Feudo Disisa. Mario Di Lorenzo e la Sicilia del Gattopardo Arrow Right Top Bg

6 Marzo, 2026

Feudo Disisa. Mario Di Lorenzo e la Sicilia del Gattopardo

  Accoglienza. L’atto di accogliere, di ricevere una persona; il modo e le parole con cui si accoglie Se ne parla in continuazione. Specialmente in Italia dove, con l’annoso problema della gestione dei flussi migratori, l’accoglienza, che sia prima o seconda o terza o chissà quale livello, è l’elemento essenziale da gestire. C’è chi accoglie spontaneamente, chi lo fa per business, chi per mantenere posizioni di potere o politiche. Sembra proprio che l’accoglienza, quella che la definizione imporrebbe, sia ormai un lontano ricordo. Eppure proprio in quella regione italiana, da sempre in prima linea nell’accoglienza, il rapporto con i diversi popoli del Mediterraneo e non, è parte integrante della cultura.
La Sicilia ovviamente. Assabbinidica. Che Dio ti benedica. È questa la formula arcaica usata dai siciliani per salutare le persone anziane o dotate di una certa autorità. Un modo per onorare l’ospite nella maniera più alta. Una abitudine frutto di oltre 3000 anni di accoglienza: Fenici, Greci, Romani, Barbari, Ostrogoti, Bizantini, Arabi, Normanni, Svevi, Angioini, Aragonesi, Spagnoli, Sabaudi, Austriaci, Borboni. Popoli, persone, italiani inclusi (arrivati con lo sbarco dei Mille a Marsala), portatori della propria cultura sull’isola più affascinante del Mediterraneo. La Sicilia è un’isola meravigliosa della quale non si può non rimanerne incantati. Qui tutto fa storia a se e ogni cosa è qualcosa che sembra una contraddizione ma contraddizione non è. Spesso, troppo spesso, ci si perde nei luoghi comuni, come quello narrato da Giuseppe Tomasi di Lampedusa nell’incredibile e sempre attuale romanzo Il Gattopardo I Siciliani non vorranno mai migliorare per la semplice ragione che credono di essere perfetti…la loro vanità è più forte della loro miseria… Luoghi comuni e falsità, proprie di chi non ha messo piede in questa meravigliosa terra oppure si è limitato a vedere quello che fanno vedere ai turisti. Addentrandosi invece nella Sicilia delle terre, delle interminabili e arse colline, dei pascoli e del silenzio che porta con se solo saggezza qualcosa si può iniziare a capire
I grandi latifondi, i nobili con i loro privilegi, la povera gente che lavorava per un tozzo di pane. Un immobilismo che non accettava cambiamenti. In Sicilia non importa far male o far bene: il peccato che noi siciliani non perdoniamo mai è semplicemente quello di fare”
Don Fabrizio, principe di Salina parlava della volontà dei nobili siciliani di non cambiare, del voler restare ancorati al passato, agli antichi privilegi. Così che per non cambiare nulla il nipote Tancredi suggeriva Se vogliamo che tutto rimanga com’è, bisogna che tutto cambi La Sicilia del Gattopardo era ancora governata da nobili parrucconi dei grandi possedimenti fatti di latifondi, case, palazzi. Financo persone.
Possedimenti transitati indenni nei secoli e arrivati fino ai giorni d’oggi. Non tutti. Alcuni smembrati in tante particelle altri ceduti in toto, magari per ragioni economiche. Altri con alterne vicende.
Il Feudo Disisa, oltre 400 ettari nei pressi di Monreale, venne ceduto, insieme ad altri sei feudi, da Guglielmo II detto il buono, intorno al 1172, all’Arcivescovado di Monreale per finanziare la costruzione della stupenda Cattedrale. Guglielmo era un Altavilla, un Normanno e in quello stile fece erigere la Cattedrale. I normanni conquistarono la Sicilia nel 1060 dagli arabi, gli stessi che, insieme alle tante altre cose lasciate in Sicilia, diedero il nome al Feudo di Sisa. Sisa, zisa, cosa preziosa. Deriva dall’arabo aziz: caro, prezioso, splendido. Quando si dice ad una donna siciliana che si è azzizzata vuol dire che se ne riconosce la capacità di essersi sistemata meravigliosamente. Feudo di Sisa diventa di proprietà della famiglia Di Lorenzo a fine ‘800 e arriva ai giorni d’oggi con Mario a gestire l’azienda. Mario Di Lorenzo, un ingegnere prestato alla agricoltura e alla Sicilia intera. Quando ho finito la scuola in azienda c’era il nonno, ma soprattutto l’azienda era un’azienda agricola senza trasformazione di nulla. Vendevano le uve. Mio padre aveva in mano la situazione e io sono stato lasciato libero. Ho fatto i miei studi da ingegnere. Durante il periodo di dottorato, mio padre aveva sempre avuto l’idea di tornare fare vino, perché noi facevamo vino. Mio nonno ha fatto vino fino alla fine degli anni 70. Un vino da taglio, vino sfuso, quindi non imbottigliato. Con le cantine sociali si è cominciato a conferire l’uva. Mario è una persona calma e posata. Forse una dei pochi siciliani che non si scompone rimanendo nel suo aplomb fatto di gentilezza e cordialità. Il dialogo con lui è incredibilmente rilassato. Anche se gestisce una azienda grandissima, si ferma per abbandonarsi ai ricordi di un passato che non si può che ascoltare a bocca aperta. Feudo Dsisa non è solo un’azienda storica ma un riferimento nel territorio. Di quelli che diventano famiglia all’interno di un tessuto sociale nel quale è importante potersi riunione intorno ad un focolare e sentirsi parte di qualcosa. È cosi che qui a Disisa sia facile imbattersi in giovani lavoratori figli o nipoti di chi già lavorava qui. Una famiglia che, come nelle vecchie tradizioni contadine di un tempo, vive all’interno di un medesimo casolare. Siamo nelle campagne del comune di Monreale, completamente lontani dalle rotte turistiche. Le distanze in Sicilia non sono mai quelle che sembrano e, in questo caso, nonostante Feudo Disisa sia nel comune di Monreale, per arrivare in paese servono non meno di 40 minuti percorrendo strade non certo agevoli. L’abitato più prossimo è Grisi che conta quasi 1000 abitanti. Tutto intorno c’è solo il nulla delle dolci colline spesso non coltivate e dei silenzi rotti dal ronzio delle grandi pale eoliche che cercano di raccogliere un po’ di energia dal vento senza che nessuno sappia dove andrà a finire. Mio padre ha la soddisfazione che io abbia preso in mano tutto questo. Lui per tanti anni, da bambino, ha vissuto a Disisa. Era il periodo della guerra e Palermo era pericolosa per via dei bombardamenti così che tutta la famiglia si è trasferì qui. È veramente cresciuto in azienda. Andava a scuola a Grisi. È cresciuto qui e ha avuto un legame molto più forte di quello che ha avuto io. La passione che l’ha mosso è qualcosa io dico di invidiabile. Il fatto che io ci sia arrivato dopo, a lui ha fatto sempre piacere per dare continuità al lavoro fatto. Da abitazione principale per sfuggire alla guerra a casa di campagna con l’arrivo del benessere. Un luogo dove passare le estati e staccare la spina dalla quella caotica Palermo. Palermo, casa, la città della famiglia Di Lorenzo, degli studi di Mario in ingegneria. Sono stato lasciato libero, anche perché mio padre aveva fatto a sua volta anche altri studi. Studiò legge e lavorò alla Regione Siciliana per tanti anni. Anche lui si divideva le due cose. Dopo l’università ho fatto anche tre anni di dottorato all’Università e contemporaneamente avevo cominciato a fare libera professione in uno studio professionale a Palermo. Una visione abbastanza larga e poi, a poco a poco, ho abbandonato il tutto. È proprio vero che spesso, quando una famiglia di città possiede una terra, per i figli questa diventa come una sorta di soprammobile, un elemento decorativo che sembra non servire. Ci si occupa di altro perché la terra, ciò che serve per lavorarla, cosa produce, ecc. è di pertinenza del padre che deve aiutare il nonno. Si certo, ci si va ogni tanto, ci sono ricordi, i momenti belli, ma non ce ne si occupa in prima persona. È capitato anche a me con le terre di mio padre per poi ritrovarmi a non saper letteralmente cosa fare quando morì improvvisamente. Poi arrivano quei momenti quando le cose cambiano o iniziano a cambiare. Senza un perché. Nel 2004 abbiamo ricominciato a fare vino in azienda con la nuova cantina. Ho cominciato veramente ad entrare attivamente in azienda quando costruimmo la cantina seguendone la parte ingegneristica. Mi sono seguito tutti i lavori, ho progettato gli impianti elettrici e poi ci siamo ritrovati con questa cantina bella, grande e pronta per lavorare. È stato quasi naturale, giorno dopo giorno. Sempre più coinvolto. Fino al 2009/2010 ho fatto entrambe le cose. C’era ovviamente e c’è tutt’ora mio padre che in quel periodo era sicuramente molto più attivo di adesso. Mi sono permesso di potere fare due cose contemporaneamente. Poi sempre meno l’ingegnere e sempre più coinvolto in azienda. Mese dopo mese, anno dopo anno, il coinvolgimento è stato totale. Per le sue dimensioni, per le quantità di prodotti raccolti e, soprattutto, per il non occuparsi a tempo pieno dell’azienda, Feudo Disisa non trasformava nulla. Conferiva le proprie uve. Almeno fino a quando la voglia di cimentarsi in qualcosa di diverso fa capolino. Da una professione in qualche modo a un imprenditore, il passo è importante. Andavo dal commercialista con mio padre e me ne andavo come come fossi stato bocciato ad un esame. Frastornato completamente. Ingegnere, dottorato all’università, libera professione. Palermo. La città. Gli amici. La vita. Tutto lontano anni luce da Monreale, dalla azienda, dal Feudo, dalla terra. Dal vino. Niente, non c’era nulla in comune con una vita dalla quale Mario non voleva staccarsi. Però le cose avvengono naturalmente, senza accorgersene. Perché si è invischiati negli affari di famiglia o perché si capisce che senza quella linfa, non si è nulla. Ciò che però Mario capì è che ad una azienda così grande come Feudo Disisa, serviva un approccio diverso, meno romantico e più impegnato, fatto di testa e managerialità. Oggi per portare avanti un’azienda, ci vuole tanto altro. Non basta più solo il vino. C’è tutto l’aspetto di comunicazione e marketing, organizzazione commerciale, ecc. Che se non sei pronto, rischi di fare un flop e di perderci i soldi. Ancora oggi noi facciamo degli investimenti per cercare di portare l’azienda ad avere dei dei degli utili. Abbiamo 120 ettari di vigneti ma parte di questi sono piante di 35/40 anni: un bassissimo livello produttivo e costi di gestione molto alti. Vitigni magari non di grande interesse. Banalmente abbiamo sette ettari di Merlot che, per quanto possa essere qualcosa di buono, alla fine non è un il vitigno siciliano e non è la Syrah che in Sicilia ha trovato condizioni pedocmatiche ideali. Un cambio di rotta voluto fortemente dalla famiglia per passare dal vendere il 100% delle uve ancora nel 2004 all’anno successivo dove ne venivano lavorate il 50%. Oggi, quella cantina progettata e realizzata da Mario ha un potenziale produttivo di oltre 700.000 bottiglie così che Feudo Disisa produce per se e per altri produttori italiani. Se io guardo al passato, tra quello che si faceva ai tempi di mio nonno e oggi, c’è un abisso di differenza. Questo abisso è stato costruito nel tempo. Se guardo a come si faceva il vino da noi 10 anni fa, diciamo che tendenzialmente era la stessa cosa, ma ora ci sono quei tanti piccoli accorgimenti. Siamo migliorati tanto in tanti aspetti sia da un punto di vista agricolo, sia da un punto di vista di tecnologie e know how. Tanti piccoli miglioramenti tecnologici che una azienda come Feudo Disisa non poteva non abbracciare per arrivare a produrre, in regime biologico da sempre, vini che sanno di Sicilia anche non provenendo sempre da vitigni autoctoni siciliani.
Nello stranissimo mondo del vino italiano accade che se un grande e famoso produttore crea meravigliosi vini con vitigni internazionali viene identificato come un innovatore ma se la stessa cosa capita ad un piccolo, lo si taccia di scarsa attenzione al territorio.
Feudo Disisa ha in se la doppia anima dei vitigni autoctoni siciliani e degli internazionali frutto questo di qualcosa che molti dimenticano. Nell’83 mio padre impiantò un vigneto sperimentale in collaborazione con l’Irpos Istituto regionale della vite dell’olio che a suo tempo era della vite e del vino. In quel tempo il presidente era Diego Planeta, amico di papà che lo coinvolse in questa sperimentazione. Si fecero cinque campi sperimentali in diverse zone della Sicilia proprio per vedere questi vitigni internazionali che risultati potevano avere. In quegli anni il vino siciliano era considerato vino di massa e non di qualità. Le uve venivano vendute ai grandi produttori del nord per produrre vini di maggior grado alcolico. Poi arrivò anche il metanolo e serviva una soluzione per rendere il vino siciliano più adeguato ai tempo. Più internazionale magari e con lo scopo di mettere in secondo piano i vitigni autoctoni considerati (sbagliando) non di qualità. L’intuizione fu dunque il ricercare la qualità attraverso vitigni che nel mondo sono sinonimi di qualità. Il ragionamento quindi nasceva dal falso di considerare i vitigni siciliani di secondo piano. Però dico alla fine tutto questo è servito per farci prendere consapevolezza. Quando facemmo l’esperimento in questo vigneto sperimentale, c’erano filari di Chardonnay, Merlot, Cabernet Sauvignon così come varietà che non hanno avuto successo: Riesling, Glera, Müller Turgau, Pinot Bianco. Adottando i vitigni internazionali e capendo come questi potevano ben figurare in Sicilia, si compresero a pieno gli errori del passato.
Forse un paradosso ma i grandi investimenti contribuirono ad un maggior innamoramento del territorio, di quella terra meravigliosa transitata nei secoli delle dominazioni. L’amore per la propria terra torna nei discorsi di Mario. Torna sovente. Il punto di riferimento per un territorio che trova in Feudo Disisa molto di più di un semplice datore di lavoro. Noi avevamo vigneti di Catarratto e Trebbiano che producevano 300 q per ettaro. Poca qualità quindi. Facevamo la raccolta di questi vigneti in maniera separata e portavano le uva a Marsala, dove c’era la cantina sperimentale della Regione. Dopo i primi risultati, ricordo mio padre che veniva invitato dalla Regione nel mese di maggio a fare i confronti fra i risultati dei vari campi sperimentali e dal vigneto di Disisa c’era sempre la Syrah e lo Chardonnay che risultavano migliori rispetto agli altri campi sperimentali. Da un punto di vista vitivinicolo siamo stati sempre sul pezzo. In quegli anni mio padre aveva come consulente il professore Pastena che era forse uno degli ultimi ad aver fatto un trattato sulla viticoltura italiana. Era un’azienda grande che aveva sempre investito nella nella parte agricola. René. Metodo Classico Chardonnay 2017, Sboccatura 2023, Pas Dosé Il vino è la risposta. Qual era la domanda? Non importa. — W.C. Fields Uno Chardonnay in Sicilia, e non in qualunque Sicilia: a Monreale. Già questo è un atto di coraggio, quasi un paradosso che diventa poesia. Come un attore nordico che recita Shakespeare sotto il sole di agosto. E lo fa meravigliosamente. Nel calice arriva vestito di un giallo paglierino brillante, vivo come l’oro antico dei mosaici del Duomo. Le bollicine salgono disciplinate, sottili, quasi timide come a non voler disturbare, a voler far assaporare un profumo tenero, senza arroganza: crosta di pane appena sfornata, pesca gialla, susina dolce. Poi quella sapidità marina che ricorda che il Mediterraneo non è lontano. Non si è mai davvero nell’entroterra, a Monreale. È se il mare sussurrasse sempre nell’orecchio. In bocca è una rivelazione. I tanti mesi sui lieviti sono quel silenzioso miracolo che solo il tempo concede: una pienezza avvolgente, una fragranza croccante che il sole siciliano è riuscito solo ad accarezzare. Il pas dosé lascia nuda tutta la verità di questo terroir. E quella verità è bella, pulita, memorabile. Da bere guardando un tramonto o con un piatto di pesce bianco al sale. Soprattutto, bevetelo lentamente, con rispetto. Terra delle Fate. Fiano 2022. Il profumo è la forma più intensa di memoria. — Jean-Paul Guerlain Esistono vini che, quando li apri, ti fanno venire voglia di aprire anche la finestra, di uscire fuori, di alzare il viso verso il cielo e di respirare fino in fondo. Il giallo paglierino con riflessi dorati è già una promessa mantenuta. Ma è il naso che cattura subito, senza bussare: foglie di cedro, zest di limone, biancospino, nocciola. E poi, meraviglia, la zagara, i fiori d’arancio della Sicilia con quell’aroma che sa di Conca d’Oro, di orti arabi, di sere tiepide a maggio. Uno iodio minerale che arriva dal mare come una lettera di saluti. Respirare questo calice è un gesto necessario, quasi terapeutico. In bocca il Fiano di Monreale si trasforma in qualcosa di difficile da dimenticare. È ampio, è sapido, è ciccioso nella sua verticalità. Sembra masticabile così da lasciare in bocca la sensazione fresca e pungente di aver appena addentato un limone siciliano. Uno di quelli veri, gialli come il sole, con la buccia profumata, la parte citrina così presente, così intensa da pulire la bocca ad ogni sorso facendone desiderare immediatamente un altro. È un vino che non vorresti mai finire. E questa, credetemi, non è una frase fatta: è la verità nuda di ciò che senti nel calice. Dopo 5/6 anni di questo vigneto sperimentale, mio padre piantò subito 8/10 ettari fra Chardonnay, Merlot, Cabernet Sauvignon. Da quel periodo tutte le cantine siciliane che già in quegli anni vendevano il proprio vino in bottiglia, chiamavano perché volevano questi vitigni. Mi ricordo quello è stato gli anni in cui prima della vendemmia mio padre riceveva telefonata da un pò tutta l’isola per cercare di accaparrarsi queste uve. Chardonnay e il Cabernet Sauvignon venivano pagate qualcosa come 2700 lire. Che significa oggi sarebbe 1,30 €. Ovviamente con costi di manodopera di gasolio di gestione che erano un’altra cosa. All’inizio papà si rivolse ad un enologo di fuori. Dal 2009 la scelta mia è stata di tornare su un enologo siciliano che conoscesse di più il territorio, le tempistiche, il vitigno. C’è stato un miglioramento qualitativo. La moda, la necessità di smarcarsi con vitigni internazionali porta dietro anche quella di enologi ed esperti in genere non indigeni. Una trasmigrazione di menti che ha provocato un livellamento dei prodotti in barba al territorio. Poi, la consapevolezza che diventa forza conduce a guardarsi in casa e capire come si abbia per le mani non solo un territorio fantastico ma anche di persone che a questo territorio sono legate con un filo nemmeno poi così tanto sottile. In quegli anni c’è stato il boom dei vitigni internazionali togliendo quelli autoctoni. Autoctoni o meno perché per dire, da noi il Trebbiano era molto presente. Una tendenza durata fino ai primi anni 2000 quando poi cominciammo a lavorare i vitigni siciliani alla stessa maniera in cui si lavoravano i vitigni internazionali (non più tendone ma soltanto spalliera e con una produzione per ettaro che difficilmente superava i 100 q per ettaro): Cataratto, Grillo, il Nero d’Avola. Vini che potevano assolutamente essere confrontabili con i vini da vitigni internazionali con la differenza che un Grillo, un Catarratto o un Perricone lo fai solo in Sicilia e non c’è in tutte le parti del mondo. Abbiamo fatto una sperimentazione sui vitigni internazionali e siamo stati fra i primi a vivere in pieno quel quel passaggio. Dal vitigno autoctono al vitigno internazionale. Chara. Catarratto e Insolia. La semplicità è la massima forma di eleganza. — Coco Chanel Certi vini non cercano di impressionare. Si siedono accanto guardandoti negli occhi solo per significare che sono li. Questo è il Chara. Un giallo paglierino scarico, quasi timido nella sua luminosità, ma con la vivacità che tradisce la propria l’energia. Al naso arriva il profumo di un pomeriggio di primavera in Sicilia: la pera Smith croccante, la mela, il lime fresco, il pompelmo. E poi i fiori di mandorlo e di camomilla che galleggiano come petali su una fontana araba. In bocca è una danza di semplicità e carattere. Fresco, secco, sapido con quella mineralità marcata che viene dritta dal terroir di Monreale. La pera ritorna, questa volta morbida, quasi cremosa. Il finale è lungo, impreziosito da un tocco di pompelmo e mandorla che ti convince a versarne un altro dito nel bicchiere. La sua duttilità è il suo talento più sottile: con il pesce al sale sta da Dio. Ma starebbe bene anche con un’antipasto di mare, con una pasta al branzino, con una conversazione importante sotto le stelle. Granmassenti. Perricone 2021 Il vino rosso è il sangue della terra che ritorna a sé stessa. — Pablo Neruda Il Perricone è un vitigno siciliano di quelli antichi che la globalizzazione vinicola ha quasi fatto dimenticare. Granmassenti, è il grande tesoro che, secondo la leggenda locale, è nascosto nelle grotte del feudo (Lu Bancu di Disisa) e chi lo trova non riesce più a riportare fuori. Una promessa di profondità insomma. Nel calice si presenta con quel rubino vivace che cattura la luce rimandandola indietro trasformata in riflessi che sembrano braci. Al naso è fresco, quasi selvatico: arancia tarocco, prugna rossa, ciliegie, una nota erbacea e di sottobosco che parla di vigne non domate. C’è il ribes, il mirtillo, e sullo sfondo una speziatura discreta di pepe. Niente di ostentato, solo un cenno, come un musicista jazz che cita un tema classico prima di riprendere il proprio. In bocca la croccantezza. I tannini non aggrediscono, accompagnano, sostengono. Una sapidità diffusa, una consistenza che riempie la bocca senza appesantirla. E poi quel finale amarognolo, appena percettibile, quasi un’ombra, che invece di disturbare, intriga, stuzzica, invita a tornare. Quel velo amaro finale è la firma del Perricone, il suo modo di ricordarti che non è un vino da salotto ma un vino da tavola vera, da cibo vero, da compagnia vera. Magari rustico, ma finemente rustico. Come un contadino che conosce Virgilio a memoria. Come queste terre che sotto la semplicità nascondono secoli di bellezza. Mentre Mario lavora le figlie giocano felici a Disisa. Un po’ come faceva lui quando era bambino. Poi c’è Palermo con la vita di tutti i giorni, la scuola, gli amici. Le guarda con quell’amore con il quale si guardano i figli e la speranza di far si che Feudo Disisa continui ad essere un’oasi di felicità. In fondo però, lo è da sempre e non c’è motivo perché qualcosa cambi. Se vogliamo che tutto rimanga com’è, bisogna che tutto cambi   Ivan Vellucci – Suggestioni di Vino
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Il vino naturale secondo D'Alesio. Una ventata di fresca gioventù Arrow Right Top Bg

5 Marzo, 2026

Il vino naturale secondo D'Alesio. Una ventata di fresca gioventù

  Capita difficilmente, forse mai, di arrivare ad un evento che riguarda il vino e provare una sensazione strana. Non voglio dire di disagio ma quasi di essere fuori posto. Un fuori posto stranamente piacevole. È successo proprio lunedì 2 marzi quando sono andato all’evento di presentazione dei vignaioli della D’Alesio Distribuzione, in quel di Qvinto, pizzeria ristorante molto glamour di Roma Nord. Appena arrivato in questo fantastico luogo dove il verde la fa da padrona tanto da aver portato mia figlia a giocare nell’antistante parco con tanto di laghetto, c’erano solo esclusivamente giovani ragazzi e ragazze. Molto sotto i trent’anni. una sensazione decisamente nuova per me, abituato a frequentare manifestazioni del vino dove si sente troppo spesso sostenere quanto i giovani si siano allontanati da questo meraviglioso ed ancestrale mondo. In genere, le degustazioni del vino sono sempre frequentate da persone di età certamente superiore ai 40. Facciamo anche ai 50. Ecco allora che con D’Alesio mi sono trovato nel piacevole imbarazzo di salire la scala necessaria per arrivare alla sala di degustazione facendo a zig zag tra ragazzi e ragazze. Sorrisi, sigarette, calici alzati. Sembrava di essere nella vicina zona di Ponte Milvio all’ora del dell’aperitivo. Un’atmosfera frizzante, allegra, intensa, meravigliosamente carica di energia con questi ragazzi e ragazze che non parlavano di vino ma di vita. Poche parole spese per i vini, tante altre per stare insieme.  Senza termini altisonanti, senza dissertazioni astruse riguardo il vino, il vitigno, la zona. Semplicemente si respirava, si vedeva, si toccava con mano, gioia, edonismo, voglia di stare insieme. Con il vino a rappresentare unicamente qualcosa per stare insieme, per facilitare la conversazione, per sorridere, per baciarsi, per abbracciarsi. All’interno della grande sala al primo piano ho trovato vignaioli giovani e meno giovani che si confrontavano parlando dei loro vini naturali. Vini fatti bene e con la spensieratezza necessaria. Sono i vini che D’Alesio propone nella sua distribuzione: vini naturali, vini biodinamici, vini biologici, vini che hanno come matrice comune il minor intervento possibile in vigna ed in cantina. Vini che raccontano storie di persone vere e poco importa da quale parte del mondo provengano. L’importante è che abbiano in sé qualcosa di speciale. Ho incontrato persone dalla Francia, dalla Germania, dalla Spagna, arrivate a Roma per promuovere l’universalità di un prodotto che oggi i giovani percepiscono, gioco forza, solo così. Non c’è solo il territorio. C’è il prodotto, c’è il produttore, c’è la bontà del vino, c’è la sua capacità di aggregare.   Cosa ho assaggiato di particolare Matteo Cacciagrano di Alchimia, Cantina Urbana di San Giovanni Teatino vicino Chieti, è un’entusiasta timido. Una persona a modo che non si vanta, sbagliando, dei suoi prodotti. Nemmeno delle etichette che sono dei piccoli quadri capolavoro così che quando prendi in mano una bottiglia rimani ad osservarli con grande stupore. Stupore che continua quando li assaggi: freschi e croccanti, con la voglia di essere discreti come il loro creatore ma che poi restituiscono tanto. Sempre come il loro creatore. Vitigni del territorio come il Trebbiano o il Montepulciano ma anche internazionali che diventano semplici spremute d’uva concedendosi al massimo delle macerazioni senza nemmeno vedere la solforosa. Vini croccanti, succhi di frutta, per niente stucchevoli e che si bevono godendo. Bravo Matteo!!   Cal Teixidor, dalla Catalogna con tanta allegria e spirito di divertimento. Xarel·lo, Macabeu, Garnacha Peluda vi dicono qualcosa. Difficile, se non a pochi intimi. Quando però arrivano nel calice e soprattutto in bocca, questi vini sanno di schietto equilibrio. Si bevono senza remore. Pure il rosso (Garnacha) fresco! Dei vini da flamenco rock che sembrano eterei ancorché ragionati visto le vigne vecchie di oltre 50 anni. Mi hanno affascinato oltre che mi sono piaciuti molto. Domaine Amirault. Nella valle della Loira tra Le Mans e Nantes per una azienda a caratura familiare che produce vini naturali da Chenin Blanc e Cabernet Franc. Divertente il Petnat, pazzeschi i due Chenin con particolare attenzione al Le Quarterons affinato in anfora. Due Cabernet Franc con affinamento in acciaio e legno che dimostrano come questo vitigno, conservando la sua vegetalità possa far emergere tanto ma tanto e dare tanto ma tanto. Weingut am Schlipf-Schneider. Poco sopra Basilea, in quel preciso punto dove Svizzera, Francia e Germania si contendono la giurisdizione (anche se siamo ufficialmente in Germania), questa famiglia tratta solo il Pinot in tutte le sue sfaccettature.  Anche con lo Chardonnay che ne è comunque derivazione. Vini minimalisti anche con l’uso del legno. Scrocchiano in bocca e grazie alla marcata sapidità si bevono con tutto. Il Pinot Nero merita l’applauso. Michele Simoni ha preso le redini dell’azienda Trentina tutta vocata al territorio che rispetta con rigore. È Michele a far nascere il Metodo Classico Ferro dedicato a papà Ferruccio così come a dare nuovo lustro alla Schiava e al Pinot Nero. Vini che sono freschi e sapidi con la Schiava che si fa quasi ruffiana ma bevendola fredda ricorda quel vino che si direbbe “traditore”. Nel senso che lo bevi ma te ne accorgi dopo. Bravo Michele. Continua così. Ecco questa è stata la mia personale degustazione e quello che mi porto con me è un senso di felicità data dalla certezza che grazie a questi vini, a tanti incredibili produttori e a distributori come D’Alesio, c’è ancora tanta speranza per il futuro.   Ivan Vellucci – Suggestioni di Vino
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Arrivederci Daniele Accordini Negrar Arrow Right Top Bg

5 Marzo, 2026

Arrivederci Daniele Accordini

  Cantina Valpolicella Negrar Ringrazia Il Direttore Generale Daniele Accordini per oltre trent’anni di Impegno, Visione e Innovazione   Cantina Valpolicella Negrar esprime il più sentito ringraziamento a Daniele Accordini, che ha recentemente raggiunto il traguardo della pensione, dopo oltre trent’anni di attività svolta all’interno della cooperativa, prima come direttore tecnico e successivamente come direttore generale. Un percorso professionale e umano che ha segnato in modo profondo la storia recente della Cantina, contribuendo in maniera determinante alla sua crescita qualitativa, strutturale e reputazionale. Giampaolo Brunelli, presidente di Cantina Valpolicella Negra Daniele Accordini ha rappresentato per la nostra Cantina una guida solida, competente e lungimirante. Con il suo lavoro ha saputo accompagnare l’evoluzione della cooperativa in anni di profonde trasformazioni del settore vitivinicolo, mettendo sempre al centro la qualità, il rispetto del territorio e il valore dei Soci. A nome mio personale, del CDA e di tutta la compagine sociale, lo ringrazio per la passione, il rigore e il senso di responsabilità con cui ha interpretato il suo ruolo. Alessia Ceschi, vicepresidente di Cantina Valpolicella Negrar Il percorso di Daniele Accordini in Cantina Valpolicella Negrar è stato determinante non solo per i risultati raggiunti, ma anche per il metodo di lavoro e la visione che ha saputo trasmettere nel tempo. La sua capacità di coniugare competenza tecnica, spirito cooperativo e attenzione alle persone ha contribuito a rafforzare l’identità della Cantina e il senso di appartenenza dei Soci. Quanto costruito in questi anni rappresenta una base solida su cui continuare a costruire, con responsabilità e coerenza, il futuro della nostra cooperativa. Entrato in Cantina Valpolicella Negrar nel 1988, Accordini ha legato il proprio nome a una fase di profonda innovazione tecnologica ed enologica, contribuendo alla definizione di un modello cooperativo capace di competere ai massimi livelli qualitativi, in Italia e all’estero. Sotto la sua direzione, la Cantina ha investito in ricerca, ammodernamento delle strutture, valorizzazione dei cru, sviluppo dei progetti legati all’appassimento e nella costruzione di un’identità produttiva riconosciuta come punto di riferimento per la Valpolicella. Accanto al ruolo aziendale, Daniele Accordini ha svolto un’intensa attività istituzionale e scientifica, ricoprendo incarichi di rilievo nel mondo enologico e contribuendo attivamente alla crescita culturale e tecnica del comparto, con particolare attenzione ai temi della qualità, della sostenibilità e della valorizzazione dei vini della Valpolicella. Cantina Valpolicella Negrar rivolge a Daniele Accordini un augurio sincero per questa nuova fase della vita, nella consapevolezza che il segno lasciato dal suo lavoro continuerà a essere parte integrante del presente e del futuro della cooperativa. La Redazione
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Il ritorno dei vitigni autoctoni di marche e campania nella Nona Edizione di Io Vino 2026 nel cuore della capitale per raccontare vini e vignaioli Arrow Right Top Bg

5 Marzo, 2026

Il ritorno dei vitigni autoctoni di marche e campania nella Nona Edizione di Io Vino 2026 nel cuore della capitale per raccontare vini e vignaioli dell’appennino centrale

  Nona edizione vitigni autoctoni Marche-Campania a Roma   Verso la nona edizione di IO VINO 2026, l’esclusivo evento dedicato ai vitigni autoctoni delle Marche e della Campania, in programma  domenica 15 marzo 2026 al Courtyard by Marriott Roma Central Park nel cuore della Capitale. La manifestazione, con esordio nel 2016 da un’idea di Romina Lombardi e Manilo Frattari, continua ad essere l’evento per operatori specializzati, giornalisti e appassionati impegnati a conoscere il patrimonio ampelografico di Campania e Marche e aprire  il dialogo diretto tra produttori, esperti e pubblico professionale. La storica fiera aprirà le porte dalle 11.30 e chiusura alle 19.30 e avrà in programma  tre momenti di approfondimento per raccontare storia, cultura e innovazione di vini e vignaioli dell’Appennino Centrale e  celebrare la straordinaria diversità dei loro territori. I lavori si aprono con la prima masterclass “Pietanze territoriali in abbinamento”, condotta da Romina Lombardi con la collaborazione di giornalisti enogastronomici, finalizzata ad offrire un percorso esperienziale alla scoperta dell’incontro tra cucina e vino, valorizzando eccellenze gastronomiche e vinicole del territorio. Poi Pierpaolo Rastelli, critico enogastronomico e responsabile della guida Gambero Rosso per le Marche che guiderà il tasting “Grenache Picena, indovina il colore” per approfondire uno dei vitigni rari del comprensorio marchigiano e Alessandro Marra, degustatore e Vice Curatore nazionale della guida Slow Wine, impegnato nel seminario “Il Misterioso Sciascinoso” vitigno identitario della Campania, tra storia e tecnica di vinificazione. La giornata vedrà anche la consegna dei prestigiosi premi IO VINO 2026, affidati alla valutazione di esperti e del pubblico presente. Alessio Pietrobattista, coordinatore dei riconoscimenti e solido punto di riferimento di settore, incaricato ad assegnare il Premio della Critica per il Miglior Sciascinoso, il Premio della Critica per la Miglior Grenache del Piceno e il Premio del Pubblico per la Miglior Cantina, riconoscendo i produttori che meglio interpretano il valore dei vitigni autoctoni e la qualità dei loro vini.   PROGRAMMA || IO VINO 2026   Ore 11:00 – Apertura biglietteria ed accrediti “IO VINO 2026” Ore 11:30 – Apertura banchi d’assaggio Ore 13:00 – Masterclass “Pietanze territoriali in abbinamento”
Condotto da Romina Lombardi con la collaborazione di giornalisti enogastronomici, finalizzata ad offrire un percorso esperienziale alla scoperta dell’incontro tra cucina e vino, valorizzando eccellenze gastronomiche e vinicole del territorio. Ore 15:00 – Masterclass Marche: “La Nuova Via dei Rossi Marchigiani”
Degustazione guidata da Pierpaolo Rastelli, influente critico enogastronomico e  responsabile guida per le Marche del Gambero Rosso, per approfondire uno dei vitigni rari del comprensorio marchigiano. Ore 17:00 – Masterclass Campania: “Il Misterioso Sciascinoso”
Degustazione guidata da Alessandro Marra, degustatore e Vice Curatore nazionale della guida e coordinatore Slow Wine Campania sul vitigno identitario della Campania, tra storia e tecnica di vinificazione. Ore 19:00 – Cerimonia di premiazione “Premio della Critica – Miglior Sciascinoso 2026”, Premio della Critica – La Nuova Via del Rosso Marchigiano” assegnati ai vignaioli da una giuria specializzata e “Premio del Pubblico – Miglior Cantina 2026” Ore 19:30 – Chiusura banchi d’assaggio e della manifestazione Il manifesto di IO VINO rappresenta un’occasione unica per celebrare la cultura del vino e promuovere la conoscenza dei vitigni autoctoni di  Marche e Campania  in un network solido e consolidato tra operatori del settore (Info https://iovino.wine/) La Redazione
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Eccellenza e solidarietà: tre Magnum di Merlot Vistorta 2011 all’asta per “In Auction for Smiles” Arrow Right Top Bg

5 Marzo, 2026

Eccellenza e solidarietà: tre Magnum di Merlot Vistorta 2011 all’asta per “In Auction for Smiles”

  L’azienda friulana sostiene l’asta benefica della Fondazione Operation Smile Italia ETS, in programma a Roma il 5 marzo, contribuendo alla raccolta fondi per i programmi medici internazionali nei Paesi a basso e medio reddito.   Anche quest’anno Vistorta sarà tra i protagonisti di “In Auction for Smiles”, l’asta benefica promossa dalla Fondazione Operation Smile Italia ETS, in programma giovedì 5 marzo alle ore 19:00 presso Villa Blanc, sede della Luiss Business School. In occasione dell’evento, Vistorta metterà a disposizione una cassa in legno contenente tre Magnum di Merlot Vistorta 2011, un lotto esclusivo che unisce eccellenza enologica e impegno solidale. Il Merlot Vistorta è il vino simbolo dell’azienda che ha fatto conoscere l’azienda nel mondo, nato dal lavoro di ricerca di Brandino Brandolini d’Adda e del wine maker Alec Ongaro e fondato sulla sintesi identità territoriale e precisione agronomica. Le uve provengono da piccole parcelle differenziate per cloni ed età degli impianti. La vinificazione avviene separatamente per parcella in vasche di cemento con fermentazioni spontanee. Dopo 30 giorni di macerazione post-fermentativa, il vino affina in barrique di rovere francese (40% legno nuovo) per 18 mesi. Il risultato è un vino di grande complessità ed equilibrio che, nella versione Magnum messa a disposizione per il progetto, esprime al meglio profondità, eleganza e notevole potenziale evolutivo. “In Auction for Smiles” è l’appuntamento charity annuale volto a sostenere i programmi medici internazionali di Operation Smile. La serata riunisce oltre 70 aziende vitivinicole che hanno scelto di donare etichette di pregio per trasformare l’eccellenza enologica in un gesto concreto di responsabilità sociale. I fondi raccolti contribuiranno a finanziare missioni chirurgiche, programmi di formazione per il personale sanitario locale e percorsi di rafforzamento dei sistemi sanitari nei Paesi a basso e medio reddito, dove l’accesso a cure sicure e tempestive per le malformazioni del volto, come le labiopalatoschisi, è ancora fortemente limitato. Con la sua partecipazione, Vistorta conferma la propria attenzione verso progetti ad alto impatto sociale, contribuendo concretamente a sostenere un’iniziativa che restituisce il sorriso a migliaia di bambini e alle loro famiglie nel mondo. *** Vistorta è l’Azienda Agricola di 220 ettari, fondata da Guido Brandolini nel 1872. Oggi è guidata da Brandino Brandolini e seguita in cantina con passione da Alec Ongaro.  I vigneti, a conduzione biologica dal 2008, si trovano tutti a Vistorta, piccolo borgo friulano al confine con il Veneto. Il merlot – introdotto a fine dell‘800 – è uno dei vitigni iconici dell’azienda con cui viene prodotto l’omonimo vino Vistorta, con uve selezionate da dieci piccoli appezzamenti. Le varietà autoctone, come il friulano, la ribolla, il refosco, accompagnano il pinot grigio e lo chardonnay per produrre vini caratterizzati da un’estrema eleganza. La Redazione
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Due giorni con VINODABERE. #2: L'Italia del Pinot Nero. Arrow Right Top Bg

5 Marzo, 2026

Due giorni con VINODABERE. #2: L'Italia del Pinot Nero.

IL COSA E IL DOVE Nel fine settimana del 7 e 8 febbraio scorsi VINODABERE ha organizzato L’ITALIA DEL PINOT NERO E DEL SAUVIGNON, una due giorni dedicata a due vitigni totalmente diversi tra loro non solo nel colore ma anche e soprattutto nel modo di presentarsi ai nostri sensi. Sfrontato il secondo, con quelle sue pirazine in primo piano che lo rendono inconfondibile, addirittura “facile” direi, uno di quei vini che ti fa credere che sia facile riconoscerlo a occhi chiusi; leggero, elegante, fors’anche supponente il primo, principe dei vitigni per molti Produttori e re di tante bollicine di qua e di là delle Alpi.   IL PINOT NERO Presente in Borgogna da quasi duemila anni, legato a filo doppio con le abbazie cistercensi è arrivato in Italia intorno al XVII Secolo in quell’Oltrepò Pavese dove nel 1865 venne creato il primo Metodo Classico italiano. Difficile da coltivare, “cagionevole di salute”, sensibile come pochi alle muffe e alle bizze del tempo, poco accondiscendente in cantina, capriccioso, gioia e dolore di quei Produttori che decidono di accettarne la sfida vede nel nostro Paese il secondo areale più grande al mondo per superficie vitata e regala vini estremamente territoriali.   LA MASTERCLASS Nove le etichette in degustazione in rappresentanza di sei Regioni differenti, nove vini presentati da Pino Perrone e Gianni Travaglini che raccontano idee e Territori e che io provo come sempre a descriverVi invitandoVi però a ficcare il naso personalmente nel bicchiere perché nessuno come Voi può esprimere le emozioni di un sorso.       – TOSCANA IGT PINOT NERO 2023, TENUTA MONTAUTO (TOSCANA): uno sbuffo di alcol rovina in parte l’atmosfera boschiva e appena terrosa che introduce il rosso di fragole e ciliegie. L’olfatto stenta a schiarirsi e compaiono note di pepe nero e soffi temporaleschi. In bocca è invece il frutto rosso a dominare il sorso, pieno e croccante, mai svenevole, sostenuto da accenni vegetali e reso vieppiù interessante da un habitus di contadina rusticità che rende questo vino una sorta di ponte tra il cielo e la terra. Decisamente non banale, forse traviante. Si prende 89- Punti e il mio personalissimo premio “PECCATO” per quel dualismo naso-bocca che è forse caratteristica di unicità ma che avrei preferito di no. – ALTO ADIGE SÜDTIROL DOC PINOT NERO “PRAESULIS” 2023, GUMP HOF MARKUS PRACKWIESER(ALTO ADIGE): olfatto scuro che sottolinea i toni erbacei prima dei piccoli frutti e delle viole e che si sviluppa dinamico rivelando peposità speziate e freschezze balsamiche mentre addita ferrosità temporalesche. Il sorso è succoso e scorrevole, fresco, teso tra sapidità incalzante e tannini piacevolmente grippanti con un finale che si dilunga in ricordi di frutta e spezie in una atmosfera progressivamente fumé. 88+ Punti. – ALTO ADIGE SÜDTIROL DOC PINOT NERO “BACHMANN” 2022 RISERVA, CANTINA BOLZANO (ALTO ADIGE): olfatto sostanzioso che sciorina il rosso della ciliegia e del lampone, il nero della prugna, le ombre di un bosco di terriccio umido, strobili e resina, le delicate violette e quel giusto di spezie che sa di chiodi di garofano. Il sorso scorre leggiadro tra i coerenti rimandi olfattivi, sostenuto dalle morbidezze tanniche e da una sapidità minerale che firma di Territorio. Un Pinot Nero che potrei definire “didattico” ma che sembra limitarsi a svolgere il proprio “compitino”. 87 Punti. – ALTO ADIGE SÜDTIROL DOC PINOT NERO “EXCLUSIV” 2022 RISERVA, PLONERHOF (ALTO ADIGE): un olfatto fresco e profondo regala note di chinotto e marasca prima che le spezie inizino a danzare su un tavolato di legni scricchiolanti, una soffitta di album fotografici che custodisce ricordi di sospiri balsamici. Sorso muscolare, materico; fresco d’arancia sanguinella e stuzzichevolmente tannico s’allunga sapido ammiccando a note di frutta secca tostata e biscotti della nonna mentre Vi racconta storie di spezie. Un vino di haute couture che non si vergogna di calzare scarpe infangate. Gli manca ancora qualcosa (e considerata l’età vorrei ben vedere!). 89 Punti. – PIEMONTE DOC PINOT NERO “BRICCO DEL FALCO” 2021, ISOLABELLA DELLA CROCE (PIEMONTE): un olfatto profondo, di lamponi e amarene si fonde con balsamiche amaritudini di tabacco, menta e liquirizia, freschezze di chinotto e ombre boschive tra gli accenni di chiodi di garofano e una gentilezza di rosa. Sorso sabaudo, di una piemontese eleganza che risulta forse un pochino troppo supposta e cui l’allungo ferroso e saporito non riesce a tenere testa. Un bel vino che non ha ancora spiegato completamente le proprie ali. 89 Punti (con, forse, un +). – PAESTUM ROSSO IGP PINOT NERO “PINO DI STIO” 2021, SAN SALVATORE 1988 (CAMPANIA): cupo e potente solca il naso con un vomere di ferro, grafitico, amaricante di genziana, fresco di piccoli frutti, erbe officinali e pepe. In bocca la freschezza erbaceo-balsamica sposa la morbidezza glicerica mentre la ruvida carezza dei tannini tiene vivo l’interesse per un sorso che si chiude succoso d’arancia e gradevolmente chinato. 87+ Punti.   – ABRUZZO DOC PINOT NERO “DIAMANTE NERO” 2020 RISERVA, CASTELSIMONI (ABRUZZO): un Pinot Nero “forte e gentile”, vedetta di piccoli frutti scuri che tiene d’occhio i movimenti di spezie come un “Drogo” che attende i Tartari pescando tabacco dalla borsa mentre monta la guardia. Nebbie fumé precedono un assaggio teso in cui la freschezza è corda di violino che vibra su una cassa di tannini e rocciosa mineralità e le morbidezze qualcosa che non compete ancora sorso. Un Pinot Nero che racconta di attese come il libro di Buzzati. 89- – Punti (ma forse di più). – VENETO IGT PINOT NERO “S” 2020, MARCO BUVOLI (VENETO): piccoli frutti rossi e violette introducono vegetali note balsamiche e di sottobosco appena terroso. Poi sono pensieri di tabacco e voluttuosità di spezie orientali con un’idea di vaniglia che rimanda a grassezze di cioccolato bianco. In bocca, alle dolcezze della chiusura olfattiva si sostituiscono note vegetali e amaricanti di erbe aromatiche che sostengono la freschezza di un sorso reso scorrevole dalla morbidezza dei tannini e dalla lunga scia sapida. Pecca forse un tantino di coerenza ma lo aspetto qui tra un annetto o due. 88 Punti. – ALTO ADIGE SÜDTIROL DOC PINOT NERO “VIGNA ZIS” 2019 RISERVA, BRUNNENHOF MAZZON (ALTO ADIGE): more, ciliegie e mele rosse s’accostano a note verdi di viticcio masticato ed erbe selvatiche mentre note dolci di spezie d’Oriente scazzottano con amaritudini di rabarbaro e liquirizia accompagnate da note salate di quasi oliva. In bocca mostra i muscoli ma lo fa con grazia, dai rimandi di frutta s’eleva una prugna secca che tiene al guinzaglio tannini e graffi erbacei mentre le spezie firmano in calce al sapido finale. Da una annata difficile un vino con gli attributi. 91 Punti. A LATERE Tra tutto il resto (mica poco) che ho assaggiato ho poi selezionato una “TOP FOUR” che credo valga la pena teniate in considerazione. – ABRUZZO DOC PINOT NERO “DIAMANTE NERO” 2018 RISERVA, CASTELSIMONI (ABRUZZO): a un anno di distanza sembra essere salito di rango e, svestito il kilt ha ricevuto le insegne di cavaliere. Non galoppa più a pelo e, sotto un’insegna luminosa di arancia sanguinella veste una nobile armatura di more e amarene. Niente più archibugio e pietra focaia di acciarino, ma spada scintillante di cannella e pepe nero in fodero di nobile cuoio. In bocca chiama all’armi con squilli mentolati e marine, sorprendenti sapidità portate dai due mari separati dal Gran Sasso riunendo sotto il vessillo del Territorio, tannini, mineralità rocciosa, richiami d’agrume e pensieri polverosi. Meno sorprendente di come lo ricordassi s’atteggia a giovin signore ma ha ancora bisogno delle cure del precettore. 91 Punti. – ALTO ADIGE SÜDTIROL DOC PINOT NERO “RISERVA MAZON” 2019 RISERVA, BRUNNENHOF MAZZON (ALTO ADIGE): olfatto magari non così boom come avrei pensato ma con i piedi ben piantati per terra, che racconta le fragole in primis, poi le more e le ciliegie, le prugne e un ardito sconfinare nello scuro delle spezie e della liquirizia e un ché di salato che è più della solita, supposta mineralità. In bocca ha freschezza da vendere e tannini disposti a pagare il prezzo dovuto per regalarci quell’equilibrio che tanto andiamo cercando. È succoso, progressivo, lungo…molto lungo. Gli do 88+ Punti ma lo devo riassaggiare perché c’è in giro ancora qualche Obelix che viene alle degustazioni dopo essere caduto nel pentolone del profumo (a quando uno “scent detector” all’ingresso?). – VALLE D’AOSTA DOC PINOT NERO “LES FRÈRES” 2022, GROSJEAN (VALLE D’AOSTA): l’olfatto si divide tra le nettissime, luminose note di fragola e i più cupi richiami speziati di chiodi di garofano mentre la progressione evidenzia granitiche pietraie, accenni di caffè e richiami salini (peccato per un accenno di canfora che distrae). Il sorso è introdotto da profondi respiri balsamici e rivela trasparente profondità, fresco, di beva esuberante, quasi golosa, sostenuta dalla schiettezza dei tannini e con un finale maledettamente montano. 89 Punti. – SPUMANTE METODO TRADIZIONALE ROSATO 2018, LA PALAZZOLA (UMBRIA): spiazzante già all’occhio, con quella sua mise tenue ma non troppo, svolazzante…un invito a pensieri impuri… Il naso ne apprezza invece l’animo selvatico, il carattere etrusco, quelle note di torba, silvane. Ninfa dei boschi richiama l’attenzione con le freschezze e travia poi con succosità di piccolo frutto rosso concesse con smorfiosa ritrosia. In bocca la frutta reclama invece la propria succosa centralità facendo leva su un’effervescenza ammiccante e sulla viva, minerale freschezza. E in chiusura pasticceria e note fumé s’accostano a più che accennati richiami di agrume chinotto regalando, a rimandi di carcadè, a spezie d’oriente per un sorso di erotica consistenza. 89 Punti. – UMBRIA IGT PINOT NERO 2020, LA PALAZZOLA (UMBRIA): basta avvicinare il calice al naso per lasciarsi scappare un poco elegante “porcapaletta”. Profondamente boisè mixa con sapienza di druido pepe e fragoline di bosco, erbe a mare e ribes… Un pizzico di ciliegia, il giusto di mineralità per dar sapore, quell’atmosfera fumé che regala mistero e intrigo da svelare… In bocca riempie senza ingolfare, carico di sapidità e freschezza Vi avverte che non ha intenzione di fare sconti. Il tannino, appena un po’ duro, c’azzecca maledettamente con quel suo carattere un po’ scontroso, restio a raccontare la chiusura di frutta. Schivo, si picca di non assomigliare ai cugini borgognoni ma il ricordo non può non correre oltr’alpe in un allungo che sottolinea però il Territorio italico. 93 Punti. E QUINDI? E quindi GRAZIE a VINODABERE per avermi ospitato ancora una volta e a tutti i Produttori presenti, quelli che hanno avuto il buon cuore di sopportare le mie elucubrazioni e quelli che hanno altresì avuto la fortuna di “schivarmi”. Sono state due giornate intense, ricche di spunti di approfondimento, due giornate dopo le quali il mondo del Sauvignon e del Pinot Nero sono meno misteriosi (o forse no). Appuntamento all’Edizione 2027, io l’ho già messa in agenda, e Voi?   Roberto Alloi – VINODENTRO Su Instagram @eno_evo  
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Birra del Borgo apre le porte al pubblico: A Marzo torna L’Oyster Day Arrow Right Top Bg

4 Marzo, 2026

Birra del Borgo apre le porte al pubblico: A Marzo torna L’Oyster Day

  Sabato 14 marzo 2026 a Borgorose arriva l’Oyster Day, l’evento annuale dedicato alla cotta della Perle ai Porci, la stout alle ostriche di Birra del Borgo e, per la prima volta, la degustazione di un menu a base di ostriche nella tap room “Il Bancone”   Assaggi, visita al birrificio e affiancamento ai birrai: a Borgorose la cotta della Perle ai Porci si trasforma in una festa aperta agli appassionati e non solo Birra del Borgo annuncia l’edizione 2026 dell’Oyster Day, l’appuntamento annuale con la cotta pubblica della Perle ai Porci, la stout alle ostriche. Per un giorno il birrificio di Borgorose apre le porte a curiosi e beer lovers, offrendo la possibilità di vivere l’esperienza produttiva, partecipare a degustazioni guidate e scoprire la storia di uno degli stili birrari più affascinanti: quello delle Oyster Stout. Le Oyster Stout: una tradizione storica L’idea di utilizzare ostriche nella produzione di birra non è una trovata contemporanea. Già in epoca vittoriana, le ostriche, allora alimento economico, venivano comunemente servite in abbinamento a birre scure. L’impiego delle conchiglie, ricche di carbonato di calcio, come agente chiarificante del mosto, risale agli inizi del ’900. Solo successivamente si è diffusa la pratica di utilizzare anche i molluschi per conferire sfumature aromatiche alla birra. Oggi le Oyster Stout rappresentano un sottostile riconosciuto e consolidato all’interno della famiglia delle Stout, birre scure ad alta fermentazione di stampo britannico e irlandese. Il programma dell’Oyster Day 2026 Birraio per un giorno L’edizione 2026 si terrà sabato 14 marzo presso il birrificio di Borgorose. La giornata prenderà il via alle ore 7.00 con l’esperienza “Birraio per un giorno”, dedicata a un massimo di 20 partecipanti (costo di € 50). L’attività, che si concluderà alle ore 17 circa, include: colazione con i birrai, tour del birrificio, pranzo a Il Bancone e affiancamento ai birrai nelle diverse fasi della cotta, fino al momento dell’inserimento delle ostriche nel tino di bollitura. Apertura al pubblico con pranzo a Il Bancone Dalle 12.30 apertura al pubblico con pranzo a Il Bancone, la tap room di Birra del Borgo. Oltre al consueto menu (fritti, burger e dessert) ci saranno piatti special a base di ostriche, pensati per l’occasione: le ostriche, servite al naturale, saranno accompagnate da pickles artigianali fatti dallo staff, mentre gli gnocchi di patate di montagna, verranno conditi con crema di patate, ostrica a crudo e salsa verde. Degustazione guidate e abbinamento birre e ostriche Sono inoltre in programma due degustazioni guidate, alle 12.30 e alle 15.00, della durata di circa un’ora ciascuna, condotte da Corrado Tenace, uno dei massimi esperti di conchigliacei in Italia, e Andrea Lecchini, Mastro birraio di Birra del Borgo. Ogni sessione prevede l’abbinamento di tre ostriche ad altrettante birre, con approfondimenti sulle caratteristiche delle diverse specie, sui metodi di coltura e sulla storia dell’incontro tra questi pregiati molluschi e le birre scure. L’Oyster Day si conferma un momento di condivisione, unendo cultura birraria e convivialità. Perle ai Porci: l’interpretazione di Birra del Borgo Birra del Borgo è stato uno dei primi birrifici italiani a reinterpretare questo stile, introducendo la Perle ai Porci nel 2012 nella linea delle “Bizzarre”, le produzioni mensili speciali. Si tratta di una Stout dal colore impenetrabile, prodotta con l’aggiunta in bollitura di ostriche fresche Fin de Claire bretoni. Al naso emergono note tostate; al palato la birra presenta sentori sapidi e minerali, mantenendo comunque morbidezza ed equilibrio e con un finale piacevolmente salmastro, ma mai invadente. Come partecipare all’Oyster Day: Tutte le info sul programma completo sono disponibili a questo link: https://birradelborgo.it/oyster-day-16-marzo-esperienza-unica-2/ Per prenotare l’esperienza Birraio per un giorno: https://fareharbor.com/embeds/book/birradelborgo/items/525423/?full-items=yes&flow=835202 Per prenotare la degustazione guida Ostriche e Birre: https://fareharbor.com/embeds/book/birradelborgo/items/474579/?full-items=yes&flow=835202 Contatti Birra del Borgo Srl
Loc. Piana di Spedino snc – 02021 Borgorose (RI)
Tel: 0746 31287
info@birradelborgo.it
www.birradelborgo.it La Redazione
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La Calabria. Scopritela, ne vale la pena Arrow Right Top Bg

4 Marzo, 2026

La Calabria. Scopritela, ne vale la pena

  Quando ho il piacere di scrivere della Calabria, mi emoziono. E al contempo mi arrabbio. L’emozione nasce dai luoghi che la Calabria riesce ad offrire, come quegli sconfinati paesaggi che sembrano muoversi, attraverso monti incontaminati, da un mare all’altro, dall’alba dello Ionio al tramonto del tirreno, dalla neve della Sila al sole dei mari, dai boschi del Pollino alle pianure di Sibari, dai venti freddi che arrivano dal nord e quelli caldi dall’Africa.  Una moltitudine di aspetti territoriali che rendono questa regione unica non solo in Italia ma in Europa e nel mondo.  Se c’è poi una regione d’Italia, dove la viticoltura potrebbe essere florida ritornando al vero senso di Enotria così da consentire uno sviluppo pazzesco dei territori, questa è proprio la Calabria.  Dall’area di Crotone, l’antica Kroton scelta dai Greci come colonia e oggi prima DOCG calabra con Cirò, alla piana di Sibari, a Castrovillari, al Pollino, al Cosentino, al Vibonese, a Lamezia, al Reggino e non so a quanti altri territori, la Calabria offre altitudini variabili, venti, scambi termici, suoli che mutano dalla sabbia al calcare attraverso centinaia di sfaccettature diverse. Insomma in grado di offrire alla vite un ecosistema pazzesco così da realizzare, potenzialmente, vini unici ed eccellenti. Con vitigni poi assolutamente identitari sia per i bianchi (Mantonico, Pecorello, Greco, Greco di Bianco, Zibibbo) sia per i rossi (Gaglioppo, Gaglioppo Dolce) . Senza dimenticare i rosati e gli incredibili passiti (con i metodi classici che iniziano, in parte timidamente, a far sentire la loro voce). Mi arrabbio perché la Calabria non riesce ad emergere nonostante i tanti produttori giovani e meno giovani che provano con tutte le proprie forze a far venir fuori la Calabria da quella sorta di palude ancestrale nella quale nessuno se non l’uomo l’ha condotta. Non è solo la ‘ndrangheta, occorre chiamare le cose con il proprio nome, la responsabile di tutto ciò. Alcuni miei amici calabri sostengono che il male della Calabria sono i calabresi, persone spesso troppo orientate ad una sorta di autarchia che nessuno gli ha chiesto.  Il calabrese è contento quando i propri prodotti rimangono nella propria regione. Come se volessero rimanga tutto in famiglia. È contento quando su una spiaggia con vista tramonto alle otto di sera il bar chiude perché è meglio andare a casa che servire i clienti (è successo veramente). Quante volte avete visto le fantastiche cipolle di Tropea fuori dalla Calabria? E quanti vini calabresi avete trovato nella carta dei ristoranti? Eppure tutte le persone calabresi che conosco sono splendide e capacissime, orgogliose delle proprie origini e pronte a confrontarsi con tutti. Pur sapendo che hanno bisogno di una maggior visibilità.  La Calabria è molto di più e può dare molto di più.  È così che l’evento sui vini della Calabria al quale ho avuto l’onore di essere invitato ha dimostrato, a chi aveva gli occhi per vedere, orecchie per sentire, naso per annusare e bocca per degustare, come i vini calabresi siano prodotti di assoluta eccellenza e non solo nel panorama italiano. Vini che non hanno nulla, ma davvero nulla da invidiare a nessun altra regione. Con così incredibili prodotti, occorrono investimenti in comunicazione e promozione del territorio perché non sia solo ad appannaggio dei calabresi o dei turisti nel periodo estivo (ai quali poi viene tendenzialmente servito vino calabrese di bassissimo profilo). I miei assaggi Proprio al centro della Calabria, poco distante da Castrovillari c’è Cantine Viola. Il Biancomargherita, blend di Guarnaccia Bianca e Mantonico, è una sorta di ricettacolo di iodio dei due mari che sembrano incontrarsi proprio a metà strada. Un naso che si arricchisce, senza interferenze, grazie ad un pò di legno di una piccola parte della massa. L’equilibrio ma soprattutto la sapidità, quasi salmastra, fanno di questo vino una vera chicca. Poco distante, a Morano Calabro e sempre nel Parco del Pollino, c’è Casa Vinicola Gialdino con il Mantonico Dominì: delicato, sensuale, asciutto, armonioso. Una chicca che occorrerebbe scoprire con più calma. Più sotto e sempre al centro, c’è Corso (CS) dove ha sede Terre di Balbia. Il Fervore è Magliocco Dolce è un vino che mi ha davvero emozionato. Tutto è caldo e avvolgente, vellutato e fresco. Mai banale, mai scontato. Un vino che ha aspettato a lungo in legno e in vetro per restituire qualcosa di unico che solo la cura maniacale e un vitigno interessantissimo come il Magliocco Dolce può dare. Incredibile! A Bisignano, sempre tra i due mari e sempre con il Magliocco Dolce, le Cantine Chimento producono Venticinque Marzo un vino che senza assolutamente legno ha delle note di pepe e pellame che si uniscono ai frutti neri in grado di esaltare. Il sorso è freschissimo e sapido. Che meraviglia! Scendendo lungo lo Ionio, non si può non arrivare a Cirò Marina che con i suoi suoli argillosi che degradano verso la sabbia del mare offre terreno ideale per i famosi rossi calabresi. Tenuta Iuzzolini produce il Maradea Riserva, 100% Gaglioppo che matura 12 mesi in barrique di castagno calabrese (finalmente qualcosa di non importato!) per offrire un velluto rosso rubino che potrei anche bermi senza alcun abbinamento. Spaziale! Rimaniamo a Cirò Marina con Cantina Campana per il suo Casamatta Saracena. Un Superiore da Gaglioppo con affinamento di 12 mesi in barrique che ho trovato meravigliosamente giovane e pimpante, fresco e deciso. Intensamente voluttuoso. Francesco Malena e il suo Cutura del Marchese, 100% Gaglioppo dimostra come si possano realizzare vini complessi e strutturati che non hanno nulla da invidiare a nessun altro vino. Longevo e intenso, profumato di tabacco e cioccolata per regalare una avvolgenza incredibile. Effetto wow. Leggermente sopra Cirò, Santavenere produce il suo Gaglioppo senza neanche fargli vedere il legno. E fanno bene perché realizzano un vino rosso strutturato, fresco, sapido, avvolgente il giusto, non stucchevole. Insomma, si apre la bottiglia e si finisce anche con un petto di pollo.  0727 sono due anni di nascita di due persone chiave dell’azienda Brigante per il Cirò Rosso Classico Superiore Riserva. La liquirizia che in questi luoghi è di casa, si rispecchia intensamente nel calice sia al naso sia in bocca. Per fortuna che l’uso del legno è stato blando altrimenti il capolavoro non sarebbe perfetto. O forse proprio per questa accortezza lo è.  A Cirò non poteva mancare il rosato di Gaglioppo. Senatore Vini produce il Puntaluce che è quel rosato non banale, non scontato, deciso, determinato. Insomma vero e non edulcorato che ti fanno fare pace con i rosati! Sotto Cirò, a Strongoli c’è Cantine Russo e Longo che con Ois usano un vitigno poco noto ma decisamente interessante come il Pecorello per un vino, con fermentazione ed affinamento in legno, riesce a mantenere un rapporto pazzesco con il territorio attraverso la sua fresca sapidità e i sentori mediterranei. Appassionante. Nel punto più stretto della Calabria compreso tra i due mari c’è Cantine Lento che produce il Lamezia Rosso Riserva 2017, blend di Magliocco, Greco Nero e Nerello con affinamento di 18 mesi in botte grande. Se tra due mari distanti meno di 30 km si può produrre un vino così intenso e strutturato ma anche piacevolmente equilibrato allora della Calabria non ci si deve stupire. Applausi! Lo Zibibbo di Giovanni Benvenuto è la scoperta di quanto la Costa degli Dei e Giovanni siano emblema della rinascita della Calabria. Uno Zibibbo che canta silenziosamente di sole e agrumi, di mandorle e miele. Un silenzio che nel calice sembra esser dolce per poi sorprenderti con un gusto secco e sapido che riempie verticalmente la bocca. Appaga. Appaga senza stancare. Ruggia di Cantina Masicei è un ulteriore esempio di rinascita del territorio vibonese e dello Zibibbo. Un vino che fa della discrezione il suo punto di forza. Sapidità e freschezza quasi inaspettata arrivano senza chiedere permesso.  
Della stessa cantina anche Dorè, un ardito metodo classico Pas Dosè sempre da uve Zibibbo che il naso percepisce ancorché non in maniera possente. Semmai delicatamente, senza prepotenza. In bocca ha un perlage fine e una persistenza che si fa sentire. Uno Zibibbo che, sembra strano, sgrassa! Casa Comerci è a Nicotera, sempre sul Tirreno. Rèfulu è il Greco Bianco, la semplicità che non ti aspetti possa poi stupire per le note di freschezza floreale e un gusto che sembra potersi abbinare con tutto. Specialmente con il tramonto del Tirreno. Ad Isola di Capo Rizzuto, proprio difronte lo stupendo parco marino, c’è Massimo Marrelli che con il suo metodo classico brut 2017 da uve Greco Bianco e Mantonico fa ricordare quanto siano morbide e delicate le estati su questo mare. Sentori di miele e zagare, piccola pasticceria e tanti fiori per poi approdare in bocca e perdersi nella finezza di un perlage che arriva sapidamente a far godere i sensi. In un’altro meraviglioso luogo di mare, Simeri, c’è Dell’Area con il Vanitas blend di Mantonico con altri vitigni locali. Si concede il lusso di un pò di barrique che non lo stravolgono anzi, lo arricchiscono senza toglierli la caratteristica principale di balsamicità. Interessantissimo. Centocamere è il metodo classico da Mantonico di Barone Macrì. Coltivato sulla parte dell’Aspromonte che vede lo Ionio, sa tutto di fiori e agrumi come a ricercare un collegamento con la Sicilia. In fondo siamo sulla punta dello stivale, lato ionico. Pulisce e si fa bere.  Poco più sotto, a Bianco, c’è Antonella Lombardo che produce Particella Cinquantotto, 100% Greco Bianco. Un vino essenziale nel senso che se non lo si beve, si perde qualcosa dalla vita. Floreale e sapido, rotondo e saporito. Merita e tanto ma tanto.
Sempre di Antonella, Autoritratto è il Mantonico che trasforma i sentori floreali del precedente in frutta tropicale ed agrumi mantenendo i fiori bianchi. Divino. In tutti i sensi. La Calabria è unica anche per vini dolci, vere chicche decisamente interessanti. Il Mantonico Passito di Azienda Agricola Lucà nella Locride, per il suo affinamento in botti di castagno ha una intensità che si sposa meravigliosamente con i formaggi. Da non smettere di berlo. Un pò come il Greco di Bianco sempre di Lucà. Questo mi ha impressionato di più anche se di entrambe ho ormai un ricordo indelebile. A Saracena, sopra Cosenza, Feudo dei Sanseverino ha creato il Mastro Terenzi Passito da uve Malvasia, Guarnaccia, Odoraca e Moscato. I classici fichi secchi si uniscono alla frutta esotica. Meraviglia pura. Il Greco di Bianco di Maria Maisano è semplicemente speziato al punto giusto da offrire delle sensazioni di puro godimento. La frutta candita che permea naso e bocca aumenta le sensazioni di piacere.  Le Cantine Viola avevano già stupito con il Biancomargherita e continuano a stupire per il Passito Luigi Viola Saracena con uve Guarnaccia bianca, Malvasia, Moscatello di Saracena e Duraca di Saracena. Un procedimento tutto da leggere (a parte) e zero legno per una scoperta che ha bisogno di tanto tempo per essere dimenticato. Ma poi ci si riesce davvero? Naaaa A Casignana, quasi sulla punta del tacco d’Italia, Ceratti Vini produce il Greco di Bianco passito. Dico solo che varrebbe il viaggio fino li per bersi questo nettare. Magari passando dall’alba dello Ionio al tramonto del Tirreno. Tanto distano poco. A Bianco, Cantine Ferdinando Ielasi produce il suo Greco di Bianco Passito che non è possibile non provare almeno una volta nella vita!!! Insomma, alla fine di questa degustazione io sono sempre più contento di scrivere della Calabria e sempre più arrabbiato che non se ne parli maggiormente.  Anche perché, tutti i vini che ho provato sono stati semplicemente fantastici e spero con questo articolo di renderli un pò più noti.  Ultima nota è il loro prezzo. Direi eccessivamente basso. Troppo per prodotti di questo calibro. Dunque, è meglio farne scorta subito. Sono destinati, spero, a salire.  La qualità si deve pagare!   Ivan Vellucci – Suggestioni di Vino
ivan.vellucci@winetalesmagazine.com Mi trovi su Instagram come @ivan_1969
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“Nuovi OGM, vecchie logiche” Il futuro dell’agricoltura risiede nella biodiversità Arrow Right Top Bg

4 Marzo, 2026

“Nuovi OGM, vecchie logiche” Il futuro dell’agricoltura risiede nella biodiversità

  A SANA Food 2026 il convegno di “Futuro Bio” accende il confronto su nuovi OGM, tracciabilità e tutela del biologico   Si è tenuto martedì 24 febbraio, presso la Lab Academy (Padiglione 18) di BolognaFiere, nell’ambito di SANA Food 2026, il convegno “Nuovi OGM, vecchie logiche: nella biodiversità il futuro dell’agricoltura”, promosso dal progetto “Futuro Bio” di Demeter Italia. Al centro dell’incontro il tema dei nuovi OGM e delle Nuove Tecniche Genomiche (NGT), oggetto di una proposta normativa europea che potrebbe portare a una profonda deregolamentazione del settore. Giovanni Buccheri, Direttore di Demeter Italia Parliamo di un argomento apparentemente tecnico, ma che in realtà ha conseguenze e un impatto su tutto il nostro sistema agroalimentare, come cittadini e come consumatori. La proposta europea sulla deregulation dei nuovi OGM rischia di intaccare garanzie fondamentali come la tracciabilità e la possibilità di distinguere chiaramente i prodotti. Se vengono meno etichettatura e trasparenza, si toglie al consumatore la possibilità di capire cosa mangia e di scegliere consapevolmente. Buccheri ha ricordato come in passato il Parlamento europeo abbia modificato radicalmente proposte legislative solo in pochissimi casi, ma ha anche sottolineato che “già nei primi anni Duemila si riuscì a bloccare l’introduzione degli OGM grazie a una forte mobilitazione”. Il Presidente di Demeter Italia, Enrico Amico, ha ribadito la posizione netta dell’associazione: “Demeter Italia si è schierata fin da subito. Questo tema tocca un principio fondante dell’agricoltura biodinamica: l’azienda agricola è un organismo vivente, un tutt’uno in cui i diversi fattori della produzione interagiscono tra loro. Tutto parte dal seme, che è la forma vivente più raffinata, la vita che riprende ogni volta”. Il Presidente di Demeter Italia, Enrico Amico Oggi gli standard Demeter, condivisi in oltre 60 Paesi attraverso Demeter International, escludono l’impiego di sementi ottenute tramite forme di genetica applicata che alterano i processi naturali. Nei prodotti a marchio Demeter non è consentito l’uso di sementi maschio-sterili o sottoposte a correzioni citoplasmatiche in laboratorio. La nostra non è una scelta di rinuncia, ma di valore: è un arricchimento del sistema agricolo, non una limitazione. Chi sceglie biologico e biodinamico deve avere la certezza che questi semi non vengano utilizzati, per questo chiediamo maggiore chiarezza, trasparenza e la piena tutela del diritto di scelta del consumatore. Ad approfondire il quadro normativo europeo è stata Maria Grazia Mammuccini, Presidente di FederBio, che ha richiamato la recente evoluzione legislativa:
“A fine gennaio la Commissione Ambiente del Parlamento Europeo si è espressa sulle NGT, dopo che a dicembre gli Stati membri avevano già approvato lo status del trilogo. Anche l’Italia ha votato a favore. Ora l’ultimo passaggio spetta al Parlamento europeo”. Mammuccini ha spiegato che la nuova proposta distingue tra NGT1, considerate equivalenti alle piante naturali e quindi prive di obblighi di tracciabilità, etichettatura e valutazione d’impatto, e NGT2, assimilate agli OGM tradizionali. “Il rischio – ha affermato – è la totale deregolamentazione delle NGT1. Non ci sarà valutazione d’impatto ambientale, non ci sarà etichettatura: si nega la trasparenza nei confronti del cittadino. L’impatto più forte sarà per il biologico e il biodinamico, che rischiano contaminazioni e la perdita della fiducia costruita negli anni”. Tra i punti cruciali: principio di precauzione, diritto alla scelta del consumatore, tracciabilità delle filiere e tutela delle sementi. “Se produciamo nello stesso modo del convenzionale, perché il cittadino dovrebbe continuare ad avere fiducia nel biologico? Dobbiamo garantire almeno tre aspetti: brevetti, etichettatura e tracciabilità, per poter escludere il biologico dalla normativa sulle NGT. Da qui ad aprile lavoreremo con una campagna mirata e con lettere ai parlamentari europei per tutelare il settore”. Il contributo scientifico è stato affidato a Salvatore Ceccarelli, già Professore ordinario di Genetica Agraria all’Università di Perugia, che ha messo in discussione l’impianto teorico delle nuove tecniche genomiche: “L’agricoltura italiana ha bisogno di scienza, ma di quale scienza parliamo? La biodiversità è la base della sicurezza alimentare, della salute e della resilienza ai cambiamenti climatici. Vecchi e nuovi OGM rappresentano una corsa verso l’uniformità, e l’uniformità significa maggiore vulnerabilità”. Ceccarelli ha spiegato come i nuovi OGM, presentati in Italia come TEA (Tecniche di Evoluzione Assistita), non abbiano nulla a che vedere con l’evoluzione naturale:
“l’evoluzione nasce dall’interazione continua tra organismi e ambiente. Le NGT intervengono sul genoma in modo puntuale, ma ignorano il principio fondamentale della selezione naturale: quando l’ambiente cambia, anche insetti, patogeni e microrganismi si evolvono e si adattano. È lo stesso motivo per cui i batteri diventano resistenti agli antibiotici. Pensare di risolvere un problema complesso con una singola modifica genetica significa introdurre una soluzione fragile e temporanea”. Portando l’esempio del riso resistente al brusone ottenuto tramite editing genetico, Ceccarelli ha sottolineato come esistano già alternative agronomiche efficaci: “Per contrastare il brusone è stato creato un riso geneticamente resistente, ma studi condotti in Cina hanno dimostrato che alternare due varietà nello stesso campo può ridurre l’incidenza della malattia fino al 90%. Invece di produrre una varietà ‘resistente’ è bastato valorizzare la biodiversità”. Secondo Ceccarelli, le NGT rappresentano quindi “soluzioni temporanee che aumentano la vulnerabilità dei sistemi agricoli, soprattutto in un contesto di cambiamento climatico e incertezza ambientale. Al contrario, la biodiversità offre stabilità, resilienza e non è brevettabile: è un bene comune”. Il convegno si inserisce nel progetto “Futuro Bio”, finanziato dal MASAF e promosso da Demeter Italia, con l’obiettivo di divulgare i benefici dei prodotti biologici e biodinamici e di promuovere un modello agricolo fondato sulla fertilità dei suoli, sulla vitalità delle comunità rurali e su un rapporto equilibrato e virtuoso tra cibo, salute e ambiente. Demeter Italia è un’associazione privata di produttori, trasformatori e distributori di prodotti agricoli e alimentari biodinamici, affiliata alla Biodynamic Federation Demeter International (BFDI). Con sede a Sorbolo Mezzani (PR), Demeter Italia svolge un’attenta azione di controllo sulla produzione, la trasformazione e la commercializzazione dei prodotti, seguendo ogni fase della filiera fino al rilascio della certificazione e all’etichettatura. L’Associazione comprende  circa 1.000 aziende di diverse categorie merceologiche diffuse su tutto il territorio nazionale, che applicano il metodo di agricoltura biodinamico ispirato da Rudolf Steiner nel 1924.  Per saperne di più: www.demeter.it La Redazione
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