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7 Ottobre, 2022

Inama: identità e sperimentazione. La nuova faccia del Soave

Sono reduce da una serata in una cantina sfarzosa del Soave. Di quelle molto sbrilluccicanti con il caveu fatto da barrique esposte in bella vista. C’è stata la visita guidata (ero ad una riunione di lavoro) e mi è sembrato di essere in un documentario. Ogni cosa a suo posto. Così troppo a posto tanto che quando ho assaggiato il vino ho capito. Meglio non aver capito mi dico.
Ecco, con questo spirito la mattina mi reco in una cantina di Soave trovata per caso. Inama. “Se mi portano a fare un giro nel caveau, giuro che me ne vado” dico a me stesso. Per fortuna, quando arrivo con la mia auto, capisco subito che sono in un posto diverso. Vero.  Mi accoglie Luca Inama, terzo figlio della terza generazione di vignaioli in quel di Soave. È un po’ diffidente o semplicemente è veneto e per sciogliersi deve sapere chi ha dinanzi. Comprensibile. Ciò che mi piace è che è in abiti da lavoro. Sono nel posto giusto! La prima cosa che fa è prendere una specie di opuscolo della cantina: non il solito opuscolo con i vini e le loro caratteristiche, ma una cartina geografica dove ci sono tutte le vigne Inama dislocate nel territorio. Davvero interessante e particolare. Ciò che balza più agli occhi è che Soave non è il centro del loro mondo. Si, certo, Luca ci tiene a ricordare che tutto è partito da li. Da quei colli di natura vulcanica che videro suo nonno Giuseppe, partito dalla Val di Non con una specializzazione in enologia, impegnarsi nelle cantine della zona fino poi a mettersi in proprio. Prima il nonno, poi il papà Stefano, poi il fratello Matteo, infine lui e il fratello Alessio. Luca è orgoglioso della sua famiglia. È orgoglioso della sua terra. È orgoglioso di ciò che fa. E di come lo fa. Di come la cantina, che un po’ è anche sua, lavora e interpreta i vini. Ecco, interpreta. Perché se c’è una cosa che contraddistingue Inama è proprio il modo di interpretare e sperimentare. Un modo che non accetta compromessi. Ne sconti. Rigore e capacità. Con un po’ di sana testardaggine tipica dei veneti. La cartina che Luca mi mostra reca macchie rossiccie. Sono le vigne che lavorano. Certo c’è il Soave con il monte Foscarino. Ma ci soprattutto i monti Berici dove Carmenere e Merlot la fanno da padrone. Per Inama ovviamente perché i colli Berici hanno radici antiche e sono patria del Tai (anche se nella DOC è comunque previsto il Carmenere e il Merlot). Noto come Luca abbia più propensione per i colli Berici. Mi racconta di come suo nonno sia rimasto stupito proprio dal Carmenere che sui colli Berici ha trovato il modo per sprigionare le note speziate. Un vitigno generalmente comprimario, mai solitario che però, se trattato bene e se ben impiantato, riesce a stupire. In fondo, penso io, il Carmenere ha dovuto difendersi dall’estinzione visto che i francesi di Bordeaux decisero di abbandonarlo per la sua scarsa produttività. Certo, forse Bordeaux non era il l’ideale. Bastava saperlo. O bastava portarlo sui colli Berici. Luca e tutta la cantina credono molto in questo vitigno e non posso certo dargli torto!  Facciamo il giro di rito. Non vedo, perché non ci sono strutture architettoniche predominanti: meno male! C’è sostanza e la si vede da ogni macchinario presente. Da come il processo viene seguito passo dopo passo. Da come le rigide regole dettate dall’amore per la vite e dal rispetto di chi dovrà poi bere il vino sono applicate. La manualità si unisce alla meccanizzazione in un mix ponderato, ricercato, utile. Mai banale. Luca ne parla con consapevolezza. Non sta recitando una parte. È lui stesso la parte. Ha solo trenta anni ma è come se stesse lì da sempre. Come se quella fosse stata la sua stanza dei giochi. Conosce ogni minimo dettaglio e vuole trasmetterlo. La passione si vede da come tocca i macchinari, le botti, i tini. Gli occhi gli brillano e il sorriso, ogni tanto, fa capolino. Quello è il suo di mondo. Finiamo il giro e ci tiene a farmi assaggiare quelli che secondo lui sono i vini rappresentativi della cantina: Carbonare, Foscarino, Vulcaia, Bradisismo. Bei nomi penso.      I primi tre sono bianchi: Carbonare e Foscarino da uve Garganega, Vulcaia da Sauvignon blanc. Prodotti sulle colline del Foscarino, sono davvero delle meravigliose interpretazioni del Soave: si va dalla semplicità del Carbonare al Foscarino che passa in botte; sperimentazione anticonvenzionale (per queste zone) del Sauvignon per il Vulcaia.   Ciò che mi piace di più del Carbonare è la freschezza e sapidità non banale. Molto verticale, diretto. Una lama che ti conquista. Foscarino invece è più ampio, complesso, aristocratico con la frutta tropicale e i fior con il finale mandorlato ma mai invasivo e fastidioso. Occorre aspettarlo ed abbinarlo bene perché impegnativo. Vulcaia ti conquista ancor di più per la sapidità spinta e la complessità dei sentori tropicali, la lunga persistenza. La mineralità dei colli del Soave c’è tutta, esaltata, spinta.  Bel biglietto da visita davvero. Bradisismo è il finale. Un rosso da Carmenere e Cabernet Franc coltivato in quel di Lonigo, sui colli Berici. Intenso, profumato di spezie. Croccante e voluminoso senza stancare. Ampio e di gran respiro. Ma diretto. Preciso. Un gran vino che deriva da vera sperimentazione del territorio con le contaminazioni bordolesi tanto amate dalla cantina. Identitario ma soprattutto pieno di voglia di innovare.  Penso sia ora di prendere del vino per portarlo con me ma Luca mi dice che dobbiamo necessariamente andare alla botte. Ormai è lanciatissimo e ci tiene farmi assaggiare quello che sarà il futuro dell’azienda. Non è un vino ancora pronto ma quando lo spilliamo ne capisco tutta la potenzialità. Il Carmenere qui si sente tutto. Gli aromi escono ancor di più e la verticalità di questo vino mi conquista. Non è piacione. Non è civettuolo. È sostanza. Quella sostanza che i veneti sanno dare senza vantarsene. Almeno con noi! Mi è piaciuta Inama. Mi sono piaciuti i vini e la maniacalità delle scelte che parte dall’esposizione dei terreni, dagli impianti, dalle barbatelle per poi continuare in cantina. Nel rispetto del singolo acino. C’è amore qui e c’è tanta consapevolezza. Quasi arroganza tutta tipica dei veneti. Ma una arroganza positiva perché mai ostentata, mai portata sugli scudi. C’è sostanza in questa arroganza. C’è consapevolezza di quanto e di come si fa. C’è la voglia di confrontarsi con la modernità, con le migliori esperienza francesi. Me lo conferma Luca quando ci tiene a dirmi che non gli interessano le denominazioni, le etichette. Ma ciò che riescono a produrre. Inama sperimenta e realizza prodotti che hanno una fisionomia ben precisa. Una identità che non rinnega le origini ma porta la sperimentazione e la contaminazione bordolese a distinguersi in un territorio che, spesso, non ha avuto la capacità di rendersi visibile al mondo. In un territorio dove i sacri mostri limitrofi in termini di qualità e storia (Amarone) e quantità (Prosecco) schiacciano tutto ciò che incontrano, distinguersi e sperimentare in maniera identitaria, forse, è davvero l’unica possibilità di crescere.  Bravi! Ivan Vellucci @ivan_1969
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3 Ottobre, 2022

Passato, presente e futuro: è il tempo delle sfide.

Riflettevo in questi giorni in cui il vino è tornato a far parlare di sé in modo forte con la Wine Media Conference, di cui Wine Tales è stato la voce narrante in diretta, sul passato da cui proveniamo e sul futuro, così incerto, che dovremo affrontare come produttori, appassionati, narratori dell’universo enologico. Nuove sfide, difficile da interpretare, ci aspettano. E nei momenti di difficoltà spesso serve guardarsi indietro per analizzare e capire come le stesse difficoltà sono state affrontate in passato. L’obiettivo non è rivolgersi alla storia per paura di affrontare il futuro. La storia insegna, che sia remota o passata prossima. I tempi che ci aspettano, oltre che incerti, saranno verosimilmente meno “abbondanti” e, in ogni caso, dovranno tenere conto del problema ecologico ed energetico. Ottimizzare insomma, smettere di essere energivori, questa sarà la sfida. Non sarà facile, veniamo da decenni di abbondanza, spreco, sperpero. E per energia non intendo solo quella elettrica, ma, e soprattuto, energia umana e planetaria. Si deve interrompere il loop di consumo scellerato di suolo, di risorse, di tempo. Questo consumo è scellerato perché non costruttivo, fine a sé stesso, schiavo di logiche economiche che, inutile nascondersi, hanno perso perché fatte per autoalimentarsi. Logiche che ci hanno fatto perdere il senno, il contatto con la realtà, la misura, il discernimento, l’umiltà. Parlando di vino mi sono resa conto che molto è già cambiato, ma che si ha ancora tanto da fare soprattutto se si vuole davvero scegliere la via della sostenibilità, che spesso cozza con le necessità economiche, le abitudini consolidate di allevamento e coltura, le regole da rispettare. Negli anni ’80 non vi era coscienza di alcun problema ecologico, climatico, ambientale, nonostante la letteratura non si sia mai risparmiata, sin dall’esordio dell’era industriale, dall’avvisare sulle possibili derive di un consumismo sempre più accelerato. Il passato ha molto da insegnarci. Come Simonith & Sirch sono diventati, negli ultimi decenni, sinonimo di un ritorno al passato nelle tecniche di cura e potatura della vite (che così potata può campare più di 100 anni) senza per questo ignorare le possibilità tecnologiche contemporanee, così forse dovremmo tutti capire come nel passato si possono trovare chiavi di lettura e soluzioni a problemi odierni. Il vino in Italia ha avuto storicamente una dimensione privata, era parte di un’economia familiare. Erano poche le regioni eccezioni alla regola, erano quelle dove la proprietà della terra e la produzione vinicola era appannaggio di grandi e nobili famiglie. Le lezioni dobbiamo invece prenderle dalla storia contadina, da chi della terra ha sempre fatto non fonte di reddito ma di sopravvivenza. In passato tra le viti si piantavano leguminose (il sovescio) e tutto ciò che poteva tornare utile a sfamare molte bocche. Si sfruttava ogni centimetro di terra libera e coltivabile, ripe comprese. E così la biodiversità, di cui oggi tanto parliamo, era già di per sé garantita. Penso a quando non esistevano fili e pali d’acciaio, e la vite cresceva attorno ad altri alberi ed essenze (la cosiddetta vite maritata) . Il sapere popolare, tramandato per generazioni, può rivelarsi una ricchissima fonte di spunti, riflessioni, azioni che oggi diventerebbero rivoluzionarie e creative (quindi oggetto di storytelling e di social marketing) cui attingere senza timore.   Un universo di sapienza e conoscenza cui attingere, senza dubbio e senza timore di innestare (come si fa con la vite) il nuovo sul conosciuto, la tecnologia sulla tradizione, il futuro sul passato.  Chi si occupa di vino sa quanto le radici siano fondamentali per la sopravvivenza della vite in condizioni climatiche estreme, quindi perché non imparare dalla realtà che ci circonda, da madre natura, a costruire il futuro recuperando il necessario rispetto per la terra che l’uomo per secoli ha adottato, non tanto per scelta quanto per necessità? Il momento è arrivato, già da un po’. Francesca Pagnoncelli Folcieri  
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2 Ottobre, 2022

Numeri da record per la Wine Media Conference 2022

Numeri da record per questa edizione della Wine Media Conference che si è chiusa ieri a Desenzano del Garda, numeri di qualità e non di quantità per la città lombarda che ha ospitato oltre cento giornalisti americani che hanno degustato oltre trecento etichette italiane e che hanno conosciuto tanti importanti produttori, apprezzando prodotti e specialità del nostro paese.  Tre giorni intensi con attori di assoluta importanza del panorama vitivinicolo nostrano con Ascovilo che ha sostenuto con i suoi tredici consorzi lombardi l’iniziativa. Tre giorni pieni di momenti formativi e didattici che hanno generato discussioni e proposte da sviluppare sia per produttori e consorzi coinvolti ma anche e soprattutto per tutta la filiera del vino internazionale. E’ stata anche un’occasione unica per mettere in vetrina la capacità ricettiva del lago di Garda, patrimonio indiscusso del nostro paese, come sottolinea il vice sindaco di Desenzano del Garda, Stefano Medioli: “È stato un piacere partecipare a questa importante manifestazione, organizzata in maniera impeccabile e che ha registrato un enorme successo di visibilità e qualità. Credo che il nostro territorio sia naturalmente vocato a queste produzioni, a questa condivisione ed a questa ospitalità verso chi dimostra di gradire, comprendere e divulgare i valori che tali produzioni rappresentano per il nostro territorio e per la nostra comunità. Per questi motivi siamo lieti di dare sin d’ora la nostra entusiastica disponibilità a chi vorrà in futuro organizzare eventi in linea con tali principi, garantendo il massimo supporto istituzionale.” Tornando al programma di ieri, la giornata conclusiva della Wine Media Conference ha visto due tematiche principali la sostenibilità e l’etica. Due pilastri cardine dell’attività produttiva internazionale, un’approfondimento iniziato con due  speaker americani Bruce Schoenfeld  e Devin Parr che hanno incentrato il  loro intervento sull’evoluzione di queste tematiche nel mondo del vino. Sostenibilità che ha raggiunto il suo apice con l’intervento di Slow Food Italia con Carmen Wallace e tre vignaioli che fanno della sostenibilità il proprio mantra:  Luca Formentini di Podere Selva Capuzza in Lugana, Antonella Manuli di  Fattoria La Maliosa in Maremma e Francesca Petrussa di Vigna Petrussa in Friuli, moderate dall’incontenibile Gwendolyn Alley coordinatrice USA di Slow Wine Guide. Gwendolyn Alley Prezioso ed interessante l’intervento proposto e moderato dal consorzio Garda Doc che ha spostato il tema della sostenibilità sul cambiamento climatico, presentando lo studio agro-climatico dell’area ed un approfondimento sulle biodiversità locali. Speaker di questa sessione Alberto Panont, direttore del Consorzio ed il professor Mariani dell’università di Milano. Nel pomeriggio spazio al vino, ma sempre con un occhio alla sostenibilità ed alle storie di Marcello Lunelli di Ferrari Trento, Michele Manelli della cantina Salcheto e di Alberto Tasca della cantina  Tasca d’Almerita per poi concludere il pomeriggio  con una masterclass bendata organizzata dal consorzio del Lugana per scoprire i cinque sensi applicati alla tecnica di degustazione. In conclusione di questa tre giorni abbiamo raccolto la dichiarazione del padre fondatore di questa manifestazione, Allan Wright che dal 2008 riunisce con questo evento la stampa americana di settore: Wow! How impressed I am with the Lombardy wine regions. We were so excited to bring the Wine Media Conference to Europe for the first time and to choose Italy and the Lombardy area. But our expectations have been exceeded by the interesting wine areas, the incredibly welcoming winery owners, and the delicious wines and local cheeses. Allan Whight Ad organizzare questa edizione che per la prima volta è arrivata in Europa e ancor meglio in Italia della Wine Media Conference sono state due donne e che donne! Due professioniste che stanno imponendo il loro saper fare dimostrando che la competenza, unita alla passione, diventa un mix inarrestabile.  Il motore di questa coppia è Laura Donadoni giornalista e wine educator che vive tra l’Italia e la California. Laura ha fondato l’agenzia di comunicazione La Com per la promozione del vino ed è l’unica donna italiana membro del prestigioso International Circle of Wine Writers di Londra. Laura anche lontano da telecamere e microfoni è una scoperta continua, la sua forza e determinazione sposta qualsiasi montagna…in questa occasione poi si è unita con una altra talentosa donna del vino con carisma e grande spessore Giovanna Prandini presidente di Ascovilo, produttrice e proprietaria della Perla del Garda che con il suo impegno sta rivoluzionando il posizionamento del vino lombardo in Italia e nel mondo. Abbiamo chiesto ad entrambe una loro considerazione dell’edizione della Wine Media Conference appena conclusa e ve le riportiamo qui di seguito. “Avere tanti stimati colleghi e colleghe statunitensi qui a dialogare di giornalismo e comunicazione del vino è per me il coronamento di anni di attività di divulgazione del vino italiano e tessitura di relazioni tra Italia e USA. Sono soddisfatta di questa prima edizione europea della wine media conference perché credo sia stata un’occasione importante per capire che cosa i media di settore cercano: spero che le cantine e i consorzi che hanno preso parte alla conferenza facciano tesoro dei feedback raccolti in questi giorni per migliorare la comunicazione internazionale di vini e territori e soprattutto per credere maggiormente nel potenziale ancora da sviluppare” Laura Donadoni “E’ stata una straordinaria opportunità per produttori e consorzi! Un’occasione unica per incontrare persone con uno straordinario livello professionale intervenute qui a Desenzano. Questo ci aiuta a riflettere su come cambiare la promozione dei nostri prodotti perché bisogna iniziare a formare le cantine per una corretta presentazione non solo in Italia, ma anche per i mercati internazionali. Bisogna usare meglio la lingua inglese in modo da poter esprimere e raccontare la propria storia e farlo nel modo più efficace possibile. Sono davvero felice di questa edizione della Wine Media Conference e spero che questa storia di successo possa avere un seguito nei prossimi anni” Giovanna Prandini  Quello che ci portiamo a casa da questi tre giorni è che il vino Italiano è in mano a persone:  capaci, serie e preparate ma soprattutto persone che finalmente iniziano a fare una cosa fondamentale, per crescere e diventare più forti “FARE SQUADRA INSIEME”…è stato davvero bello vedere un team così grintoso mettercela tutta per valorizzare il patrimonio ampelografico del nostro paese…Let’s Go! Appuntamento al prossimo anno per una nuova edizione della Wine Media Conference e magari ancora in Italia… La redazione di WineTales Magazine  https://www.youtube.com/watch?v=RakajXgmc-E
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30 Settembre, 2022

Made in Italy protagonista con la Lombardia vitivinicola alla Wine Media Conference

Made in Italy protagonista con la Lombardia vitivinicola alla Wine Media Conference nel secondo giorno della quattordicesima edizione della Wine Media Conference trascorsa all’insegna di momenti istituzionali e proficui scambi di opinioni, in un ponte che sta unendo qui a Desenzano del Garda i due continenti: il vecchio ed il nuovo. Ci siamo sentiti un po come a bordo di una delle caravelle di Cristoforo Colombo ma al posto della Nina, la Pinta e la Santa Maria avevamo il Groppello Grasparossa, il Nebbiolo Chiavennasca ed il Turbiana che ci hanno guidati in questa esplorazione ma al contrario dell’esploratore Genovese, abbiamo fatto noi da esploratori per far scoprire il territorio italiano (in particolare quello lombardo) al un nuovo continente, quello Americano rappresentato da un gruppo di giornalisti di settore che hanno tempestato di domande le due “esploratrici” Laura Donadoni e Giovanna Prandini. “La qualità è la sola strada di comprendere il territorio lombardo”                                                                                        Giovanna Prandini Una mattinata di domande sul territorio Lombardo e non solo, con la voglia da parte del pubblico americano di capire il modo di lavorare del nostro paese e di conoscere nel dettaglio come sono prodotti i 24.000 ettari vitati Lombardi e 1.370.000 ettolitri di vino prodotti in Lombardia. Incalzanti le domande dei giornalisti americani per comprendere meglio come il nostro paese affronta l’export e come è in grado di raccontare le storie del territorio per farle apprezzare in tutto il mondo. Su questo punto Giovanna Prandini ha ribadito con fermezza che “Non possiamo vincere da soli in un mercato così grande, ma dobbiamo essere una squadra unita che presenta e si posiziona correttamente in un mercato così grande ed importante come quello americano ed in generale in quello mondiale” Un approfondimento sulla forza del digital in tutti i suoi canali da Tik Tok ad Instagram, sottolineando l’importanza della SEO e del posizionamento nei motori di ricerca che hanno caratterizzato la seconda parte della mattinata condotta dalla blogger americana  Diane Letulle con un focus dedicato ai casi Italiani di Chianti ed Amarone che sono riusciti a posizionarsi correttamente nel mercato statunitense. Ha concluso la mattinata un viaggio dai cugini transalpini con una masterclass cibo vino che ci ha portato a Bordeaux con sei diversi prodotti e due grandi vitigni protagonisti il Semillion ed il Sauvignon per un alternasi di dolcezze e morbidezze organolettiche, in sei espressioni di uno dei territori più importati dell’enologia mondiale. Un percorso che ha nuovamente creato un ponte tra Italia e Francia per un momento di condivisione e sinergia sempre più importante per questo mondo. Punta di diamante della masterclass è stato indubbiamente  il Loupiac di Chateau du Cros che con i suoi 12 mesi in botte ed un ottima persistenza in bocca ha stregato il pubblico americano. Senza mancare di rispetto ai nostri cugini francesi, il livello enoico sale drasticamente dal pranzo con una firma d’autore del nostro patrimonio ampelografico Cantine Bertani che con un percorso di eccellenza ha ribadito al pubblico presente un concetto fondamentale: “Bertani è storia dell’Amarone, ma vuole essere anche il futuro di questo prodotto così esclusivo! “                             Andrea Lonardi, operations Director Angelini Wines&Estates ha continuato commentando: “Ci tengo a dire una cosa in maniera forte,  Valpo is Back! Ma solo se crediamo nei vini leggeri e meno alle mode di mercato, solo se rispettiamo più il territorio di appartenenza e se riusciamo ad interessare sia gli opinion leader, come in questa occasione, sia i consumatori che dovranno scegliere il nostro prodotto” Pomeriggio di grande livello iniziato con Stevie Kim, pilastro di Vinitaly International, che ci ha raccontato il rapporto tra podcast e vino con una lectio magistralis per ribadire un concetto fondamentale: il vino ha bisogno di essere giovane, di parlare a diversi target e raccontare a tutti la propria tecnicità con naturalezza ed arrivare a tutti. E’ proprio questa la forza della sua piattaforma di podcast “Italian Wine Podcast“. “Il Nebbiolo delle Alpi” ha chiuso la seconda parte del pomeriggio, con tre grandi etichette di Sondrio e dintorni quelle di Rainoldi, Marsetti e Nino Negri tre vini che hanno entusiasmo tutti americani ed italiani presenti perché poi alla fine il vino è proprio questo riunire tutti davanti ad un calice. Chiusura con il brivido con lo speed date con il produttore che in 5 minuti doveva servire il proprio vino e convincere il pubblico americano della bontà del prodotto. Una formula diretta ed immediata per entrare nel cuore del consumatore finale. Appuntamento a domani con la giornata conclusiva della Wine Media Conference 2022. La redazione di WineTales Magazine    https://www.youtube.com/watch?v=RakajXgmc-E
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Ivan Vellucci cantina sociale Nardò Arrow Right Top Bg

30 Settembre, 2022

Ah le cantine sociali di una volta: la Cantina Sociale di Nardò

Ah le cantine sociali di una volta. Che meraviglia. Quanto lavoro, quanta passione c’era in questi luoghi. Persone, agricoltori, che conferivano l’uva alla loro cantina, alla cantina sociale per produrre vino sincero, vero. Un luogo di aggregazione dove il vino era la ragione di unione, di sopravvivenza, di vita. Già nel 1891 a Oleggio (NO) si crea la prima struttura che viene seguita nel tempo da molte altre che svolgono anche funzione sociale. Nel dopoguerra sono spesso le artefici del mantenimento della cultura enologica e a loro si dive il risorgimento di alcuni distretti vinicoli d’Italia.  Quello di Nardò è uno di questi grazie alla Cantina Sociale di Nardò fondata nel 1937 Per trovarla ho dovuto chiedere una grande mano al navigatore. Anche se poi bastava trovare la stazione ferroviaria. Perché qui al sud, i trasporti sono complicati e costruire la cantina sociale proprio nei pressi della stazione poteva rivelarsi una mossa vincente.  Siamo a Nardò, nel profondo Salento. Dove il mare incontra la terra rossa carica di ferro e alluminio che il sole non fa fatica a scaldare. Tra muretti a secco e olivi secolari trovano posto, pochi davvero pochi, filari di uva. Così come pochi sono i produttori, dunque le cantine. Da qui la necessità di qualcosa di “sociale”. Non ci sono fronzoli ad attendermi ma una semplice costruzione tipica delle cantine sociali: un ampio cortile utile per la manovra dei mezzi, una piccola porta per gli uffici, un magazzino. Semplice e funzionale perché una cantina sociale deve avere solo l’essenziale: costi ridotti all’osso. Deve essere un luogo dove si produce vino lasciando le emozioni all’effimero.    Eppure nel vedere questa struttura mi emoziono davvero perché i ricordi corrono a quando papà mi portava con lui a comprare il vino. Non certo in bottiglie ma nelle classiche damigiane che dovevano essere riutilizzate. Le bottiglie erano cose per ricchi. Dopo le damigiane in vetro sono arrivate quelle in plastica ma sempre per poterle riempire direttamente spillando la grande botte. Si è persa un po’ di magia che magari ritorna. Papà fino all’ultimo sempre quelle ha voluto. Gli portavo qualche bottiglia di quelle buone ma lui, niente, voleva solo il vino della sua damigiana. Così dovevo andare a prendergli quella. Alla cantina sociale.  Chi mi accoglie è Carmen. Piccola, minuta, dalla pelle olivastra come una donna del sud deve avere. Energica e fiera. Come una donna del sud deve essere. Con un sorriso che ti mette subito a tuo agio. Come solo una donna del sud sa fare.    Mi guida all’interno della cantina tra le barrique (non si fa dunque solo vinello qui!), i contenitori in acciaio per la temperatura controllata e le grandi vasche in cemento. Sono sconfinate e ce ne sono altrettante anche al piano interrato mi dice Carmen, quasi a sottolineare come nel passato “quando ancora non ero nata” si affetta a sottolineare, la cantina era molto più importante. Oggi ci sono circa 25 conferitori per un totale di 48 ettari. Non molti ma di qualità.    Saliamo delle scale dove fanno bella mostra le immagini di una vita. Una ritrae perfino il Presidente Cossiga in visita alla cantina. In cima c’è la “sala del consiglio” ennesimo testimone di un fasto che fu. Carmen prova quasi invidia per quei tempi così diversi segno di grande ricchezza. Ma non si lamenta e non lo dà certo a vedere. Dal terrazzo la vista è ancora più suggestiva con la grande presa per l’uva, il cortile immenso, la stazione ferroviaria. Sembra vedere una di quelle foto degli anni a cavallo della guerra, un fotogramma che sembra aver resistito al tempo.  È tempo di provare qualche vino.     Nel piccolo ufficietto che accoglie i clienti le bottiglie sono messe su semplici scaffali in legno. Anche qui, niente fronzoli. Però c’è una specie di bancone da bar con i calici per la degustazione. Essenziale. Che bello penso: qui c’è il vino. Qui c’è la passione e la vita delle persone. Scorro gli scaffali e non posso che pensare come sia bella la loro produzione di tipico stampo salentino con solo tre, meravigliosi, vitigni: il Fiano per i bianchi; Negroamaro e Primitivo per Rossi e rosati. 8 tipologie di vino incluse anche linee di low cost per la Coop. Perfetto stile da cantina sociale.    Carmen è da sola a gestire i clienti oggi. Non entrano in molti e quelli che entrano sono spesso per la mescita, per riempire le damigiane. Ci tiene a farmi assaggiare qualcosa. Opto per il rosato Ambré. Bel corpo, odori deciso del Negroamaro, arancia sanguinella, fragoline. Bella freschezza e sapidità. Un ottimo equilibrio. Mi piace.  Prende dei taralli perché non è che si può bere il vino senza taralli. Pugliesi.  Scelgo le bottiglie da acquistare. Tutte tranne il bianco. Forse perché mi dico che il Fiano che ho da poco assaggiato in Irpinia non si batte.  Carmen però ci tiene, e lo dimostra con tutta la sua dolcezza, a farmi assaggiare il loro Fiano. Fa bene perché ne sono rapito. Fresco e profumato di frutta e fiori bianchi da farmi ricordare le serate al mare. Bell’equilibrio e spiccata sapidità. Mi chiede su cosa lo abbinerei e nella mente mi ritorna immediata la mozzarella di bufala. Sorridiamo del fatto che in una recente discussione qualcuno ha suggerito l’abbinamento con un cannolo con ricotta poco dolce. A trovarlo penso io!  Ridiamo ma è giunto il momento di andare via. È stata una bellissima chiaccherata che mi ha fatto scoprire una bella realtà del sud e una ragazza davvero in gamba come Carmen. Ma ha fatto anche riaffiorare alla memoria mio papà. Non posso che esserne contento.   La Cantina Sociale di Nardò è una di quelle realtà che dovrebbero essere tutelate per Regio Decreto ovvero quelle leggi così antiche che quando ci sono, da tempo immemore, pochi ne conoscono l’esistenza e nessuno si azzarda a cambiarle. Con il risultato che non è permesso il cambiamento. Ecco, questa cantina dovrebbe essere protetta da un Regio Decreto nonché lo stabile dalle Belle Arti per evitare che a qualche buontempone venga in mente di rinnovarlo.  Ivan Vellucci @ivan_1969 PS ovviamente non ho resistito a testare in maniera completa un vino della Cantina Sociale e non potevo non cominciare dal Fiano che mi aveva tanto sorpreso. La recensione completa a questo link!    https://youtu.be/RakajXgmc-E
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29 Settembre, 2022

Wine Media Conference 2022, i protagonisti della prima giornata: le Donne, il Sannio e Fivi.

La Wine Media Conference è la rassegna mondiale dedicata alla comunicazione del vino, fondata nel 2008,  evento internazionale dedicato al settore del vino che riunisce ogni anno wine blogger, giornalisti di settore, wine media tradizionali, influencer dei social media e operatori di settore, in particolare statunitensi, offrendo una occasione unica di incontro. I professionisti esperti di vino partecipano per migliorare e arricchire le proprie competenze e per conoscere e raccontare all’esterno i territori del vino più importanti del mondo. Oggi 29 settembre, è iniziata la Wine Media Conference e per la prima volta in Italia, in Lombardia con Desenzano del Garda che si è trasformata nella capitale mondiale della comunicazione del vino. La prima giornata appena conclusa ha visto un protagonista indiscusso: le donne. Donne che con la loro eleganza e la loro inconfondibile tenacia hanno raccontato al pubblico americano l’unicità del nostro territorio e la forza del nostro patrimonio ampelografico. Padrona di casa e grande protagonista Laura Donadoni che come sempre, riesce a moderare con il suo inconfondibile stile il panel del pomeriggio dedicato alle donne del vino. “Tre donne del vino, tre donne di Bergamo, tre donne cocciute” Cosi si sono definite le tre protagoniste del panel condotto da Laura con Cristina Scarpellini della Tenuta Scerscé e Presidente della Fondazione ProVinea, Francesca Pagnoncelli Folcieri proprietaria della Cantina Pagnoncelli Folcieri e  Presidente del Consorzio del Moscato di Scanzo.  Un’ ora in compagnia del buon vino e di storie di tenacia e forza ma che ci hanno colpito per il racconto sempre attento a sottolineare un altro valore importare L’umiltà come più volte ribadito da Cristina Scarpellini nel suo racconto di come un avvocato che da Bergamo è diventato vignaiolo in Valtellina e con forza è riuscito a far diventare i “muretti a secco” tipici del paesaggio lombardo di Sondrio e provincia patrimonio dell’umanità. “Tanto studio e tanta umiltà che mi hanno permesso di far diventare i muretti a secco un patrimonio dell’Unesco.” Conclude sempre Cristina il suo intervento con un incipit che ci ha stregato: “Bella la Valtellina, bella la sfida, bello il Nebbiolo!” La storia del Moscato di Scanzo la conosciamo bene noi di Winetales Magazine, grazie soprattutto a Francesca Pagnoncelli Folcieri presidente del Consorzio, ma è stato stupefacente vedere come il pubblico americano ascoltasse con stupore la storia dei 31 ettari vitati che compongono questa piccola DOGC.
La seconda parte del pomeriggio è trascorsa con FIVI e la forza del suo gruppo, che la presidente Matilde Poggi, ha rafforzato  rispondendo alle domande della stampa americana sottolineando i tre obiettivi importanti di Fivi in Europa. Quali sono le sfide dei vignaioli indipendenti in europea? La Burocrazia ha un impatto troppo alto Le Leggi europee votate non devono essere dannose per i piccoli produttori (es. etichetta in 20 lingue) Attività come quella della Sicurezza Alimentare sono pensate solo per grandi aziende e mettono in ginocchio piccole cantine che non riescono ad adeguarsi alle normative. Una panel che si è trasformato in un viaggio nello spazio, nella terra e nel tempo con vignaioli giovani e di indubbio talento: Davide Lazzari , Organic proprietario di Lazzari in Capriano del Colle, Alessio Brandolini dell’azienda Agricola Brandolini in Oltrepò Pavese e Paolo Pasini di Pasini San Giovanni e Vice Presidente del Consorzio Valtenesi e del Consorzio Tutela Lugana Doc. Un momento che ha ribadito un concetto davvero fondamentale, fare squadra parlare del vino degli altri , lavorare con attenzione insieme agli altri è questo che fa crescere davvero un territorio.   Appuntamento a domani con la seconda giornata della Wine Media Conference 2022. La redazione di WineTales Magazine 
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28 Settembre, 2022

I simboli del Verdicchio: Tombolini e l’anfora verde

L’azienda Tombolini ha radici lontanissime e più di cento anni di storia: tutto nasce quando Sante, giovane fante salvatosi dalla peggior disfatta dell’esercito italiano nel 1917 a Caporetto, torna ad Ancona e sposa Nemorina Staffolani, con cui avvia l’attività di famiglia nel 1921. Da allora, dopo varie vicissitudini, la strada prosegue con figli di Sante – Giovanni e Paolo – stabilizzano e ampliano l’attività, puntando sul Verdicchio e la vinificazione in acciaio, e adottando la celebre bottiglia ad anfora insieme ai produttori dell’epoca, cavalcando il miracolo economico degli anni ’50 e ’60 ed espandendo enormemente l’attività avviata padre. In quegli anni l’anfora diventa sinonimo di Verdicchio dei Castelli di Jesi. Tra i fondatori delle DOC più importanti delle Marche, il Verdicchio dei Castelli di Jesi e il Rosso Conero, la famiglia Tombolini è stata pioniera nel valorizzare i Castelli di Jesi, rendendolo celebre anche oltre oceano. Successivamente il marchio cambia in Castelfiora e, negli anni ’90 Fulvia, figlia di Giovanni, prende in carico l’azienda innovando la storica cantina, portando a 30 gli ettari di vigna, puntando sulla qualità della materia prima prodotta dai terreni di famiglia che converte alla sostenibilità e all’agricoltura biologica. Si concentra su un solo Verdicchio, lo veste con un abito da sera “all-black”, lo distribuisce con i marchi dell’eccellenza del vino italiano. Ed è così che riporta Tombolini a New York, Monaco e Tokio. Il richiamo della terra diventa irresistibile per Carlo Paoloni, figlio di Fulvia, che nel 2013 abbandona la sua carriera di banchiere a Londra per dedicarsi all’azienda di famiglia. Inizia così un nuovo corso con Castelfiora e Doroverde, entrambi Verdicchio dei Castelli di Jesi Classico Superiore che ricercano, ciascuno in modo diverso, la massima espressione di questo straordinario vitigno delle Marche divenendo i due vini di punta dell’azienda. I vini Castelfiora – Verdicchio dei Castelli di Jesi DOC Classico Superiore è un vino in cui le caratteristiche uniche del Verdicchio, in particolare la sua ineguagliata longevità tra i bianchi autoctoni d’Italia, si sposano con una intatta freschezza anche dopo lustri di affinamento in bottiglia. E’ un Verdicchio in purezza ottenuto dalle migliori uve raccolte a mano negli appezzamenti più vocati della tenuta Tombolini: vigne caratterizzate da suoli particolarmente ricchi di argilla, arenaria e sabbia che donano al contempo potenza e finezza olfattiva. La pressatura avviene da grappoli interi, con inizio di fermentazione in acciaio che prosegue in contenitori di legno. Buona parte del vino affina in barili di rovere francese per circa 10 mesi, mentre una parte passa attraverso macerazioni di diverso tipo (incluso in otri di ceramica). Doroverde – Verdicchio dei Castelli di Jesi DOC Classico Superiore è un Verdicchio in purezza prodotto con uve provenienti da vigneti di circa 20 anni piantati su suoli argillo-calcarei che donano peculiare sapidità. E’ un vino che nasce dalla ricerca di un equilibrio perfetto tra il carattere vibrante del Verdicchio e la sua eleganza, tra la tipica freschezza del vitigno e una distintiva finezza. Le uve sono selezionate a mano con raccolta in cassetta cui segue la pressatura dei grappoli interi. La vinificazione avviene al riparo dall’aria per avviare mosti integri ad una fermentazione in acciaio cui segue l’affinamento su fecce fini per circa 6 mesi, mentre una frazione termina la fermentazione in contenitori di cemento al fine di ottenere maggiore complessità e piacevolezza. Doroverde rievoca nel nome i Dori, e cioè i greci siracusani che fondarono Ancona, ma anche il colore delle campagne dei Castelli di Jesi e del Verdicchio. Anfora come opera d’architettura Il 2021 è stato l’anno del centenario dalla fondazione dell’azienda, e per questo motivo Carlo decide di lanciare la nuova Anfora Tombolini “100 anni”, nata dopo un lungo studio di design insieme all’Architetto Simonetta Doni di Firenze. Una bottiglia verde, come i riflessi del Verdicchio, elegante e slanciata come una renana, che rivisita in chiave contemporanea, con stile e leggerezza, le iconiche anfore che la famiglia ha utilizzato sin dal 1954. Una bottiglia preziosa, un oggetto di design concepito per contenere vini di grande finezza, una forma sinuosa simbolo del nuovo corso, una bottiglia gioiello creata per contenere i migliori Verdicchio dell’azienda. Ma è già nel 1972 che l’anfora è anche opera d’architettura: è in quell’anno che Giovanni Tombolini incarica un noto designer, l’architetto Luigi Massoni di Milano di sviluppare l’anfora personalizzata per il primo Verdicchio dalla sua nuova cantina di Staffolo, ovvero l’anfora Castelfiora. Nel 2021 l’azienda è quindi una delle pochissime cantine marchigiane ad avere due modelli di anfora registrati e disegnati da grandi architetti. Il ritorno all’anfora rappresenta una scelta di rottura, coraggiosa e lungimirante, per tornare orgogliosi della propria storia e rendere immediatamente riconoscibile il territorio e la denominazione nei contesti più prestigiosi del vino. Rievocare l’anfora come simbolo di vini prestigiosi e di altissima qualità, oltre ad rievocare la storia di un territorio e di un vitigno autoctono straordinario. Complimenti a Tombolini per aver valorizzato l’unicità storica ed identitaria che solo in pochi possono permettersi di avere! I simboli del Verdicchio: Tombolini e l’anfora verde A cura di Giuseppe Petronio 
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27 Settembre, 2022

Cantine Scarfò: Vino Ansonaco dell'Isola del Giglio

Cantine Scarfò: Vino Ansonaco dell’Isola del Giglio Una Storia di Passione Carissimi, bentrovati! L’estate è volta al suo termine e siamo entrati nel periodo di vendemmia. Desidero iniziare questo periodo raccontandovi di un’altra vendemmia eroica ed isolana, quella delle vigne Sarfò. Siamo sull’isola del Giglio, una realtà tristemente nota alle cronache per il naufragio della Costa Concordia, ma che oggi è totalmente restituita al suo splendore. La tradizione di fare il vino in quest’isola precede I romani. Evidenze architettoniche testimoniano che in quest’Isola si produceva vino in epoca greco-etrusca, romana e bizantina. I terrazzamenti in pietra, le vasche scavate nel granito, le anfore vinarie ed altri manufatti utilizzati nella produzione del vino, testimoniano che l’Isola è stata vissuta e coltivata dagli albori della civiltà. Valorosi Mastri vignaioli, spaccando i massi di granito con la mazza ed i punciotti per ricavarne pietre, hanno realizzato nei secoli, quasi in ogni angolo dell’Isola, un incredibile architettura di muri a secco, per sostenere la terra. Anticamente la vinificazione non avveniva nelle cantine, ma nei palmenti, vasche scavate nel granito all’interno delle vigne, dove l’uva diventava mosto, per poi divenire vino all’interno di capienti anfore in terracotta. Altre costruzioni visibili in tutta l’Isola sono I “capannelli”, piccole strutture voltate realizzate con granito e malta di calce, sabbia e cocciopesto. Queste costruzioni erano utilizzate dai vignaioli come un luogo di riposo e ristoro durante le lunghe e faticose giornate di lavoro nelle vigne, oltre che come piccola casa e magazzino. Durante l’estate, nelle ore meridiane, entrare in un “capannello” dà una sensazione di frescura e di tregua dal sole cocente che fuori arroventa le pietre ed offre la possibilità di una pennichella. Oggi la tradizione isolana di fare il vino continua grazie a vignaioli che con passione custodiscono le antiche terrazze e con cura e costanza continuano a coltivarle amorevolmente a mano, per produrre una piccola ma preziosa quantità di vino. Tra i vignaioli desidero raccontarvi di Cantine Scarfo’, una piccola impresa portata avanti da Cesare Scarfo’ e sua moglie Amy Bond. Cesare ha vissuto l’Isola del Giglio da prima di nascere, venendo qui tutte le estati, esplorando i posti, le vigne ed il mare. Da piccino cominciò a conoscere e fare amicizia con i vignaioli del Giglio e da questi amici vignaioli Cesare, come allievo di bottega, ha imparato il mestiere qui assai difficile e faticoso di fare la vigna ed ha conosciuto la tradizione del vino. Il principale tipo di vino prodotto al Giglio è l’Ansonaco: colore ambra, profumo sottile, piacevole, di fiori e miele di macchia. In bocca, robusto, gustoso, con noti di mela, frangipani, corbezzolo, albicocca. Seguendo l’antica tradizione dei vignaioli isolani, il vino Ansonaco è vinificato prevalentemente con uva Ansonica alla quale viene aggiunta una piccola quantità di altre uve bianche tra le quali il procanico, la malvasia, l’empolo ed il biancone. Nelle vecchie vigne sono sempre presenti anche alcuni calzi di uva nera, tra le quali ricordiamo il granace, l’uva corbolana e l’aleatico che, aggiunte alle altre, conferiscono al vino aromi e profumi particolari. Il proposito di questa piccola azienda a conduzione familiare è quello di produrre vini con semplicità e sincerità, lasciando che siano l’uva ed il luogo a definire vino così da proporre un’esperienza unica ed originale. Per consentire all’uva di esprimere se stessa ed il territorio, in cantina il vino è realizzato col massimo rispetto ed il minimo intervento. La vendemmia avviene solitamente nella seconda metà di settembre, quando i chicchi sono ben maturi e ricchi di aromi. L’uva viene raccolta solitamente in due giorni, con l’aiuto degli amici vignaioli. I grappoli sono pigiati entro poche ore dalla raccolta e le bucce vengono lasciate assieme al mosto durante i primi quattro giorni di fermentazione, come dalla tradizione gigliese. Visitare il giglio e gustare il suo nettare è un’esperienza unica e per farlo vi suggerisco di contattare Cesare Scarfò sul form https://cesarescarfo.com/contatto.html Vi Aspetto! Cristina Itinerari DiVini è una rubrica a cura di Cristina Mascanzoni Kaiser    
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26 Settembre, 2022

Lugana un vino nato per invecchiare

Un vino nato per invecchiare “Immediatezza e longevità”, un titolo che racchiude tutta la natura e le potenzialità del Turbiana, il vitigno da cui nasce la storica Doc Lugana: un vino nato per invecchiare. Nata nel 1967, una delle prime in Italia, è una denominazione interregionale lombardo-veneta, che si estende nell’area a sud del Lago di Garda.  È stato un viaggio meraviglioso per noi, Partners in Wine, partecipare alla Masterclass ” Lugana Armonie senza tempo”, promossa dal Consorzio di Tutela Lugana Doc, tenutasi a Villa Piccolomini, nel cuore di Roma. Raccontata minuziosamente da Daniele Cernilli, fondatore della testata e guida vini Doctor Wine, affiancato da Fabio Zenato, Presidente del Consorzio, abbiamo scoperto le tante versioni della Doc Lugana: Spumante, Base, Superiore, Riserva e Vendemmia Tardiva. L’esperienza ci ha dimostrato come il tempo possa essere un valido alleato, regalandoci in ogni calice vini di grande spessore, versatili, con un’acidità predominante e un’evoluzione sorprendente. Il terroir del Turbiana Chiamato anche Trebbiano di Lugana, il Turbiana fa parte della variegata famiglia dei trebbiani e presenta alcune similitudini con il verdicchio. È coltivato per lo più in Lombardia, in cinque Comuni, Sirmione, Desenzano, Lonato, Pozzolengo e Peschiera su terreni morenici, ovvero sbriciolati dai ghiacciai, ricchi di argilla bianca, componenti calcaree, minerali fino a diventare sabbiosi verso le colline. Il Lago di Garda, il più grande d’Italia, è la testimonianza di quel che resta di un antico ghiacciaio di diecimila anni fa che si è ritirato. È una massa d’acqua importante che rappresenta un’isola mediterranea, una sorta di enclave all’interno della Pianura Padana. Il clima mediterraneo favorisce la crescita sana delle uve e una ventilazione costante, addolcendo le temperature mitigate dalle brezze del lago. Sono zone altamente soleggiate, prive di nebbia, con un microclima unico, ottimo per la coltivazione di quest’uva dalla buccia spessa e dal grappolo compatto. Il Consorzio: numeri e obiettivi Dalle parole del Presidente: “Il Consorzio sta in una fase di crescita continua, in particolare all’estero; il Lugana Doc conta ad oggi 2500 ettari vitati ed è una denominazione che produce 27 milioni di bottiglie l’anno di cui il 70% viene esportato all’estero soprattutto in Europa, America e Asia. È un vino che sta crescendo anche al suo interno in termini di piccole e medie aziende che stanno operando in modo qualitativo e rappresentano identità uniche nel territorio. In questa giornata siamo in veste di promotori del nostro territorio; è una denominazione molto conosciuta all’estero e che in Italia vive una fase molto importante di crescita che si sviluppa soprattutto sull’asse Milano-Venezia. Ecco allora la volontà di raccontare anche qui a Roma il territorio attraverso i vini e poter poi condividere con Voi, Operatori e la Stampa, quello che è il senso del Lugana”.   Lugana: una sorprendente degustazione In questa prima parte, abbiamo avuto modo di degustare 10 referenze a confronto e alla cieca. I primi cinque vini erano della stessa annata, una orizzontale della 2021 di cinque cantine differenti. La seconda batteria dei cinque vini era di diverse annate, una verticale della 2020, 2018, 2017, 2009, 2002 vendemmia tardiva. I temi affrontati in questa sessione sono stati l’autolisi dei lieviti, l’immediatezza e la capacità di sfidare il tempo del Lugana, caratteristiche peculiari di questo vitigno dalla grande personalità. L’autolisi è il percorso più importante: la permanenza sulle fecce di fermentazione, ricche di proteine, che arricchiscono la massa di elementi che vanno a formare le molecole odorose, al di là delle note fruttate, donano un’ampiezza maggiore al risultato finale. Si vengono ad originare così caratteristiche organolettiche che ritroviamo in ogni calice, come firma di una linea stilistica simile per tutti i produttori, dovuta alla coltivazione in terreni e con condizioni climatiche abbastanza uniformi. Tutti elementi che fanno sì che il Lugana diventi riconoscibile e unico. Le note organolettiche che riscontriamo comunemente sono la pietra focaia, candela spenta, note di combustione, note sulfuree che si incrociano con note fruttate, agrumate, e un’amabile mandorla fresca. Annata 2021 In questa annata abbastanza classica, un po’ più calda rispetto a quella in corso, le note descritte sopra sono evidenti fin da subito, avvertendo proprio una sorta di comunità stilista soprattutto nei primi tre calici degustati. È sorprendente il livello di acidità molto interessante considerando che, come ci racconta Cernilli, la zona si trova a Nord del 45° parallelo, come Bordeaux, e che ha invece questo clima mediterraneo mite grazie alla sua vicinanza al lago che ha questa azione di termoregolazione sulle temperature. Tutti i vini 2021 in degustazione passano dai quattro agli otto mesi sulle fecce sottili e vinificano in acciaio. In alcuni sono evidenti più le note fermentative, citriche/agrumate; in altri più le note floreali e fruttate. Nei primi tre calici non c’è un frutto definito, è sempre un’attesa olfattiva. Troviamo una comunione di elementi primari, fermentativi ma anche terziari. Non ci sono elementi di calore alcolico, è più marcata la salivazione in alcuni calici in funzione della freschezza. Il quarto calice è un vino composto, che dà l’impressione di avere un residuo zuccherino dovuto però alla sua dolcezza alcolica, molto completo al livello olfattivo che esprime le caratteristiche tipiche del Lugana con meno sentori di pietra focaia. Un vino piacevole, morbido. Infine nel quinto calice troviamo una nota sulfurea molto presente, dovuta forse alla sua permanenza più lunga sulle fecce, un’acidità più alta e una astringenza leggera sulla punta della lingua. C’è qualche elemento in contrapposizione che lo determina e lo rende interessante per la sua “rusticità”. Per cui, in definitiva, si alternano vini con maggiore acidità e salinità rispetto alla struttura, più immediati; altri con una struttura più predominante, più completi nella composizione dei vari elementi organolettici. (In ordine di degustazione: La Meridiana, Cantina Bulgarini, “Le Creete” di Ottella, “Montunal” di Montonale, ” Capotesta” di Cascina Maddalena). Annata 2020 Annata più fresca che porta nel calice determinati aspetti di acidità più evidenti. Naso divertente e complesso, note agrumate, meno pietra focaia, spiccata acidità, meno struttura, meno calore alcolico, croccante, nota più fresca: “dove i valori del Nord vincono sui valori del Sud”, ci spiega Cernilli. Da qui, confrontandoci, capiamo con più determinazione che il Lugana non è soltanto un vino che si esprime in modo orizzontale con caratteristiche uniformi come nella 2021, ma a seconda dell’annata ha delle espressioni diverse. Questo calice ha un’espressione più verticale. Si sente tutto il Nord. (Lugana Doc “Sorgente” Citari). Annata 2018 Annata simile alla 2020, leggermente più fredda. In questo calice sentiamo note agrumate più aspre quasi di limone, un’evoluzione di pietra focaia, candela spenta, più sapido che aiuta la salivazione, un ottimo rapporto tra struttura e acidità. Un vino sinestetico per metafora, più verticale, più ghiaccio rispetto alla 2021; è l’espressione di quella che potrebbe essere l’ampiezza di un Lugana, non è un vino banale che verte solo sulla frutta esotica, ma un vino che non ci si aspetta di degustare e stupisce. (Lugana Doc “Demesse vecchie” di Olivini). Annata 2017 La 2017 è stata la prima annata veramente tropicale. Sia all’olfatto sia al palato pensiamo possa fare un passaggio in legno e da qui il colore più carico, la presenza di note di frutta tropicale esotica e di mandorla fresca. All’inizio ha qualche nota fenolica dovuta sicuramente alle alte temperature che hanno favorito le parti solide. Molto piacevole e gastronomico. (Lugana Doc Riserva ” Sermana” di Corte Sermana) Annata 2009 Un’annata che gioca tutto sull’acidità e quindi sulla longevità di questa bottiglia. Colore dorato, all’olfatto sentiamo delle note di cereali, c’è un ricordo di fermentazione nonostante il tempo passato, miele, mango, acidità spiccata. Qui siamo al di là del semplice frutto. Alla faccia dei bianchi che non invecchiano!!! Un vino fantastico da tenere in cantina e saper attendere. (Lugana Doc “Madre Perla” di Perla del Garda). Annata 2002 Questa annata è stata terribile in tutta Italia, piovosa e fredda. Nonostante il tempo, questo calice è straordinario. È un’espressione sontuosa di Lugana che ha un’acidità alta ancora presente dopo venti anni. All’olfatto sentiamo profumi di cereali, note terziarie, agrumate, tioliche. Avvolgente al palato come una poesia con un’ottima tenuta. Una gran bella scoperta il suo potere di invecchiamento. Nel corso dell’evento abbiamo degustato altri Lugana, altre versioni anche spumantizzate e annate più vecchie, grazie alle 38 aziende presenti sotto la loggia, venute a Roma a rappresentare le tante sfumature di quest’uva meravigliosa che ci ha regalato tante emozioni nei calici. Calici che, in ogni tipologia, hanno egregiamente accompagnato gli antipasti di salumi e formaggi di varie stagionature e i giochetti al ragù in bianco. Abbiamo avuto il grande piacere, tra le tante ottime aziende, di degustare tutti i prodotti della Cantina Le Morette del Presidente del Consorzio, Fabio Zenato. Concludiamo, come sempre, lasciandovi con una frase che, secondo noi, rappresenta anche i nostri caratteri e pensieri : “Il vino mi ama e mi seduce solo fino al punto in cui il suo e il mio spirito si intrattengono in amichevole conversazione”. Hermann Hesse Cristina e Ilaria Partners in Wine
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