impalpabile regalando una consistenza fragrante che contrasta splendidamente con la morbidezza della parmigiana di melanzane all’interno. La parmigiana cuore di questo piatto è un concentrato di sapori: melanzane fondenti, pomodoro dal gusto avvolgente e la giusta dose di parmigiano per regalare sapidità e profondità.
Il sugo di basilico, fresco e aromatico, aggiunge una nota erbacea che esalta la dolcezza delle melanzane e dona un tocco di vivacità al piatto.
Un piatto che gioca con contrasti il croccante dell’esterno con il morbido dell’interno. Una bella reinterpretazione raffinata e intelligente della parmigiana che ha conquistato il mio palato ed è svanita dal piatto in solo due bocconi.
Ad accompagnare questo piatto Giorgio mi serve un piatto della tradizione romana tipico di questo periodo. Insalata di carciofi crudi, parmigiano 30 mesi, olio sale e limone. Semplicità che esalta l’essenza del carciofo.
Un piatto che dimostra come la cucina non abbia bisogno di artifici quando la qualità degli ingredienti parla da sola.
I carciofi crudi, affettati, sottilissimi, mantengono tutta la loro croccantezza e il tipico gusto amaricante, bilanciato alla perfezione dall’intensità del Parmigiano Reggiano 30 mesi. Un abbinamento che regala in bocca un sapore unico e deciso. L’olio con la sua componente fruttata avvolge gli ingredienti donando morbidezza, mentre il limone regala acidità.
Un piatto semplice, raffinato che celebra il gusto autentico del carciofo con un’eleganza senza tempo.
A termine di questi piatti a dir poco strepitosi Giorgio mi versa un bellone della Cantina Raparelli Amor Divino.
Una cantina situata a Lanuvio nel cuore dei castelli romani, nota per la valorizzazione dei vitigni autoctoni laziali tra cui il Bellone.
Il colore nel bicchiere è giallo paglierino brillante con riflessi dorati, al naso note floreali di fiori bianchi accompagnate da sentori fruttati di agrumi e pesca matura e al palato fresco e armonioso con una piacevole acidità che bilancia la naturale morbidezza del vino.
Ora Giorgio mi presenta la loro matriciana con gnocchi di acqua e farina fatti da loro, un piatto ricco di tradizione, con grande carattere e morbidezza.
Un piatto che porta con sé il calore della tradizione romana, riletto con attenzione alle materie prime e alla consistenza perfetta degli gnocchi.
Gli gnocchi fatti solo con acqua e farina senza uova, sono una scelta audace e ben riuscita: sono soffici al palato, compatti, capaci di trattenere il condimento senza perdersi nel piatto. La salsa di pomodori piccadilly, naturalmente dolci e succosi, avvolge gli gnocchi con un gusto rotondo e bilanciato senza eccessi di acidità.
Ma il protagonista del piatto è il guanciale di Viterbo, croccante fuori e fondente dentro, sprigiona la sua sapidità e il suo inconfondibile aroma affumicato, regalando al piatto profondità e struttura.
E poi la spolverata di parmigiano e pecorino sapientemente dosati aggiunge quel tocco di sapidità e umami che chiude il cerchio.
Di amatriciane a Roma ne ho mangiate tante, con i formati di pasta più disparati ma un’interpretazione così con gli gnocchi non l’avevo mai mangiata e gli gnocchi sono dei sostituti dei tipici formati di pasta che accompagnano la matriciana. Un piatto che sicuramente soddisfa e racconta il territorio con rispetto e carattere. A seguire chiedo a Giorgio di mantenerci leggere perché vorrei arrivare al dolce. E così davanti ai miei occhi si presenta un piatto con polpette di baccalà e patate fritte in pastella accompagnate da una salsa di fichi di india.
Un piatto che gioca con consistenze e sapori, unendo il gusto deciso del mare alla dolcezza esotica della terra.
Le polpette sono davvero morbide e molto saporite, rivelano un equilibrio perfetto tra la delicatezza della patata e la sapidità tipica del baccalà. Quello che ammiro e per cui faccio i complimenti a Giorgio è la frittura della pastella, delicata, non untuosa che regala un sapore davvero unico al palato. Una pastella croccante e leggera che avvolge il baccalà e la patata con una doratura impeccabile. Sicuramente la sorpresa del piatto è la salsa di fichi d’india, un tocco inaspettato che spezza la sapidità con la sua dolcezza fruttata e la leggera acidità.
Il suo gusto esotico diventa un contrasto intrigante con la frittura, regalando al palato un’alternativa di dolce e sapido davvero originale.
Un piatto sicuramente ben riuscito, che dimostra come l’unione tra mare e terra possa trasformarsi in un’esperienza gustativa raffinata e sorprendente.
Questo pranzo a dir poco sorprendente Giorgio me lo fa concludere con il loro cannolo alla romana che mi aveva incuriosito leggendolo sulla lavagna appesa alla parete.
Un cannolo senza nulla dei tradizionali ingredienti ma creato con ricotta di pecora lavorata e zuccherata da loro e le visciole racchiuse in una cialda fatta da loro.
Un dolce che prende ispirazione dalla tradizione siciliana ma la rilegge con un’identità tutta romana, giocando sulla qualità delle materie prime e sull’equilibrio tra dolcezza e acidità.
La loro cialda, croccante e friabile è il primo indizio di un’attenzione artigianale che fa la differenza. Sottile, regala la giusta resistenza al morso prima di lasciar spazio al cuore morbido della farcitura.
La ricotta di pecora che hanno saputo lavorare sapientemente ben zuccherata è sicuramente la protagonista del cannolo. Cremosa, vellutata, con una dolcezza mai stucchevole e la leggera nota animale tipica della pecora. E poi il tocco che sicuramente ti spiazza sono le visciole, piccole ma potenti. Il loro gusto leggermente acidulo e avvolgente spezza la dolcezza della ricotta creano un contrasto che rende il boccone più dinamico e interessante. Mi complimento con Giorgio per aver rivisitato un dolce siciliano lasciando solo un ricordo di quello che era il cannolo mangiato in Sicilia e regalando invece un sapore laziale a questo dolce, ovviamente il piatto lo riconsegno vuoto.
Ci sono pranzi che si dimenticano prima ancora di uscire dal ristorante. E poi ci sono quelli come all’Hosteria Po, che ti restano addosso come il profumo del guanciale ben rosolato. Qui non si viene solo per mangiare ma per vivere un’esperienza fatta di sapori autentici, atmosfera sincera e un’accoglienza che sa di casa, con un pizzico di follia.
Perché quando c’è Giorgio, oste per vocazione e intrattenitore per istinto, il pranzo non è solo un pranzo: è una chiacchierata, una battuta, un brindisi improvvisato. Ti racconta i piatti con la stessa passione con cui li porta in tavola tra un sorriso e un bicchiere di vino finisci per sentirti più ospite che cliente. E così dopo aver regalato il piatto vuoto dove una volta c’era un ottimo cannolo e il caffè arriva con quella lentezza da conversazione piacevole una cosa è chiara: qui si torna. Per il cibo, per l’atmosfera, per Giorgio e per quel senso di convivialità che rende un pranzo non solo buono ma indimenticabile.
Roberto Silvio De Pascale
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Il buon vivere
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18 Aprile, 2025
Tenuta di Castellaro annuncia l'apertura del nuovo bistrot con lo chef Giacomo Caravello
Un’esperienza enogastronomica esclusiva tra sapori autentici, ingredienti locali e una cucina che racconta l’anima delle Eolie
Tenuta di Castellaro si prepara ad accogliere una nuova esperienza gastronomica con l’apertura del Castellaro Bistrot, che debutterà ufficialmente il 21 aprile. Un nuovo capitolo, che conferma la vocazione all’eccellenza e alla valorizzazione del territorio, questa volta attraverso una proposta culinaria raffinata e innovativa.
Alla guida del bistrot ci sarà lo chef Giacomo Caravello, il cui approccio moderno alla cucina si distingue per ricerca, evoluzione e un profondo legame con le radici del territorio siciliano. La sua filosofia si basa su una visione contemporanea della tradizione, capace di reinterpretare ingredienti autentici in chiave innovativa, senza mai perdere il legame con l’essenza della cucina locale.
Caravello, milazzese, classe 1989, già a La Montecchia dagli Alajmo e con Martina Caruso al Signum dal 2014 al 2018, poi dal 2019 a Balìce, nella sua città natale.
Energia, entusiasmo, visione e territorio, sono queste le parole che riassumono alla perfezione la strada che ci ha portato ad abbracciare senza esitazione il progetto dell’apertura del nuovo Bistrot Castellaro. Il grande lavoro fatto da Massimo Lentsch in questi anni sull’Isola di Lipari – continua – ha dimostrato la lungimiranza di credere in un luogo unico al mondo, al quale sono fortemente legato per vicinanza geografica e percorso lavorativo. La nostra idea è quella di parlare di territorio, nel piatto, nell’atmosfera e nell’energia vulcanica che queste isole sanno trasmettere. Per me una sfida entusiasmante, come chef, come imprenditore e come figlio adottivo di questo arcipelago. Non vediamo l’ora di accogliervi.
Un viaggio sensoriale tra territorio e stagionalità
Il menu di Castellaro Bistrot – aperto a pranzo per la degustazione e il light lunch e a cena con un menu à la carte – è un tributo alla biodiversità dell’arcipelago eoliano, con un’attenta selezione di materie prime locali e stagionali. I piatti sono costruiti attorno a elementi centrali della tradizione gastronomica eoliana, esaltati da tecniche moderne e abbinamenti creativi. Capperi, pomodori datterini, finocchietto selvatico, basilico, gamberi rossi, gamberi di nassa, melanzane, cozze, mandorle: sono alcuni degli ingredienti fondamentali su cui ruoterà la proposta, molto rappresentativi del territorio e dell’idea di cucina del Bistrot Castellaro.
Un’esperienza immersiva tra vino e cucina
Castellaro Bistrot è il luogo perfetto per un’esperienza enogastronomica completa, in cui le etichette di Tenuta di Castellaro, dell’Etna DOC di Massimo Lentsch e alcune tra i più rappresentativi Vignerons francesi si fondono armoniosamente con le proposte culinarie dello chef Caravello. Ogni portata è pensata per esaltare le caratteristiche dei vini, creando abbinamenti studiati per valorizzare aromi, sapori e struttura.
L’apertura del bistrot rappresenta un ulteriore tassello nell’impegno di Tenuta di Castellaro verso un’offerta di qualità, in grado di coinvolgere gli ospiti in un viaggio che celebra il paesaggio, la cultura e la tradizione delle Eolie.
Un Bistrot di design
Realizzato in collaborazione con gli architetti Michele Giannetti e Alessandro Dalpiaz dello studio Dalpiaz Giannetti Architekten di Amburgo, il Bistrot Castellaro riprende la stessa forma architettonica dei pilastri a fungo della cantina, con colonne realizzate in una cassaforma di polistirolo. Gli elementi della cassaforma, trasformati in installazioni d’arte dall’artista Luigi Radici, arricchiscono lo spazio della barriccaia, così come le pareti da lui personalizzate. L’ascensore funziona come torre del vento, mentre una cucina a vista esterna crea un’atmosfera accogliente e raffinata, perfetta per la preparazione delle pietanze.
La Redazione
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18 Aprile, 2025
Curtomartino. Pasquale, guardare i sogni
Strana la Puglia. Strana e bellissima. Eppure piena di stereotipi, pregiudizi, luoghi comuni. Sarà che la stragrande maggioranza delle persone vede la Puglia come luogo di vacanza. Dunque spiagge, mare, sole.
Eppure è una regione che riesce a cambiare e a stupire se solo si ha la voglia e la pazienza di lasciarsi trasportare in mondi diversi dai soliti. O da quelli che vogliamo che siano per il semplice fatto di stare in vacanza e non volere nessuno che rompa le scatole.
Quando il mio amico Marco Mascellari mi dice che gli piacerebbe io vedessi una cantina che segue in quel di Gioia del Colle, il punto interrogativo deve essersi palesato immediatamente nel mio sguardo. Non so se sul volto ma io me lo vedevo davvero dinanzi.
Gioia del Colle? Vino? Io di Gioia del Colle ricordo solo l’aeroporto militare. Quello dal quale partivano gli aerei per la Libia ai tempi dell’affair di Sigonella piuttosto che dell’Achille Lauro.
Vino da queste parti? Un pò difficile da crederci. Tanto più perché l’indirizzo che mi da Marco porta ad una zona industriale di Acquaviva delle Fonti, un piccolo paese dell’entroterra barese.
Ho chiamato al telefono Pasquale Gentile, il titolare della cantina Curtomartino. Forse mi sono perso perché il navigatore mi portava da una parte, l’indirizzo di Marco dall’altra. Sono arrivato “all’altra” e mi trovo dinanzi un grande cancello scorrevole di quello un capannone industriale. Non certo una cantina.
Pasquale apre il cancello con il telecomando perché non lo vedo se non quando scendo dall’auto. Non molto alto, barba non particolarmente folta ancorché curatissima. Come i capelli. Super abbronzato con muscoli e tatuaggi a vista. Un sorriso che fa sembrare il suo viso, quello di un bravo ragazzo.
L’interno sa di un capannone industriale riadattato a cantina. Con gusto. Ad iniziare dal primo ambiente che deve anche essere l’ufficio di Pasquale. Tanto legno. Tanta tecnologia. Tanto gusto appunto. Immediatamente dopo i grandi serbatoi di acciaio sembrano nanetti in una cattedrale. Quasi fuori posto se paragonati al modo normale di vederli. In fondo però, a pensarci bene, le cantine in genere sono vecchi ambienti di vecchi stabili riadattati. In quei luoghi i contenitori in acciaio sembrano, a guardarli bene, come dei giganti chini e stretti l’un l’altro. Qui godono di tanta libertà e tanto spazio. Un pò meglio a dir la verità.
La pulizia sembra essere un mania. Non c’è nulla di nulla sul pavimento. Ho idea che Pasquale debba essere un maniaco compulsivo. Spero di non vederlo mai in uno di quei programmi trash tipo Malati di pulito.
Gli spazi vuoti sono tanti. Forse troppi. Ma la cantina è stata riadattata e l’attività è cominciata da poco. Prima si faceva altro qui.
Con la mia famiglia produciamo pannelli coibentati con l’azienda di famiglia. Sono almeno venti anni. Tutti questi capannoni sono l’ex azienda. Era troppo piccola come dimensione e abbiamo spostato le linee e questi erano rimasti depositi.
Di vigne tramandate e di nipoti al seguito dei nonni ad andare in vigna, ne abbiamo sentito tutti. Quello che mi colpisce del come Pasquale abbia iniziato a fare vino è la provenienza delle vigne.
La vigna era della famiglia di mia madre. Avevano vigneti e uliveti. Una famiglia numerosa. Sette sorelle e un fratello. Hanno fatto a sorteggio: a chi è andato l’uliveto a chi una cosa a chi un’altra. A mia madre toccò il vigneto.
Ecco, un sorteggio per un vigneto non lo avevo mai sentito. Quanto è bello parlare con le persone.
Io sono molto legato al territorio e ho voluto portare avanti io la tradizione. Ho coltivato la passione. Ho comprato l’attrezzatura. Cinque anni fa mi incontrai con Marco Mascellari. Poi ci fu il Covid e ho rallentato. Nella vendemmia 2023 ho detto: meh partiamo!
Quel “meh” è la classica espressione barese che vuol dire dai, vai! Insomma qualcosa di esortativo. Meraviglia del dialetto
Comprato tutto. Serbatoi, barrique, ecc. Il massimo sarebbe stato farla vicino ai vigneti ma io questa avevo come struttura.
I vigneti sono la masseria attorno alla quale ci sono dodici dei venti ettari della proprietà. È alla masseria che sorgerà il futuro con l’ospitalità.
Ci sono molte realtà che hanno un luogo per gli eventi ma non per la cantina. Non volevo farmi fare il vino da terzi. È un prodotto mio.
Pasquale parla con quel sorriso che la barba esalta. Sereno, soave. Sembra che viaggi a tre metri da terra. È la felicità che lo fa librare. Ci sta mettendo l’anima in questo progetto ma lo fa con tranquillità, senza stress. Tanto impegno senza avere l’ansia. Non essere questa la sua prima attività, ovviamente, lo agevola. Ma sapete quante persone ho visto stressarsi anche per qualcosa che deve rappresentare felicità?
Vigneti sparsi con massima altitudine di 450 metri. Diverse tipologie di terreno. Vitigni separati in base al suolo. Su questo Pasquale è categorico. Anche perché il territorio di Gioia del Colle è abbastanza strano, diverso, differente. Tanto che per valorizzarlo è nato anche un Consorzio dedicato.
Anticamente qui c’erano boschi e fiumi e quanto c’è oggi è il risultato di un tipico sistema carsico con fiumi sotterranei che hanno disgregato il terreno sovrastante creando strati di diversa composizione in diverse aree. Si trovano terreni stratificati diversamente in aree anche limitrofe. Questo non può che generare differenze di nutrimento per le piante con evidente ripercussione sui frutti. Meraviglia della natura.
In cantina tutto è tecnologico e si vede che Pasquale ci tiene a fare le cose bene. Anche a livello di investimenti. Contenitori in acciaio a temperatura controllata. Stessa cosa per la bottaia. Qui pure l’umidità viene controllata cosi da evitare stress meccanici. Un bel po di metodo classico in affinamento sui lieviti. Un vero investimento per il futuro.
Ho impiantato anche il Pinot Nero. Il metodo classico è fatto ora da Primitivo in purezza ma dall’anno prossimo faremo anche il blend Pinot Nero e Primitivo.
Botti, acciaio, anfore, metodo classico. Non si fa mancare nulla per un progetto che lo vede galvanizzato. Grande cultura delle botti e delle diverse tostature. Grande dosaggio tra le varie tipologie di affinamento. Qui c’è quanto di meglio si possa avere per creare vini interessanti.
Il rosato è in affinamento in acciaio. I bianchi li facciamo fermentare in barrique per un 30% della massa. A fine fermentazione uniamo tutto. Il legno troppo insistente non mi piace ma quel po di legno, mi piace. Facciamo un batonnage due volte a settimane. Così il vino è più grasso, più corposa. Quest’anno la base spumante di primitivo e chardonnay è in botte.
Pasquale non si è staccato dall’azienda di famiglia. Troppo presto perché il suo sogno decolli. È ancora in fase di rullaggio.
Siamo io e e le mie sorelle, mio padre, mio cognato. La cantina mi ha assorbito nel momento in cui la storia è iniziata. Adesso un pò meno. Una volta che hai i ragazzi che seguono i vigneti ecc è meglio.
Circa 20 ettari non tutti intorno alla masseria. Cinque ettari in produzione. Cinque ettari impiantati e il resto da impiantare. In previsione c’è un ovvio aumento di produzione. Qui si pensa in grande.
Il nome dell’azienda, Curtomartino, è un vero, sincero omaggio al territorio. Quello che è nella memoria del bambino Pasquale.
È la zona dove andavo a giocare da bambino. Ho voluto omaggiare il territorio, il paese e la mia infanzia. La grotta di Curtomartino è il calderone dove nascono tutte le cose qui. La zona di Curtomartino era un bosco e ci sono ancora i resti di vecchie querce. Qui nascono orchidee selvatiche di colore fucsia. Il labello del petalo dell’orchidea ricorda le ciglia e lo ricordiamo con il nome del rosato. L’etichetta rappresenta una orchidea selvatica con il nome che riconduce alla eleganza e femminilità dell’orchidea. Anche perché il vino è profumato con sentori floreali.
Siamo al tavolo delle degustazioni. Un tavolo particolarissimo creato con grandi assi di legno chiaro. Fa impressione per la sua grandezza. Lungo e largo. Davvero immenso. Una di quelle cose che possono incutere timore come stupore. Dipende per cosa veniva usato prima. Sempre ci fosse da prima.
Partiamo con il bianco Selce. Nomen omen. Deriva dal minerale presente nella grotta di Curtomartino che veniva usato come utensile. D’altronde è duro. È la silice!
Selce è prodotto da uve Trebbiano Toscano e Malvasia Bianca. Una parte del Trebbiano, circa il 30% della mass, ha subito la fermentazione in barrique. Un modo per arrotondare il Trebbiano così da accostarlo bene alla Malvasia.
La barrique e il batonnage si sentono rimanendo nel sottofondo. Prevalgono le note floreali e i sentori erbacei mentre la frutta che è croccante, viva. Spicca la mandorla, spiccano gli agrumi ma, soprattutto la mineralità grazie ad uno iodio marino prepotente. Una freschezza marina.
La bocca non può che bearsi di una intrinseca morbidezza avvolgente. La parte sapida con la freschezza prende forza. La persistenza è breve ma, essendo burroso, va benissimo così. Un finale che sa di mandorla fresca.
Il passaggio in barrique si sente senza essere pervasivo. Probabilmente il 90% delle persone non se ne accorgerebbe. Risulta comunque un vino ad ampio spettro che si può usare dall’aperitivo con patatine e olive ad una pasta con pesce in bianco. Con questa ci starebbe da Dio. Pure con le carni bianche farebbe bella figura. Io lo proverei, per quella freschezza agrumata con una frittura di pesce. Duttile, minerale, sapido.
Molti pensano che la Puglia non sia forte per i vini bianchi. Noi abbiamo un terreno vocato. Sopratutto ad Acquaviva delle Fonti. Ci sono sbalzi notevoli di altitudine e caratteristiche del suolo. In antichità erano tutti corsi di acqua che nel corso del tempo si sono sedimentati con diversi tipi di terreno. È come avere tanti terreni in uno.
Mentre Pasquale è intento ad aprire il rosato, ammiro le bellissime etichette. Belle davvero. Affascinanti, molto glamour. Studiate, con garbo, diverse dal solito. Una linea giovanile, futuristica, direi proprie del futurismo per quelle linee geometriche che si incontrano. Vedo in anteprima anche quelle dei due metodi classico
Il metodo classico si chiamerà tite e mite (stalattite e stalagmite), tite il bianco, mite il rosato
Nomi bellissimi che sono certamente prodotto di un attento studio. Pasquale non è solo e si vede che anche in queste cose c’è studio e professionalità.
Ecco Ciglia, il rosato prodotto da uve Primitivo (60%) e Sangiovese.
Altre volte usiamo il Montepulciano. L’anno scorso avevo un vecchio vigneto di Sangiovese che sto riconvertendo. Se fosse stato un alberello non l’avrei toccato ma era un tendone. Sistema diffusissimo.
Il tendone si usava nel passato per due motivi principali. Il primo era perché offriva grande sviluppo dell’apparato vegetativo che formando una sorta di tetto, proteggeva i grappoli dalle intemperie: caldo al sud, freddo e pioggia al nord. Questo garantiva (secondo motivo) una alta produzione. Solo che era molto scomodo per la raccolta.
I miei nonni non erano molto alti e ce la facevano…
Non possiamo fare a meno di scoppiare in una grande risata.
Complicato aprire le bottiglie. Sarà perché hanno la gommalacca che da un certo tono di eleganza ma complica un pò l’apertura. Menomale che non hanno la ceralacca altrimenti sarebbe un dramma. Quanto la odio. Specialmente quando si sgretolano in pezzettini.
Ciglia ha i delicatissimi sentori dei rosa e viola. Delicati ma in grado di far passare in secondo piano la pesca bianca e le croccanti fragoline di bosco. Mi piacciono particolarmente queste note floreali che, unendosi alla mineralità, rendono Ciglia estremamente fine e delicato. Altro che rosati opulenti pugliesi!
In bocca si sente il filo conduttore con il precedente. Non è corposo ma tenue, delicato con una forte spalla rinforzata e prolungata dalla sapidità. Fine, fine, fine!
Il finale mi riconduce al bianco in maniera perfetta per via della mandorla fresca. Un vino snello e semplice per il quale vale il principio del Selce ovvero da usare, senza pensarci, a tutto pasto. La mia suggestione è una fresellina con pomodori e pecorino. Sarebbe stupendo.
I rossi non sono ancora pronti e per saggiarli ci spostiamo in barricaia. Sì assaggia dalle botti. Tutte nuove. Come nuovi sono i vini che hanno bisogno di un pò di tempo per esprimersi al meglio. Come il rosso Terra Cava, nome che richiama il terreno carsico con le sue cavità che magari sono la porta di ingresso per altri mondi sotterranei. Un mondo che parte dalla grotta di Curtomartino ovviamente.
Il tempo e il lavoro rendono i vini pregiati. Più tempo ci vuole e più è complicata la vendemmia e per me più il vino è prezioso.
Pasquale è un entusiasta. Il sorriso non lo abbandona mai. Armeggia tra le botti con l’alzavino (anche se a me piace chiamarlo ladro, l’alzavino intendo!).
Mi piacerebbe fare un Superapulia. Sarebbe bellissimo. Non lo potrò mai scrivere.
C’è anche una chicca che Pasquale mi fa assaggiare trattandolo con la delicatezza con la quale si tratta un neonato. È il Passito di Aleatico. Una chicca per queste zone. Vini estremi che allo stesso tempo spaccano le coscienze e rinnovano le tradizioni. In Puglia il Passito di Aleatico si faceva un tempo. Oggi sono pochi gli ardimentosi che sfidano il mercato e i costi continuando a produrre questo nettare.
Ciliegie spinte. Tante ciliegie. Un vino che si deve dimenticare in botte perché esprima il massimo delle sue potenzialità ma già ora ha un pazzesco naso floreale con la ciliegia che, ogni tanto, si fa sentire la ciliegia ritrovandola poi in bocca. Le note speziate sono meravigliose. C’è di tutto. Dal fico secco al pepe, dalla vaniglia alla frutta disidratata. Incredibile, complesso, ampio, godurisoso. Non vedo l’ora che arrivi il tempo di averne una bottiglia.
Marco crede più di me in questo progetto. Mi da la carica, lo stimolo. Io ci credo tantissimo ma lo stimolo che mi da lui è pazzesco.
Vado via da Acquaviva delle Fonti con la certezza di aver ricevuto un dono ovvero l’aver scoperto un territorio che mi era completamente sconosciuto, in grado di produrre, grazie ad un suolo pazzesco e a giovani imprenditori, vini interessantissimi.
Pasquale Gentile è davvero squisito. La sua voglia si vede. La sua positività traspare. Il suo attaccamento al territorio è encomiabile. Eppure, vedendolo con quella maglietta bianca, i tatuaggi, la barba tagliata bene, i capelli sistemati, tutto sembra tranne un vignaiolo. È una di quelle persone che ti rimangono in mente perché continui a dire a te stesso: io questa faccia l’ho già vista. Non amo navigare molto su internet alla ricerca di volti noti dunque non lo faccio nemmeno con lui. Il caso però alle volte ci mette lo zampino. Sarà casualità o destino, vallo a capire ma avete mai provato ad ascoltare i brani di Spotify in maniera casuale? Ecco, io lo faccio spesso. Avevo impostato “cantautori italiani” e ad un certo punto mi appare la canzone Che male c’è di tale Gentile. Bellissime parole, profonde.
Qui non ci sei, pensavo di trovarti qui dietro di me,
che mi avessi preparato un po’ di the,
è bello immaginare questa scena che che profuma di te,
in fondo poi dai che male c’è se sono ancora solo
e non trovo nessuno da scrivere sui muri,
che male c’è, se siamo soli ci sarà un perchè,
e se poi diventa anche una abitudine,
stare al centrocampo, non sentirsi stanco,
correre da soli, viene voglie di me,
che male c’è, se siamo soli ci sarà un perchè,
forse non è il momento di regalare tanto, di andare controtempo,
che male c’è, se siamo soli ci sarà un perchè
e se poi diventa anche una abitudine,
andare controvento, dedicarmi tempo,
vivere di sogni, avere voglia di me,
che male c’è, non è sbagliato e neanche una abitudine,
guardare i sogni dove il cielo e le sue nuvole
si alternano col sole, cambiano colore,
corrono nel cielo in cerca d’aria per se,
gridare a squarciagola, forte come un toro,
essere più solo e dare il meglio di me,
che male c’è Ero con il cellulare bloccato e le AirPod. Così, sullo schermo appare la sola foto di copertina dell’album. Ma questo è Pasquale dico a voce alta. Era proprio lui. Pasquale Gentile da Acquaviva delle Fonti. Adesso capisco il suo sorriso, la sua pacatezza. Ascoltando quel brano, leggendo nel le parole, capisco molto di più di lui e della sua voglia di sperimentare, di mettersi in gioco, di sfidarsi. Soprattutto quando dice guardare i sogni dove il cielo e le sue nuvole
si alternano col sole, cambiano colore Perché in queste parole leggo proprio la sua voglia di sognare e di dire al mondo che si è in grado di fare qualcosa per la propria terra. Così come per se stessi. Il vino, in fondo, è un sogno. Che sta facendo suo. Ad una persona così non si può che volergli bene. Pasquale, non so se ho svelato qualcosa però, se posso darti un consiglio, fai ascoltare le tue canzoni al vino in affinamento, diventerà ancor di più tua espressione. Ivan Vellucci – Suggestioni di Vino
ivan.vellucci@winetalesmagazine.com Mi trovi su Instagram come @ivan_1969
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che mi avessi preparato un po’ di the,
è bello immaginare questa scena che che profuma di te,
in fondo poi dai che male c’è se sono ancora solo
e non trovo nessuno da scrivere sui muri,
che male c’è, se siamo soli ci sarà un perchè,
e se poi diventa anche una abitudine,
stare al centrocampo, non sentirsi stanco,
correre da soli, viene voglie di me,
che male c’è, se siamo soli ci sarà un perchè,
forse non è il momento di regalare tanto, di andare controtempo,
che male c’è, se siamo soli ci sarà un perchè
e se poi diventa anche una abitudine,
andare controvento, dedicarmi tempo,
vivere di sogni, avere voglia di me,
che male c’è, non è sbagliato e neanche una abitudine,
guardare i sogni dove il cielo e le sue nuvole
si alternano col sole, cambiano colore,
corrono nel cielo in cerca d’aria per se,
gridare a squarciagola, forte come un toro,
essere più solo e dare il meglio di me,
che male c’è Ero con il cellulare bloccato e le AirPod. Così, sullo schermo appare la sola foto di copertina dell’album. Ma questo è Pasquale dico a voce alta. Era proprio lui. Pasquale Gentile da Acquaviva delle Fonti. Adesso capisco il suo sorriso, la sua pacatezza. Ascoltando quel brano, leggendo nel le parole, capisco molto di più di lui e della sua voglia di sperimentare, di mettersi in gioco, di sfidarsi. Soprattutto quando dice guardare i sogni dove il cielo e le sue nuvole
si alternano col sole, cambiano colore Perché in queste parole leggo proprio la sua voglia di sognare e di dire al mondo che si è in grado di fare qualcosa per la propria terra. Così come per se stessi. Il vino, in fondo, è un sogno. Che sta facendo suo. Ad una persona così non si può che volergli bene. Pasquale, non so se ho svelato qualcosa però, se posso darti un consiglio, fai ascoltare le tue canzoni al vino in affinamento, diventerà ancor di più tua espressione. Ivan Vellucci – Suggestioni di Vino
ivan.vellucci@winetalesmagazine.com Mi trovi su Instagram come @ivan_1969
17 Aprile, 2025
Studio UniCredit-Nomisma: la Sicilia si conferma una regione strategica nel settore del vino
Presentata l’edizione 2025 di Sicilia en Primeur, in programma a Modica dal 6 al 10 maggio
Nel corso del 2024, l’export dei bianchi Dop siciliani è ulteriormente cresciuto rispetto a quanto già registrato nell’anno precedente, quando le esportazioni registrarono un +7,8% a valore rispetto al 2022. Nel 2024, infatti, l’export dei bianchi Dop siciliani è cresciuto di un ulteriore 8,9%.
È uno dei dati che emergono dall’Osservatorio sulla competitività delle Regioni del Vino – Sicilia, realizzato da Nomisma Wine Monitor in collaborazione con UniCredit, presentato oggi a Palermo.
Salvatore Malandrino, Regional Manager Sicilia di UniCredit
Il supporto alle realtà del comparto vitivinicolo in Sicilia che si trovano oggi ad operare in uno scenario globale complesso e incerto continua ad essere un impegno per UniCredit. Un sostegno a 360° ad una filiera da sempre portavoce del Made in Sicily nel mondo e che si concretizza attraverso credito, consulenza, supporto nelle sfide dell’export e delle due transizioni, digitale e sostenibile.
Mariangela Cambria, presidente di Assovini Sicilia.
La cultura del vino in Sicilia: una storia millenaria che guarda al futuro”, è il pay-off di Sicilia en Primeur 2025. Il vino siciliano è uno dei simboli della cultura mediterranea, della quale la Sicilia è massima espressione. Il vino non è solo un prodotto agricolo o commerciale, non è semplicemente una bevanda ma un elemento essenziale della cultura universale, che attraversa secoli e civiltà. La sfida alla quale Assovini Sicilia è chiamata a rispondere e dare il suo contributo è anche quella di tutelare il valore culturale del vino contro dinamiche internazionali restrittive, contro una cultura che criminalizza quello che è un prodotto culturale, promuovendolo come espressione di civiltà, conoscenza, bellezza e tradizione.
Studio Nomisma
Dopo un 2023 che ha visto l’import mondiale di vino contrarsi di oltre il 5% rispetto all’anno precedente, nel 2024 il tanto atteso rimbalzo non c’è stato. Considerando i primi 12 mercati di import di vino (il cui peso sugli scambi mondiali supera il 60%), solamente quattro di questi hanno registrato crescite nelle importazioni a valore (Stati Uniti, Canada, Cina e Brasile)
Rispetto a tale scenario, l’Italia ha portato a casa un risultato positivo (+6% a valore), trainato soprattutto dagli spumanti tricolori (+9%) le cui esportazioni incidono ormai per il 30% sulle vendite frontiera complessive di vino italiano. Gran parte di questo merito è ascrivibile al Prosecco, il cui export è aumentato dell’11% nell’ultimo anno.
Al contrario di quanto accaduto invece alla Francia, il cui 2024 si è chiuso nuovamente in calo (dopo il -3% del 2023) per un-2,4%, generato dal crollo dei propri spumanti le cui vendite all’estero sono diminuite del 6,5% (in questo caso, colpevole lo Champagne il cui export è diminuito dell’8%).
Tra gli altri top exporter che nel 2024 hanno registrato una sensibile crescita va citata l’Australia: +31%. Una performance tutta di origine cinese. Dopo la “messa al bando” dei vini australiani da parte del governo cinese con un “superdazio” del +218% a partire dal 2021 (causa rappresaglia politica) e che aveva portato l’export di vini australiani da oltre 114 milioni di bottiglie a meno di 200 mila, nel 2024 si è arrivati ad un accordo tra i due governi per la revoca tariffaria.
Allargando la visuale del confronto agli ultimi dieci anni, l’Italia figura come il paese il cui export di vino è cresciuto di più tra tutti i competitor: +60% contro il +51% della Francia e il +33 della Nuova Zelanda.
Il nostro vino arriva oggi ai quattro angoli del pianeta, ma in alcuni di questi appare troppo concentrato. Il 60% dell’export vinicolo italiano si concentra in appena 5 paesi, con gli Stati Uniti in testa (24%). La Francia presenta un indice di concentrazione (sempre rispetto ai primi 5 mercati di sbocco) del 51% (con un peso degli Usa del 20%), la Spagna è al 48% (incidenza Usa dell’11%).
Restando in tema, anche le esportazioni regionali denotano alti livelli di concentrazione. Il solo Veneto pesa per il 37% sull’export di vino nazionale, seguito da Toscana e Piemonte con il 15% entrambi. Aggiungendo Trentino Alto Adige ed Emilia Romagna si arriva ad un’incidenza dell’80%.
Lo stesso poi si desume per i vini a denominazione. Guardando al peso degli Stati Uniti – oggi di estrema attualità alla luce dei dazi di Trump – sull’export dei vini Dop, si evince come i bianchi del Trentino Alto Adige e Friuli Venezia Giulia hanno nel mercato americano il principale paese di sbocco (48% del proprio export), così come per i rossi Dop della Toscana (40%) e a seguire i rossi del Piemonte (31%). Molto più bassa invece l’esposizione dei vini siciliani: 20% per i rossi Dop, 14% per i bianchi.
Nel corso del 2024, l’export dei bianchi Dop siciliani è ulteriormente cresciuto rispetto a quanto già registrato nell’anno precedente, quando le esportazioni registrarono un +7,8% a valore rispetto al 2022. Nel 2024, infatti, l’export dei bianchi Dop siciliani è cresciuto di un ulteriore 8,9%.
In senso opposto sono andati i rossi Dop siciliani che registrano, per due anni di fila, una riduzione nell’export (-4,5% nel 2023, -2,9% nel 2024).
Focalizzando l’attenzione sui top 10 mercati di destinazione, per i bianchi Dop siciliani l’export 2024 è cresciuto del 37% in UK, del 34% in Russia, del 12% in Germania e per l’11% sia in Canada che negli Usa.
Per i rossi Dop Siciliani, pur in un contesto di calo complessivo, si registra una crescita in Canada (+22%), Russia (+17%), Paesi Bassi (+8%) e Stati Uniti (+6%).
E proprio sugli Stati Uniti è stata realizzata da Nomisma una consumer survey per il III° Rapporto Wine Monitor-Unicredit sulla competitività delle Regioni del Vino su quasi 2.000 consumatori di vino localizzati nei 3 Stati di maggior consumo, vale a dire New York, California e Florida.
Tra i principali temi indagati dalla survey, è emerso quello dei cambiamenti nelle preferenze gustative che vede oggi il consumatore americano fare più attenzione ai vini di qualità (33% dei consumatori si è espresso in tale senso), ricercare vini di differenti regioni e territori (28%) ma prestare anche più attenzione alla salute, ad esempio acquistando vini rossi più leggeri e a minor contenuto alcolico. Senza tralasciare gli aspetti “green” particolarmente attenzionati dai consumatori più giovani.
In questo contesto, dove il 65% della popolazione dei tre Stati analizzati ha dichiarato di aver consumato vino nell’ultimo anno, 7 su 10 hanno orientato la propria preferenza di consumo verso un vino italiano.
La Sicilia è tra le regioni italiane più conosciute e visitate dagli americani, oltre che più apprezzata per i vini che produce. Solamente il 14% dei consumatori intervistati dichiara di non aver mai sentito nominare la Sicilia, la percentuale più bassa assieme a quella per la Toscana tra tutte le regioni italiane.
Sempre la Sicilia, assieme alla Toscana, vengono indicate dagli americani come le regioni italiane che producono i vini di maggior qualità, tanto che 6 su 10 dichiarano di conoscere almeno un vino siciliano e 2 su 10 di averlo anche consumato. Rispetto a questi ultimi, la percentuale di consumatori di vini siciliani aumenta tra coloro che hanno visitato l’Italia negli ultimi cinque anni, apprezzano la cucina italiana, sono millennial (29-44 anni), wine lover (buon conoscitore di vino) e con un alto reddito annuo (superiore ai 100.000 $).
Le ragioni che hanno spinto questi consumatori a bere un vino italiano e siciliano discendono dai valori espressi, principalmente riconducibili alla tradizione, alla varietà dei vitigni autoctoni e alla qualità riconosciuta, sia a livello internazionale che rispetto al connubio con un “giusto” prezzo.
Ecco perché, al di là dei dazi, la maggioranza dei consumatori americani vede un futuro di crescita per il vino italiano. Un futuro che, anche nel breve periodo (nei prossimi 12 mesi) dovrebbe condurre ad una maggior propensione al consumo dei vini del Bel Paese rispetto alla media. A prescindere infatti dal 65% dei consumatori che manterrà invariato il consumo di vino italiano, un altro 25% ha dichiarato di volerlo aumentare contro un 13% che invece lo ridurrà, denotando in tal modo un saldo positivo di 9 punti percentuali.
È comunque da precisare che i dati Istat di export tengono conto del luogo di spedizione all’estero, per cui sfuggono i quantitativi di vino siciliano che non partono direttamente dalla Sicilia per l’estero, ma partono da porti ubicati in altre regioni alle quali questi volumi di prodotto vengono computati come export vinicolo. Per cui si stima che in realtà il commercio estero di vini e mosti siciliani sia superiore rispetto ai dati ufficiali Istat.
Sicilia en primeur
Sicilia en Primeur nasce nel 2003 come anteprima internazionale dell’ultima annata, rivolta alla stampa italiana ed estera. L’evento ha lo scopo di far conoscere sia le innumerevoli sfaccettature del vino siciliano, attraverso degustazioni e incontri con i produttori, sia i luoghi e la cultura che compongono la tradizione enologica siciliana, attraverso enotour in diverse aree dell’isola. Scegliendo tra 10 itinerari differenti, i professionisti della stampa viaggiano alla scoperta delle aziende vinicole e del territorio. Il vino diventa, così, una chiave di lettura esclusiva per comprendere la straordinaria varietà e biodiversità dell’Isola ed il suo patrimonio storico-culturale, insieme alla storia dei produttori e delle aziende vitivinicole.
Il format vincente di Sicilia en Primeur prevede tre giorni di enotour rivolti alla stampa e visita alle aziende vitivinicole partecipanti ed i territori di produzione, degustazioni tecniche e talk su temi di attualità, un convegno. Il quinto ed ultimo giorno sarà dedicato all’incontro con i produttori e alle degustazioni nelle postazioni aziendali.
L’ultima edizione del 2024 ha coinvolto 106 giornalisti provenienti da tutto il mondo (53 dall’estero, 38 dall’Italia e 15 giornalisti regionali) e le aziende partecipanti sono state 59.
La Redazione
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17 Aprile, 2025
Bottiglie Prosecco metallizzate e specchiate. Anche la Corte d'Appello di Venezia da ragione a Bottega
Ennesima sentenza che dà ragione a Bottega S.p.A.
La Corte d’Appello Penale di Venezia, con sentenza n. 4575/24 del 19/12/2024, ha riconfermato la validità dei marchi tridimensionali e di fatto sulle bottiglie specchiate Gold, Rose Gold e White Gold di Bottega S.p.A. e dalla stessa utilizzati sin dal 2002, confermando sostanzialmente quanto già stabilito dalle decisioni dell’EUIPO e della Corte di Giustizia UE riguardo ai marchi sulle bottiglie specchiate Gold e Rose Gold; per contro ha confermato gli estremi della contraffazione da parte del legale rappresentante di Ca’ di Rajo condannandolo al risarcimento del danno e al pagamento delle spese legali e processuali. Tuttavia il reato è stato dichiarato estinto per prescrizione.
Secondo la Corte di Appello penale di Venezia, Ca’ di Rajo ha riprodotto e copiato gli elementi distintivi e dominanti dei marchi suddetti, come il colore oro, rosa e argento, la specchiatura, la forma della bottiglia ed anche la lettera B, imitata dalla epsilon greca.
Nei confronti di Ca’ di Rajo la decisione della Corte d’Appello Penale di Venezia si allinea alla precedente sentenza n. 21095/23 del 19.07.2023 con cui la Corte di Cassazione aveva dichiarato infondata la domanda di accertamento negativo della contraffazione, ravvisando che il colore oro e rosa e la verniciatura a specchio costituivano il cuore dei marchi di Bottega e che le differenze negli elementi accessori non erano sufficienti a distinguere i marchi, secondo quanto percepito dal consumatore medio.
Pertanto Bottega, assistito dall’Avv. Raimondo Galli di Milano, vince un’ulteriore importante battaglia nelle numerose querelle del Prosecco tra cantine produttrici di bottiglie e marchi simili, caratterizzate dalla specchiatura di colore oro, rosa e argento.
Su fatti analoghi si era pronunciato nel 2022 anche il Tribunale Penale di Imperia nei confronti della locale azienda produttrice Liquid Gold, il cui legale rappresentante venne condannato a 18 mesi di reclusione e al pagamento a favore di Bottega della somma di 10.000 € di provvisionale, oltre alle spese legali, per il reato di ricettazione, detenzione e vendita di prodotti con segni contraffatti, a seguito di denuncia sporta da Bottega S.p.A. a tutela dei suoi marchi. Per gli stessi fatti la Corte d’Appello di Milano ha invece recentemente assolto dall’accusa di contraffazione, ormai sulla soglia della prescrizione, il metallizzatore delle bottiglie Molteni di Barzago e le aziende Vinicola Tombacco di Trebaseleghe e San Simone di Brisotto di Pordenone, entrambi fornitori di vino ed imbottigliatori per conto della Liquid Gold.
In questi giorni, Bottega S.p.A. ha vinto un’altra azione davanti alla Corte di Appello di Milano nei confronti della ditta Morando, che aveva riprodotto altri marchi di Bottega S.p.A. In questo caso il legale rappresentante della Morando S.p.A. era stato condannato in primo grado dal Tribunale di Varese a 8 mesi di reclusione e a 10.000 € di multa e al pagamento a favore di Bottega di 50.000 € di provvisionale, oltre alle spese legali. La Corte d’Appello di Milano ha ora confermato la condanna di primo grado, salvo prescrizione del reato.
In definitiva, una serie di vittorie che confermano la validità dei marchi di Bottega S.p.A. e che garantisce a Bottega S.p.A. e a tutti i suoi lavoratori e dipendenti di ottenere per il futuro il rispetto delle proprietà intellettuali. Adesso le battaglie si sposteranno sul piano internazionale dove ci sono anche gruppi francesi, tedeschi e spagnoli che hanno violato i marchi di Bottega S.p.A.
Sandro Bottega, Presidente di Bottega S.p.A.,
Voglio ricordare che la nostra azienda ha ideato le bottiglie con colori specchiati a partire dal 2002, a conferma di una carriera lunga e articolata in cui ha sempre dimostrato massima originalità ed estrema innovazione, caratteristiche imprenditoriali che, insieme a una qualità riconosciuta negli anni da oltre 500 premi nazionali ed internazionali, ci hanno portati ad essere una delle aziende più imitate in tutto il mondo nel settore dei vini e dei distillati. La validità dei marchi registrati e di fatto nel corso degli anni è stata riconosciuta in Italia e in Europa da diversi organi competenti.
La Redazione
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17 Aprile, 2025
Il Consorzio Garda DOC chiude il Vinitaly con numeri da record
L’edizione 2025 di Vinitaly si conclude con un bilancio estremamente positivo per il Consorzio Garda DOC, che ha dimostrato di saper evolvere e innovare, rafforzando il proprio ruolo nel panorama enologico italiano. Grazie alla visione e all’energia di Sissi Baratella, enologa e divulgatrice, il Garda DOC ha consolidato la propria identità, mettendo al centro non solo il vino, ma anche il territorio, la cultura e il valore delle relazioni. Il Consorzio Garda DOC è stato uno dei protagonisti indiscussi della manifestazione, grazie a format moderni e coinvolgenti che hanno saputo unire tradizione e modernità nel racconto del territorio. Grande successo hanno riscosso i social tasting, che hanno trasformato lo spazio Garda DOC, all’interno dell’area (Avenue H, Stand 1) in un vero e proprio luogo di incontro e dialogo tra esperti e appassionati. Gli eventi di degustazione hanno permesso al pubblico di scoprire le sfumature dei vini gardesani attraverso assaggi guidati, impreziositi da eccellenze gastronomiche italiane come il Formaggio Montasio DOP, il Crudo di Cuneo DOP e il Salame Varzi DOP. Questa formula contemporanea ha reso la scoperta dei vini ancora più dinamica e interattiva, favorendo il dialogo diretto con esperti e produttori e rafforzando il legame tra il vino e il suo territorio.
Paolo Fiorini, presidente del Consorzio Garda DOC
La comunicazione nel settore vitivinicolo, il cambiamento del comportamento dei consumatori e i consigli per i produttori nel promuovere la DOC Garda sono alcuni degli argomenti di cui si è parlato in questi giorni al nostro stand e ancora una volta abbiamo potuto promuovere i punti di forza di un territorio sostenibile come quello del Lago di Garda, dall’immenso potenziale enogastronomico e turistico. Con questa edizione di Vinitaly, il Consorzio Garda DOC ha ribadito la sua capacità di innovare e raccontare il proprio territorio con autenticità e visione
A dare ulteriore slancio alla narrazione del Consorzio Garda DOC, i talk di Sissi Baratella, un confronto autentico sul mondo del vino che hanno stimolato un contradditorio sul ruolo della denominazione, il valore dell’enoturismo e l’identità del territorio gardesano. Attraverso una serie di interviste social e approfondimenti, Sissi Baratella hanno saputo interpretare al meglio le nuove forme di comunicazione del mondo del vino, rendendo il Consorzio Garda DOC protagonista di un dialogo autentico e accessibile. Con uno stile diretto e spontaneo, Sissi Baratella ha saputo coinvolgere il pubblico e amplificare la narrazione del territorio, creando un’interazione dinamica all’interno di un ambiente conviviale, perfettamente in sintonia con lo stile del Consorzio Garda DOC che ha trovato ampia risonanza sui social media. Il format è stato costruito attorno a una domanda semplice ma incisiva: “Posso offrirti un Garda DOC?”, un punto di partenza che ha coinvolto ospiti del mondo del giornalismo, dello sport e della cucina in un dialogo aperto, sempre accompagnato da un calice di Garda DOC. Attraverso questo spunto, Sissi ha accompagnato i suoi ospiti in un viaggio alla scoperta delle caratteristiche della denominazione, della ricchezza del territorio, e delle potenzialità dell’enoturismo, creando un perfetto fil rouge tra passato, presente e futuro della viticoltura gardesana.
Contenuti e approfondimenti coinvolgenti che verranno pubblicati nei canali social del Consorzio nei prossimi giorni e che daranno la possibilità ad appassionati e wine lovers di rivivere le straordinarie giornate del Vinitaly 2025.
Assieme a questi prodotti il Consorzio Garda DOC è parte del progetto triennale cofinanziato dall’Unione Europea “Eccellenze DOP: un savoir-faire tutto europeo”. La campagna di comunicazione ha come obiettivi di rafforzare la riconoscibilità e la notorietà dei prodotti agroalimentari europei di qualità a marchio DOP, oltre che migliorare la competitività e il consumo dei prodotti agroalimentari dell’Unione. Il programma, che coinvolge Italia, Germania e Austria, prevede una serie di attività dedicate ad aumentarne la visibilità e l’apprezzamento nei tre mercati di riferimento.
La Redazione
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