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7 Febbraio, 2025
Elemento Indigeno alla Slow Wine Fair
Storie di terroir, giovani vignaioli e cultura da Italia, Francia, Nuova Zelanda, Repubblica Ceca e non solo
Dai talenti emergenti ai custodi delle tradizioni, un’esplorazione di vini da produttori fuori dagli schemi che celebra la diversità come ricchezza
Elemento Indigeno sarà tra i protagonisti della quarta edizione della Slow Wine Fair, in programma a Bologna dal 23 al 25 febbraio 2025. L’evento, nato da un’idea di Slow Food e organizzato da BolognaFiere, è un appuntamento internazionale dedicato al vino “buono, pulito e giusto”, che celebra la viticoltura sostenibile e promuove la consapevolezza del valore culturale e sociale del vino.
Non poteva, quindi, mancare la presenza di Elemento Indigeno, progetto firmato da Compagnia dei Caraibi, che è pronto a portare alla Slow Wine Fair la sua visione unica del vino, capace di intrecciare tradizioni locali e sguardi globali, in un dialogo aperto e inclusivo. Con il catalogo “WINE IS”, Elemento Indigeno porta alla fiera una selezione di produttori internazionali che incarnano la sua filosofia: celebrare la diversità come ricchezza e valorizzare il vino come espressione culturale e artigianale. Le etichette selezionate rappresentano vini eclettici, autentici e fuori dagli schemi, un’esplorazione che celebra la vinificazione come atto culturale e artigianale.
Dalla categoria Wine is a Rockstar, che raccoglie talenti emergenti con un approccio rivoluzionario, arrivano: Séléné, un vero prodigio del vino naturale che molti considerano il futuro del Beaujolais; Andi Weigand, vignaiolo “fuggito dall’università”, che sta rivoluzionando il panorama vinicolo tedesco grazie alla sperimentazione che lo ha portato a sviluppare un percorso e tecniche sempre più raffinate e precise, producendo vini caratterizzati da una grande costanza; Seresin, visionario di Marlborough, Nuova Zelanda, ha portato nella viticoltura biodinamica la creatività maturata come direttore della fotografia in produzioni di fama mondiale, tra cui Harry Potter; Cacique Maravilla porta avanti una tradizione vitivinicola cilena di oltre 200 anni a Yumbel, su suoli vulcanici coltiva varietà storiche senza l’uso di prodotti chimici e con un approccio artigianale.
Nella sezione Wine is Roots, che esalta le tradizioni e il legame con il territorio, troviamo Stefano Occhetti, una giovane promessa del Roero, che produce vini come l’omonimo Occhetti e il Roero Rosso Sanche dal relativo cru, unendo il rigore della sua formazione da ingegnere a una profonda passione per il vino; Zahel, che porta con sé la cultura enoica viennese; e Jaroslav Osicka Wines, uno dei produttori di vini più anticonformisti della Repubblica Ceca. Non mancheranno le creazioni più audaci, volte a reinterpretare il processo fermentativo – dell’uva, e non solo –, di Wine is Contaminations, rappresentate da Pomologik, dalla Svezia, che si fa portavoce della rivoluzione del sidro.
Tra i vignaioli di Wine is a Rematch, categoria che celebra la forza d’animo e la capacità di superare le sfide, spiccano: Agricola Millami da Marsala, Sicilia, che si distingue per la varietà di vitigni autoctoni coltivati, protagonisti di un movimento di rinascita e crescente consapevolezza, e per i suoi appezzamenti, ognuno caratterizzato da un terroir unico; Fattoria Albatrella, dalla Toscana con 14 ettari, è il progetto di Marco e Margaux, che dal 2015 coltivano le terre di famiglia puntando sull’uso dei cavalli da tiro e sulla conversione biologica totale, con vinificazione autonoma dal 2024; Tenuta Il Nespolo dal Monferrato, impegnata a mantenere la salute dei terreni nel rispetto dei cicli naturali, e vincitrice del premio Giovane Vignaiolo di Slow Wine 2025; Domaine Arsac dalla Valle del Rodano in Francia, che coltiva sui pendii di La Chaumette a 400 m s.l.m.; e Gusbourne che produce metodo classico coltivando nel Kent, Regno Unito, barbatelle di Chardonnay, Pinot Nero e Pinot Meunier provenienti dalla Borgogna. Ognuno di loro racconta una storia di perseveranza e innovazione, rompendo gli schemi e arricchendo la comunità con nuove prospettive. Infine, Wine is Conviviality sarà rappresentata da Krásná Hora Winery, dall’angolo sud-orientale della Repubblica Ceca, la Moravia, con vini che invitano alla convivialità e sigillano legami tra le persone, incarnando lo spirito festoso della condivisione.
Il progetto di Compagnia dei Caraibi non sarà, però, solo una presenza espositiva: con una masterclass dedicata alla sostenibilità nella filiera del vino, vedrà Stefano Occhetti, Andi Weigand e Pomologik raccontare il loro approccio a un futuro in cui la qualità del vino va di pari passo con il rispetto per l’ambiente e per l’essere umano.
La partecipazione di Elemento Indigeno alla Slow Wine Fair si prospetta, dunque, un viaggio emozionante attraverso luoghi, storie e sapori che sapranno trasformare BolognaFiere in un crocevia di culture e intuizioni, un’esperienza imperdibile per chi cerca vini che sappiano raccontare il mondo.
La Redazione
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7 Febbraio, 2025
Palazzo Lodron. Olivia e Pipo, il sogno. Il loro sogno
Che cosa intende con sogni di felicità? Non mi offende il riferimento ai sogni, perché non c’è mortale sulla faccia della terra che qualche volta non sogni. Ma sogni di felicità! Sogni pacifici, rasserenanti, dolci sogni! Ecco quello che sono: sogni che si avvereranno, mi renderanno la vita, oggi più triste che non allegra, più tollerabile. (W. A. Mozart)
Cosa insegnano i sogni? Cosa sono i sogni? Cosa ci portano a fare i sogni? Cosa ci resta dei sogni?
Sì sogna mentre si dorme. In quella fase del sonno detta REM, il nostro cervello (ogni circa novanta minuti) genera immagini. Tutti noi sogniamo tanto che, scientificamente parlando, facciamo circa cinque sogni a notte. Solo che non li ricordiamo. Ricordiamo maggiormente qualcosa quando ci svegliamo durante il sonno REM. Che strano, che affascinante è il corpo e la mente.
Sogniamo anche da svegli quando la nostra immaginazione è in grado di andare in avanti nel tempo. Ci prefiguriamo qualcosa che non è neanche nella fase embrionale. La vediamo già realizzata. Tutti sogniamo anche ad occhi aperti. Solo che continuiamo a dormire anche da svegli. I sogni rimangono nel cassetto e non si realizzano. Realizzarli vorrebbe dire crederci, impegnarsi, coinvolgere le persone che sono intorno a noi e a noi cari. Spesso è tutto troppo, troppo difficile. Così, lasciamo stare. Sono grata a mio marito che ha questi sogni e io ammiro quel carattere in grado di sognare qualcosa di grande. Anche di rischioso. Ma si prova a realizzare i sogni. Questa è una bellissima cosa. Una donna che dice una cosa del genere per me ha già vinto. Per la sua intelligenza e il pragmatismo. Un pragmatismo che ha poco a che fare con la mentalità italica. Olivia è nata a Vienna. Olivia von Thurm und Taxis per la precisione. Un cognome che evoca la storia e che, nel caso di Olivia, ne fa parte. È molto ma molto riservata e ci tengo a preservare questo aspetto. Quello che lei ha nella testa e nel cuore adesso è l’avventura iniziata insieme a Pipo, il suo amore, suo marito. Al secolo Johannes Volpini de Maestri. Insieme sono Palazzo Lodron a Nogaredo, vicino Rovereto. Io sono nata vicino Vienna. In basso Austria. Ho studiato storia a Vienna. È stata la mia passione. Conosco mio marito da 35 anni e sono stata con lui tutta la mia vita. Lui ha ricevuto il Palazzo Lodron quando aveva 19 anni. Nogaredo è stato sempre il cuore della sua famiglia e anche adesso per lui è la cosa più importante. Butta dentro tutta la passione e l’amore che c’è. Palazzo Lodron non è un semplice palazzo di un paesino del Trentino. È qualcosa di molto più profondo e iconico. Cosi come Olivia e Pipo non sono solo moglie e marito. Sono qualcosa di più. Spesso noi italiani tendiamo a snobbare qualcosa perché non la conosciamo a fondo o semplicemente perché riteniamo non faccia parte della nostra storia.
Se chiedessimo ad un bambino di Salisburgo cosa rappresenti il cognome Lodron, saprebbe sciorinarci tutto. Non fosse altro perché li sono obbligati a studiare tutto di un personaggio che ha reso Salisburgo la meraviglia che è oggi. Paride Lodron fu arcivescovo di Salisburgo per ben 35 anni. Esattamente dal 1618 al 1653. In questo periodo, grazie al supporto dell’architetto Santino Solari, realizzò non solo i cinque ordini di di mura a bastioni che circondavano la città ma anche l’università di Salisburgo che porta proprio il suo nome.
Era nato a Nogaredo (anche se prima si chiamava Castelnuovo di Noarna) e qui diede incarico, sempre a Santino Solari, di completare il palazzo che oggi porta proprio il nome di Palazzo Lodron. Un palazzo con una storia pazzesca che parte dal tribunale delle streghe a residenza estiva dei Conti Lodron. Vita. Tutta una vita non basterebbe per contenere tutte le storie del Palazzo. Il palazzo è da sempre della famiglia di Pipo. Da più di 400 anni. Sua nonna era la ultima Contessa in casa. La casa è speciale: secondo me è calda e familiare. Un luogo che sa di famiglia. Quella essenza che nulla ha a che vedere con la nobiltà. Magari se ne respira comunque l’aria, ma poco conta. È della famiglia. È di famiglia. Pieno di ricordi di una vita, delle estati trascorse tutti insieme scorrazzando per le vigne o nelle stanze. Una residenza estiva con la terra intorno che rimaneva li a disposizione per le vacanze. Non certo per la vita. Pipo aveva altri interessi, altre ambizioni per la sua vita. Così Come Olivia. Ho studiato Storia e lavorato per una casa editrice che realizza libri d’arte. Dopo qualche mese siamo andati a New York e mi sono dovuta licenziare. Abbiamo vissuto li per due anni. Pipo ha studiato li legge. Poi siamo tornati e c’era già in vista che il contratto con la cantina si doveva chiudere. Cosa facciamo quando questi tre ettari tornano da noi? Due soggiorni di qualche anno a New York con rientro nel 2009. Due figlie, Maria e Flaminia che all’epoca avevano cinque e sei anni. La voglia di ritornare. Olivia parla un eccellente italiano ancorché condito da quel suo meraviglioso accento tedesco. Pardon, austriaco. Completamente differente dal tedesco. Fa qualche errore e se ne scusa immediatamente. Sarei tentato di spostare la conversazione in inglese ma preferisco tenerla sull’italiano: mi piace tantissimo ascoltarla in questa modalità. Sa di tenerezza e Olivia è davvero tenera. Ha gli occhi che esprimono gioia e un sorriso che sa di discrezione. Mi piacerebbe scavare più a fondo della sua storia ma non riesco proprio a voler forzare la sua intimità. Il cognome che portava prima di abbracciare quello del marito, sa di storia antica, di nobiltà, di blasone. È come se volesse tenersene alla larga. Le parole di entusiasmo che usa per narrare l’avventura iniziata con Pipo sono sincere. È serena ora. Le sue scelte di vita sembrano averle portato quella serenità della quale aveva bisogno: la famiglia, Pipo, i sogni. Magari proprio il rientro in Austria e la necessità di capire cosa fare del Palazzo e delle terre. Abbiamo un pò forzato il ritorno perché nel contratto c’era anche metà della casa. La volevamo indietro. Quelle terre, poco più di tre ettari rimasti dalle varie spartizioni dinastiche, erano state date in affitto per trent’anni insieme a parte del palazzo. Un legame con un luogo che torna a galla proprio alla scadenza dell’affitto. Abbiamo parlato dicendo cosa facciamo con la campagna? Diamo in affitto? Diamo l’uva ad un amico e scriviamo vini Volpini? Alla fine abbiamo deciso di provare noi. Volevamo fare un vino di alta qualità e Pipo ha detto che se non funziona continuiamo a ridere perché abbiamo un buon vino in cantina. Ride di gusto Olivia pensando a quei momenti. Nella casa di Salisburgo parlavano del futuro. Dei sogni. Di una vita che avrebbe potuto prendere una strada diversa. O solo di un passatempo. Chissà. Flaminia e Maria li guardavano non capendo. Non capendo di cosa i due genitori stessero parlando. Vino? Vigna? Campagna? Alieni forse. Decidere di prendere la gestione dell’intero Palazzo e delle terre non è cosa di poco conto. Che vuol dire coltivare la terra? Tenere gli impianti attuali? Farne nuovi? Che vino produrre?
Ecco, occorreva partire dal vino. Che vino produrre? Abbiamo deciso di fare un nuovo impianto perché chi l’ha gestita non l’ha gestita bene. Non siamo stati d’accordo con quello che c’era. C’era la pergola e tanti tipi di uva. Volevamo fare un vino che piace a noi. Abbiamo parlato con un agronomo dell’Alto Adige che ha detto: datemi tre bottiglie che vi piacciono così partiamo da quelle. L’agronomo ed enologo è Walter Schullian, uno dei più apprezzato della zona tanto da riuscire a creare anche una propria etichetta, Lacus. Poi Alexander, il vignaiolo. Matteo e Davide gli artefici delle cose che succedono. In inverno abbiamo bevuto tutti i vini del mondo per capire cosa ci piace. In primavera abbiamo dato ad Alexander tre bottiglie di vino. Non mi ricordo cosa gli abbiamo dato! Continua a ridere Olivia ricordando quell’inverno. Quello che per molti può sembrare una stranezza, un frivolo gioco di persone annoiate, per Olivia e Pipo è molto di più. Non si tratta di giocare con le vigne ma di produrre qualcosa che possa rappresentare loro e Palazzo Lodron. Qualcosa di importante, qualitativamente eccellente, memorabile. Vini che potessero dire la loro in maniera decisa e determinata. Altro che gioco, ne sentivano la responsabilità. Lui ha detto ok allora mettiamo, secondo questo gusto, 30% Merlot, 30% Cabernet Franc, 30% Cabernet Sauvignon e un pò di Carmenere. Il risultato è quello che ci piace. Dunque, nel 2015 Olivia e Pipo rientrano in possesso della tenuta e dell’intero Palazzo. Nel 2016 sostituiscono le vecchie pergole con nuovi impianti e barbatelle totalmente nuove. Per la prima annata di produzione occorre aspettare il 2018. Quattro vini: un rosato e tre rossi. Il rosato lo abbiamo fatto perché ci piace il rosato e anche perché la mia suocera ha detto “non c’è niente per me li?” A lei piace solo il bianco e il rosato. Ci piace per avere anche un pò di varietà La forza di volontà di Olivia è pazzesca e seconda solo al suo buon umore. Oltre che alla modestia e discrezione. Per mettere in piedi l’azienda si è dovuta sobbarcare di tante cose visto che Pipo ha il suo lavoro da commercialista a Salisburgo e si può dedicare all’azienda nei fine settimana. Viviamo tra Salisburgo, Austria, autostrada del Brennero e Nogaredo, questa la mia vita. Cerchiamo di essere sempre insieme. Adesso le nostre figlie sono uscite da casa e quindi sono di più a Nogaredo. Forse mettendo da parte quella che era ed è ancora la sua passione. La storia. La Storia è la mia passione. Storia dell’arte. Una passione innata e coltivata grazie a mio papà con il quale leggevo i libri di storia. Con i figli, per stare più a casa, ho iniziato una piattaforma con una mia amica per scrivere biografie. Non di persone ma di privati. Ho fatto questo per venti anni. Il vino però prende sempre più tempo. La Storia. Ritorna la Storia. Olivia è nel flusso della Storia. La sensazione che ho continua ad essere questa. Una sensazione che non va via ancorché sia proprio lei, inconsapevolmente forse, a cercare distogliere l’attenzione. Eppure l’amore per Pipo e per la sua famiglia traspare in ogni sua parola. In ogni suo sguardo. Ogni qualvolta che nomina Pipo o le sue figlie. Come se fosse questo il suo vero sogno. Poi Palazzo Lodron, come fosse un castello Ma l’amore vuole libertà
Poter andare, poter venire
Un castello sarebbe un’alleanza
Quando l’amore è soprattutto erranza. I sogni di Pipo sono sono diventati anche i suoi.
Nogaredo, la vigna, Palazzo Lodron, il vino. Da produrre, promuovere e vendere. Abbiamo un bellissimo team con enologo, agronomo e dei ragazzi che ci aiutano in campagna. Ci spiegano tutto perché siamo pieni di domande e impariamo in ogni stagione. Come si potano le viti, la vendemmia estiva, ecc. Noi adesso non siamo esperti per niente ma sappiamo di cosa si tratta in ogni stagione. Così ogni anno siamo più decisi di cosa vogliamo e cosa non vogliamo. Diventiamo sempre più sicuri di quanto succede in cantina e in campagna. Modestia e consapevolezza. Oltre che rispetto per chi sa le cose. Ci vuole una gran dose di umiltà per non sopraffare nessuno ed ascoltare. Farsi guidare da chi le mani nella terra le ha messe da generazioni. Umiltà e tanto spirito di intraprendenza. Investire tutti i loro risparmi in questa avventura non è stato affatto banale. Pipo avrebbe potuto comprarsi una Porsche o fare viaggi. Sarebbe stato più facile. È molto più coraggioso iniziare una strada cosi impervia. Anche con il rischio di fare una bruttissima figura. Adesso andiamo a mangiare la pizza e abbiamo una piccola tenuta di vino. Oggi si producono poco più di 9.000 bottiglie. Produzione piccolissima ma che consente di ottenere prodotti di altissimo valore e qualità. Per noi è importante fare vini autentici. Siamo molto contenti e stiamo dietro i prodotti. Vogliamo fare un prodotto autentico e non vogliamo essere biologici per avere il marchio. Vogliamo lavorare cosi. Cerchiamo di lavorare senza farne clamore. Il Palazzo è come uno Chateau di Bordeaux. C’è la torre, la cantina, la casa, le vigne. In fondo tre ettari sono pochi ma al contempo giusti per cominciare a far vivere un sogno. Olivia e Pipo non hanno fretta. Le figlie adesso hanno 21 e 19 anni. Una studia storia a Vienna ricalcando le orme della madre; l’altra, economia come il padre. Hanno già esperienze di lavoro e viaggi e se prima erano scettiche di quanto facevano i genitori, adesso, ne sono certo, ne vanno fiere. Sono curiosa di capire cosa facciamo con loro. Hanno visto che siamo diventati produttori di vino. Ora lavorano un pò con noi. Sono state alle fiere. Lavorano in cantina ma non vogliamo forzare. Prima scettiche ore fiere. Il tempo serve per far maturare il vino. Per renderlo nobile. Per poter compenetrare la storia nelle bottiglie. Ecco allora che queste devono riposare tra le mura del Palazzo Lodron. Impossibile fare diversamente. Tranne il rosato tutte le bottiglie fanno legno. Rimangono nel legno. Sono nel legno anche nella fermentazione. Il covid ci ha salvato. Dopo il 22 la prima annata aveva 4 anni. Dunque ora siamo a posto perché possiamo vendere i vini che hanno 4 anni. Vendiamo i vini pronti. Adesso i vini fanno vedere la loro potenza. I nostri vini stanno tanto tempo in cantina e rappresentano bene il Palazzo. Sono in simbiosi. Scopriamoli i vini di Palazzo Lodron. Il primo non può essere che il Rosato Flaminia. Blend di Cabernet Sauvignon, Cabernet Franc e Merlot. Flaminia è la nostra figlia più grande è il nome del rosato. L’altra è Maria e ancora non abbiamo ancora il vino. Stiamo lavorando per questo. Forse un Carmenere in purezza. Colore rubino scarico che può essere atipico per un rosato ma, essendo prodotto con il salasso, ci sta. Comunque sia, bello e luminoso, sì lascia ammirare come si ammira l’abito di una damigella.
Al naso subito evidente, come a manifestare la propria precisa identità, appare la fragola. Forse è la fragola più netta che abbia mai sentito in un vino. Così netta che le altre sensazioni erbacee e agrumate, passano in secondo piano. Non che non ci siano, non che non facciano effetto, è che che la fragola, che appare ora succosa e condita da zucchero e limone, rimane completamente impressa all’interno del cavo nasale. Meravigliosa, fresca, croccante. È come se avessi portato al naso il fazzoletto profumato donato da quella damigella. L’odore è così entrato dentro le narici che non riesco a capire più nulla.
Ne bevo un sorso e la sensazione olfattiva si trasforma immediatamente in gustativa: sa ancora di fragola. Ma non è stucchevole. Non sa di uva fragola. Sa di vino secco e sapido, moderatamente caldo con l’agrume che lo rende verticale fino a quando non interviene la fragola ad allargarne la base. La sapidità spinge ancora e la bocca si trova in uno stato beato con la voglia e il desiderio di un nuovo sorso. Il sentore di fragola che diventa sapore con un finale lievemente amarognolo così da rendere non stucchevole ma incantevole questo vino.
Da non lasciarselo scappare visto che sono state prodotte solo 2700 bottiglie. Rizzoi è il blend di Cabernet Sauvignon, Carmenere e Merlot con 18 mesi di affinamento in barrique. Rizzoi è un terreno sopra la casa. Un vecchio nome trentino. È una piccola casa di pietra dove dentro c’è la sorgente dell’acqua. Bello sapere che dall’acqua nasce il vino. Nel calice è intenso e impenetrabile con i sentori che sembrano voler uscire senza nemmeno roteare il bicchiere.
La frutta che emerge al naso è matura al limite del cotto: mela cotogna, arancia, fragole, more, mirtilli, prugna, ciliegia nera matura, carnosa. Il sottobosco evidenzia quella sensazione di montagna che alcuni frutti avevano preannunciato. Il balsamico conferma questa sensazione e il muschio insieme agli aghi di pino non fanno che rafforzarne la potenza. Poi arrivano i sentori del legno: vaniglia, noce moscata, legno di cedro, tabacco. Continuo a roteare il bicchiere e continuo a scoprire sentori nuovi. Come se ognuno pretendesse il proprio tempo. Ognuno il proprio palcoscenico. Tutto è bilanciato. Tutto è privo di eccessi.
Il sorso è decisamente secco, intenso, poderoso, caldo e avvolgente. Quasi vischioso. Il tannino maturo e imponente come il guardiano di un portone pronto comunque a farsi da parte per far entrare, chi deve, a godere dell’interno. La frutta ritorna in bocca prepotente con il velo di sottobosco a rendere prezioso il sorso.
Persistenza lunga e sapidità estremamente spinta.
Un vino assolutamente non banale, preciso, determinato, ampio. Dotato di un bilanciamento perfetto con la ciliegia e la fragola che diventa marmellata e si fonde con il sottobosco alternandosi al ritmo di un valzer viennese. Rimane tanto in bocca ma ciò che rimane maggiormente è la voglia di berlo.
Un vino che sa di tempo, di trascorso ma anche di futuro. Anche in questo caso, poche le bottiglie prodotte: solo 4000. Pare che Wolfang Amadeus Mozart, vicino di casa dei Lodron, avesse una particolare ammirazione per Antonia Lodron così da comporre per lei, nel 1776, il concerto per tre pianoforti e orchestra, Lodron Konzert all’interno del quale è presente il Divertimento n.10. Divertimento n.10 è anche il nome del vino realizzato con l’80% di Cabernet Franc e Merlot affinato per 12 mesi in botte grande.
È questo un vino divertente? Occorre capire cosa voglia dire divertimento. Non è semplicissimo ma immaginate una sequenza di brani strumentali che abbiano dalla loro la scorrevolezza, la leggerezza. Una sorta di intermezzo che voleva spezzare la solennità di alcune opere. Spesso i nobili commissionavano i divertimenti per celebrare qualcosa come una laurea, un matrimonio. In effetti i sentori di questo vino si rincorrono e si esaltano grazie ad un velo di balsamico. Arrivano e scompaiono in maniera fine e delicata. Senza sovrapporsi, danzando nel calice. I fiori delicati lasciano il posto ai frutti di bosco, ai lamponi, alla ciliegia. Questi a loro volta si mettono da parte per consentire alle fragoline di bosco di avvolgere i recettori nasali e stringersi in un abbraccio fresco e caldo. Una sensazione ossimorica che dura giusto il tempo perché il sottobosco possa emergere con la sua vena di legno bagnato. Le spezie si fanno strada come fossero note pungenti di un violino: cannella, noce moscata e cioccolata. Arrivano e scompaiono fino a che riemerge il floreale e l’aria si ripete.
La bocca attende il sorso. Non fosse altro per capire se il gusto richiami o meno le sensazioni olfattive. Assonanza o contrasto. Archi o fiati. Acuti o bassi.
Niente e tutto. Sì rimane stupiti da una fresca pastosità. Quella che sembrava finezza armonica al naso, in bocca diventa densità, importanza, stranezza. È una insolita e intrigante nota affumicata a sparigliare le carte. Sapido, caldo, armonioso, sembra avvolgere delicatamente grazie ad un retrogusto di tabacco trinciato che si unisce alla ciliegia e al cioccolato. Ma poi c’è il tannino maturo ma non ancora arrotondato e la lunga persistenza che lo rendono diverso da come si presumeva fosse. Il soave bilanciamento e il finale di bocca infine è come il termine di una sinfonia nella quale le sensazioni si sono rincorse per brevi, lunghissimi attimi. Per capire Gran Tasso, il Merlot affinato in tonneau per 36 mesi e prodotto in davvero poche bottiglie (ho avuto la fortuna di aprire la bottiglia n. 126 di 425) occorre girare la bottiglia e leggerne l’etichetta: It’s a badger (Italian Tasso) because I dedicate this wine to my Principessa and wife Olivia, born Thurn und Taxis (Torre e Tasso) Gran Tasso è per la mia famiglia Torre e Tasso (Thurn und Taxis). È dedicato alla mia famiglia. Mio marito ha deciso che lo voleva fare per me. Ha fatto Pipo il disegno del tasso. Le etichette le fa un nostro nipote. Cerchiamo di fare tante cose in famiglia. Tutta la famiglia viene qui a Nogaredo l’estate. Tutti si trovano qui. Il palazzo è come un magnete. Pipo ha tre sorelle più grandi e loro hanno i bambini. Tutti vengono a Nogaredo. Vogliono venire tutti ed è molto bello quando ci sono. Gran Tasso è il Merlot che nasce tra le braccia delle Dolomiti dove le rocce sussurrano storie antiche e il sole bacia le vigne come un amante fedele. È un respiro di terroir e cielo, un vino che nasconde nel suo cuore di rubino il calore di un tramonto alpino, la forza silenziosa delle montagne e l’eleganza di un passo danzante tra i filari. Gran Tasso è un tributo di Pipo alla sua Principessa Olivia il cui nome è scolpito in ogni goccia: morbida come la seta di un ricordo; intensa come il profumo di more mature e amarene sotto spirito; fresca come il sottobosco e gli aghi di pino; complessa come il cioccolato, la noce moscata, il tabacco, il pellame; delicata come una rosa; intensa come la prugna e il mirtillo; penetrante come il balsamico. Il Gran Tasso diventa colonna sonora di un istante sospeso con il sorso poderoso e possente, dialogo tra epoche: il minerale delle Alpi incontra l’avvolgenza che sa di storia; l’ombra fresca dei vento si fonde con il calore di un frutto generoso e vivo.
Va bevuto lentamente, dopo averlo fatto respirare lasciando che il suo tannino vellutato racconti di come il vento delle Dolomiti ne abbia modellato la dolcezza; di come il tempo, paziente cantore, abbia intessuto in lei note di spezie segrete. E quando il liquido denso arriva giù fino al cuore, si può godere di un finale quasi amarognolo impervio, a tratti duro ma che sembra ribadire la carezza di una mano delicata.
Il Gran Tasso è la lettera d’amore, sigillata dal cielo, scritta con il sangue della terra e l’inchiostro delle stelle così da essere eterna in un attimo. Adesso sono dentro del vino. La storia interessa sempre ma c’è la necessità del vendere il vino. Olivia vuole assolutamente concentrarsi su questa avventura. C’è sì un devo farlo ma c’è soprattutto un voglio farlo. È contenta dei vini ed è contenta quando qualcuno le fa i complimenti per il vino. Quando vado alle fiere e vedo la risata dei clienti: le persone sono sorprese. Olivia è entusiasta e felice. Glielo si legge in viso. Ed è lo stesso viso di quando parlava della Storia, dello studio, dello scrivere delle persone. Le interviste con le persone, quelle che hanno vissuto la guerra. I ricordi. Le lacrime. Le foto. Tenere tutto questo in un libro è una cosa meravigliosa. Ma non posso fare tutto. Si vede che ha ritrovato qualcosa del medesimo calibro nel vino. Nelle esperienze. È come se Olivia stesse instillando una storia nella bottiglia e Palazzo London le custodirà fino a quando non sono pronte a raccontare un pezzo di Storia. Della storia di questa famiglia. Adesso non abbiamo soldi per ingrandirci. Il business plan dice che non facciamo le cose esagerate. Dovremmo arrivare a circa 20/30.000 bottiglie ma numero di oggi ci rende contenti perché per iniziare ci consente di curare tutto alla perfezione. Dobbiamo far conoscere i nostri vini. Ci vuole tanto tempo e pazienza. Non si fa da un giorno all’altro. Il lavoro porta i frutti. Quello che voglio fare di più sono le cene e gli incontri da noi per invitare più giornalisti, sommelier, enoteche, qui. Voglio fare un centro del buon vino. Vorrei mettere il Trentino nella carta dei vini. In genere c’è solo Trento doc e San Leonardo. Mi piacerebbe che il trentino uscisse di più. In fondo, questa è una storia d’amore. Di amore per una terra e per dei luoghi. Di amore reciproco tra Olivia e Pipo. Di amore per la Storia. Di amore per il vino.
La dedica sul Gran Tasso è solo un piccolo, breve accenno di quello che si respira a Palazzo Lodron dove ogni cosa sa di amore e dove mi piacerebbe poter vedere gli Occhi di Olivia che incontrano quelli di Pipo. Olivia e Pipo Volpini de Maestri hanno adesso solo voglia vivere a Palazzo Lodron e creare una azienda dove il lavoro possa dar vita a qualcosa di speciale. Un Palazzo che dalla Storia e per la Storia ritorna a prendere vita attraverso il loro amore e la materia viva della quale è composto il vino. Che parla della Storia e come la Storia si evolve mantenendo al suo interno il frutto del lavoro e della fatica di tanti.
Qualcosa da raccontare. Qualcosa per tenere in vita i sogni alimentandoli e portandoli nella storia. Mio marito ha i sogni e io lo supporto nel realizzare i sogni. Olivia ha preso il cognome del marito, Volpini de Maestri rinunciando al blasonatissimo suo. Ha rinunciato alla Storia e forse alla sua di Storia. Non ha solo abbracciato un sogno ma lo ha fatto e continua a farlo con amore, infinito amore. Per Pipo. Per Flaminia. Per Maria. Per Palazzo Lodron. Per tutto ciò che questo rappresenta.
Non per far parte del sogno ma per esserne attrice protagonista. Insieme a Pipo. Perché il sogno è di entrambe. Un sogno che magari sarà anche Storia. E se si sentirà ancora una comprimaria sarà solo perché il suo sguardo non è mai solo con gli occhi, ma con il cuore. Non si vede bene che col cuore. L’essenziale è invisibile agli occhi Il link al sito di Palazzo Lodron è: https://www.palazzolodron.it/ Instagram Facebook Ivan Vellucci – Suggestioni di Vino
ivan.vellucci@winetalesmagazine.com Mi trovi su Instagram come @ivan_1969
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Sogniamo anche da svegli quando la nostra immaginazione è in grado di andare in avanti nel tempo. Ci prefiguriamo qualcosa che non è neanche nella fase embrionale. La vediamo già realizzata. Tutti sogniamo anche ad occhi aperti. Solo che continuiamo a dormire anche da svegli. I sogni rimangono nel cassetto e non si realizzano. Realizzarli vorrebbe dire crederci, impegnarsi, coinvolgere le persone che sono intorno a noi e a noi cari. Spesso è tutto troppo, troppo difficile. Così, lasciamo stare. Sono grata a mio marito che ha questi sogni e io ammiro quel carattere in grado di sognare qualcosa di grande. Anche di rischioso. Ma si prova a realizzare i sogni. Questa è una bellissima cosa. Una donna che dice una cosa del genere per me ha già vinto. Per la sua intelligenza e il pragmatismo. Un pragmatismo che ha poco a che fare con la mentalità italica. Olivia è nata a Vienna. Olivia von Thurm und Taxis per la precisione. Un cognome che evoca la storia e che, nel caso di Olivia, ne fa parte. È molto ma molto riservata e ci tengo a preservare questo aspetto. Quello che lei ha nella testa e nel cuore adesso è l’avventura iniziata insieme a Pipo, il suo amore, suo marito. Al secolo Johannes Volpini de Maestri. Insieme sono Palazzo Lodron a Nogaredo, vicino Rovereto. Io sono nata vicino Vienna. In basso Austria. Ho studiato storia a Vienna. È stata la mia passione. Conosco mio marito da 35 anni e sono stata con lui tutta la mia vita. Lui ha ricevuto il Palazzo Lodron quando aveva 19 anni. Nogaredo è stato sempre il cuore della sua famiglia e anche adesso per lui è la cosa più importante. Butta dentro tutta la passione e l’amore che c’è. Palazzo Lodron non è un semplice palazzo di un paesino del Trentino. È qualcosa di molto più profondo e iconico. Cosi come Olivia e Pipo non sono solo moglie e marito. Sono qualcosa di più. Spesso noi italiani tendiamo a snobbare qualcosa perché non la conosciamo a fondo o semplicemente perché riteniamo non faccia parte della nostra storia.
Se chiedessimo ad un bambino di Salisburgo cosa rappresenti il cognome Lodron, saprebbe sciorinarci tutto. Non fosse altro perché li sono obbligati a studiare tutto di un personaggio che ha reso Salisburgo la meraviglia che è oggi. Paride Lodron fu arcivescovo di Salisburgo per ben 35 anni. Esattamente dal 1618 al 1653. In questo periodo, grazie al supporto dell’architetto Santino Solari, realizzò non solo i cinque ordini di di mura a bastioni che circondavano la città ma anche l’università di Salisburgo che porta proprio il suo nome.
Era nato a Nogaredo (anche se prima si chiamava Castelnuovo di Noarna) e qui diede incarico, sempre a Santino Solari, di completare il palazzo che oggi porta proprio il nome di Palazzo Lodron. Un palazzo con una storia pazzesca che parte dal tribunale delle streghe a residenza estiva dei Conti Lodron. Vita. Tutta una vita non basterebbe per contenere tutte le storie del Palazzo. Il palazzo è da sempre della famiglia di Pipo. Da più di 400 anni. Sua nonna era la ultima Contessa in casa. La casa è speciale: secondo me è calda e familiare. Un luogo che sa di famiglia. Quella essenza che nulla ha a che vedere con la nobiltà. Magari se ne respira comunque l’aria, ma poco conta. È della famiglia. È di famiglia. Pieno di ricordi di una vita, delle estati trascorse tutti insieme scorrazzando per le vigne o nelle stanze. Una residenza estiva con la terra intorno che rimaneva li a disposizione per le vacanze. Non certo per la vita. Pipo aveva altri interessi, altre ambizioni per la sua vita. Così Come Olivia. Ho studiato Storia e lavorato per una casa editrice che realizza libri d’arte. Dopo qualche mese siamo andati a New York e mi sono dovuta licenziare. Abbiamo vissuto li per due anni. Pipo ha studiato li legge. Poi siamo tornati e c’era già in vista che il contratto con la cantina si doveva chiudere. Cosa facciamo quando questi tre ettari tornano da noi? Due soggiorni di qualche anno a New York con rientro nel 2009. Due figlie, Maria e Flaminia che all’epoca avevano cinque e sei anni. La voglia di ritornare. Olivia parla un eccellente italiano ancorché condito da quel suo meraviglioso accento tedesco. Pardon, austriaco. Completamente differente dal tedesco. Fa qualche errore e se ne scusa immediatamente. Sarei tentato di spostare la conversazione in inglese ma preferisco tenerla sull’italiano: mi piace tantissimo ascoltarla in questa modalità. Sa di tenerezza e Olivia è davvero tenera. Ha gli occhi che esprimono gioia e un sorriso che sa di discrezione. Mi piacerebbe scavare più a fondo della sua storia ma non riesco proprio a voler forzare la sua intimità. Il cognome che portava prima di abbracciare quello del marito, sa di storia antica, di nobiltà, di blasone. È come se volesse tenersene alla larga. Le parole di entusiasmo che usa per narrare l’avventura iniziata con Pipo sono sincere. È serena ora. Le sue scelte di vita sembrano averle portato quella serenità della quale aveva bisogno: la famiglia, Pipo, i sogni. Magari proprio il rientro in Austria e la necessità di capire cosa fare del Palazzo e delle terre. Abbiamo un pò forzato il ritorno perché nel contratto c’era anche metà della casa. La volevamo indietro. Quelle terre, poco più di tre ettari rimasti dalle varie spartizioni dinastiche, erano state date in affitto per trent’anni insieme a parte del palazzo. Un legame con un luogo che torna a galla proprio alla scadenza dell’affitto. Abbiamo parlato dicendo cosa facciamo con la campagna? Diamo in affitto? Diamo l’uva ad un amico e scriviamo vini Volpini? Alla fine abbiamo deciso di provare noi. Volevamo fare un vino di alta qualità e Pipo ha detto che se non funziona continuiamo a ridere perché abbiamo un buon vino in cantina. Ride di gusto Olivia pensando a quei momenti. Nella casa di Salisburgo parlavano del futuro. Dei sogni. Di una vita che avrebbe potuto prendere una strada diversa. O solo di un passatempo. Chissà. Flaminia e Maria li guardavano non capendo. Non capendo di cosa i due genitori stessero parlando. Vino? Vigna? Campagna? Alieni forse. Decidere di prendere la gestione dell’intero Palazzo e delle terre non è cosa di poco conto. Che vuol dire coltivare la terra? Tenere gli impianti attuali? Farne nuovi? Che vino produrre?
Ecco, occorreva partire dal vino. Che vino produrre? Abbiamo deciso di fare un nuovo impianto perché chi l’ha gestita non l’ha gestita bene. Non siamo stati d’accordo con quello che c’era. C’era la pergola e tanti tipi di uva. Volevamo fare un vino che piace a noi. Abbiamo parlato con un agronomo dell’Alto Adige che ha detto: datemi tre bottiglie che vi piacciono così partiamo da quelle. L’agronomo ed enologo è Walter Schullian, uno dei più apprezzato della zona tanto da riuscire a creare anche una propria etichetta, Lacus. Poi Alexander, il vignaiolo. Matteo e Davide gli artefici delle cose che succedono. In inverno abbiamo bevuto tutti i vini del mondo per capire cosa ci piace. In primavera abbiamo dato ad Alexander tre bottiglie di vino. Non mi ricordo cosa gli abbiamo dato! Continua a ridere Olivia ricordando quell’inverno. Quello che per molti può sembrare una stranezza, un frivolo gioco di persone annoiate, per Olivia e Pipo è molto di più. Non si tratta di giocare con le vigne ma di produrre qualcosa che possa rappresentare loro e Palazzo Lodron. Qualcosa di importante, qualitativamente eccellente, memorabile. Vini che potessero dire la loro in maniera decisa e determinata. Altro che gioco, ne sentivano la responsabilità. Lui ha detto ok allora mettiamo, secondo questo gusto, 30% Merlot, 30% Cabernet Franc, 30% Cabernet Sauvignon e un pò di Carmenere. Il risultato è quello che ci piace. Dunque, nel 2015 Olivia e Pipo rientrano in possesso della tenuta e dell’intero Palazzo. Nel 2016 sostituiscono le vecchie pergole con nuovi impianti e barbatelle totalmente nuove. Per la prima annata di produzione occorre aspettare il 2018. Quattro vini: un rosato e tre rossi. Il rosato lo abbiamo fatto perché ci piace il rosato e anche perché la mia suocera ha detto “non c’è niente per me li?” A lei piace solo il bianco e il rosato. Ci piace per avere anche un pò di varietà La forza di volontà di Olivia è pazzesca e seconda solo al suo buon umore. Oltre che alla modestia e discrezione. Per mettere in piedi l’azienda si è dovuta sobbarcare di tante cose visto che Pipo ha il suo lavoro da commercialista a Salisburgo e si può dedicare all’azienda nei fine settimana. Viviamo tra Salisburgo, Austria, autostrada del Brennero e Nogaredo, questa la mia vita. Cerchiamo di essere sempre insieme. Adesso le nostre figlie sono uscite da casa e quindi sono di più a Nogaredo. Forse mettendo da parte quella che era ed è ancora la sua passione. La storia. La Storia è la mia passione. Storia dell’arte. Una passione innata e coltivata grazie a mio papà con il quale leggevo i libri di storia. Con i figli, per stare più a casa, ho iniziato una piattaforma con una mia amica per scrivere biografie. Non di persone ma di privati. Ho fatto questo per venti anni. Il vino però prende sempre più tempo. La Storia. Ritorna la Storia. Olivia è nel flusso della Storia. La sensazione che ho continua ad essere questa. Una sensazione che non va via ancorché sia proprio lei, inconsapevolmente forse, a cercare distogliere l’attenzione. Eppure l’amore per Pipo e per la sua famiglia traspare in ogni sua parola. In ogni suo sguardo. Ogni qualvolta che nomina Pipo o le sue figlie. Come se fosse questo il suo vero sogno. Poi Palazzo Lodron, come fosse un castello Ma l’amore vuole libertà
Poter andare, poter venire
Un castello sarebbe un’alleanza
Quando l’amore è soprattutto erranza. I sogni di Pipo sono sono diventati anche i suoi.
Nogaredo, la vigna, Palazzo Lodron, il vino. Da produrre, promuovere e vendere. Abbiamo un bellissimo team con enologo, agronomo e dei ragazzi che ci aiutano in campagna. Ci spiegano tutto perché siamo pieni di domande e impariamo in ogni stagione. Come si potano le viti, la vendemmia estiva, ecc. Noi adesso non siamo esperti per niente ma sappiamo di cosa si tratta in ogni stagione. Così ogni anno siamo più decisi di cosa vogliamo e cosa non vogliamo. Diventiamo sempre più sicuri di quanto succede in cantina e in campagna. Modestia e consapevolezza. Oltre che rispetto per chi sa le cose. Ci vuole una gran dose di umiltà per non sopraffare nessuno ed ascoltare. Farsi guidare da chi le mani nella terra le ha messe da generazioni. Umiltà e tanto spirito di intraprendenza. Investire tutti i loro risparmi in questa avventura non è stato affatto banale. Pipo avrebbe potuto comprarsi una Porsche o fare viaggi. Sarebbe stato più facile. È molto più coraggioso iniziare una strada cosi impervia. Anche con il rischio di fare una bruttissima figura. Adesso andiamo a mangiare la pizza e abbiamo una piccola tenuta di vino. Oggi si producono poco più di 9.000 bottiglie. Produzione piccolissima ma che consente di ottenere prodotti di altissimo valore e qualità. Per noi è importante fare vini autentici. Siamo molto contenti e stiamo dietro i prodotti. Vogliamo fare un prodotto autentico e non vogliamo essere biologici per avere il marchio. Vogliamo lavorare cosi. Cerchiamo di lavorare senza farne clamore. Il Palazzo è come uno Chateau di Bordeaux. C’è la torre, la cantina, la casa, le vigne. In fondo tre ettari sono pochi ma al contempo giusti per cominciare a far vivere un sogno. Olivia e Pipo non hanno fretta. Le figlie adesso hanno 21 e 19 anni. Una studia storia a Vienna ricalcando le orme della madre; l’altra, economia come il padre. Hanno già esperienze di lavoro e viaggi e se prima erano scettiche di quanto facevano i genitori, adesso, ne sono certo, ne vanno fiere. Sono curiosa di capire cosa facciamo con loro. Hanno visto che siamo diventati produttori di vino. Ora lavorano un pò con noi. Sono state alle fiere. Lavorano in cantina ma non vogliamo forzare. Prima scettiche ore fiere. Il tempo serve per far maturare il vino. Per renderlo nobile. Per poter compenetrare la storia nelle bottiglie. Ecco allora che queste devono riposare tra le mura del Palazzo Lodron. Impossibile fare diversamente. Tranne il rosato tutte le bottiglie fanno legno. Rimangono nel legno. Sono nel legno anche nella fermentazione. Il covid ci ha salvato. Dopo il 22 la prima annata aveva 4 anni. Dunque ora siamo a posto perché possiamo vendere i vini che hanno 4 anni. Vendiamo i vini pronti. Adesso i vini fanno vedere la loro potenza. I nostri vini stanno tanto tempo in cantina e rappresentano bene il Palazzo. Sono in simbiosi. Scopriamoli i vini di Palazzo Lodron. Il primo non può essere che il Rosato Flaminia. Blend di Cabernet Sauvignon, Cabernet Franc e Merlot. Flaminia è la nostra figlia più grande è il nome del rosato. L’altra è Maria e ancora non abbiamo ancora il vino. Stiamo lavorando per questo. Forse un Carmenere in purezza. Colore rubino scarico che può essere atipico per un rosato ma, essendo prodotto con il salasso, ci sta. Comunque sia, bello e luminoso, sì lascia ammirare come si ammira l’abito di una damigella.
Al naso subito evidente, come a manifestare la propria precisa identità, appare la fragola. Forse è la fragola più netta che abbia mai sentito in un vino. Così netta che le altre sensazioni erbacee e agrumate, passano in secondo piano. Non che non ci siano, non che non facciano effetto, è che che la fragola, che appare ora succosa e condita da zucchero e limone, rimane completamente impressa all’interno del cavo nasale. Meravigliosa, fresca, croccante. È come se avessi portato al naso il fazzoletto profumato donato da quella damigella. L’odore è così entrato dentro le narici che non riesco a capire più nulla.
Ne bevo un sorso e la sensazione olfattiva si trasforma immediatamente in gustativa: sa ancora di fragola. Ma non è stucchevole. Non sa di uva fragola. Sa di vino secco e sapido, moderatamente caldo con l’agrume che lo rende verticale fino a quando non interviene la fragola ad allargarne la base. La sapidità spinge ancora e la bocca si trova in uno stato beato con la voglia e il desiderio di un nuovo sorso. Il sentore di fragola che diventa sapore con un finale lievemente amarognolo così da rendere non stucchevole ma incantevole questo vino.
Da non lasciarselo scappare visto che sono state prodotte solo 2700 bottiglie. Rizzoi è il blend di Cabernet Sauvignon, Carmenere e Merlot con 18 mesi di affinamento in barrique. Rizzoi è un terreno sopra la casa. Un vecchio nome trentino. È una piccola casa di pietra dove dentro c’è la sorgente dell’acqua. Bello sapere che dall’acqua nasce il vino. Nel calice è intenso e impenetrabile con i sentori che sembrano voler uscire senza nemmeno roteare il bicchiere.
La frutta che emerge al naso è matura al limite del cotto: mela cotogna, arancia, fragole, more, mirtilli, prugna, ciliegia nera matura, carnosa. Il sottobosco evidenzia quella sensazione di montagna che alcuni frutti avevano preannunciato. Il balsamico conferma questa sensazione e il muschio insieme agli aghi di pino non fanno che rafforzarne la potenza. Poi arrivano i sentori del legno: vaniglia, noce moscata, legno di cedro, tabacco. Continuo a roteare il bicchiere e continuo a scoprire sentori nuovi. Come se ognuno pretendesse il proprio tempo. Ognuno il proprio palcoscenico. Tutto è bilanciato. Tutto è privo di eccessi.
Il sorso è decisamente secco, intenso, poderoso, caldo e avvolgente. Quasi vischioso. Il tannino maturo e imponente come il guardiano di un portone pronto comunque a farsi da parte per far entrare, chi deve, a godere dell’interno. La frutta ritorna in bocca prepotente con il velo di sottobosco a rendere prezioso il sorso.
Persistenza lunga e sapidità estremamente spinta.
Un vino assolutamente non banale, preciso, determinato, ampio. Dotato di un bilanciamento perfetto con la ciliegia e la fragola che diventa marmellata e si fonde con il sottobosco alternandosi al ritmo di un valzer viennese. Rimane tanto in bocca ma ciò che rimane maggiormente è la voglia di berlo.
Un vino che sa di tempo, di trascorso ma anche di futuro. Anche in questo caso, poche le bottiglie prodotte: solo 4000. Pare che Wolfang Amadeus Mozart, vicino di casa dei Lodron, avesse una particolare ammirazione per Antonia Lodron così da comporre per lei, nel 1776, il concerto per tre pianoforti e orchestra, Lodron Konzert all’interno del quale è presente il Divertimento n.10. Divertimento n.10 è anche il nome del vino realizzato con l’80% di Cabernet Franc e Merlot affinato per 12 mesi in botte grande.
È questo un vino divertente? Occorre capire cosa voglia dire divertimento. Non è semplicissimo ma immaginate una sequenza di brani strumentali che abbiano dalla loro la scorrevolezza, la leggerezza. Una sorta di intermezzo che voleva spezzare la solennità di alcune opere. Spesso i nobili commissionavano i divertimenti per celebrare qualcosa come una laurea, un matrimonio. In effetti i sentori di questo vino si rincorrono e si esaltano grazie ad un velo di balsamico. Arrivano e scompaiono in maniera fine e delicata. Senza sovrapporsi, danzando nel calice. I fiori delicati lasciano il posto ai frutti di bosco, ai lamponi, alla ciliegia. Questi a loro volta si mettono da parte per consentire alle fragoline di bosco di avvolgere i recettori nasali e stringersi in un abbraccio fresco e caldo. Una sensazione ossimorica che dura giusto il tempo perché il sottobosco possa emergere con la sua vena di legno bagnato. Le spezie si fanno strada come fossero note pungenti di un violino: cannella, noce moscata e cioccolata. Arrivano e scompaiono fino a che riemerge il floreale e l’aria si ripete.
La bocca attende il sorso. Non fosse altro per capire se il gusto richiami o meno le sensazioni olfattive. Assonanza o contrasto. Archi o fiati. Acuti o bassi.
Niente e tutto. Sì rimane stupiti da una fresca pastosità. Quella che sembrava finezza armonica al naso, in bocca diventa densità, importanza, stranezza. È una insolita e intrigante nota affumicata a sparigliare le carte. Sapido, caldo, armonioso, sembra avvolgere delicatamente grazie ad un retrogusto di tabacco trinciato che si unisce alla ciliegia e al cioccolato. Ma poi c’è il tannino maturo ma non ancora arrotondato e la lunga persistenza che lo rendono diverso da come si presumeva fosse. Il soave bilanciamento e il finale di bocca infine è come il termine di una sinfonia nella quale le sensazioni si sono rincorse per brevi, lunghissimi attimi. Per capire Gran Tasso, il Merlot affinato in tonneau per 36 mesi e prodotto in davvero poche bottiglie (ho avuto la fortuna di aprire la bottiglia n. 126 di 425) occorre girare la bottiglia e leggerne l’etichetta: It’s a badger (Italian Tasso) because I dedicate this wine to my Principessa and wife Olivia, born Thurn und Taxis (Torre e Tasso) Gran Tasso è per la mia famiglia Torre e Tasso (Thurn und Taxis). È dedicato alla mia famiglia. Mio marito ha deciso che lo voleva fare per me. Ha fatto Pipo il disegno del tasso. Le etichette le fa un nostro nipote. Cerchiamo di fare tante cose in famiglia. Tutta la famiglia viene qui a Nogaredo l’estate. Tutti si trovano qui. Il palazzo è come un magnete. Pipo ha tre sorelle più grandi e loro hanno i bambini. Tutti vengono a Nogaredo. Vogliono venire tutti ed è molto bello quando ci sono. Gran Tasso è il Merlot che nasce tra le braccia delle Dolomiti dove le rocce sussurrano storie antiche e il sole bacia le vigne come un amante fedele. È un respiro di terroir e cielo, un vino che nasconde nel suo cuore di rubino il calore di un tramonto alpino, la forza silenziosa delle montagne e l’eleganza di un passo danzante tra i filari. Gran Tasso è un tributo di Pipo alla sua Principessa Olivia il cui nome è scolpito in ogni goccia: morbida come la seta di un ricordo; intensa come il profumo di more mature e amarene sotto spirito; fresca come il sottobosco e gli aghi di pino; complessa come il cioccolato, la noce moscata, il tabacco, il pellame; delicata come una rosa; intensa come la prugna e il mirtillo; penetrante come il balsamico. Il Gran Tasso diventa colonna sonora di un istante sospeso con il sorso poderoso e possente, dialogo tra epoche: il minerale delle Alpi incontra l’avvolgenza che sa di storia; l’ombra fresca dei vento si fonde con il calore di un frutto generoso e vivo.
Va bevuto lentamente, dopo averlo fatto respirare lasciando che il suo tannino vellutato racconti di come il vento delle Dolomiti ne abbia modellato la dolcezza; di come il tempo, paziente cantore, abbia intessuto in lei note di spezie segrete. E quando il liquido denso arriva giù fino al cuore, si può godere di un finale quasi amarognolo impervio, a tratti duro ma che sembra ribadire la carezza di una mano delicata.
Il Gran Tasso è la lettera d’amore, sigillata dal cielo, scritta con il sangue della terra e l’inchiostro delle stelle così da essere eterna in un attimo. Adesso sono dentro del vino. La storia interessa sempre ma c’è la necessità del vendere il vino. Olivia vuole assolutamente concentrarsi su questa avventura. C’è sì un devo farlo ma c’è soprattutto un voglio farlo. È contenta dei vini ed è contenta quando qualcuno le fa i complimenti per il vino. Quando vado alle fiere e vedo la risata dei clienti: le persone sono sorprese. Olivia è entusiasta e felice. Glielo si legge in viso. Ed è lo stesso viso di quando parlava della Storia, dello studio, dello scrivere delle persone. Le interviste con le persone, quelle che hanno vissuto la guerra. I ricordi. Le lacrime. Le foto. Tenere tutto questo in un libro è una cosa meravigliosa. Ma non posso fare tutto. Si vede che ha ritrovato qualcosa del medesimo calibro nel vino. Nelle esperienze. È come se Olivia stesse instillando una storia nella bottiglia e Palazzo London le custodirà fino a quando non sono pronte a raccontare un pezzo di Storia. Della storia di questa famiglia. Adesso non abbiamo soldi per ingrandirci. Il business plan dice che non facciamo le cose esagerate. Dovremmo arrivare a circa 20/30.000 bottiglie ma numero di oggi ci rende contenti perché per iniziare ci consente di curare tutto alla perfezione. Dobbiamo far conoscere i nostri vini. Ci vuole tanto tempo e pazienza. Non si fa da un giorno all’altro. Il lavoro porta i frutti. Quello che voglio fare di più sono le cene e gli incontri da noi per invitare più giornalisti, sommelier, enoteche, qui. Voglio fare un centro del buon vino. Vorrei mettere il Trentino nella carta dei vini. In genere c’è solo Trento doc e San Leonardo. Mi piacerebbe che il trentino uscisse di più. In fondo, questa è una storia d’amore. Di amore per una terra e per dei luoghi. Di amore reciproco tra Olivia e Pipo. Di amore per la Storia. Di amore per il vino.
La dedica sul Gran Tasso è solo un piccolo, breve accenno di quello che si respira a Palazzo Lodron dove ogni cosa sa di amore e dove mi piacerebbe poter vedere gli Occhi di Olivia che incontrano quelli di Pipo. Olivia e Pipo Volpini de Maestri hanno adesso solo voglia vivere a Palazzo Lodron e creare una azienda dove il lavoro possa dar vita a qualcosa di speciale. Un Palazzo che dalla Storia e per la Storia ritorna a prendere vita attraverso il loro amore e la materia viva della quale è composto il vino. Che parla della Storia e come la Storia si evolve mantenendo al suo interno il frutto del lavoro e della fatica di tanti.
Qualcosa da raccontare. Qualcosa per tenere in vita i sogni alimentandoli e portandoli nella storia. Mio marito ha i sogni e io lo supporto nel realizzare i sogni. Olivia ha preso il cognome del marito, Volpini de Maestri rinunciando al blasonatissimo suo. Ha rinunciato alla Storia e forse alla sua di Storia. Non ha solo abbracciato un sogno ma lo ha fatto e continua a farlo con amore, infinito amore. Per Pipo. Per Flaminia. Per Maria. Per Palazzo Lodron. Per tutto ciò che questo rappresenta.
Non per far parte del sogno ma per esserne attrice protagonista. Insieme a Pipo. Perché il sogno è di entrambe. Un sogno che magari sarà anche Storia. E se si sentirà ancora una comprimaria sarà solo perché il suo sguardo non è mai solo con gli occhi, ma con il cuore. Non si vede bene che col cuore. L’essenziale è invisibile agli occhi Il link al sito di Palazzo Lodron è: https://www.palazzolodron.it/ Instagram Facebook Ivan Vellucci – Suggestioni di Vino
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6 Febbraio, 2025
Tenuta Stella a Pitti Taste 2025
LA RIBOLLA GIALLA METODO CLASSICO PAS DOSÉ TRA I “VINI DA TERRE ESTREME”
Dal cuore del Collio friulano alla ribalta di Pitti Taste 2025, Tenuta Stella sarà protagonista dell’esclusivo appuntamento “Vini da Terre Estreme”, l’evento che celebra la viticoltura eroica italiana nell’ambito del più atteso salone dedicato all’alta gastronomia e ai trend del gusto contemporaneo.
Alla Fortezza da Basso di Firenze, dall’8 al 10 febbraio, Pitti Taste esplorerà le “costellazioni” dell’enogastronomia, accendendo i riflettori su quei vignaioli che, con passione e dedizione, coltivano la vite in condizioni estreme: tra pendii scoscesi, altitudini impervie, terreni vulcanici o a picco sul mare. Un universo di sfide e meraviglie, dove la Ribolla Gialla Metodo Classico Pas Dosé 2020 di Tenuta Stella porterà l’identità autentica del Collio in una delle Masterclass più attese della rassegna, in programma domenica 9 febbraio.
Immersa tra le colline di Scriò, Tenuta Stella incarna infatti il carattere forte e raffinato del Collio, un territorio straordinario per la viticoltura, modellato da pendenze importanti e da un microclima unico. Qui la coltivazione della vite è una sfida quotidiana, che impone un lavoro esclusivamente manuale e una gestione meticolosa del vigneto. Un’interpretazione estrema della viticoltura, che si riflette nella Ribolla Gialla Metodo Classico Pas Dosé, espressione pura e verticale di un vitigno storico che, nella versione spumantizzata, si fa portavoce di eleganza e mineralità.
Erika Barbieri, enologa di Tenuta Stella
Portare i nostri vini a Pitti Taste significa raccontare la storia di un territorio straordinario e complesso, in cui la viticoltura è una sfida continua ma anche una grande opportunità. La Ribolla Gialla Metodo Classico è il risultato di questa sfida: un vino che incarna la forza del Collio, la purezza del suo terroir e il nostro desiderio di dare voce a un’identità unica.
L’appuntamento con Pitti Taste 2025 rappresenta per Tenuta Stella un’occasione per dialogare con il pubblico nazionale e internazionale, portando l’eccellenza dei vini friulani all’attenzione della critica e degli operatori del settore. La presenza tra i “Vini da Terre Estreme” sottolinea l’impegno della cantina nel preservare la storia e la tipicità del Collio, mantenendo vive le radici di un territorio che, proprio grazie a una viticoltura coraggiosa e sostenibile, continua a regalare vini di grande carattere e profondità
La Redazione
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6 Febbraio, 2025
Al via la stagione delle fiere di Umbria Top
La cooperativa delle cantine umbre si prepara a partecipare a Slow Wine fair Bologna, Wine Paris, Prowein e Vinitaly 2025: alle grandi fiere internazionali protagoniste le eccellenze enologiche regionali
Umbria Top Wines, la cooperativa che riunisce la maggioranza delle aziende vitivinicole umbre, inaugura il calendario 2025 delle attività di promozione internazionale partecipando a quattro importanti fiere di settore: Wine Paris, Slow Wine Fair di Bologna, ProWein a Düsseldorf e Vinitaly 2025.
Massimo Sepiacci, Presidente di Umbria Top Wines.
Affrontiamo il nuovo anno con rinnovato entusiasmo, un team rafforzato e una visione che coniuga tradizione e innovazione per promuovere l’eccellenza del vino umbro nel mondo.
Gioia Bacoccoli, coordinatrice di Umbria Top
In tutte le fiere promuoveremo il concept “RADICI“, che mira a riscoprire le origini della produzione vitivinicola umbra attraverso un approccio multidisciplinare, valorizzando le peculiarità botaniche, agronomiche e ambientali del territorio.
Wine Paris & Vinexpo Paris 2025
Dal 10 al 12 febbraio, Umbria Top volerà a Parigi per partecipare a Wine Paris & Vinexpo, uno degli appuntamenti internazionali più prestigiosi per il settore vinicolo. La manifestazione, che ospiterà oltre 4.000 espositori e più di 100 eventi tra workshop, degustazioni e conferenze, rappresenta una vetrina di prim’ordine per i vini umbri.
Le cantine umbre partecipanti saranno ben 19: Antonelli San Marco, Blasi Cantina, Cantina Berioli, Cantina Cardèto SCA, Cantina Colle Ciocco, Castello di Montegiove, Cesarini Sartori, Chiorri, Fattoria Le Poggette, Goretti, La Madeleine, Le Cimate, Lungarotti, Perticaia, Roccafiore Organic Wines, Scacciadiavoli, Tenuta Bellafonte, Terre Margaritelli e Tudernum. Lo stand Umbria Top sarà posizionato nella Hall 6 B071.
Slow Wine Fair Bologna
Umbria Top sarà presente per la terza edizione alla Slow Wine Fair di Bologna, dal 23 al 25 febbraio, evento dedicato ai produttori che promuovono pratiche enologiche sostenibili e di qualità. Un’importante occasione per valorizzare il territorio umbro attraverso il racconto delle sue cantine e delle pratiche di produzione attente alla sostenibilità ambientale e alla tradizione.
Ecco l’elenco delle cantine partecipanti Baldassarri, Blasi Cantina, Leonardo Bussoletti, Castello di Montegiove Cesarini Sartori, Chiorri, Colle Ciocco, Colle Uncinano, Daniele Rossi, Decugnano dei Barbi, Di Filippo, Fongoli, Le Cimate, Madrevite, Mevante, Palazzone, Scacciadiavoli, Tenuta Freddano, Terre Margaritelli, Agricola Casaioli
ProWein 2025 – Düsseldorf
Dal 16 al 18 marzo, Umbria Top volerà in Germania per partecipare al ProWein di Düsseldorf, il più importante evento internazionale del settore. Sei cantine umbre saranno presenti nel Padiglione Italia: Blasi Cantina, Cantina Berioli, Chiorri, Fattoria Le Poggette, Moretti Omero Organic Wines e Tudernum.
A completare l’offerta, la Camera di Commercio di Perugia sarà presente come espositore speciale, presentando in un banco “enoteca” i vincitori del Concorso Enologico Regionale 2025 “L’Umbria del Vino”. I produttori umbri saranno in questi giorni impegnati anche nella partecipazione ad un calendario di iniziative cin ICE Agenzia – masterclass e walk around tasting con buyers internazionali e relatori della casa editrice Meininger.
Vinitaly 2025 – Verona
Dal 6 al 9 aprile, Umbria Top sarà protagonista a Vinitaly 2025, la manifestazione italiana dedicata al mondo del vino, che si terrà a Verona. Nell’area dedicata ai vini umbri le cantine associate presenteranno le loro etichette più rappresentative, mettendo in risalto le eccellenze enologiche regionali. La partecipazione a Vinitaly rappresenta un’opportunità strategica per consolidare la presenza sui mercati nazionali e internazionali, incontrare operatori del settore e avviare nuove collaborazioni commerciali.
Il concept “RADICI” guiderà la narrazione dello stand, enfatizzando il legame profondo tra tradizione, territorio e innovazione. Protagonisti saranno temi quali la biodiversità, le storiche tecniche produttive, le tracce storico archeologiche legate alle produzioni vitivinicole di cui il Cuore verde è ricchissimo e tutto da valorizzare ma che, congiungendo il settore della agricoltura con il turismo, potrà rappresentare un nuovo metodo di mappare le eccellenze regionali ed invitare in Umbria sotto un nuovo spirito di scoperta.
La Redazione
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6 Febbraio, 2025
Cantina Ventiventi: la sostenibilità come essenza della filosofia aziendale, sin dal primo giorno
Ventiventi è una cantina giovane, ma con radici nel cuore dell’Emilia-Romagna grazie alla visione della famiglia Razzaboni e all’energia dei tre fratelli alla guida dell’azienda: Riccardo, Andrea e Tommaso.
Dal 2020, anno che dà il nome all’azienda, ogni decisione riflette la passione condivisa e il desiderio di creare vini che rappresentino non solo l’eccellenza enologica, ma anche un impegno concreto verso il territorio.
Per Ventiventi, la sostenibilità non è un’asettica strategia commerciale, ma una promessa quotidiana, un patto con la terra e con chi la lavora, riflesso dell’impegno personale di ciascun membro della famiglia. Come sottolinea Andrea Razzaboni, enologo dell’azienda,
noi non produciamo vini sostenibili perché è quello che il mercato chiede, ma perché è quello che siamo.
La coltivazione biologica, adottata fin dal primo impianto nel 2016, rappresenta il cuore di questa filosofia: ogni vite è cresciuta senza l’uso di sostanze chimiche di sintesi, rispettando i cicli naturali e preservando la biodiversità. pure. La consapevolezza che, il rispetto per la natura sia il primo passo per ottenere vini autentici, guida ogni scelta produttiva.
L’impegno verso la sostenibilità si estende ben oltre i vigneti. Dal 2019, l’azienda ha potenziato progressivamente il proprio impianto fotovoltaico, passando da una capacità iniziale di 29 kW a quasi 100 kW, avvicinandosi all’obiettivo dell’autosufficienza energetica e riducendo sensibilmente le emissioni di CO₂. Parallelamente, Ventiventi ha adottato un sistema di irrigazione a goccia di ultima generazione, sviluppato in collaborazione con Irritec – leader a livello mondiale dell’irrigazione di precisione – che permette di utilizzare l’acqua in modo mirato, riducendo gli sprechi e garantendo il massimo rispetto per una risorsa così preziosa. Ogni goccia diventa simbolo di una filosofia produttiva che non lascia spazio a compromessi.
Negli anni, l’azienda ha investito in una nuova linea per la sboccatura e in una macchina per il riempimento, rendendosi completamente autosufficiente anche nelle fasi di tiraggio e imbottigliamento. Questo approccio non solo riduce i trasporti, ma garantisce un controllo totale sulla qualità. Gli spazi produttivi includono celle nuove e una zona dedicata ai tonneaux, utilizzati sia per la preparazione del vino da liqueur sia per l’affinamento delle riserve, sottolineando una visione a lungo termine che integra tradizione e innovazione.
Per Ventiventi, la sostenibilità è un concetto che si evolve insieme alla cantina. Ogni scelta, dalla coltivazione alla vinificazione, è pensata per costruire un modello agricolo e produttivo che guardi al futuro senza dimenticare il legame con le proprie radici.
Per noi innovazione significa trovare un equilibrio tra modernità e rispetto per la natura. In Ventiventi, il progresso tecnologico non è mai fine a sé stesso, ma uno strumento per garantire qualità nel massimo rispetto dei terreni, delle piante e dell’ambiente. Grazie alla tecnologia, possiamo ridurre sensibilmente l’utilizzo di rame e zolfo, affidandoci non alla chimica, ma alla forza rigeneratrice della natura stessa. La nostra nuova vendemmiatrice è un esempio concreto di come un approccio moderno possa migliorare il prodotto finale: portare l’uva, in cantina in tempi brevi ed a perfetta maturazione, ci permette di lavorare con un basso utilizzo di solfiti, mantenendo intatta l’identità del vino. Modernità, per noi, non è mai contrapposta alla tradizione, ma la accompagna con ordine, precisione e una dedizione costante al rispetto dell’ambiente.
Company profile breve
Tutto ha inizio nel 2014 con l’acquisizione dei terreni allo scopo di radicare un sogno nella terra emiliana che, a Medolla (MO), ospita i 70 ettari di proprietà, di cui 30 vitati, e la cantina. La scelta della terra non è casuale. La tessitura alluvionale, con il 45% di argilla, 47% di limo e 8% di sabbia, offre un habitat ideale per la vite. Con il primo impianto nel 2016, le radici non sono solo quelle delle viti, ma quelle di una famiglia pronta a prendersi cura di ogni filare, di ogni tralcio, consapevole che la pazienza è il primo ingrediente del successo.
La prima vendemmia del 2018 rappresenta il frutto di anni di attesa e lavoro, ma è solo l’inizio. La vera svolta arriva nel 2020, l’anno che non a caso dà il nome alla cantina. Con la commercializzazione ufficiale dei primi vini, Ventiventi fa il suo ingresso sul mercato e inizia a farsi strada in un settore competitivo e in continua evoluzione. La scelta del Metodo Classico, l’impegno verso la sostenibilità e l’attenzione maniacale alla qualità si rivelano la chiave per distinguersi. L’approccio basato sulla valorizzazione dei vitigni locali, come il Lambrusco Salamino di Santa Croce, il Sorbara, l’Ancellotta e il Pignoletto, troviamo varietà internazionali come il Chardonnay, Pinot Bianco, Cabernet Sauvignon e Traminer. Oggi, la produzione conta oltre 66.000 bottiglie tra Metodo Classico, Charmat e vini fermi.
Dal novembre 2023, Ventiventi entra a far parte della FIVI – Federazione Italiana Vignaioli Indipendenti- una scelta che rafforza l’identità dell’azienda e ne certifica l’approccio autentico e trasparente.
La Redazione
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6 Febbraio, 2025
LA SARDEGNA DI VINODABERE 2025
IL COSA E IL DOVE
Nei giorni 18 e 19 Gennaio u.s. VINODABERE ha organizzato nelle sale dell’Hotel BELSTAY di Roma la terza Edizione de “LA SARDEGNA DI VINODABERE”, Evento dedicato dalla testata giornalistica diretta da Maurizio Valeriani ai vini provenienti da quell’Isola dei Quattro Mori che, dal punto di vista vitivinicolo, è più un piccolo continente che semplicemente un lembo di terra circondato dal mare.
GLI ASSAGGI
47 le aziende presenti e oltre 200 le etichette in degustazione a rappresentare le tante aree della Regione.
Alghero, Anglona, Gallura, Mamoiada, Mandrolisai…tanti territori estremamente diversi tra loro e tanti vignaioli a raccontarli.
Tanta roba, TROPPA per uno solo con anche poco tempo a disposizione.
M’ero fatto come sempre la mia bella lista delle cose che volevo assaggiare e come sempre mi sono poi lasciato trascinare dalla Curiosità seguendo occhio, naso e fortuna.
Dai circa ottanta assaggi ho poi estrapolato la mia personale “classifica” che questa volta, accanto a una risicatissima “TOP FIVE” vede un nutrito numero di vini che non posso fare a meno di consigliarVi.
Etichette interessantissime, aderenti come raramente accade al Territorio e allo spirito del Produttore.
Lo so, dovrete leggere qualche riga più del solito ma…ne sarà valsa la pena.
Come sempre criticate, consigliate e condividete.
I PEZZI DA NOVANTA
– CANNONAU DI SARDEGNA DOC “GHIRADA MURRUZZONE” 2019, GIUSEPPE SEDILESU: vigne di cinquant’anni lasciano che dal profondo della Sardegna s’avanzi un’armata balsamica di radice di liquirizia, china e frescosità mentolate ammantate di una ciliegia che l’alcol lascia percepire come il ripieno di un boero.
Il sorso non può nascondere l’alcol ma la mole tannica distoglie l’attenzione mentre la decisa sapidità cala i propri fendenti rendendo l’assaggio quasi compulsivo.
90 Punti senza –.
– CANNONAU DI SARDEGNA DOC “CARNEVALE” 2021 RISERVA, GIUSEPPE SEDILESU: una annata equilibrata e vigne “profonde” ottant’anni regalano un panorama olfattivo che sa di legna sul camino e spari prima ancora delle bacche scure del mirto e dei mirtilli di un sottobosco comunque scuro.
Il sorso si presenta in abiti di morbidezze ma…quel tannino maschio…quella profonda sapidità…
In chiusura parla di frutta ma con la testa siete ancora altrove.
Sorprendente!
90/91 Punti.
– ISOLA DEI NURAGHI IGT VERMENTINO “DON DIEGO” 2022, FRANCESCO FIORI: officinale di timo e finocchietto selvatico, profondamente marino e sottilmente ortolano, s’allarga su note d’agrume dolce e, forse appena smielate.
Il sorso mostra una freschezza che fatica a stare a ruota di quell’imperante sapidità che, in chiusura, lascia il posto a un’inattesa pasta di mandorle.
Un vino fuori schema, di spiazzante destrezza, il vino di Zorro in un mondo pieno di “sergenti Garcia”.
Da bere ascoltando BANG BANG di CHER (ma cantata da CAROLINE POLACHECK nel film CATTIVISSIMO ME).
92 Punti.
– CANNONAU DI SARDEGNA DOC NEPENTE DI OLIENA “S’INCONTRU” 2019, CANTINA VIGNAIOLI DI OLIENA: fresco e mediterraneo riempie il naso con i grandi cespugli di rosmarino, gli intrichi di ginepro, le note pungenti di timo e…quella sottile, rustica selvaticità.
In bocca le larghe spalle fresco sapide tengono al guinzaglio l’alcol e il tannino, tanto presente quanto educato, conduce con allegria a un finale che racconta di frutta e non dimentica sottili piccantezze.
Un vino che omaggia l’incontro tra Cristo e la Madonna durante una sacra rappresentazione pasquale ma che io vedo come quello tra vecchi amici celebrato con il bicchiere di vino al banco dell’osteria.
90 Punti con, forse, un –.
– CANNONAU DI SARDEGNA NEPENTE DI OLIENA “VOSTÈ” 2023, IOLEI:
quasi irruento nel proporre quei sui intensi, quasi empireumatici toni di timo e macchia mediterranea s’alliscia poi i baffi sfoggiando fresche eleganze di melagrana e succosità di frutti di bosco e ciliegia.
Elegantissimo il sorso, di succosa freschezza e traviante il tannino, si scrolla di dosso le fatiche contadine, s’aggiusta la cravatta e Vi guarda strizzando l’occhio dietro quell’occhiale tondo che tanto acchiappa in etichetta.
Bellobello!
Da bere ascoltando IL MIRACOLO degli APRÉS LA CLASSE.
90/90+ Punti.
I QUASIQUASI
– VERNACCIA DI ORISTANO DOC “FLOR” 2020, CONTINI: ossidazione intrigante quella che introduce alle note di miele di castagno e albicocca disidratata.
Segue poi un lungo corteo di frutta secca, tabacco e note salmastre avvolto da una nuvola fumé appena “sporcata” da un “troppo” di lacca.
Il sorso è un abbraccio glicerico di grande freschezza e pugnace sapidità che appare, nel complesso, anche esageratamente equilibrato.
Peccato.
Quasi 89 Punti, QUASI.
– VERNACCIA DI ORISTANO DOC 1997 RISERVA, CONTINI: un profluvio di frutta secca rinfrescata da folate mandorlate, una nube d’arancia candita che qua e là ricorda le bucce dell’agrume poste sull’economica, profondi graffi iodati, macchia mediterranea ed erbe aromatiche.
Il sorso è un incontro di boxe tra il sale e il miele, 12 round con un finale segnato dall’ovazione di quella nota di rancio che fa tanto Vernaccia.
89 Punti con un bel +.
– BARBAGIA IGT GRANAZZA 2022, GIUSEPPE SEDILESU: da un’annata calda un vino che già al naso racconta di concentrazione a bomba.
Gli agrumi e le spezie si azzardano a fare capolino ma il palcoscenico è tutto delle dolcezze di gelso, susina e miele di castagno punzecchiato qua e là dall’immancabile macchia mediterranea.
Al sorso dilaga una sapidità quasi piccante, che sa quasi di cemento mentre la freschezza ben si allinea a quell’importante morbidezza che sconfina in ricordi di frutta matura anche candita.
La chiusura vede poi un colpo di coda di freschezza che aiuta ad allungare la mano per chiedere un altro bicchiere.
89- Punti.
Da segnalare, appena un gradino sotto, la versione “MACERATA SULLE BUCCE” 2021 che, a parte una sottile nota ossidativa che va intesa come “neo elegante” e non “lieve difetto”, si caratterizza per un miglior equilibrio e una maggiore profondità ma lo fa con toni vagamente affettati che sanno un po’ di…ruffiano e gli valgono 88 Punti con, forse, un +.
– CANNONAU DI SARDEGNA DOC “GHIRADA ZI SPANU” 2022, GIUSEPPE SEDILESU: beh, se questa dobbiamo considerarla una “prova d’autore” allora…
Prima vera annata di questo progetto frutto di una singola vigna giovane (6 anni) che prende il nome dal vecchio proprietario e che al naso è quasi un cazzotto di contadina eleganza, un mix di tabacco trinciato forte e pelliccia, quella sigaretta appena rollata e fumata con una spalla poggiata al palo della vigna e lo sguardo perso nel domani…
Poi è tutto un intrico di ginepri e, forse, qualche delicatezza di rosa.
Il sorso è irruenza tannica e freschezza di maestrale, selvaggio come l’olfatto, Vi stregherà, un incantesimo di cui Vi piacerà essere vittima..
Da bere ascoltando REBEL YELL di BILLY IDOL.
89 Punti.
– CANNONAU DI SARDEGNA DOC “BALLU TONDU” 2019 RISERVA, GIUSEPPE SEDILESU: olfatto ricco e persistente di prugna matura e mirto profondamente segnato da note balsamiche di liquirizia e screziato di toni erbacei e speziati che, qua e là, lasciano intravedere un ché di dolce.
Sorso materico che ripropone in maniera forse un po’ troppo affettata e compressa i descrittori olfattivi prima di distendersi nel lungo finale speziato.
A 90 Punti pieni non ci arriva, ma solo perché io sono cattivo.
– CANNONAU DI SARDEGNA DOC NEPENTE DI OLIENA “ZIO BI” 2021, CANTINA BISCU: scuro di prugna, mirtillo, pepe, violetta, balsamico di liquirizia quanto serve e con quel tocco di caffè che…
Sorso di decisa freschezza, adeguata sapidità e tannini maschi e materici.
Ha già qualche anno ma sa di cantiere aperto e di scoperte da…scoprire.
89- Punti.
– VERMENTINO DI SARDEGNA DOC “MAJGA” 2023, IOLEI: quello degli “zerosolfiti” si sa, è sentiero insidioso, e qui, appena avvicinate il naso al calice, si rischia di confondere la caratteristica con il difetto ma…noi siamo attenti ed è allora che quell’apparente, sottile “puzzetta” ci appare nella realtà dell’acciarino di un vecchio archibugio che ha appena espletato il suo compito, quella nuvola pirica che avvolge il mazzetto di erbe officinali e l’appena di frutta bianca.
Il sorso accosta alla viva freschezza una profonda sapidità minerale e ci lascia ricordandoci quella frutta che aveva chiuso i descrittori olfattivi.
89 Punti.
E POI…UNA SFILZA DI 88
E poi mi preme segnalare alla Vostra attenzione
– VERMENTINO DI GALLURA DOCG SUPERIORE “SELENU” 2023, TENUTE GREGU: bello e complesso l’olfatto, giocato sul contrasto tra l’affatto sottesa nota erbacea e le dolcezze di miele e mela molto matura.
Il sorso è leggiadro e molto rispondente all’olfatto con una progressione che, pian piano, dà ragione alla frutta e, in chiusura, sottolinea la mineralità.
88+ Punti.
– ISOLA DEI NURAGHI IGT “NIUGE ROSSO” 2022, AGRICOLA NIUGE: si presenta in un abito di more di rovo e prugne in confettura senza dimenticarsi della ciliegia.
Poi sono balsamicità di eucalipto, corteccia di pino, china e rabarbaro in una atmosfera iodata che sa di mare lontano (anche se qui siamo tra i 450 e 600m/slm).
Caldo e succoso mostra una evidente freschezza ben bilanciata dalla scia sapida con un allungo di frutta e ricordi balsamici.
Da segnalare anche l’annata 2020, più glicerica
88/88+
– ISOLA DEI NURAGHI IGT CAGNULARI “PINTA” 2023, BINZA ‘E SU RE: propone come uno schiaffo vegetalità di sfalciata d’erba, balsamicità non dimentiche del finocchietto selvatico e, una volta presa coscienza di quanto sia “giusta” quella nota di “pelliccia” lascia che capiate che quelle che inizialmente sembravano amarene sono, più correttamente, visciole.
Sorso succoso, di grande freschezza e tannini, correttissimi, che avrei preferito forse più scalpitanti, con un allungo davvero gustoso.
88 Punti.
– CANNONAU DI SARDEGNA DOC “GHIRADA FITTILOGHE” 2022, FRANCESCO CADINU: dalle vigne più alte e più vecchie (730m/slm e 120 anni), un impatto olfattivo balsamicamente segnato da tabacco, liquirizia e rabarbaro con le prugne e le immancabili erbe aromatiche a contorno.
Sorso caldo, avvolgente, molto equilibrato.
Sa di saggezza.
88 Punti.
– ISOLA DEI NURAGHI IGT MALVASIA “NEELEA” 2023, FRANCESCO FIORI: se non mancano le dolcezze di cedro candito e ananas (ahimé) sono le note di un sottobosco fungino, quell’idea di ruggine e le sottili amaritudini erbacee a colpire.
In bocca è caldo, morbido, salmastro e amaricante…
Ce ne vorrebbe un altro sorso per capirci qualcosa in più.
88 Punti.
– CARIGNANO DEL SULCIS DOC “NERO MINIERA” 2022, ENRICO ESU: impenetrabile all’occhio come il carbone nel quale le viti affondano le proprie radici al naso, sporcato da un “di troppo” di alcol, si presenta in abiti altrettanto scuri raccontando di pepe, intrichi di macchia mediterranea, grafite, ruggine e…una lontana freschezza d’arancia succosa.
In bocca, la grande freschezza non pareggia la sapidità e i tannini si mostrano più eleganti di quanto mi potessi aspettare mentre la chiusura, profondamente minerale, sottolinea frutti scuri e scorze d’agrume.
Avrei voluto dargli di più (anche per un packaging che, come pochi, avvicina il vino alla terra e all’uomo) ma, quell’alcol.
Da bere ascoltando FADE TO BLACK dei METALLICA.
88 Punti con un +.
– ISOLA DEI NURAGHI IGT “KUSIDURA” S.A., SILVIO CARTA: al naso presenta un pugno di amarene mature e quella nota alcolica che si sprigiona quando date un morso a un cioccolatino boero.
Poi sono note resinose e di legni nobili a colpire, un ché di frutta secca che potrebbe essere arachide e uno schiaffo marino che sa di marosi e spiagge.
Sorso caldo e di polso, reso più interessante dai fitti tannini e da un finale più salato che sapido firmato ancora da quella nota di alcol che…
Si becca 86+ Punti, il mio Premio “MANNAGGIA”, un arrivederci tra un po’ di vetro e
Da bere ascoltando I’M SORRY di BRENDA LEE.
– CANNONAU DI SARDEGNA DOC “’INU” 2019 RISERVA, CONTINI: l’olfatto, scuro di terra bagnata, ferro e spezie, amaricante di genziana e succoso d’arancia, è quasi un tutt’uno con l’impellenza di un sorso che si mostra da subito caldo e sostanzioso.
L’equilibrio davvero mirabile e i carezzevoli tannini conducono poi a un lungo finale particolarmente sapido.
88 Punti.
E QUINDI?
E quindi GRAZIE a VINODABERE e a tutti i Produttori che hanno avuto l’infinita pazienza di ascoltare lodi e critiche e la gentilezza di offrirmi il frutto del loro duro lavoro.
Confesso che per me la Sardegna del vino è in gran parte ancora “giungla misteriosa” e, se da una parte questi Eventi contribuiscono a colmare parte delle mie lacune, dall’altra sono fonte di duro lavoro per i tanti temi che in futuro mi toccherà approfondire.
Mi rimbocco dunque le maniche e metto sin d’ora in agenda una Edizione 2026 che mi aspetto essere ancora più ricca e interessante
Roberto Alloi
VINODENTRO
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5 Febbraio, 2025
La famiglia Poggiali e la famiglia Calabresi si uniscono per il rilancio di Tenimenti d’Alessandro
La famiglia Poggiali, già alla guida di Fèlsina dagli anni ‘60, affiancherà la famiglia Calabresi nella gestione vitivinicola di Tenimenti d’Alessandro, dopo averne rilevato la maggioranza delle quote.
L’obiettivo è quello di aprire un nuovo capitolo di rilancio e crescita per l’azienda e tutto il territorio cortonese.
I fratelli Giovanni, Nicolò e Domenico Poggiali annunciano l’acquisizione di Tenimenti d’Alessandro, prestigiosa realtà vitivinicola di Cortona (AR). L’operazione è stata realizzata attraverso una società terza che riunisce la famiglia Calabresi, che mantiene così una quota all’interno dell’azienda, e la famiglia Poggiali, che ha acquisito la maggioranza.
Si rinnova così l’impegno nel mondo del vino dei Poggiali, che dal 1966 a Fèlsina portano avanti un importante lavoro di valorizzazione e investimento nel territorio del Chianti Classico.
Giovanni Poggiali
Siamo entusiasti di intraprendere questa nuova avventura con Tenimenti d’Alessandro. Crediamo fermamente nel potenziale di questa azienda e siamo determinati a dare vita e sostegno a un progetto vitivinicolo che contribuisca allo sviluppo del territorio di Cortona e alla promozione dei suoi tesori enologici.
Fondata nel 1967, Tenimenti d’Alessandro si estende su circa trenta ettari vitati nel territorio cortonese, scoprendo la straordinaria vocazione del territorio per il Syrah, vino-simbolo dell’azienda, e per il Viognier. Dal 2016 l’azienda ha inoltre ottenuto la certificazione biologica, sottolineando l’impegno verso pratiche sostenibili e il rispetto dell’identità locale dei vitigni.
L’acquisizione guarda in particolare a tutta la gestione vitivinicola dell’azienda e dimostra la visione proattiva della famiglia Poggiali, che investe in un nuovo progetto di sviluppo all’interno di un altro importante territorio enologico italiano. L’obiettivo condiviso con la famiglia Calabresi è infatti quello di avviare un ambizioso lavoro di ristrutturazione e rilancio del marchio Tenimenti d’Alessandro, valorizzando ulteriormente la storica tradizione vitivinicola del Cortonese e l’eccellenza dei suoi prodotti.
La Redazione
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5 Febbraio, 2025
Fabbri Pasta Artigianale. La Toscana di una volta
C’è poco da fare, io la Toscana, la adoro. Sarà per le sue dolci colline, per gli orizzonti che si perdono con lo sguardo, per i paesaggi mozzafiato. O forse solo per quel ben di Dio che si chiama cibo e vino. La pasta però non è mai stata al centro del mio immaginario pensando alla Toscana. Magari i pici, quelli che si fanno all’aglione. Ma non la classica pasta insomma.
Poi incontro Pierre, un francese che in Italia ha trovato la sua patria di adozione. Grazie a lui scopro il Pastificio Fabbri, nel cuore del Chianti. Ma nel Chianti si faceva qualcos’altro oltre al vino?
A giudicare dalla data di nascita del pastificio, 1893, direi proprio di sì.
Piazza Emilio Landi, nel piccolo Borgo di Strada in Chianti a pochi km da Firenze. È qui che il trisnonno di Pierre, Giovanni Fabbri, insieme alla moglie Palmira, decidono di trasformare l’amore per il grano e la tradizione in un’attività artigianale.
Il trasferimento di Giovanni Fabbri da Cintoia a Strada in Chianti, qualche chilometro più vicino a Firenze, portò con sé il sapere antico dei suoi genitori, contadini, molitori e pastai.
In questo lembo di Toscana, paesaggio e tradizioni si mescolano in una cornice unica. È qui che da oltre 130 anni viene portata avanti la storia della famiglia, mantenendo saldi valori che passano necessariamente nel rispetto del territorio. Da quel periodo così lontano, 5 generazioni si sono susseguite in questo stesso luogo: di padre in figlio, hanno trasmesso sapere e passione seguendo un metodo di produzione rimasto immutato nei secoli.
Il Pastificio Fabbri è uno di quei gioielli che teniamo nascosti e spesso ne dimentichiamo l’ubicazione. Però poi quando lo ritroviamo abbiamo un sussulto. La sua tradizione centenaria è sinonimo di eccellenza artigianale e dedizione alla qualità. La pasta qui non è solo cibo ma un’esperienza sensoriale.
Pierre mi racconta che ogni formato, dalla più classica linguina ai tagli più ricercati nasce da una miscela di grani selezionati e da un processo di lavorazione rigoroso e rispettoso dei tempi.
La maestosità di questo pastificio illumina i miei occhi. Non riesco a guardare la mia espressione ma giurerei che è la stessa di un bambino nel mondo dei balocchi.
C’è un bellissimo museo pronto a far vivere un affascinante viaggio nel quotidiano del novecento e dell’inizio del xx secolo. Sono circondato da una ricca collezione di attrezzi per la lavorazione del grano, la produzione della pasta e oggetti etnografici dai torchi alle chitarre, bilance e setacci d’epoca. Davvero sorprendente quanta storia sia stata conservata in tutti questi anni.
Inizio a chiacchierare con Pierre e ci vuole poco perché mi racconti di più. Sono proprio curioso del “metodo Fabbri”, quello che è così da generazione.
Tre i principi fondamentali che Pierre mi racconta anzi, mi scrive direttamente su un foglio di carta così da poterli conservare. Ho l’impressione di essere a lezione ma va bene lo stesso.
La qualità delle materie prime: solo grani italiani biologici, scelti per la loro unicità e digeribilità. Tra questi anche i grani antichi come il Cappelli, il grano Timilia e il Farro dicocco.
Il metodo di essiccazione lenta. La pasta riposa nelle celle dai 3 ai 6 giorni a basse temperature (non sopra i 38°), esaltando il sapore e preservando le qualità nutrizionali del grano.
La creazione di una filiera controllata. Controllo totale su ogni fase della produzione, dal campo alla tavola, rispettando le tradizioni tramandate dai nostri nonni.
La pasta alla fine è il frutto di un processo semplice ma rigoroso con l’utilizzo solo semola di grano duro italiano biologico, preferendo varietà antiche come il Senatore Cappelli, che garantisce un sapore unico e un’altissima digeribilità. L’acqua e le trafile in bronzo completano il quadro, donando alla pasta la sua superficie ruvida, ideale per trattenere i condimenti.
Entrando nel pastificio è incredibile vedere la pasta che avanza sui rulli fino a terminare il viaggio direttamente nei pacchi di pasta. Se fossi un bambino mi direbbero di non toccare, ma da adulto le fortune sono anche che questo viene consentito. Meno male perché al tatto apprezzo immediatamente la superficie ruvida e porosa, segno distintivo della lavorazione artigianale e della trafilatura al bronzo. La texture non è solo piacevole tra le dita, ma è anche pensata per trattenere i condimenti in modo impeccabile. La pasta risulta corposa e consistente, dando l’impressione di una qualità solida e autentica. Il colore della è dorato, naturale. Richiama il grano di alta qualità utilizzato nella sua produzione.
Per ogni formato si nota la cura dei dettagli come quella dei bordi netti e dalla forma che trasmette artigianalità. La luminosità opaca, che sembra così un ossimoro, è indice di un’essiccazione lenta e a basse temperature, cosa questa che preserva il sapore autentico del grano garantendo la cottura uniforme. L’eccellenza della Pasta Fabbri la si può raccontare anche solo guardandola su questi rulli.
Se si pensa che il processo produttivo sia complesso, dunque, industriale si sbaglia di grosso. Basta vedere gli strumenti di produzione: trafile di bronzo e pressa continua. Lessi is more!
La pressa continua “Cantini”, comprata da nonno Renzo nel 1958, rimane il cuore della produzione. Una macchina capace di eseguire le tre operazioni essenziali del processo di fabbricazione: l’impastamento, la gramolatura e la trafilatura. Per tutti i formati siano essi lunghi o corti!
Con la trafilatura in bronzo, si ottiene una pasta più ruvida e più porosa che assorbe il 30% in più dei condimenti rispetto ad una pasta liscia.
Pierre mi mostra quasi con orgoglio i formati di pasta che rappresentano la loro storia.
I Dischi Volanti che trae ispirazione dall’avvistamento di oggetti volanti non identificati avvenuto a Firenze nel 1954. Un episodio che destò all’epoca grande curiosità e fascino così da portare le stamperie a creare uno stampo ispirato a questa forma insolita. Nel 1955, il pastificio decise di acquistare lo stampo, iniziando così a produrre un formato diventato iconico. I Dischi Volanti non sono solo un omaggio a quel momento storico, ma rappresentano anche la capacità di unire tradizione e creatività nella produzione artigianale della pasta. Le Reginelle sono presenti sin dagli albori del pastificio. Lo stampo originale apparteneva a Giovanni Fabbri e veniva utilizzato già nei primi anni del pastificio elettrico. Oggi, lo stampo diverso è diverso così da realizzare un formato con spessore più adatto ai tempi. Pierre, da buon anfitrione, mi accompagna dove le celle di essiccazione, seguendo il metodo Garbuio (cella statica per l’essiccazione del 1956), permettono un’essiccazione lenta e naturale. La temperatura è mantenuta al di sotto dei 38°C, lasciando che la pasta riposi dai 3 ai 6 giorni, a seconda del formato. Un processo che porta a conservare tutte le qualità nutrizionali e organolettiche del grano, garantendo un prodotto autentico e di alta qualità. Oltre che esaltando qualsiasi condimento. Come ci piace a noi italiani! Il Pastificio Fabbri propone quattro linee di cui tre di grano e una di farro. Spaghettoni toscani, Dischi Volanti, Fusilloni; semola, semintegrale grano Cappelli, integrale grano Timilia, integrale di Farro dicocco: ogni formato, ogni grano è lavorato pensando di raccontare una storia esaltando i sapori della cucina toscana e italiana. Pierre mi spiega che oggi il loro obiettivo dopo 130 anni di storia è quello di continuare a produrre una pasta che sia sinonimo di eccellenza, valorizzando il territorio e le sue materie prime. La missione del Pastificio Fabbri è diffondere la cultura della pasta artigianale in tutto il mondo, restando fedeli alle radici ma guardando anche al futuro. Per questo, hanno puntato molto sulla divulgazione e sulla comunicazione. Oggi alla guida del pastificio c’è Marco Fabbri, la 5°generazione del pastificio che porta avanti l’attività con entusiasmo e nuove idee, non dimenticando il passato che è sempre presente. Le tecniche, le ricette e i valori trasmessi dai nonni sono il cuore pulsante del loro lavoro, un ponte tra tradizione e modernità. Potevo mai finire la visita senza assaggiare la pasta in abbinamento ai sughi? Il mio percorso sensoriale inizia con delle linguine al ragù di scorfano con terra di olive e pomodorini confit. Le linguine del Pastificio Fabbri si distinguono per il loro sapore unico, grazie alla qualità del grano e al processo di lavorazione artigianale. In questo piatto sono protagoniste di un’esperienza che esalta il gusto del mare e della terra. Il condimento molto raffinato e saporito in cui la carne delicata e leggermente dolce dello scorfano, si fonde con un fondo aromatico rendendo le linguine ricche di sapori intensi e marini. La terra di olive è un elemento croccante e sapido ottenuto da olive disidratate e sbriciolate che bilancia il gusto del ragù. In un bel piatto colorato arrivano delle caserecce con una forma sinuosa e la texture porosa. Perfette per catturare un sugo ricco e avvolgente come quello di vitello ai funghi. Un bel condimento robusto e vellutato, con ottima carne di vitello cotta lentamente arricchito dal sapore intenso e terroso dei funghi. La combinazione crea un’esplosione di umami con note calde e avvolgenti. Anche questo un ottimo piatto che esalta la qualità della pasta Fabbri. Infine uno dei loro formati più rappresentativi, i fusilloni che, on la loro forma avvolgente e dimensioni generose, sono perfetti per esaltare un ragù di verdure ricco e saporito. La texture ruvida e la forma spiralata catturano il condimento in ogni curva garantendo un’esperienza gustativa avvolgente e completa a ogni boccone. Al palato si percepisce la qualità della pasta per la consistenza piena e la cottura perfetta. Il ragù davvero ottimo per celebrare la semplicità e la qualità permettendo di raccontare ad ogni boccone il legame tra la tradizione artigianale della pasta Fabbri e la freschezza dei prodotti del ragù. Visitare il Pastificio Fabbri mi ha lasciato la sensazione di essere stato in un luogo dove passato e presente si intrecciano per garantire un assaggio dell’autentico spirito italiano, confezionato con amore e dedizione. Un’eccellenza che porta la Toscana in tavola ovunque nel mondo. Altro che solo vino! Roberto Silvio De Pascale Mi trovi su Instagram come unpuglieseinterrapontina Il buon vivere
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I Dischi Volanti che trae ispirazione dall’avvistamento di oggetti volanti non identificati avvenuto a Firenze nel 1954. Un episodio che destò all’epoca grande curiosità e fascino così da portare le stamperie a creare uno stampo ispirato a questa forma insolita. Nel 1955, il pastificio decise di acquistare lo stampo, iniziando così a produrre un formato diventato iconico. I Dischi Volanti non sono solo un omaggio a quel momento storico, ma rappresentano anche la capacità di unire tradizione e creatività nella produzione artigianale della pasta. Le Reginelle sono presenti sin dagli albori del pastificio. Lo stampo originale apparteneva a Giovanni Fabbri e veniva utilizzato già nei primi anni del pastificio elettrico. Oggi, lo stampo diverso è diverso così da realizzare un formato con spessore più adatto ai tempi. Pierre, da buon anfitrione, mi accompagna dove le celle di essiccazione, seguendo il metodo Garbuio (cella statica per l’essiccazione del 1956), permettono un’essiccazione lenta e naturale. La temperatura è mantenuta al di sotto dei 38°C, lasciando che la pasta riposi dai 3 ai 6 giorni, a seconda del formato. Un processo che porta a conservare tutte le qualità nutrizionali e organolettiche del grano, garantendo un prodotto autentico e di alta qualità. Oltre che esaltando qualsiasi condimento. Come ci piace a noi italiani! Il Pastificio Fabbri propone quattro linee di cui tre di grano e una di farro. Spaghettoni toscani, Dischi Volanti, Fusilloni; semola, semintegrale grano Cappelli, integrale grano Timilia, integrale di Farro dicocco: ogni formato, ogni grano è lavorato pensando di raccontare una storia esaltando i sapori della cucina toscana e italiana. Pierre mi spiega che oggi il loro obiettivo dopo 130 anni di storia è quello di continuare a produrre una pasta che sia sinonimo di eccellenza, valorizzando il territorio e le sue materie prime. La missione del Pastificio Fabbri è diffondere la cultura della pasta artigianale in tutto il mondo, restando fedeli alle radici ma guardando anche al futuro. Per questo, hanno puntato molto sulla divulgazione e sulla comunicazione. Oggi alla guida del pastificio c’è Marco Fabbri, la 5°generazione del pastificio che porta avanti l’attività con entusiasmo e nuove idee, non dimenticando il passato che è sempre presente. Le tecniche, le ricette e i valori trasmessi dai nonni sono il cuore pulsante del loro lavoro, un ponte tra tradizione e modernità. Potevo mai finire la visita senza assaggiare la pasta in abbinamento ai sughi? Il mio percorso sensoriale inizia con delle linguine al ragù di scorfano con terra di olive e pomodorini confit. Le linguine del Pastificio Fabbri si distinguono per il loro sapore unico, grazie alla qualità del grano e al processo di lavorazione artigianale. In questo piatto sono protagoniste di un’esperienza che esalta il gusto del mare e della terra. Il condimento molto raffinato e saporito in cui la carne delicata e leggermente dolce dello scorfano, si fonde con un fondo aromatico rendendo le linguine ricche di sapori intensi e marini. La terra di olive è un elemento croccante e sapido ottenuto da olive disidratate e sbriciolate che bilancia il gusto del ragù. In un bel piatto colorato arrivano delle caserecce con una forma sinuosa e la texture porosa. Perfette per catturare un sugo ricco e avvolgente come quello di vitello ai funghi. Un bel condimento robusto e vellutato, con ottima carne di vitello cotta lentamente arricchito dal sapore intenso e terroso dei funghi. La combinazione crea un’esplosione di umami con note calde e avvolgenti. Anche questo un ottimo piatto che esalta la qualità della pasta Fabbri. Infine uno dei loro formati più rappresentativi, i fusilloni che, on la loro forma avvolgente e dimensioni generose, sono perfetti per esaltare un ragù di verdure ricco e saporito. La texture ruvida e la forma spiralata catturano il condimento in ogni curva garantendo un’esperienza gustativa avvolgente e completa a ogni boccone. Al palato si percepisce la qualità della pasta per la consistenza piena e la cottura perfetta. Il ragù davvero ottimo per celebrare la semplicità e la qualità permettendo di raccontare ad ogni boccone il legame tra la tradizione artigianale della pasta Fabbri e la freschezza dei prodotti del ragù. Visitare il Pastificio Fabbri mi ha lasciato la sensazione di essere stato in un luogo dove passato e presente si intrecciano per garantire un assaggio dell’autentico spirito italiano, confezionato con amore e dedizione. Un’eccellenza che porta la Toscana in tavola ovunque nel mondo. Altro che solo vino! Roberto Silvio De Pascale Mi trovi su Instagram come unpuglieseinterrapontina Il buon vivere
5 Febbraio, 2025
Il Consorzio di Tutela Vini Doc Sicilia rinnova l’impegno negli Stati Uniti, primo mercato al mondo per il vino
Obiettivi e attività per il mercato americano nel 2025
Il Consorzio di Tutela Vini DOC Sicilia inizia il 2025 con un ricco programma di attività negli Stati Uniti, confermando il ruolo strategico di questo mercato per la promozione dei vini siciliani.
L’anno si apre con dati incoraggianti – in uscita dallo studio di mercato condotto da Colangelo&Partners in collaborazione con la società di ricerca vinicola Wine Opinions e le piattaforme Provi e Somm.ai – che evidenziano un crescente interesse da parte degli importatori e dei distributori statunitensi nei confronti dei vini DOC Sicilia, a testimonianza di come i vini a denominazione siano sempre più percepiti come sinonimo di qualità, autenticità e tradizione vinicola italiana.
Il Direttore del Consorzio Camillo Pugliesi
Il mercato statunitense è fondamentale per la DOC Sicilia e le attività pianificate per quest’anno puntano a consolidare la presenza dei nostri vini presso i principali operatori del settore. Grazie all’impegno dei produttori e ad una strategia mirata, vogliamo raccontare l’unicità̀ della nostra denominazione, portando avanti un dialogo costruttivo e proficuo con il trade e i consumatori americani.
Lo studio di mercato ha coinvolto 720 intervistati, tra cui importatori, distributori, operatori del canale ho.re.ca., retailers oltre che media, operatori del marketing e del mondo accademico.
La Sicilia è emersa come la regione vinicola italiana con le maggiori opportunità di crescita, con il 69% degli intervistati che hanno indicato una significativa espansione della quota di mercato negli Stati Uniti. Confrontando i dati del primo trimestre 2024 con quelli del 2023, si registra un incremento notevole nel canale degli importatori, con il 65% che rappresenta vini siciliani nel 2024 rispetto al 47% nel 2023. Anche i distributori mostrano un trend positivo, con l’80% che detiene vini siciliani nel 2024, rispetto al 75% del 2023.
La strategia 2025 di promozione della DOC Sicilia negli States vede consolidata partnership con le agenzie Colangelo&Partners e Current Global. Colangelo&Partners si occuperà delle attività rivolte al trade, mentre Current Global gestirà la comunicazione consumer, amplificando il messaggio attraverso i media digitali e le relazioni pubbliche. Gli eventi sul territorio, cuore pulsante della promozione negli USA, comprenderanno un fitto calendario di seminari, tasting e incoming. Tra gli appuntamenti di spicco, il “Grand Walk Around Tasting” a New York, previsto per il 21 maggio, sarà il fulcro del Sicilia DOC Annual US Road Show, con oltre 200 ospiti tra rappresentanti della stampa e operatori del settore della metropoli newyorkese. La manifestazione sarà accompagnata da eventi in altre città chiave come Chicago, Houston e Washington DC, dove seminari tematici e cocktail reception offriranno un’opportunità unica per approfondire la conoscenza dei vini siciliani.
Il 2025 segna anche la partecipazione del Consorzio alle principali fiere di settore negli USA, tra cui il Wine & Spirits Wholesalers of America (WSWA) a Denver a febbraio, il Charleston Wine+Food Festival a marzo e il Vinitaly Chicago ad ottobre, cui si aggiunge la partecipazione al Martha’s Vineyard Food & Wine Festival. Ogni evento rappresenta un tassello importante per rafforzare le relazioni con operatori, giornalisti e consumatori, creando un dialogo diretto e coinvolgente.
Grazie a iniziative mirate e ad un costante impegno verso la sostenibilità e la qualità, i vini DOC Sicilia si confermano ancora una volta ambasciatori del Made in Italy nel mondo, capaci di conquistare i mercati internazionali con la loro ricchezza espressiva e identità inconfondibile.
CONSORZIO DI TUTELA VINI DOC SICILIA
Il Consorzio di Tutela Vini Doc Sicilia si costituisce nel 2012, con l’obiettivo di valorizzare il vino del territorio siciliano e promuovere la Doc Sicilia, con azioni mirate alla crescita della visibilità di una denominazione simbolo del Made in Italy e alla tutela e vigilanza a difesa del consumatore e dei produttori. Circa 7.000 viticoltori e oltre 500 imbottigliatori sono promotori della Denominazione di Origine Controllata “Sicilia”, un riconoscimento utile a rappresentarli ma anche a valorizzare e salvaguardare la produzione vinicola dell’isola. La Redazione
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Il Consorzio di Tutela Vini Doc Sicilia si costituisce nel 2012, con l’obiettivo di valorizzare il vino del territorio siciliano e promuovere la Doc Sicilia, con azioni mirate alla crescita della visibilità di una denominazione simbolo del Made in Italy e alla tutela e vigilanza a difesa del consumatore e dei produttori. Circa 7.000 viticoltori e oltre 500 imbottigliatori sono promotori della Denominazione di Origine Controllata “Sicilia”, un riconoscimento utile a rappresentarli ma anche a valorizzare e salvaguardare la produzione vinicola dell’isola. La Redazione