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6 Marzo, 2022
Cichéti in Alta Brianza
Cichéti e piccola cucina: dove si descrive la proposta per una cena d’arguta, diversamente ignorante soddisfazione a cura di una trattoria alquanto nascosta nell’Alta Brianza (comasca) attraverso un pajo d’occhiali rossi presi a prestito da quell’antico precettore di Alessandro il Macedone… come si chiamava? Ecco, sì, Aristotele.
POLENTINA E GRàS PISTàA
Le quattro cause, ipse dixit
Prendiamola così, alla lontana: all’inizio della sua Nuova Storia della Filosofia Occidentale, Sir Anthony Kenny invoca nientemeno che l’uber-filosofo dell’antichità Aristotele a sua volta in veste di storico della filosofia, attraverso la di lui teoria delle quattro cause. Lo stagirita, infatti, riteneva l’indagine scientifica avesse a che fare soprattutto con le cause per le quali le cose accadono, e che queste cause fossero poi di (soli) quattro tipi: la causa materiale, la causa efficiente, la causa formale e la causa finale. Ipse dixit, l’ha detto lui.
Che Aristotele intendesse catalogare i filosofi venuti prima di lui a suoi utili gregari intestandoli a una delle prime tre cause e di vincere la volata per la corsa riservandosi il diritto di definirsi campione della quarta e per lui definitiva causa finale è cosa che assai poco interessa, in fondo la storia della filosofia non sarà poi avara di sistematizzatori che si porranno a termine ultimo e all’apparenza insuperabile dello sviluppo del pensiero… vabbé: torniamo alle cause.
SALSICCIA COTTA NEL BARBERA
Quattro cause al ristorante
Il Kenny, non riesco a ben realizzare quanto serio o ironico nel caso – ma immagino si sia divertito un bel po’ a scriverne – il Kenny, dicevo, per fortuna ci spiega cosa s’intenda per tipo di causa con un esempio finalmente in tema. Lo riporto così come l’ho trovato: la sua chiarezza e cogenza restano insuperabili, metto solo qualche mia parola tra parentesi.
Per chiarire, sia pure un po’ rozzamente (che diamine, siamo pur sempre in un testo di filosofia), che cosa Aristotele avesse in mente in proposito (delle cause), pensiamo a quanto segue: quando Alfredo cucina un risotto, le cause materiali del risotto sono gli ingredianti che occorrono nella preparazione, la causa efficiente è il cuoco stesso (Alfredo), la ricetta è la causa formale, e la soddisfazione del cliente del suo ristorante è la causa finale.
Analisi “scientifica” della cenetta
His fretus, ora si tratta solo di applicare questo modello di riferimento al prossimo pranzetto, o alla prossima cenetta: che l’indagine possa dirsi scientifica è piuttosto in quel senso già così ben intuito e poeticamente descritto da Francesco Guccini nella sua divertentissima I Fichi:
La canzone, vi sarete resi conto che è di grande serietà e di grande impegno. È una canzone scientifico-morale e in questa strofa io vado a spiegare le prove scientifiche della beneficità del fico per gli esseri umani.
Eccoci quindi alla Trattoria San Biagio (Sàn Biàs), di Parzano, frazione di Orsenigo, provincia di Como (Brianza comasca). Per arrivarci prendi la ex stada provinciale che da Arosio porta a Canzo e confida nel tuo navigatore GPS: un paio di cartelli che la menzionano vi sono, ma solo quasi in vista del traguardo. La sala del bar, la due salette interne, la veranda quando fa bello: i tavoli non sono poi molti. Il mio preferito è all’ingresso sulla sinistra, quando non ne faccio uso, ve lo concedo davvero volentieri. L’arredo è da fine anni 70, dove Reagan e la Thatcher qui non sono mai visti, e forse non sono mai nemmeno esistiti e di certo la decadente stagione dei bimbiminkia non è mai cominciata. Il piano della trattoria Conducono le danze lo chef Danilo ai fornelli e Anita, la padrona di casa. Per chi, e con una certa ragione, abbia a temere un certo registro virato sull’algido dell’ospitalità altobrianzola… si rassicuri: qui vige un benevolo medèn àgan, giusto mezzo – fin dall’impronta solerti e affettuosi, sempre astenuti dal piacioneggiare. L’attenzione della trattoria è da lungi orientata al farsi conoscere attraverso le proprie opere: in tempi non sospetti, l’iniziativa del Giovedì Pop (poi della Serata Pop) permetteva – si confida prima o poi vederla riproposta – di fare felici incursioni verso cucine vuoi di tradizione locale, vuoi da culture forestiere nel formato essenziale piatto più bicchiere di serata, con la carta sempre disponibile. Prerequisito soddisfatto la fantasia e l’applicazione dello chef, in grado di spaziare tra i generi sempre conservando nel piatto l’impronta della sua educatissima mano: non ne sbaglia una. LAVAGNA DEI CICHéTI E DEI PIATTI DI SERATA Lo spirito del tempo è però il tentativo di ritorno a una nuova normalità postpandemica, dove i timori nell’uscir di casa sono ancora parecchi: la soluzione proposta è quella del piattino che invoglia: benvenuti quindi i cichéti (gli stuzzichini celebri nelle osterie popolari di Venezia, i bàcari) benvenuta la piccola cucina (carta ridotta a pochi piatti), spazio al bicchier di vino, alle chiacchiere consolatorie da scampato pericolo. I cichéti di serata e Franciacorta Alla lavagna la disponibilità della serata, sul foglio di carta la lista vini. Da consumato rulebreaker (fa più figo di rompiscatole), quasi abusando della pazienza della casa, ho chiesto cortesemente l’applicazione del diritto di tappo: con benevolenza, appunto, tale consuetudine non mi è stata negata. Pregustando i cichéti mi sono portato dietro un mio caro Franciacorta; si andava verso preparazioni gioiose, comunque ben studiate: ho scelto quindi un vino biologico, senza solfiti aggiunti, garrulo, impegnativo quanto basta. Etichetta Simbiotico, cantina Villa Crespia. È andata benissimo. FRANCIACORTA SIMBIOTICO BIO, VILLA CRESPIA Dei chichèti, è la volta delle sarde in saòr, della polentina con gràs pistàa, delle salsiccette cotte nel barbera, della testina di vitella: ricca la jam session, pregna di sapori decisi e ben educati, ai quali il Simbiotico suggerisce un’armonizzazione seconda, da sperimentare direttamente sul palato. TESTINA DI VITELLA Dolcetto e vino passito Per dolce, poi, due biscotti di pan meino (cifra del minimalismo pasticcero lombardo, da provare e da provare a fare in casa) con un bicchiere di passito: in trattoria hanno ancora una bottiglia di Càlido, il passito da moscato rosso della brianzolissima (lecchese) Azienda Agricola La Costa. PASSITO CàLIDO, La COSTA Ah, però: dal produttore è dato per esaurito (dichiarava comunque 900 bottiglie da 0.375 lt, meno di 350 litri in tutto) – godiamocelo adesso, in attesa del prossimo nuovo imbottigliamento. L’accostamento (e tè dài) è di quelli giusti. BISCOTTI DI PAN MEINO In sintesi: abbiamo delle materie prime di qualità, lo chef dalla mano fatata, alcune delle meglio proustiane ricette della tradizione e infine dalla cenetta se ne esce rallegrati, contenti e soddisfatti. A voler di più, si rischia d’irritare il dio. Alla prossima fotocenetta, sempre a cura del vostro cialtrosaccente consapevole @magnosolo. p.s.: in un post di @magnosolo ricordarsi di Alessandro Magno fa quasi cliché. p.p.s.: quando il nerd un cicinìn s’indigna. Come far contento il SEO? basta ripetersi pedissequamente: Cichéti in Alta Brianza / Cichéti in Alta Brianza / Cichéti in Alta Brianza. Se allunghi il testo devi ripeterti once more: Cichéti in Alta Brianza. La decadenza continua.
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Eccoci quindi alla Trattoria San Biagio (Sàn Biàs), di Parzano, frazione di Orsenigo, provincia di Como (Brianza comasca). Per arrivarci prendi la ex stada provinciale che da Arosio porta a Canzo e confida nel tuo navigatore GPS: un paio di cartelli che la menzionano vi sono, ma solo quasi in vista del traguardo. La sala del bar, la due salette interne, la veranda quando fa bello: i tavoli non sono poi molti. Il mio preferito è all’ingresso sulla sinistra, quando non ne faccio uso, ve lo concedo davvero volentieri. L’arredo è da fine anni 70, dove Reagan e la Thatcher qui non sono mai visti, e forse non sono mai nemmeno esistiti e di certo la decadente stagione dei bimbiminkia non è mai cominciata. Il piano della trattoria Conducono le danze lo chef Danilo ai fornelli e Anita, la padrona di casa. Per chi, e con una certa ragione, abbia a temere un certo registro virato sull’algido dell’ospitalità altobrianzola… si rassicuri: qui vige un benevolo medèn àgan, giusto mezzo – fin dall’impronta solerti e affettuosi, sempre astenuti dal piacioneggiare. L’attenzione della trattoria è da lungi orientata al farsi conoscere attraverso le proprie opere: in tempi non sospetti, l’iniziativa del Giovedì Pop (poi della Serata Pop) permetteva – si confida prima o poi vederla riproposta – di fare felici incursioni verso cucine vuoi di tradizione locale, vuoi da culture forestiere nel formato essenziale piatto più bicchiere di serata, con la carta sempre disponibile. Prerequisito soddisfatto la fantasia e l’applicazione dello chef, in grado di spaziare tra i generi sempre conservando nel piatto l’impronta della sua educatissima mano: non ne sbaglia una. LAVAGNA DEI CICHéTI E DEI PIATTI DI SERATA Lo spirito del tempo è però il tentativo di ritorno a una nuova normalità postpandemica, dove i timori nell’uscir di casa sono ancora parecchi: la soluzione proposta è quella del piattino che invoglia: benvenuti quindi i cichéti (gli stuzzichini celebri nelle osterie popolari di Venezia, i bàcari) benvenuta la piccola cucina (carta ridotta a pochi piatti), spazio al bicchier di vino, alle chiacchiere consolatorie da scampato pericolo. I cichéti di serata e Franciacorta Alla lavagna la disponibilità della serata, sul foglio di carta la lista vini. Da consumato rulebreaker (fa più figo di rompiscatole), quasi abusando della pazienza della casa, ho chiesto cortesemente l’applicazione del diritto di tappo: con benevolenza, appunto, tale consuetudine non mi è stata negata. Pregustando i cichéti mi sono portato dietro un mio caro Franciacorta; si andava verso preparazioni gioiose, comunque ben studiate: ho scelto quindi un vino biologico, senza solfiti aggiunti, garrulo, impegnativo quanto basta. Etichetta Simbiotico, cantina Villa Crespia. È andata benissimo. FRANCIACORTA SIMBIOTICO BIO, VILLA CRESPIA Dei chichèti, è la volta delle sarde in saòr, della polentina con gràs pistàa, delle salsiccette cotte nel barbera, della testina di vitella: ricca la jam session, pregna di sapori decisi e ben educati, ai quali il Simbiotico suggerisce un’armonizzazione seconda, da sperimentare direttamente sul palato. TESTINA DI VITELLA Dolcetto e vino passito Per dolce, poi, due biscotti di pan meino (cifra del minimalismo pasticcero lombardo, da provare e da provare a fare in casa) con un bicchiere di passito: in trattoria hanno ancora una bottiglia di Càlido, il passito da moscato rosso della brianzolissima (lecchese) Azienda Agricola La Costa. PASSITO CàLIDO, La COSTA Ah, però: dal produttore è dato per esaurito (dichiarava comunque 900 bottiglie da 0.375 lt, meno di 350 litri in tutto) – godiamocelo adesso, in attesa del prossimo nuovo imbottigliamento. L’accostamento (e tè dài) è di quelli giusti. BISCOTTI DI PAN MEINO In sintesi: abbiamo delle materie prime di qualità, lo chef dalla mano fatata, alcune delle meglio proustiane ricette della tradizione e infine dalla cenetta se ne esce rallegrati, contenti e soddisfatti. A voler di più, si rischia d’irritare il dio. Alla prossima fotocenetta, sempre a cura del vostro cialtrosaccente consapevole @magnosolo. p.s.: in un post di @magnosolo ricordarsi di Alessandro Magno fa quasi cliché. p.p.s.: quando il nerd un cicinìn s’indigna. Come far contento il SEO? basta ripetersi pedissequamente: Cichéti in Alta Brianza / Cichéti in Alta Brianza / Cichéti in Alta Brianza. Se allunghi il testo devi ripeterti once more: Cichéti in Alta Brianza. La decadenza continua.
5 Marzo, 2022
La festa della potatura a Montecatini Terme
La festa della potatura a Montecatini Terme ospiterà vini naturali e una selezione di produttori che hanno scelto di “uscire dal coro”, saranno i protagonisti della due giorni di degustazioni in calendario domenica 6 e lunedì 7 marzo a Montecatini Terme. L’evento sarà ospitato nella prestigiosa location dell’Hotel Tuscani Inn e vedrà la partecipazione di oltre 20 produttori provenienti da diverse località d’Italia. Non solo vino, alla manifestazione saranno presenti, infatti, anche operatori nel campo del cibo di qualità. Un’iniziativa che nasce come estensione degli incontri tra piccoli vignaioli che negli anni si sono intensificati con l’obiettivo di confrontare le loro opinioni nel campo della viticoltura e dell’enologia. Scambi di idee che hanno fatto emergere la personalità il pensiero, la filosofia e il modo di essere di personaggi con un cuore e un’anima che vanno ben oltre la produzione di una bottiglia di vino. E giorno dopo giorno i promotori di questi incontri hanno visto nascere attorno a sé un gruppo estemporaneo di persone, i “Gottari”, che hanno, a loro volta, sposato questo modo di intendere la viticoltura. Da qui la “Festa della Potatura”, un evento mirato a far conoscere e degustare i vini dei produttori: l’occasione per confrontarsi con un pubblico di appassionati e di operatori del settore enogastronomico.
GLI ORGANIZZATORI
Azienda Agricola Pulcini Manuel, produttore della provincia di Lucca, ideatore dell’evento, particolarmente attento all’etica sulle vinificazioni naturali e al recupero di vigneti abbandonati. Matteo Circella, premiato come miglior sommelier d’Italia 2021 dalla Guida Michelin. Andrea Sala, titolare di That’s Wine, affermata azienda di distribuzione di vini naturali e di terra, presente con una selezione di vini esteri. Hotel Tuscany Inn di Montecatini che ha partecipato all’organizzazione e fornito i servizi di logistica.
IL PROGRAMMA
Le degustazioni si terranno domenica 6 e lunedì 7 marzo, dalle 10.00 alle 18.00. Nella giornata di domenica, aperta anche al pubblico, è previsto alle 16.30 lo spettacolo di musica elettronica con il Dj romano Riccardo Deep Friso, artista musicale nel panorama underground della musica elettronica. Alle 19.30 i produttori e i loro accompagnatori potranno partecipare alla tavola rotonda condotta dal sommelier Matteo Circella presso il ristorante della struttura. Un’interessante occasione di confronto e condivisione di idee e proposte. La giornata di lunedì sarà riservata prevalentemente agli operatori del settore enogastronomico.
LA CENA
Domenica sera, alle 20.00, a conclusione di un’intensa giornata di degustazioni e incontri, i produttori si ritroveranno di nuovo per apprezzare il menù Tosco-Lombardo proposto dallo chef Marco Mori della Vineria Morris di Erba, in provincia di Como. Un locale dove la buona tavola si coniuga con lo spirito dell’Oste, capace con la sua brigata di proporre e rivisitare i piatti della tradizione. Imperdibile punto di riferimento per chi ama la genuinità del buon cibo e di vini che raccontano il lavoro e la dedizione di produttori, in un ambiente autentico come il padrone di casa.
I PARTECIPANTI
WINE Rocco di Carpeneto (Carpeneto AL) Arnaldo Rossi (Cortona AR) Il Farneto (Castellarano RE) Cantina Gigli (Borgo a Mozzano LU) Le colline del sole (Cinigiano GR) Simone Pulcini (Frascati RM) Calogero Caruana (Montallegro AG) Eraldo Dentici (Casale PG) Manuel Pulcini (Lucca LU) Fattoria di Camiliano (Capannori LU) Tenuta Lenzini (Gragnano LU) Podere Concori (Gallicano LU) Podere di Rosa (Lucca LU) Tenuta l’armonia (Bernuffi VI) I Forestieri (Roccatederighi GR) Giorgia Grande (Sesta Godano SP) L’insolente (Micheletti VR) Terra della luna (Ortonovo SP) Stanzaterrena (Passopisciaro CT) Fattoria Kappa (Castellina Marittima PI) Casa dal diavolo (Castiglione Chiavarese GE)
FOOD Azienda Agricola Luca Varini (San Quirico LU) OLIVICOLA La Dispensa (Lamporecchio PT) CASEARIA
DISTRIBUZIONI PARTECIPANTI That’s Wine di Andrea Sala (Selezione di Vini Esteri) Gitana Wines (Proposta di Vini Esteri e produttori in presenza)
QUANDO E DOVE
Domenica 6 e Lunedì 7 marzo – Montecatini Terme Hotel Tuscany Inn – Via Cividale 86/E
Vi aspettiamo!
A Cura di Clara Maria Iachini
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2 Marzo, 2022
Un Feudo ricco di storia e magia
Carissimi lettori di itinerari divini oggi desidero portarvi in Sicilia in un Feudo ricco di storia ed in particolare in Val di Noto nei Feudi del Pisciotto.
La primavera è alle porte e con essa è giusto cominciare a pensare alle prossime vacanze, siano esse lunghe oppure fatte di una “scappata” di qualche giorno da trascorrere in concomitanza delle festività Pasquali o di Aprile/Maggio.
Al proposito oggi desidero portarvi in Sicilia ed in particolare in Val di Noto nei Feudi del Pisciotto.
I Feudi del Pisciotto sono una fantastica congiunzione di passato e modernità, ricca di coccole che rappresentano il vero lusso.
Questo wine relais sorge nel Val di Noto, una posizione unica per scoprire e godere delle bellezze della Sicilia sud-orientale. Mare, città d’arte, siti archeologici, tutto raggiungibile in macchina attraverso un paesaggio che racconta lo spirito più autentico della Sicilia.
Ricavato dal restauro di un antico baglio del 1700, Feudi del Pisciotto si sviluppa all’interno di una tenuta di circa 150 ettari complessivi, dove il passato e le tradizioni sposano il presente e il comfort, in un’armoniosa convivenza che rende speciale ogni spazio del wine resort in un Feudo ricco di storia.
La struttura dispone di camere e suite ricavate nella parte abitabile dell’antico palmento, al quale oggi è stata collegata anche una moderna cantina capace di produrre vini che esaltano il terroir, perseguendo gli insegnamenti di Giacomo Tachis, enologo italiano di chiara fama.
La struttura dispone anche di piscina con pool bar, ristorante, area benessere e una terrazza panoramica sul grande vigneto di oltre 44 ettari.
Siamo nel cuore della DOCG Cerasuolo di Vittoria, dove si realizzano vini pluripremiati in tutto il mondo, come il Nero d’Avola Versace indicato da Wine Spectator fra i migliori 100 vini al mondo. Tra i vini dei Feudi, desidero in particolare portare la vostra attenzione sull’Eterno, pinot nero in purezza e Grand Vin della cantina, il simbolo della qualità dei progetti enologici di Feudi del Pisciotto e del suo impegno per il sociale.
La cantina di Feudi del Pisciotto, infatti, coniuga il rispetto per la tradizione e la natura con le più moderne tecnologie producendo circa 400.000 bottiglie suddivise in 16 etichette. A Feudi del Pisciotto il matrimonio tra antico e moderno si celebra anche riprendendo l’antico processo di vinificazione che prevedeva la sola forza di gravità come strumento per la movimentazione del mosto. Infatti, le uve raccolte a mano in vigna, dopo ulteriore cernita e diraspatura, vengono fatte scivolare per forza di gravità nei tini in Cantina, risparmiando energia e limitando le emissioni di anidride carbonica ma soprattutto evitando il deterioramento della qualità della materia prima che invece si verificherebbe utilizzando le pompe enologiche per il movimento dell’uva.
Le esperienze realizzabili ai Feudi del Pisciotto sono dunque molteplici e mi permetto di suggerirvi di andare sul sito di Feudi del Pisciotto e scegliere cosa più si addice al vostro desiderio.
Vi aspetto in Val di Noto!
A cura di Cristina Mascanzoni Kaiser
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28 Febbraio, 2022
Mettete del vino nei vostri cannoni
Un mese è passato dal primo editoriale dell’anno, e tutto è cambiato, sconvolto, stravolto.
Mettete del vino nei vostri cannoni è il nostro invito ottimistico perché, si sa, il vino aiuta.
In pochi giorni siamo stati risucchiati in un buco nero che ci riporta al passato più angosciante della recente storia europea. Il silenzio è d’obbligo per non banalizzare a parole una situazione che lacera l’anima.
Non possiamo voltarci da nessuna parte questa volta: il conflitto è qui, è nostro, è dentro il nostro mondo, la nostra cultura, il nostro credo. Riporta in auge decenni di storia recente terribili che si pensava non tornassero mai più.
Ma l’uomo è fallace, l’uomo dimentica, “l’evoluzione inciampa” come dice Gabbani.
Sono i valori e i sentimenti sbagliati coltivati per decenni che ci riportano qui, indietro, improvvisamente e ineluttabilmente. Sono l’individualismo, la filosofia del mors tua vita mea, il coltivare il proprio orto, i principi che hanno dominato anche nella nostra sfera, ad aver segnato il loro tempo e a dimostrarsi esauriti, consumati, morti.
Nell’universo vino in molti abbiamo sofferto di questa incapacità di agire insieme per un bene comune.
La chiusura mentale, il vedere avversari e concorrenti ovunque, si è rivelata assolutamente inefficace in questi due anni di pandemia durante i quali solo chi ha osato, creato, reinventato, mettendosi in dubbio, mettendosi in rete con altri, aprendosi a nuove idee e al confronto, si è salvato anche la salute mentale.
Questo progetto editoriale è nato davvero dalla necessità di far arrivare il vino a tutti ed ha unito persone intorno alla passione del vino. Tutto è partito con lunghe e chiacchierate su Clubhouse, e la reciproca conoscenza si è costruita nei mesi parlando, discutendo di temi di comune interesse, confrontando posizioni in modo intenso, vivace, costruttivo e rispettoso degli altri. Siamo nati sapendo poco gli uni degli altri, senza mai incontrarci fisicamente, uniti dallo stesso amore per il vino e per la verità nel mondo del vino. E nonostante Clubhouse sia lentamente svuotato le relazioni costruite su quella piattaforma sono ancora vive e attive e si sono trasformate, in diversi modi, in reali collaborazioni prima umane che lavorative.
E’ nata una nuova rubrica a totale appannaggio dei wineblogger
Così cosa è successo nel mese scorso? Con un articolo uscito a firma di Stefano Franzoni, noto wineblogger – anche sommelier AIS per inciso- che coraggiosamente si è prestato alla realizzazione di questo ponte tra due mondi, abbiamo deciso di aprire il mondo della scrittura e del nostro magazine anche a loro, a questa categoria di comunicatori. Avremo quindi uno spazio dedicato alle loro riflessioni e scoperte, al loro modo di approcciare e comunicare il nostro mondo enoico.
I blogger, in generale, sono stati aspramente criticati e guardati dall’alto in basso dal consolidato mondo del giornalismo tradizionale, dei classici strumenti di comunicazione su carta. Li si è accusati di superficialità, di inettitudine, di non reale conoscenza dei temi di cui si fanno portavoce.
Al contrario, i blogger sono portatori di aria fresca, di nuovi approcci e punti di vista, e sono capaci di fare arrivare un messaggio, un contenuto, ovunque nel mondo in pochissimo tempo. Come in ogni settore, mondo, ambiente, c’è chi ci marcia, che chi ci lavora così seriamente da riuscire ad influenzare intere categorie di appassionati – orrendo il termine consumatori – o forse semplicemente ad informarle, quindi renderle più coscienti e conoscenti relativamente all’universo vino. Hanno fatto cultura quindi. Lo hanno fatto forse in modo più immediato, sicuramente in modo poco condizionato da dinamiche di servilismo tipiche invece del consolidato sistema comunicativo tradizionale.
Da ora in poi pertanto su Wine Tales magazine troverete la rubrica “the Voice of blogger”, uno spazio dedicato alla messa per iscritto delle mille ispirazioni, visite, conoscenze, approfondimenti che i bloggers, per passione o per professione, riescono a raccogliere. Essere blogger per davvero richiede tempo, preparazione, conoscenza, capacità di comunicazione, dote di sintesi, anche qualche dimestichezza con l’improvvisazione, la recitazione. Spesso i post sono collage di video, dietro ai quali sta una mini regia, una strategia di comunicazione, una cifra stilistica. Ecco una cifra stilistica.
Sbagliato sottovalutare il potere di tutto ciò. E noi non cadiamo in questo errore. Anche perchè l’altro nostro credo è la collaborazione, il lavoro di gruppo, il rispetto di ogni individualità, delle ricchezze che chi è sulla nostra lunghezza d’onda può portare.
Nessun giudizio aprioristico. Nessuna malata idea che l’altro rovina, danneggia, impoverisce il nostro giardino.
Non sono parole scontate, e se trasformate il tema centrale di questo editoriale spostando il soggetto del discorso dal vino alle persone, riuscite ad intuire come vorremmo che fosse il mondo di oggi, dopo due anni di pandemia.
Mettete del vino – buono – nei vostri cannoni.
Francesca Pagnoncelli Folceri
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26 Febbraio, 2022
Il piolismo ci salverà
Qui si parla di osteria e di trattoria di prossimità, s’introduce un tema “il piolismo ci salverà” come pretesto per la narrazione di un bel pranzetto; si citano poi alcuni noti piatti tipici piemontesi e finalmente anche un vino piemontese, il Ruchè, forse un po’ meno noto: portate pazienza, con un po’ di pazienza ci arriviamo.
Iniziamo dal Piolismo. Certo, per i tifosi dell’A.C.Milan il Piolismo è la (recente) fede cieca, illimitata et adorante nel verbo calcistico così come professato in perfetto understatement dall’allenatore Stefano Pioli, come prima di lui sono stati il Sarrismo o il Cholismo, insomma; ma qui si viene per almanaccare sul mangiare, non per fingersi commissari tecnici nel guardare giocare al pallone: il livello di coinvolgimento richiesto è maggiore, in fondo Feuerbach viene ricordato per quell’aforisma-tormentone “l’uomo è ciò che mangia”, mica – e mi si conceda licenza per l’evidente falso storico – per esser stato supertifoso di una qualche squadra di calcio.
Nei dizionari del dialetto piemontese di fine ottocento – sul sito internet archive.org se ne trovano, eccome, il termine “piola” significa “accetta” – una piccola ascia – o “persona poco intelligente”; per ricollegare questa parola ad un’osteria bisogna quindi ricorrere ad un prestito-calco dal francese piaule, piôle, la taverna, a sua volta dal francese antico pier “bere” (occhio che se però metto “piolle” nel traduttore di Google questo mi risponde “piccone”… e si ritorna in zona accetta).
La stagione della piola
Ricreazione finita, torniamo alle cose: la piola è l’osteria/trattoria piemontese: arredi a patchwork, menù alla lavagna, vini alla mescita, piatti dalla fortunatissima tradizione locale diligentemente attualizzati vuoi per fattura, vuoi per presentazione, prezzi sostenibili anche alla terza settimana del mese (ovvero quando con il salario si studia su come ad arrivare alla quarta).
Sembrerebbe un programma più indicato per tipi alla Heinz l’Autoriductoren, sembrerebbe: invece si presta a interpretazioni di tale meditata autenticità ed eleganza concettuale da far eleggere il paradigma del piolismo, dell’osteria di prossimità, a messaggio di speranza per tutti i golosi ormai cronici pessimisti nella ragione, seppur forse ancora tiepidamente ottimisti nella volontà: “il piolismo ci salverà”.
A Torino in San Salvario, a esserci posto, andiamo da Barbagusto: troveremo di tutto questo, e in abbondanza, e ne resteremo affascinati.
Barbagusto, in San Salvario
BARBAGUSTO, PIOLA IN SAN SALVARIO, TORINO
Domina l’ingresso il bancone da bar, con antipasti in vetrina e bottiglie esibite per l’evocazione dell’assaggio e a memorabilia del loro compiuto destino; bancone come dogana inflessibile, ma benevola, tra la cucina ed il servizio in sala. Pochi i tavoli, da aver prenotato anzitempo. Il menù? Eccolo lì, alla lavagna.
Il Ruchè di Castigliole Monferrato, DOCG
DOCG RUCHè DI CASTIGLIOLE MONFERRATO
Antipasto, un piatto, il dolcetto. Un bicchiere di vino: restiamo in regione, e ci mancherebbe altro: il Ruchè del Monferrato vitigno autoctono allevato nel Monferrato astigiano, da terreni calcarei, asciutti e assolati. Aveva perso interesse, ma dagli anni Sessanta è cominciata la sua rinnovata ascesa: DOC dal 1987, DOCG (Ruchè di Castigliole Monferrato) dal 2010. Appena superata, nel 2021, la barriera del milione di bottiglie, a cinque bicchieri la bottiglia… insomma è un vino piuttosto di nicchia, ma se non siete pigri fate in tempo ad assaggiarlo.
Antipasti piemontesi misti
ANTIPASTI PIEMONTESI MISTI
Nel piolismo resta molto difficile derogare dagli antipasti misti, in quello torinese solitamente arrivano tutti assieme nel vassojo: questa volta le acciughe, i tomini con i due bagnetti rosso e verde, la salsiccietta cruda, la carne (qui un meno consueto lonzino) tonnata, la battuta di fassone, l’insalata russa, le verdure, i carciofi sott’olio. Ineccepibile, tutto ineccepibile, ghiotto fin dalla vista.
Agnolotti al ragù
AGNOLOTTI, RAGù DI BARBERA E SALSICCIA DI BRA
Segue il main course, qui gli agnolotti con ragù di barbera e salsiccia di Bra: la nota acida del vino equalizza ed esalta l’impianto dolce della pasta ripiena e della carne del ragù. Scrivo giusto due note prima di perdermi nel piatto e di riprendere coscienza a scarpetta compiuta.
Ed ora prendiamo cappello
BONET, DOLCE TIPICO PIEMONTESE
Il dolce: inevitabile il bunet (scritto anche bonet ma pronunziato comunque bunèt): indovinatissimo minotauro tra budino e creme caramel, agli amaretti. Si prende da ultimo, prima di terminare il pranzo o la cena: a cappello di tutto il resto, così come da ultimo si indossa il cappello prima di uscire (questa l’ho rubata da Wikipedìa).
Nella declinazione barbagustosa è squisito, eccelso, fenomenale, roba che le maddalene proustiane possono solo accompagnare.
Alla fine
ALLA FINE, IL PIATTO PARLA
La soddisfazione del palato e la piacevolezza dell’ambientazione vanno a braccetto: sarà che son piolista, ma Barbagusto, questo tema, lo svolge in eccellenza e lo studiato understatement della rappresentazione ne contribuisce ulteriormente al fascino. Bravi, bravissimi tutti, forse davvero di questo passo “Il piolismo ci salverà”.
Arrivederci, secondo fortuna, al prossimo pranzetto, così come fotoassaggiato da @magnosolo, il vostro mangiatore resipiscente.
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25 Febbraio, 2022
Castello Vicchiomaggio è #vinosostenibile
Nel mio percorso di scoperta nel mondo del vino Castello Vicchiomaggio è una realtà che per molti aspetti ha lasciato il segno. Adagiato in cima ad una collina dominante la Valle di Greve in Chianti, Vicchiomaggio rappresenta una straordinaria tappa per chi ama il vino, l’enoturismo, la storia e la bellezza.
Il nome della cantina deriva proprio dall’antico Castello, una location unica, con una meravigliosa piscina a strapiombo sui vigneti e un fantastico ristorante. Il Castello è il cuore della tenuta che si estende per 140 ettari di cui 34 coltivati a vigneto, 10 ad olivo ed il restante è parco.
Tra le varietà coltivate spicca su tutti il Sangiovese, uva tradizionale e fondamentale per la produzione del Chianti Classico. Sono presenti, però, altri vitigni di varietà internazionale quali il Merlot e Cabernet Sauvignon utilizzate in particolare per la produzione di vini rossi IGT. Un terroir caratterizzato da un clima mediterraneo e dal tipico terreno ricco di argilla e pietre grandi, il cosiddetto Galestro, il tutto in un in una cornice naturale incantevole. Particolare attenzione è rivolta all’esposizione dei vigneti, sono infatti tutti rivolti verso Sud per garantire la massima esposizione solare durante tutta la giornata.
La storia di questa azienda nel settore del vino inizia da lontano. Nel 1921 Federico Secondo Matta, dopo aver lavorato nella ristorazione, crea una grande società di importazione di vini nel Regno Unito. Imprenditore affermato, Federico acquista Castello Vicchiomaggio e, nel 1970, suo figlio John Matta inizia il percorso nella produzione di vini, avendo a cuore l’agricoltura tradizionale sostenibile, il rispetto del territorio e la qualità derivante delle basse rese. L’utilizzo del legno di affinamento, che John introduce in azienda, regala eleganza e longevità ai vini prodotti.
Assistito da Paola, sua moglie, e dalle figlie, l’azienda è oggi a completa conduzione familiare e produce vini intriganti, con diversi stili, sempre con l’attenta e indelebile firma enologica di John.
Ed è proprio una delle figlie di John, Victoria, oggi pienamente dedicata alla gestione della cantina, che mi racconta come tra le tante attenzioni e la cura dei dettagli per i vini e l’accoglienza, non può essere trascurato il fattore che ospita tutti noi su questa terra: l’ambiente.
Per questo motivo Castello Vicchiomaggio ha aderito al progetto VIVA, conseguendo la certificazione di sostenibilità nel marzo 2021: una cantina storica, pluripremiata e celebrata dai maggiori critici del vino, non può trascurare il rispetto per l’ambiente e la sostenibilità nelle proprie azioni.
Il progetto VIVA va a misurare la performance di sostenibilità della filiera vite-vino, a partire dal calcolo delle impronte dell’acqua e del carbonio (Water and Carbon footprint), ed è promosso dal Ministero della Transizione Ecologica.
Victoria mi racconta come la decisione di iniziare il percorso VIVA ed ottenere la certificazione è stata presa proprio perché questa, nello specifico, abbraccia l’azienda nella sua totalità e non si occupa soltanto delle attività svolte in vigna. L’impegno aziendale è quindi completo.
Molti i progetti già realizzati e quelli in cantiere: per la raccolta dell’acqua piovana, ad esempio, sono state installate 13 vasche da 100hl la cui acqua è utilizzata per l’irrigazione del giardino del castello, le acque provenienti da altre 8 vasche da 50hl vengono invece utilizzate per pulire i macchinari della vigna. Per quanto riguarda l’agriturismo è in previsione per la nuova stagione l’installazione di una colonnina per la ricarica delle auto elettriche al fine di favorire la mobilità sostenibile.
I tetti del Castello non possono accogliere pannelli solari per motivazioni derivanti dalla regolamentazione paesaggistica, essendo dimora storica, tuttavia sono forti le volontà di conseguire la migliore ottimizzazione dei consumi nell’ottica dell’efficienza.
L’impegno per la biodiversità è accresciuto ogni in anno piantando a Vicchiomaggio piante mellifere, in vigna inoltre viene praticato il sovescio per aumentare la sostanza organica naturale del terreno e la gestione delle malerbe viene effettuata con il solo utilizzo di macchinari, senza ricorrere quindi a prodotti chimici. La conduzione dell’oliveto è biologica: oltre al vino infatti viene effettuata una piccola produzione di olio extra vergine di oliva e IGP dalle 600 piante di olivo presenti in azienda.
“Il territorio per noi è sempre stato fondamentale”,
mi racconta Victoria,
”ed è per questo che lavoriamo in termini di salvaguardia e di sostenibilità per far sì che anche le generazioni future godano di certi luoghi. La promozione della sostenibilità è quindi importante strumento di protezione del territorio e leva per la sua valorizzazione. Ciò è fattibile, credo, solo con una unione tra le aziende ed è per questo motivo che insieme ad altri viticoltori della zona abbiamo fondato l’associazione dei Viticoltori di Greve in Chianti che ha tra i suoi obiettivi quello della sostenibilità (che viene rappresentata anche nel logo).”
Impossibile non ritrovarsi nelle parole di Victoria, che conclude:
“Non si può pensare di fare vino senza sostenere e valorizzare l’ambiente che quel vino ci ha donato. Il nostro impegno verso l’ambiente è legato anche, tutti i giorni, con l’impegno nel preservare il castello, ha oltre 1000 anni di storia è quindi nostro compito custodirlo.”
La salvaguardia della storia e della tradizione si intrecciano con qualità, ricerca dell’eccellenza, innovazione e amore per l’ambiente, tutto contornato dalla la possibilità di vivere in azienda un’esperienza enoturistica unica…. eccovi la dimostrazione del perché Vicchiomaggio ha lasciato il segno nel mio percorso di scoperta nel mondo del vino.
Vicchiomaggio è #vinosostenibile
A cura di Giuseppe Petronio
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24 Febbraio, 2022
Anche i calici hanno un carattere
Chiamarsi Fiaschi di cognome è già un’ottima premessa per parlare di progetti intorno al vino. Laura Fiaschi e Gabriele Pardi compongono il duo creativo Gumdesign, autore di una collezione di calici di grande successo. Forse perché ha un che di umano, visto che i designer la definiscono “una metafora del carattere umano in un oggetto di cristallo, fragile ed etereo, perfetto e imperfetto”.
Non è sbagliato parlare di design delle emozioni nel caso di un semplice bicchiere da vino che, attraverso la reinterpretazione concettuale e formale, riesce ad assume sette personalità diverse. I Calici Caratteriali sono dunque oggetti narrativi, non a caso nati diversi anni fa per una mostra culturale. Subito richiesti da collezionisti e design addicted, entrano nel catalogo di Colle Vilca, tra i brand storici del “bel design italiano” attivi nel distretto della vetreria artistica di Colle di Val d’Elsa. Oggi figurano nelle collezioni permanenti di importanti musei internazionali come la Triennale di Milano, il MoMa di San Francisco, il Museum of Glass a Shanghai.
Per Gumdesign il calice non si limita al ruolo di medium necessario per accedere ai piaceri del vino, perché è un “oggetto funzionale che richiede un contatto diretto, una vicinanza e una complicità per innescare processi sociali indotti. In questa logica piccole trasformazioni conducono il semplice calice da degustazione a oggetto comunicativo, con invenzioni minime per suggerire nuovi usi e nuove tipologie di prodotto”.
Ciascuno dei Calici Caratteriali è un piccolo virtuosismo in cristallo soffiato: basta un leggero intervento sulla base o sul bordo, un cambio di inclinazione, una voluta imperfezione, per rappresentare un tratto fisiognomico o suggerire un comportamento, per trasformare un bicchiere in un “tipo”.
Ed eccoli, allora, questi “sette personaggi in cerca di degustatore”.
“L’altruista” è predisposto alla condivisione, grazie al bordo superiore a beccuccio che agevola il travaso del vino nel bicchiere del commensale accanto evitando di sporcare la tovaglia.
“L’ambiguo” ha una forma indefinita, cangiante, dall’appeal decorativo, ma non funzionale.”Il conservatore” è un tipo attento, che cerca di preservare il vino anche quando avanza nel calice (sic!), proteggendolo con un grosso tappo in sughero.
“L’estroverso” ha un’indole Swing, dinamica: la sua base basculante cerca un contatto diretto, giocoso e coinvolgente con il consumatore. Al contrario, “L’introverso” si nasconde. È un oggetto ibrido: il calice, capovolto, entra in simbiosi con una caraffa nella quale sembra rifugiarsi.
“Il passionale” è composto da due calici che si attraggono grazie all’inclinazione delle loro coppe: pronti già per il brindisi, aperti alla conoscenza e alla condivisione.
“Il rilassato” è un calice disteso, che si protende verso il degustatore; la coppa si inclina leggermente, decanta il vino e si allunga verso la bocca. Per la cronaca, il vino preferito di Laura e Gabriele è l’Amarone della Valpolicella. Quale sarà il Calice Caratteriale più adatto per degustarlo? A cura di Katrin Cosseta
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“Il rilassato” è un calice disteso, che si protende verso il degustatore; la coppa si inclina leggermente, decanta il vino e si allunga verso la bocca. Per la cronaca, il vino preferito di Laura e Gabriele è l’Amarone della Valpolicella. Quale sarà il Calice Caratteriale più adatto per degustarlo? A cura di Katrin Cosseta
23 Febbraio, 2022
Il Consorzio di Tutela del Moscato di Scanzo elegge il nuovo CDA
Il Consorzio di Tutela del Moscato di Scanzo lo scorso 21 febbraio, ha tracciato il suo percorso di crescita per il prossimo triennio nel segno della continuità riconfermando i Consiglieri in carica: Andrea Simone Magri, Daniela Martinelli, Stefania Castoldi, e rieleggendo come Presidente Francesca Pagnoncelli Folcieri e come Vicepresidente Ippolita Lucchetti.
Il moscato a bacca rossa della seconda DOCG più piccola d’Italia ha appena concluso un anno molto importante nel quale ha lanciato diverse iniziative di valorizzazione della suo prodotto sia in bergamasca che in giro per l’Italia, con una piano concreto di rilancio di questa eccellenza ampelografica che è stato confermato da un buon andamento delle vendite sia nel mercato italiano che nella sede consortile.
Il prossimo triennio, che si apre con questa importante nomina della conduzione del Consorzio Lombardo, è fondamentale e all’insegna della continuità, per rafforzare le iniziative di diffusione della conoscenza di questo passito.
Il Consiglio di Amministrazione pertanto lavorerà in continuità rispetto all’anno passato, rafforzando relazioni con altri istituzioni e associazioni del territorio, con realtà bergamasche legate alle produzioni enogastronomiche di eccellenza, perfezionando format che hanno dato buoni riscontri e aumentando appuntamenti e occasioni di degustazione.
Particolarmente costruttivi sono stati i rapporti con Ascovilo, Associazione Consorzi Vinicoli Lombardi, che hanno consentito la partecipazione ad eventi di respiro internazionale – come la Milano Design Week e Vinitaly – con Ascom Bergamo, con cui sono state studiate delle degustazioni di abbinamento con salumi e formaggi bergamaschi, l’ingresso del Consorzio nella Strada del Vino Valcalepio e dei Sapori della Bergamasca. Segni di apertura importanti, che denotano la volontà di questo piccolo Consorzio di farsi conoscere.
Per continuare questo percorso di conoscenza il Consorzio di Tutela del Moscato di Scanzo ha deciso di far crescere le collaborazioni con le associazioni nazionali di Ais e Fisar, promosse e coordinate dal Sommelier Federico Bovarini, Ambasciatore del Moscato di Scanzo, con eventi di approfondimento della perla enologica bergamasca anche fuori dalla provincia e dalla regione, destinate ai professionisti del settore.
In conclusione ecco le dichiarazione della riconfermata Presidente, Francesca Pagnoncelli Folcieri:
“Il nostro primo obiettivo è far conoscere al mondo il Moscato di Scanzo, un passito rosso da vitigno aromatico, autoctono e con una storia secolare radicata sul nostro territorio. Sono sicura che la maggior parte dei lettori non ne abbia nemmeno sentito parlare. È normale se si pensa che alla fine degli anni ’80 i produttori erano meno di una decina e la maggior parte produceva per il proprio consumo senza raggiungere nemmeno il centinaio di bottiglie. Viviamo un momento favorevole per le produzioni di nicchia e ancora sconosciute come il nostro Moscato: con la pandemia siamo diventati più curiosi, più coscienti di cosa versiamo nel bicchiere, più esigenti anche in termini di consumo di vino. Come produttori stiamo imparando che il primo modo per crescere e migliorare è confrontarsi tra noi, senza paura che vengano rubati segreti o ricette magiche. Ogni produttore interpreta il Moscato a modo suo, lo abbiamo verificato durante le degustazioni proposte nel 2021. Siamo riusciti a metterne a confronto una dozzina e ci siamo resi conto, noi per primi, della varietà e ricchezza di espressione dei diversi Moscato di Scanzo in bottiglia. È una ricchezza che ci fa onore, segno di una produzione rispettosa della terra e dei suoi ritmi, espressione delle diverse annate e terroir, risultato di un lavoro sartoriale sullo stesso vitigno. Queste differenze, particolarmente evidenti per produzioni ridotte come le nostre – massimo 60.000 bottiglie da 0,5l. annui in tutta la DOCG – impressiona favorevolmente chi si accosta a queste degustazioni di confronto. Non si parla di qualità, sempre molto alta, ma di differenti espressioni dello stesso vitigno, che ognuno di noi in base alla sua storia, tradizione, scelte, riesce ad imprimere al suo Moscato”.
A Cura della Redazione
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21 Febbraio, 2022
Una "Wine Destination" unica
Carissimi lettori di itinerari divini oggi vi portiamo in una wine destination unica in Toscana, quella zona che è Italia un po’ più del resto, non foss’altro che il Manzoni soleva lavarci i panni prima di pubblicare una delle sue opere più note.
In questa storia ed in questo territorio, che in realtà è un insieme di territori, troviamo una realtà storica e moderna al punto tale da essere molteplice proprio così come lo è la Toscana.
Desidero oggi infatti suggerirvi di conoscere Cinelli Colombini, una realtà che definire cantina è diminutivo, stante che riesce a coniugare i vini tra i più apprezzati del panorama non solo italiano, ma internazionale (Il Brunello di Montalcino), insieme ad un’offerta di ospitalità avanzata, dettagliata e ricca da far invidia a molteplici relais internazionali.
Riassumere in poche righe cosa sia quindi l’universo Cinelli Colombini, spinto e creato da Donatella Cinelli Colombini è complesso, così come raccontarne brevemente la storia cominciata nel medioevo e ricca di avvenimenti e personaggi, da Papi a Nobiluomini e Nobildonne.
Lascio quindi a voi visitare e scoprire i dettagli di ciò che maggiormente vi può affascinare ed io mi limito a dire alle nostre care lettrici il perché ho trovato davvero d’eccezione quanto offerto.
Siamo nel 1998, è circa 25 anni fa che Donatella Cinelli Colombini lasciò la fattoria della sua famiglia per fondare la propria azienda composta dal Casato a Montalcino e dalla Fattoria del Colle a Trequanda. Insieme alle vigne e alle case da ristrutturare, Donatella, come riporta il suo sito web, aveva ricevuto una quantità di Brunello di Montalcino ancora in botte. Un vino che richiedeva cure quotidiane e quindi le serviva un cantiniere. Donatella telefonò alla scuola di enologia di Siena chiedendo di assumere un bravo studente ma le risposero di no perché bisognava prenotarlo con anni di anticipo; c’erano però molte “enotecnico donna” perché nessuna buona cantina le assumeva. La costatazione di un grande divario fra le opportunità destinate a donne e uomini con la stessa qualifica professionale spinse Donatella Cinelli Colombini a creare un progetto finalizzato a ridurre questa discriminazione e dimostrare che la produzione di grandi vini non dipende dai muscoli ma dalla passione e dal talento che entrambi i sessi possiedono in egual misura.
Nasce da questo episodio il Progetto Prime Donne che si compone di 4 parti: Cantina Casato Prime Donne, Brunello di Montalcino Prime Donne, Premio Casato Prime Donne e Percorso delle Prime Donne – Sala Ilda Bartoloni.
Questa storia così ricca di passione credo che possa perfettamente rappresentare lo spirito che si ritrova anche in tutti gli altri prodotti e realtà Cinelli Colombini.
Come anticipavo sono molteplici le opportunità non solo di visita, ma anche di vero e proprio soggiorno o celebrazione di eventi che si possono svolgere presso le Fattorie e le Cantine Cinelli Colombini.
Suggerisco a chiunque si sia appassionato di visitare il sito in particolare nella sezione hospitality e prenotare cosa maggiormente lo possa attrarre, in una wine destination unica ricca di 34 ettari in cui quotidianamente si svolgono eventi ed animazioni.
E’ davvero un’unicità creata da molteplici fattori che non possono che lasciare l’ospite felice sotto tutte le prospettive sensoriali.
Vi aspetto!
A cura di Cristina Mascanzoni Kaiser
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