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25 Ottobre, 2023

Alla scoperta delle eccellenze piemontesi: Mauro Molino

Alla scoperta delle eccellenze piemontesi: Mauro Molino Finalmente questa lunga estate meteorologica sta volgendo al termine ed è tempo di riprendere ad essere accompagnati dai grandi vini strutturati e di carattere come quelli piemontesi: oggi vi parlo dell’Azienda Agricola Mauro Molino. L’azienda, fondata nel 1953, conta circa 18 ettari vitati e si trova nel cuore dell’area di produzione del Barolo, in particolare a La Morra in frazione Annunziata. Una realtà giovane e dinamica, ma fortemente legata alla tradizione e alle proprie radici. Da sempre a conduzione familiare, vede l’origine della produzione con Mauro Molino che negli anni ’70, dopo aver studiato e fatto pratica nel campo dell’enologia in Emilia Romagna, in seguito alla morte del padre Giuseppe, torna nelle Langhe delle sue origini. Il padre gli ha lasciato in eredità alcuni vigneti e lui vede in questa occasione la grande opportunità di creare qualcosa di unico nella propria amata terra. Nel 1982, dopo aver effettuato una ristrutturazione dei vigneti e della cantina, produce il suo primo Barolo, quello del Vigneto Conca. Da qui inizia Mauro comprenderà sempre di più la fortuna di poter lavorare in una zona unica al mondo, quella del Barolo. Si innamorerà sempre di più dei monovitigni tipici di questo territorio e in particolare del Nebbiolo. Oggi fa parte dello staff aziendale a pieno titolo Matteo, il primo figlio di Mauro. Da sempre appassionato alla produzione di vino di altissima qualità, ha iniziato sin da piccolo a interessarsi della cura dei vigneti e dei diversi processi di vinificazione, portando una ventata di freschezza e di innovazione a livello produttivo, cercando di esaltare sempre di più la qualità dei vini, l’eleganza e la piacevolezza. Martina, la figlia più piccola di Mauro, si unisce al padre e al fratello nella conduzione dell’azienda. Come da tradizione anche Martina si diploma alla Scuola Enologica di Alba, e dopo alcune esperienze all’estero, ritorna a La Morra pronta per dare il suo contributo nelle attività di famiglia, dedicandosi in modo innovativo alla comunicazione, alla commercializzazione e alla trasmissione della filosofia aziendale. L’Azienda produce vini che rappresentano al meglio l’espressione del nostro territorio, partendo dai classici piemontesi, declinati anche nelle versioni dei più importanti cru. Sono presenti il Dolcetto, Dimartina (blend di Barbera, Merlot e Nebbiolo), Barbera d’Alba, Barbera d’Asti “LERADICI”, Barbera d’Alba “Legattere”‎, Langhe Nebbiolo, Barolo base e diversi cru Barolo: “Gallinotto”, “Bricco Luciani”, “La Serra” e “Conca”. Sono presenti anche i bianchi Roero Arneis e Chardonnay. Questa azienda rimane sicuramente tra quelle che metto nel mio “piano di viaggio” per quando potrò riorganizzarmi e tornare in Piemonte a visitare cantine, per adesso ho degustato il loro Barolo che rappresenta un grandissimo biglietto da visita, impossibile non innamorarsene! A cura di Giuseppe Petronio  Mi trovi su Instagram @peppetronio
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25 Ottobre, 2023

Gambero Rosso "Tre bicchieri" 2024

Gambero Rosso “Tre bicchieri” 2024 Uno, nessuno, centomila. Oppure 498, come il numero dei vini premiati con l’ambito riconoscimento “Tre bicchieri” del Gambero Rosso. Possono sembrare tanti, ma se sono il frutto di oltre 50 mila etichette degustate, appare immediatamente evidente come rappresentino una percentuale bassissima (circa l1%).
Occorre anche sfatare il luogo comune che solo vini di prestigio possono ambire al riconoscimento poiché, tra i 498 premiati ve ne sono 56 (l’11%) sotto i 15€. Significativo invece come il 35% sia rappresentato da aziende biologiche e biodinamiche. Ogni vino è una opera d’arte poiché frutto di una attenta elaborazione della materia prima. Mani esperte che colgono i grappoli. Mani esperte che li lavorano. Mani esperte che trattano ogni fase del processo. Dietro ogni bottiglia c’è l’attento lavoro di persone che usano prima il cuore poi la mente per elaborare qualcosa che non può essere banalizzato come semplice “liquido”. Profumi, sapori, sensazioni. Ciò che troviamo nel vino è essenza, storia, passione, fatica. Una vera opera d’arte. Così, presentare i vini del Gambero Rosso in un luogo pazzesco come il Palazzo Esposizioni Roma di Roma, non può che essere la cosa più naturale del mondo: opere d’arte tra le opere d’arte. Ecco che i colori del vino e la creatività delle etichette si fondono perfettamente con l’ambiente circostante. Un museo che prende vita non solo dalle pareti ma anche dai banchi di assaggio. Qui si incontrano i creatori dei vini. Qui si parla di vino. Qui si discute di sentori. Qui si discute della storia. Ho avuto il piacere e l’onore di conoscere tante persone. Dialogare con loro. Parlare la stessa lingua. Quella della passione. Ho avuto il piacere e l’onore di testare le loro opere e discutere di queste. Sul mio canale Instagram ho cercato di raccontare con delle storie le etichette. Magari un giorno avrò modo di raccontare anche le storie di alcuni creatori. Uscendo dal museo risulta difficile capire quale sia l’opera che ha attirato maggiormente l’attenzione. Allo stesso modo mi è impossibile dire quale vino, tra i tanti degustati, abbia fatto breccia in me. Perché ognuno mi ha fornito sensazioni diverse e importanti. Ognuno ha trovato uno spazio nella mia mente e nel mio cuore. In fondo così sono le opere d’arte: ci aprono la mente verso nuovi modi di esplorare il mondo. Grazie a tutti i produttori che ho incontrato e grazie al Gambero Rosso che mi ha consentito tutto ciò. Al prossimo anno! Ivan Vellucci Mi trovi su Instagram : @ivan_1969
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20 Ottobre, 2023

Furnari: orgoglio, riscatto, giustizia

  Quanto vanno di moda i vini siciliani. Tutti si vantano di conoscere i vari Nero d’Avola, il Grillo, l’Insolia, il Catarratto, il Marsala. Tutti a citare i vini dell’Etna, le meraviglie del Trapanese, la DOCG del Cerasuolo di Vittoria. Insomma si fa man bassa di vino siciliano grazie anche alle numerose cantine che sono sorte in Sicilia negli ultimi anni. E meno male dico io. Meno male che ci siamo arrivati fino a questo punto. Con ancora tanta ma tanta strada da fare per valorizzare una terra così unica e meravigliosa quale è la Sicilia. Isola, continente, nazione a parte. Chi lo sa. Chi può dirlo. Quando a Roma piove e fa freddo, in Sicilia si può fare il bagno. Se mangi un arancio della Sicilia sa di sole e caldo. Così come una pesca tabacchera. Solo qui trovi quelle vere.  Terra strana la Sicilia. Ricca di tutto. Anche di contraddizioni.  Pochi ricordano come era un tempo. Non parlo di centinaia di anni fa ma del dopoguerra. Gli anni del boom economico, della voglia di fare impresa, della ricostruzione. Il fermento che pervadeva l’Italia intera qui, in Sicilia, era solo un piccolo refolo di vento. Nulla di più. Si viveva ancora in maniera contadina e pochi avevano voglia di fare impresa. Facile e intuitivo pensare alla innominata Mafia, alla incuria dei governi nazionali e regionali, alla mentalità delle persone.  Eppure, qualche persona che aveva voglia di rischiare e fare impresa, anche qui c’era. Qualche appunto. Perché fare impresa in Sicilia nel dopoguerra era complicato. Parecchio complicato. Se poi volevi farla nel campo del vino, era più che parecchio complicato.  Il vino siciliano, quello che oggi vediamo tutto bello imbottigliato ed etichettato, prima non c’era. Il vino si produceva per essere esportato come vino da taglio. O al massimo venduto sfuso. Chi poteva essere il pazzo che andava a metter su una azienda vinicola per vendere il vino imbottigliato? Francesco Furnari. Ecco come si chiamava uno di quei pazzi, visionari imprenditori. Lui e pochi altri le cui bottiglie oggi sono in vendita come oggetti da collezione. Tempo fa lo zio di mia moglie mi disse di aver trovato in cantina una serie di bottiglie storiche degli anni 60 e 70. Voleva venderle e chiedeva una possibile valutazione. Una volta invitatemi le foto capisco che si trattava di oggetti da collezione. Non bevibili ma comunque con un minimo valore da collezionisti. Erano le bottiglie del vino Corvo dei Duca di Salaparuta che insieme ai Florio rappresentavano due delle poche realtà siciliane. Francesco Furnari era un imprenditore che, partendo da Piazza Armerina, lo splendido paese vicino Enna famoso per i suoi mosaici, creò una azienda vinicola con l’ambizione di vedere le proprie bottiglie sui tavoli dei più importanti ristoranti del mondo. Un prodotto di qualità insomma e non certo un vino da taglio benché mai sfuso. Francesco era un ragazzo sveglio. Dovevi esserlo per forza in quegli anni dove per campare occorreva arrangiarsi senza appoggiarsi ai genitori. Sportivo di quelli seri (anelli, fondo scherma), politico attivo, aprì il suo primo magazzino per la vendita di birra e vino sfuso dopo la guerra. Si sa come vanno queste cose. Inizi a vendere merce degli altri ed ad un certo punto ti chiedi: ma perché il vino non ce lo facciamo da noi? Vigneti ce ne erano in quantità. Solo che per produrre vino, tranne quello di casa, non è che si fosse molto esperti. Francesco però osserva e prende quello che c’è. Che è tanta roba. Perché in quegli anni, le aziende del nord mendavano in Sicilia i propri enologi a comprare l’uva. Bastava agganciare uno per iniziare a collaborare. Detto fatto. Non rimane con le mani in mano però: ci sono da fare le ricerche ampelografiche per stabilire cosa trasformare e creare lo stabilimento produttivo. È così che nel 1962 nasce il primo vino nello stabilimento di Piazza Armerina.  Tre le linee di prodotto create: Fleming, rosso con Calabrese (Nero d’Avola) e Nerello Cappuccio; un bianco da Catarratto, Insolia e Verdello; un rosato, vero fiore all’occhiello, da Nero d’Avola con vinificazione in bianco e frizzante per seguire la tendenza dell’epoca (vino questo anche più volte  premiato). C’erano poi anche vini di più facile beva e a prezzi ridotti. Tanto per completare la gamma.  L’azienda, in poco tempo, crebbe molto grazie anche ai tanti premi ricevuti ed alle esportazioni in varie parti di Italia ed Europa. Giovani enologi che diventeranno poi famosi, come Franco Giacosa, si formano nella sua azienda. Certo, imprenditoria e politica non sono mai andati troppo a braccetto. Chiaro che Francesco non ricevette agevolazioni da questo connubio. Tutt’altro. Andò avanti lo stesso arrivando ad esportare i vini fino a New York. Per fare questo dovette incontrare Frank Sinatra. A quel tempo occorreva il benestare di chi gestiva tutto. Andò male perché esportò dei container e a New York ma volevano in cambio delle cose che lui non poteva dare. Riuscì a tornare in Italia anche se in maniera rocambolesca. Così Cristiano Furnari, nipote di Francesco, ricorda l’episodio. Così come ricorda di quando il nonno andò ad esportare il vino anche in Perù quando erano vietate le importazioni di alcolici.  Fece un accordo con le autorità locali che gli diedero le chiavi della città, lima. Fino a quando gli chiesero in cambio di esportare altro. Si rifiutò. Difficile anche fuori dall’Italia fare impresa in quegli anni. Davvero complicato.  Agli inizi degli anni 80 Francesco si ammala e non riesce più a seguire l’azienda che, purtroppo, cade in disgrazia.  Mio padre era giovane (con due sorelle) e lavorava in cantina da quando aveva 10 anni. Mia nonna lo invogliò a cambiare vita e andare a studiare. Via dalla Sicilia. Era troppo pericolosa. Con l’azienda in fallimento, i creditori che aleggiavano come avvoltoi, gli avversari politici e quanto altro si possa immaginare di peggio per rendere una permanenza pericolosa, quasi scontato il destino a cui Fabio, il papà di Cristiano fosse indirizzato: sul Continente. A Roma.  Mio nonno aveva qualche ettaro di vigneto ma comprava l’uva. Tutte le terre sono andate perdute insieme allo stabilimento. Non abbiamo più possesso di niente perché quando nonno è morto, c’è stato un fallimento e fu svenduto tutto. Il tempo passa e si tenta, si cerca di dimenticare. Ci prova soprattutto Fabio che dall’aiutare il padre in cantina si trova catapultato a Roma cambiando totalmente vita.  Non ho conosciuto Fabio ma mi sarebbe davvero piaciuto molto. Impegnato nella cultura come cantautore, scrittore nonché titolare della casa editrice e discografica Terra Sommerse. Magari un giorno lo conoscerò e vorrò chiedergli quanto della canzone Mio Padre del suo album Cavalieri e soldati. Dal testo che ho ascoltato, uno struggente mix di amore e denuncia. Denuncia che emerge prepotente anche nella struggente prefazione “Il miracolo del vino” del libro di Fabio, Gasolio, scritta da Maurizio Prestifilippo. In ogni modo, passa il tempo, inesorabile. Ma la storia rimane. Rimane nei ricordi tramandati ai nipoti di un tempo che fu: Francesco che vive a Bari, Alessandro in Sicilia, Cristiano a Roma. L’idea alla base era recuperare una eredità morale e anche un sentimento di riscatto per una storia particolare. Con la consapevolezza che riprodurre una azienda come quella del nonno, anche per la sua enorme capacità imprenditoria, non poteva essere nei nostri obiettivi.  Alessandro, Francesco, Cristiano decidono sedendosi attorno ad un tavolo, che il nome dei Furnari doveva tornare a stare sulla etichetta di un vino.  Io me la immagino la scena di questi tre carusi che fantasticano di vino, di cantina, di vigna, di commercio. I racconti con protagonista nonno Francesco, quei racconti che si sentono fare da quando erano piccoli, adesso, possono trovare un minimo di realtà. Sentono in loro la possibilità di fare qualcosa. Così come immagino Fabio, che il vino lo ha fatto veramente insieme al padre, con gli occhi che gli brillano. Forse anche di commozione.  Già, tutto bello. Ma l’azienda e il vino sono tutt’altra cosa che ricordi e volontà. I tre, che carusi non sono più, decidono di partire. È il 2018 e nasce (o rinasce), la Azienda Vinicola Furnari. Nasce la società ed è già un inizio (per mera cronaca ha sede legale non in Sicilia ma a Roma, negli stessi locali di Terre Sommerse).  Occorre produrlo il vino però. Cosa non semplice senza vigne.  I tre ragazzi sono ingegnosi e investono i successivi due anni nella implementazione di un piano ben preciso.  In primo luogo la ricerca delle vigne. Se non puoi comprarle e non hai capacità e competenze, l’unica strada è trovare una azienda che produca uve della tipologie e qualità necessarie. Lo trovano a Butera, poco sopra Gela. Non abbiamo dei vigneti di proprietà. Per ripartire abbiamo preferito appoggiarci ad un vignaiolo esperto del quale ci fidiamo e sappiamo come lavora. Ci conferisce le uve. Così siamo entrati gradualmente nel mercato. Dopo 35 anni è tutto cambiato. Necessità di ripartire da zero.  Poi occorre capire che tipo di vino produrre. C’è certamente bisogno di un enologo. Qualcuno però che supporti nella rievocazione delle bottiglie del nonno in chiave moderna. Spazio dunque ai monovitigni che soppiantano i blend.  Facciamo circa 10.000 bottiglie l’anno. Negli anni 70 ne faceva circa 200mila. Erano tante allora. Abbiamo voluto ripartire da zero. Con umiltà. Facendo un passo per volta. Richiede tanto impegno e sacrificio. Bottiglie poche. Non ci si vive.  Nascono così i tre vini della Furnari i cui nomi ricalcano e fanno rivivere quelli di nonno Francesco: il rosso da Nero d’Avola, Flaming; il Bianco di Lidia da Insolia; Velvety, il rosato da Nero d’Avola. Sul mio blog ho recensito il Velvety, un vino con tutta la Sicilia dentro! Ci siamo affidati all’enologo con l’idea del vitigno. Mio padre aveva conservato le trascrizioni delle ricette. Per delle cose sono cambiate per altre no.  Volevamo fare il rosso in blend ma non siamo riusciti a trovare il Nerello Cappuccio. Adesso stiamo tentando di fare un rifermentato in bottiglia sulla base del nostro rosato.  Francesco Furnari con Franco Giacosa Tutte lavorazioni semplici. Solo poche bottiglie affinano in barrique. Gli esperimenti sull’insolia con una piccola percentuale di barrique ma non ci ha convinto. Ora, potrebbe sembrare che questa sia l’opera di tre ragazzi che, ancorché animati da nobili sentimenti, vogliano gettarsi in una attività senza la propria anima. Rendendosi le cose più semplici possibili. Ma credetemi, non è così. I giovani non vanno mai sottovalutati. Perché oltre le idee, fantasiose o strampalate che siano, c’è tanto entusiasmo, tanta passione, tanto studio, tanta programmazione.  Francesco, Cristiano, Alessandro (e metto dentro anche Fabio), fanno tutto in maniera estremamente intelligente.  Anzitutto un business plan. Che per molti non vorrà dire nulla ma per chi ne sa un minimo di imprenditorialità è l’elemento senza il quale neanche si costituisce la società. Poi c’è lo studio relativo agli aspetti che vano dalla coltivazione, alla cantina, alla commercializzazione.  Abbiamo studiato molto. Io ho molto approfondito tanti aspetti. Il nostro vino viene dal lavoro di una persona che ci sta giorno e notte e la segue bene. Su indicazioni diverse abbiamo trovato chi soddisfaceva le nostre caratteristiche. I contatti ci hanno aiutato. Instradandoci bene. Ci è voluto un pò, quasi due anni per farsi bene una idea.  Quindi c’è l’ascolto di chi ne sa più di loro a cominciare da papà Fabio. Ci siamo appoggiati ad un enologo, Donato Lo Vecchio, che aveva curato anche Planeta e Settesoli. Poi ad un agronomo. Con i contatti ci sono state consigliate strade da prendere. Persone più esperte con le quali parlare. Fabio Furnari Infine la scelta del luogo e del partner agricolo cui affidarsi. Siamo andati in un territorio come quello di Butera, vicino Caltanissetta. Vicino Piazza Armerina. Mio cugino vive li e mia nonna ha vissuto li. Li c’erano i vignaioli di mio nonno che prendeva l’uva li tra Caltanissetta e Vittoria per il Nero d’Avola; Menfi e Alcamo per i bianchi. Siamo andati li perché cera un significato. Quei vitigni esprimono un significato. Se uno vede le vigne di Butera se ne innamora. I terreni sono molto calcarei. Su sabbia bianca. Conferendo molta mineralità e sapidità. Scelte precise e non certo improvvisate. Attente e ponderate riflessioni per ripartire con qualcosa che consentisse rischi non elevati e gradualità. Se non è una scelta intelligente questa! Vorremmo andare in autonomia con una cantina totalmente nostra. Non tanto con le vigne perché ci manca tempo ed esperienza. Nulla toglie che se le cose andassero bene molliamo tutto e ci mettiamo a fare vino al 100 per cento. Sarebbe la mia massima aspirazione. Tuo nonno cosa ne penserebbe di questo? Non l’ho conosciuto purtroppo. Forse mio padre ti risponderebbe meglio. Era un altro contesto, un’altra testa. È stato geniale ma ha commesso degli errori per il suo sogno. Sarebbe comunque contento perché abbiamo ripreso questa attività. Magari troverebbe anche altre soluzioni. Noi, anche forti di quella esperienza, consapevoli, abbiamo fatto un’altra scelta. Ecco, questa la storia di un sogno infranto. Questa la storia di chi, per senso di riscatto, rispetto e orgoglio (forse anche di giustizia) sta tentando una resurrezione.  Non so come andrà a finire questa storia e cosa aspetterà i tre carusi (che carusi non sono più) tra qualche anno. Spero solo di poter, un giorno, scrivere ancora di loro e di come siano riusciti ad onorare la memoria di nonno Francesco. Francesco Furnari. Ivan Vellucci Mi trovi su instagram : @ivan_1969
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13 Ottobre, 2023

Terrae Laboriae: orange, anfora, cuore e testa.

  Le buone idee nascono dalle intuizioni. Guardarsi attorno in maniera incantata come fa un bambino. Senza un preciso scopo. Chiedendosi perché, come, quando. Entusiasmarsi. Meravigliarsi. Stupirsi. E, al tempo stesso, riflettere. Pensare.  Non è un meccanismo automatico. Occorre allenamento e predisposizione.  Avete presente quei giochini della Settimana Enigmistica per i quali occorre unire i puntini numerati così da formare una figura di senso compiuto? Ecco, proprio quelli. Immaginate dunque come ogni puntino, senza una linea che li congiunga, non sarà mai niente di definito. Unendo i punti però, appare la figura nel suo insieme. Chiara, lampante. È sempre stata li ma non l’avremmo mai vista senza una congiunzione.  L’idea appare chiara e non aspetta altro di essere realizzata. Già, ma mica è semplice realizzare fisicamente una idea. In molti ci provano, in tanti falliscono.  Per realizzare qualcosa di concreto, qualcosa che può farti svoltare nella vita o che dia a questa un senso diverso, è necessario non solo averla, l’idea, ma anche essere in grado di realizzarla. Con cuore e con testa. Andiamo per ordine.  Il primo puntino si chiama Antonio Sauchella. Ingegnere, manager, appassionato di vino. Una persona che sa il fatto suo e che a circa 40 anni può vantare solide esperienze consulenziali in Italia e all’estero. Soprattutto in Asia. Antonio è un entusiasta oltre che una persona estremamente competente. Senza spocchia e con quella giusta dose di umiltà che non fa mai male. Anzi, direi pure di più di quanto servirebbe perché il curriculum è di tutto rispetto ma non lo da a vedere. Il secondo puntino sono i vini Orange che in Asia hanno da tempo una buona diffusione. Non sapete cosa sono i vini Orange? Immaginate di realizzare un vino bianco alla maniera del vino rosso ovvero con la macerazione delle bucce. Ciò che accade è il rilascio di sostanze coloranti (polifenoli) e tannini. Il vino invece che bianco, assume una colorazione aranciata più o meno marcata in funzione del vitigno e del periodo di permanenza sulle bucce. Il risultato sarà un vino che, generalmente, mantiene i sentori del vitigno di provenienza ma risulterà tannico. Davvero molto interessante. Il terzo puntino è la provenienza di Antonio: Benevento. Territorio meraviglioso con vitigni meravigliosi. Quel territorio che se ti ha visto nascere ha sicuramente lasciato una impronta indelebile. Per le tradizioni, per la passione, per le persone. Ti ha lasciato anche l’accento. Fa strano, ma manco tanto, sentire parlare Antonio che di lingue ne conosce parecchie e vive a Milano, ancora con un leggero accento campano. Che meraviglia! Il quarto puntino è Angelo. Vignaiolo di famiglia di vignaioli che possiede e lavora le terre e le vigne. Che non trasforma però in vino. Vende le uve al consorzio. Pochi ettari ma tutti trattati con cura e amore. Unire questi punti per Antonio è semplice. Un consulente ci mette un attimo a capire che si può fare qualcosa di buono. Buono però è nemico di ottimo. Anche se non ho mai capito dove si posiziona distinto. Infatti a scuola Ottimo era il massimo e pure qui non va bene perché ci sarebbe Eccellente ma non si metteva mai. Un pò come il 10. Meno male che ora le cose sono cambiate e i 10 fioccano. Eravamo ad Antonio. Fare le cose buone non consente di fare quelle migliori. Quelle che in qualche modo ti contraddistinguono rispetto al resto.  Così Antonio pensa in maniera diversa. Ancora di più. Lo fa non da solo ma con Angelo. Perfetta simbiosi, perfetto allineamento dei pianeti e soprattutto congiunzione di tutti i puntini. Dunque. Vini Orange. Antonio li scopre in Asia. La sua permanenza li per lavoro gli regala sentori diversi, gusti diversi. Così che gli abbinamenti con i vini Orange risultano vincenti. “In Italia ce ne sono pochi di vini Orange” avrà pensato tra se e se. Quando uno proviene da una terra con meravigliosi vitigni autoctoni dotati di grande freschezza, dunque adattabili alle lunghe macerazioni e ha un caro amico che li coltiva, beh, la figura comincia a prendere forma.  Eh già, ma di produttori che realizzano vini da Falanghina e Piedirosso ce ne sono a iosa nel Sannio. Occorre qualcosa di diverso e Antonio, insieme ad Angelo, vado dritti come treni sull’anfora georgiana. Ma non basta. Occorre spingersi oltre per guadagnarsi una vera distinzione nel territorio (e non solo). Ecco allora che la filosofia di un vino naturale prodotto con lieviti indigeni e nessun tipo di aggiunta nel processo prende forma. Ricapitoliamo. Vitigni autoctoni del Sannio. Macerazioni in anfora. Lieviti indigeni. Nessun tipo di aggiunta. Permettetemi di dire “wow”! Insieme a questo mio amico, viticoltore da generazione nel Sannio, è nata l’idea di fare qualcosa di diverso. Ci piaceva molto la filosofia naturale visto che viviamo in un mondo così tecnologico e con prodotti figli della tecnologia. Abbiamo studiato la filosofia georgiana con il mondo degli orange wine, macerazione lunga, complessità, tannino nel vino bianco. Ci siamo spinti su questa filosofia. Il ritorno agli arbori vuol dire avere prodotti artigianali con solo uva e niente altro. Le anfore come si usavano migliaia di anni fa. Niente uso di tecnologia, lieviti autoctoni, massaggi del cappello, nessun controllo della temperatura. Questo sorprende anche gli operatori del settore perché non avere tecniche di controllo è complicato. Di fatto noi abbiamo delle anfore di terracotta posizionate cinque metri sotto il terreno che è il migliore mitigatore degli sbalzi termici. Anfore da 1000 litri con una produzione annuale di poco più di 4000 bottiglie. Piccole quantità con una ricerca estrema della qualità perché vogliamo un prodotto che eccelle per qualità senza chimica. Interveniamo molto in vigna.  Antonio è un manager abbiamo detto. Si occupa di consulenza tecnologica in una azienda che lui stesso ha contribuito a fondare. È davvero meraviglioso come senta forte il bisogno di artigianalità, di ritorno alle origini e soprattutto di mantenimento delle tradizioni. Innovazione e tradizione possono e devono andare di pari passo. Perché il mondo non sarebbe quello che è senza l’innovazione e non saprebbe dove andare senza le tradizioni. Un connubio che dovrebbe sempre di più essere rafforzato poiché non in antitesi ma assolutamente in simbiosi. Nasce quindi Terra Laboriae. Nasce il progetto di Antonio e Angelo in quel di San Lorenzo Maggiore (BN) dove ci sono le terre. Un nome che identifica proprio la “Terra del lavoro” già ai tempi di Plinio il Vecchio, la Campania Felix che a tutti gli effetti è la culla del vino in Italia. Terreni fertili, clima fantastico, vitigni meravigliosi.  La scelta delle anfore, insolita in questo territorio, e ancor di più della completa naturalezza del vino, come mantra aziendale. Elemento imprenscindibile e insostituibile.  All’inizio c’era un pò di scetticismo ma il prodotto ci soddisfaceva rendendoci forte. La prima volte che ho visto il vino mi sono emozionato. Quasi come se fosse un figlio che nasce. Frutto di tante idee e pensieri.  Le anfore arrivano dalla Toscana. Una scelta obbligata a seguito della guerra in Ucraina che ha bloccato il commercio.  Erano già pronte per la spedizione. Il produttore voleva mandarle via Turchia ma senza garanzia.  Le abbiamo comunque messe noi sotto terra. L’idea era di avere una cantina sotterranea.  Riusciremo prima o poi ad importare anfore dalla Georgia  Una società fatta da due persone a distanza. Con Antonio a Milano e Angelo in a San Lorenzo.  Antonio che si occupa della parte sales&marketing, Angelo della gestione della vigna. Insieme quando si tratta della vendemmia e della realizzazione delle bottiglie. Quattro ettari di vigna nel cuore del Sannio e tanta positività in questi due ragazzi che partiti nel  2022 con la prima vendemmia, hanno imbottigliato le prime bottiglie nel 2023 e solo ora pronti per uscire sul mercato con tre etichette. Tre tipologie di vino che rappresentano tre puntini da unire con una semplice linea ad identificare la filosofia aziendale.  La prima è una Falangina, Tetri (il cui nome è bianco in lingua georgiana, თეთრი) con macerazione breve. Raccolta e pressata manuale. Macerazione in anfora di 24 sul bucce e raspi per non perdere il sentore vegetale (le vigne hanno circa 25 anni dunque si può fare). Poi affinamento in anfora per 12 mesi.  L’obiettivo di questo vino è un prodotto maggiormente fruibile poiché la macerazione è meno spinta. Per un pubblico che vuole “capire” di cosa si tratta senza spingersi molto in avanti. Il risultato è una Falanghina che esalta odori e sapori: già dal colore dorato stupisce. I frutti al naso non sono bianchi ma gialli: pesca, melone, ananas. Arriva il fieno e la camomilla quasi mielosa. Infine lime e pera. Il mix ricorda una marmellata di arance. Secco, caldo, fresco e sapido ad esaltare il territorio. Un meraviglioso retro olfatto di albicocca disidratata pervade la bocca rendendo il sorso unico e insolito per questo vitigno. Chiusura di bocca precisa e persistenza anche lunga. Stupendo Poi il rosso Teli (rosso in lingua georgiana, წითელი) da Camaiola, un bel vitigno autoctono usato già dagli antichi romani e confuso nel passato con la Barbera tanto da prendere il nome di “Barbera del Sannio”. Il vino viene prodotto con 8 giorni di macerazione e 12 mesi di invecchiamento in anfora. Molto colorato e dotato di buona freschezza ancorché meno tannico del sempre presente (in queste zone) Aglianico. Rubino con riflessi porpora, appare impenetrabile nel colore. Tanta frutta rossa e nera quasi a ricordare la macedonia degli alberghi di montagna (mi ci tufferei!). Prugna e tante spezie dolci che vanno dai chiodi di garofano alla noce moscata, al pepe di Sichuan. Poi la rosa che appare fresca e vegetale. Morbida al palato, rotonda, suadente, sinuosa. Un tripudio di sensazioni dovute alla immediata durezza (è secco, fresco, caldo) che si ammorbidisce donando setosità. Teli è un vino che si arricchisce pian piano che trascorre tempo in bocca arrivando ad una chiusura impeccabile grazie anche alla meravigliosa mineralità. Sembra uno vino del nord ma molto più morbido e bilanciato. Buona la persistenza. Infine Speri (arancio, ფორთოხალი) la Falanghina più spinta con 28 giorni di macerazione e 12 mesi di affinamento. In anfora ovviamente. Per garantire l’ossigenazione si eseguono ripetuti e giornalieri massaggi a mano. Una vera coccola per queste uve che restituiscono poi un colore che tende all’orange insieme ad una buona complessità olfattiva. Le note minerali si uniscono a quelle affumicate e all’arancia candita, al mandarino, all’albicocca quasi in crostata. Pesca e fiori di mandorlo ed arancia. Si percepisce anche una nota delicata nota vegetale. In bocca si palesano i tannini così da renderlo abbinabile ad una vasta gamma di piatti. Secco, caldo, fresco ma non troppo. Minerale. Davvero tanto minerale. Stupendo per la sua partenza quasi dolce e la virata verso un delicato e stuzzicante amarognolo per via dei raspi lasciati nella macerazione. Pulitissima la bocca e ottimo bilanciamento. Un vino non per tutti ma del quale ce ne si può facilmente innamorare. Le produzioni non possono che essere di nicchia. 2400 bottiglie di Falanghina Tetri, 1000 bottiglie di Speri e altrettante di Teli. Uno dei vantaggi dell’anfora è il mancato influenzamento del mosto. Totalmente neutra. Tutto ciò che senti arriva dal vitigno. L’idea alla base doveva essere un prodotto non convenzionale in una terra che di convenzionale ha molto. Qualcosa che oggi non si fa. Ero tornato dall’Asia con l’idea di questi vini. Li dove hanno cultura e passione per questo tipo di prodotto. Angelo mi ha sempre seguito. Inizialmente avevamo coinvolto anche un altro produttore con base convenzionale che non era molto d’accordo sulla filosofia. Non abbiamo continuato insieme perché non credeva alla nostra filosofia. Abbiamo trovato l’enologo specializzato in vini naturali che opera nel nord Italia Francia e Romania. Non era mai stato al sud e non conosceva la Falanghina. Alle prime visite in cantina ha detto di aver visto terreni vigorosi, terreni che cedono vigore ai vigneti: Campania felix! Ora, se si tratti di un vero approccio filosofico o di una filosofia costruita a scopo commerciale dopo una attenta e minuziosa analisi del mercato di riferimento e con un occhio al business plan, non l’ho nemmeno chiesto. Non credo sia importante davvero perché le idee, occorre non solo averle, ma anche renderle fattive. Nel tempo. Dunque, che si tratti di filosofia pura o di una strategia commerciale, poco importa. Il prodotto che ne esce è comunque sensazionale. Ho avuto modo di provare in anteprima le bottiglie e ne sono rimasto piacevolmente colpito. La recensione dello Speri è sul mio canale Instagram. Di certo, il business plan è stato fatto e con cura. Molti vignaioli nemmeno sanno cosa sia un business plan. Spesso si iniziano attività commerciali o produttive così, ad intuito. Perché piace l’idea e ce ne si innamora. Poi, come va va. Vediamo alla fine dell’anno.   Così, se va bene, si arriva alla fine dell’anno e se ne ricomincia un’altro senza sapere se si stia andando nella direzione giusta oppure contro un muro.  Antonio il business plan lo ha fatto e ci mancherebbe altro. Un pò per deformazione professionale e direi per professionalità. Un pò perché stare dietro ad una attività del genere richiede tempo, soldi, energia. Sprecarli, non avrebbe senso ne servirebbe a qualcosa. Fare un business plan vuol anche dire tener conto dei costi di promozione dell’attività. Anche questo un aspetto sottovalutato e che poi torna prepotente quando i magazzini rimangono pieni. Sfugge ai più. Non può sfuggire ad un consulente. Esperto.  È così che Antonio oltre ad occuparsi del prodotto, presta molta attenzione alla costruzione delle etichette così come alla tipologia di bottiglia e al packaging. Volevamo fare qualcosa di diverso per proporre al mercato qualcosa di speciale e con un vero appeal. Le etichette sono fatte da un artista cubano, Juan Carlos Polo Chaviano. La mia ragazza è cubana e l’anno scorso siamo stati li. Parte delle mie vacanze le ho trascorse con questo artista a ragionare su come potevamo fare le etichette. Ha inventato questo personaggio che si chiama Gordito che è un uomo che brinda con il calice in mano rappresentato in diverse configurazioni ma sempre con l’anfora vicino per evocare il messaggio. C’è molto di investimento anche dal punto di vista del design e del fascino. Anche la bottiglia borgognotta: scura per non avere influenze della luce e del calore; spessa perché essendo un vino naturale, meglio lo conservi e meglio è.  Infine c’è l’astuccio che, oltre a dare una protezione aggiuntiva per viaggiare sempre al buio, è scenografia e design.  Bellissime in effetti le etichette come sono stupendi gli astucci. Stupende tonalità di colore e grafica accattivante. Fosse anche solo per esporle. Ciò su cui si dovrebbe prestare attenzione nelle parole di Antonio è l’aver messo a fuoco, analizzato e sviluppato ogni singolo aspetto del progetto: niente è e può essere lasciato al caso. Niente è improvvisabile.  Nonostante l’avventura sia appena iniziata, guardare al futuro è una necessità. Davvero il giusto approccio per non rimanere fermi, per pensare che ogni giorno è nuovo e diverso dall’altro.  Vorremmo mantenere quantità basse per gestire bene il processo. Potremmo salire fino a 6/7000 bottiglie con un paio di anfore in più. A livello di prodotti le innovazioni sono pensieri che vengono giorno dopo giorno. Avere qualche linea in più sempre con la stessa filosofia. Ad esempio con la Malvasia e il Piedirosso. La cantina è spoglia e servirebbe qualcosa per gli ospiti. Più strutturata e magari visitabile.  Ci pensi a staccarti dal lavoro? Per adesso è prematuro per la fase del progetto in cui siamo. Ma ci penso. In una città come Milano dove per sopravvivere devi lottare parecchio, la consapevolezza di avere un vigneto, una cantina, seguire le fasi della natura….alletta parecchio. Adesso che tutti i puntini sono riuniti, il progetto di una nuova realtà come Terrae Laboriae, prende davvero forma.  È un progetto che mi piace poiché nasce con solide basi frutto di intuizione, idee, calcoli, programmazione, studio, fatica, lavoro, tradizione, innovazione, territorio. Un mix perfetto si direbbe. No, non basta. Non stiamo parlando di ingredienti che devono unicamente mescolarsi indipendentemente dalle quantità. È necessario metterci due cose importanti: cuore e testa. Antonio e Angelo le hanno entrambi. Cuore e testa. Senza che l’una non domini sull’altra.  Un grande in bocca al lupo per questa splendida avventura. Sono certo che Teri, Teli e Speri saranno ricordati per molto tempo. Insieme agli altri che arriveranno…. Ivan Vellucci Mi trovi su instagram : @ivan_1969
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11 Ottobre, 2023

Casata Mergè: l’eleganza del Cesanese e non solo

  Negli ultimi mesi, grazie anche al coinvolgimento da parte del Consorzio Roma Doc alla creazione del calendario 2024, ho avuto modo di conoscere meglio alcune delle migliori cantine del territorio e approfondire la denominazione. Casata Mergè si trova al confine tra Frascati e Monte Porzio Catone, in un’area climatica pregiatamene mediterranea. Culla ideale per la coltura di vitigni autoctoni ultracentenari, in una zona che gli antichi Romani elessero a luogo di villeggiatura per eccellenza, grazie al paesaggio, al clima e alla bontà del suo vino. Nella prima metà del Novecento, Manlio Mergè inizia l’attività di viticoltore rispettando la cultura e le caratteristiche storiche del territorio. Oggi Luigi Mergè, con i figli Massimiliano, Mariabeatrice e Marianna, dopo quattro generazioni, continua a tenere vivo quel primo innesto, mantenendo intatte le radici di famiglia, producendo vini nel rispetto delle tradizioni ma al passo con le più avanzate tecnologie. Sui suoli vulcanici dell’azienda sono presenti sia gli autoctoni che i grandi vitigni internazionali, trovano spazio infatti: Sauvignon blanc, Syrah, Merlot, Cesanese, Montepulciano, Sangiovese, Cabernet Sauvignon, Pinot Noir, Chardonnay, Malvasia, Bellone, Trebbiano, Bombino e Pecorino. Tutti questi vitigni creano ciascuno o in blend tantissime combinazioni di vini ricchi di cura e pregio, che prendono forma in cinque linee di produzione, la 1960 (anno di fondazione dell’azienda), Amore DiVino, Camelot, Roma e Sesto 21. In generale, uno degli aggettivi che più mi piace associare ad un vino è elegante, ed è questo quello che mi è venuto in mente quando ho degustato il loro Cesanese IGP 1960, un vino che al calice evidenzia un rosso trasparente e intensa luminosità, trasmette armonia al naso e al palato regalando con sentori gentili di fragola e visciola, dimostrandosi altresì di carattere al palato, con la giusta dose di calore e sapidità, tannino levigato, dotato di sorso scorrevole e di piacevole final di bocca. Azienda che ha saputo lasciare il segno con questo Cesanese che rappresenta una gran bella sorpresa, essendo a mio avviso difficile trovarne uno dotato di tale eleganza, ma anche tutti gli altri prodotti che ho degustato (e che trovate in foto) sono stati di notevole qualità, per questo se anche voi volete iniziare un percorso di scoperta dei vini del Lazio sapete da dove iniziare! A cura di Giuseppe Petronio  Mi trovi su Instagram @peppetronio
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6 Ottobre, 2023

Azienda Francesco Maggi: Marco e la carica del Buttafuoco

Azienda Francesco Maggi: Marco e la carica del Buttafuoco  C’è poco da fare. Quando sei uno sportivo, uno di quelli che ha la carica dentro come se fosse una molla compressa, l’energia deve solo uscire. Non si tratta di un semplice sfogo ma di quella positività e forza vitale che è in grado di coinvolgere e travolgere. Lo sportivo ha sempre un obiettivo a cui puntare e si danna l’anima pur di raggiungerlo. Appena lo raggiunge poi, è subito pronto a trovarne un altro. Ciò che serve è solo pianificazione, allenamento massacrante, rinunce. E tanta ma tanta ma tanta forza di volontà.  Ad uno sportivo non piacciono le sfide facili. L’asticella deve sempre essere più in alto del proprio limite. Perché se già sa che si può raggiungerla, nemmeno vale la pena iniziare. Marco Maggi non ha ancora 40 anni e sportivo lo è di razza. Prima nel basket, poi nel kick boxing, infine nel ciclismo. Inarrestabile. Marco è una di quelle persone che hanno bisogno di canalizzare la propria energia nel modo più opportuno. Verso un obiettivo che, una volta inquadrato, deve e sottolineo deve, essere raggiunto.  Buttafuoco. Questo è l’obiettivo che si è dato Marco. Facciamo un pò di ordine altrimenti detto così non ci si raccapezza nulla. Tra sport e Buttafuoco si vedono poche assonanze. A proposito, ma che è Buttafuoco? Siamo nell’Oltrepò pavese, terra ai più noti per le splendide bollicine metodo classico da Pinot Nero. Non fosse altro perché fa riferimento alla omonima DOCG.  In questa vasta zona posta nella provincia di Pavia a sud del grande fiume Pò, il Pinot Nero arriva dopo e non da autoctono. Anche se conquista subito. Un pò come fa una squadra piena di campioni dal nome altisonante.  I circa 225 vitigni autoctoni oggi ridottisi a 12, hanno sempre fatto la parte dei comprimari. Relegati dopo sua Maestà il Pinot Nero (che comunque qui trova espressioni fantastiche).  Non solo Pinot Nero ma anche vitigni internazionali come Riesling, Chardonnay e Pinot Grigio. Poi, nelle parti basse della classifica, quelli nostrani: Barbera, Moscato, Malvasia, Cortese, Croatina, Ughetta (o Vespolina), Uva Rara. Ora, tutti questi vitigni e l’elevazione del Pinot Nero fanno pensare ad una zona che di storia e tradizioni ha ben poco. In effetti, se si prova a cercare anche on line, non è che si trovi molto.  Qui il vino si faceva in buone quantità e si vendeva in maniera generosa. Sfuso o in damigiane. Vino rustico, senza tante pretese. Quello del contadino insomma. Rosso, nemmeno a dirlo. Terra strana questa. Forse perché di transito per i tanti dominatori che dall’est andavano ad ovest e viceversa. Spesso nemmeno ci passavano da qui, prediligendo la pianure al nord del Pò. Eppure, proprio qui, a Stradella (piccolo comune a sud di Pavia e del Pò) vennero spediti un piccolo drappello della Marina Austro Ungarica ad assistere i commilitoni nel passaggio del fiume. Scomparvero nel nulla e non già perché inghiottiti da qualcosa o periti in uno scontro a fuoco, ma solo perché ubriachi persi dopo aver bevuto litri di un vino prelevato da botti sulle quali era scritto “Buttafuoco”. La leggenda, alla quale credo poco, vuole che venne dedicata pure una nave a questo episodio, la Feuerspeir (che vuol dire proprio Buttafuoco). Ma ce li vedete gli austroungarici che dedicano una nave ad un manipolo di ubriaconi? Suvvia. Mi piace più credere alle cronache che riportano come il poeta dialettale Carlo Porta, dopo aver assaggiato un bicchiere di questo vino, esclamò “butafueg” ovvero, butta fuoco! Leggende metropolitane e storie inventate a parte, ciò che è certo è che questa zona abbia una bellissima predisposizione alla cultura della vite e che il Pinot Nero abbia da un lato contribuito alla notorietà, dall’altro affossato ulteriormente i vitigni che, da sempre, alloggiavano in Oltrepò. Io però me li vedo i contadini a produrre vino con quello che avevano in campagna: Croatina, Uva Rara, Vespolina, Barbera. Il mix non poteva che essere esplosivo.  La Croatina (meglio conosciuto come Bonarda) è amabile, fruttata, floreale, asciutta, di corpo e molto acida. La Vespolina è tannica e con spezie. L’Uva Rara è fresca e di poco corpo. La Barbera con alta acidità e bassi tannini. Se si mettono insieme il risultato non può che essere un vino tagliente.  Ma quello c’era in vigna prima. Così che non faccio fatico a credere che chi lo bevesse potesse esclamare “butafueg”! Quando quindi ti trovi per le mani una azienda con oltre 30 ettari che produce da sempre vino vendendolo sfuso o nelle classiche damigiane, la vera sfida, quella per la quale serve lo sportivo di razza, il visionario, il motivatore, l’energivoro, sta nel diventare grandi con vini di eccellenza. Marco Maggi è il legale rappresentante della azienda che venne fondata oltre ottanta anni fa dal nonno, Francesco Maggi.  La nostra azienda ha più di 80 anni nata da mio nonno, Francesco Maggi. Aveva un ettaro nel comune di Montescano. Li, ovvero sotto casa, aveva la cantina. Lui lavorava come mezzadro perché aveva poca terra. Si davano tutti una mano. Negli anni 70 mio zio e mio papà decidono di fermarsi in azienda. Gli anni 70 erano anni di crescita e l’azienda prende più struttura. La sede si sposta nel comune di Canneto Pavese. Comincia ad avere i 5/6 ettari vitati. Negli anni 75/80 mio papa era riconosciuto per la damigiana che portava nell’hinterland di Milano. Da Pavia a Milano vendendo il vino sfuso alle osterie e ai ristoranti della bassa. Vita dura ma che consente comunque di espandere l’azienda. Marco entra in azienda a vent’anni, nel 2001. Con lo spirito e personalità giusta. Anzitutto gli studi, per capirne e non essere impreparato, non possono che essere quelli enologici. Poi con una strategia ben chiara ovvero il passaggio dalla botte alla bottiglia, per dare personalità e immagine all’azienda. Infine con la squadra perché per vincere le sfide occorre un team coeso.   Facevamo 20.000 bottiglie. Con tanto entusiasmo volevamo entrare nella distribuzione. Abbiamo deciso come azienda di farci una nostra rete di vendita. Ora in Italia siamo presenti in 14 regioni con 30 distributori. Più 4 all’estero. Adesso produciamo 180.000 bottiglie su 30 ettari vitati. 18 etichette in portafoglio che erano 25 nel 2001. Davvero tante ma ciascuna rappresentativa del nuvolo di vitigni del territorio. Tante si e necessarie per sostenere l’azienda e il progetto. Quello che Marco, appoggiato in tutto e per tutto da papà e zio, vogliono portare avanti per il futuro dell’azienda: il Buttafuoco.  Siamo nella zona orientale dell’Oltrepò pavese. Al centro dei sette comuni che possono pregiarsi di utilizzare la DOC Buttafuoco. Siamo partiti a fare il Buttafuoco Abbondanza nel 1991 con l’uvaggio costitutivo da Croatina, Barbera, Uva Rara e Vespolina. L’abbiamo sempre fatto fermo perché questa è l’espressione migliore.  La storia del Buttafuoco non ha radici antiche. Anche se la Maggi lo produce dal 1991, che fanno pur sempre 32 anni, il mix che costituisce il vino, disciplinato nella omonima DOC, è qualcosa che i contadini qui facevano da sempre. Nel 1996, una ventina di produttori (oggi 17) fondano il Club del Buttafuoco Storico con l’obiettivo di conservare e valorizzare un patrimonio culturale. Poco più di 22 ettari, un bottiglia identitaria, un marchio specifico. Tanta coesione per non fallire.  Uno con il temperamento di Marco può restare a fare il comprimario? Ovviamente no. E infatti oggi è lui il Presidente del Club del Buttafuoco Storico, Club nel quale la Francesco Maggi entra nel 2001. Ma non era l’anno nel quale Marco entra in azienda? Sarà destino. Oggi spingiamo su 7/8 etichette e il lavoro che stiamo facendo su queste, mi piacerebbe raccontartelo tra dieci anni. Ad oggi non sostengono ancora i costi di gestione della nostra azienda e ci serve il bagaglio degli altri vini per il traghettamento. Marco non è spavaldo ma saggio. Sa che la sua è una azienda in trasformazione e la gamma dei vini serve a sostenere l’azienda.  Con il Vigna Costera facciamo 4500 bottiglie, con Abbondanza 18.000. Il Buttafuoco ancora non riesce a sostenere l’azienda e per questo dobbiamo aumentare le bottiglie. Portare avanti un prodotto poco conosciuto è difficile perché far capire lo storytelling che ha questo prodotto è complicato. Richiede tempo. Sono 3/4 anni che comincia ad andare bene con la richiesta di questo prodotto e abbiamo iscritto un’altra vigna di 3 ettari per produrre fino a 12.000 bottiglie di Buttafuoco Storico dal 2025. Vigna Costera è il Buttafuoco Storico, Abbondanza il Buttafuoco DOC. I due vini identitari al vertice della strategia di Marco.  Il vino si fa in vigna e noi in cantina possiamo solo rovinare il prodotto che ci ha dato la natura. Il nostro Buttafuoco era molto tannico con tannini quasi verdi. Adesso abbiamo imparato così da avere un vino pronto come lo vuole il consumatore. Nulla è lasciato al caso e seguiamo molto il mercato. Il passaggio dalla damigiana e sfuso (che comunque, per tradizione, ancora in parte si mantiene) alla bottiglia è compiuto. Adesso, anche insieme al Club, gli sforzi sono orientati a posizionare opportunamente il Buttafuoco Storico.  Difficile, dannatamente difficile nel panorama vitivinicolo italiano e con un fardello dell’Oltrepò Pavese identificato nel metodo classico da Pinot Nero. Ma se fosse una cosa facile, nemmeno c’era da porselo come obiettivo no? La forza di Marco sta però anche nell’avere un papà ed uno zio che lo appoggiano dandogli fiducia.  Ho avuto la fortuna che mio papà e mio zio hanno accettato le mie idee dandomi fiducia. Scegliere di non fare damigiana voleva dire perdere clienti. Fare una bottiglia medio alta voleva dire fare un percorso su un mare agitato. Papà e zio sono i titolari dell’azienda. Io sono il rappresentane legale. Penso di essere stata una delle persone più fortunate in questo lavoro perché mio padre e mio zio mi hanno sempre appoggiato avendo anche una solida esperienza. Vedo aziende con figli che vogliono fare cose diverse ma i genitori li frenano. La mia fortuna è stata mio zio perché, va bene il papà, ma uno zio che da fiducia al nipote non è comune.  Sono stato fortunato ad avere vicino due persone così. Due persone speciali che hanno donato a Marco una grande forza e serenità. Due persone che hanno sempre avuto una visione comune dell’azienda. Questa la grande forza. Forza e coerenza anche da un punto di vista commerciale. Senza snaturare la strategia e con la barra puntata sulla qualità e sostenibilità. Avevamo impiantato tutta bacca rossa e volevamo fare anche degli spumanti e vini bianchi. Così abbiamo comprato dei terreni: non ci fidavamo delle uve comprate. In questi ultimi anni abbiamo seguito la scia del Prosecco che ci ha insegnato come la gente voglia bere qualcosa di fresco e immediato. Abbiamo quindi un extra dry fatto con Pinot Nero che è entrato non a sostituire il Prosecco ma per offrire una alternativa al consumatore. Qualcosa di diverso rispetto al veneto da una uva nobile come il Pinot Nero. Una gamma dunque estremamente variegata atta a soddisfare tante necessità e mantenere la sostenibilità per garantire il futuro. Ho assaggiato Abbondanza e devo dire che mi ha molto convinto per i suoi sentori vinosi, da vino vero, per la sua frutta rossa e nera intensa che ho trovato al naso insieme al sottobosco e alla balsamicità; alla viola e alla peonia. Una fusione di odori che lo rendono, già così, caldo e pastoso. Pastosità che torna in bocca ancorchè lieve e non aggressiva. I tannini sono stati ben domati cosi come la freschezza che c’è ma senza essere aggressiva. Non butta proprio fuoco insomma (anche perché ai giorni nostri non farebbe strada). Secco e caldo, mi ricorda un buonissimo succo di mirtillo con un finale che da sull’agrumato. La bocca è piacevolissima nonostante una persistenza anche lunga. Non è un vino particolarmente strutturato ma proprio per questo interessantissimo e convincente. Con un formaggio mediamente stagionato sta alla grande. Io ho sempre fatto sport a livello agonistico. Quando ho iniziato a lavorare ho imparato che appena arrivo ad un piccolo traguardo devo sempre averne in mente un altro. A me piacerebbe fare Buttafuoco Storico su tutti i 30 ettari e se ciò si realizzasse vorrebbe dire che a livello nazionale sarebbe un vino conosciuto ovvero una doc importantissima. Ma non solo, la rivalutazione dei nostri terreni e della zona sarebbe immensa. Senza contare che, per me poi che sto spingendo da pazzi, vorrebbe dire che il lavoro è servito a qualcosa. Ecco, così è Marco. Non aggressivo, non spavaldo. Competitivo e con la voglia di emergere per far emergere un territorio. Da vero Capitano! 19419
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2 Ottobre, 2023

Badia di Morrona: tra storia, natura, qualità ed enoturismo

Badia di Morrona: tra storia, natura, qualità ed enoturismo Cari amici lettori prendo spunto dalla meravigliosa visita in cantina di questa estate per parlarvi di Badia di Morrona, una realtà a dir poco sorprendente per diversi aspetti. A colpirmi nella visita, tra le tante cose, è stata la grande attenzione posta dall’azienda nel raggiungere altissimi standard di qualità, con vocazione a creare vini ben riconoscibili e legati al territorio, ma anche per l’accoglienza e l’esperienza turistica, la lunga storia che la contraddistingue e l’amore per l’ambiente che la circonda. Ci troviamo nello splendido contesto tra Pisa e Volterra, in particolare a Terriciola, dove Badia di Morrona può contare su una tenuta di 600 ettari, in cui boschi di cipressi, lecci e querce lasciano spazio a 40 ettari di uliveti e, soprattutto, a 110 ettari di vigne. Nel 1939 la famiglia Gaslini Alberti acquisisce la tenuta con i primi vigneti storici, testimoni di una viticoltura radicata da tempo nel territorio. Negli anni ’90 Duccio Gaslini Alberti, padre degli attuali proprietari Filippo e Alessandra, dona una svolta qualitativa alla produzione vinicola avviando una grande opera di reimpianto, conservando le vigne più promettenti e studiando i cloni più adatti, la densità di impianto e i sistemi di allevamento ideali per creare espressioni del territorio autentiche e di alta qualità. Nel cuore dell’azienda troviamo la millenaria Badia, splendido nucleo storico della tenuta e prima casa dei vini di Badia di Morrona, meraviglia in cui è possibile celebrare matrimoni, essendoci anche la chiesa consacrata, a cui si è affiancata successivamente una cantina moderna, progettata in chiave sostenibile, sfruttando tecnologia e gravità. Importante è il tema della sostenibilità che si declina sia nelle lavorazioni di cantina, con macchinari moderni ed efficienti, che nei comportamenti quotidiani di tutto il personale coinvolto, ma anche nella produzione di energia pulita da fonti rinnovabili con la presenza di un grande impianto fotovoltaico di circa 2 MW. La vasta tenuta è dotata di grandi case coloniche sapientemente ristrutturate, tutte con piscina, immerse nel verde e suddivise in ville e appartamenti dal carattere elegante, riservato e accogliente. Fornite di ogni confort, queste strutture permettono di rilassarsi nell’incantevole panorama tipico della Toscana, nella vera pace del verde da dove non vorresti mai andar via. Ma parliamo dei vitigni presenti in azienda: per quelli a bacca rossa a farla da padrone è, come è giusto che sia, il Sangiovese, che trova spazio tra le dolci colline per circa il 60% dell’intero parco vitato, mentre le restanti parcelle sono state destinate anche a Cabernet Sauvignon, Cabernet Franc, Merlot e Syrah. Per quanto riguarda quelli a bacca bianca il Vermentino e lo Chardonnay sono i più significativi e presenti nelle vigne pianeggianti della tenuta. Camminare tra i filari, in particolare di quelli da cui proviene il Vigna Alta, è stata l’occasione per incontrare suoli davvero preziosi e di antico fascino, con travertino e conchiglie fossili che accompagnano le viti in un viaggio ideale tra passato e presente. I tre vini identitari: N’Antia è il taglio bordolese nato nel 1992 che ha segnato in maniera importante l’esordio della tenuta. N’Antia rappresenta infatti la volontà di Duccio Gaslini Alberti di far parlare il territorio nella lingua di Bordeaux, ovvero tramite Cabernet Sauvignon, Cabernet Franc e Merlot. Negli anni, le tecniche di vinificazione si sono evolute e oggi la “ricetta” per N’Antia prevede la fermentazione in acciaio, maturazione di 15 mesi in barrique, un passaggio in vasche di cemento e infine in bottiglia; VignaAlta è la voce del Sangiovese più nobile della tenuta. Nato nel 1994 e fortemente voluto dalla proprietà per esaltare il valore del vitigno toscano per eccellenza, questo Terre di Pisa DOC fermenta in acciaio, matura 24 mesi in botti di rovere francese da 25 hl e riposa 3 mesi in cemento. Nel bicchiere si ritrova un Sangiovese di carattere e fresco che riesce ad essere davvero identitario; Taneto, ha una vocazione transalpina, con il Syrah protagonista e giusto un tocco di Sangiovese e Merlot. Nasce in alcune delle parcelle più ricche di fossili della tenuta (tra cui la Vigna Disperato), che infatti contribuiscono a donargli un carattere minerale e speziato sui generis. Dopo la fermentazione in acciaio, 12 mesi è il tempo di affinamento previsto in barrique e solo la piccola percentuale di Sangiovese matura in botti grandi di rovere francese da 25 hl, cui segue poi una breve sosta in vasche di cemento. A questi si affiancano i Chianti di Badia di Morrona: I Sodi del Paretaio e I Sodi del Paretaio Riserva che rappresentano la lettura orizzontale dei vigneti dell’azienda e in questo senso sono gli alfieri della gamma. Prodotti ogni anno in una tiratura ben più che considerevole dei precedenti vini, incarnano alla perfezione il concetto di piacevolezza e accessibilità.  Nella versione annata il Sangiovese (85%) è affiancato da Cabernet Sauvignon, Merlot e Syrah, fermenta in acciaio e affina in vasche di cemento per 10 mesi; la versione Riserva è un Sangiovese in purezza, con un bel tannino morbido e maturo. Sosta 18 mesi in botti grandi di rovere francese da 44 hl e fa un breve passaggio in cemento prima dell’imbottigliamento. Presenti, infine, le declinazioni floreali dell’azienda, ovvero le accattivanti espressioni in bianco e in rosa di Badia di Morrona: Felciaio, Vermentino toscano in purezza dalla bella sapidità, e Vivaja, Sangiovese rosato delicatamente fruttato, e il bianco La Suvera, cuvée dai tratti mediterranei e tropicali a base di Chardonnay e Viognier. La freschezza aromatica dei tre vini è ben preservata grazie alla vinificazione in acciaio, con l’unica eccezione dello Chardonnay, per cui è previsto un passaggio in barrique di 6 mesi. Una visita che mi ha lasciato un ricordo stupendo ed indelebile sia per qualità dei prodotti che per la meravigliosa esperienza enoturistica, azienda che invito tutti a segnare nella lista di quelle da vivere e da scoprire! A cura di Giuseppe Petronio  Mi trovi su Instagram @peppetronio
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29 Settembre, 2023

Tenuta Santoro: come Calabrisella insegna

Tenuta Santoro: come “Calabrisella” insegna Jeu ti vitti ‘nsonnu e mi guardavi.
Se m’arrobbasti ‘u mègghiu muccaturi,
M’assasti ‘nta lu cori ‘u mègghiu hjuri.
Calabrisella mia, Calabrisella mia,
Calabrisella mia, rosa d’amuri.
Ora chi di la città jeu su’ tornatu,
Mi guardi e mi sorridi, malandrina:
Jeu dassarrìa ‘u meu dutturatu
Sulu pe’ avìri a ttia sempri vicina.
Se voi mu ‘nd’hai a mmia sempri vicina,
Non c’è bisognu ‘u dassi ‘u dutturatu:
Va’ e parla cu’ me’ patri e lu curatu,
Se no’ vattindi e non penzari a mmia.
Se chissu è amuri veru, se jè amuri puru,
Va’ e parla cu’ me’ patri e cu’ me’ mamma.
Jeu ti dugnu ‘u me’ cori e ‘a me’ fidi,
Jeu parlu cu’ to’ patri e cu’ to’ mamma
E tu ‘ngrata assai se no’ mi cridi
Calabrisella mia, chi canti e arridi.
Mègghiu ‘na contadina bona e fina,
Ca signurina bùrbara e sgarbata;
Mègghiu vedana bona e aggraziata
Ca ‘gnura superba e ‘mbelenata!
Calabrisella mia, Calabrisella mia,
Calabrisella mia, rosa d’amuri!   Ogni volta che mi approccio alla Calabria enoica, quasi per riflesso condizionato, parte nella mia mente il ritornello della canzone Calabrisella. Calabrisella mia, Calabrisella mia,
Calabrisella mia, rosa d’amuri! Me la facevano cantare in terza elementare. Non che avessi un maestro di origini calabresi (il mitico maestro Testa era di Santi Cosma e Damiano, lo stesso paese di papà) ma era una delle tante canzoni popolari che si cantavano. C’era “Vitti ‘Na Crozza”, “Ciuri Ciuri”. Così come le tante altre, ognuna a rappresentare di una regione italiana. Insomma, quello c’era all’epoca per cantare (parlo del 1978 se la memoria non mi inganna). Mica si cantavano le canzoni dell’estate come ora! Mai come in questo caso però la trovo pertinente. Nella versione (ce ne sono tante…) cantata anche da Mino Reitano (all’anagrafe Beniamino da Fiumara, meno di 1000 anime a 20 km da Reggio Calabria) c’è un verso che racconta di come il ragazzo corteggiatore offre alla ragazza che sta corteggiando la rinuncia agli studi pur di starle vicino. Lei, immagino io con grande piglio, gli risponde che non serve abbandonare gli studi ma che vada dal prete e dal padre così da prenderla in sposa. Grande pragmatismo! Mi guardi e mi sorridi, malandrina:
Jeu dassarrìa ‘u meu dutturatu
Sulu pe’ avìri a ttia sempri vicina.
Se voi mu ‘nd’hai a mmia sempri vicina,
Non c’è bisognu ‘u dassi ‘u dutturatu:
Va’ e parla cu’ me’ patri e lu curatu,
Se no’ vattindi e non penzari a mmia.
Si può abbandonare gli studi per tanti motivi tanto che nella canzone lo si offre come pegno d’amore. In questa storia invece, il nostro protagonista, Giuseppe Santoro, lascia gli studi universitari, a detta sua perché non era portato. Dall’idea che mi sono fatto durante la nostra chiacchierata, per amore della terra. Della sua terra. Andiamo per ordine e cerchiamo di raccapezzarci un pochino. Siamo a Cirò. Tra le montagne della Sila ed il meraviglioso mare calabrese che dista in linea d’aria meno di 3 km. Qui il vino si fa da migliaia di anni. Dai tempi dei Greci che sbarcarono su queste coste nell’VIII secolo a.C. Per la cronaca e, tanto per capire come qui il vino fosse cosa seria, a Cirò Marina venne costruito (sempre dai Greci) il Tempio dedicato a Bacco, il Dio del vino. Ora, non per divagare ulteriormente, quando scrivo di queste cose e dei vini calabresi, oltre a Calabrisella mi prende anche un certo nervosismo. Si, proprio nervosismo perché la Calabria, oltre a poter vantare una storia vitivinicola millenaria, ha anche un territorio fantastico per la produzione dei vini. Vocato è dir poco.  Eppure, è forse la regione italiana meno conosciuta in ambito vinicolo. Dubito che sia conosciuta anche a livello geografico perché voglio vedere chi saprebbe dirmi in che provincia è Cirò. Crotone! Anche se per omaggiare sempre gli antichi greci la provincia è Krotone, con la “K”. Poiché la storia (o leggenda) vuole che Eracle, avendo ucciso per errore il suo amico Kroton, decise di seppellirlo sulla sponda del torrente dove fece sorgere la città che prese proprio il nome dell’amico. Ho divagato anche troppo. Giuseppe Santoro è il titolare di Tenuta Santoro, l’azienda di famiglia. Persona squisita e amabile. Di quelle che sanno quanto sia difficile fare questo mestiere ma che, nonostante ciò, non riescono a non sorridere e a capire che occorre far affidamento sulle proprie forze. Con la consapevolezza che ce la si può fare. Ecco, consapevolezza. La stessa che oggi fa dire a Giuseppe come occorra concentrarsi sulla promozione commerciale. Della sua azienda, dei suoi vini, del territorio. Saggezza e soprattutto voglia di guardare verso il futuro. Dietro, a far da solide fondamenta, c’è la storia. Quella che ha portato lui e la sua famiglia fin dove è ora. Base per il futuro. Mica da buttare via. Il mio bisnonno ha iniziato tutto. Prima di lui se c’era qualche altro questo non lo so. Nel 1850 lui è andato in America dove si facevano le ferrovie tutte a mano. Poi ha comprato 6 ettari qui e ha impiantato tutte vigne. Se andaste a leggere sul sito internet trovereste scritto che fu il trisavolo Giuseppe Santoro a cominciare tutto e che oggi sono alla quinta generazione. Ora, facendo un po’ di calcoli, io mi fermerei al bisnonno. Quinta generazione, non so. Ah però c’è la figlia di Giuseppe. Allora ci sta! Questo solo per dire quanto Giuseppe sia meravigliosamente spontaneo nelle sue cose. In fondo, non è importante se siamo alla quarta o alla quinta generazione. Ciò che conta è che Giuseppe ha preso il testimone dal padre e questi a sua volta dal padre fino ad arrivare al 1850. Lunga storia in Calabria. Storia di quando si emigrava in America a fare fortuna. E fortunati sono coloro che sono riusciti a tornare sani. O anche coloro che sono rimasti li a rappresentare la Patria. Nel 1850 si faceva solo vino. Per casa ovviamente. Non si vendevano le uve. Dal 1960 in poi si è cominciato a vendere le uve senza vinificare. Le famiglie si facevano il vino in casa e il resto se lo vendevano. Poi si è iniziato a vinificare. Le terre di famiglia passate attraverso i figli, i nipoti, gli zii. Un po’ di spezzatino come accade nelle famiglie. Specialmente quelle numerose. Fino a quando qualcuno non decide che è quello il mestiere che vuole fare. Vuole, non deve fare. I terreni si dividevano così. A mio padre è rimasto un ettaro. Poi mio zio gli ha venduto i suoi. Capirai. Non a tutti va di gettare il sangue sulla terra. Per molti la terra non è né nobile né utile per vivere bene. È così che si svuotarono le campagne per riempire le città. Ho iniziato a vinificare non per esigenza. Mi piaceva creare una cantina. Una storia come tante altre si potrebbe dire. Il salto generazionale con qualcuno impegnato, volenteroso e soprattutto appassionato della terra, qualche altro no. Qualcuno dedito al business, qualche altro no. Mio nonno non è stato tanto imprenditore. Mio padre era appassionato e imprenditore. Appassionato dei vigneti. Non molto oculato magari. Giuseppe come gran parte dei figli in queste zone, frequenta la scuola agraria. Lavorando ovviamente in vigna quando ce ne era bisogno. In estate non avevo mai pace perché mi alzavo presto la mattina e andavamo in vigna. Avevano 6 ettari di vigna La vera vita inizia dopo la scuola. Le strade per i più si dividono tra chi cerca di distinguersi andando all’università e chi rimane nell’azienda di famiglia. Giuseppe, ci prova. Per poi capire che non è cosa per lui. Che lui ama la terra. Ama il lavoro dei campi. Ama vedere i risultati del suo lavoro. Mi sono iscritto a scienze agrarie ma non mi piaceva stare seduto a studiare. Ho lasciato l’università dopo sei mesi. Nemmeno sono stato tanto. Non mi sono ambientato. In fondo nemmeno mi volevo iscrivere. Mi sono iscritto perché ho due zii medici da parte di mia mamma e due zii professori da parte di papà. “Dato che sei un ragazzo intelligente perché non ti iscrivi e ti prendi una laurea? Così mi dissero. Non era per me. È questa una sconfitta o una presa di coscienza? Il seguire le proprie ambizioni e inclinazioni o assecondare quelle degli altri? Giuseppe lo ha capito prima che qualcuno glielo facesse notare. Ha avuto quella consapevolezza che solo in pochi hanno. Consapevolezza unita alla voglia di tornare alle proprie terre. Un po’ come la Calabrisella che dice che non si ha bisogno di prendere la laurea (in realtà era il dottorato). Non c’è bisognu ‘u dassi ‘u dutturatu:
Va’ e parla cu’ me’ patri e lu curatu, In questo caso patri e curatu non sono altro che la terra e vite alla quale professare il proprio amore e dedizione. Magari Giuseppe non era portato. Ma sarebbe potuto andare a lavorare la terra a malavoglia, oppure a fare un lavoro tanto per sbarcare il lunario. Invece ha scelto, consapevolmente, di lavorare la terra del padre per poter costruire qualcosa. Consapevolezza. Costruire. Che meraviglia! Ho zappato nelle vigne facendomi esperienza. Più allarghi l’esperienza più impari. Con il trattore dopo la vanga. Ho creato la cantina dove anche abitiamo. In mezzo ai vigneti. 40 ettari dei quali circa 20 vitati non sono pochi. Specialmente se devi costruire qualcosa come ha fatto Giuseppe. Potendo contare solo sulle proprie forze Ora mi sono fermato nel fare investimenti perché devo consolidare quello che ho. Essendo da solo. In famiglia ho due sorelle che non si occupano di questo. Poi io mia moglie e mia figlia. Mia moglie lavora da venti anni, ora in smart working. Si sta amalgamando nell’azienda. Mi figlia ha 11 anni. Piccolina ancora. Difficile fare azienda nel sud. In Calabria ancora più complicato. Occorre stare attenti ai costi certamente ma anche e soprattutto al clima che può giocare brutti scherzi. Avevo 4 operai. Ora ne ho solo due perché la resa non era molta. Gli altri li assumo saltuariamente per i lavori. In cantina ho Giuseppe che lavora un po’ in cantina e un po’ in vigna. Ho un enologo pugliese anche se mi sono fatto esperienza. In fondo non faccio un prodotto sofisticato. Magari di nicchia. Eppure, le basse rese hanno fatto bene alle vigne di Giuseppe (Santoro). Gli hanno dato l’opportunità di concentrarsi sulla qualità e non sulla quantità come sono stati abituati, male, al sud per molti anni. Coloro che al sud iniziarono a vinificare, non lo facevano nemmeno poi così tanto bene. O senza aggiungere qualcosa (anche perché era dal tempo dei greci che non lo facevano). Attenzione alla qualità dunque. Che qui non è mai scontato. Mi vinifico le mie uve e faccio un prodotto naturale. Non aggiungo prodotti esterni. Faccio un biologico in vigna. Potrei avere la certificazione ma ancora non l’ho fatto. Cinque le etichette in portafoglio, tre rossi, un rosato e un bianco per un totale di 30.000 bottiglia. Poco utilizzo della barrique e tanta territorialità. Anche perché, dico io, se dalla Calabria togli anche il profumo della terra, quello del mare, quello delle piante di liquirizia, che ne rimane? Il primo rosso è Caposerra, blend dei due vitigni autoctoni coma Gaglioppo e Magliocco. Un lieve passaggio in barrique (sei mesi) del blend (Giuseppe dice che in realtà è Gaglioppo in purezza) e nasce il Patris 42. Infine, quello che per me è davvero un vino “tutta una scoperta”, lo Zonaro con sempre blend ma Gaglioppo che raggiunte il 90%. Ho recensito sul mio blog proprio lo Zonaro 2015 e per capire il perché della definizione “tutta una scoperta” basta cliccare sul link @ivan_1969. Da Gaglioppo in purezza vinificato in bianco arriva il Noveno. Per finire, non potevano mancare i vitigni calabri Mantonico e Greco Bianco per dar vita ad Apice. Sono vini questi che andrebbero bevuti alla cieca. Senza guardare o sapere da dove arrivano. Così da superare tutte le diffidenze che ci sono sui vini calabresi. Spesso a ragion d’essere ma oggigiorno, ancora più spesso, infondate. Basta saper scegliere. Puntare sul territorio limitando al massimo i vini con l’utilizzo di barrique Il vero vino è quello che fa solo acciaio. Perché questo non le prende né le dà. Sicuramente vero. Quando infatti bevi uno Zonaro senti appieno il territorio con la sua frutta matura e il sole che le brucia e che si mischia ai delicati rametti di liquirizia. Senti quanto inutile e fuori luogo sarebbe la barrique. Per il futuro, Giuseppe ha le idee decisamente chiare. Sia per la necessità di concentrarsi sulla parte commerciale dell’azienda dunque non investendo in altri campi, sia sulla parte di prodotto. Ho in mente di fare un IGP Calabria di fascia alta. Durante la pandemia avevo fatto dei vini di fasica bassa per supermercati e banchettistica. Sempre con Tenuta Santoro. Bravo Giuseppe. Oltre ad essere orgoglioso di quello che hai fatto, devi, assolutamente devi andar fiero di averlo fatto in Calabria. Perché solo grazie a persone come te, questa terra, potrà tornare ai fasti che merita.   Ivan Vellucci Mi trovi su instagram : @ivan_1969
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28 Settembre, 2023

Gianni Brunelli e Siro Pacenti, alla scoperta di realtà storiche

Era da un po’ che volevo dedicarmi alla zona di Montalcino ed a gennaio ho deciso di organizzare un giro di cantine che mi hanno incuriosito negli ultimi tempi. Quindi al mattino presto mi trovo già davanti alla cantina Gianni Brunelli, dove mi accoglie Alessio, giovane molto preparato che mi mostra l’azienda mentre racconta la storia di Gianni e Laura, del grande contributo che Gianni ha dato a Montalcino e del duro lavoro che Laura ha dovuto portare avanti dopo la scomparsa di Gianni, ma che ha saputo fare brillantemente. Nel 1989 acquistano la tenuta di 2 ettari a Le Chiuse di sotto e nel 97 quella di Pordenovone di altri 4,5 che verrà poi ristrutturata nel 2015. 6,5 ettari vitati divisi in 2 zone allevati a guyot e cordone su suoli ricchi di alberese, calcare e galestro per una produzione di circa 30.000 bottiglie l’anno tra tutte le loro etichette. I vigneti variano dai 250 ai 500 mt di altezza piantati a Sangiovese grosso oltre ad una piccola vigna di Merlot. Rese molto basse e potature verdi importanti per esprimere la migliore qualità possibile delle uve, che vengono vinificate separatamente in base alla parcella. In cantina vengono utilizzati lieviti selezionati e botti di rovere di Slavonia con diverse tostature e curvature di dimensioni che variano dai 10 ai 30 hl. Per concludere abbiamo assaggiato in anteprima il Brunello docg 2019(anche se l’etichetta è della 2018..l’abbiamo usate per prendere una campione dalla botte). Rosso rubino vivo, limpido e trasparente. Al naso la frutta rossa croccante arriva per prima per poi lasciare spazio a violette, note speziate, un leggero sottobosco e terziari appena percettibili come tabacco. Sorso fresco, verticale, tannino nervoso ma piacevole, di corpo, con una soffusa mineralità che rimane, insieme alla nota fruttata, nella retrolfattiva. Ancora giovane ma già con grande equilibrio e carattere. Un vero gioiello!!🍷 SIRO PACENTI Prossima tappa l’ azienda Siro Pacenti. Non basterebbe un libro per esporre tutto quello che Giancarlo mi ha sapientemente spiegato (e per questo gli sono veramente grato), sia del lavoro in vigna sia di quello che avviene in cantina per creare i suoi iconici vini, ma cercherò di sintetizzare il più possibile. La cantina Siro Pacenti nasce nel 1970 ma nel 1988 (data della prima uscita del rosso e del Brunello) la gestione passa a Giancarlo(figlio di Siro). Ad oggi la cantina conta 25 ettari vitati, suddivisi tra Pelagrilli (a nord di Montalcino con suoli argillo-sabbiosi) e Piancornello (a sud, su suoli ricchi di minerali). La continua ricerca di migliorie porta negli anni 90 ad una collaborazione con l’università di Bordeaux sulla maturazione fenolica e la selezione di cloni autoctoni, che darà vita dopo anni di ricerche a 6 cloni ufficiali registrati, di cui Giancarlo va molto fiero! Mi spiega che una parte delle vigne è stata riconvertita ad alberello(di cui una porzione innestata su piede selvatico!) per fare fronte al cambiamento climatico, poiché fornisce alle piante maggior protezione dai raggi solari e una miglior maturazione. Anche in cantina(ristrutturata dopo il 2006) l’attenzione al dettaglio è pazzesca, selezione chicco per chicco delle uve, dei legni per le barrique e dei sugheri…niente è lasciato al caso. Ogni parcella viene vinificata separatamente e solo dopo un’attenta selezione vengono decise le percentuali per i blend. Parlando con Giancarlo si capisce la sua convinzione del connubio tra tradizione e tecnologia, e la sua azienda ne è la prova tangibile. Dopo la spiegazione arriviamo agli assaggi, e il 2012 mi ha semplicemente stregato. – Brunello di Montalcino docg V.V. 2012 – Rubino tendente al granato. Al naso frutta rossa in confettura e potpourri di fiori secchi arrivano per primi, poi sottobosco, spezie dolci come cannella, note di smalto e infine tabacco scuro. Vino deciso, pulito, aristocratico, diretto, di grande struttura ed equilibrio. Il tannino è levigato ma ancora ruspante, anche l’acidità è ben sostenuta. Lunga persistenza che torna sul frutto e invita nuovamente all’assaggio Da urlo! Un grazie alla gentilissima Barbara per avermi accompagnato nel tuor! Acini Rari vi da appuntamento al prossimo tour. Non perdetene nessuno e ripartite dall’inizio.
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