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27 Marzo, 2025

Gravello, il tempo nel calice

LA GRANDE VERTICALE DI LIBRANDI RACCONTA L’ANIMA DI UN’ICONA DEL VINO CALABRESE Lo scorso 15 marzo, la Calabria del vino ha vissuto un momento di straordinaria intensità con la verticale di Gravello organizzata da Librandi, storica azienda simbolo della viticoltura calabrese, e da Fondazione Italiana Sommelier Calabria e Bibenda. Un viaggio attraverso il tempo, un percorso che ha svelato l’anima più autentica di un vino simbolo del territorio, capace di raccontare, vendemmia dopo vendemmia, la sua evoluzione e il legame indissolubile con la terra da cui nasce. L’evento, tenutosi presso il Best Western Hotel Class di Lamezia Terme, è stato guidato dal magistrale racconto di Paolo Lauciani, sommelier e docente della Fondazione Italiana Sommelier, una delle voci più influenti della divulgazione enologica in Italia, e dall’autorevole testimonianza di Paolo Librandi, titolare dell’azienda di Cirò Marina assieme al fratello Raffaele Librandi e ai cugini Teresa e Francesco Librandi. Con la loro passione e competenza, hanno accompagnato i partecipanti in un viaggio attraverso sei annate iconiche del Gravello, dalla più recente 2022 fino alla storica 1990. Attraverso ogni calice, il pubblico ha potuto percepire l’evoluzione del tempo, le sfumature di ogni stagione, l’incontro perfetto tra il Gaglioppo e il Cabernet Sauvignon, due varietà che nel Gravello trovano un equilibrio di rara eleganza.
Il Gravello ha visto la luce nel 1988 come espressione di un progetto enologico innovativo, nato dalla volontà di valorizzare il Gaglioppo attraverso l’incontro con il Cabernet Sauvignon. Un’intuizione che ha dato vita a un vino dal carattere unico, capace di coniugare la forza del territorio con una visione moderna, portando l’identità vitivinicola calabrese oltre i confini regionali e affermandosi tra le grandi espressioni enologiche italiane. Paolo Librandi Un viaggio lungo più di 30 anni. Questa verticale ha permesso di ripercorrere l’evoluzione del Gravello nel tempo e di riflettere sulle prospettive future della produzione vitivinicola del territorio. Il vino è un testimone del tempo, un interprete del paesaggio e della cultura che lo genera. Ritrovare in ogni annata lo spirito autentico del nostro lavoro è per noi la conferma che la strada intrapresa è quella giusta.
La serata si è conclusa con un dialogo intenso tra i partecipanti, un confronto tra professionisti e appassionati che hanno condiviso riflessioni, emozioni e visioni sulla viticoltura calabrese. Un evento che ha ribadito ancora una volta la forza di un vino che non è solo storia, ma soprattutto un messaggio di identità e appartenenza. La Redazione
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Istituzioni unite su Vinitaly. Preview a Bruxelles per il rafforzamento di un comparto strategico Arrow Right Top Bg

27 Marzo, 2025

Istituzioni unite su Vinitaly. Preview a Bruxelles per il rafforzamento di un comparto strategico

  In Ambasciata con i vertici Veronafiere, il ministro degli Esteri, Antonio Tajani, il presidente della Camera, Lorenzo Fontana, il ministro dell’Agricoltura e sovranità alimentare, Francesco Lollobrigida, la vicepresidente del Parlamento europeo, Antonella Sberna, e il presidente di Agenzia ICE, Matteo Zoppas, tutti a fianco del settore per scongiurare dazi USA.   Il mondo del vino e delle Istituzioni si è dato appuntamento per il secondo anno a Bruxelles per ribadire la centralità socioeconomica e culturale del vino, prodotto identitario dell’Europa e dell’Italia.   In questo momento complicato dobbiamo tutelare il prodotto italiano e le esportazioni dei vini nazionali. Per questo incontrerò il commissario europeo per il Commercio Šefčovič e insisterò affinché possa essere tutelata la produzione italiana e quindi l’esportazione dei nostri prodotti di qualità anche sul mercato americano. Venerdì a Roma presenteremo il piano d’azione per l’export, a dimostrazione che il Governo segue con grande attenzione ogni nostra impresa che si internazionalizza e che esporta. Combatteremo anche – e lo voglio ribadire a tutti i produttori di vino – anche a New York presso l’Organizzazione mondiale della Sanità per cercare di vincere la stessa battaglia che abbiamo vinto qui a Bruxelles. Perché noi siamo convinti assolutamente che il vino non faccia male, anzi, il vino fa bene se consumato con moderazione. Così il vicepremier e ministro degli Esteri, Antonio Tajani, intervenendo ieri sera all’evento politico-istituzionale a Bruxelles, nell’ambito di Vinitaly Preview, organizzato da Veronafiere presso l’Ambasciata d’Italia in Belgio, in vista del 57° Salone internazionale dei vini e distillati a Verona dal 6 al 9 aprile.   All’iniziativa ha partecipato anche il presidente della Camera dei Deputati, Lorenzo Fontana È una grande emozione parlare di Verona qui a Bruxelles. Vinitaly è una manifestazione straordinaria. Essere a Bruxelles è una nuova occasione per esprimere, anche in questa sede, i complimenti a Veronafiere, e al suo presidente Federico Bricolo, che stanno portando sempre più a livelli di eccellenza mondiale questo appuntamento. Complimenti per quanto fatto in questi anni. Ringrazio, inoltre, chi è fortemente impegnato a promuovere e valorizzare i prodotti italiani e i funzionari che fanno un lavoro silenzioso ma prezioso, a supporto degli italiani all’estero  Obiettivo dell’iniziativa realizzata in collaborazione con Agenzia ICE e il sostegno di Italia del vino Consorzio: rappresentare la centralità socioeconomica e culturale del vino quale prodotto identitario dell’Europa e dell’Italia in particolare e sostenere il pressing politico e delle associazioni di settore impegnate a preservarlo dalle nuove spinte protezionistiche dalle massicce campagne salutistiche.  Il ministro dell’Agricoltura e sovranità alimentare, Francesco Lollobrigida. La criminalizzazione del vino va evitata all’interno dell’Unione europea ed è una battaglia su cui anche le forze politiche nazionali dovrebbero trovare un punto di incontro. Non si tratta di una questione sanitaria o scientifica, ma di riconoscere il valore della nostra cultura alimentare, in cui il vino è protagonista e contribuisce alla longevità. Lavoriamo affinché il vino non venga penalizzato, ma riconosciuto per il suo valore culturale, sociale ed economico. Vinitaly sarà un’occasione per rafforzare questa visione e tutelare un comparto strategico per l’Italia. Quest’anno il Vinitaly ospiterà due Commissari europei: Christophe Hansen, Commissario all’Agricoltura, e Olivér Várhelyi, Commissario alla Salute. La loro presenza testimonia un cambio di approccio da parte dell’Europa, con un dialogo più equilibrato sul settore vitivinicolo.  Un auspicio ripreso anche dalla vicepresidente del Parlamento Europeo, Antonella Sberna Tutto il sistema che ruota attorno a Vinitaly, in realtà non è solo economico ma promuove un ambasciatore – come il vino – della nostra identità, della nostra cultura e delle nostre radici a livello europeo ma anche internazionale. Vinitaly non é soltanto la fiera del vino ma promuovere un sistema-Italia che in un momento complesso come quello di oggi ha bisogno di tutela e di impegno da parte del Parlamento. Credo che nel nostro ruolo istituzionale dobbiamo essere difensori del nostro territorio. Dobbiamo farlo capire anche agli altri Paesi europei che devono comprendere il buono che c’è intorno alle nostre produzioni, di cui il vino è un’eccellenza.  Ad affermare la portata socioeconomica del settore del vino e il suo valore per l’export agroalimentare italiano, è stato il presidente di Agenzia ICE, Matteo Zoppas Il vino nell’ambito del nostro export agroalimentare è cresciuto di cinque punti percentuali e ha raggiunto 8,1 miliardi di euro. Gli imprenditori sono stati i principali protagonisti di questo percorso: in un contesto generale di recessione, noi siamo riusciti ad avere un comparto agroalimentare che cresce e, tra le sue composizioni, è stato determinante il contributo del vino (+5,5%). Gli Usa, che ci preoccupano molto, hanno fatto un più 9% e sono arrivati a 1,7 miliardi di euro. Di nuovo il merito è sicuramente delle imprese, però c’è anche un’infrastruttura che le aiuta, c’è un Governo che le sta supportando anche con il Sistema Paese formato da Ice, Sace, Simest e Cdp che sono veri e propri amplificatori di risultato. Ice si occupa di portare gli operatori esteri in Italia, i buyer: un terzo di tutti quelli presenti a Vinitaly. Al contempo organizza collettive di imprenditori italiani all’estero, alle fiere, ad incontrare clienti, e sono almeno 7 le iniziative fieristiche con Vinitaly International nel mondo. 57 edizioni del Vinitaly non sono poche. È un marchio che si è creato e si è costruito nel tempo, portando costantemente allo stesso tavolo produttori e buyer, alimentando i veri momenti in cui si sviluppa il business. ICE, insieme a Veronafiere, seleziona e recluta gli operatori realmente interessati. Ed è solo questo business matching che permette di far crescere le esportazioni del vino all’estero.  A fare gli onori di casa, l’Ambasciatore d’Italia in Belgio, Federica Favi La Preview di Vinitaly, ospitata per il secondo anno consecutivo in Ambasciata, ci ha riempito di orgoglio dinanzi alla comunità belga, europea ed internazionale a Bruxelles. L’eccellenza delle nostre produzioni, la ricchezza e la diversità di tutti i nostri territori, la tecnologia italiana applicata all’agricoltura, il naturale rispetto per l’ambiente. Il nostro stile di vita, legato alla convivialità, alla longevità, all’ospitalità: Italia meravigliosa. Il presidente di Veronafiere, Federico Bricolo Siamo tornati nuovamente a Bruxelles a fianco dei rappresentanti e decisori politici per una preview che ha evidenziato il ruolo aggregatore di Vinitaly , una agorà del vino italiano e una piazza commerciale globale di un prodotto bandiera in grado di generare un contributo economico complessivo di oltre 45 miliardi di euro l’anno e un valore aggiunto di 17,4 miliardi di euro, pari all’1,1% del nostro Pil. A questi risultati contribuisce anche l’unico brand fieristico di promozione del vino italiano nel mondo che, con il proprio ecosistema di iniziative, raggiunge ogni anno oltre 10 mercati internazionali, dagli Stati Uniti alla Cina, dal Brasile all’Asia fino all’India, all’Eurasia e all’Europa per ampliare la portata commerciale della piattaforma Vinitaly e potenziare al contempo la campagna di incoming sulla manifestazione.  Il general manager di Veronafiere, Adolfo Rebughini La viticoltura e l’enologia rappresentano un pilastro strategico per la bilancia agroalimentare italiana ed europea, contribuendo in modo determinante all’export e alla promozione del turismo, della cultura e della sostenibilità ambientale. Dal 1967, Vinitaly è la piattaforma globale di riferimento per il business e la cultura del vino italiano, un hub internazionale che connette produttori, buyer e professionisti, favorendo il networking, la formazione e l’accesso ai mercati mondiali. Un vero e proprio incubatore di tendenze e un acceleratore dell’internazionalizzazione del settore, capace di intercettare i cambiamenti del mercato e l’evoluzione dei consumi. In quest’ottica si inseriscono le novità dell’edizione 2025, dal debutto del Salone dei vini NoLo e Vinitaly Tourism, dedicato all’enoturismo, fino all’area Raw Wine, spazio riservato ai vini artigianali, naturali e a minimo intervento, confermando Vinitaly come la vetrina più completa dell’eccellenza enologica italiana e il punto di riferimento globale per il settore.  Presenti alla preview di Vinitaly Bruxelles anche l’amministratore delegato di Veronafiere, Maurizio Danese, il Rappresentante permanente d’Italia presso l’Unione Europea, Vincenzo Celeste, insieme alle organizzazioni del settore europeo e italiano: Ignacio Sánchez, segretario generale del Comité Européen des entreprises de vins (Ceev), Marzia Varvaglione, presidente Agivi (Associazione dei giovani imprenditori vinicoli italiani), Lamberto Frescobaldi, presidente Unione italiana vini, Marco Montanaro, direttore generale Federvini, Tommaso Battista, presidente nazionale Copagri, Rita Babini, presidente Fivi, Luca Rigotti, presidente gruppo lavoro vino Copa Cogeca e un parterre di operatori selezionati.   Ignacio Sánchez, segretario generale Ceev (Comitato europeo delle aziende vitivinicole): Senza il commercio, le nostre aziende non saranno in grado di sopravvivere nel lungo termine. Dobbiamo essere in grado di esportare. Se i dazi annunciati da Trump venissero applicati al settore vinicolo, potremmo dimenticarci del mercato statunitense che rappresenta il 27% delle nostre esportazioni. Un volume che non sapremmo collocare altrove. Abbiamo quindi assolutamente bisogno del sostegno politico dei membri del Parlamento europeo, della Commissione e delle autorità nazionali per superare questa crisi e negoziare una soluzione. Perché se chiudiamo il mercato degli Stati Uniti, il nostro settore è finito. Inoltre, dobbiamo difendere il vino da coloro che non rispettano la sua cultura, considerandolo un prodotto pericoloso. Abbiamo bisogno di Paesi capaci di proteggere il valore del vino, perché il vino è moderazione, il vino è cultura. L’Italia è un esempio in questo senso: eventi come Vinitaly possono davvero mostrare tutto ciò che il vino ha da offrire alla società. Per ultimo il vino è anche business. Ed è per questo che l’Europa e gli Stati membri devono continuare a difenderlo. Solo nell’Unione Europea, il settore vinicolo dà lavoro a 3 milioni di persone e genera un giro d’affari di 150 miliardi di euro. Ci sono molti territori in cui non esistono alternative economiche. E senza eventi come Vinitaly, le nostre imprese non potrebbero raggiungere il mondo, trasmettere il valore del vino né proteggere il proprio business.  Lamberto Frescobaldi, presidente Unione italiana vini Non siamo abituati a dire che le cose sono difficili, tendiamo a dire che tutto è bello e positivo. Ma la realtà è diversa. È vero che abbiamo esportato molto vino, soprattutto in Nord America, ma i consumi stanno calando dal terzo trimestre del 2023. Negli Stati Uniti il consumo è sceso del 7%, in Europa del 4,5%. Quindi no, non va tutto bene. Il nostro vino viene prodotto con uva coltivata nei vigneti. E i vigneti non si fermano. Non possiamo semplicemente interrompere la produzione. Può esserci una guerra in Ucraina, può esserci Trump che decide di bloccare la produzione, possono accadere molte cose, ma i vigneti continueranno a produrre. Per questo oggi più che mai dobbiamo unirci sotto questa bandiera. Dobbiamo eliminare i dazi. Un dazio del 200% è inaccettabile, ma nemmeno il 25% è accettabile perché significherebbe perdere 1 miliardo di euro su 8 miliardi di esportazioni. Sarebbe una perdita enorme, soprattutto per le piccole e medie imprese, che dipendono dal mercato statunitense. Dobbiamo lavorare con determinazione e chiediamo alla Commissione Europea di eliminare tutti i dazi imposti sui prodotti americani. Gli Stati Uniti esportano in Europa per 1,3 miliardi di euro, mentre noi esportiamo negli Stati Uniti per 8 miliardi. Quindi pensiamo davvero che tassandoli riusciremo a bilanciare la situazione? No, finiremmo solo per essere i perdenti. Oggi non siamo solo italiani, siamo anche francesi, spagnoli, tedeschi, austriaci e greci. Ogni paese d’Europa esporta il proprio meraviglioso vino che non è solo una bevanda, ma un’opera d’arte e un simbolo dell’identità dei nostri paesi.  Marco Montanaro, direttore generale Federvini La Federazione Italiana che rappresenta il settore del vino, dei distillati e degli aceti, con sede a Roma, è stata fondata nel 1917. Oggi conta quasi 120 aziende associate. Il fatturato totale di queste imprese è impressionante, arrivando a circa 22 miliardi di euro, di cui 10 miliardi derivano dalle esportazioni in tutto il mondo. Inoltre, il numero di dipendenti coinvolti nel settore ha raggiunto gli 82.000. Si tratta quindi di una realtà di grande rilievo all’interno della filiera agroalimentare. Siamo molto felici di essere qui stasera per celebrare questo evento in Italia, che rappresenta un punto di riferimento per il nostro settore. Credo che tutto sia già stato detto, poiché il Ministro Tajani e il Ministro Lollobrigida hanno evidenziato alcune delle principali sfide che dobbiamo affrontare. Ma ci sono anche molte opportunità da cogliere: nuovi mercati, nuove tendenze di consumo, digitalizzazione. C’è un grande fermento in questo settore e dobbiamo sfruttarlo per garantire la crescita del comparto, sia oggi che in futuro.  Enrico Drei Donà, vicepresidente Italia del Vino Consorzio È un onore essere qui anche quest’anno per sostenere l’Italia. Il vino è uno degli elementi chiave dello stile di vita italiano e siamo molto orgogliosi di rappresentarle, Allo stesso tempo, dobbiamo riflettere sulle grandi sfide che ci attendono nel prossimo futuro. Oggi più che mai è fondamentale essere uniti e lavorare insieme per rafforzare il nostro settore, come fa anche Vinitaly nel promuovere il vino e lo stile di vita italiano nel mondo.   La Redazione
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27 Marzo, 2025

Ciccio’s osteria. Quando la tradizione fa l’occhiolino alla creatività

Nel cuore di Cisterna di Latina, c’è un’osteria che non ha paura di sporcarsi le mani con la tradizione ma lo fa con quella sfrontatezza che trasforma un piatto di una volta in un’esperienza che non ti aspetti. Siamo da Ciccio’s Osteria e Stefano, in arte Ciccio è pronto ad accogliermi per una cena degustazione che farà urlare anche i muti. Sarà un viaggio tra sapori autentici, tecnica solida e una certa dose di sana golosità. Entrando resto a bocca aperta per i numerosi vini ammassati: sembra di stare in una super enoteca, Stefano mi accompagna e me li presenta uno per uno: non manca neanche una regione variando nei vari stili non dimenticando le bollicine, quelle serie, quelle da ristorante stellato. Resto folgorato dalla bellissima brace che mi si presenta e Stefano mi riserva un tavolo accanto al suo calore. Che spettacolo, una poesia recitata a voce alta. Stefano con disinvoltura poggia sul tavolo una bottiglia di un brut metodo classico e mi presenta Nicola Di Sipio, ed io felice di conoscerlo porgo il bicchiere. Uno spumante raffinato, abruzzese, ottenuto da uve chardonnay e pinot nero. Una bella brillantezza e un perlage fine e persistente, risultato di 36 mesi di affinamento su lieviti. Al naso offre un bouquet complesso con note di pesca bianca, frutta esotica, cardamomo e zenzero accompagnate da sfumature speziate che si fondono con aromi di crosta di pane e lievi sentori di pasticceria. Al palato si apre con freschezza e vivacità, mostrando un’elegante effervescenza che accompagna una lunga persistenza gustativa. Una bella scoperta che accompagnerà con gran classe l’inizio della mia cena. Il primo assaggio, arriva come un pattinatore su dei rollerblade, si va subito dritti al punto: croccantezza, untuosità e carattere, servono le mani e sarò felice di sporcarmele. Il panetto fritto è una piccola bomba di goduria: croccante fuori, soffice dentro, con una frittura asciutta che avvolge senza appesantire. Poi arriva la coppa di testa, che con il suo mix di grassezza e speziatura entra in scena con prepotenza, regalando profondità e un bel colpo di sapidità e non dimentichiamoci la scarola, leggermente amarognola, e l’oliva di Gaeta sapida e carnosa entrano in gioco a gamba tesa per spezzare il morso e dare equilibrio. Un contrasto perfetto tra grasso e acidità morbidezza e croccantezza. Un antipasto che sa meravigliarti, che ti dice benvenuto a cena ma siamo solo all’inizio. Inizio a pensare ad alta voce che la cena promette decisamente bene, chiamo Stefano e gli dico: grazie sono sicuro che mi alzerò da questa sedia felice come un bambino con l’uovo kinder in mano. La cameriera come un giocoliere ritira il piatto ormai tremendamente vuoto e mi presenta un piatto che mi sorprende per la sua semplicità fatta bene. La polpetta bianca di maiale locale e radicchio tardivo un piatto con grande personalità che lo trasforma in qualcosa che di certo non è banale. Il primo boccone è il mio, lo gusto e lo apprezzo. Il maiale scelto con attenzione e lavorato con cura si traduce in una polpetta incredibilmente morbida, succosa, con un sapore pieno ma elegante. Non ci sono spezie invadenti ed inutili: parla la qualità della carne, con la giusta dose di grasso per garantire scioglievo lezza e sapore. Il colpo di genio che richiamo a grande voce è il radicchio tardivo. La sua leggera nota amarognola spezza la dolcezza della carne e aggiunge un contrasto perfetto, bilanciando il boccone con una sfumatura vegetale che rinfresca e aggiunge carattere. Il risultato? Un boccone che avvolge il palato senza annoiare, che sa di tradizione ma con un guizzo di originalità, un piatto che conferma come Stefano sceglie solo il meglio da proporre a tavola Il viaggio continua e da visitatore curioso guardo verso la cucina in attesa del prossimo piatto.   E come per magia si presenta ai miei occhi un carpaccio di manzo fatto direttamente da loro, Stefano con poesia mi spiega come lo fanno ed io resto ammutolito ad ascoltarlo. Non è una semplice distesa di fettine sottili su un piatto: è un incontro ben calibrato tra sapidità, profumi e contrasti. Il manzo è lavorato con precisione, tagliato sottile quanto basta per sciogliersi in bocca, ma con abbastanza consistenza da mantenere la sua identità. La carne saporita, morbida con una leggera marezzatura che amplifica la succulenza. E per chi come me è amante di tartufi arriva il tartufo bianchetto toscano, con il suo profumo inconfondibile, più gentile rispetto al tartufo nero ma con un sapore ben deciso.   Non soffoca il piatto, lo rende elegante e lo avvolge e nobilita ogni boccone. E poi la cipolla accanto al carpaccio sola soletta che grida vendetta e chiede di esser assaggiata. Cotta al forno con pangrattato, un’aggiunta geniale con la sua dolcezza caramellata, equilibra la sapidità della carne e la potenza aromatica del tartufo e il pangrattato regala la nota croccante che spezza la morbidezza. Un piatto che gioca tra finezza e sostanza, tra il profondo e il delicato. Sicuramente definirlo antipasto sarebbe riduttivo perché è un’esperienza che resta nel cuore e nello stomaco. Stefano decide di aprire una nuova bottiglia e mi presenta il Fiammingo collezione Merlot della cantina Sant’Eufemia. E Stefano da esperto sommelier mi racconta che è un vino rosso ottenuto da una selezione di uve merlot, affinato in barrique di rovere francese. La raccolta delle uve avviene manualmente in cassette da 15 kg, con una selezione accurata dei grappoli sin dalla vendemmia. Un merlot che si presenta con un colore rosso granata intenso e un bouquet aromatico persistente. Al palato risulta leggero, snello e fresco, ideale per i prossimi piatti. Un vino presentato recentemente alla Slow Wine Fair 2025 che ha evidenziato la crescente qualità dei vini del Lazio nel panorama enologico italiano. E con un calice di vino in mano con grande impazienza e curiosità aspetto la sorpresa del prossimo piatto. Ed ecco che mi si presenta un tortellone di manzo che non è un semplice primo ma un abbraccio calorico, una dichiarazione d’amore al colesterolo, una carezza burrosa che ti fa dimenticare tutti i problemi della giornata. La sfoglia è tirata come si deve, ma dico subito a Stefano che per fortuna non è sottilissima ma si sente in bocca, ha carattere e gusto.  Al morso il ripieno di manzo si fa sentire con la sua intensità succulenta, ricco, saporito, senza fronzoli inutili. E poi arriva il burro, tanto burro, un condimento che entra di prepotenza, non chiede permesso e conquista il palato con la sua opulenza irresistibile. Ma per chi come me adora questo protagonista, il tartufo nero pregiato, che si insinua con il suo profumo terroso e avvolgente, mi fa dire: ma che bontà. Un piatto che non ha avuto paura di esagerare, godurioso, elegante senza mezze misure, come un’opera lirica eseguita in un’osteria. Se la dieta pensavo di averla iniziata, questo tortellone è la cruda, meravigliosa realtà. E mentre i calici continuano a riempiersi e svuotarsi, Stefano mi fa compagnia e mi racconta la sua storia e come è nato questo posto che racconta poesia a tavola. E senza che me ne accorga arriva davanti ai miei occhi un piatto che mi invita a mantenere il congegno oppure opzione più sensata, mollare le posate e mordere con le mani. La costoletta di abbacchio fritta è croccante fuori, succulenta dentro, con quella panatura dorata e asciutta che scricchiola sotto i denti prima di lasciare spazio alla tenerezza della carne.  Non ero un amante dell’abbacchio ma uno così gustoso e intenso non l’avevo mai mangiato. E poi la maionese al basilico fa innamorare perché rinfresca con le sue note erbacee che spezzano la grassezza e aggiunge un tocco aromatico che fa salivare ancora prima del boccone successivo. E non possiamo lasciare il carciofo cotto al tegame che con la sua dolcezza e la sua leggera amarezza chiude il cerchio, mi fa alzare in piedi e mi fa dire: bravo Stefano. Mi alzo e vado alla brace insieme a Stefano, guardo lo scoppiettio del fuoco e la legna che si sgretola e assisto alla preparazione del mio prossimo piatto. Un bel filetto di manzo che saprà gridare vendetta. Un piatto che non avrà bisogno di esser presentato, né di salse né di ghirigori inutili. È che urla e ti dice: qui si mangia carne, punto.   Cotto alla griglia sopra la legna che lentamente si sfalda, il filetto è arrivato nel mio piatto con quella crosticina dorata e profumata di fumo che già da sola basterebbe a far venire l’acquolina. Poi affondi il coltello e senti subito che dentro è una carezza rosa perfetta, morbido come si deve, succoso ma senza eccessi. Un piatto che fa il suo dovese senza troppe moine, come un gentleman in giacca e cravatta ma con lo spirito da cowboy. E non posso lasciare soli soletti i broccoletti ripassati che non sono nel piatto per far da comparsa. Aglio olio e peperoncino fanno il loro sporco lavoro, dando al piatto quella spinta di sapore amarognolo e piccante che pulisce la bocca e ti fa venire voglia di un altro morso di carne. Un piatto sicuramente godurioso che ti porta a terminare il calice di vino e a desiderarne un altro. Stefano sorridendo mi viene incontro con un’altra bottiglia, molto bella e colorata, un moscato d’asti Orlando Abrigo che mi presenta e svela che la finiremo tutta. È un vino dolce piemontese che si distingue per le sue caratteristiche organolettiche e l’elevata qualità. Alla vista si presenta con un colore giallo paglierino, arricchito da riflessi verdognoli e dorati. Al naso offre intensi sentori di pesca note di fiori d’arancio e delicati cenni di timo. Lo bevo e ha un gusto fresco e dolce, bilanciato da una piacevole acidità. Il perlage è fine e leggero, contribuendo ad una sensazione complessiva di leggerezza e armonia. E dopo aver bevuto il primo bicchiere chiedo a Stefano, ma il dolce dov’è? Arriva una crostatina piccola nel formato ma non nel gusto. Il primo boccone lo conquisto, la pasta frolla è di quelle fatte come si deve: burrosa, friabile, con il giusto equilibrio tra croccantezza e scioglievo lezza, senza quell’effetto cartone che spesso rovina i dessert da osteria. Poi arriva la crema pasticcera, vellutata e avvolgente, né troppo densa né troppo liquida con una dolcezza che ti fa innamorare. E poi il tocco di classe che ti aspetti: mandarino e menta fresca. Il primo porta una nota agrumata brillante e leggermente acidula che rinfresca e spezza la dolcezza della crema mentre la menta dà un accenno balsamico che sorprende il palato. Un dessert che diventa il colpo di scena finale di questa immensa degustazione ma siccome Stefano ama stupire non può lasciarmi andare così e si presenta al tavolo con un bicchierino e all’interno una magica e golosa sorpresa. Dei biscotti cacao e nocciola del Piemonte. Piccoli innocenti all’apparenza ma una volta addentato il primo scatenano un terremoto di piacere. Il cacao è profondo, aromatico con quella nota leggermente amara che fa subito capire che qui non si scherza e sua maestà la nocciola del Piemonte entra in scena con il suo profumo inconfondibile, tostato e avvolgente. La consistenza è friabile ma con la giusta dose di croccantezza, quel genere di biscotto che chiama il secondo e poi il terzo. Mentre il moscato scende bicchiere dopo bicchiere i biscotti li finisco tutti senza accorgermene. Ora credo davvero sia finita e così mi dirigo verso l’uscita ma Stefano mi stringe la mano e mi invita a seguirlo al bancone. Vuole regalarmi una stretta di mano da amico e mi serve un bicchierino con un amaro, Gerlando.  Con questo bicchierino in mano capisco che il viaggio non è ancora finito. Un sorso e sono catapultato in un mondo di erbe, agrumi e spezie con un perfetto equilibrio tra dolcezza e amarezza. In bocca si presenta morbido e avvolgente, con note agrumate che lasciano spazio a un cuore balsamico e speziato mentre il finale è lungo e persistente con quella leggera nota amaricante che pulisce il palato e rimette in sesto lo stomaco dopo le abbuffate. Con questo amaro Stefano mi ha portato in un vero e proprio rito di chiusura della sua cena, berlo è stato un piacere un sigillo per una cena perfetta che porterò con me dopo aver stretto la mano a Stefano, averlo ringraziato con la promessa di rivederci presto.   Roberto Silvio De Pascale Mi trovi su Instagram come unpuglieseinterrapontina Il buon vivere        
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27 Marzo, 2025

I MIGLIORI VINI ITALIANI 2025

IL COSA E IL DOVE Il SALONE DELLE FONTANE di Roma è ormai location classica per la presentazione dell’ANNUARIO DEI MIGLIORI VINI ITALIANI di Luca Maroni. E dunque, dal 21 al 23 Febbraio u.s. quelle amplissime sale si sono trasformate in un brulicante formicaio di enoappassionati in cerca di emozioni racchiuse in un calice. Una kermesse dedicata alla Cultura del vino con un ricco programma che a degustazioni libere e guidate accostava laboratori, workshop e presentazioni.   GLI ASSAGGI C’era tanto, tantissimo da assaggiare e io ho cercato principalmente di sottrarmi al conosciuto (per quanto possibile) per andare in cerca di. In verità andavo un po’ di corsa ed ero ancora provato dall’impegnativa trasferta toscana ma sono comunque riuscito a ficcare il naso in una quarantina di etichette tirando fuori un podio “incompleto” di due vini cui ho accostato altre proposte che avrebbero meritato un “giudice” meno severo di me o che hanno comunque suscitato il mio interesse. Vabbè, adesso bando alle ciance, date una letta al mio personalissimo recit de dégustation, criticatelo, suggeritemi altro ma soprattutto assaggiate e…condividete! I PEZZI DA NOVANTA – ROSSO PICENO DOC SUPERIORE “POGGIO DEL FILARE” 2021, VELENOSI (MARCHE): grafitica e fumosa l’atmosfera dalla quale emergono le note di prugna matura e ciliegia sotto spirito. Ci pensano poi le erbe aromatiche a dare una sferzata di freschezza all’olfatto e quel soffio di lavanda dei cassetti di nonna…la grassezza del cioccolato… Del sostanzioso sorso sorprendono i levigatissimi tannini, la freschezza disarmante, il finale che…non finisce e la sorpresa di un tocco di rusticità che riporta questo vino alla terra da cui proviene. Più di 90 Punti, diciamo 91 (o forse più). – BARBERA D’ASTI DOCG “MERUM” 2022, ANTONIO BELLICOSO (PIEMONTE): lo so, dopo aver assaggiato “AMORMIO” è difficile immaginare che ci sia una Barbera migliore… E questo “MERUM”, in assoluto, lo è. O, meglio, vorrebbe esserlo. Certo l’olfatto mostra cura da orologiaio nella costruzione dei descrittori floreali e di mora matura e in confettura, di quella liquirizia che chiude la porta dopo che sono usciti pepe nero e caffè. E il sorso è sfera quasi perfetta che accarezza il palato dall’alto dei suoi gradi alcolici “boom”. Per fortuna c’è un po’ di bosco umido e intricato che ci tiene con i piedi per terra e quella visciola succosa che nell’allungo sembra non voler prendere congedo da noi. Ma… C’è il “ma” di una eleganza quasi ostentata. E allora la vedo così: ben cosciente del proprio rango, seduta in poltrona, dimentica di guanti di velluto e bocchino lungo, svergognatamente intenta a fumare il sigaro, intenta a soppesare con sussiego i vini “qualunque”. Altera si, ma…ne ha ben d’onde. Da bere ascoltando TAINTED LOVE dei SOFT CELL. 90 Punti, o forse 91. p.s. VIETATO dimenticarsi di quel Freisa d’Asti 2023 dall’etichetta dura come il suo pugno di ferro in guanto di velluto e di “DOMINAE VITIS”, Grignolino d’asti quest’anno un po’ sottovoce ma di sabauda educazione.  GLI ALTRI – CAMPANIA IGT ROSSO “ILLIRICO” 2023, CANTINA DEI QUINTI (CAMPANIA): ferroso e temporalesco, evidenzia soffi balsamici, corteccia e sottobosco, visciole e liquirizia. Sorso fresco, succoso e compulsivo che mette insieme le dolcezze del frutto, il tannino solleticante e un finale di coinvolgenti amaritudini. Peccato solo per quella sapidità un po’ in affanno Quasi 89 Punti.   – CAMPANIA IGT AGLIANICO “ANTECE” 2021, CANTINA DEI QUINTI (CAMPANIA): al naso vuole forse (ma dico “forse”) un po’ strafare senza averne alcun bisogno, mostrando altezzoso la frutta rossa croccante e le aspre frescosità dell’arancia quasi vergognandosi di quell’animo di cenere. In chiusura alzano la testa le erbe aromatiche e il tabacco mentre una fresca ventata di liquirizia introduce un sorso inaspettatamente snello e scorrevole, tenuto vivo da freschezza e tannini ben cuciti che, nella lunga chiusura, lascia spazio alle spezie. 88+ Punti.   – FRIULI COLLI ORIENTALI SAUVIGNON 2022, GIOVANNI DRI IL RONCAT (FRIULI VENEZIA GIULIA): un Sauvignon di eleganza gentile, che Vi intriga con pesca, Vi schiaffeggia con la salvia e la maggiorana e Vi accarezza, infine, con refoli di cedro. Sorso senza fronzoli, concreto, coerente, lungo. Una coccola ruvida come le fredde ombre del Monte Bernadia. 88+ Punti. E dovrei dirVi anche del Ramandolo, magari di quelle “UVE DICEMBRINE” cui Vi invito a riservare abbinamenti azzardati ma…il Ramandolo è storia che vuole altri spazi. Assaggiatelo e poi ne riparleremo. – FRIULI ISONZO DOC CHARDONNAY “CIAMPAGNIS” 2022, VIE DI ROMANS (FRIULI VENEZIA GIULIA): giallo! All’occhio e al naso, di susina e ginestra, di susina matura e di scorza d’agrume, con un extra di tropicale che…non c’entra niente col Friuli. E poi le verdi frescosità della menta e di un sottobosco umido di felci e acque che scorrono. L’atmosfera minerale introduce a un sorso morbido e di compite spalle fresco-sapide che chiude sulle mineralità che lo hanno introdotto. Se avesse avuto più polso…se non avesse avuto quell’extra di tropicale… Sarebbero stati 90 Punti e invece sono 88. Il mio premio “PECCATO” va a un Sauvignon 2022 (non Vi dico quale) che avrei tanto voluto assaggiare ma nel quale dopo il secondo “tappo” ho fatto finta di non aver ficcato il naso. Capita. – MARCHE IGT ROSSO “VINCÈ” 2020, LE CANÀ (MARCHE): olfatto di femminile calore, un abbraccio di frutta matura, more e visciole a profusione, spezie dolci che sanno d’Oriente e odalische e un’interessante atmosfera fumé. Sorso materico e avvolgente, tannini importanti e altezzosi e, in progressione, l’intervento di sapidità e persistenza a renderlo più interessante. Di certo un “vinone” ma, a mio modesto parere, un po’ troppo impomatato. 87 Punti con, forse, un +. – BUTTAFUOCO DELL’OLTREPÒ PAVESE DOC STORICO 2019, BOSCO DEL SASSO (LOMBARDIA): le fruttate dolcezze della prugna e della mora creano un bel contrasto con le dure note di pepe e le freschezze del bosco ombroso. Sorso potente, di deciso calore alcolico e tannino voluminoso e morbido che la decisa freschezza equilibra predisponendoci al finale speziato e sbarazzino (forse anche più del dovuto). 88 Punti.   – VERDICCHIO DEI CASTELLI DI JESI DOC CLASSICO SUPERIORE “ERGO” 2021, MONTECAPPONE-MIRIZZI (MARCHE): ahimè troppo freddo mostra un olfatto un po’ spigoloso e scorbutico nel raccontarci quanto ha da dire. Giallo di pesca e mimosa, finta una nota delicata di camomilla e poi affonda con la nocciola non ancora matura. E poi c’è il cozzo della pietra focaia con tutte le scintille e ci sono spezie dolci, un accenno dell’idrocarburo che sarà e una nota di pecorino di Farindola stagionato (sic). Il sorso è ampio e voluminoso e freschezza e sapidità scalpitano acché la loro progressione sia evidenziata. Poi avanzano le dolcezze della frutta gialla a tentare di arginare il sale che ha ormai preso possesso della bocca e, nel finale, le note fumé assumono il controllo. A 90 Punti non ci arriva, ma 89 glieli posso dare. – VERDICCHIO DEI CASTELLI DI JESI DOCG “ERGO SUM” 2017 RISERVA, MONTECAPPONE-MIRIZZI(MARCHE): complesso e di sicuro fascino gioca la carta delle dolcezze proponendo camomilla appassita ed esotici assoli di frutta e spezie a sovrastare le freschezze di salvia, menta e agrume. L’assaggio mette subito sul piatto della bilancia la struttura quasi a voler lasciare poco spazio a sapidità e freschezza che però poco accettano il ruolo di comprimarie. È poi tutto dedicato alla frutta matura il lungo finale di un vino che, in una annata complessa, dimostra la bravura del Produttore ma mostra il fianco a un equilibrio ancora instabile lasciandoci con l’impegno di doverlo riassaggiare tra qualche tempo. 88+ Punti, ma cresceranno. – VERDICCHIO DEI CASTELLI DI JESI DOCG CLASSICO “UTOPIA BIANCO” 2020 RISERVA, MONTECAPPONE-MIRIZZI (MARCHE): un olfatto che mostra evidente il suo atteggiarsi a Riesling. Altezzoso, lascia che gli si gonfino le vene del collo per tirare fuori da subito quegli idrocarburi che saranno ma che al momento sono solo un’ecografia morfologica. Si concentra dunque su giallo di una pesca che annusate con tutta la buccia, sulla ginestra e sul fieno lasciando che entri una intrigante brezza marina. Sorso di grande volume reso leggiadro da freschezza e sapidità e dal tira e molla di frutta e mineralità che ci accompagna fino alla lunga chiusura. 89 Punti (per il peccato di superbia) ma in attesa di dargliene 91. – OFFIDA DOCG “LUDI” 2021, VELENOSI (MARCHE): seppur intriso di fruttate intensità di more e ciliegie, accende uno spot sulle frescose balsamicità di salvia e menta senza dimenticare grafitica mineralità e amaritudini di cacao. L’assaggio è volumetrico e abbracciante, di verticale freschezza e tannino ricamato ma con una punta di gioventù ancora da smussare evidenziata da un finale lungo e vibrante ma che ci lascia con un beneaugurante “vorrei”. 89+ Punti   – MONTEPULCIANO D’ABRUZZO DOCG COLLINE TERAMANE “VERSO SERA” 2022, VELENOSI (MARCHE): dalla costola abruzzese dell’Azienda, un vino che racconta colline, campagne e tramonti, il fresco calore delle more e delle marasche mature, l’ombra del sottobosco e dei cespugli di macchia vista mare, che si imbelletta di tabacchi dolci e legni vanigliati ma che non si vergogna della propria anima vegetale. Sorso che mostra polpa ed equilibrio, freschezza in abbondanza, tannini ben domati e un tocco di cementizia peposità a regalare interesse nel finale. 88+ Punti.   – BARBERA D’ASTI DOCG “AMORMIO” 2023, ANTONIO BELLICOSO (PIEMONTE): ah, la Barbera! Scudiscio per serate sopra le righe! Questa di Antonio non sfugge al paradigma dell’urlata freschezza e al naso lascia che arrivino gli arricciamenti di labbra delle ciliegie ancora bianche accompagnate da una imprecazione sottovoce di alcol. Un soccorso di more, e prugne lenisce il bruciore mentre misteri di rabarbaro e pepe trasportano lontano. Il sorso è strizzata d’occhio e lubrico invito, freschezza in unghie laccate che graffia la schiena, polpastrelli glicerici che accarezzano il braille dei segni lasciati nella carne viva. Il finale mentolato e amaricante di erbe di campo Vi scuote dal sogno e Vi precipita nell’abisso. L’ho detto e lo ripeto: NON per tutti. So di ripetermi ma, da bere ascoltando I’M a BITCH di ALANIS MORISSETTE. 89++ Punti perché sono onesto, a pelle…ne varrebbe almeno 93. E QUINDI? E quindi GRAZIE a Luca Maroni per avermi ospitato ancora una volta a un Evento che merita sempre grande attenzione per il viaggio che consente di fare tra le produzioni vinicole italiane. E poi GRAZIE a tutti i Produttori che hanno avuto la pazienza e la bontà di sopportarmi e assecondare i miei deliri enoici. E mentre Vi do appuntamento all’Edizione 2026 mi rimbocco le maniche e mi predispongo al tour de force cui mi sottoporranno i numerosi Eventi che il panorama romano propone nei mesi a venire. È uno sporco lavoro ma Roberto Alloi VINODENTRO  
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Resilienza e preparazione al prossimo ciclo di consumo globale di vino. Masi, un caso di studio Arrow Right Top Bg

26 Marzo, 2025

Resilienza e preparazione al prossimo ciclo di consumo globale di vino. Masi, un caso di studio

Si è tenuta il 19 marzo a Milano la presentazione della ricerca accademica “Resilienza e preparazione al prossimo ciclo di consumo globale di vino. Masi: Un caso studio originale”, a cura di Jean-Marie Cardebat, Professore di economia all’Università di Bordeaux, Direttore del Dipartimento di Ricerca ECOr, Professore affiliato all’INSEEC Grande École e Direttore della Cattedra Wines & Spirits di Parigi, e Davide Gaeta, Professore e docente di economia dell’impresa vitivinicola e dei mercati agroalimentari e competitività – Dipartimento di Management – Università degli Studi di Verona. Due Università a confronto con il mondo dell’impresa hanno presentato i risultati dello studio nato da una visione internazionale del vino e completato con la case history Masi attraverso l’intervento di Federico Girotto, AD Masi Agricola S.p.A. e Presidente e AD di Canevel Spumanti S.p.A.. Preceduta da un’attenta analisi del contesto nazionale ed internazionale dei mercati del vino e delle possibili evoluzioni delle tendenze della domanda, lo studio accademico ha esaminato gli strumenti strategici necessari per adeguarsi ai prossimi cicli economici del settore vitivinicolo, riscontrando, per quanto riguarda l’Italia, in Masi Agricola un interessante esempio di resilienza e di capacità di competizione all’interno di situazioni che possono rivelarsi critiche in mancanza di organizzazione, struttura e diversificazione.   La ricerca realizzata dalle due Università ha analizzato, nella prima parte, le possibili cause di flessione della domanda e i fattori di minaccia che i mercati delle diverse tipologie di vino possono attraversare in questo ciclo economico; in una seconda parte, sono riportati invece i fattori chiave di resilienza nei modelli di adattamento del mercato del vino. Infine, nella terza parte dello studio, è stato analizzato il caso di un brand leader di mercato: Masi. Brand che è stato individuato per: la facilità di accesso informativo – Masi è l’unica azienda vitivinicola italiana quotata in Borsa –; per la sua organizzazione strutturata; e per la presenza di fattori che hanno permesso all’azienda di rafforzarsi in un contesto di mercato sfidante attraverso il modello della resilienza economica e i vantaggi competitivi di Porter. DICHIARAZIONI A MARGINE DELLA PRESENTAZIONE Jean-Marie Cardebat, Professore di economia all’Università di Bordeaux, Direttore del Dipartimento di Ricerca ECOr, Professore affiliato all’INSEEC Grande École e Direttore della Cattedra Wines & Spirits di Parigi L’andamento ciclico dell’economia ha sempre influenzato il consumo globale di vino e il quadro attuale non fa eccezione. Se da un lato l’attuale contesto economico e geopolitico ha portato a una contrazione, la natura stessa dei cicli economici suggerisce che, mantenendo il fenomeno inflattivo sotto controllo, il 2026 potrebbe segnare l’anno di svolta con l’avvio, nel 2027, di una fase di ripresa per una nuova crescita sostenuta per il settore vitivinicolo. Ripresa che non sarà una semplice ripetizione del passato: la sociologia del consumo è cambiata, e il prossimo ciclo vedrà protagonisti nuovi trend e consumatori. La premiumisation resta una tendenza chiave, con un crescente spostamento della domanda verso la ricerca di qualità e verso segmenti di alto valore. In questo scenario, è indispensabile investire in anticipo su ciò che potrebbe costituire la base del nuovo ciclo di crescita, rafforzando i marchi e valorizzando esperienze di consumo come l’enoturismo, un settore che ha registrato uno sviluppo importante negli ultimi quindici anni, con stime superiori ai 50 miliardi di dollari per il 2025. I mercati emergenti, inoltre, potrebbero ridefinire gli equilibri globali, con un interesse in aumento per i vini rossi. È importante che il settore vitivinicolo sia in grado di individuare i segnali e anticipare i trend per poter adottare strategie lungimiranti. Davide Gaeta, Professore e Docente di Economia dell’impresa vitivinicola e di Mercati Agroalimentari e Competitività – Dipartimento di Management, Università di Verona. L’evoluzione dei cicli economici ha determinato la necessità di rimodulazione dell’organizzazione del business aziendale. La nostra ricerca ha individuato alcuni fattori chiave di resilienza che possono consentire alle imprese vitivinicole di consolidare la propria crescita e di sostenere le evoluzioni dei mercati internazionali quali: un modello organizzativo strutturato ed una governance solida, che consenta di crescere e di continuare a innovarsi; una gestione trasparente delle informazioni; e strategie mirate di acquisizione e diversificazione del portafoglio prodotti. Altro elemento cruciale è la capacità di adattarsi alle evoluzioni della domanda attraverso un approccio flessibile, sia nell’approvvigionamento delle uve, che nell’ampiezza della gamma prodotti. La segmentazione della distribuzione, una presenza ponderata e diversificata sui mercati internazionali permettono inoltre di mitigare i rischi e cogliere opportunità di sviluppo. Ci sono anche altri elementi che contribuiscono a rafforzare la competitività delle imprese, come l’attenzione all’identità aziendale, il marketing strategico e l’innovazione orientata alla sostenibilità. Abbiamo dunque ricercato tutti questi fattori analizzando un caso di brand leader di mercato quale Masi, e rilevato come l’azienda abbia saputo muoversi in un contesto sfidante. L’azienda ha saputo combinare tradizione e innovazione, valorizzare il proprio radicamento territoriale, adottare un sistema di monitoraggio avanzato per garantire una gestione efficiente della produzione e della distribuzione, ed implementare una strategia di crescita lungimirante. Ne è dunque emerso come Masi rappresenti un modello di resilienza capace di trasformare le sfide in opportunità di crescita sostenibili. Federico Girotto, AD Masi Agricola e Presidente e AD di Canevel Spumanti. Abbiamo apprezzato molto la ricerca e siamo orgogliosi di averne fatto parte: da un lato, essa può rappresentare un contributo agli operatori del settore vitivinicolo per comprendere e acquisire consapevolezza circa i reali problemi del medesimo e dei suoi mercati di riferimento, chiudendo lo spazio a omissioni, al pessimismo e soprattutto all’illusione che tutto possa tornare a essere come prima. Dall’altro, lo studio delinea con chiarezza le caratteristiche necessarie ad affrontare efficacemente l’inevitabile percorso evolutivo dell’ecosistema aziendale, la cui necessarietà corre in parallelo ai mutamenti del settore. In Masi cerchiamo di incrementare la resilienza in diversi modi, ma soprattutto rafforzando i processi strategici di identificazione, analisi e mitigazione dei rischi, non distogliendo mai l’attenzione dalla nostra stella polare: il brand. Negli anni il gruppo Masi ha attivato diverse leve strategiche che ci hanno permesso di rispondere in anticipo all’evoluzione dei cicli economici, trasformando le sfide in opportunità. In uno sguardo complessivo, in questi dieci anni dalla quotazione, abbiamo lavorato sulla sostenibilità – con il progetto Masi Green Governance – sull’omnicanalità comunicativa e distributiva, e sul rafforzamento della Masi Wine Experience, che quest’anno darà avvio a Monteleone21, il nostro visitor center in Valpolicella che risponde alla nuova domanda del settore enoturistico. Infine, abbiamo investito nell’innovazione di prodotto, come con Fresco di Masi, la linea di vini biologici che esprime la nostra visione di autenticità, attualità e attenzione al consumatore, e nell’ampliamento del portafoglio. Ne è un esempio il recente sbarco in Oltrepò Pavese con l’acquisizione della tenuta Casa Re e il lancio dello spumante Metodo Classico Moxxé del Re, dove contiamo di replicare quanto realizzato in Valdobbiadene con Canevel Spumanti, un brand che ha continuato a crescere, anche in termini di export. Abstract Ricerca_Resilienza del vino La Redazione
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Vignaioli contrari 2025 Arrow Right Top Bg

26 Marzo, 2025

Vignaioli contrari 2025

CHI SONO I VIGNAIOLI CONTRARI I Vignaioli Contrari sono coloro che fanno comprendere il territorio di appartenenza e raccontano la loro storia mediante i vini che producono, con metodi artigianali ed autentici. Sono i responsabili del lavoro in vigna ed in cantina, nel pieno rispetto dell’ambiente e sono Contrari all’omologazione del gusto e alla standardizzazione dei vini. Piccole realtà artigiane che cercano di valorizzare al meglio il vino prodotto da vitigni autoctoni, preservando la tradizione del terroir a cui appartengono. Persone che danno continuità alla storia enologica del nostro Paese, impegnandosi a mantenere in vita le varietà di cultivar in via di estinzione, producendo vini di Terroir.   La Manifestazione VIGNAIOLI CONTRARI 2025: VINO, TERRITORIO, UNICITÀ – L’ARTE DEL VINO ARTIGIANALE TORNA A SPILAMBERTO   La nona edizione di “Vignaioli Contrari” torna a Spilamberto (MO) per celebrare la passione, la biodiversità e l’autenticità del vino artigianale. L’evento, che si terrà l’10 e 11 maggio 2025 nella suggestiva Rocca Rangoni, conferma il proprio ruolo di punto di riferimento per gli amanti del vino “Buono, Pulito e Giusto”. Oltre 65 produttori provenienti da tutta Italia e da alcune realtà europee offriranno al pubblico un viaggio tra vitigni autoctoni e pratiche enologiche sostenibili, biologiche e biodinamiche, mettendo in primo piano la tutela del territorio e la valorizzazione delle tradizioni vinicole. Con più di 400 etichette in degustazione, “Vignaioli Contrari” continua a promuovere un modello di produzione basato su artigianalità, rispetto per la terra e rifiuto dell’omologazione del gusto. NOVITÀ DELL’EDIZIONE 2025 Dopo il successo dell’edizione precedente, tornano i laboratori e le masterclass, arricchiti da nuovi approfondimenti dedicati alla rifermentazione in bottiglia, all’abbinamento territoriale tra i formaggi “Presidi Slow Food” ed il vino, fino alla scoperta di due grandi vini piemontesi, l’Erbaluce ed il Timorasso. Le sessioni si terranno nella splendida cornice della ex-chiesa di Santa Maria degli Angeli, offrendo un’esperienza immersiva tra degustazioni guidate e racconti diretti dai vignaioli e dagli esperti del settore. Altra grande conferma è lo Slow Food Park, che per la sua terza edizione si amplia ulteriormente, accogliendo oltre 20 espositori del food da tutta Italia. Una mostra mercato di sapori autentici della nostra tradizione, tra formaggi d’alpeggio, salumi artigianali, lievitati da grani antichi e birre indipendenti, in un’atmosfera di convivialità e condivisione. L’accesso a Slow Food Park è gratuito ed animerà le vie del centro storico di Spilamberto. Per l’edizione 2025, lo Slow Food Park estenderà inoltre i suoi orari di apertura, accogliendo i visitatori fino alle 23:00, offrendo così un’esperienza ancora più coinvolgente e accessibile a tutti.   UN’ESPERIENZA DA NON PERDERE Vignaioli Contrari non è solo un evento di degustazione, ma una celebrazione dell’identità territoriale, della cultura enogastronomica e della viticoltura responsabile. Con il patrocinio del Comune di Spilamberto, dell’Unione Terre di Castelli, e il coinvolgimento di importanti realtà associative locali, l’edizione 2025 si preannuncia ancora più ricca di contenuti e opportunità di incontro tra produttori e appassionati. Segnate in agenda le date del 10 e 11 maggio 2025 e preparatevi a vivere un weekend all’insegna del vino autentico, della tradizione e della convivialità! Per tutte le informazioni qui La Redazione
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Olio Extravergine di Oliva. L'importanza della certificazione Made Green in Italy Arrow Right Top Bg

26 Marzo, 2025

Olio Extravergine di Oliva. L'importanza della certificazione Made Green in Italy

PER ACCRESCERE LA COMPETITIVITÀ AZIENDALE E PER UNA CORRETTA INFORMAZIONE DEI CONSUMATORI Oggi a Roma il convegno sulla Certificazione ministeriale “MADE GREEN IN ITALY” (MGI) alla presenza del Ministro dell’Ambiente e della Sicurezza energetica Sen Gilberto Pichetto Fratin, con alcuni dei massimi esperti e docenti dalle principali università italiane. Promosso dall’imprenditrice olearia Alessia Zucchi, prima nel settore agroalimentare ad aver ottenuto la certificazione MGI   Oggi presso la Sala Stampa della Camera dei Deputati a Roma si è tenuto il convegno dal titolo ‘L’importanza della certificazione Made Green in Italy, che ha visto coinvolti alcuni dei massimi esperti del settore oleario e docenti dalle principali università italiane. È stata l’occasione per fare il punto su un’importante pratica, quella della certificazione MGI, che sempre più prodotti agroalimentari di qualità come l’olio evo dovrebbero conseguire, per accrescere la propria attrattività sui mercati internazionali, anche alla luce delle odierne condizioni geopolitiche internazionali a partire dai tanto vituperati dazi. Promosso dall’imprenditrice Alessia Zucchi, produttrice olearia la cui azienda ha ottenuto la prima certificazione MGI nel settore agroalimentare, nella mattinata di studio si è cercato di capire come la Certificazione MGI possa aiutare le aziende ad accrescere la propria competitività ma anche promuovere una corretta informazione dei consumatori sul settore agroalimentare e in particolare sul mondo olivicolo italiano. Pilastro della dieta mediterranea, l’olio d’oliva italiano è infatti uno dei prodotti che meglio esprimono i valori che fanno del made in Italy alimentare un riferimento di qualità assoluto, non solo in Europa ma nel mondo intero. Dopo i saluti iniziali del Senatore Gilberto Pichetto Fratin (Ministro dell’Ambiente e della Sicurezza energetica), e dell’On. Raffaele Nevi (Commissione Agricoltura della Camera dei Deputati), ne hanno parlato: Fabio Iraldo (Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa e Università Bocconi); Carlo Zaghi (Direttore Generale per la Valutazioni Ambientali del Ministero dell’Ambiente e della Sicurezza energetica); Bruno Notarnicola (Università di Bari e Rete italiana LCA); Ettore Capri (Università Cattolica di Piacenza); Carlo Alberto Pratesi (Università Roma 3); l’imprenditrice Alessia Zucchi (ceo di Oleificio Zucchi); Maria Chiara Ferrarese (Direttrice Generale dell’ente certificatore CSQA); Andrea Marino (General Manager di FEDEROLIO – Federazione Nazionale Commercio Oleario). Il moderatore Klaus Davi, nel presentare il gruppo dei relatori, ha sottolineato il valore complessivo delle diverse professionalità e del lavoro di rete e coordinamento realizzato tra le diverse Università, nel dialogo con le istituzioni e con gli stakeholder. Inoltre ha evidenziato il fatto che oggi diviene sempre più necessario proseguire nella collaborazione tra Pubblico e Privato per poter migliorare la conoscenza e consapevolezza nel consumatore degli importanti parametri che i prodotti certificati “Made Green in Italy” portano con sé. Carlo Zaghi (Direttore per la Sostenibilità dei Prodotti e dei Consumi Ministero dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica) ha spiegato che “Made Green in Italy” è lo schema nazionale volontario per la valutazione e la comunicazione dell’impronta ambientale dei prodotti, che coniuga la misurazione degli impatti sull’ambiente di un prodotto o di un servizio nel suo intero ciclo di vita con la dimensione del “made in Italy”, legata alle eccellenze del sistema produttivo nazionale, tramite la metodologia europea PEF (Product Environmental Footprint), che consente di calcolare l’impronta ambientale misurando l’impatto del prodotto in ogni singola fase del ciclo di vita. Fabio Iraldo, Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa ed Università Bocconi) si è soffermato sul perché sia importante la certificazione MADE GREEN IN ITALY per accrescere la competitività aziendale e sul tema delle garanzie che questa certificazione fornisce ai consumatori. In primis, oggi si punta a cicli produttivi sempre più sostenibili, che uniscano il rispetto per l’ambiente e la valorizzazione delle eccellenze agroalimentari nazionali. Per attribuire questo standard è importante valutare le prestazioni ambientali di un prodotto, dall’approvvigionamento delle materie prime al fine vita, e si verifica se sono organizzate al fine di ridurre gli impatti ambientali. Bruno Notarnicola (Università di Bari) è passato ad esaminare l’impronta ambientale dei prodotti e di come essa sia essenziale per il conseguimento della certificazione MGI. A torto spesso si dice sia uno strumento complesso per le piccole imprese, che costituiscono l’ossatura del sistema produttivo, ma può invece essere uno strumento competitivo anche per le PMI. Per gli schemi di certificazione come il MGI è importantissimo poter utilizzare dati affidabili per la misurazione dell’impronta ambientale dei prodotti e delle filiere coinvolte. Molto spesso sappiamo che ci sono delle specificità legate al contesto produttivo, territoriale e ambientale del nostro Paese. Tali specificità si legano dunque inevitabilmente a dataset affidabili, ed in questo è fondamentale il ruolo delle università per migliorarli. Per Ettore Capri (Università Cattolica Piacenza) la certificazione Made Green in Italy si sta sviluppando molto nel settore agroalimentare e della trasformazione di prodotti alimentari segnatamente nel settore oleario ma, anche alla luce delle recenti esperienze nel settore del vino, vi possono essere altri nuovi requisiti addizionali che lo schema MGI potrebbe contemplare nel settore alimentare. Inoltre nell’ambito dello schema MGI si dà molta importanza al territorio di provenienza di un prodotto alimentare e alla sua tracciabilità, ma è sempre più importante valorizzare l’intera filiera produttiva e rafforzare sempre più lo schema MGI per renderlo ancor più interessante come leva competitiva per le imprese. Secondo Carlo Alberto Pratesi (Università Roma Tre ed EIIS – Istituto Europeo dell’Innovazione per la Sostenibilità) i marchi e le certificazioni come MGI sono da considerare un supporto efficace per la comunicazione ambientale. Un brand certificato MGI porta con sé elementi di forza per impostare una campagna di comunicazione di marketing dei prodotti del made in Italy in chiave green. Affinché una campagna di questo tipo possa essere davvero efficace deve naturalmente seguire alcune regole chiave in tema di coerenza tra messaggio, target e canali utilizzati. Maria Chiara Ferrarese (Ente certificatore CSQA) ha sottolineato l’importanza della certificazione volontaria come strumento a supporto delle imprese nelle strategie di sviluppo e di comunicazione e al contempo strumento di garanzia per il consumatore e per gli stakeholder. La scelta di standard solidi, in linea con le direttive comunitarie in materia di Green Claim, consente di veicolare messaggi efficaci per massimizzare i risultati e gli investimenti delle imprese. La definizione di un modello di sostenibilità per il Made in Italy di qualità rappresenta un obiettivo importante per valorizzare prodotti, aziende e territori: una fotografia esportabile verso paesi sempre più attenti a questi temi. Andrea Marino (FEDEROLIO Federazione Nazionale Commercio Oleario) si è soffermato sul percorso attraverso il quale Federolio sia arrivata alla certificazione Made Green in Italy, e su quali saranno i prossimi passi che la Federolio intende intraprendere nel segno dalla sostenibilità. In tema di sostenibilità, manca un «modello / standard» di riferimento con regole chiare, verificabili, misurabili. Gli Strumenti e metodi di misura sono variegati. Infine la Comunicazione di un prodotto GREEN è complessa, difficilmente comprensibile dal consumatore. Per tali ragioni ogni azienda «sceglie» il proprio percorso di sostenibilità, il più efficace dei quali è sicuramente la certificazione MGI. Ed in questo OLEIFICIO ZUCCHI è stato un precursore, poiché è stata la prima azienda di tutto il settore agroalimentare ad aver conseguito la certificazione MGI per un proprio prodotto. Alessia Zucchi, ceo Oleificio Zucchi SpA. Dal convegno di oggi è emerso con forza quanto la certificazione Made Green in Italy sia importante per accrescere la competitività delle nostre aziende e fornire ai nostri consumatori una corretta informazione sempre più trasparente. Come imprenditrice da sempre sono impegnata, insieme a tutti i miei collaboratori, nella responsabilità sociale e ambientale, con la promozione di buone pratiche nella certificazione della vera sostenibilità. Tra l’altro ci tengo a sottolineare con orgoglio che siamo stati la prima azienda agroalimentare italiana ad aver ottenuto la certificazione “MADE GREEN IN ITALY” per un proprio prodotto, il nostro “Olio Extravergine d’oliva 100% italiano da filiera certificata sostenibile Zucchi.” Coerentemente con la nostra missione di promozione della sostenibilità e della cultura dell’olio extravergine d’oliva e in occasione dei nostri primi 215 anni (siamo nati nel 1810), con il convegno di oggi mettiamo a disposizione delle istituzioni e dell’intera filiera la nostra esperienza, sperando possa essere un utile contributo alla crescita di tutto il comparto olivicolo italiano   La Redazione
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26 Marzo, 2025

BRUNA e ALESSANDRI: 50 sfumature di Pigato

Il Pigato è un vitigno che racconta la storia e la cultura della Liguria, esprimendo al meglio il carattere unico di questa regione. E’ un vitigno a bacca bianca che si distingue per la sua resistenza e adattabilità. Le uve maturano nel tardo autunno, e i vini prodotti sono noti per la loro freschezza, equilibrata acidità e aromi complessi. Molto genericamente, il Pigato al naso offre profumi di fiori bianchi, agrumi, erbe aromatiche e una leggera nota minerale, mentre in bocca si chiude con la mandorla amara, riflettendo il terroir unico della Liguria. La sua versatilità e la varietà degli stili di produzione (si può trovare bianco secco, macerato, spumante e dolce) testimoniano la creatività e la passione dei viticoltori locali.  LA STORIA DEL PIGATO La storia del Pigato risale a tempi antichi, anche se le sue origini precise sono ancora oggetto di dibattito tra gli storici del vino. Alcuni sostengono che il vitigno sia stato introdotto in Liguria dai Greci, mentre altri credono che fosse già coltivato dai Romani. Il nome dell’uva deriva dal termine dialettale “Pigau” riferito alle “pighe”, piccole macchie ambrate presenti sull’acino a piena maturazione. Appartenente alla grande famiglia dei Vermentini – nel corso dei secoli si è adattato al territorio assumendo caratteristiche originali non riproducibili altrove – il Pigato è coltivato principalmente nella Riviera di Ponente, in particolare nelle province di Savona e Imperia. Qui, le colline ripide e il clima mite creano condizioni ideali per la sua coltivazione. Nel corso dei secoli, il Pigato ha guadagnato una reputazione di eccellenza, diventando uno dei simboli della viticoltura ligure. AZIENDA AGRICOLA BRUNA Impossibile non visitare, durante il mio tour nel Levante Ligure, l’Azienda Agricola Bruna, scoperta durante una bellissima masterclass durante la Fivi di cui ho parlato in questo articolo. Non è facile trovare il Pigato fuori dai confini liguri e quindi, incuriosita, sono andata nella sua zona classica di produzione. Qui, nell’entroterra di Albenga e precisamente tra Ortovero e Ranzo, ha inizio la storia dell’Azienda  Bruna, nata  nel 1970 dalla passione di Riccardo Bruna.  Otto ettari di vigneti, coltivati principalmente a Pigato, e pochi ulivi si stagliano sui classici terrazzamenti liguri tra le colline e i boschi di macchia mediterranea. Roberto ci accompagna a vedere i vigneti, lo spettacolo è magnifico. Siamo tra il mare e la montagna dove si scorge persino un po’ di neve. La macchia mediterranea ha prepotentemente conquistato terreno e siamo attorniati da piante di rosmarino in fiore che sprigionano un profumo avvolgente. Una natura incontaminata, con il bosco che veglia sulle vigne ma che presenta anche i suoi risvolti negativi. Sono stati messi chilometri di reti a protezione delle coltivazioni perché qui girano cinghiali, caprioli e lupi. Roberto ci racconta che i suoi vigneti sono dislocati in tre zone differenti e che ognuna imprime caratteristiche diverse ai vini. Infatti, intorno ad Ortovero (dove oltre al Pigato coltiva Granaccia, Rossese e Syrah e in misura minore altre varietà a bacca rossa) i terreni sono sciolti e sassosi per il disfacimento di conglomerati di roccia sedimentaria, regalando ai vini sapidità ed esuberanza. Nella zona sopra Pogli di Ortovero invece, i vigneti sono interamente contornati da boschi e affondano le radici su pietra calcarea e argille azzurre risalenti al Pliocene, ricche di micro e macro fauna fossile, le quali donano al Pigato mineralità.  Sopra Ranzo la terra cambia ancora. L’argilla è meno compatta, con gli ossidi di ferro e manganese a colorarla di rosso. Qui le piante di vite superano i cinquant’anni e i vini acquistano profondità e ricchezza. Una varietà di terreni impressionante, considerando la poca distanza tra loro! Tornati in azienda siamo passati agli assaggi: Pigato Le Russeghine 2022  Pigato Le Russeghine 2010 Pigato U Baccan 2010  Pigato U Baccan 2016 Pulin 2019 Rosso IGT (Granaccia e Syrah)   MASSIMO ALESSANDRI  Massimo ci accoglie in una sorta di “faro di terra” a circa 400 mslm, in località Costa Parrocchia nel Comune di Ranzo. Qui, su terreni calcarei-argillosi, si trovano i 7 ettari dell’azienda. Intorno a noi, terrazzamenti in cui ulivi e viti si alternano in un luogo sospeso tra le montagne appena spruzzate di neve e il mare. Il panorama dalla torre è incantevole e lo possiamo ammirare a 360 gradi! A trent’anni Massimo, cresciuto nel famoso ristorante di famiglia Pernambucco  ad Albenga – 50 anni di ristorazione, decide di dedicarsi alla produzione di vino.  Qualche ettaro è già di proprietà della famiglia e le vigne riforniscono di vino il ristorante. Massimo però vuole dare nuova vita e identità alla cantina. Così, dopo aver incrementato gli ettari (qualcosa comprato, altri in affitto), si dedica alla ricerca della qualità valorizzando le vecchie vigne di Pigato le cui uve, dopo una sofficissima pressatura, affinano in tonneaux per un anno per poi sostare alcuni mesi in serbatoio di acciaio fino a raggiungere l’equilibrio ottimale per poter essere imbottigliate. Parallelamente, evidentemente influenzato dalla vicina Francia e in particolare dalla zona dello Châteauneuf-du-Pape, sviluppa altri vini dedicandosi a Viognier, Roussanne e Syrah, che completano e arricchiscono la già ampia linea di Pigato in tutte le sue declinazioni. Ad oggi, la produzione è di 40 mila bottiglie.  Con calma, curiosità e tante, tante chiacchiere, abbiamo degustato anche annate vecchie e sorprendenti a prova che il Pigato è vino anche da invecchiamento. Vermentino Costa de Vigne 2023  Pigato Costa de Vigne 2023   Pigato Vigne Veggie 2023  Pigato Vigne Veggie 2019 Pigato Vigne Veggie 2019 Pigato Vigne Veggie 2016 Pigato Vigne Veggie 2014 Viorus (Viognier e Roussanne) 2020  Puro (Roussanne) 2019  Ci siamo poi diretti al ristorante, dove abbiamo assaggiato nuovamente i vini, questa volta in abbinamento con i piatti stagionali proposti in carta. Oltre a molto altro, indimenticabili i rossetti al vapore con i carciofi di Albenga e la frittura di pesce, la vera focaccia ligure. Tutto merito dello Chef Nicoletta Pellegrinetti, che sapientemente ricerca le eccellenze della piana di Albenga e il miglior pescato del Mar Ligure con un risultato nel piatto sempre elegante e armonioso. Sono Claudia Riva di Sanseverino. Assaggio, degusto, scopro, curioso, provo e condivido. Seguimi su Instagram @crivads The voice of blogger    
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FIVI commenta le parole del commissario Hansen Arrow Right Top Bg

25 Marzo, 2025

FIVI commenta le parole del commissario Hansen

Parole che vanno nella direzione giusta: serve una strategia europea per il sistema vitivinicolo. La Presidente di FIVI Rita Babini I tempi della viticoltura sono lunghi, servono strategie che guardino lontano: climate change, guerre commerciali, rigidità del mercato interno sono sfide enormi, che si superano con l’impegno delle istituzioni e di tutti gli attori della filiera. Ludovico Maria Botti, Vignaiolo nel Lazio e consigliere nazionale FIVI, ieri è stato eletto vicepresidente di CEVI – Confederazione Europea dei Vignaioli Indipendenti. I Vignaioli indipendenti italiani, insieme ai colleghi europei, ripongono molta fiducia nel Commissario Hansen, che fin dal primo momento ha dimostrato di conoscere bene il settore agricolo e di rispettare l’importanza del sistema vitivinicolo europeo. Le parole che ha usato oggi a Roma lo dimostrano e vanno nella direzione giusta: un plauso particolare per l’obiettivo di semplificazione burocratica e per l’attenzione ai giovani agricoltori, oltre che per aver focalizzato l’attenzione sul vino e sulle richieste fatte dal Gruppo di alto livello. All’Unione Europea chiediamo di mettere in campo una vera e propria strategia per il nostro settore, che guardi al futuro e non si limiti al piccolo cabotaggio: climate change, guerre commerciali, rigidità del mercato interno sono sfide che vanno comprese e affrontate su un orizzonte di tempo lungo, perché lunghi sono i tempi della viticoltura, soprattutto quella di qualità, che valorizza e tutela i territori, cura i paesaggi rurali, rafforza le economie locali. Ed è proprio quella che oggi, ancora di più, va tutelata e promossa. Interviene così Rita Babini, Presidente di FIVI – Federazione Italiana Vignaioli Indipendenti, alla conclusione della conferenza “L’agricoltura è”, organizzata a Roma dal Ministero delle Politiche Agricole Alimentari e Forestali in occasione della visita del Commissario europeo per l’agricoltura e l’alimentazione, Christophe Hansen. Per fortunata coincidenza, proprio ieri al MUVIS – Museo del Vino e delle Scienze Agroalimentari di Castiglione in Teverina (Viterbo) si è svolta l’assemblea di CEVI, la Confederazione Europea dei Vignaioli Indipendenti che riunisce le rappresentanze nazionali dei Vignaioli di Francia, Italia, Portogallo,Grecia, Lussemburgo, Belgio, Slovenia, Repubblica Ceca, Ungheria, Bulgaria e Svizzera. La Presidente uscente, Matilde Poggi, Vignaiola in Veneto e già Presidente di FIVI, ha lasciato il posto al collega francese Samuel Masse. Nel board sono stati eletti come Vicepresidenti Ludovico Maria Botti, Vignaiolo nel Lazio e consigliere nazionale FIVI, Josef Valihrach (Repubblica Ceca), Mateja Škrl Kocijančič(Slovenia), mentre Ivo Varbanov (Bulgaria) è stato nominato Segretario Generale e Guy Krier  (Lussemburgo) ha preso l’incarico di Tesoriere. Sono estremamente orgoglioso di ricoprire questo ruolo: il mio impegno sarà rivolto a creare sinergie ancora più solide tra i Vignaioli a livello europeo, perché oggi più che mai c’è bisogno di unità e coesione per costruire insieme il futuro del vino italiano ed europeo   La Redazione
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