Scegli la rubrica
Scegli una categoria
- Acini Rari
- Archivio
- BlendNews
- Bollicine e dintorni
- Buongiorno in Vigna
- Cantine di cui anche Bacco andrebbe fiero
- Confine Liquido
- Dal vino in poi
- Degustazioni Artificiali
- Diario di un sommelier
- Editoriale
- El Gottin
- Food&Life
- Identità in fermento
- Il buon vivere
- Il taccuino delle gite (fuori porta)
- Il viaggio di Francesca
- Il viaggio di Orfeo
- Il Vino in una stanza
- Il vino secondo Mario
- In legge veritas
- InternazionalMente
- Itinerari diVini
- L'ABC della Degustazione
- Le Bischerate di un Sommelier
- Le scoperte enoiche di Benny
- Le storie di Wine in Venice
- Live from
- Oltre la carta dei vini
- Oltre le sensazioni del vino
- Passi in cantina
- Percorsi d'assaggio
- Provato per Voi
- Quelle curiose esplorazioni
- Racconti diVini
- Radici di vino
- Riccio Viticcio
- Riflessioni Enologiche di un Viaggiatore diVino
- Salotto diVino
- Senza etichetta
- Speciale Vinòforum
- Suggestioni di Vino
- The Voice of Blogger
- Vigne e orizzonti
- Vino e dintorni
- Vinodentro
- Wine Hunter Stories
- WineKult
1 Agosto, 2022
Annus horribilis
Annus horribilis, questo, da un punto di vista climatico e non solo. Siccità, innalzamento delle temperature, desertificazione e poi, come sempre più spesso accade, grandinate, incendi, tornadi sono visibili e tangibili per tutti.
Una serie di fenomeni atmosferici anomali, ma sempre più frequenti, ci costringe a porci nuove domande, nuovi orizzonti temporali di azione, nuove prospettive. Nulla di obbligatorio, ovviamente. Si può procedere belli belli, baldanzosi e sorridenti, con lo stesso ritmo e piglio di prima (prima di virus, lock down, guerra, cosa che fanno in tanti a partire da molta classe politica), con la leggerezza di chi preferisce ignorare che ragionare.
Abbiamo parlato di leggerezza anche nello scorso editoriale, Perchè preoccuparsi, in modo positivo: la paura non aiuta gli audaci e non aiuta il ragionamento. Nulla sappiamo di quello che ci aspetta e la lucidità di pensiero è d’obbligo.
La lucidità è necessaria, non il delirio di onniscienza e onnipotenza, non sonno della ragione che genera mostri, non terrore del futuro che è in grado di bloccare ogni azione e reazione.
L’Earth Overshoot Day è arrivato il 28 luglio quest’anno ( questa data è comparsa per la prima volta nel 1972, anno in cui cadeva il 10 di dicembre). Siamo arrivati al limite assurdo per cui iniziamo a sentire, vedere, vivere i cambiamenti climatici di cui tanto si parla. Siamo costretti malvolentieri a cambiare le nostre abitudini quotidiane (a proposito: qualcuno ci ha provato a ridurre il proprio consumo di acqua giornaliero in questa torrida estate?).
Sicuramente il portafoglio ce lo ricorda ogni giorno, e su questo tema siamo tutti facilmente sensibili.
Disadattamento climatico
Uno degli articoli più interessanti sul tema di questo mese è Adattarsi male al cambiamento climatico, uscito per Il Post il 23 luglio scorso. Il pezzo traccia in poche righe le possibili modalità di risposta all’emergenza clima e non solo, prima di tutto emotiva che pratica, evidenziando come il nostro modo di affrontare la realtà possa essere determinante.
Il disadattamento è frutto di poca programmazione e poca lungimiranza, della volontà di trovare soluzioni “posticce”, di facciata, utili a creare consenso immediato. Così si trascura lo studio di soluzioni strutturali, che abbiano effetto sul medio e lungo periodo, perché richiedono più analisi, più tempo, più organizzazione.
Il disadattamento è frutto anche di un modo assurdo di fare informazione, sempre più vuoto, allarmistico, scandalistico. La notizia tanto per, il titolone, anzi lo strillone, per più click, like, follow.
Con tutti i dati che scientificamente potremmo utilizzare e analizzare per affrontare il futuro da pellicola cinematografica apocalittica che ci aspetta, che ci aiuterebbero a capire e ad agire con il massimo rigore, siamo drammaticamente ancorati ad una visione antropocentrica del mondo, in cui l’uomo non è misura di tutte le cose ma si sente padrone di tutte le cose.
Intanto la frescura
E intanto ognuno di noi, in questo annus horribilis, sogna la frescura: dell’acqua del mare, dell’acqua della pioggia, degli odori della terra bagnata, di fresca brezza. C’è chi la troverà al mare, chi in montagna, chi altrove.
E poi arriva settembre che porta con sé la malinconia dell’approssimarsi della fine dell’estate, con tutti i desideri e le speranze e l’energia che necessariamente porta con sé, ma anche l’adrenalina per un anno lavorativo e scolastico che sta per iniziare.
Si tratta di sfide, non nuove ma che paiono tali.
Si tratta di questioni esistenziali: che forse è bene tenere quotidianamente a mente, perché siamo attori poco coscienti di un dramma che si consuma sempre più velocemente. Utile ricordare che la capacità di adattamento è alla base dell’evoluzionismo darwiniano.
Cerchiamo di essere attori il più consapevoli possibile.
Francesca Pagnoncelli Folcieri
https://www.youtube.com/watch?v=RakajXgmc-E
Leggi
31 Luglio, 2022
Sette pezzi di Marketing semplici.
Sette pezzi di Marketing semplici. Ovvero 1+6 ideone genialinone di marketing, almanaccate qua e là.
Intro
Si deve a Marco Aurelio, l’Imperatore Filosofo, l’istituzione ad Atene di ben cinque cattedre, una di retorica e quattro di filosofia: platonica, stoica, aristotelica ed epicurea. Da lì in poi, in un certo senso purtroppo, si è diffusa la consuetudine di presentare il proprio pensiero “appoggiandolo”, per così dire ad una curata selezione di affermazioni – più o meno contestualizzate – di un già acclarato maestro. Perché purtroppo? Perché il rovescio di questa medaglia porta direttamente alla miseria del principio di autorità: dove uno in qualche modo si sottrae alla domanda “che cos’è la virtù” rispondendo “per Aristotele la virtù è”.
Adesso però saltiamo di quasi diciannove secoli e cogliamo, tendenziosamente, dal Tractatus Logico-Filosofico di Wittgenstein questi quattro punti:
1. Il mondo è tutto ciò che accade
1.2. Il mondo si divide in fatti
2.1. Noi ci facciamo immagini dei fatti
2.141. L’immagine è un fatto
Et voilà: ecco a voi una giustificazione teoretica a qualsivoglia generatore di bimbominkiate (poi il filosofo tenta disperatamente di chiudere il recinto a buoj fuggiti, tra l’altro terminando il Tractatus con il monito 7. Di ciò di cui non si può parlare si deve tacere, ma ormai il danno è fatto).
His fretus
Su questi bei principi, ecco a voi 1+6 ideone genialinone di marketing, almanaccate qua e là. Potranno tornare utili quando si cerca di impressionare – senza pretesa di scientificità, ci mancherebbe – un potenziale committente a destinare una somma (che altrimenti finirebbe in carburante per il Cayenne, a voler fare gli ingenui: il Cayenne verrebbe sempre e comunque mantenuto operativo) per un’iniziativa promozionale grazie alla quale aumentare i margini (ricavi… are for boys, while margini are for men) e quindi poter rifornire con ancora maggior quantità di carburante il Cayenne. Denaro-Merce-Denaro: statisticamente ogni possessore di Cayenne ha ben presente come funziona il mondo.
Zero. Ricordarsi la legge marxista sulla conversione della quantità in qualità
Marx riconosce esatta “la legge scoperta da Hegel nella Logica, che mutamenti puramente quantitativi possono risolversi a un certo punto in distinzioni qualitative” (Il Capitale): “il che si ha per esempio nel caso dell’acqua riscaldata o raffreddata in cui il punto di ebollizione e il punto di congelamento sono quei modi nei quali si compie, a pressione normale, il salto in un nuovo stato di aggregazione, nei quali, quindi, la quantità si converte repentinamente in qualità” (Engels: Antidühring).
Oltre a restare positivamente impressionati di come Hegel ne abbia detta una allo stesso tempo riconosciuta come esatta (da Marx, vabbé, pulchra vis) e comunque comprensibile, riflettere su questo truismo aiuterà a tenere presente come più che al materiale di comunicazione in sé converrà prestare attenzione al piano di comunicazione: cioè a quando, come e per quante volte il nostro bellissimo spot verrà esposto al pubblico, e come questo pubblico verrà preselezionato.
Uno. Follow the HYPE/follow the POP
Facendo seguito a Zero., una volta riconosciuta una distinzione qualitativa improvvisamente in atto, una tattica efficace consiste nel cavalcare questa “novità”. È quello che fanno tutti i creatorini di instagram riutilizzando musichette o altri canoni pseudoestetici in tendenza: tipo “add 27 photos to this sound, and let it sync”: l’ho fatto anch’io, non c’è né da vantarsene, né da vergognarsi.
Due. Ricordarsi delle immutabili leggi del Marketing secondo Dilbert
La storia si presenta due volte: la prima come tragedia, la seconda come farsa. Scott Adams ha scritto capolavori comici a partire da antropologie di per sé tragiche. Le immutabili leggi del Marketing di Dilbert, con la loro inattuale intonazione sessista, ne sono pietra miliare: le riporto a beneficio di una posterità si spera divenuta miracolosamente meno ottusa:
Leggi del Marketing per uomo:
Se compri questo prodotto, potrai avere un appuntamento con la modella in bikini.
Se compri questo prodotto potrai risparmiare dei soldi, soldi che ti verranno utili in caso di appuntamento con la modella in bikini.
Legge del Marketing per donna:
Se compri questo prodotto, potrai diventare la modella in bikini.
Hoi pleistoi kakoi (la maggioranza delle persone è cattiva), Biante di Priene, uno dei sette saggi antichi, lo scolpì sul Tempio di Apollo a Delfi più di duemilacinquecento anni fa. Forse non saremo ancora al palo, ma la corsa verso la civiltà è ancora mooolto lunga. L’applicabilità di queste leggi è immediata.
Tre. Quando utilizzare il sofista, quando l’influencer
Nella scelta del testimonial una dicotomia sufficientemente semplice da spiegare è quella tra un testimonial “in perimetro” rispetto al sottostante merceologico (cioè in pratica un sofista prezzolato, ad esempio un sommelierino a la page che stappa una bottiglia di Franciacorta) e un testimonial “fuori perimetro” riconosciuto rilevante in altro sottostante merceologico (ad esempio far stappare la bottiglia di Franciacorta da una seguitissima influencer… di bigiotteria low-cost). Qui non c’è una soluzione unica (se è per quello, in mancanza di esperimenti scientifici, tutto il marketing resta preda di una meramente postulata sincronicità junghiana tra il proponente e il committente), ma inquadrare la problematica in una dicotomia comprensibile e successivamente invocare vuoi “credibilità” del testimonial vuoi “correlazioni” tra settori merceologici è solo un altro divertente esercizio di sincronicità – il vostro coach potrà sicuramente, e a pagamento, fornirvi tutti gli strumenti per essere persuasivi. Tra sofisti di certo riuscirete a capirvi.
Quattro. Vizi privati e pubbliche virtù
Il massimo di sincronicità si ottiene quando due persone fanno riferimento agli stessi archetipi: basta quindi scegliere modelli largamente utilizzati per fare centro. Ecco la mia modesta proposta.
Formulazione forte: riferirsi ai sette vizi capitali (Lussuria, Gola, Avarizia, Accidia, Ira, Invidia e Superbia). Mettete in scena – un po’ come Shakespeare, l’umana commedia del vizio e la gente vi si riconoscerà. Oh se vi si riconoscerà.
Formulazione alternativa, debole: glorificare le quattro virtù cardinali (Prudenza, Giustizia, Fortezza e Temperanza). Ecco, in teoria queste dovrebbero piacere a tutti, in realtà ci ricordano solo quanto sia infinita la distanza che separa l’essere dal dover essere, e quanto amaro sia questo tragitto. Difficile da consigliare, ancorché suggestivo, questo approccio.
Cinque. Il fascino torbido del genere Gonzo
A corollario di Due. e di Quattro. Direi proprio intanto di ricordare di cosa si stia parlando (cit.Wikipedia): “Gonzo è uno stile di ripresa fotografica, cinematografica o qualunque altra produzione multimediale nella quale l’autore della ripresa, il regista o il creatore è coinvolto nell’azione piuttosto che esserne un osservatore passivo.”
Questo genere è di estrema efficacia in rappresentazioni di sottostanti multisensoriali: una foto di un piatto di carbonara può al più riportare la vista del piatto, un videoselfie di un golosastro (Magnosolo, qui si parla di lei) che assume un piatto di carbonara riporta vista e udito (gli spiacevoli echi della masticazione dello spaghetto) e suggestiona per olfatto e gusto. Ancora, le rappresentazioni del piatto già assaggiato, ovvero quasi finito o della beata scarpetta finale hanno in questo genere piena e sincronica valenza.
Perché torbido allora? Perché la sincronicità s’attesta in genere su di un vizio archetipico (per i cultori della materia, si ricordi il genere Gonzo nella cinematografia pornografica, ovviamente associabile alla Lussuria).
Sei. L’effetto carnevale/paese dei balocchi
Qui l’archetipo è la dicotomia Schopenhaueriana di angoscia e noja: queste Scilla e Cariddi su cui infrangiamo quotidianamente la fragile navicella della nostra pace esistenziale. Nulla di meglio, per una fuga momentanea da questo strazio, di buttarla in caciara sovvertendo le stesse forme kantiane a priori della conoscenza: spazio, tempo e principio di causalità. Spazio quindi a narrazioni per cui l’ordinaria struttura della conoscenza non valga o venga comunque sospesa. Prima di pensare quanto sia sublunare questo argomento, ricordiamo cortesemente come ormai ogni spot che abbia come oggetto un automobile/un telefonino inizi inevitabilmente con un postulato truismo contemporaneo – cioè una caxxata immane – che ha il solo scopo di sospendere l’ordinario tristo continuum esistenziale per “elevare” il malcapitato a stati “superiori” di coscienza ai quali sincronicizzare il bene proposto.
Outro
Sette pezzi di Marketing semplici, giusto per cavarsi d’impaccio in una qualche discussione mondana.
Foto dell’autore, si ringrazia il produttore del Franciacorta “Novalia” (Villa Crespia, Adro) non solo per la bottiglia e per il bicchiere, ma anche per tutti gli stimoli e il supporto ricevuto sulla via del Franciacorta. Grazie mille!
Da @bottigliadissanguata, passo e chiudo: quando troverò altri sette pezzi, scriverò il seguito.
Leggi
30 Luglio, 2022
Chateau d'Emilia
Un Wine&Balsamic Relais sulle colline di Reggio, come un vero Chateau d’Emilia sposa antichi fasti nobiliari e design contemporaneo. Un progetto innovativo, tra ospitalità colta e ‘Lambrusco (non solo) renaissance’. Venturini Baldini è una storica tenuta, nelle terre di Quattro Castella (RE), che un concept trasversale di recupero, architettonico e produttivo, ha trasformato in una interessante esperienza di accoglienza. Una sosta di charme e di gusto lungo la Strada del Vino e dei Sapori delle Colline di Scandiano e di Canossa e vicino a due poli d’attrazione come la Food e la Motor Valley. Merito di visione e investimenti della nuova proprietà, la famiglia Prestia, che per continuità ha mantenuto il nome della tenuta fondata nel 1976 da Carlo Venturini e Beatrice Baldini. Obiettivo puntare in alto: sia in senso enologico (la consulenza di Riccardo Cotarella dice tutto), con un riposizionamento del Lambrusco elevato dal suo cliché di vino popolare, sia nel senso di una ospitalità di lusso. Di quelle per cui si sprecano parole un po’ abusate, ma efficaci, come experience e lifestyle.
Un viale di cipressi in salita segna l’accesso. Straniante, ai limiti di una industrial-industriosa pianura. Non siamo in Toscana, ma il riferimento ai tipici borghi della regione c’è, almeno concettualmente, nell’idea dei proprietari di mettere a sistema gli edifici preesistenti, finemente restaurati, ognuno con una propria funzione, ma partecipi all’armonia d’insieme. Il complesso, o “borgo emiliano” comprende infatti la cantina, un’acetaia del ‘700 (Acetaia di Canossa, la più antica della provincia, praticamente un museo che lavora), una serra trasformata in ristorante, il Relais Roncolo 1888. Questo si articola nella Dimora Anicini, che ospita 11 stanze e nella Villa Manodori del XVI secolo (ma l’impianto è quello della villa padronale ottocentesca), sede di sei nuovissime suite. Unica addizione contemporanea, la piscina.
Tutto il progetto ha una forte impronta femminile. Recupero e ristrutturazione del complesso sono opera dell’architetta Elisabetta Fulcheri di DCEF Studio, che ha lavorato nel massimo rispetto delle preesistenze e in un’ottica di ecosostenibilità. Le scelte di arredo e interior design, giocate sul dialogo tra classico e contemporaneo sono invece prevalentemente specchio della personalità e del gusto di Julia Prestia, che si autodefinisce titolare-tuttofare. “Volevo creare una struttura di ospitalità molto raccolta, nello spirito home away from home, con un’idea di una lussuosa semplicità, non pesante. Odio il finto rustico, non sono io! La villa era vuota, senza mobili antichi da recuperare, ma con ricchi affreschi e preziose carte da parati dipinte a mano. Una situazione perfetta per giocare a contrasto, ad esempio con il segno pulito di Gio Ponti, per cui ho una vera passione. Oppure accostando a un tavolo di legno quasi monastico sedie Bauhaus in tubolare cromato. Mi piace anche Fornasetti, tanto che ho messo la sua carta da parati persino in bagno. Quando non sono di modernariato o fatti realizzare su misura, gli arredi (di Molteni&C) sono pezzi di design contemporaneo, a firma Patricia Urquiola e Vincent Van Duysen”.
Diversa, quasi industrial, è l’atmosfera che si respira nel ristorante Il Taglierè in Limonaia, all’interno della serra, con annessa terrazza panoramica sulle colline matildiche. “Non è un luogo formale; l’idea è di offrire un fine dining rilassato. Il servizio deve esser top, ma senza appesantire”. Qui lo chef Mario Comitale propone una cucina emiliana moderna, legata al territorio ma rivisitata con un mood ricercato e un respiro internazionale. Esattamente quanto accade anche per i vini: tradizione e innovazione.
La tenuta si estende su 130 ettari, 32 vitati, adagiati su una zona collinare tra i 300 e i 400 metri di altezza, con terreni ricchi di argilla e sabbia. Qui Venturini Baldini coltiva (a regime biologico già dagli anni Ottanta), oltre ai vitigni più famosi come Lambrusco di Sorbara, Grasparossa e Salamino, anche Malvasia di Candia Aromatica, Pinot Nero e Chardonnay. E autoctoni che riservano sorprese. Spiega Julia Prestia: “Facciamo 300mila bottiglie l’anno. Siamo piccoli ma molto orgogliosi di essere i primi produttori di Lambrusco in Emilia che due enologi di riferimento come Carlo Ferrini prima e Riccardo Cotarella oggi hanno deciso di seguire. Puntiamo a una renaissance del Lambrusco di alta qualità, secco, anche dosage zero. Cotarella segue la nostra linea di Lambruschi metodo classico che deve ancora uscire, ma lavora anche sui fermi. Abbiamo anche un metodo ancestrale, il Montericco, 18 mesi in bottiglia, che fa parte della linea T.E.R.S. in cui raccontiamo il Lambrusco meno conosciuto.
Ma T.E.R.S. è anche nostro il progetto di recupero e valorizzazione di storici vitigni autoctoni, dimenticati, nascosti o senza un’identità precisa, come il Malbo Gentile, la Spergola, il Montericco. Vogliamo infatti narrare anche quell’Emilia oltre il Lambrusco, creare vini fermi, di nicchia, in un territorio che non vi è vocato, facendo molta sperimentazione”. Ovviamente continuando anche a portare avanti le etichette storiche di Lambrusco Reggiano della cantina: Rubino del Cerro e Cadelvento (con una versione spumante rosato, primo blend di Sorbara e Grasparossa, che parla a una nuova generazione). Il segreto è unire tradizione e potenzialità di un territorio.
A cura di Katrin Cosseta
https://www.youtube.com/watch?v=RakajXgmc-E
Leggi
29 Luglio, 2022
Sfumature di Pinot Nero
Sfumature di Pinot Nero
Il Pinot Nero è di certo uno dei principi dei vitigni internazionali e trova la sua maggiore diffusione in Francia, in particolare nella Côte D’Or, in Borgogna, e nella Champagne, dove viene principalmente spumantizzato. Questo vitigno, tra i più nobili esistenti insieme al nostro Nebbiolo, rappresenta una grande sfida per gli enologi mondiali sia per la sua difficile coltivazione e vinificazione, sia perché è un vitigno che risulta estremamente dipendente dalle caratteristiche del terroir, interpretandolo al meglio…. nel bene e nel male.
In Italia è ormai presente in diverse regioni, ma trova alcune delle sue migliori espressioni alla stessa latitudine della Borgogna, una linea che passa per le nostre regioni del nord, in particolare in Trentino-Alto Adige e in Lombardia, nell’Oltrepò Pavese.
L’Alto Adige è stato il primo territorio nazionale a importarlo, ed è proprio da qui che inizio a raccontarvi della prima azienda: Cantina Andriano, fondata nel 1893, è la cantina sociale più antica della regione.
Alla data di fondazione furono 31 i viticoltori che decisero di compiere la scelta lungimirante, riunendo le proprie forze, di dare vita alla prima cooperativa regionale. Cantina Andriano fu tra le prime cooperative a puntare senza indugio sulla qualità: si diffuse rapidamente tra i soci una gestione mirata della produzione, con una riduzione delle rese consapevole e condivisa da tutti i viticoltori partecipanti. Ad oggi i soci conferitori sono 60 e gli ettari vitati complessivi sono 80, tutti coltivati con tecniche agronomiche che tendono alla ricerca assoluta di qualità produttiva.
Importante è il territorio: Andriano è un villaggio storico in prossimità di Bolzano che si estende sul versante occidentale del fiume Adige. Situato a 285 metri slm, è caratterizzato da colline ricoperte di vigneti, frutteti e boschi, con un paesaggio disegnato da torrenti scroscianti e stagni naturali, in un connubio affascinante tra vegetazione alpina e mediterranea.
I vini che derivano da questo luogo esprimono pienamente le caratteristiche di ciascun piccolo appezzamento dei tanti soci conferitori e vengono suddivisi, a seconda della provenienza, della varietà di uva e dei metodi di lavorazione. Qui a giocare un ruolo fondamentale sulla impronta aromatica e qualitativa è sicuramente il suolo calcareo che regala ai vini un’impronta minerale e sapida, con i vigneti posizionati a quote tra i 260 e i 450 metri slm.
Anche il fattore climatico è fondamentale: è il massiccio del Macaion a proteggere dal freddo del nord le viti di Andriano, mentre verso Sud-Est l’ampia apertura della valle garantisce a tutti gli appezzamenti un’esposizione solare dall’alba alle prime ore del pomeriggio. Nel pomeriggio il sole cala dietro alla montagna e, nelle giornate più torride, regala un benefico refrigerio a tutti i vigneti. Da questi fattori scaturisce un microclima particolare, caratterizzato anche dai venti freschi che scendono dal massiccio, e che, nel periodo finale della maturazione delle uve, fanno più marcata l’escursione termica fra il giorno e la notte.
Ad Andriano proprio il buon equilibrio fra caldo e fresco fa sì che i vigneti beneficino di una fase vegetativa più lunga, e i grappoli di una maturazione più lenta e omogenea. Le note aromatiche sono più intense, i vini più rotondi al palato e, anche per questo, la Cantina si ispira come stile di produzione ai vini della Borgogna.
La vendemmia, che in media inizia dieci giorni più tardi rispetto al lato opposto della valle, si svolge esclusivamente a mano, e la qualità delle uve raccolte – favorita da una resa molto bassa, pari a circa 49 hl/ha nella media di tutti i vitigni – consente all’enologo Rudi Kofler e alla sua squadra di realizzare in pieno la filosofia vinicola della Cantina. La ricerca ad interpretare al meglio la combinazione fra la collocazione geografica, il terreno e il clima, ha permesso di promuovere, al tempo stesso, l’identità del posto e la consapevolezza della qualità di tutti gli addetti del settore, con l’obiettivo comune di produrre dei vini in grado di eccellere in complessità, precisione e struttura, con uno stile elegante, con note fruttate marcate e con la capacità di narrare nel calice la propria origine ed essere riconoscibili.
Il Pinot Nero Riserva Anrar di Andriano è un punto di riferimento per il Pinot Nero. Cresce in uno degli appezzamenti di Pinot Nero più ambiti dell’Alto Adige, a circa 470 metri di quota a Pinzon, nel comune di Egna, su terreni rossastri e argillosi di roccia calcarea, con stratificazioni di pietra dolomitica bianca.
Le uve utilizzate provengono da un unico vigneto con esposizione verso Sud-Sudovest, in quella che in tutto l’Alto Adige si considera la culla nobile del Pinot Nero. Il vigneto è gestito da un socio conferitore storico, sicché il Pinot è vinificato con denominazione di vigna e in quantità limitata (da 4.000 a 5.000 bottiglie). Grazie all’elevata densità d’impianto (8.000 ceppi per ettaro), la resa per ceppo è molto bassa per natura. La vendemmia si esegue esattamente nel momento della maturazione organolettica ottimale, ma senza mai oltrepassare questa soglia, in modo da conservare le caratteristiche più tipiche del Pinot. Un terzo delle uve viene poi lavorato a grappolo intero, diraspando invece gli altri due terzi.
L’affinamento si svolge in botti di legno nuovo, che conferiscono al vino dei sentori leggermente fumosi. Nel calice, Anrar è un vino quanto mai vivace e manifesta chiari sentori di frutti di bosco, foglie di tè e spezie. Le sue note fruttate sono complesse e sostenute da una stimolante acidità. È un vino rosso strutturato, ma al tempo stesso elegante e persistente, da gustare pienamente anche dopo un certo invecchiamento. Si può definire un grande Pinot Nero compatto, equilibrato con morbidi tannini a grana fine, di alta quota e molto longevo. Nel 2022 Anrar 2019 è stato giudicato da una giuria internazionale, al 24° concorso nazionale del Pinot Nero, Miglior Pinot Nero d’Italia 2022.
Proseguendo su altre sfumature e sempre alla stessa latitudine troviamo Cembra Cantina di Montagna. Situata nel comune di Cembra a circa 700 metri slm, nell’omonima Valle a nord-est di Trento, dove la bellezza della montagna e la viticoltura si fondono in un paesaggio di grande fascino ed equilibrio. Un’armonia tra uomo e natura che è il risultato del coraggio, della determinazione e dell’amore per il territorio dei vignaioli cembrani, che si tramandano da generazioni il sapere enologico. Sono loro che hanno costruito pietra su pietra oltre 700 km di muretti a secco per sostenere le vigne lungo la valle, bilanciando grazia artigiana e pendenze estreme. D’altro canto, quest’arte ha meritato nel 2018 il riconoscimento come bene immateriale del patrimonio mondiale dell’UNESCO.
Dal 1952 Cembra Cantina di Montagna rappresenta la cantina cooperativa più alta del Trentino. Questa terra, che vanta altimetrie, clima e sottosuoli unici, ha come protagonista il porfido, da sempre chiamato dai valligiani “oro rosso” in quanto spina dorsale della valle e preziosa materia prima. La cantina conta su circa 300 ettari vitati suddivisi in piccoli appezzamenti (con una superficie media inferiore al mezzo ettaro l’uno – considerato che sono 320 i soci conferitori) per lo più adagiati sulla sponda destra dell’Avisio, il fiume che nei millenni ha inciso e plasmato la valle, per poi tuffarsi nell’Adige.
Le vigne godono di una straordinaria esposizione solare grazie alla loro dislocazione prevalente a sud e sono lambite dall’Ora del Garda, corrente che soffia dolcemente tra i filari favorendo un clima asciutto, molto importante per preservare la salute delle vigne. Un’escursione termica ottimale completa il microclima e contribuisce al bouquet aromatico e alla giusta acidità dei vini. I terreni qui sono generalmente franco-sabbiosi, ricchi di sabbia e carbonati, sciolti e ben drenati, ma soprattutto, come detto, di origine porfirica.
Dal 2016 infatti CEMBRA aderisce al Sistema di Qualità Nazionale Produzione Integrata (S.Q.N.P.I.) che si basa sul rispetto dell’ambiente, la tutela della salute degli agricoltori e la sostenibilità economica e dal 2022 “rinasce” e presenta una nuova linea di etichette monovitigno, al fine di valorizzare in maniera ancora più netta le uve più rappresentative del territorio, inteso come un’unica, grande area eccezionalmente vocata.
I vigneti del loro Pinot Nero, che oggi è sul mercato con l’annata 2019, crescono tra i 500 e i 600 metri slm e sono raccolti in media a fine settembre-inizio ottobre. La vinificazione molto rispettosa prevede una macerazione a freddo per qualche giorno e una fermentazione in anfore Tava, piccole botti di legno aperte e serbatoi d’acciaio inox con frequenti follature per estrarre aromi e colore per circa 15 giorni. Il Pinot Nero matura poi in piccole botti di rovere francese per 12 mesi. Di colore rosso rubino intenso, al naso si esprime in tutta la sua complessità ed eleganza rivelando note di frutta nera e rossa con sfumature di liquirizia e pepe nero. Al palato è pieno e strutturato, con una vena di freschezza e morbidi tannini.
Queste prime due espressioni di Pinot Nero si differenziamo quindi estremamente, per territorio, clima, esposizioni, terreni e tecniche di vinificazione.
Continuando a percorrere la stessa latitudine geografica ci spostiamo in Lombardia, in una realtà che ha fatto del Pinot Nero il suo vitigno portabandiera, stiamo parlando di Conte Vistarino.
Siamo nello specifico nell’Oltrepò Pavese, nel sud-ovest della regione, punto di incontro di Lombardia, Piemonte, Liguria ed Emilia Romagna, territorio con una forma a grappolo d’uva: un lato è costituito dal corso del Po, il vertice opposto, verso sud, dalla massima elevazione della provincia di Pavia che è il monte Lesima (1724 m). Il territorio è costituito per un terzo da zone pianeggianti, cui segue un’ampia zona collinare che termina a sud sull’Appennino Ligure.
Dire Oltrepò Pavese significa dire Pinot Nero, ma non è sempre stato così. È stato il Conte Augusto Giorgi di Vistarino a importare dalla Francia questo nobile vitigno nella sua tenuta nel 1850 e oggi, a oltre un secolo di distanza, è la sua trisnipote Ottavia a farne l’orgoglioso stendardo per i vini dell’azienda di famiglia.
Proprio nel 1865, per esempio, venne prodotto dal Conte Vistarino – insieme all’amico Carlo Gancia – il primo Spumante Secco, e per ricordarlo quella data è diventata oggi il nome dello spumante di punta dell’azienda. Da allora la famiglia porta avanti un lavoro costante volto ad esaltare il vitigno nel rispetto del territorio e della sua vocazione.
Conte Vistarino ha una superficie complessiva di 620 ettari suddivisi tra boschi, prati, seminatavi, piante arboree da legno pregiato mentre 102 ettari sono destinati a vigneto.
Il vitigno maggiormente rappresentato è il Pinot Nero: Conte Vistarino coltiva una decina di cloni di questa varietà su oltre 65 ettari e la vinifica per il 50% in bianco.
Oltre la metà di questo vigneto è stato reimpiantato negli ultimi 25 anni da Conte Vistarino secondo criteri di qualità dettati da un mercato che proprio alla fine degli anni ‘80 si stava trasformando; un patrimonio fondamentale che consente oggi di ottenere uva adatta a produrre grandi vini.
Per i nuovi impianti di Pinot Nero, Ottavia Vistarino ha privilegiato la scelta di portainnesti e cloni (tutti importati direttamente dalla Francia) con caratteristiche produttive precise: bassa produzione, grappolo e acino piccolo e grande potenziale aromatico. I terreni sono caratterizzati da marne argillose e si presentano prevalentemente calcarei (circa il 50% della composizione dei suoli) con percentuali variabili di argilla, sabbia e limo. Conte Vistarino conduce tutti i vigneti secondo un’agricoltura integrata a basso impatto ambientale che punta ad ottimizzare le caratteristiche naturali di ogni parcella.
La geografia della Tenuta è caratterizzata da un mosaico di piccole unità sparpagliate su una superficie molto estesa e il lavoro di zonazione effettuato in azienda negli anni per ottimizzare l’interazione tra vitigno e terroir è stato davvero molto lungo e dettagliato, e continuerà nei prossimi anni fino a coprire l’intero patrimonio vitato.
La cantina, puntando sempre più sul concetto di Cru, produce tre espressioni di Pinot Nero fermo, a tiratura molto limitata (sotto le 5000 bottiglie/anno) e sono Pernice, Bertone e Tavernetto.
Pernice è una delle massime espressioni enologiche dell’azienda. Il vigneto dove prende forma questo Oltrepò Pavese DOC si estende per 3,5 ettari in prossimità dell’omonima cascina a 350-400 metri di altezza. Esposto a mezzogiorno, gode di una vista magnifica sulle colline circostanti. Il terreno è tendenzialmente calcareo (52%) con la presenza di argilla, sabbia e pietrisco.
Luigi Veronelli nel 1961 scrisse in Vini d’Italia del “Pinot eccellente della località Pernice, in Comune di Rocca de’ Giorgi, dal bel colore rubino chiaro e dall’intenso bouquet” e ancora oggi nel bicchiere il risultato è un vino complesso ed elegante con grandi potenzialità di invecchiamento e molto apprezzato dalla critica italiana e straniera.
Bertone, Pinot Nero DOC Oltrepò Pavese, prende il nome dal vigneto dove nasce. Si tratta di una parcella di Pinot Nero situata – in linea d’aria – proprio sopra a Villa Fornace. Si trova a circa 400 metri slm ed è rivolta a sud-ovest. Il terreno conta su una buona presenza franco-argillosa e una significativa percentuale di sabbia. Questo appezzamento, circondato da un fitto bosco, gode di un microclima particolare e, per le caratteristiche del clone, del terreno e dell’esposizione, è caratterizzato da un minor vigore vegetativo e da un leggero anticipo di maturazione che lo porta ad essere il primo dei cru ad esser vendemmiato. Dalla sua prima annata di produzione, vendemmia 2013, ad oggi, ha raccolto il plauso della critica per la sua armonia e profondità.
Tavernetto Pinot Nero DOC Oltrepò Pavese nasce nell’omonimo vigneto di 1,7 ettari esposto a sud-sud/est. L’appezzamento si trova a 350 metri slm di altitudine e gode di un andamento vegeto-produttivo molto equilibrato e storicamente è l’ultimo tra i cru ad esser vendemmiato. Nei suoli prevale la matrice argillo-limosa con un’elevata dotazione in calcare. Tutti e tre effettuano un affinamento in barriques di rovere francese dove viene svolta la fermentazione malo-lattica la primavera successiva alla vendemmia.
Un vero e proprio viaggio tra le varie espressioni del Pinot Nero alle latitudini della Borgogna.
Questo nobile, elegante ed enigmatico vitigno riesce a fare innamorare gli appassionati e ad esprimere il nostro paese con diverse sfumature, con colori che virano e che riflettono le diverse tonalità dei terroir di provenienza…. impossibile non apprezzarlo!
A cura di Giuseppe Petronio
Stitched Panorama
Stitched Panorama
Italien Südtirol Terlan Weinanbau Blauburgunder Traube
Italien Suedtirol Trentino Alto Adige Etschtal Terlan Weinanbau Kellerei Terlan Keller Cantina Weinkeller
Leggi
28 Luglio, 2022
La Valcalepio è il giardino di Bergamo
La Valcalepio è il giardino di Bergamo e deve questo nome ad un origine greca da Kalos-Epias ovvero Terra Buona.
Ci troviamo in provincia di Bergamo in una zona collinare che si trova tra il lago di Como e quello di Iseo, compresa fra i fiumi Cherio e Oglio.
Un territorio ricco e generoso che merita di essere scoperto.
Io ho avuto questa fortuna e vi posso assicurare che la meraviglia è stata tanta. Durante la mia visita ho avuto una guida di eccezione ovvero Sergio Cantoni Direttore della Cantina Sociale Bergamasca.
Insieme a lui e alla figlia Sara ho avuto la possibilità di visitare realtà con caratteristiche diverse ma ognuna con una forte identità pur essendo in linea d’aria molto vicine.
Sono stata sorpresa dalla varietà di declinazioni, sfumature, intensità e colori che questi prodotti possono regalare. Protagoniste indiscusse le bollicine ma anche vini rossi e bianchi da invecchiamento.
Le aziende visitate sono state ovviamente la Cantina Sociale Bergamasca, dove i miei pregiudizi si sono disintegrati, la Tenuta Celinate, Il Cipresso, Il Calepino e il Podere del Merlo. Quest’ultimo oltre alla cantina dispone di una struttura ricettiva a dir poco elegante e di un ristorante capitanato dallo Chef Riccardo Crepaldi che mi ha entusiasmato per l’eleganza e la raffinatezza dei piatti.
Un territorio questo, che ha visto proliferare un’intensa industrializzazione ma dove allo stesso tempo i bergamaschi hanno saputo preservare e assecondare orgogliosamente la vocazione della loro terra.
Molti infatti gli industriali che hanno investito nell’attività enoica recuperando poderi abbandonati e riportandoli allo splendore iniziale. Alcune proprietà sono in attesa di restauro bloccato dalle lungaggini delle Soprintendenze come Villa Celinate, che risale addirittura al ‘400. Appartenuta ai Masciadri Orsini parenti dei Visconti di Milano, è una delle più grandi ville di Scanzorosciate, ma anche una delle meglio conservate sia dal punto di vista architettonico che pittorico. La Villa si trova in un anfiteatro naturale circondata da 50 ettari di terreno collinare a corpo unico di cui 23 coltivati a vigneto e 3 a uliveto.
Una curiosità: Luigi Veronelli nel ’78 raccontava di aver “guadagnato” nel trasferimento da Milano a Bergamo “oltre che per bellezza e quiete e cibi” anche per le bottiglie di Valcalepio che riteneva “degne del massimo rispetto”. Se lo diceva lui vi potete fidare …
Facendo una carrellata di quanto prodotto in zona parto sicuramente dal Valcalepio Rosso, Doc riconosciuta nel 1976. E’ un blend di uve Merlot e Cabernet Sauvignon vinificate separatamente. Il disciplinare prevede l’assemblaggio in proporzioni Merlot 40-75% e Cabernet 60/25%.
Si passa all’affinamento in botte e alla vendita a partire dal 1 novembre dell’anno successivo alla vendemmia. Abbiamo poi la Valcalepio Rosso Riserva che prevede un affinamento di 3 anni per passare al Valcalepio Bianco (Chardonnay e/o Pinot bianco 55/80%, Pinot Grigio 20/45% ). Inoltre troviamo la Bergamasca IGT dove vengono impiegati vitigni tradizionali.
La vera sorpresa per me è stato il Colleoni DOC. Una DOC neonata (riconosciuta nel maggio 2011) che decreta la riscoperta e la rinascita di alcuni vitigni autoctoni per anni dimenticati ma coltivati storicamente nel territorio bergamasco.
Sono ben 14 le tipologie che non vi elenco per non annoiarvi. Io ho sono stata conquistata da COLLEONI della cantina Sociale Bergamasca, Spumante Brut Millesimato, un metodo classico da uve Chardonnay, Pinot Grigio e Incrocio Manzoni 6013, affinato per almeno 24 mesi sui lieviti.
Le vere star indiscusse sono state però il Valcalepio Moscato Passito e il Moscato di Scanzo. L’uva da cui si ottengono queste due denominazioni è la stessa ovvero il Moscato di Scanzo, addirittura pare introdotta sulle colline bergamasche dai Romani, in due territori limitrofi eppure diversi (il comune di Scanzorosciate per la DOCG, i comuni della zona vitivinicola Valcalepio per il Valcalepio Moscato Passito DOC).
Il Comune di Scanzorosciate è un piccolo comune della bergamasca che si è fatto conoscere negli ultimi 15 anni per la produzione enologica, è la patria di una delle più piccole DOCG d’Italia e rappresenta
un unicum: il nome della sua DOCG è anche il nome dell’uva richiesta per produrla.
Il disciplinare prevede la raccolta dell’uva a ottobre, successivamente i grappoli vengono posti in appassimento per almeno 21 giorni. Solo a questo punto si procede con la vinificazione durante la quale la fase fermentativa avviene prima sulle bucce e poi con il solo mosto. Dopo un lungo processo fermentativo e di affinamento il vino può essere messo in commercio a partire dalla primavera del secondo anno successivo alla vendemmia.
Pare che fondamentale per la produzione sia questa particolare pietra biancastra calcarea chiamata sasso de luna, una roccia molto dura che sfida le viti ad affondare faticosamente le radici. Una volta che le viti riescono a penetrare tra queste particolari rocce, estraggono il massimo in termini di sali e di aromi dando origini a uve estremamente profumate.
Da questa esperienza mi porto a casa la rinnovata certezza che in qualsiasi angolo d’Italia esiste una particolarità, una ricchezza e un tesoro da scoprire e divulgare.
A cura di Claudia Riva di Sanseverino
https://youtu.be/RakajXgmc-E
Leggi
26 Luglio, 2022
Braida: una storia di passione e di famiglia.
Braida: una storia di passione e di famiglia.
Il Piemonte nel mondo, una terra che parla.
Carissimi,
Nell’appuntamento di oggi desidero farvi scoprire l’eccellenza di un vino forse troppo spesso non considerato per il potenziale che può offrire, il Barbera o La Barbera, come si dice con l’inflessione sabauda spesso presente nei territori di produzione.
Per farlo vi porto in una realtà unica, che tra i suoi prodotti eccellenti, ha anche una chicca speciale di cui vi dirò e che davvero mi ha conquistato.
Anzitutto vi dico che siamo all’azienda agricola Braida, di Giacomo Bologna, figlio di quel Giuseppe soprannominato appunto Braida per le somiglianze con un campione sportivo di pallone elastico.
La storia di Braida si lega a quella di Rocchetta Tanaro, piccolo centro del Monferrato astigiano. “Il mio paese non è una sorpresa, son dieci vigne, sei case, una chiesa”: sono parole dello chansonnier Paolo Frola, che è anche il medico condotto di Rocchetta. La canzone fu scritta con Gianni Mura, bevendo la Barbera di Rocchetta. Di quelle dieci vigne cantate da Frola, alcune sono Braida. Erano di nonno Giuseppe, poi sono passate a papà Giacomo, adesso le coltivano Giuseppe e Raffaella Bologna. L’azienda nasce dall’entusiasmo, la passione e il coraggio imprenditoriale di un rocchettese “Doc”, Giacomo Bologna.
Il cuore dell’attività è rappresentato appunto dai vigneti di Rocchetta Tanaro, terreni di medio impasto, con sabbia e argilla pressoché in egual misura; qui si trovano i pregiati cru Bricco dell’Uccellone, Bricco della Bigotta e Montebruna e le terre ricche di limo dove nasce il Grignolino d’Asti Limonte.
Altre vigne si trovano a Castelnuovo Calcea e a Costigliole d’Asti, sempre nel Monferrato, terreni sciolti e leggeri composti da sabbie calcaree nel primo caso, argilloso-calcarei con ottima esposizione collinare nel secondo.
In Langa si coltiva il Moscato sui terreni a prevalenza sabbioso-calcarea di Mango. Dai terreni sciolti, ricchi di sabbia misti a marna calcarea di Trezzo Tinella nasce la produzione di vini bianchi fermi commercializzati con il marchio Tenuta Serra dei Fiori.
Braida è la risata travolgente di Raffaella e lo sguardo assorto di Giuseppe. Due fratelli che portano nei geni e nei gesti il patrimonio di una eccezionale famiglia del vino italiano. Un patrimonio che con il lavoro di tutti i giorni consolidano e ampliano, condividendone i frutti migliori con la bella squadra di collaboratori, con l’imprescindibile paese natale, Rocchetta Tanaro, e con tutte le persone che amano i loro vini.
Biodiversità e rigore produttivo, genio, fantasia e rispetto della tradizione.
Braida è la storia della Barbera, è il sogno di Giacomo Bologna che parte nel 1961 con la prima vendemmia della chicca che vi dicevo all’inizio: La Monella. Barbera del Monferrato vivace “La Monella” che Giacomo Bologna decise di imbottigliare e che vinse la medaglia d’oro nel 1969 al Concorso nazionale dei vini Douja d’Or di Asti è ancora oggi un vino iconico, diverso dai grandi Cru Braida, ma proprio per quella frizzantezza, mi sento di proporo in questa calda estate per le grigliate migliori.
Ovviamente Braida è anche grandissimi Cru e tra questi spicca il Bricco dell’Uccellone: la rivoluzione della Barbera. Dall’inizio del 1982 Giacomo iniziò a sperimentare la sua idea innovativa di accoppiamento Barbera – barrique: l’annata era eccezionale; quando il vino, il Bricco dell’Uccellone, uscì dalle barrique, arrivò in Italia l’enologo californiano André Tchelistcheff che lo approvò, decretandone il successo. Altri due vini Barbera nacquero in quegli anni nella cantina di Rocchetta Tanaro: nel 1985 il Bricco della Bigotta e, nel 1989, l’Ai Suma, ottenuto da una vendemmia tardiva delle uve (fine di ottobre.) Le tre riserve Braida vengono prodotte solo nelle annate migliori e sono davvero da assaggiare.
Da allora è un crescendo, cui si affianca per soddisfare diversi palati la produzione di bianchi, di moscati DOCG, di grappe e di rossi importanti in cui la Barbera si accompagna a Merlot e Cabernet.
Oggi visitare Braida è davvero vivere alla grande la storia della Barbera e di una passione frizzante e nuova nata dalla Monella e da essa evoluta.
Per farlo vi consiglio di visitare le proposte sempre aggiornate sul sito: https://www.braida.it/visita-braida/
Al prossimo martedì!
Cristina
Itinerari DiVini è una rubrica a cura di Cristina Mascanzoni Kaiser
Leggi
25 Luglio, 2022
Vinòforum 2022 Le interviste di Winetales Magazine
Le interviste di Winetales Magazine durante lo scorso Vinòforum 2022 per dare voce ai protagonisti della diciannovesima edizione della manifestazione andata in scena a Roma, lo scorso 10 giugno per dieci giorni di passione per il vino e per il cibo.
Un’edizione da record per presenze e pubblico che sempre di più ha dimostrato che il vino ha bisogno di leggerezza e non solo di palcoscenici patinati.
Con la nostra Press Area abbiamo dato voce agli addetti ai lavori, ma non solo anche al pubblico di appassionati, per rinnovare ancora una volta l’importanza della nostra missione ovvero: Il vino è di tutti!
Federico Bovarini e Francesca Pagnoncelli Folcieri in un intervista intrecciata, raccontano la loro esperienza al Vinòforum.
In questa intervista Federico Bovarini , per due volte consecutive terzo sommelier AIS della Lombardia, Master Sommelier Alma presso la Scuola Internazionale di Cucina Italiana istituita dal Maestro Gualtiero Marchesi, con una tesi sulla zonazione del Moscato di Scanzo Docg.
Francesca Pagnoncelli Folcieri, laureata in Architettura, lavora nel mondo delle istituzioni e delle riviste come redattrice, comunicatrice e organizzatrice di eventi del settore. Viene poi coinvolta nell’universo food&beverage per stampa e guide legate a questo settore. Inizia così a viaggiare e conoscere le migliori realtà italiane, capendo che la produzione hobbistica di famiglia di Moscato di Scanzo può essere un’opportunità. Nel 2006, torna a casa per dare inizio alla nascita di una vera e propria Azienda Agricola. Dal febbraio 2021 Presidente del Consorzio di Tutela del Moscato di Scanzo, crede nella cultura e nelle collaborazioni, adora raccontare il coraggio e le migliori imprese umane attraverso la scrittura.
Nei prossimi giorni vi racconteremo tutte altre storie che abbiamo raccolto in questi dieci giorni di Vinòforum 2022 !
Quindi restate connessi e non perdetevi il punto di vista di: sommelier, operatori, chef stellati o semplici Winelovers che poi sono anche il pubblico che trasforma le parole in numeri ed in vendite per produttori e ristoratori e permettono di far girare questo meraviglioso circo chiamato Vino.
In basso trovate il link dell’intervista di Francesca Pagnoncelli Folcieri e Federico Bovarini
Non perdete tutte le interviste di Winetales Magazine.
A cura della Redazione
Leggi
20 Luglio, 2022
“Wine Media Conference” per la prima volta arriva in Europa a Desenzano del Garda
Un risultato incredibile presentato ieri a Milano in Regione Lombardia la “Wine Media Conference” per la prima volta arriva in Europa e superando di slancio la concorrenza di Francia e Germania, trova la sua “casa” ideale per la prossima kermesse di Settembre sulle sponde del lago di Garda a Desenzano.
Un risultato importante e strategico per il nostro paese che dal 27 settembre al 3 ottobre prossimo trasformerà Desenzano del Garda nel centro internazionale del patrimonio ampelografico mondiale.
Un risultato arrivato grazie alla passione, perché è quella che trascina ogni grande progetto, la stessa passione che ha fatto tremare la voce ieri ad una emozionata Laura Donadoni, stimata giornalista del mondo del vino, che con passione e coraggio ha cambiato la sua vita professionale trasferendosi da Bergamo a San Diego in California, diventano di fatto ambasciatrice del Made in Italy nel territorio Americano ed unica donna italiana membro del prestigioso International Circle of Wine Writers di Londra.
Una passione, dicevamo che ci ha trasmesso con le sue parole durante la presentazione:
“Ho visto nascere questa conferenza dedicata ai professionisti della comunicazione del vino, partecipando negli States ad ogni edizione come giornalista e ambasciatrice dei territori italiani e quando Allan Wright lo scorso anno mi disse di voler portare la WMC per la prima volta in Europa, mi sono ripromessa che avrei fatto di tutto perché fosse il mio Paese d’origine a ospitarla. Era un’occasione troppo preziosa, il coronamento del lavoro di anni nel promuovere con orgoglio il vino italiano negli Stati Uniti.”
Una passione, quella di Laura che ha incontrato un’altra grande donna del Vino Italiano Giovanna Prandini, presidente di Ascovilo, che ha sposato l’iniziativa e che con una visione lungimirante sta fortemente spingendo il rilancio del territorio lombardo.
Laura racconta il suo incontro con Giovanna così:
“Ho trovato in Giovanna la stessa determinazione e amore per la nostra terra: una scintilla che ci ha permesso di far diventare realtà quella promessa. L’abbiamo proposto a Regione Lombardia per la portata nazionale della manifestazione e abbiamo trovato subito entusiasmo e voglia di portare a casa il risultato. Ora non dobbiamo sprecare l’occasione, innanzitutto per i nostri produttori che hanno storie straordinarie per far innamorare la stampa di settore della Lombardia e dell’Italia”.
Giovanna Prandini sta certamente facendo molto, con la sua associazione Ascovilo, per raccontare e posizionare correttamente le storie enoiche lombarde in un percorso di crescita e di valore.
“Sono contenta del risultato di Ascovilo perché premia il desiderio di fare insieme la promozione dei vini di Lombardia. Una promozione molto più efficace di quanto possa fare un consorzio da solo. In questo caso avremo l’opportunità di rivolgerci al mercato americano. Davanti a noi ci saranno infatti oltre 50 giornalisti di primissimo livello degli Stati Uniti. Un potenziale quindi di comunicazione del valore delle nostre denominazioni davvero importante. Una grande opportunità da non perdere. Lavoreremo per arricchire il programma e per rendere memorabile l’appuntamento italiano ed europeo”
Proprio le istituzione della regione hanno reso possibile questo progetto, un territorio che conta 24.000 ettari di superficie vitata e una produzione annuale di 1.370.000 ettolitri (dato aggiornato al 2021, ndr). Il 90% del vino prodotto in Lombardia è a ‘denominazione di qualità’, grazie a 5 Docg, 21 Doc e 15 Igt. “I vini lombardi e i territori che rappresentano saranno al centro del mondo. Un’occasione – ha dichiarato l’assessore lombardo all’Agricoltura Fabio Rolfi – che sapremo sfruttare nel migliore dei modi, ringrazio la presidente di Ascovilo Giovanna Prandini per la proficua collaborazione. Questa manifestazione, per la prima volta in Europa, è il fiore all’occhiello dell’azione di Regione Lombardia finalizzata alla promozione e valorizzazione dei nostri vini. Il vino infatti non è solo un semplice prodotto, ma il veicolo di racconto di un territorio”.
Conclude poi il presidente di Regione Lombardia Attilio Fontana dicendo:
“E’ un onore ospitare per la prima volta in Europa e nella nostra Lombardia un evento mondiale come la Wine Media Conference , la comunicazione, al giorno d’oggi, è un settore di grande rilevanza”. E l’attrattività “a 360 gradi della Regione e la reputazione dei prodotti ‘Made in Italy’ – ha aggiunto – vanno ulteriormente valorizzati”
Che cosa è la Wine Media Conference?
Fondata nel 2008, si tratta di una manifestazione che riunisce ogni anno wine blogger, giornalisti di settore, wine media tradizionali, influencer dei social media e operatori, in particolare statunitensi. Ogni anno la kermesse viene organizzata in una location diversa: nel 2021 si è svolta a Eugene, in Oregon, mentre nel 2022 sbarcherà per la prima volta in Europa, con la Lombardia che ha superato la concorrenza di aree come la Provenza francese o la Mosella della Germania.
La conferenza
“Wine Media Conference” per la prima volta arriva in Europa per tre giorni si terrà dal 29 settembre al 1° ottobre all’Hotel Acquaviva del Garda di Desenzano del Garda. Durante la conferenza sono previste diverse attività di divulgazione e degustazione. Tra queste: Educational sessions, Discovery sessions, Live Wine Social, pranzi e cene a tema con abbinamento dei vini.
Wine tours
Nei giorni precedenti e successivi alla conferenza si svolgeranno sei escursioni che coinvolgeranno sette Consorzi di Tutela del Vino di Lombardia:
27/09/2022 VALCALEPIO e MOSCATO DI SCANZO
28/09/2022 LUGANA
28/09/2022 VALTENESI
02/10/2022 VINI MANTOVANI
02-03/10/2022 VALTELLINA
02-03/10/2022 OLTREPO
Una passione che avremo il piacere di raccontarvi nelle pagine del nostro magazine, vi diamo appuntamento a settembre uniti nella stessa passione, quella del calice di Vino e delle sue meravigliose storie.
A cura della Redazione
Leggi
19 Luglio, 2022
Castelsimoni: viticultura ad alta quota
Castelsimoni: viticultura ad alta quota
Qui le escursioni termiche e l’aria pura offrono vini dalle caratteristiche uniche
Carissimi, bentrovati!
Il caldo in questa estate 2022 è davvero asfissiante e se lo zero termico dell’anticiclone Apocalisse è oltre 4800 metri, allora per stare un po’ freschi non ci resta che cercare di salire il più possibile e per questa ragione ho pensato di presentarvi una realtà “eroica”.
Le realtà ed i vitigni “Eroici” sono quelle che si costituiscono in zone dove nessuno penserebbe di farle per difficoltà altimetriche, produttive o semplicemente di raggiungimento.
Per questo entra perfettamente nel gruppo Castelsimoni.
Siamo nel Parco Nazionale del Gran Sasso e Monti della Laga ed è qui che esiste una produzione vinicola, precisamente a Cese di Preturo, a 800 metri s.l.m. e le vigne sono alle pendici del Gran Sasso, la cui altezza è 2.912 metri s.l.m.
I proprietari sono soci del Cervim (centro di ricerche, studi e valorizzazione per la viticultura montana), e credono che il futuro della viticultura sia ad alta quota, dove le escursioni termiche offrono caratteristiche uniche ai vini, dove l’aria più pura garantisce prodotti più sani, dove la passione e l’amore per la natura raggiungono il loro apice, non dando spazio a procedure commerciali che altererebbero il naturale ciclo delle cose.
Il risultato è unico e saprà stupire tutti i visitatori.
Rispettando le peculiarità dell’uva e del territorio nei processi di viticultura e di vinificazione (non uso di prodotti sistemici, no irrigazione, no concimazioni, no lieviti selezionati, no filtrazioni), vengono garantite inalterate tutte le diversità di un territorio che si sta scoprendo un dono per il vino.
Tra i diversi vini prodotti, ve ne consiglio due particolarmente iconici: la “Lupa bianca” riesling renano IGP Terre dell’Aquila Affinato in bottiglia da almeno 22 mesi e il “Diamante nero” Pinot nero IGP Terre dell’Aquila Affinato 1 anno in botti grandi di rovere ed almeno 12 mesi in bottiglia.
Due proposte davvero esaltanti per apprezzare la realtà fresca ed unica che solo l’alta montagna può offrire.
Riuscendo a portare in maturazione le uve in maniera naturale, le escursioni termiche tipiche di queste zone montane imprimono delle peculiarità uniche ai vini, che stupiranno il degustatore.
Sinceramente vi consiglio di valutare le offerte di degustazione proposte sul sito sempre aggiornato, all’indirizzo: https://www.castelsimoni.it/it/degustazioni
Non vi resta altro che organizzarvi per godere una scampagnata al fresco accompagnata da grandi vini.
Al prossimo martedì!
Cristina
Itinerari DiVini è una rubrica a cura di Cristina Mascanzoni Kaiser
Leggi