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5 Luglio, 2022
Amarone, Opera prima 2022
Amarone, Opera prima 2022
Un assolo che fa la differenza
Il 19 e 20 giugno scorsi si è tenuto un evento clou per gli appassionati di vino: Amarone “opera prima”.
Ovviamente non potevamo mancare per raccontare come le 40 principali case vinicole della Valpolicella interpretano il vino iconico del territorio per antonomasia.
Oltre 100 giornalististi, la cui maggior parte straniera si è ritrovata sulle note della marcia trionfale dell’Aida per celebrare l’evento straordinario e fuori stagione del Consorzio Vini Valpolicella.
Il calendario estivo non ha spaventanto e da tutto il mondo diversi protagonisti si sno raccolti per presenziare all’assaggio del millesimo 2017 al di fuori della tradizionale collocazione dell’Anteprima a febbraio, portando in scena anche il sodalizio tra i due simboli di Verona nel mondo: l’Arena e l’Amarone.
Il gala dinner del 17 giugno a Giardino Giusti riservato alla stampa ha apertto il cartellone di Amarone Opera Prima, che si è poi arricchita il 18 giugno con due masterclass a Palazzo Verità Poeta, per scoprire la versatilità del grande Rosso e le annate top che hanno contribuito al suo posizionamento in oltre 80 nazioni del globo.
Ovviamente la chiusura del 18 giugno non poteva che essere con l’Aidda verdiana per esaltare alla stampa ed agli appassionati quel connubio unico e che pochi posti al mondo possono far risaltare come l’Arena scaligera.
Domenica 19 giugno, Amarone Opera Prima si è trasferita al palazzo della Gran Guardia (piazza Bra), per la degustazione dell’Amarone 2017 e per la conferenza stampa sullo stato di salute della denominazione e il focus su “Amarone e i miti dell’ospitalità veneta, tra storia e leggenda”.
Devo dire che si è trattato di un appuntamento molto interessante per chi come me si occupa di ospitalità. Ricordo sempre Arrigo Cirpiani che non smetteva mai di dire quanto fossero privilegiati i veneziani ed i veneti tutti per il territorio che gli era stato donato e per come potessero così ospitare al meglio il mondo intero.
Tra i vari appuntamenti che hanno costellato l’evento, desidero puntare il faro sulla masterclass condotta impeccabilmente da JC Viens dal titolo “The Boom generation: gli ultimi decenni dell’Amarone, dalla sua escalation al successo mondiale”. JC è un amico di Itinerari divini e WineHo, la mia società, e devo dire che ancora una volta ha saputo mirabilmente esaltare come l’Amarone sia oggi un vino non solo adatto ad accompagnare piatti preziosi, ma anche un rappresentante del territorio veronese facendolo diventare un vin du terroir unico e riconosciuto nel mondo.
Al prossimo martedì!
Cristina
Itinerari DiVini è una rubrica a cura di Cristina Mascanzoni Kaiser
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4 Luglio, 2022
Vinòforum 2022 - Le interviste di Winetales Magazine
Le interviste di Winetales Magazine per dare voce ai protagonisti della diciannovesima edizione di Vinòforum andata in scena a Roma, lo scorso 10 giugno per dieci giorni di passione per il vino e per il cibo.
Un’edizione da record per presenze e pubblico che sempre di più ha dimostrato che il vino ha bisogno di leggerezza e non solo di palcoscenici patinati.
Con la nostra Press Area abbiamo dato voce agli addetti ai lavori, ma non solo anche al pubblico di appassionati, per rinnovare ancora una volta l’importanza della nostra missione ovvero: Il vino è di tutti!
In questa intervista Ambra Berardi , responsabile Eventi del Consorzio Lugana che ci ha parlato del sua meravigliosa terra
posta a cavallo tra le due province di Brescia e Verona, la denominazione Lugana si sviluppa lungo la piana di origine morenica a sud del lago di Garda, racchiusa tra i comuni lombardi di Sirmione, Pozzolengo, Desenzano, Lonato e il veneto Peschiera del Garda. Il nome sembrerebbe derivare dalla parola altomedievale lucus (bosco): questa zona infatti era in passato ricoperta dalla Selva Lucana, una folta boscaglia ricca di acquitrini. Oggi è un’area che si caratterizza per un suolo molto particolare, composto in maggioranza da argille bianche e calcari, difficili da lavorare ma capaci di regalare alle uve che qui si coltivano una sapidità e una eleganza straordinarie.
Per questo la zona fu coltivata a vigneti fin dall’epoca romana: qui da sempre si coltiva una particolare varietà locale di trebbiano, chiamata “turbiana”, che si avvale sia del benefico microclima temperato del lago, sia dei particolari terreni argillosi. Il vino che si ricava presenta perciò un corredo aromatico che rimanda ai fiori bianchi e agli agrumi maturi, con una struttura e longevità tali da farne oggi uno dei vini bianchi di maggior successo in Italia e all’estero.
Ambra ci ha raccontato i numeri in crescita del consorzio e l’importanza di continuare a presidiare il territorio capitolino prima con Vinòforum e poi con Armonie senza Tempo, un secondo appuntamento del consorzio sempre a Roma, giovedì 15 settembre prossimo, nella suggestiva e centralissima Villa Piccolomini. Protagonisti oltre cinquanta vignaioli che offriranno in degustazione con banchi di assaggio delle etichette più rappresentative della denominazione, un percorso di degustazione per immergersi in tutte le sfumature dei vini Lugana.
Nei prossimi giorni vi racconteremo tutte altre storie che abbiamo raccolto in questi dieci giorni di manifestazione!
Quindi restate connessi e non perdetevi il punto di vista di: sommelier, operatori, chef stellati o semplici Winelovers che poi sono anche il pubblico che trasforma le parole in numeri ed in vendite per produttori e ristoratori e permettono di far girare questo meraviglioso circo chiamato Vino.
In basso trovate il link dell’intervista di Ambra Berardi.
A cura della Redazione
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3 Luglio, 2022
Aperitivo pendolare del Martedì
Tum vero cerneres quanta ratio, quantaque patientiae est… nell’aperitivo del Martedì del pendolare. Una volta alla radio, vi era un programma satirico, “Piovono pietre” di Alessandro Robecchi, dove un tormentone piuttosto divertente era quello – di solito inserito a inizio trasmissione – della condanna del Martedì, giorno definito di per sé detestabile. Almeno così mi ricordo, portate pazienza, sono passati più di vent’anni.
Mi ricordo invece benissimo il celebre aforisma attribuito a Karl Marx: “La storia si ripete sempre due volte: la prima come tragedia, la seconda come farsa”.
Smart Working
E infatti, nel mio personalissimo calendario di smart working, il Lunedì è solitamente residenziale mentre per il Martedì è previsto il tormentone lavorativo, nella fattispecie del tragicomico viaggio da #ostaggiopagante di Trenord, alla volta del tornello dell’uffizio e da lì nel pomeriggio il tremendo ritàrritòrno (N.d.A. anche oggi 20 min di ritardo su 75 minuti di corsa previsti, tanto per sgradire) – altro che Itaca di Kavafis.
Lascio al lettore stabilire quale dei due tormentoni sia tragedia, quale farsa, o che la cosa non importi. Questo esercizio ci verrà utile nel seguito.
Il proprium e la grande ouverture
L’oggetto di questo articolo, il suo proprium aristotelico per metterla giù dura, è la descrizione dell’happy hour del Martedì preserale, tentato antiguidrigildo (è a pagamento, infatti, solo che il segno è sbagliato) per lo sbatti della giornata.
L’articolo, onestamente, come testo non è un granché. Però ci ho messo tutta… una grande ouverture criticista. Quindi attendete, vado ad eseguire l’ouverture (cit.).
Il sommo Kant, nell’averci illuministicamente esortato ad uscire dallo stato di minorità che dobbiamo solo a noi stessi, pone tre domande attorno alle quali sviluppare il (suo) proprio criticismo:
– Uno. Cosa posso sapere con certezza, il problema della conoscenza e della metafisica.
– Due. Cosa posso fare, il concetto del dovere.
– Tre. Cosa posso sperare, l’esistenza o meno di Dio. Spoiler Detto molto, ma molto alla buona il maestro di Koenigsberg osa sapere (sapere aude, questo è il motto dell’Illuminismo) chiedendo alla ragione di interrogare se stessa, indagandone i propri limiti e risolve così a suo modo la massima forma di socratica saggezza, il sapere di non sapere, definendo analiticamente un dualismo fenomeno/noumeno e circoscrivendo la possibilità di conoscenza al primo, riconoscendo come inconoscibile il secondo. Ehm... capisco la necessità esistenziale di avere una grande ouverture, ma con Racconti di Vino che c'azzecca? Grazie per la domanda, in effetti poco o nulla, ma mi salverò in corner con un colpo di reni da “non tutti sanno che”. Nella dieta del Filosofo, in età matura, vi era il consumo giornaliero di una intera bottiglia di vino, vino di Bordeaux. Poi ancora non ci si spiega come mai… Ti diplomerò in canti e in vino qui in via Paolo Fabbri 43; ma questa è un’altra canzone. Tre mistificazioni, pars destruens Non divaghiamo, ovviamente alle tre domande kantiane mica so rispondere – anche se ho letto che il problema dei sette ponti di Koenigsberg, la passeggiata a senso unico sul fiume Pregel, è matematicamente impossibile (grazie Eulero per la bella teoria a riguardo): quindi farò il mio dovere di zanzara minore indicando, in una pars destruens si spera non troppo abborracciata, tre mistificazioni che incatenano l’aspirante illuminato impedendogli la via d’uscita da quella famosa caverna platonica (oppure, più modernamente, da una sala cinema in cui si proiettino illusori film su rinnovati afflati di autocoscienza e riscatto sociale tipo quel Johnny Castle di Dirty Dancing). Iniziamo dagli adoratori della vittoria: quegli ingenui individui secondo i quali vincere è l’unica cosa che conta. Per domesticare i quali basta travestire una qualsiasi ca**ata da competizione e coinvolgerli: essi vorranno partecipare per vincerla, ovvero parteggiare per il favorito. Impiegato del mese… è lei o è solo una questione che affligge i tifosi della #omissis? Veniamo poi agli astuti professori di pseudovirtù teologali: quelli per intenderci che declinano il lavoro in salsa di vocazione; per fare il verso al famigerato passo della Thatcher “A crime is a crime is a crime” qui si asserisce che “un lavoro è un lavoro è un lavoro” – e va pagato. Niente metafisica (tanto kantianamente è impossibile) giuslavoristica vocazionale, per cortesia: il macellajo accetta euro in cambio di carne trita, non di visibilità social. Finiamo quindi con i simpaticissimi guru della pseudoscienza qualunque, ovvero di sfumature finalistiche di scienze altrimenti acclarate come tali. In una curiosa interpretazione asimmetrica del teorema della relatività cinese di Laszlo: “Non importa quando grande possa essere il tuo trionfo od orrenda la tua sconfitta, ad almeno un miliardo di cinesi non importerà nulla”, i nostri contemporanei sofisti, evocando oscuri sensazionalismi, si appellano a quel po’ di sincronicità residua che ci fa sentire tutti abitanti di questo piccolo pianeta – laddove invece a ben guardare ognuno sta solo sul cuor della terra trafitto da un raggio di sole, ed è (per fortuna) subito sera – per gabolàre la supercazzola e sbarcare il lunario. Non c’è maieutica, solo happy hour Tutto questo atteso, finito il Martedì lavorativo e “On their way back from the fire”, il lavoratore pendolare, conosciuti i ciclopi, la Maga Circe e finanche i proci, potrebbe cercare (e quindi finirebbe pure per trovarla: la natura del bersaglio è l’essere colpito dalla freccia) consolazione terrena in un aperitivo moderato nelle dosi e di buona qualità nelle componenti. Aperitivo pendolare Sulla via della stazione Trenord di Piazza Cadorna, prima di entrare prendi a destra per poche decine di metri, fino all’angolo con Via Paleòcapa: c’è il Patti Bakery&Bistrot. La selezione birre è ridotta in numero ma di buon gusto (parva, sed apta mihi); gli stuzzichini vengono dalla loro panetteria, dall’altra parte del bar, e vengono serviti tiepidi, il che rende il tutto molto goloso; il servizio è solo lievemente imbruttito (ed è un complimento: significa che è coerente con il “disciplinare” milanese – simpatici e solleciti, senza perdere troppo tempo e senza farsi gli affari tuoi). Con i tempi come siamo? Vediamo, in pratica ci vanno minuti a giro. Prima di un treno a bassa densità di trasportati… ok facciamo due giri. Li vale tutti. A proposito si chiedeva: tragedia, farsa o non importa? Dico solo che, a credere che una cosa valga quello che costi, qui… sei già dentro / l’happy hour / vivere vivere / costa la metà. Credits Lo stream of conciousness di “aperitivo del Martedì del pendolare” non sarebbe mai potuto emergere senza il Patti Bakery&Bistrot, Trenord, lo smart working e quelle vecchie canzoni di Guccini. Ma soprattutto grazie al vituperio del Martedì in Piovono Pietre a cura di Robecchi (sperando sempre di ricordarmi giusto, potrebbe anche essere stato Alessandro Milan che in quei tempi inveiva settimanalmente contro il Martedì: perdonatemi comunque, vi prego). Aperitivo del Martedì del pendolare avviene di norma ogni Martedì lavorativo: ma siate gentili, fate finta di non conoscermi.
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– Due. Cosa posso fare, il concetto del dovere.
– Tre. Cosa posso sperare, l’esistenza o meno di Dio. Spoiler Detto molto, ma molto alla buona il maestro di Koenigsberg osa sapere (sapere aude, questo è il motto dell’Illuminismo) chiedendo alla ragione di interrogare se stessa, indagandone i propri limiti e risolve così a suo modo la massima forma di socratica saggezza, il sapere di non sapere, definendo analiticamente un dualismo fenomeno/noumeno e circoscrivendo la possibilità di conoscenza al primo, riconoscendo come inconoscibile il secondo. Ehm... capisco la necessità esistenziale di avere una grande ouverture, ma con Racconti di Vino che c'azzecca? Grazie per la domanda, in effetti poco o nulla, ma mi salverò in corner con un colpo di reni da “non tutti sanno che”. Nella dieta del Filosofo, in età matura, vi era il consumo giornaliero di una intera bottiglia di vino, vino di Bordeaux. Poi ancora non ci si spiega come mai… Ti diplomerò in canti e in vino qui in via Paolo Fabbri 43; ma questa è un’altra canzone. Tre mistificazioni, pars destruens Non divaghiamo, ovviamente alle tre domande kantiane mica so rispondere – anche se ho letto che il problema dei sette ponti di Koenigsberg, la passeggiata a senso unico sul fiume Pregel, è matematicamente impossibile (grazie Eulero per la bella teoria a riguardo): quindi farò il mio dovere di zanzara minore indicando, in una pars destruens si spera non troppo abborracciata, tre mistificazioni che incatenano l’aspirante illuminato impedendogli la via d’uscita da quella famosa caverna platonica (oppure, più modernamente, da una sala cinema in cui si proiettino illusori film su rinnovati afflati di autocoscienza e riscatto sociale tipo quel Johnny Castle di Dirty Dancing). Iniziamo dagli adoratori della vittoria: quegli ingenui individui secondo i quali vincere è l’unica cosa che conta. Per domesticare i quali basta travestire una qualsiasi ca**ata da competizione e coinvolgerli: essi vorranno partecipare per vincerla, ovvero parteggiare per il favorito. Impiegato del mese… è lei o è solo una questione che affligge i tifosi della #omissis? Veniamo poi agli astuti professori di pseudovirtù teologali: quelli per intenderci che declinano il lavoro in salsa di vocazione; per fare il verso al famigerato passo della Thatcher “A crime is a crime is a crime” qui si asserisce che “un lavoro è un lavoro è un lavoro” – e va pagato. Niente metafisica (tanto kantianamente è impossibile) giuslavoristica vocazionale, per cortesia: il macellajo accetta euro in cambio di carne trita, non di visibilità social. Finiamo quindi con i simpaticissimi guru della pseudoscienza qualunque, ovvero di sfumature finalistiche di scienze altrimenti acclarate come tali. In una curiosa interpretazione asimmetrica del teorema della relatività cinese di Laszlo: “Non importa quando grande possa essere il tuo trionfo od orrenda la tua sconfitta, ad almeno un miliardo di cinesi non importerà nulla”, i nostri contemporanei sofisti, evocando oscuri sensazionalismi, si appellano a quel po’ di sincronicità residua che ci fa sentire tutti abitanti di questo piccolo pianeta – laddove invece a ben guardare ognuno sta solo sul cuor della terra trafitto da un raggio di sole, ed è (per fortuna) subito sera – per gabolàre la supercazzola e sbarcare il lunario. Non c’è maieutica, solo happy hour Tutto questo atteso, finito il Martedì lavorativo e “On their way back from the fire”, il lavoratore pendolare, conosciuti i ciclopi, la Maga Circe e finanche i proci, potrebbe cercare (e quindi finirebbe pure per trovarla: la natura del bersaglio è l’essere colpito dalla freccia) consolazione terrena in un aperitivo moderato nelle dosi e di buona qualità nelle componenti. Aperitivo pendolare Sulla via della stazione Trenord di Piazza Cadorna, prima di entrare prendi a destra per poche decine di metri, fino all’angolo con Via Paleòcapa: c’è il Patti Bakery&Bistrot. La selezione birre è ridotta in numero ma di buon gusto (parva, sed apta mihi); gli stuzzichini vengono dalla loro panetteria, dall’altra parte del bar, e vengono serviti tiepidi, il che rende il tutto molto goloso; il servizio è solo lievemente imbruttito (ed è un complimento: significa che è coerente con il “disciplinare” milanese – simpatici e solleciti, senza perdere troppo tempo e senza farsi gli affari tuoi). Con i tempi come siamo? Vediamo, in pratica ci vanno minuti a giro. Prima di un treno a bassa densità di trasportati… ok facciamo due giri. Li vale tutti. A proposito si chiedeva: tragedia, farsa o non importa? Dico solo che, a credere che una cosa valga quello che costi, qui… sei già dentro / l’happy hour / vivere vivere / costa la metà. Credits Lo stream of conciousness di “aperitivo del Martedì del pendolare” non sarebbe mai potuto emergere senza il Patti Bakery&Bistrot, Trenord, lo smart working e quelle vecchie canzoni di Guccini. Ma soprattutto grazie al vituperio del Martedì in Piovono Pietre a cura di Robecchi (sperando sempre di ricordarmi giusto, potrebbe anche essere stato Alessandro Milan che in quei tempi inveiva settimanalmente contro il Martedì: perdonatemi comunque, vi prego). Aperitivo del Martedì del pendolare avviene di norma ogni Martedì lavorativo: ma siate gentili, fate finta di non conoscermi.
2 Luglio, 2022
Vinòforum 2022 - Le interviste di Winetales Magazine
Vinòforum 2022 , le interviste di Winetales Magazine per dare voce ai protagonisti della diciannovesima edizione di Vinòforum andata in scena a Roma, lo scorso 10 giugno per dieci giorni di passione per il vino e per il cibo.
Un’edizione da record per presenze e pubblico che sempre di più ha dimostrato che il vino ha bisogno di leggerezza e non solo di palcoscenici patinati.
Con la nostra Press Area abbiamo dato voce agli addetti ai lavori, ma non solo anche al pubblico di appassionati, per rinnovare ancora una volta l’importanza della nostra missione ovvero: Il vino è di tutti!
In questa intervista Claudia Maremonti, bravissima sommelier calabrese con la quale abbiamo il piacere di lavorare da tempo e che stimiamo molto per la sua passione e competenza nel raccontare le storie del vino e che durante lo scorso Vinòforum ha intervistato per noi Renato Freda Operative Marketing Events&Partnership di pasta “La Molisana”.
Numeri e progetti di un marchio, quello del pastificio di Campobasso, che da cento anni è presente nel nostro mercato e che grazie ad un team di lavoro giovane e grintoso è arrivato ad occupare il quarto posto nei volumi di vendita italiani ed esporta i suoi prodotti in centoventi paesi in tutto il mondo con un tasso di crescita sempre più performante, facendo dell’innovazione e della sostenibilità due pilastri su cui fondare il proprio futuro.
Spesso una frase ci fa sorridere e la sentiamo ripetere “Il Molise non esiste” (la trovate anche nel sito di pasta La Molisana) ed invece questo marchio ci dimostra che esiste e che è in grado di essere una meravigliosa e solida realtà produttiva.
Nei prossimi giorni vi racconteremo tutte le storie che abbiamo raccolto in questi dieci giorni di manifestazione!
Quindi restate connessi e non perdetevi il punto di vista di: sommelier, operatori, chef stellati o semplici Winelovers che poi sono anche il pubblico che trasforma le parole in numeri ed in vendite per produttori e ristoratori e permettono di far girare questo meraviglioso circo chiamato Vino.
In basso trovate il link dell’intervista di Claudia Maremonti fatta a Renato Freda.
A cura della Redazione
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1 Luglio, 2022
Perché preoccuparsi?
Perché preoccuparsi?
I mesi di incertezze cosmiche continuano a succedersi senza soluzione di continuità.
In poco tempo ci siamo ritrovati a dover lasciare ogni certezza a vivere nel dubbio, nell’indeterminatezza.
La scienza ha cercato in fretta e furia soluzioni ad una pandemia scioccamente inattesa – in realtà la scienza stessa avvisava da tempo della ricorrenza di situazioni pandemiche, la pandemia era nell’aria, ma a nessuno piace interpretare il ruolo di Cassandra – ed ora ci troviamo immersi in eventi “eccezionali” sempre più frequenti e ricorrenti.
Non voglio parlare di soluzioni, lo fanno già in troppi. Spesso quando ognuno di noi, indipendentemente da formazione e professione, si sente così esperto da poter dire la sua le opinioni illustri, quelle che contano davvero, vengono soffocate dal chiacchiericcio continuo, generico, ottuso.
Di frasi fatte, di slogan ricorrenti, di “si dovrebbe”, “basterebbe” e condizionali di vario genere e tipo siamo stati e continuiamo ad essere sommersi.
Tornando al titolo dell’editoriale, condensa una massima di vita che ho sempre adorato e che nei momenti davvero difficili, di vita professionale e personale, mi sono trovata spesso a ripetere come una mantra:
Se c’è una soluzione perché ti preoccupi? Se non c’è una soluzione perché ti preoccupi?
Aforisma attribuito ad Aristotele (per avvicinare il pensiero Aristotelico ) e a Confucio
Questo condensato di saggezza parrebbe celare un atteggiamento di generale menefreghismo. In realtà, per come l’ho sempre interpretato, lo ritengo un principio di semplificazione massima che aiuta però a dare il giusto peso a ciò che accade quotidianamente a ognuno di noi.
La paura, il panico, le ansie, non servono e non sono mai servite ad affrontare né i problemi quotidiani né situazioni di reale emergenza. Le preoccupazioni offuscano la lucidità mentale, diffondono dubbi e incertezza laddove al contrario servono calma e determinazione.
Perché preoccuparsi è come se riportasse tutto ad una dimensione superiore, come vedere sé stessi e il tempo che ci è dato di trascorrere su questa terra dall’alto, da fuori. È una massima che ci riporta alla dimensione di creature e non di creatori, che ci porta a volare alla giusta altezza, senza toglierci però dalla responsabilità e dalla libertà della scelta.
La scelta è la massima espressione dell’essere umano, la scelta è la massima libertà dell’essere umano, la scelta è la massima responsabilità dell’esser umano.
Le scelte sono mosse da conoscenza e coscienza. Il libero arbitrio è ciò che ci avvicina di più al divino o al diabolico, al paradiso o all’inferno.
Le scelte personali e collettive sono le uniche a poter fare la differenza nel dare risposte ad un momento di incertezze cosmiche come quello che stiamo vivendo, in cui le parole pandemia, carestia, siccità, emergenza alimentare, emergenza energetica, rendono il domani, anzi l’oggi, così fumoso da accendere nella nostra mente tutti i campanelli d’allarme possibili e immaginabili.
Quindi, come già trattato in un editoriale precedente, che resta da fare se non CERCARE L’UOMO?
Se le risposte giuste verranno date forse non saremo in grado di salvare il mondo, consumato e martoriato, ma sicuramente saremo in grado di salvare l’uomo.
E in ogni caso stare dalla parte eticamente giusta ha sempre ripagato: fa dormire i sonni del giusto nell’immediato e a lungo, forse lunghissimo termine, regala il paradiso.
Di questo ne siamo certi. Dalle pagine di Wine Tales ci prendiamo la nostra responsabilità, in leggerezza e senza preoccuparci: racconteremo di umanità e di scelte nel mondo del vino, che è il nostro mondo.
Parleremo di ETICA, SOSTENIBILITÀ, INNOVAZIONE, di chi sceglie con coraggio di essere prima di tutto UMANO.
Abbiamo già iniziato a farlo nella rubrica The Voice of Blogger
Siamo pronti a raccogliere anche tutte le Vostre segnalazioni.
Francesca Pagnoncelli Folcieri
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29 Giugno, 2022
Domenico Clerico: connubio tra arte e vino di qualità
Domenico Clerico: connubio tra arte e vino di qualità
Domenico Clerico rappresenta un grande nome del Barolo in Italia e nel mondo, uomo di grande personalità, che ci ha lasciati nel 2017, a cavallo tra l’artigiano e l’artista che ha rivoluzionato il concetto della viticoltura nelle Langhe, animato dalla ricerca incessante della massima qualità e dal desiderio di sperimentare per raggiungere l’eccellenza che da sempre caratterizza i suoi vini, con l’obiettivo di renderli indimenticabili.
Fin dal 1976, quando Domenico Clerico prese in mano l’azienda di famiglia a Monforte d’Alba – partendo da soli tre ettari di vigneto – e decise di scommettere su un territorio ancora poco conosciuto, convinto che attraverso un lavoro meticoloso in vigna e un’attenta vinificazione si potessero ottenere risultati straordinari. Un impegno lungo e costante, contrassegnato da grande passione e competenza: così Clerico è riuscito a scrivere la storia del Barolo, affermandosi come uno dei più importanti produttori a livello mondiale.
Domenico Clerico appartiene a quella generazione che ha saputo credere nel sogno di una viticoltura innovativa fondata sulla ricerca della massima qualità, in grado di far scoprire le potenzialità inespresse di un territorio e di cambiare il modo di interpretare il più famoso vino rosso piemontese.
L’unione delle forze con altri vignaioli ispirati dagli stessi principi e il coraggio di guardare all’estero cogliendo dalla Francia l’innovazione del diradamento in vigna e l’utilizzo delle barrique in cantina, daranno vita ad un Barolo basato sulla ricerca della concentrazione del corpo e del frutto.
Nel tempo il legame di Clerico con Monforte si espande sempre più, con nuovi appezzamenti vitati che vengono acquisiti e che rendono sempre più forte e profondo il rapporto con questo luogo di produzione del Barolo, un legame esclusivo che porta ad esaltarne le caratteristiche tanto da far diventare il Barolo “Classico” il Barolo del Comune di Monforte D’Alba, eccellenza ed espressione qualitativa del territorio.
Ma la sua cantina non è solo Barolo: con l’obiettivo di mettere in luce le potenzialità del territorio di Langa, Clerico è stato un precursore nello studio del Nebbiolo, della Barbera D’Alba e del Dolcetto, il vino da cui ha iniziato a costruire il suo sogno.
Domenico, per la sua instancabile voglia di sognare e di volare con l’immaginazione del fanciullo, fin da ragazzo, era stato soprannominato dal padre “Aeroplanservaj” che in dialetto piemontese significa Aeroplano Selvatico, soprannome con cui ha chiamato uno dei suoi più celebri vini, l’unico che, a differenza di tutti gli altri vini prodotti a Monforte, proviene dal comune di Serralunga D’Alba.
Il legame intenso di Domenico con la terra, il lavoro instancabile tra i filari e le peculiarità dei suoi vigneti hanno costruito negli anni un patrimonio unico. Un’eredità raccolta dalla moglie Giuliana Viberti Clerico e portata avanti da un team di appassionati collaboratori guidato oggi da Oscar Arrivabene, enologo e direttore generale, nell’assoluto rispetto dell’impronta schietta e senza compromessi del suo fondatore.
Clerico è stato uno spirito libero e visionario che amava cimentarsi in avventure sempre nuove, un vero e proprio artista del vino. Ed è proprio per ricordare questo tratto della sua personalità che è nato il Premio.
Su queste basi è stato istituito, in collaborazione con l’Accademia Albertina di Belle Arti di Torino, il Premio Domenico Clerico con l’obiettivo di aiutare i giovani artisti ad inserirsi nel circuito dell’arte contemporanea e stimolare i nuovi talenti a raccontare il connubio tra arte e vino fatto di bellezza, radici, valori e legame con il territorio.
Il vino prende il nome di Arte Edizione Limitata Langhe Rosso DOC: ogni anno 2 artisti vengono selezionati per creare 10 diverse etichette che catturano l’essenza di uno dei vini più rappresentativi dell’azienda e che meglio raccontano la sua storia “Arte”, un iconico Langhe Rosso che ha fatto la storia del territorio.
Gli acquirenti di questo vino-opera d’arte potranno scegliere, tra una rosa di proposte composta dalle 10 opere degli artisti vincenti, l’etichetta preferita e personalizzare così la propria bottiglia doppia magnum (chiamata anche Jeroboam, 3 Litri) di Arte realizzata in soli 300 esemplari, effettuando la scelta solo su prenotazione attraverso il sito dell’azienda.
L’opera più votata di ciascun artista, che sintetizza al meglio quel connubio tra arte e vino fatto di bellezza, radici e valori, verrà permanentemente esposta in cantina.
Le vincitrici della scorsa edizione sono state Eleonora Ballario e Francisca Jitaru, autrici delle 10 diverse etichette, 5 per ognuna, che raccontano la personalità dell’Arte Langhe Rosso DOC di Domenico Clerico con un tratto originale ed espressivo.
Blend che si compone della struttura e del carattere da Nebbiolo (90%), morbidezza ed eleganza dalla Barbera (10%). Le uve sono vinificate separatamente per ottenere la massima espressione di entrambe le varietà, seguono poi un affinamento in barriques di rovere francese per 12 mesi per poi essere assemblate prima dell’imbottigliamento.
Arte simboleggia il desiderio di sperimentare e la curiosità di cercare strade nuove ed inesplorate, senza mai dimenticare la propria provenienza, un connubio tra arte e vino di qualità che rappresenta un motivo in più per innamorarsi dei vini di Clerico!
A cura di Giuseppe Petronio
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28 Giugno, 2022
Monte del Fra’: Una bella storia italiana
Monte del Fra’: Una bella storia italiana
Tra tradizione e innovazione
Ci troviamo in Veneto, e più precisamente sulla strada di Custoza nel comune di Sommacampagna, in questa terra che tanto sangue italiano ha visto versato nelle guerre di indipendenza sorge una azienda agricola d’eccellenza, che è molto più di una cantina.
La storia di Monte del Frà è fatta di diverse fasi, l’ultima risale al 1958, quando una famiglia di contadini, guidata dal capostipite Massimo Bonomo, affitta i suoi primi terreni agricoli in una delle zone più affascinanti del Nord Italia: le colline che circondano il Lago di Garda, nella provincia di Verona: una terra modellata dai ghiacciai, ricca di minerali, dal clima mediterraneo, caratterizzata da una storia più che millenaria.
L’inizio invece risale al 1492 quando i Frati (Frà in lingua veneta) dell’Ordine di Santa Maria della Scala di Verona cominciano le coltivazioni. In oltre 500 anni l’evoluzione è stata tantissima, tuttavia una costante è sempre rimasta: l’attenzione nel coltivare la terra.
Dall’arrivo della famiglia Bonomo, anno dopo anno, vendemmia dopo vendemmia, quei primi terreni sono diventati uno dei vigneti più estesi di Verona. Ben 137 ettari di proprietà e 68 in affitto presenti in tutte le principali denominazioni veronesi: Valpolicella, Custoza, Lugana, Soave, Bardolino.
Oggi a guidare Monte del Frà è ancora la famiglia Bonomo: alla seconda generazione, rappresentata dai fratelli Eligio e Claudio, si è affiancata la terza rappresentata da Marica, Silvia e Massimo. Assieme hanno intrapreso un percorso di crescita basato su pochi, ma ben chiari valori: la fedeltà al territorio; la sua valorizzazione; un’agricoltura via via sempre più sostenibile; l’individuazione dei vigneti più interessanti, divenuti dei veri e propri “cru” che hanno permesso la nascita di alcuni grandi vini che sono diventati, a giudizio della più importante critica internazionale, un vero punto di riferimento per il vino italiano di qualità.
Come indicavo all’inizio andare a Monte del Fra’ è molto di più che recarsi in una cantina.
Anzittutto, ovviamente, i protagonisti sono i vini. Raccolti in 3 Collezioni (Collezione Monte del Fra’, Collezione Undici Terre, Collezione Casa Capitei) e 4 Cru, ovvero la summa di quanto Monte del Fra’ sa esprimere: 2 Custoza, una Colombara ed un Amarone.
Tra tutti il mio consiglio è il Bonomo Sexaginta, la firma dei vignaioli e proprietari.
Oltre al vino, la proposta di Monte del Fra’ è molto ricca anche per quanto riguarda l’enoturismo.
Sono ben 9 le esperienze proposte al cliente e in particolare evidenzio la passeggiata a cavallo od in e-bike da abbinarsi magari al pic-nic in Vigna tra quelle più interessanti e coinvolgenti.
Non manca poi la degustazione gourmet per assaporare anche dei piatti unici che sono un ottimo accompagnamento per i vini da degustare.
Infine, vi racconto di una vera e propria chicca: Wine & Yoga. Un’esperienza unica, realizzata al tramonto in cui il vino col suo fare rilassante permette di concentrarsi ancora meglio sullo yoga, il tutto in un territorio unico e avvolgente.
Davvero un experience not to be missed.
Tutte le diverse possibilità sono dettagliate al link dell’azienda agricola: https://www.montedelfra.it/enoturismo/ con la possibilità (in alcuni casi assolutamente necessaria) di prenotare.
Vi aspetto!!!
Al prossimo martedì!
Cristina
Itinerari DiVini è una rubrica a cura di Cristina Mascanzoni Kaiser
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26 Giugno, 2022
Selvanova i custodi del bosco
La solidarietà che riappacifica, Selvanova i custodi del bosco.
Percorrendo il fil rouge della solidarietà avviato con Velenosi Vini in centro Italia e proseguito con Terrevive Bergianti nel nord, ci rechiamo oggi virtualmente in Campania, regione che ho raccontato su social per un anno intero e che mi ha ospitato a più riprese nel corso della calda e strana estate 2021. Quasi a chiudere un cerchio vi parlo non a caso della primissima azienda che visitai quando, dopo mesi di lockdown, zone rosse e gialle, a fine Maggio 2021, finalmente riaprirono i confini regionali ed io presi la mia macchinina (che neanche ricordavo più come si guidava) per scendere diretto fino a Caserta. Meta l’azienda Fattoria Selvanova, oasi di pace situata a Castel Campagnano, tra il Matese ad Est e il Taburno ad Ovest, su dolci colli che diradano fino al fiume Volturno, dove vengono coltivati dieci ettari di vigneto vitati con gli autoctoni pallagrello bianco, fiano, pallagrello nero e aglianico. Da queste uve nascono quattro vini, tutti certificati biologico: i due rifermentati in bottiglia “Londro” frizzante e “Londro” rosato frizzante (che mi diverto sempre ad infilare ‘alla cieca’ ad una qualche degustazione) ed i due fermi “La Corda di Luino” bianco e “La Corda di Luino” rosso. Una delle prime domande che porgo ad Antonio Di Cresce, enologo dell’azienda, è rivolta proprio alla genesi di queste etichette rappresentanti insediamenti urbani postmoderni e coloratissimi sulle sponde del fiume Vulturno. La storia che ne segue mi colpisce molto. Scopro che a disegnarle è stata Alessandra Iliano, giovane pittrice formatasi nel laboratorio artistico del Centro Diurno Dipartimentale di Riabilitazione Aquilone (del Dipartimento di Salute Mentale dell’Asl Napoli 1 Centro, gestito dal gruppo Gesco attraverso la cooperativa Era). E’ lì che apprendo dell’impegno nel sociale di Fattoria Selvanova e della collaborazione con Gesco, il più grande gruppo di imprese sociali della Campania, nato a Napoli nel 1991, che si occupa di numerosissimi settori, dalla formazione all’editoria ma è conosciuto soprattutto per il suo impegno nella gestione di servizi socio-assistenziali e socio-sanitari rivolti ai più svantaggiati. Gesco intende operare seguendo i principi dell’agricoltura sociale attraverso l’uso terapeutico delle attività presenti in azienda, dal lavoro della terra alla cura degli animali e degli spazi della fattoria a favore di persone che vivono in condizioni di svantaggio e difficoltà. Fattoria Selvanova, che annovera anche alcune stanze per il pernotto e sale da grandi eventi, è una specie di santuario in mezzo al verde, tra le foglie delle viti che si inerpicano sui pendii e gli alberi che circondano numerosi il corpo centrale dell’agriturismo. Non è difficile immaginare l’effetto benefico per l’animo umano del contatto con una natura così solitaria e al contempo dolce. Il rilassante verde dell’erba e delle foglie fa da padrone, il silenzio è il vero maestro d’orchestra, rotto solo dal cinguettio degli uccellini e dai rumori di un qualche trattore distante.
Ho personalmente trascorso a Fattoria Selvanova molte giornate serene. Dopo il primo incontro sono tornato qui una prima volta portando i due colleghi in foto ed una seconda con una quindicina di winelovers per una bellissima cena ad inizio autunno ed ho avuto occasione di vivere e respirare questo ambiente per giorni interi e lunghe e placide nottate ed ammetto che l’effetto rilassante di questa località è innegabile ed anzi efficacemente medicamentoso per i turbamenti dell’anima. Nell’ottica dell’evidenziare realtà etiche e meritevoli ho sentito l’esigenza di scrivere riguardo a questa azienda dove il connubio tra persone, lavoro, prodotti, ambiente ed iniziative solidali riescono a ricreare una specie di ecosistema virtuoso. Con la collaborazione di Gesco, Fattoria Selvanova si contraddistingue come un ambiente salubre dove persone svantaggiate o in difficoltà possono trovare più di un’occasione di confronto con se stessi, con la natura e con il dedicarsi ad occupazioni sane e terapeutiche. Vi consiglio di scoprire questa realtà a partire dai loro vini ed in caso aveste voglia di rilassarvi qualche giorno ospiti della natura più incontaminata del selvaggio nordest casertano…qui troverete una certa pace.
A cura di Stefano Franzoni
“The Voice of Blogger” è una rubrica di Winetales Magazine coordinata da Stefano Franzoni
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23 Giugno, 2022
Spumantitalia 2022 - le bolle che fanno la differenza
Spumantitalia 2022 – le bolle che fanno la differenza
Masterclass, talk- show e assaggi importanti
Carissimi,
La scorsa settimana dal 10 al 13 giugno si è tenuto l’evento SpumantItalia.
Ospitato nella fantastica Garda, sul lago omonimo, SpumantItalia è l’unico evento nazionale che parla di bollicine alle aziende e al mercato in modo effervescente e innovativo.
L’evento è giunto alla sua IV° edizione ed è stato organizzato dal Magazine Bubble’s Italia.
La manifestazione ha l’obiettivo di riunire il variegato mondo della spumantistica nazionale cercando di fare sistema e dare allo stesso una sua riconoscibilità e identità.
Un momento di aggregazione importante che prevede incontri culturali, degustazioni, momenti ricreativi, banchi di assaggio e aree riservate per b2b con le aziende.
Ho avuto modo di partecipare ad una masterclass gestita da Sissy Baratella nella giornata di sabato 11 giugno, dove abbiamo potuto assaggiare bollicine di valore da tutta Italia (Sicilia, Basilicata, Friuli, etc…), un modo di conoscere sempre più il valore delle bollicine Italiane.
In questa edizione le aziende presenti hanno superato le 40 con un insieme di incontri e masterclass anche contemporanee per dare modo a tutti di partecipare a cosa più li interessasse.
Eventi come questo, dedicati ad un solo tipo di vino, riescono, a mio parere, più di altri a promuovere e fare sistema per le nostre bollicine, che davvero non hanno di che invidiare allo Champagne od altri vini spumantizzati.
Cheers e… al prossimo martedì!
Cristina
Itinerari DiVini è una rubrica a cura di Cristina Mascanzoni Kaiser
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