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8 Settembre, 2022
Cenatiempo: Viticultori dal 1945, Ischitani da sempre
Cenatiempo: Viticultori dal 1945, Ischitani da sempre
Tra collina e Mare
Carissimi, bentrovati!
Il sole di Agosto si sta lentamente spegnendo ed i colori settembrini ed in particolare quelli della vendemmia sono alle porte.
Tuttavia in questo fine agosto desidero portarvi in un posto di mare dove si fa anche vino, ma in modo “di montagna”.
Siamo sull’isola d’Ischia, oggi una delle più frequentate mete turistiche dell’area mediterranea, grazie a un mix di fattori irripetibili. La fascia costiera è delineata da litorali sabbiosi, da scogli e sorgenti calde intervallate da falesie ripide, con baie e calette. All’interno, intorno alle pendici del Monte Epomeo, la vetta a 788 metri sul livello del mare, i boschi e i crateri spenti, le vallate e i pianori sono i luoghi ideali per gli escursionisti.
Qui il ricchissimo patrimonio di sorgenti termali, conosciute da millenni, è valorizzato da parchi balneo-terapici e strutture specializzate nelle vacanze-benessere. Le torri, le chiese, il castello, i palazzi sono le testimonianze affascinanti delle diverse civiltà che nei secoli hanno contribuito a formare l’identità locale. Ma è soprattutto la vite ad accompagnare l’isola nelle varie epoche: dall’ottavo secolo a.C., quando fu chiamata Pithekoussai dai Greci d’Eubea che vi fondarono la prima colonia d’Occidente, preziosi reperti sottolineano la presenza della Vitis vinifera.
Per i Romani, Ischia era detta addirittura Aenaria: «terra del vino» e, fino alla metà del ‘900, l’economia ha continuato a fare leva sul commercio del vino. Sui 46 chilometri quadrati di superficie dell’isola, molti vigneti si posizionano su terreni con pendenze che vanno ben oltre il 30 per cento. La tecnica dei terrazzamenti con muri a secco realizzati in pietre lavorate a mano (come il tufo verde, che non si trova altrove nel mondo), ha favorito la conquista di zone impervie con i loro microclimi speciali. Sono le cosiddette parracine.
Sono proprio queste parracine, estese per quattromila chilometri lineari, rappresentano l’originale colonna vertebrale del panorama ischitano.
La famiglia Cenatiempo nasce e appartiene a Ischia da sempre e L’azienda Cenatiempo Vini d’Ischia nasce con una piccola cantina sul porto di Ischia dove Francesco Cenatiempo imbottigliava vino sfuso.
Nell’immediato dopoguerra con il crescente boom economico, anche sull’isola d’Ischia nasce l’esigenza di produrre il proprio vino. Si comincia, quindi, ad acquistare uva da piccoli contadini isolani e trasformarla. Successivamente, la cantina si espande trasferendosi in quella che è l’attuale sede di produzione, sempre nel comune di Ischia.
Alla morte del padre la direzione dell’azienda passa al figlio, Pasquale Cenatiempo, che incrementa e modernizza la produzione mantenendo ben saldi l’eredità dei valori del passato e, al tempo stesso, con uno sguardo al futuro. Per l’affinamento dei vini, infatti, Pasquale si adatta all’originale struttura della cantina costruita negli anni ‘70 mantenendone le vasche in cemento che alterna con quelle in acciaio.
Da sempre la viticoltura a Ischia è una viticoltura di montagna che va dalla costa, a pochi metri sul mare, fino a oltre 600 metri di altitudine e, ovviamente, le vigne ideali sono quelle ospitate su terrazze strette che ricevono la migliore insolazione possibile.
Attualmente le uve Cenatiempo arrivano sia dai piccoli conferitori isolani, sia da vigneti gestiti in conduzione diretta, per un totale di 6 ettari divisi in circa 15 appezzamenti.
Per rappresentare al meglio il territorio, l’azienda si è quindi dotata di una struttura ampia e articolata che va dalla gestione diretta del vigneto alla ristorazione fatta con professionisti esterni per dare al cliente sempre il prodotto ed il servizio migliore.
Per quanto riguarda il processo di produzione, Cenatiempo ha de scelto di intervenire il meno possibile sui mosti, affidandosi al controllo delle temperature di fermentazione, alle filtrazioni meccaniche, e usano i solfiti in quantità appena percettibili.
La gestione diretta dei vigneti ci permette di controllare fase per fase lo stato dell’uva, il grado di maturazione e i tempi di vendemmia che variano dall’inizio di settembre alla seconda metà di ottobre.
In cantina le fasi di lavorazione prediligono l’utilizzo di lieviti indigeni, pressatura soffice, minimo utilizzo di solfiti e temperature controllate.
Per assaporare tutto questo il meglio è ovviamente fare un viaggio ad Ischia e contattare Cenatiempo per fare una visita in vigna e chiaramente una degustazione.
Il link per il contatto è il seguente http://www.cenatiempovinidischia.it/contatti/
Si tratta di una esperienza unica in cui l’identità territoriale la fa da padrona con la mineralità del suolo vulcanico di Ischia, che varia anche a distanza di pochi chilometri, la sapidità di un vino isolano, i sentori di macchia mediterranea che circondano il panorama viticolo di Ischia. Il nostro vino deve esprimere la natura vulcanica e marinara della terra ischitana.
Ed in particolare vedere una viticoltura di montagna fatta in collina ed al mare. La viticoltura eroica ancora una volta presente e ricca in Italia.
Vi Aspetto!
Cristina
Itinerari DiVini è una rubrica a cura di Cristina Mascanzoni Kaiser
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3 Settembre, 2022
Settembre è il nuovo gennaio
Dicono che settembre sia il nuovo gennaio, (frase presa in prestito da Laura Donadoni) e in effetti è il mese della ripartenza e dei buoni propositi. Dalla voglia di remise en forme fisica all’inizio del nuovo anno scolastico, tutti noi ripartiamo a settembre, dopo l’estate di solito foriera di leggerezza, pause di riflessioni, nuovi progetti.
Per il vignaiolo agosto e settembre invece sono i mesi del raccolto, quest’anno anticipato un po’ per tutti a causa delle condizioni climatiche assai particolari che si sono dovute affrontare durante i mesi estivi.
Questo editoriale arriva con poco ritardo proprio perché chi scrive produce anche. La captatio benevolentiae è d’obbligo quindi, prima di iniziare a scrivere e, voi, a leggere.
Per i produttori settembre è il mese in cui si fanno i conti con un anno, forse più, di duro lavoro. I risultati si verificano prima in pianta, e con essi si devono fare i conti. Sono conti reali, non virtuali, concreti non ipotizzati. Come ci piace ripetere, la vite è viva, la vigna partecipa dell’andamento di un ecosistema complesso e ricco di variabili, macro e microscopiche, che ancora non siamo riusciti a decifrare. Nemmeno l’aiuto e il supporto della scienza riescono a rispondere a tutte le incognite e variabili che intervengono nelle fasi sviluppo della vite. Le analisi da sole non bastano a capire cosa otterremo dopo mesi di intenso lavoro, di studio, aggiornamento, adattamento.
Settembre è il nuovo gennaio anche per le cantine: è il mese in cui eventuali nuovi progetti, di nuovi vini e nuove strategie, si mettono in cantiere. Quando la vigna riposa l’attività, frenetica, si sposta in cantina.
Settembre è il mese della celebrazione del vino
Per voi appassionati settembre è il mese della celebrazione del vino, con tanti eventi e tante realtà che aprono per occasioni di visite e degustazioni speciali.
Ce nè per tutti i gusti e in ogni dove: dal Festival di Franciacorta al Mese del Moscato di Scanzo; dall’ Oltrepò – Terra di Pinot Nero, al Trentodoc sul Lago di Garda; da Soave MultiVerso-Dialoghi attorno al vino, nuovo format voluto dall’omonimo Consorzio. Da Torino con la Vendemmia Reale della Torino Wine Week nei Giardini Reali, al Chianti Classico con storiche rassegne come l’Expo Chianti Classico, fino alle Cantine Aperte in Vendemmia con il Movimento Turismo del Vino, a Campania Stories – Special Editioncon le nuove annate dei vini campani nei Campi Flegrei, ovunque si mesce e si degusta.
Anteprime, masterclass, approfondimenti, feste campagnole, rassegne, degustazioni per tutti o per pochi: ogni regione, provincia, paese, rende omaggio alla vino.
La movida del weekend italiano, in tutto lo stivale, gira intorno a bicchieri pieni e a brindisi collettivi.
Scegliete pertanto, o nobili amanti del nettare divino, dove e come passare i vostri weekend, lasciandovi guidare, se vi va, dalle molte suggestioni che sulle pagine di questo magazine, ora e in passato, vi abbiamo lasciato. In attesa poi dei mesi autunnali in cui le kermesse si fanno fieristiche e internazionali.
Ricordate però che il vino non sgorga da rubinetti, ma è frutto di conoscenza, sapienza, fatica e rispetto per la natura.
Non sminuite il lavoro di chi lo produce e di chi ve lo offre, cercate di capire a fondo cosa sta dietro ad un bicchiere colmo.
Settembre è il nuovo gennaio: allora festeggiamo all’anno nuovo.
Prosit
Francesca Pagnoncelli Folcieri, produttrice a Scanzorosciate
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2 Settembre, 2022
La Costa degli Dei e la riscoperta dello Zibibbo
Gli occhi. Gli occhi e il sorriso di Giovanni Benvenuto. Questo è Cantine Benvenuto. Tutto si racchiude in due occhi che ti guardano felici e un sorriso che c’è sempre e comunque. Perché Giovanni è fiero della sua Calabria. Felice di quello che fa e dove lo fa. Ama questa terra, difficile e particolare, in maniera viscerale. Non se ne separerebbe mai e lo si capisce da come ne parla.
E’ la Costa degli Dei.
Già la terra. Quella da cui nasce tutto. Una terra ricca di quel ferro al quale il suo cuore, come se fosse una calamita, è stato attratto con potenza e forza. Forza, determinazione, capacità, volontà. Ma soprattutto gioia. Gioia di fare qualcosa per la propria terra, nella propria terra.
La calamita dicevamo. Giovanni non nasce in Calabria ma lontano, a Tagliacozzo, in Abruzzo da mamma abruzzese che il papà conosce dopo aver lasciato la Calabria in cerca di fortuna. Lontano. Giovanni una volta adulto (ma manco tanto) sente il richiamo della terra, delle vigne del nonno, del sale del mare, del sole. E quando il cuore si ricongiunge con la terra scopre che lì c’è un vitigno, lo Zibibbo, che è diverso dalle più note versioni dolci perché secco, con il sapore dello iodio del mare.
Scoprire qualcosa non dà però il diritto di pensare che sia tutto semplice. Né tantomeno breve.
Siamo nella Costa degli Dei, luogo scelto dagli dei dell’Olimpo per le proprie passeggiate e dai turisti oggi attratti dall’incantevole mare di Tropea. Più precisamente a Francavilla Angitola, poco lontano da Pizzo Calabro e Vibo Valentia. Qui il terreno è rosso, ricco di ferro e minerali con i venti carichi di iodio provenienti del mare e quelli freschi dalle colline che accarezzano le vigne tutte coltivate in maniera biologica. In questa costa ha trovato spazio e dignità l’antico vitigno Zibibbo in versione secca. Già, secca e non come pensano i più, dolce come a Pantelleria (o ad Alessandria con il Moscato). In fondo già l’etimologia del nome, zabib vuol dire uvetta o uva passa non lascia che pensare alla dolcezza.
Persino su Wikipedia non c’è traccia di un vino secco. Così come sulla Costa degli Dei vengono spese solo pochissime righe.
Impresa difficile per Giovanni che impiega undici anni (siamo in Calabria verrebbe da dire) solo per far riconoscere lo zibibbo come uva per vinificazione e non solo da tavola. Undici anni che utili per creare prodotti freschi, non impegnati e, soprattutto, fortemente legati al territorio come se vi fosse un vero cordone ombelicale Undici anni che non gli hanno fatto perdere, nemmeno per un istante, sorriso ed entusiasmo.
Niente barrique. Solo acciaio
Niente barrique per i suoi vini. Solo acciaio e temperature controllate per esaltare ogni singolo aroma, ogni sensazione propria dei vitigni, della cantina, del sole, del mare, della terra. Con la musica di Mozart a fare compagnia al vino che si riposa nei tini di acciaio. Perché il vino ascolta e delle note si nutre.
Non solo Zibibbo per quanto questo sia il principale interprete della cantina. Non potevano mancare vitigni tipici della Calabria: Calabrese, Maglioppo, Greco nero, Malvasia. 7 ettari vitati per circa quarantamila bottiglie l’anno. Dimensione questa che consente, nelle volontà di Giovanni, di continuare ad essere una azienda piccola e di famiglia.
Ecco la famiglia. Quella di Giovanni è prossima ad allargarsi e quando me ne parla, il suo sorriso aumenta. Aumenta e contagia tutti nella cantina. Come il papà che si presenta non solo sorridendo ma anche con una cassetta di fichi appena colti. Buonissimi!
Con Giovanni discutiamo di vino, di Calabria, di vita sorseggiando i suoi vini accompagnati da prodotti locali all’ombra di alberi meravigliosi. Si vedono i vigneti tenuti come si tiene un oggetto prezioso. Si vede il mare e se ne sente l’odore.
È proprio al mare che riporta lo Zibibbo che assaggio. Viaggiando attraverso la macchia mediterranea, le zagare. Il rosso da Maglioppo invece appare è così croccante, come se dovessi sentire un melograno che si spacca sporcandomi le mani di quel meraviglioso rosso vivo. Mi fa respirare la campagna che ho intorno.
Vengo però rapito da Celeste, un rosato da Calabrese in purezza che sa di ribes e fragola che è così piacevole, fresco e sapido che mi ritrovo a pensare a mio nonno e alle passeggiate in campagna con lui. Già rivedo mio nonno con il bastone che usa per andare nei campi e che mi fa cogliere le pesche bianche e i fichi, quelli rossi fuori e neri dentro. Ne sento l’odore.
Vorrei non andarmene mai. Forse perché sto benissimo. O forse perché i ricordi di mio nonno mi riempiono di gioia.
Non posso andarmene via senza fare scorta dei vini soprattutto del rosato ma anche dell’Orange segno che qui si inizia anche a sperimentare. Devo provarli meglio a casa.
Giovanni non può invece mandarmi via senza regalarmi una bottiglia delle loro bollicine (ci vogliono sempre in cantina) ma soprattutto della t-shirt “in Zibibbo we trust”. Io ci credo davvero che questo vitigno e questa zona possa, speriamo a breve, poter dire la loro. Ci crede anche Giovanni che, insieme alle altre 6 cantine della Costa degli Dei stanno cercando di avere un riconoscimento di denominazione.
Speriamo solo che i tempi calabresi siano lunghi meno dei precedenti undici anni.
Ivan Vellucci
@ivan_1969
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29 Agosto, 2022
Il ruolo del packaging nella presentazione della bottiglia
Lasciando parlare di vino a chi di vino se ne intende, mi ritaglio un piccolo spazio (proprio perché di vino non me ne intendo) complementare al gusto del bere e del bere bene. Vorrei portare all’attenzione del lettore alcune considerazioni non meno importanti del contenuto della bottiglia. Voglio parlare di ciò che è in grado addirittura di influenzare la scelta di una bottiglia ancor prima di averne assaggiato il prodotto che lo contiene. Vorrei parlare di etichetta e di come innovazione, arte e ricerca si mettano al servizio di un buon vino.
Innovazione, arte e ricerca al servizio di un buon vino
Al packaging è affidata la presentazione della bottiglia. Seguendo le migliori teorie della comunicazione (che ha in ognuno di noi la riprova di quanto questo assunto sia vero), la vestizione con la quale un vino si presenta sul mercato ha raggiunto un peso di primo piano, influenzando vendite e consumi e riuscendo molte volte a far scendere in secondo piano la qualità del vino offerto.
La bottiglia “ben vestita” di un tempo (appropriata nei colori, con uno stile grafico coerente con la storia e tradizione della cantina, capace di accompagnare il consumatore dallo scaffale al bicchiere) rispondeva alla comune regola secondo la quale “l’abito fa il monaco”. Se la presentazione è di qualità anche il contenuto si presume sia all’altezza. Oggi il mercato di cui ci occupiamo richiede sforzi nuovi e maggiori perché questa correlazione rimanga valida, con operazioni più complesse e costose, ma non di minor successo.
Federica Cecchi per Antinori
Nuove regole del mercato
L’affollato mercato del vino e il suo relativo consumo (ora in battuta di arresto su certe aree geografiche a seguito della sanzioni e degli eventi bellici), come già spiegato in altri miei interventi su questa testata, è fortemente condizionato da molti ed eterogenei elementi. La qualità del prodotto diventa quasi secondaria perché oggi l’accostamento ad un brand o tipologia di vino avviene su basi emozionali. Il produttore, se attento, non trascura quegli elementi con i quali contraddistinguere il proprio vino per renderlo riconoscibile ed unico. La collocazione del vino è sempre meno off line (enoteche, cantina, ristorante…) e sempre più on line (e-commerce, marketplace, QR, ecc.) ove ad essere comunicativi sono per primi i segni, le forme, i colori.
Ecco allora che il packaging ha acquistato un rilievo di primo piano, facendo scendere in campo altri insoliti (un tempo) professionisti che, accanto all’enologo, possono fare la fortuna di quell’etichetta. Mi riferisco a designers, architetti, artisti, esperti negli imballaggi, guru della comunicazione, tutti assoldati affinché creino accattivanti contenitori, studino bizzarre fogge di bottiglie, impieghino materiali alternativi per tappi e chiusure.
Il boom della vendita online
E proprio in tempo di Covid che gli operatori del settore sono stati costretti a riconsiderare questi elementi “esterni”, che non possono essere più ritenuti di dettaglio visto che l’acquisto sul web si è consolidato e stabilizzato. E’ dato per certo, infatti, che le scelte attraverso questo canale si perfezionano anche e soprattutto su base emozionale. Canoni e precetti utilizzati per l’approccio estetico, che assimila il packaging del vino al mondo del fashion e del beauty, sono pertanto non trascurabili da parte del produttore.
L’attenzione della proposta on line del vino non può che essere sempre più concentrata verso elementi e servizi che valorizzano il prodotto ancor prima di essere assunto. Con il “click e collect” devo catturare il cliente che non può o non vuole venire in cantina e allora più servizi e valori aggiunti riesco ad offrire, più ho la possibilità che il mio prodotto venga scelto. In altre parole devo riuscire a colpire e coccolare il cliente al pari di colui che arriva in cantina e offrirgli stessi (e forse maggiori) servizi che ben si possono realizzare tramite il web.
La richiesta di nuovi servizi
L’attenzione è allora rivolta ai tempi di consegna sempre più rapida e personalizzata, alla messa a disposizione, in alcuni marketplaces o in “super cantine”, di un “personal sommelier”. Si è arrivati, durante il lockdown, a potenziare a tal punto il consumo a domicilio (come nel caso di Run+ nelle città di Milano, Torino, Bologna e Roma) da garantire la consegna di bottiglie in tempo utile per l’utilizzo e alla temperatura consigliata. Altro esempio di servizi per winelovers di recentissimo sviluppo sono i virtual journey della cantina e della vigna, oltre a proposte di regali, voucher, scoutistica ad amici e clienti.
In questa direzione e con le stesse finalità che si inserisce l’attenzione per il packaging (in linea per altro con le esigenze della rapidità della logistica per consegne pressoché immediate): la personalizzazione, talvolta con ricorso a spunti artistici, per una bottiglia di foggia e materiale insolito (come quella realizzata con il 100% di carbon neutral, cioè realizzata attraverso l’impiego di energia elettrica proveniente da fonti rinnovabili); l’adozione di un sistema di chiusura che preserva il prodotto ed intrighi il consumatore; o ancora un packaging che resiste ad un trasporto fino a destinazione del cliente finale in piena sicurezza ed integrità del vino grazie all’impiego di un cartone resistente, di materiale riciclabile, plastic free.
Le nuove tendenze di consumo dettano le regole
Sono questi solo alcuni esempi di adeguamento del mercato del vino sia alle attuali (e non risolvibili nel breve periodo) contingenze legate ai rincari dei prezzi dell’energia e delle materie prime come vetro e cartone, sia ad una sempre maggiore attenzione del consumatore verso la cd. ecosostenibilità dell’intera filiera, nuova (ma direi ormai acquisita) consapevolezza tra i consumatori di ogni età e categoria, siano essi appartenenti alla Generazione X (nati tra il 65 e il 79) che conta tra il 40-50%, seguono con una quota tra il 25-35% i Baby Boomers (1946 – 1964) e i Millennials (1980 – 1995), tutti sensibili alle parole chiave come “organic” “green”, “social responsability”, “kilometro zero” che riescono ad influenzare le scelte di acquisto.
Non solo dunque investimento e ricerca da parte dell’impresa vinicola in questa direzione, ma anche professionalità, sensibilità, esperienza e cultura in capo a chi è chiamato a gestire questa operazione ed innovazione dove è assolutamente vietato improvvisare.
Le esigenze del marketing e della comunicazione debbono comunque conciliarsi, e qui l’intervento del giurista, anche con le nuove disposizioni legislative in materia di etichettatura degli imballaggi (in vigore dal 1.1.2023) secondo le norme del decreto legislativo 3.9.2022 n.116 con il quale è stata recepita la Direttiva UE 2018/852, che detta le procedure finalizzate a migliorare la gestione dei rifiuti, a rispettare l’ambiente, a proteggere la salute umana e per un più attento ed oculato utilizzo delle risorse naturali.
Un banco di prova estetico per il vino
Diventa pertanto ineludibile anche per il vino sottoporsi ad un banco di prova che i nuovi trend dei consumi stanno indicando, con norme sempre più complicate imposte da norme interne e internazionali. Compare così la “bottiglia di carta” (“When in Rome” di Frugalpac, che si è avvalso dell’esperto in vini Philip Schofield, il quale ha scelto questo marchio evocando il piacere e la semplicità di gustare un buon vino ovunque tu sia come se “stessi a Roma”, grazie alla nuova bottiglia di carta) con tappo a vite e isolata al suo interno da una pellicola riciclabile. Per il debutto di questo packaging innovativo è stato scelto il vino Pecorino IGP Terre di Chieti, in vendita sul mercato inglese, a seguire dal Primitivo IGT Puglia.
Ancora una volta mi sento di poter concludere che il consumo di vino è legato non tanto alla qualità e bontà dello stesso che ormai sono scontate, ma sempre più legato a fattori esterni alla viticultura ed enologia, che riguardano altri aspetti di contorno in grado di colpire il consumatore, di soddisfarne un bisogno sempre più immediato e di impulso, senza rinunciare alla qualità e al legame con il produttore.
Avv. Paolo Spacchetti
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28 Agosto, 2022
Altri sette pezzi di Marketing, forse meno semplici
Altri sette pezzi di Marketing, forse meno semplici, sembra sinistramente essere il seguito di “Sette pezzi di Marketing semplici“. Ovvero altre 1+6 ideone genialinone di marketing, almanaccate qua e là.
Comunque sia l’introduzione è sostanzialmente la stessa, non sto quindi a riprenderla: andiamo diretti sui casi.
Zero. Ancora sulla conversione in qualità
Se non piace la legge della conversione della quantità in qualità perché d’ispirazione materialista marxista, basterà rimpiazzarla con il noto truismo del protopropagandista Goebbels secondo il quale basta ripetere cento, mille volte una menzogna e questa si trasformerà in verità. Contenti ora, nostalgici? Peccato pare la citazione sia una bufala. Vabbé, motivatela un po’ come ti pare, basta che nel frattempo si continui a comunicare: altrimenti non esisteremmo.
Uno. Definitio Hiding
Il marketing 3.0 consiste nel riaffermare costantemente il mantra senza mai menzionarlo esplicitamente (definitio hiding, nascondimento della definizione, di ciò di cui si parla). Visto che ormai dell’ontologia (e anche della teologia e della geometria, direbbe il contemporaneo Don Quixote dadaista Ignatius Reilly) non importa più nulla a nessuno (e quasi nessuno ci capisce più nulla, aggiungo io), inutile dire di cosa si stia parlando, meglio illustrarne i soli accidenti più favorevoli. Ne riparleremo quando avremo capito come smaltire decentemente i pannelli fotovoltaici dismessi. O i rifiuti in genere.
Due. I miti del nostro tempo
Ogni azione di marketing ben indirizzata procede per sfruttamento di un mito contemporaneo: la conoscenza di questi è quindi vivamente consigliata. C’è giusto un libro “I miti del nostro tempo” di Umberto Galimberti che tengo in bagno per i miei momenti di ricercata massima intensione (vedi https://www.treccani.it/vocabolario/intensione/, al numero 2.).
Tre. La miseria della linearizzazione
La linearizzazione fuori scala è la radice quantitativa di ogni bimbominkiata o se preferite basta ricordarsi il modo di dire “partire per la tangente”.
Spiego. Molto vicino all’ascissa del punto di tangenza, la tangente è un’ottima approssimazione, anzi la migliore, anzi direi proprio una situazione “leibnitziana” – nel senso del Candido di Voltaire – della curva, ma non appena vi si distanzi un poco… ecco, praticamente non serve più a nulla. Come le proiezioni dei ricavi sull’ultimo excel del vostro consulente direzionale, insomma.
Quattro. Psicostoria, Sincronicità e Risultatismo
Ci piacerebbe padroneggiare la psicostoria, ma al momento ci dobbiamo accontentare di farci devoti alla sincronicità junghiana: fare poi riferimento alla teoria cinetica dei gas potrebbe pure aiutarci in questo senso, quantomeno a sparare cazzate (cit.) interessanti. Qui servirebbe un piccolo chimico o un appassionato di Asimov per capirla, purtroppo non ve ne sono a sufficienza né degli uni né degli altri.
Ripiegando sulla sincronicità, questo “principio di nessi acausali” (Kant, perdonaci tutti, a cosa ci tocca dar seguito), cercate di restare sincronici al vostro aspirante committente (in qualsiasi modo se siete dei banali risultatisti allegriani, secondo dignità di uomini fatti a non viver come bruti se siete fini giustificatori di mezzi)
Per il resto degli umani continui pure a valere il trogroditlico principio di autorità. Ipse dixit. E date pure la colpa al preparatore atletico di tutti quegli infortuni muscolari che perseguitano la vostra squadra del cuore.
Cinque. Occhio alle code grasse e rischiare grosso, sempre
La teoria delle code grasse di NNT è una riserva infinita di truismi; lo è anche la logica del rischiare grosso.
Preso un fenomeno, modellatelo secondo una statistica qualunque e poi divertitevi ad analizzare casi nei quali la distribuzione che avete usato inizialmente si rivelerebbe sperimentalmente errata. Sostituitela quindi con un’altra distribuzione (questa sì che si rivelerebbe sperimentalmente adeguata al fenomeno, quindi corretta) e giocate a calcolare il danno o il guadagno che ne deriverebbe. Per inciso, dedurre da tutto questo marchingegno intellettuale qualcosa di comprensibile al managerume contemporaneo medio (distribuito normalmente, con code davvero anoressiche) è impresa da veri e propri circonventori d’incapaci provetti, ma almeno la sincronicità che ne deriverà sarà di quelle a prova di bomba. Basterà ricordarsi, nel proporre l’ennesimo libro dei sogni, di evidenziale il proprio rischio minimizzando nel contempo quello del (circonvenendo) aspirante committente.
Sei. Genailinate e salti epistemici
Quando una regola si applica in pochissimi casi, puoi tranquillamente evitare di chiamarla regola e procedere per analisi diretta dei casi. Capisco il fascino di essersi inventati qualcosa e potergli quindi dare il nome e rivendicarlo come il proprio ultimo salto epistemico, ma la storia si fa o per battaglie o per rinnovata autocoscienza delle masse (rinnovamento catalizzato da cause di diversissima natura tra di loro, ma questa è un’altra storia): non certo per genialinate.
Outro
Altri sette pezzi di Marketing, forse meno semplici, giusto per fare bella figura con il committente.
Foto dell’autore, si ringrazia il produttore del Franciacorta QBlack e QZero, (Quadra Franciacorta, Cologne) non solo per le bottiglie, ma anche per avermi fatto fotografare le operazioni della vendemmia. Grazie mille!
Da @bottigliadissanguata, passo e chiudo: difficile, ma dovessi mai trovare altri sette pezzi, scriverò il seguito.
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25 Agosto, 2022
Medici Ermete e l'ambizioso progetto GENERAZIONE 2031
Il vino è cultura e su questo siamo ampiamente d’accordo, c’è però chi va oltre. E’ il caso di Medici Ermete e dell’ambizioso progetto GENERAZIONE 2031. C’e’ infatti anche chi, attraverso il vino genera valori e coltiva cultura sperando in un futuro migliore. Ne abbiamo parlato in altri articoli di questa stessa rubrica.
Un gradito invito quello dell’Azienda Medici Ermete, che in un assolato pomeriggio di giugno ha organizzato un evento presso la Tenuta La Rampata, luogo adattissimo per atmosfera e spazi. Condizione giovanile nell’età del nichilismo L’occasione è stata un incontro con il Professor Umberto Galimberti che ci ha intrattenuto sul tema della “Condizione giovanile nell’età del nichilismo”.
Il filosofo ha trattato un tema molto caldo, ovvero quello della condizione dei giovani in generale e in particolare dopo la pandemia. Uno sguardo assai preoccupato il suo, sulla loro situazione attuale e su come si potrebbe migliorare realisticamente la loro esistenza. Sentendo le parole del Professor Galimberti credo che ognuno dei presenti abbia sentito risuonare un campanello d’allarme dentro di sé.
I riflettori si sono accesi sulle difficoltà vissute dalle nuove generazioni e sul loro senso di inadeguatezza rispetto alla società moderna.
Siamo stati messi in guardia dal fatto che i nostri tempi hanno modificato profondamente le dinamiche di crescita dei nostri figli e il discorso si è sviluppato in questi punti:
– manca lo scopo
– il futuro non è più una promessa
– manca la risposta al perché
– la meritocrazia non esiste
– i giovani anestetizzano i loro sentimenti Inutile nascondersi dietro l’ormai abusata frase del “ai miei tempi” perché quei tempi sono radicalmente diversi da quelli odierni. “Non possiamo riproporre il nostro vissuto ai nostri ragazzi ” prosegue il Professor Galimberti ” perché questa è la prima generazione che non può contare sull’esperienza dei genitori. Se vogliamo aiutare i nostri ragazzi dobbiamo porci in loro ascolto cercando di capire di più del loro mondo”. La bella notizia è che tutto è migliorabile purché se ne prenda coscienza. GENERAZIONE 2031 di Medici Ermete In questa ottica si fonde perfettamente il progetto GENERAZIONE 2031 di Medici Ermete. L’Azienda, presente da 5 generazioni sul territorio reggiano, ha voluto dare vita a questa ambiziosa rivoluzione, che si traduce in obiettivi precisi e concreti da portare a termine entro, appunto, il 2031. L’albero simbolo di Generazione 2031 L’albero è il simbolo di Generazione 2031. È la metafora per trasmettere l’essenza della sostenibilità Medici Ermete: nelle radici della Medici Ermete si trovano i valori e la storia mentre salendo verso l’alto troviamo gli obiettivi che attraverso azioni virtuose, faranno crescere una chioma rigogliosa con tante foglie, proprio a rappresentare l’azienda che si sviluppa, migliora e investe in un futuro sempre più verde. Del resto questa è la filosofia lasciata in eredità dal fondatore della Medici Ermete, secondo il quale era indispensabile che “ogni generazione lasciasse a quelle successive i vigneti e l’azienda nello stesso stato di conservazione in cui li aveva trovati o addirittura in condizioni ambientali migliori”. Medici Ermete con la prima annata di Concerto (Lambrusco Salamino) certificato biologico 2020 dopo tre anni di conversione per tutte le cinque tenute, ha voluto scrivere un nuovo capitolo della sua storia, e se volete saperne di più vi invito a leggere questo link https://www.medici.it/2021/03/28/da-lotta-integrata-a-viticoltura-biologica/. Durante la serata abbiamo avuto inoltre il piacere di ammirare un’opera “prestata” dalla Fondazione Magnani Rocca del pittore Pompilio Mandelli. Un Omaggio a Duchamp del pittore reggiano, protagonista della pittura italiana ed europea del ‘900 (tra i suoi maestri Morandi e Guidi tanto per citarne alcuni) e naturalmente abbiamo assaggiato e brindato con i prodotti di punta. Insomma la cultura ci salverà, insieme alle persone che attivamente decidono di dedicarsi al miglioramento globale per la parte che gli compete. Non vedo l’ora di scoprire e rendervi partecipi delle nuove iniziative che verranno organizzate. Abbiamo quasi 10 anni per verificare la realizzabilità di Medici Ermete e dell’ambizioso progetto Generazione 2031. Claudia Riva di Sanseverino @crivads
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Un gradito invito quello dell’Azienda Medici Ermete, che in un assolato pomeriggio di giugno ha organizzato un evento presso la Tenuta La Rampata, luogo adattissimo per atmosfera e spazi. Condizione giovanile nell’età del nichilismo L’occasione è stata un incontro con il Professor Umberto Galimberti che ci ha intrattenuto sul tema della “Condizione giovanile nell’età del nichilismo”.
Il filosofo ha trattato un tema molto caldo, ovvero quello della condizione dei giovani in generale e in particolare dopo la pandemia. Uno sguardo assai preoccupato il suo, sulla loro situazione attuale e su come si potrebbe migliorare realisticamente la loro esistenza. Sentendo le parole del Professor Galimberti credo che ognuno dei presenti abbia sentito risuonare un campanello d’allarme dentro di sé.
I riflettori si sono accesi sulle difficoltà vissute dalle nuove generazioni e sul loro senso di inadeguatezza rispetto alla società moderna.
Siamo stati messi in guardia dal fatto che i nostri tempi hanno modificato profondamente le dinamiche di crescita dei nostri figli e il discorso si è sviluppato in questi punti:
– manca lo scopo
– il futuro non è più una promessa
– manca la risposta al perché
– la meritocrazia non esiste
– i giovani anestetizzano i loro sentimenti Inutile nascondersi dietro l’ormai abusata frase del “ai miei tempi” perché quei tempi sono radicalmente diversi da quelli odierni. “Non possiamo riproporre il nostro vissuto ai nostri ragazzi ” prosegue il Professor Galimberti ” perché questa è la prima generazione che non può contare sull’esperienza dei genitori. Se vogliamo aiutare i nostri ragazzi dobbiamo porci in loro ascolto cercando di capire di più del loro mondo”. La bella notizia è che tutto è migliorabile purché se ne prenda coscienza. GENERAZIONE 2031 di Medici Ermete In questa ottica si fonde perfettamente il progetto GENERAZIONE 2031 di Medici Ermete. L’Azienda, presente da 5 generazioni sul territorio reggiano, ha voluto dare vita a questa ambiziosa rivoluzione, che si traduce in obiettivi precisi e concreti da portare a termine entro, appunto, il 2031. L’albero simbolo di Generazione 2031 L’albero è il simbolo di Generazione 2031. È la metafora per trasmettere l’essenza della sostenibilità Medici Ermete: nelle radici della Medici Ermete si trovano i valori e la storia mentre salendo verso l’alto troviamo gli obiettivi che attraverso azioni virtuose, faranno crescere una chioma rigogliosa con tante foglie, proprio a rappresentare l’azienda che si sviluppa, migliora e investe in un futuro sempre più verde. Del resto questa è la filosofia lasciata in eredità dal fondatore della Medici Ermete, secondo il quale era indispensabile che “ogni generazione lasciasse a quelle successive i vigneti e l’azienda nello stesso stato di conservazione in cui li aveva trovati o addirittura in condizioni ambientali migliori”. Medici Ermete con la prima annata di Concerto (Lambrusco Salamino) certificato biologico 2020 dopo tre anni di conversione per tutte le cinque tenute, ha voluto scrivere un nuovo capitolo della sua storia, e se volete saperne di più vi invito a leggere questo link https://www.medici.it/2021/03/28/da-lotta-integrata-a-viticoltura-biologica/. Durante la serata abbiamo avuto inoltre il piacere di ammirare un’opera “prestata” dalla Fondazione Magnani Rocca del pittore Pompilio Mandelli. Un Omaggio a Duchamp del pittore reggiano, protagonista della pittura italiana ed europea del ‘900 (tra i suoi maestri Morandi e Guidi tanto per citarne alcuni) e naturalmente abbiamo assaggiato e brindato con i prodotti di punta. Insomma la cultura ci salverà, insieme alle persone che attivamente decidono di dedicarsi al miglioramento globale per la parte che gli compete. Non vedo l’ora di scoprire e rendervi partecipi delle nuove iniziative che verranno organizzate. Abbiamo quasi 10 anni per verificare la realizzabilità di Medici Ermete e dell’ambizioso progetto Generazione 2031. Claudia Riva di Sanseverino @crivads
23 Agosto, 2022
Casa Grazia: Vini in Vigna
Casa Grazia: Vini in Vigna
Un sogno, un lago, il destino
Carissimi, bentrovati!
Oggi desidero portarvi a Gela, in quella parte di Sicilia rivolta verso il mediterraneo ed il nord Africa, da cui arrivano i venti lontani.
Tutto parte nei primi anni del Novecento, quando la famiglia Brunetti inizia la coltivazione delle proprie terre, e fra uliveti e frutteti, avvia la produzione di uve da mosto e di uva da tavola.
Negli anni Ottanta, quando impegni lavorativi portano Angelo Brunetti ad occuparsi di altro, è Maria Grazia Di Francesco, sua compagna di vita e di viaggio, a raccoglierne il sogno, prendendosi cura di quei vigneti, scoprendosi così donna del vino, affascinata dalla vigna.
Il 2005 è l’annata di un ottimo Nero d’Avola che incoraggia ad un passo ulteriore.
Così dopo lunghi decenni di lavoro della terra e dei vigneti, Casa Grazia imbottiglia per la prima volta le proprie uve, figlie del Lago Biviere, luogo caro alla memoria popolare, riserva di specie protette e piante rare, il Biviere disegna un terroir particolare dalla spiccata sapidità, tratto distintivo dei vini Casa Grazia.
Siamo nella Riserva Naturale protetta del Lago Biviere, ed è in questo luogo legato a miti antichi e intessuto di credenze popolari, che Casa Grazia imbottiglia il frutto di un terroir unico, dove dune, vento e mare maturano buone uve.
Un territorio speciale, grazie alla presenza del più grande lago costiero della Sicilia – che si caratterizza ulteriormente in quanto lago salato – che ricade pienamente anche nella D.O.C.G del Cerasuolo di Vittoria, unica D.O.C.G. siciliana. I terreni, sabbiosi e calcarei, si estendono lungo un abbraccio ideale, e disegnano il profilo di un paesaggio plurale che concentra al suo interno tutti i favori bioclimatici della Sicilia.
La sapidità del Lago e la salinità che spira dalla costa, nutrono aria e terra portando a maturazione le uve del Biviere, destinate a diventare grandi vini. Uliveti e frutteti fanno da sfondo ai vigneti Casa Grazia e tessono una bellezza pura, fatta di storia, luoghi e memoria.
Oggi Casa Grazia racconta, attraverso l’amore dell’imprenditrice per i suoi vitigni, la parabola di una storia personale e aziendale, dove i confini sfumano, felicemente, l’uno nell’altro.
Una realtà che nasce da un sogno che racchiude in sé un destino.
I vini Casa Grazia raccontano un percorso di crescita e sperimentazione, alimentato dall’amore dell’imprenditrice Maria Grazia Di Francesco, donna in vigna, che ha saputo cogliere il potenziale del territorio, esprimendolo in una selezione di etichette che portano in calice un ritratto di Lago, Terra e Mare. Uve il cui tratto dominante è un’inconfondibile sapidità che trova sempre il giusto equilibrio, tra carattere ed eleganza.
Le otto etichette Casa Grazia traducono nel calice le suggestioni di questa parte di Sicilia, il colore dei suoi tramonti e la brezza marina che accarezza le coste. Qui agrumeti, zagare e gelsomini, gerani e violette, carrube e cannella, si fondono alla salinità tipica del lago generando vini dalle sfumature brillanti, grande forza espressiva e sfumature aromatiche.
Nei cinque rossi, nei due bianchi e nello spumante si imprime la sinfonia del Mediterraneo. Un’armonia che passa dal palato ai sensi.
Ora per comprendere meglio non vi resta che assaggiare questi prodotti e magari pianificare un viaggio su questo lago unico assaporandone i suoi prodotti
Vi Aspetto!
Cristina
Itinerari DiVini è una rubrica a cura di Cristina Mascanzoni Kaiser
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19 Agosto, 2022
Osteria De Cin - Claino con Osteno
Qui a Provato Per Voi siamo sempre più entusiasti di raccontare luoghi ed esperienze, soprattutto se si trovano a meno di due ore di auto dalle grandi città (Milano in questo caso). Oggi parliamo della Valle Intelvi un luogo che sta costantemente aumentando il proprio peso come meta turistica per appassionati di sport stagionali, escursionisti e frequentatori di agriturismi e b&b immersi nel verde. Recentemente, quasi per caso devo ammettere, con la scusa di una gita al Borgo Dipinto di Claino, ci siamo imbattuti in un locale estremamente interessante. Un luogo di vero equilibrio tra tradizione e innovazione in un mare magnum, sempre apprezzato intendiamoci, di stracotti, polente, carpioni e selvaggine varie. Osteria de Cin a Claino rappresenta in primo luogo la sfida imprenditoriale di due giovani ragazzi Deborah e Riccardo, che propongono una filosofia di cucina a nostro avviso dirompente e davvero in equilibrio tra tradizione e innovazione.
Osteria de Cin ci ha subito colpiti per l’originalità della proposta: un focus estremamente professionale su carni pregiate. Selezionate, conservate, trattate e raccontate con cura e passione. Ecco che, con nostra sincera sorpresa, a Claino ci siamo trovati nella posizione di dover decidere se mangiare swami beef danese, sashi choco finlandese, vacca clandestina o rubia gallega vacca vegia di 15 anni allo stato brado. La scelta è stata sapientemente agevolata dall’intervento di Riccardo che con professionalità e leggerezza ha contribuito a rendere l’esperienza ancora più piacevole. La sala rispecchia la filosofia di cucina, con un ambiente ricercato e il piacevole contrasto tra elementi tradizionali e moderni. Un espositore a temperatura controllata accoglie i visitatori presentando immediatamente i tagli di carne disponibili. Altra nota interessante, a conferma di un vero approccio innovativo in cucina, è l’impiego della tecnica della maturazione spinta attraverso tecnologia a ultrasuoni. Questa tecnica permette di esaltare tutti gli aspetti organolettici dei prodotti, garantendo un boost in termini di morbidezza, colori,sapori e profumi. Provare per credere. Non solo carne ovviamente: il menù prevede una varietà interessante di primi e alcuni piatti di mare. Ingredienti di stagione e piccoli produttori locali chiudono il cerchio per quanto riguarda la proposta food.
Interessante anche la carta dei vini che dà spazio a un paio di proposte locali, oltre che alle più conosciute denominazioni fino ai brand più blasonati. In conclusione, l’esperienza è stata assolutamente positiva. Osteria de Cin a Claino si rivela una bellissima sorpresa. Abbiamo pranzato in un ambiente piacevolissimo, siamo stati ingolositi da una proposta dirompente, decisamente innovativa per la zona, siamo stati convinti da un servizio amichevole e professionale (abbiamo pranzato anche con una bambina piccola che è stata da subito messa a proprio agio), abbiamo scelto tra una buona selezione di vini e soprattutto abbiamo una gran voglia di tornare per provare ciò che non abbiamo avuto modo di assaggiare. BRAVI!!
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Osteria de Cin ci ha subito colpiti per l’originalità della proposta: un focus estremamente professionale su carni pregiate. Selezionate, conservate, trattate e raccontate con cura e passione. Ecco che, con nostra sincera sorpresa, a Claino ci siamo trovati nella posizione di dover decidere se mangiare swami beef danese, sashi choco finlandese, vacca clandestina o rubia gallega vacca vegia di 15 anni allo stato brado. La scelta è stata sapientemente agevolata dall’intervento di Riccardo che con professionalità e leggerezza ha contribuito a rendere l’esperienza ancora più piacevole. La sala rispecchia la filosofia di cucina, con un ambiente ricercato e il piacevole contrasto tra elementi tradizionali e moderni. Un espositore a temperatura controllata accoglie i visitatori presentando immediatamente i tagli di carne disponibili. Altra nota interessante, a conferma di un vero approccio innovativo in cucina, è l’impiego della tecnica della maturazione spinta attraverso tecnologia a ultrasuoni. Questa tecnica permette di esaltare tutti gli aspetti organolettici dei prodotti, garantendo un boost in termini di morbidezza, colori,sapori e profumi. Provare per credere. Non solo carne ovviamente: il menù prevede una varietà interessante di primi e alcuni piatti di mare. Ingredienti di stagione e piccoli produttori locali chiudono il cerchio per quanto riguarda la proposta food.
Interessante anche la carta dei vini che dà spazio a un paio di proposte locali, oltre che alle più conosciute denominazioni fino ai brand più blasonati. In conclusione, l’esperienza è stata assolutamente positiva. Osteria de Cin a Claino si rivela una bellissima sorpresa. Abbiamo pranzato in un ambiente piacevolissimo, siamo stati ingolositi da una proposta dirompente, decisamente innovativa per la zona, siamo stati convinti da un servizio amichevole e professionale (abbiamo pranzato anche con una bambina piccola che è stata da subito messa a proprio agio), abbiamo scelto tra una buona selezione di vini e soprattutto abbiamo una gran voglia di tornare per provare ciò che non abbiamo avuto modo di assaggiare. BRAVI!!
17 Agosto, 2022
Mottura e il Grechetto: un'antica storia d'amore
Continuano le incursioni per cantine de Il vino in una stanza questa volta nella Tana dell’Istrice, per raccontare di Sergio Mottura e il Grechetto: un’antica storia d’amore.
Come nel film “Le Cronache di Narnia”, entrando nell’armadio, qui in cantina, ci ritroviamo in un’altra dimensione. Inondate da pareti di pietra, scendendo molte scale, sempre più in profondità, veniamo immerse in una grotta scavata nel tufo risalente al XV Sec.
Adornato da così tanta storia, tradizione e cultura riposa qui lo spumante, in un accumulo stratificato di cenere vulcanica che isola e mantiene una temperatura di 13 gradi che improvvisamente ci da una sensazione rigenerativa dopo il gran caldo vissuto in questa giornata . Ci colpisce la muffa ovunque depositata sulle bottiglie a riposo, la stessa che troviamo nelle cantine dello Champagne.
Nelle Terre del Grechetto Edizione 2022
Siamo a Civitella D’Agliano, nell’Alta Tuscia viterbese, all’evento Nelle Terre del Grechetto XIX edizione. Organizzato dalla Proloco e condotto dal giornalista enogastronomico Carlo Zucchetti, siamo ospiti dal grande Sergio Mottura. Mottura è tante anime: pioniere del biologico dagli anni 90, grande icona del grechetto, vitigno emblema di questo territorio. Ha fondato la propria immagine e la propria produzione proprio su di lui. Ritrovandoci in questa suggestiva piazza medievale, ci accoglie Giuseppe che, accompagnandoci all’interno della sala di degustazione, ci racconta la storia della sua famiglia che noi vi riportiamo con immenso piacere.
Una bella storia
Una bella storia quella dell’amore tra Mottura e il grechetto, la volete sentire? Giuseppe Mottura, figlio del “Boss” Sergio Mottura (così da lui soprannominato), ci porta con la mente direttamente al 1933, quando Sergio, giovane ragazzo intraprendente e grande sognatore, eredita da un suo prozio paterno piemontese la tenuta a Civitella D’Agliano. Fino agli anni ’60 molte zone d’Italia, compresa questa dove ci troviamo, erano gestite con contratti di mezzadria. Tutto cambiò nel Settembre del ’64: fu rivoluzionato tutto il sistema agrario. Le scelte che cambiano la prospettiva. E’ il momento in cui Sergio inizia a prendere decisioni fondamentali per lo sviluppo dell’azienda. La Scelta con la S maiuscola fu quella di innamorarsi follemente del grechetto.
Grechetto super omnia
Mottura e il grechetto. Oggi la chiameremmo intuizione, all’inizio fu una semplice scelta derivata dall’aspetto organolettico del vitigno. Tra Orvieto doc, Malvasia, Trebbiano, Procanico, Grechetto e altri, Sergio si rese conto che quest’ultimo dava risultati migliori, qualitativamente più alti. Ha inizio così questa lunga storia d’amore con il grechetto, partendo proprio dal “Poggio della costa”, vigneto piantato a filare negli anni ’70. Sino ad allora e nei decenni precedenti i mezzadri, non potendo impiegare un ettaro di terra solo per la coltivazione della vite, utilizzavano il terreno per altre colture. Quindi la vite era maritata ad un albero da frutto o ad un olmo (stucchio). Tutto questo, ovviamente, venne meno con l’arrivo dell’imprenditoria agricola e con l’impianto dei primi vigneti “puri”. Altra scelta fondamentale arrivò alla fine degli anni ’80, quando Sergio decise di imbottigliare i propri vini, passando da conferitore di uve a produttore, occupandosi di tutte la fasi produttive fino alla commercializzazione, creando il proprio marchio aziendale e divenendo così vignaiolo al 100%.
L’istrice simbolo di approccio biologico
Terza scelta, anche questa estremamente importante per il progresso aziendale, è stata quella di dedicarsi completamente al biologico. La conversione inizia nel ’91 e la certificazione arriva nel ’96. Perche l’istrice in etichetta ? “L’idea dell’istrice nasce quando mio padre, accanito sostenitore del biologico, comincia a lavorare la terra in maniera più salutare, sostenibile e si accorge del ritorno degli istrici nei vigneti come parte integrante dell’eco sistema. Le tane sono bellissime sotto i nostri 37 ettari vitati. L’istrice diventa così un simbolo di unificazione dei vignaioli che decidono di seguire le orme del bio, del rispetto per la natura creando un mondo agricolo diverso da come era apparso negli anni ’70/80. Un mondo fatto di chimica. Un esempio: dopo anni di utilizzo del verde rame come prodotto previsto per la coltivazione biologica contro la malattia peronospora, oggi alcuni produttori hanno sostituito il metallo pesante che si accumula nel terreno con del semplice tannino di castagno, organico al 100%. Inoltre, viene usata la zeolite come prodotto naturale per rendere la vite più resistente alla siccità e migliorare le caratteristiche fisiche e chimiche del terreno.
Oltre le radici della vite
Oggi l’azienda fa parte di un gruppo di produttori di Orvieto, l’ORV (oltre le radici della vite), che da anni sta cercando di ricostruire l’immagine dell’Orvieto Doc e di lavorare insieme per una sua identità. Assaggiando e confrontando i vini, questi produttori sono giunti alla conclusione che il grechetto non è un’uva che vale per tutti i territori. Un territorio della Tuscia diversificato in tre macro-aree che hanno origini geologiche completamente diverse: c’è l’area vulcanica che parte del lago di Bolsena e arriva ad Orvieto; c’è la parte nord sedimentale e marina con grosse percentuali di argilla nei terreni; e infine la terza area, principalmente alluvionale del Tevere di migliaia di anni fa, circoscritta tra i due Comuni di Civitella D’Agliano e Castiglione in Teverina.
Orvieto DOC
Produzioni e terroir completamente diversi fanno sì che la percentuale di uve nell’Orvieto Doc cambi di zona in zona. Chiaramente in questa azienda il grechetto ne è protagonista. Dalla rivalutazione dei vitigni autoctoni, alla ricerca scientifica ed alla sperimentazione su campo, agli studi sul DNA e alle varie vinificazioni scelte per esaltare al meglio le grandi potenzialità del vitigno grechetto, la Famiglia Mottura ha voluto creare soprattutto un lavoro d’ identità e di qualità del prodotto, selezionando come unico denominatore, il Clone G109 ovvero il Grechetto di Orvieto. E’ un’uva difficile, tannica, bisognosa di una pressatura delicata, ma una garanzia per la longevità del vino, come ci dimostrano le bottiglie degustate in questa occasione. Ascoltando Giuseppe: “L’atteggiamento giusto del vignaiolo è considerare il vigneto eterno. Poiché la vite per 40/50 anni subisce stress, bisogna andare a lavorare con la sostituzione delle fallanze della vite che muore il prima possibile in modo che l’età media del vigneto rimanga alta, soprattutto facendo sì che tutte le viti rimangano in produzione”.
La degustazione
il titolo dell’articolo è Mottura e il Grechetto: un’antica storia d’amore. Il grechetto, infatti, è ovunque. Partiamo con la degustazione:
Spumante Metodo Classico Brut Magnum 100% Chardonnay millesimato 2011 – 10 anni sui lieviti sboccatura 05/22.
Nasce da uve Chardonnay, provenienti dal Cru San Martino, situato sulla parte alta dell’azienda. Nobile con un perlage fine ed elegante. Intreccio di sentori di erbe aromatiche con nuances complesse di crema pasticcera e nocciola. In bocca si avverte una grande freschezza vibrante con ritorni di agrumi e frutta secca.
Acidità molto alta: nelle annate in cui la maturazione avviene in giornate ancora molto calde, le uve sono raccolte nelle prime ore mattutine proprio per avere delle uve fresche e acidità maggiore. Racconta Giuseppe: “Mio padre mi racconta che nell’ 83 le prime prove di metodo classico furono fatte con uve Verdello e Grechetto, ma con scarsissimi risultati. Si passò così velocemente ai vitigni classici quali Chardonnay e Pinot Nero. La prima annata ufficiale però uscì nell’ 84 da uve Verdicchio e Grechetto. “
Tragugnano Orvieto Doc 2021 vs 2011 – 50% Procanico 50% Grechetto. Acciaio. (Entrambi tappi a vite plus)
In questo caso l’obiettivo è quello di rilanciare la DOC sia dal punto di vista comunicativo che organolettico. La strategia è quella di mantenere sempre alto l’interesse sul proprio territorio. L’ azienda si regge sulla produzione dell’Orvieto DOC e del Grechetto in purezza; insieme rappresentano quasi il 90% della produzione. L’Orvieto DOC è stato il vino fondamentale per questa zona e se, ad oggi si coltiva grechetto, è proprio perché nella doc da sempre c’è la sua presenza.
L’annata 2021 ha dato vita ad un vino semplice, godurioso e dinamico con piacevoli sentori di mela smith, glicine, pera williams, zenzero e mandorla amara , che rappresentano l’equilibrio perfetto tra la sapidità e l’acidità alta pur mantenendo un tenore alcolico importante. Tornando 10 anni indietro, ci troviamo a degustare la 2011 che ci colpisce per la sua spalla acida ancora alta e non spigolosa. La mandorla è sempre presente ma più dolce al palato con un arricchimento di frutta a polpa matura e miele con ritorni di pera, mela e nocciola.
POGGIO DELLA COSTA CIVITELLA D’AGLIANO IGT – 100% Grechetto CRU 2020 vs 2014 (50% tappo a vite plus e 50% sughero a scelta del cliente)
Uve raccolte rigorosamente a mano, pressate in maniera soffice con decantazione a freddo. Fermentazione e maturazione in acciaio per 6 mesi più due mesi in bottiglia. La 2020 è un vino molto giovane caratterizzato da grande acidità e sapidità. Venature minerali, evidenti note balsamiche e richiami di nocciola tostata e miele di castagno. La sua vibrante freschezza lo rende godibile in qualsiasi occasione. Poliedrico. Estrema: questa è la nostra parola assegnata alla 2014 a conferma della longevità del Grechetto. Il colore dorato ci conquista prima ancora di poggiare il calice al naso, abbiamo l’oro nelle mani. Un mix di frutta tropicale, frutta secca e miele di castagno ci avvolgono l’olfatto che ritroviamo anche al palato. Un leggero picco di ossidazione ci fa sorridere ma uno spiccato e bellissimo finale di fiori appassiti e erbe secche ci convince.
POGGIO DELLA COSTA
Dalle parole di Giuseppe: “Poggio della Costa è un vigneto piantato nel 1970; solo 7 ettari di Grechetto. Inizialmente mio padre prese tralci di grechetto da chi, per tradizione, coltivava e vinificava il Grechetto “buono”. In realtà dopo tanti anni di lavorazione, questo vigneto è diventato il nostro CRU aziendale. Io ho una definizione tutta nostrana e paesana di CRU, ovvero che se da un vigneto, 10 volte su 10, esce il vino più buono della cantina allora quella è sicuramente una vigna di pregio. E’ un vitigno che ha tutta una serie di elementi che in realtà neanche il produttore conosce fino in fondo. Il Grechetto non sbaglia mai sia per qualità sia per costanza; sa vivere a lungo e dopo tanti anni per questa azienda è stato un successo “.
LATOUR A CIVITELLA 2020 vs 2016 Grechetto in purezza fermentato in barriques di rovere francese (95% sughero e 5% tappo a vite plus)
Prima parte di fermentazione in acciaio, seconda fase di fermentazione in barrique fino a giugno; affinamento 9 mesi in legno e riposo in acciaio nella cantina sotterranea per 6 mesi prima dell’imbottigliamento. In realtà la prima annata fu prodotta nel ‘94. In quel periodo, Sergio Mottura conosce l’ amico produttore francese, Louis Fabrice Latour. Fu lui, colpito dalla qualità del vino, a suggerirne l’affinamento in legno, donandogli cinque barrique di sua proprietà. Da qui il nome riportato in etichetta. Chiaramente da allora ad oggi l’ affinamento è cambiato moltissimo. L’obiettivo principale è stato quello di mantenere l’idea di un grechetto elaborato in legno ma senza perdere l’ espressione autentica del vitigno unita all’identità dell’azienda.
Una 2020 intensa e luminosa con un impatto olfattivo complesso ed elegante, con sentori di frutta a polpa bianca, burro fuso e nocciola. Decisamente morbido e tattile al palato con un finale piacevole di vaniglia e scorza di agrumi. SOLENNE E POTENTE: la 2016 ci fa innamorare partendo già dal colore. Un dorato intenso che si riflette al calice. Al naso un connubio perfetto di fiori appassiti, sentori di nocciola, fiori bianchi e burro; assaggio solido, complesso con sentori di pasticceria per un finale di gran classe. Chapeau!
MUFFO LAZIO IGT Grechetto Passito 2016
Elegante e complessa espressione di Grechetto passito, ottenuta da uve colpite da muffa nobile e maturato in barrique per 12 mesi. Sontuoso vino da meditazione dal colore ambrato, affascinante nei suoi sentori di miele, burro, fiori gialli, scorza di agrumi canditi e pietra focaia. Intrigante al naso, ci dona anche sentori di frutta esotica. Al palato cremoso, armonico e di buon corpo con una sapidità travestita da dolcezza con timide nuances eteree. Finale speziato. SUBLIME! Tanta materia a conferma del grande potenziale di questo vitigno.
Un ringraziamento speciale a Giuseppe Mottura che ci ha ospitate nella sua dimora regalandoci emozioni, nozioni, curiosità su un grande vitigno, il Grechetto, che ha fatto e farà la storia della nostra Regione.
Vi lasciamo, a conclusione di questa bellissima esperienza, con una citazione di Andy Warhol perfetta per questa occasione. Citazione che rispecchia totalmente la filosofia della Famiglia Mottura.
“ Credo che avere la terra e non rovinarla sia la più bella forma d’arte che si possa desiderare”
Ilaria Castagna e Cristina Santini Partners in Wine
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