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19 Febbraio, 2026
Fattoria Mantellassi alla settimana delle anteprime del vino di toscana 2026
Il 19 febbraio, i rossi MENTORE, MAGO DI 03 e LE SENTINELLE oltre al bianco LUCUMONE, in collaborazione con il Consorzio del Morellino di Scansano, saranno protagonisti della importante kermesse fiorentina
Un palcoscenico prestigioso, quello di Fortezza da Basso, a Firenze, accoglierà quattro tra le eccellenze di Fattoria Mantellassi. Sempre più presente negli eventi del vino di alto livello sia per l’alta qualità della sua produzione sia per la grande responsabilità a sostegno dell’ambiente, l’azienda ultrasessantenne di Magliano in Toscana sarà protagonista di una serata, il 19 febbraio, dedicata al Morellino di Scansano in collaborazione con l’omonimo Consorzio.
I vini che verranno presentati alla stampa sono, per il Morellino, Le Sentinelle, Mentore e Mago di 03 mentre, per la Maremma Doc Toscana, è stato scelto Lucumone. Tre etichette che vantano una forte presenza nel medagliere di Fattoria Mantellassi.
LE SENTINELLE, è un rosso composto per l’85% da Sangiovese e per il 15% da vitigno Alicante. La vinificazione è tradizionale in rosso, in piccole vasche da hl 50 con lunga macerazione. Viene poi affinato per 20 mesi in barriques di rovere francese e alcuni mesi in bottiglia. Il suo carattere è forte, deciso e, non a caso, viene denominato “Riserva Morellino di Scansano”. Il suo è un vigneto storico, uno dei primi impiantati negli anni ’70 da Ezio Mantellassi, fondatore dell’omonima azienda. E’ un vino che rappresenta la migliore espressione qualitativa nell’ambito del Morellino di Scansano di Fattoria Mantellassi. La sua etichetta, dai tratti decisi e fortemente moderna nella sua creatività, si rifà al vigneto omonimo, il più alto della proprietà Mantellassi e offre l’immagine di tre sentinelle stilizzate che ricordano un’antica presenza, quella di quando, dall’alto, si vigilava sull’arrivo dei pirati saraceni che sbarcavano nella baia tra l’Argentario e Talamone.
MENTORE un vino rosso corposo ma fresco e fruttato, realizzato da vitigni 85% Sangiovese, 10% Ciliegiolo e 5% Cabernet. Viene maturato in vasche d’acciaio inox e affinato per alcuni mesi in bottiglia. Un vino perfetto a tutto pasto che si accompagna bene con gli antipasti, primi piatti con sughi leggeri e risotto ai funghi, secondi a base di carne bianche e rosse e, perchè no, persino con la pizza! Un vino che “cattura l’essenza del territorio”.“Mentore 2022”, si è aggiudicato il prestigioso premio al Contest enogastronomico Rosso Rubino Wine Cup 2024 come “Miglior vino gastronomico”, un riconoscimento importante siglato da una motivazione che lo annovera tra i migliori della Toscana.
MAGO DI 03, è il primo Morellino di Scansano senza solfiti aggiunti grazie alla tecnologia PuroVino. L’anidride solforosa (un conservante del vino) viene sostituita dall’ozono che, attraverso un processo di iperossigenazione, blocca l’ossidazione del vino garantendo un’ottima conservazione delle sue proprietà organolettiche. Le uve di MAGO 03 sono trattate attraverso una saturazione dell’atmosfera della camera di stoccaggio con Ozono per una notte e, in questo modo, vengono lavorate con attrezzature a loro volta trattate con lo stesso gas. Il mosto, così ottenuto, non necessita di aggiungere solfiti al vino. Una chicca? La sua etichetta: grazie a una particolare e accattivante grafica offre una lettura magica tanto da apparire al primo impatto come MAGO DI OZ. Ma la vera magia non sta soltanto qui. Versate il vino nel bicchiere e la troverete anche lì!
LUCUMONE, un bianco dal sapore fresco e fruttato che ha origine proprio in Maremma, dove hanno sede gli splendidi vitigni di Fattoria Mantellassi. Un Vermentino in purezza che viene vinificato tramite una soffice pressatura. La fermentazione avviene a temperatura controllata in piccole vasche e prevede un affinamento di circa due mesi. Viene imbottigliato giovane per mantenere intatto il suo profumo. Il suo nome è tutt’altro che casuale. Infatti è un tributo di Giuseppe e Aleardo Mantellassi, i patron dell’Azienda, alla loro terra, quella terra dove ancora sono presenti importanti testimonianze etrusche. Lucumone, secondo la storia, aveva un significato nobile, identificato addirittura in “re”.
www.fattoriamantellassi.it
La Redazione
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19 Febbraio, 2026
Consorzio Vini Doc Sicilia
Calendario degustazioni 2026: Italia, USA e Canada
Il Consorzio di Tutela Vini DOC Sicilia presenta il programma 2026 di masterclass, tasting ed eventi formativi nelle principali città italiane e mercati internazionali. Un calendario per trade e consumatori che valorizza la biodiversità, la cultura vitivinicola e le tendenze globali della Doc Sicilia.
Camillo Pugliesi, Direttore
Le degustazioni sono strumento strategico per trasmettere qualità, tutela biodiversità, sostenibilità e identità della Doc Sicilia sui mercati internazionali.
Italia: Sicilia Doc Experience da febbraio 2026
“Sicilia Doc Experience: armonie e contrasti”: tour di 12 tappe nelle principali città italiane con associazioni sommelier. Masterclass su vitigni autoctoni, guidate da esperti enologici per operatori, professionisti e opinion leader.
Canada: formazione sommelier e in-store tasting
Masterclass per studenti sommelier in Québec e Ontario, formando oltre 50 professionisti. Degustazioni in-store presso monopoli statali SAQ e LCBO per brand awareness e interesse consumatori.
USA: trade events e roadshow
Sicilia DOC in Tour: Annual New York Industry Tasting
Roadshow seminari: Denver, Dallas, Los Angeles
Eventi trade con top buyer e abbinamenti cucina locale
Formazione staff catene retail principali
Il Consorzio conferma la promozione strutturata che unisce formazione e racconto del territorio, rafforzando la Doc Sicilia come continente vitivinicolo contemporaneo.
La Redazione
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19 Febbraio, 2026
Calabria, la Storia nel calice. La punta dello stivale alza la voce.
IL COSA E IL DOVE
Lo scorso 26 Gennaio gli eleganti spazi di PALAZZO RIPETTA a Roma hanno ospitato CALABRIA, LA STORIA NEL CALICE, Evento organizzato dall’ARSAC che ha consentito a oltre 250 professionisti del settore di aprire una finestra concretamente esaustiva sulla produzione vitivinicola di quella “punta dello stivale” troppo spesso ingiustamente dimenticata nelle trattazioni enoiche.
La Calabria è regione di complessità geomorfologiche, ambientali, pedoclimatiche, ampelografiche, una frammentazione che si traduce in produzioni quasi esclusivamente da vitigni autoctoni e fortemente identitarie che raccontano con dovizia di particolari Storia, storie, uomini e Territori.
All’entusiasmo dei partecipanti ha fatto da spalla la soddisfazione di Gianluca Gallo, assessore all’Agricoltura della Regione Calabria, molto attento a consolidare il dialogo con i professionisti e la stampa per promuovere in Italia e nel mondo l’unicità identitaria dei vini calabresi attraverso un fitto calendario di appuntamenti che li vedrà protagonisti nelle principali manifestazioni del settore.
GLI ASSAGGI
96 etichette con Gaglioppo e Magliocco a guidare le danze e una fitta schiera di vitigni bianchi (Mantonico, Pecorello, Greco Bianco e Zibibbo) a fare ben più che da contorno.
Allegria ed eleganza nelle bollicine, profondità nei passiti, scorrevolezza senza alcuna banalità nei vini fermi, declinazioni diverse della comune ricerca della Qualità.
Io ho assaggiato una quarantina di etichette e tra queste ne ho scelte quattordici.
Quattordici voci che Vi invito ad ascoltare con attenzione, ne vale la pena.
DI NOVANTA CE N’È UNO…
– CALABRIA IGT MANTONICO “AUTORITRATTO” 2022, ANTONELLA LOMBARDO: lo riassaggio a distanza di qualche mese apprezzando come si esalti nell’evidenziare la freschezza del mandarino, sterzi bruscamente verso i toni erbacei, si lasci cullare dalla calma indotta da dolcezze di miele e mandorla.
Il sorso è deciso, coerente, coinvolgente, profondo…ve ne vengono in mente altre?
Rifugge l’immediato, punta sui pensieri, glicerico per accarezzarVi, salino, materico e financo tannico per prenderVi a schiaffi.
Affatto scontato, forse supponente, certo non per tutti ma, per quei pochi, da tenere vicino al cuore.
90 Punti.
GLI ALTRI
– SPUMANTE METODO CLASSICO PAS DOSÉ (DA ZIBIBBO) “DORÈ” 2022, CANTINA MASICEI: un Metodo Classico da Zibibbo che si presenta al naso con dolcezze di albicocca disidratata e fico secco prima di sottolineare la frutta secca sotto miele.
Il sorso è un delicato solletico di sottile effervescenza, un lungo percorso in cui la freschezza ha la meglio sulle supposte morbidezze, un sentiero che conduce a un finale di inattese amaritudini erbacee e Vermoutheggianti.
89- Punti.
– SPUMANTE METODO CLASSICO BRUT “MASSIMO MARRELLI” MILLESIMATO 2017, MARRELLI WINES: se cercate eleganza olfattiva beh…cambiate canale.
Però…però è proprio in questo suo rustico incipit che questo Metodo Classico da Greco e Mantonico cela la propria eleganza.
Nulla di affettato, nessun buffetto sulle guance,
89+ Punti.
– CALABRIA IGT PECORELLO “JXP” 2024, TERMINE GROSSO: un olfatto green di lime e nespola con la soffusa dolcezza del kiwi ad arrotondare e restituire grassezze e un contorno floreale a regalare semplice eleganza.
In bocca è decisione ed equilibrio per non scontentare nessuno; fiori, frutta e agrumi si danno di gomito e la sapidità regala brividi a un sorso altrimenti davvero troppo salomonico.
Il JFK dei Pecorelli.
87+ Punti.
– TERRE DI COSENZA DOP PECORELLO 2023, COLACINO WINES: finocchietto selvatico e mineralità gessosa regalano brillantezza a un olfatto di dolcezze di pesca e susina, di tiglio e tropicali con un lontano richiamo di baccello di vaniglia.
Sorso fresco e sapido, vivo, persistente e con un finale che sottolinea la frutta facendo marameo a noi che aspettavamo un guizzo minerale.
87++ Punti.
– CALABRIA IGT GRECO BIANCO “PARTICELLA CINQUANTOTTO” 2023, ANTONELLA LOMBARDO: un vino da sfogliare con calma, scandendo il “CINQUANTOTTO” mentre Vi riempite il naso delle freschezze di macchia mediterranea, di agrume…
“CINQUANTOTTO” e trovate la frutta gialla matura…
“CINQUANTOTTO” e navigate sottocosta seguendo la linea di una Calabria infinita…
Un po’ di frutta secca, un soffio di zafferano e poi quel sorso che aspettavate.
“CINQUANTOTTO” anche in bocca, potete contarlo aspettando la fine di un vino fatto di freschezze e concentrazione, azzurro di mare, bianco di sale, giallo di sole.
89- Punti.
– CIRÒ DOC BIANCO GRECO BIANCO “DIVERSAMENTE” 2021, TENUTA DEL CONTE: un olfatto che non fa sconti, ruvido, contadino, terragno.
Sottolinea sassosa mineralità e non nasconde le pungenze di erbe aromatiche lasciando in coda arancia candita, frutta esotica e zagara.
In bocca freschezza e sapidità sono lama a doppio filo che fende l’ampiezza del sorso.
Decisamente mediterraneo, se ne sta a guardare sale e tannini che si rincorrono ridendo di quanti cercano in un vino altro che gioia e pensieri.
89 Punti (con forse un +).
– CALABRIA IGT ZIBIBBO “RUGGIA” 2024, CANTINA MASICEI: uno Zibibbo che nasconde la propria eleganza dietro un incipit di nobile rusticità, una ruvida carezza di terra bagnata ed erbe amare prima delle gentilezze di tiglio e zagara, prima della pesca, prima dei soffi minerali.
Sorso intenso, fresco e costantemente ravvivato da una ritmica sapidità che accompagna un allungo di rimandi fruttati e sottolineature di frutta secca.
89- – Punti.
– CIRÒ DOC ROSSO CLASSICO SUPERIORE 2023, VIGNETI VUMBACA: l’olfatto è ricco di frutta rossa matura ma sono l’intrico di macchia mediterranea, i guizzi amaricanti di rabarbaro e liquirizia, il pensieroso tabacco e una ferrosità terragna che sa di lama di spada sepolta a rendere interessante un vino che sembra voler strizzare l’occhio alle sfumature più che alle evidenze.
Il sorso è caldo ed equilibrato, sottolinea la frutta, fa leva sulla compattezza dei tannini per sostenersi e sulla lunga scia minerale per gestire l’allungo.
88++ Punti.
– CIRÒ DOC ROSSO CLASSICO “FONDOVALLE” 2023, ESPEDITO ARCURI: spezie scure, liquirizia, macchia mediterranea, arancia rossa, ciliegia…tutto scompare di fronte a quell’impronta contadina che renderebbe concreta e irrinunciabile l’impronta olfattiva di questo vino.
In bocca è tagliente, vibrante freschezza e viva sapidità si fondono a un tannino fisicamente presente esaltando la chiusura amarognola di macchia mediterranea e ginepro.
Un vino con un’anima, che sia il vero volto della Calabria?
89 Punti (ma forse di più).
– CALABRIA IGT NERELLO “ELEUTERIA” 2022, TENUTA DEL TRAVALE: scorza d’arancia, garofani e frutta rossa, questo l’incipit olfattivo di un vino che sorprende poi con freschezze amaricanti di genziana, con l’eucalipto e la lavanda, con una senape che sfrucuglia il naso, con un accenno al tabacco e una rugginosa mineralità a prendere per mano la chiusura quasi erbacea.
In bocca è caldo, morbido ma mai rilassato; ben piantato sulle larghe spalle fresco-sapide sottolinea tannini materici allungandosi poi su belle sensazioni minerali e freschezze balsamiche.
Confesso che ho fatto fatica a pensare che fosse un vino calabrese.
88++ Punti.
– CALABRIA IGT CALABRESE NERO “1890” 2021, TRAMONTANA VINI: la fragola, capofila del lungo corteo di frutti rossi, precede ciliegie e amarene in confettura (ma anche no) e una coda di terziari scuri che raccontano spezie, liquirizia e cioccolato.
In bocca sorprende con una freschezza che sottolinea quel “anche no” che Vi dicevo della frutta mentre i tannini snelliscono e allungano la piacevolezza del sorso.
88+ Punti.
– LAMEZIA DOC ROSSO 2017 RISERVA, CANTINE LENTO: deciso nell’anteporre i terziari di liquirizia, pepe nero, noce moscata e cannella alla marasca e alle more di rovo succose e mature.
È un’idea di sigaro l’ultima che vi sovviene prima che l’assaggio riveli freschezza ed eleganza.
Sostanza e tannini congrui e decisi supportano un sorso che nell’allungo rivela erbe aromatiche, cuoio e cacao.
88 Punti.
– CALABRIA IGT PASSITO “LUIGI VIOLA” SARACENA 2021, CANTINE VIOLA: albicocche disidratate, datteri, uva sultanina a profusione.
E poi agrumi canditi, polvere di caffè, curcuma, timo, tè, camomilla, caramello salato…
Complessità olfattive che sfociano in cui l’evidente dolcezza glicerica viene mascherata da una sapidità marina, dalla freschezza amaricante dell’arancia candita, da una acidità ancora in vena di fare scherzi.
Chiude lunghissimo sottolineando dolcezze di fichi secchi e datteri.
89- – Punti (ma forse di più).
E QUINDI?
E quindi GRAZIE agli Organizzatori per avermi voluto ospitare a una serata unica e particolarmente ricca di spunti di approfondimento.
Un’organizzazione “quasi” impeccabile (peccato davvero per lo spazio e il servizio un pochino risicati), un percorso di degustazione pensato con attenzione e da cui sarebbero in molti a dover prendere spunto.
Il vino al centro tante chicche che, fuori dal calice, sono risultate irrinunciabili: salumi, formaggi, dolci e oli EVO che hanno completato un’esperienza TOP che non ho difficoltà a definire UNICA.
Complimenti e…appuntamento a una prossima volta che spero vicina
Roberto Alloi – VINODENTRO
Su Instagram @eno_evo
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18 Febbraio, 2026
La Flaca. Piatti e gusti unici per un’esperienza indimenticabile
Roma, una fredda sera di febbraio. La Flaca, via Adolfo Celi, Roma Nord. Il ristorante si presenta come un luogo in cui cucine del mondo e tradizione italiana dialogano con equilibrio. Ad accogliere è Alessandro Galeota, mentre in cucina lo chef Ruben Tomasetti costruisce un percorso capace di unire tecnica, memoria e suggestioni internazionali
È proprio Alessandro, mentre mi versa il primo calice, a svelarmi l’origine del nome del locale. La Flaca non è solamente una canzone, ma anche un soprannome tipico spagnolo, un po’ come a Roma si incontrano i “vikinghi”, le “rosce”, i “patata”. La Flaca è una figura magrolina, un po’ come dire “‘A Secca”. E questa “Secca” è stata una presenza essenziale, a tratti magica, incontrata a inizio secolo in un’isoletta dispersa nell’Oceano Atlantico: una donna capace di trasmettere ricette segrete e cotture raffinate, che uniscono il continente europeo, quello americano e alcuni tratti creoli. È da quell’incontro, da quel ricordo, che nasce l’identità di questo ristorante.
IL PERCORSO
Alessandro serve un Crémant de Bourgogne Brut 2023 Maillard-Grivot.
Nel calice il colore è giallo brillante con riflessi argentei, limpido e vivo. Il perlage è sottile, regolare e continuo: bollicine fini che salgono con eleganza e non irruenza.
Avvicino il naso, il profilo aromatico è pulito e lineare: emergono fiori bianchi e fiori d’arancio, seguiti da note di mela croccante e scorza di agrume. In sottofondo compare la parte più da metodo classico: un richiamo di brioche fresca e lievito, frutto dei quasi venti mesi di affinamento sui lieviti.
Al palato entra fresco e preciso. L’attacco è secco, sostenuto da un’acidità vivace e ben bilanciata. La bollicina è delicata, cremosa, mai aggressiva. Ritornano sensazioni agrumate e una leggera vena minerale che dà slancio e pulizia. Il finale è asciutto, armonico con una piacevole nota che invita al sorso successivo.
Arriva quindi il primo assaggio: uno springroll che, nella forma, richiama l’involtino primavera, ma ne ribalta l’anima. Lo springroll invita a un assaggio diretto: la sfoglia è sottile e croccante, il ripieno morbido e avvolgente. La dolcezza dello stracotto di maialino alla genovese incontra la sapidità della fonduta di grana in un gioco di consistenze riuscito, capace di fondere oriente e tradizione italiana in un solo morso.
Nel calice viene versato un riesling Kirchberg de Barr grand Cru – Maison Klipfer – Alsace. Nel calice si presenta contro la luce. Il colore è giallo paglierino brillante con riflessi dorati, luminoso e nitido. Un vino che già alla vista comunica energia e precisione. Lo ruoto leggermente e lo porto al naso. I profumi arrivano netti e definiti: subito agrumi freschi, lime pompelmo, seguiti da delicate note di fiori bianchi. Al primo sorso il vino è teso e vibrante. L’ingresso è fresco e verticale sostenuto da un’acidità precisa che guida tutta la beva.
Al tavolo arriva un piatto con due Bao. Entrambi i bao affiancati, quasi a suggerire un piccolo viaggio in due tappe. Inizio dal primo: il bao con tonno croccante, stracciatella di bufala e zucchine romanesche alla scapece. Il pane, soffice e tiepido, accoglie un cuore di contrasti. Il tonno ha una panatura dorata e fragrante che si spezza sotto i denti, lasciando spazio a una carne succosa e saporita. La stracciatella avvolge il boccone con la sua cremosità fresca, mentre le zucchine alla scapece portano la nota vivace dell’aceto e della menta. È un equilibrio delicato tra morbido e croccante, tra mare e orto.
Poi passo al secondo, il Bao Wow: bao bun al vapore con pollo croccante e salsa coreana al gochujang. Qui il registro cambia. La nuvola bianca del pane esalta un pollo croccante e succulento, mentre la salsa coreana entra decisa con il suo carattere piccante, dolce e umami.
Nel calice Alessandro versa un bicchiere di Montepulciano abruzzese Tenuta Tre Gemme.
Il colore è rosso rubino intenso e luminoso. Al naso emergono profumi netti di ciliegie e frutti rossi maturi, con un leggero richiamo balsamico che dona freschezza. Il sorso è diretto, sincero, scorrevole, espressione autentica del territorio: un vino giovane ma pieno di carattere, capace di raccontare tutta la potenza del vitigno Montepulciano senza artifici. Ora al tavolo viene servito un piatto di pacchero con ragù di maiale, salvia e limone.
Un primo piatto caldo e avvolgente, costruito su un equilibrio preciso. Il pacchero è consistente, ruvido al punto giusto, perfetto per raccogliere il condimento. Il ragù di maiale è ricco e profondo, cotto lentamente, con una dolcezza naturale che riempie la bocca. La salvia porta una nota aromatica elegante, mentre il limone interviene come un lampo di freschezza, capace di alleggerire l’insieme e renderlo dinamico. Un piatto che unisce conforto e vivacità, tradizione e leggerezza. Nel calice Alessandro versa un Franciacorta Brut Ugo Vezzoli.
Nel calice è luminoso e vivo. Al naso il profumo è molto persistente e fresco, leggermente sapido, estremamente equilibrato. Emergono note eleganti che spaziano dalla nocciola a fragranze di frutti dolci e fiori bianchi. In bocca il sorso è fine e armonico, sostenuto da una bollicina precisa e cremosa, capace di accompagnare con delicatezza ogni assaggio. Arriva quindi un piatto dal nome diretto e incisivo: AOP – tagliolino aglio, olio e peperoncino, tartare di gambero rosa e crumble alla n’duja.
Un piatto che gioca tra tradizione e spinta contemporanea. La base richiama l’iconico aglio, olio e peperoncino, ma qui viene trasformato in qualcosa di più complesso e raffinato. Il tagliolino è avvolgente, con una piccantezza calibrata e mai invadente. Sopra, la tartare di gambero rosa porta una dolcezza marina delicata, fresca e quasi burrosa, creando un contrasto elegante con il calore del peperoncino. A completare il tutto, il crumble alla n’duja inserisce una nota croccante, sapida e leggermente affumicata, che dona profondità e carattere a ogni forchettata. Un piatto equilibrato, audace, perfettamente riuscito. Nel calice è servito un Valpolicella Ripasso DOC Col de la Bastia dell’Azienda Agricola Fattori.
Già alla vista il vino comunica carattere: un rosso rubino intenso e luminoso, con riflessi leggermente granati che raccontano un affinamento paziente e ben condotto.
Al naso è ricco e avvolgente. Emergono subito profumi di ciliegia matura, marasca e piccoli frutti rossi, a tratti in confettura, seguiti da delicate note di sottobosco. L’affinamento in legno regala sfumature eleganti di vaniglia, spezie dolci e un accenno di tabacco, che con l’ossigenazione si fanno più definite, donando profondità e complessità al bouquet.
Il sorso è pieno e armonioso. L’ingresso in bocca è morbido, caldo, sostenuto da una trama tannica fine e mai invadente. La freschezza mantiene vivo il ritmo della beva, mentre la struttura, frutto della tecnica del ripasso sulle vinacce dell’Amarone, regala volume e persistenza. Tornano le sensazioni fruttate percepite al naso, accompagnate da un finale leggermente speziato e da una piacevole vena sapida.
È un Ripasso che unisce potenza ed eleganza, capace di essere intenso senza risultare pesante, profondo ma sempre equilibrato. Un vino gastronomico, pensato per accompagnare piatti saporiti e strutturati, ma capace di farsi apprezzare anche da solo, come calice di meditazione. Arriva in tavola il piatto dedicato al Maialino: cotto a bassa temperatura, accompagnato da babaganoush di melanzane, mango in agrodolce e grué di cacao.
Alla vista è un piatto elegante, composto, in cui le diverse preparazioni dialogano già cromaticamente: il rosa caldo della carne, il crema scura della melanzana, il giallo brillante del mango e le scaglie scure del cacao.
Al naso prevale subito la parte più profonda e confortante del maialino: profumi netti di carne arrostita, dolci e avvolgenti, bilanciati dalla nota leggermente affumicata del babaganoush. Il mango introduce un accenno esotico e fruttato che alleggerisce l’insieme.
Il morso è pieno e succulento. La cottura a bassa temperatura regala una carne tenerissima, quasi fondente, con una consistenza setosa che si scioglie lentamente al palato. La crema di melanzane aggiunge una componente morbida e aromatica, con sfumature tostate che esaltano la parte più sapida del piatto.
Il mango agrodolce interviene come elemento di equilibrio: porta freschezza, acidità e una dolcezza misurata che ravviva ogni boccone. A chiudere, il grué di cacao introduce un contrasto sorprendente, leggermente amaro e croccante, capace di dare profondità e un finale lungo, quasi speziato.
È un piatto costruito su contrasti pensati: morbido e croccante, dolce e sapido, caldo e fresco. Un dialogo tra Mediterraneo e suggestioni lontane, in cui la tecnica sostiene il gusto senza mai sovrastarlo. La cena si conclude con il dessert “100% Flaca”: cremoso al cioccolato bianco, brownies, caramello salato e fiocchi di sale Maldon.
Alla vista è un dolce essenziale ma goloso, giocato su tonalità calde e avvolgenti che invitano subito all’assaggio.
Il cucchiaio affonda nel cremoso al cioccolato bianco, liscio e vellutato, con una dolcezza morbida e mai eccessiva. La sua consistenza setosa si sposa con la parte più materica dei brownies, intensi e leggermente fondenti, che portano una nota di cacao più profonda e strutturata.
Il caramello salato entra in scena come elemento di carattere: denso, ambrato, con quel perfetto equilibrio tra dolcezza e sapidità che rende il boccone dinamico e irresistibile. A completare il quadro, i fiocchi di sale Maldon aggiungono un tocco croccante e una spinta salina che esalta ogni componente, pulendo il palato e invitando al morso successivo.
È un dessert costruito su contrasti precisi: morbido e croccante, dolce e salato, cremoso e intenso. Una chiusura avvolgente e confortante, capace di concludere la cena con eleganza e una punta di golosa irriverenza. FINALE La serata si avvia lentamente alla conclusione. Saluto e ringrazio Alessandro per l’accoglienza e per avermi guidato con passione attraverso questo percorso fatto di piatti, racconti e calici scelti con cura. In cucina, un ultimo cenno allo chef Ruben Tomasetti, artefice silenzioso di un viaggio che ha saputo tenere insieme mondi lontani senza mai perdere identità. Varco la porta e torno fuori, nella Roma di febbraio, fresca e luminosa. Le luci dei lampioni disegnano ombre morbide sull’asfalto, il traffico scorre pigro, la città respira come sempre. Cammino con passo lento, portando con me le sensazioni della cena: un profumo, una consistenza, un contrasto inatteso. Penso a quanto sia straordinario poter viaggiare restando fermi, scoprire continenti attraverso un piatto, attraversare culture senza muoversi dal proprio quartiere. È questo il bello di posti come La Flaca: ti siedi a tavola a Roma e ti ritrovi altrove, per poi tornare a casa con la piacevole certezza di aver vissuto molto più di una semplice cena. Roma mi accoglie di nuovo, e io la ringrazio in silenzio. Con il sorriso leggero di chi sa di aver trovato un altro indirizzo da ricordare. Roberto Silvio De Pascale Mi trovi su Instagram come unpuglieseinterrapontina Il buon vivere
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Il colore è rosso rubino intenso e luminoso. Al naso emergono profumi netti di ciliegie e frutti rossi maturi, con un leggero richiamo balsamico che dona freschezza. Il sorso è diretto, sincero, scorrevole, espressione autentica del territorio: un vino giovane ma pieno di carattere, capace di raccontare tutta la potenza del vitigno Montepulciano senza artifici. Ora al tavolo viene servito un piatto di pacchero con ragù di maiale, salvia e limone.
Un primo piatto caldo e avvolgente, costruito su un equilibrio preciso. Il pacchero è consistente, ruvido al punto giusto, perfetto per raccogliere il condimento. Il ragù di maiale è ricco e profondo, cotto lentamente, con una dolcezza naturale che riempie la bocca. La salvia porta una nota aromatica elegante, mentre il limone interviene come un lampo di freschezza, capace di alleggerire l’insieme e renderlo dinamico. Un piatto che unisce conforto e vivacità, tradizione e leggerezza. Nel calice Alessandro versa un Franciacorta Brut Ugo Vezzoli.
Nel calice è luminoso e vivo. Al naso il profumo è molto persistente e fresco, leggermente sapido, estremamente equilibrato. Emergono note eleganti che spaziano dalla nocciola a fragranze di frutti dolci e fiori bianchi. In bocca il sorso è fine e armonico, sostenuto da una bollicina precisa e cremosa, capace di accompagnare con delicatezza ogni assaggio. Arriva quindi un piatto dal nome diretto e incisivo: AOP – tagliolino aglio, olio e peperoncino, tartare di gambero rosa e crumble alla n’duja.
Un piatto che gioca tra tradizione e spinta contemporanea. La base richiama l’iconico aglio, olio e peperoncino, ma qui viene trasformato in qualcosa di più complesso e raffinato. Il tagliolino è avvolgente, con una piccantezza calibrata e mai invadente. Sopra, la tartare di gambero rosa porta una dolcezza marina delicata, fresca e quasi burrosa, creando un contrasto elegante con il calore del peperoncino. A completare il tutto, il crumble alla n’duja inserisce una nota croccante, sapida e leggermente affumicata, che dona profondità e carattere a ogni forchettata. Un piatto equilibrato, audace, perfettamente riuscito. Nel calice è servito un Valpolicella Ripasso DOC Col de la Bastia dell’Azienda Agricola Fattori.
Già alla vista il vino comunica carattere: un rosso rubino intenso e luminoso, con riflessi leggermente granati che raccontano un affinamento paziente e ben condotto.
Al naso è ricco e avvolgente. Emergono subito profumi di ciliegia matura, marasca e piccoli frutti rossi, a tratti in confettura, seguiti da delicate note di sottobosco. L’affinamento in legno regala sfumature eleganti di vaniglia, spezie dolci e un accenno di tabacco, che con l’ossigenazione si fanno più definite, donando profondità e complessità al bouquet.
Il sorso è pieno e armonioso. L’ingresso in bocca è morbido, caldo, sostenuto da una trama tannica fine e mai invadente. La freschezza mantiene vivo il ritmo della beva, mentre la struttura, frutto della tecnica del ripasso sulle vinacce dell’Amarone, regala volume e persistenza. Tornano le sensazioni fruttate percepite al naso, accompagnate da un finale leggermente speziato e da una piacevole vena sapida.
È un Ripasso che unisce potenza ed eleganza, capace di essere intenso senza risultare pesante, profondo ma sempre equilibrato. Un vino gastronomico, pensato per accompagnare piatti saporiti e strutturati, ma capace di farsi apprezzare anche da solo, come calice di meditazione. Arriva in tavola il piatto dedicato al Maialino: cotto a bassa temperatura, accompagnato da babaganoush di melanzane, mango in agrodolce e grué di cacao.
Alla vista è un piatto elegante, composto, in cui le diverse preparazioni dialogano già cromaticamente: il rosa caldo della carne, il crema scura della melanzana, il giallo brillante del mango e le scaglie scure del cacao.
Al naso prevale subito la parte più profonda e confortante del maialino: profumi netti di carne arrostita, dolci e avvolgenti, bilanciati dalla nota leggermente affumicata del babaganoush. Il mango introduce un accenno esotico e fruttato che alleggerisce l’insieme.
Il morso è pieno e succulento. La cottura a bassa temperatura regala una carne tenerissima, quasi fondente, con una consistenza setosa che si scioglie lentamente al palato. La crema di melanzane aggiunge una componente morbida e aromatica, con sfumature tostate che esaltano la parte più sapida del piatto.
Il mango agrodolce interviene come elemento di equilibrio: porta freschezza, acidità e una dolcezza misurata che ravviva ogni boccone. A chiudere, il grué di cacao introduce un contrasto sorprendente, leggermente amaro e croccante, capace di dare profondità e un finale lungo, quasi speziato.
È un piatto costruito su contrasti pensati: morbido e croccante, dolce e sapido, caldo e fresco. Un dialogo tra Mediterraneo e suggestioni lontane, in cui la tecnica sostiene il gusto senza mai sovrastarlo. La cena si conclude con il dessert “100% Flaca”: cremoso al cioccolato bianco, brownies, caramello salato e fiocchi di sale Maldon.
Alla vista è un dolce essenziale ma goloso, giocato su tonalità calde e avvolgenti che invitano subito all’assaggio.
Il cucchiaio affonda nel cremoso al cioccolato bianco, liscio e vellutato, con una dolcezza morbida e mai eccessiva. La sua consistenza setosa si sposa con la parte più materica dei brownies, intensi e leggermente fondenti, che portano una nota di cacao più profonda e strutturata.
Il caramello salato entra in scena come elemento di carattere: denso, ambrato, con quel perfetto equilibrio tra dolcezza e sapidità che rende il boccone dinamico e irresistibile. A completare il quadro, i fiocchi di sale Maldon aggiungono un tocco croccante e una spinta salina che esalta ogni componente, pulendo il palato e invitando al morso successivo.
È un dessert costruito su contrasti precisi: morbido e croccante, dolce e salato, cremoso e intenso. Una chiusura avvolgente e confortante, capace di concludere la cena con eleganza e una punta di golosa irriverenza. FINALE La serata si avvia lentamente alla conclusione. Saluto e ringrazio Alessandro per l’accoglienza e per avermi guidato con passione attraverso questo percorso fatto di piatti, racconti e calici scelti con cura. In cucina, un ultimo cenno allo chef Ruben Tomasetti, artefice silenzioso di un viaggio che ha saputo tenere insieme mondi lontani senza mai perdere identità. Varco la porta e torno fuori, nella Roma di febbraio, fresca e luminosa. Le luci dei lampioni disegnano ombre morbide sull’asfalto, il traffico scorre pigro, la città respira come sempre. Cammino con passo lento, portando con me le sensazioni della cena: un profumo, una consistenza, un contrasto inatteso. Penso a quanto sia straordinario poter viaggiare restando fermi, scoprire continenti attraverso un piatto, attraversare culture senza muoversi dal proprio quartiere. È questo il bello di posti come La Flaca: ti siedi a tavola a Roma e ti ritrovi altrove, per poi tornare a casa con la piacevole certezza di aver vissuto molto più di una semplice cena. Roma mi accoglie di nuovo, e io la ringrazio in silenzio. Con il sorriso leggero di chi sa di aver trovato un altro indirizzo da ricordare. Roberto Silvio De Pascale Mi trovi su Instagram come unpuglieseinterrapontina Il buon vivere
18 Febbraio, 2026
Al via la stagione delle fiere di Umbria top
Wine Paris, Slow Wine Fair e Vinitaly 2026 con tema “Umbria: Stili di Vite”
Umbria – Umbria Top, la cooperativa delle cantine umbre, è pronta a dare il via a un anno strategico di relazioni internazionali ed esperienze di mercato a forte impatto. Anche per il 2026, infatti, il progetto collettivo che valorizza i vini umbri nei mercati nazionali ed esteri parte con la partecipazione alla prestigiosa Wine Paris & Vinexpo Paris, in programma dal 9 all’11 febbraio al Paris Expo Porte de Versailles.
Wine Paris si conferma un appuntamento di riferimento mondiale per operatori e produttori, in cui stringere business, incontrare buyer internazionali e definire nuove partnership, in cui sono attesi 60.000 visitatori, una rappresentanza di 155 mercati e un esercito di 6.000 espositori provenienti da 60 nazioni.
Massimo Sepiacci, Presidente di Umbria Top
Oggi più che mai la presenza a Wine Paris ha un valore simbolico e concreto. Non si tratta solo di promuovere vini di eccellenza, ma di raccontare un territorio. Il tema che porteremo quest’anno “Umbria: Stili di Vite” esprime proprio questo: ogni bottiglia è un frammento di questo racconto, che vede protagonisti chi il vino lo fa e chi il vino lo sceglie.
Umbria Top torna così al salone parigino con entusiasmo e determinazione, al Padiglione 2.1 Stand D110, presentando i vini di dieci aziende umbre emblematiche per identità territoriale ed eccellenza enologica: Antonelli San Marco, Chiorri, Decugnano dei Barbi, Lungarotti, Scacciadiavoli, Terre Margaritelli, Goretti, Le Poggette, Feudi Spada e Barberani. In aggiunta, saranno in degustazione i vini di Cantina Vetunna e Cantina Vinsentie.
Tema guida 2026: “Umbria: Stili di Vite”
Il tema guida dell’anno, “Umbria: Stili di Vite”, sarà il filo rosso che collegherà tutte le occasioni di confronto, promozione e comunicazione. Questo concetto gioca con la doppia accezione della parola “vite” – la pianta che genera il vino e la vita stessa – per raccontare l’intreccio tra il vino, prezioso risultato di un lavoro che coniuga tradizione e rispetto, e uno stile di vita caratterizzato da ritmi armoniosi, in una regione di colline, cantine e tradizioni agricole.
Il tema mette in evidenza la qualità e la varietà dei vini umbri, la sostenibilità e l’impegno dei produttori, e l’esperienza del vino come espressione di un modo di vivere più ampio, tipico dell’Umbria, basato su valori autentici, equilibrio e semplicità.
Gioia Bacoccoli, coordinatrice di Umbria Top
Gli appuntamenti di inizio anno sono estremamente strategici per il comparto vitivinicolo perché da un lato promuovono le nuove annate, danno forza commerciale alla commercializzazione delle grandi annate ma soprattutto invitano a conoscere i nostri prodotti attraverso l’invito a un’esperienza enoturistica e lanciano le offerte rurali regionali. Ecco perché puntare sul tema “Stili di Vite”: lo stile armonico del vivere umbro deve essere il biglietto da visita per chi sceglie l’Umbria come destinazione, con la consapevolezza che il vino possa esserne il miglior compagno, in modo moderato, originale e identitario.
Calendario fiere 2026
Il percorso internazionale di Umbria Top nel 2026 non si ferma a Parigi. Dopo Wine Paris, sono molti altri gli appuntamenti del settore vitivinicolo per rafforzare la visibilità e le relazioni commerciali delle cantine umbre. Tra questi:
Slow Wine Fair: fiera internazionale dedicata al vino buono, pulito e giusto, dal 22 al 24 febbraio 2026 a BolognaFiere
Vinitaly 2026: la storica manifestazione internazionale del vino in Italia, dal 12 al 15 aprile 2026 a Verona
Sul piano extraeuropeo, è attivo anche il progetto OCM Vino per le 14 aziende aderenti che porteranno l’Umbria in ben 8 mercati internazionali: USA, Regno Unito, Canada, Svizzera, Cina, Brasile, Giappone e Singapore, Tailandia, Taiwan e Vietnam, sono i paesi target delle operazioni di promozione finalizzate ad ampliare il mercato dei vini umbri.
Tutti gli appuntamenti di Umbria Top si inseriscono in un calendario in continua espansione, che vede l’Italia e le sue regioni vinicole sempre più protagoniste nel dialogo internazionale con i mercati emergenti e consolidati.
La Redazione
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18 Febbraio, 2026
Collio Bianco da uve autoctone. Keber e Drius, i deus ex machina di un’idea che viene da lontano
Il Collio è sempre stato una terra di confine, non solo geografico ma anche culturale ed enologico. Una zona capace di parlare più lingue, di accogliere influenze diverse e di trasformarle in identità. Per anni, però, il successo commerciale del Collio ha coinciso con una progressiva semplificazione del suo racconto: vini bianchi identificati sempre più dal vitigno e sempre meno dal luogo.
Eppure, la storia del Collio racconta altro. Racconta di uvaggi, di vigne promiscue, di vini nati dalla convivenza naturale di più varietà coltivate nello stesso appezzamento. Racconta di un Collio Bianco che era, prima di tutto, una sintesi territoriale.
Negli anni ’90, mentre il disciplinare si apriva anche all’utilizzo delle varietà internazionali, un produttore scelse consapevolmente di andare in controtendenza: Edi Keber non lo fece per nostalgia, ma per coerenza. Intuì che l’identità del Collio non poteva essere delegata al singolo vitigno, ma doveva passare attraverso le sue uve autoctone: Friulano, Ribolla Gialla e Malvasia Istriana. (da dire che Cantina Produttori di Cormons ha sempre prodotto storicamente Collio Bianco da uve autoctone)
Quella che allora sembrava una posizione minoritaria è diventata, nel tempo, una visione condivisa. Non un disciplinare alternativo, ma un atto culturale: riportare il Collio Bianco al suo significato originario.
Edi Keber
La voce di Zegla Siamo a Zegla, nella periferia nord di Cormòns, a poche decine di metri dal confine con la Slovenia, in un fazzoletto di terra che più di altri racconta l’essenza del Collio. Qui, Kristian Keber, insieme alla sorella Veronika, guida l’azienda di famiglia che porta il nome del padre, Edi Keber. Una realtà divenuta simbolo identitario di questo angolo di Friuli, dove la storia ha tracciato confini mobili, lasciando in eredità un mosaico culturale, linguistico e agricolo. La famiglia Keber, di origini austriache, è presente in queste terre da circa trecento anni e ha vissuto in prima persona i passaggi da un impero all’altro, da un’identità nazionale all’altra, senza mai abbandonare la vigna. A metà del Novecento, il nonno Giuseppe diede avvio alla produzione in bottiglia, ereditando i vigneti piantati dal padre dopo la Seconda guerra mondiale. È però negli anni ’80 che l’identità dell’azienda si definisce con forza, grazie a Edi, che sceglie di produrre un solo vino: un uvaggio che riprende la tradizione contadina del “vino della casa”, un bianco ottenuto dal blend delle uve coltivate insieme nello stesso appezzamento. Un approccio controcorrente, essenziale, che si concretizza nel 2008 con il Collio Bianco, prodotto esclusivamente con Friulano, Ribolla Gialla e Malvasia Istriana, dopo l’abbandono progressivo delle varietà internazionali come Pinot Grigio e Sauvignon. Oggi l’azienda ha due volti: quello storico, in Italia, e quello sloveno, a Medana (Brda), dove Kristian coltiva l’eredità materna su un ettaro e mezzo. Entrambe le sedi producono un solo vino ciascuna. In totale, l’azienda conta circa 12 ettari: cinque attorno alla cantina di Zegla, altri due a Plessiva e cinque sulle colline oltre il Monte Quarin. Kristian si occupa della vigna e della cantina, mentre Veronika segue l’amministrazione e la parte commerciale, accogliendo chi desidera entrare nel mondo Keber. La ponca, la marna friulana stratificata e friabile, domina il suolo, ed è proprio su questo terroir che sono state piantate le varietà autoctone. La Ribolla occupa le parti più alte e magre della collina, il Friulano le zone più protette, a mezza costa, e la Malvasia le zone più umide e fertili. In futuro, l’obiettivo è tornare a un vigneto promiscuo, con piante mescolate, alberi da frutto e ortaggi, secondo l’antica logica agricola di equilibrio e biodiversità. Dal 2012, con l’ingresso di Kristian, si è accentuata la svolta verso un’agricoltura biologica e biodinamica, con certificazione bio, uso di preparati (corno letame, corno silice, tisane di ortica), sovescio e la presenza di animali da pascolo (pecore, mucche, un toro e il fedele cane Gin) a favorire il ciclo della vita nei vigneti. Le fermentazioni sono spontanee, l’uso di solforosa è minimo e l’affinamento avviene in cemento, con una prima fase separata per appezzamento, seguita dall’assemblaggio in acciaio. La cantina storica, ampliata negli anni e situata sotto la parte nuova, custodisce vecchie annate, barrique e la memoria dell’azienda. Una parete è lasciata a nudo per mostrare la ponca, mentre il pavimento è stato realizzato con le pietre originali di Piazza Unità d’Italia a Trieste, acquistate da Edi negli anni 2000. L’etichetta attuale, con la “K” stilizzata, nasce nel 1987, ispirata a un palo e due tralci di vite. Dalla vendemmia 2025 sarà possibile indicare in etichetta la dicitura Collio Bianco da Uve Autoctone, un progetto nato negli anni ’90 proprio da Edi Keber, ma che ha trovato nuova linfa negli ultimi anni grazie all’adesione di altri produttori della zona. La denominazione Collio DOCconsente l’uso di varietà sia autoctone sia internazionali, ma quando ci si concentra solo sulle prime, si ottiene un vino di forte identità territoriale. Le uve autoctone del Collio Bianco: 1. Friulano (ex Tocai Friulano): dona struttura e morbidezza. 2. Malvasia Istriana: aromaticità fine, freschezza, note floreali e speziate. 3. Ribolla Gialla: acidità, tensione, mineralità; spesso usata per dare verticalità al blend. I produttori che aderiscono a questo progetto devono seguire solo quattro regole: • usare esclusivamente la bottiglia del Consorzio, • esibire in etichetta il logo “Collio” prima di quello aziendale, • partire da una base minima del 50% di Friulano, con il resto costituito da Malvasia e Ribolla, • garantire almeno 18 mesi di affinamento.
Ad oggi, i produttori coinvolti sono una decina. Nelle grandi annate si produce anche un vino chiamato Zegla, un progetto in comune con Renato Keber e Michele Blazic, tutti con vigneti sulla collina omonima. Le uve, 100% Tocai Friulano, provengono esclusivamente da Zegla. Tre giorni di macerazione, fermentazioni spontanee con lieviti indigeni, affinamento in legno per due o tre anni. Infine, le bottiglie vengono messe a riposo per cinque anni. Il Merlot, prodotto solo nelle annate migliori, verrà presto dismesso per dedicarsi esclusivamente ai due volti bianchi dell’azienda. È previsto un nuovo rosso, ma la varietà resta, per ora, una sorpresa. A Medana, nel Brda sloveno, la produzione segue un’altra filosofia: le uve (Friulano, Malvasia, Ribolla) fermentano a grappolo intero dopo una macerazione di circa un mese, per poi riposare in tonneaux da 700 litri per due anni. Ne escono circa 2.500 bottiglie, contro le 45.000 del Collio. Un vino più materico, denso, con note tipiche della macerazione e un’energia tutta sua. Un luogo, una famiglia, una sola visione.
Il vino, come sintesi di una storia che non ha mai smesso di guardare avanti. Terre del Faet – Andrea Drius Custodire l’identità, restituire senso al Collio Bianco Terre del Faet si trova a Cormòns, nel cuore del Collio, in una zona dove la viticoltura non è mai stata semplice esercizio agricolo, ma atto culturale. Qui Andrea Drius conduce un’azienda che, pur nelle dimensioni contenute, ha avuto un ruolo decisivo nel mantenere vivo il concetto di Collio Bianco come vino di territorio, prima ancora che come denominazione. La storia di Terre del Faet è intimamente legata a quella del Collio più autentico, quello che affonda le proprie radici nelle uve autoctone e nel blend come espressione naturale del luogo. Un’idea che Andrea Drius ha sempre portato avanti con coerenza, anche quando il mercato e il disciplinare sembravano andare in un’altra direzione. Un territorio, una responsabilità I vigneti di Terre del Faet si sviluppano su suoli di ponca, la marna friulana che caratterizza il Collio e che conferisce ai vini struttura, profondità e una marcata impronta minerale. È su questo terreno che Andrea ha costruito una viticoltura rispettosa, attenta, mai urlata, orientata alla qualità piuttosto che alla quantità. La scelta varietale riflette questa visione: Friulano, Ribolla Gialla, Pinot Bianco, Malvasia Istriana, a cui si affianca il Merlot per la produzione del rosso. Varietà coltivate e interpretate senza forzature, lasciando che sia il territorio a guidare il risultato finale. Il Collio Bianco come idea, non come etichetta Anni fa, quando Andrea Drius maturò il desiderio di indicare in etichetta la dicitura “Collio Bianco da uve autoctone”, sentì il bisogno di confrontarsi con chi quel concetto lo aveva non solo pensato, ma difeso e incarnato per decenni: Edi Keber. Non fu una richiesta formale, ma un gesto di rispetto. Da quel dialogo nacque la consapevolezza che fosse arrivato il momento di riproporre un progetto nato negli anni ’90, quando il Collio Bianco rappresentava ancora un uvaggio identitario, prima che il disciplinare ne ampliasse la composizione includendo anche varietà internazionali. Quel confronto tra Drius e Keber può essere considerato uno dei momenti chiave della rinascita culturale del Collio Bianco, perché ha rimesso al centro una domanda fondamentale:
che cosa vogliamo raccontare quando scriviamo “Collio” in etichetta? I vini di Terre del Faet La gamma di Terre del Faet è coerente, leggibile, senza sovrastrutture: • Friulano – diretto, territoriale, con equilibrio tra struttura e freschezza • Ribolla Gialla – tensione, verticalità, acidità naturale • Pinot Bianco – eleganza e precisione • Malvasia Istriana – aromaticità fine, sapidità, slancio • Collio Bianco – sintesi aziendale, espressione del blend come fotografia del territorio • Merlot – rosso di matrice friulana, misurato, mai eccessivo Ogni vino è pensato come parte di un racconto unitario, dove il territorio viene prima dello stile. Decimo del Faet – territorio e tempo Tra le chicche più significative dell’azienda spicca Decimo del Faet, un vino nato per celebrare i dieci anni di Terre del Faet, ma che va ben oltre la logica celebrativa. Decimo è prodotto utilizzando le migliori uve delle ultime cinque vendemmie di Collio Bianco, unendo Tocai Friulano, Malvasia Istriana e Ribolla Gialla in un progetto che mette insieme territorio e tempo. Non una semplice riserva, ma un vino che riflette sulla memoria, sull’evoluzione e sulla capacità del Collio Bianco di attraversare gli anni senza perdere identità. È un vino raro, concettuale, profondamente coerente con la filosofia di Andrea Drius: non rincorrere l’immediatezza, ma costruire valore nel tempo. Una visione condivisa Terre del Faet non è mai stata un’azienda isolata, ma un tassello fondamentale di un pensiero più ampio. Il dialogo con Edi Keber, e con altri produttori che oggi credono nel Collio Bianco da uve autoctone, ha contribuito a riportare al centro un’idea semplice e potente:
il Collio non è una somma di vitigni, ma un luogo che si esprime meglio quando le sue uve dialogano tra loro. Dopotutto gli avi piantavano le vigne miste con queste tre varietà Oggi, a distanza di oltre trent’anni dalle prime intuizioni, il Collio Bianco da uve autoctone torna ad avere un riconoscimento anche formale. Dalla vendemmia 2025 sarà possibile indicare in etichetta questa dicitura, a patto di rispettare regole precise: uso esclusivo delle varietà autoctone, una base significativa di Friulano, tempi di affinamento più lunghi e un’immagine condivisa che rimetta al centro il nome Collio prima di quello aziendale. Ma sarebbe riduttivo leggere questo progetto solo come una conquista normativa. Il suo vero valore sta nel fatto che rappresenta la maturazione di un pensiero. Keber e Drius non hanno semplicemente anticipato una tendenza: hanno custodito un’idea quando non era conveniente farlo, rendendola credibile oggi. Il Collio Bianco da uve autoctone non è una categoria stilistica, né una moda. È una presa di posizione. È la scelta di raccontare un territorio attraverso il dialogo tra le sue uve storiche, lasciando che sia il luogo — e non il vitigno — a guidare il racconto. Oggi a questo progetto aderiscono produttori diversi per storia, dimensioni e sensibilità, ma uniti dalla stessa visione identitaria: • Edi Keber • Terre del Faet – Andrea Drius • Buzzinelli (attualmente non disponibile) • Korsic • La Rajade • Officina Vitivinicola Marcuzzi • Vigne della Cerva • Ronco Blanchis • Manià Gianni • Muzic • Cantina produttori di Cormons • Comune di San Floriano del Collio (come bottiglia istituzionale) Un gruppo ancora contenuto nei numeri, ma significativo nel messaggio. E un gruppo destinato a crescere velocemente a mio parere. Il Collio, quando torna a parlare con la sua voce più autentica, non ha bisogno di urlare. Gli basta essere coerente. Emanuele Muzzo – Vigne e Orizzonti
Su Instagram è semplicemente Emanuele Muzzo
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La voce di Zegla Siamo a Zegla, nella periferia nord di Cormòns, a poche decine di metri dal confine con la Slovenia, in un fazzoletto di terra che più di altri racconta l’essenza del Collio. Qui, Kristian Keber, insieme alla sorella Veronika, guida l’azienda di famiglia che porta il nome del padre, Edi Keber. Una realtà divenuta simbolo identitario di questo angolo di Friuli, dove la storia ha tracciato confini mobili, lasciando in eredità un mosaico culturale, linguistico e agricolo. La famiglia Keber, di origini austriache, è presente in queste terre da circa trecento anni e ha vissuto in prima persona i passaggi da un impero all’altro, da un’identità nazionale all’altra, senza mai abbandonare la vigna. A metà del Novecento, il nonno Giuseppe diede avvio alla produzione in bottiglia, ereditando i vigneti piantati dal padre dopo la Seconda guerra mondiale. È però negli anni ’80 che l’identità dell’azienda si definisce con forza, grazie a Edi, che sceglie di produrre un solo vino: un uvaggio che riprende la tradizione contadina del “vino della casa”, un bianco ottenuto dal blend delle uve coltivate insieme nello stesso appezzamento. Un approccio controcorrente, essenziale, che si concretizza nel 2008 con il Collio Bianco, prodotto esclusivamente con Friulano, Ribolla Gialla e Malvasia Istriana, dopo l’abbandono progressivo delle varietà internazionali come Pinot Grigio e Sauvignon. Oggi l’azienda ha due volti: quello storico, in Italia, e quello sloveno, a Medana (Brda), dove Kristian coltiva l’eredità materna su un ettaro e mezzo. Entrambe le sedi producono un solo vino ciascuna. In totale, l’azienda conta circa 12 ettari: cinque attorno alla cantina di Zegla, altri due a Plessiva e cinque sulle colline oltre il Monte Quarin. Kristian si occupa della vigna e della cantina, mentre Veronika segue l’amministrazione e la parte commerciale, accogliendo chi desidera entrare nel mondo Keber. La ponca, la marna friulana stratificata e friabile, domina il suolo, ed è proprio su questo terroir che sono state piantate le varietà autoctone. La Ribolla occupa le parti più alte e magre della collina, il Friulano le zone più protette, a mezza costa, e la Malvasia le zone più umide e fertili. In futuro, l’obiettivo è tornare a un vigneto promiscuo, con piante mescolate, alberi da frutto e ortaggi, secondo l’antica logica agricola di equilibrio e biodiversità. Dal 2012, con l’ingresso di Kristian, si è accentuata la svolta verso un’agricoltura biologica e biodinamica, con certificazione bio, uso di preparati (corno letame, corno silice, tisane di ortica), sovescio e la presenza di animali da pascolo (pecore, mucche, un toro e il fedele cane Gin) a favorire il ciclo della vita nei vigneti. Le fermentazioni sono spontanee, l’uso di solforosa è minimo e l’affinamento avviene in cemento, con una prima fase separata per appezzamento, seguita dall’assemblaggio in acciaio. La cantina storica, ampliata negli anni e situata sotto la parte nuova, custodisce vecchie annate, barrique e la memoria dell’azienda. Una parete è lasciata a nudo per mostrare la ponca, mentre il pavimento è stato realizzato con le pietre originali di Piazza Unità d’Italia a Trieste, acquistate da Edi negli anni 2000. L’etichetta attuale, con la “K” stilizzata, nasce nel 1987, ispirata a un palo e due tralci di vite. Dalla vendemmia 2025 sarà possibile indicare in etichetta la dicitura Collio Bianco da Uve Autoctone, un progetto nato negli anni ’90 proprio da Edi Keber, ma che ha trovato nuova linfa negli ultimi anni grazie all’adesione di altri produttori della zona. La denominazione Collio DOCconsente l’uso di varietà sia autoctone sia internazionali, ma quando ci si concentra solo sulle prime, si ottiene un vino di forte identità territoriale. Le uve autoctone del Collio Bianco: 1. Friulano (ex Tocai Friulano): dona struttura e morbidezza. 2. Malvasia Istriana: aromaticità fine, freschezza, note floreali e speziate. 3. Ribolla Gialla: acidità, tensione, mineralità; spesso usata per dare verticalità al blend. I produttori che aderiscono a questo progetto devono seguire solo quattro regole: • usare esclusivamente la bottiglia del Consorzio, • esibire in etichetta il logo “Collio” prima di quello aziendale, • partire da una base minima del 50% di Friulano, con il resto costituito da Malvasia e Ribolla, • garantire almeno 18 mesi di affinamento.
Ad oggi, i produttori coinvolti sono una decina. Nelle grandi annate si produce anche un vino chiamato Zegla, un progetto in comune con Renato Keber e Michele Blazic, tutti con vigneti sulla collina omonima. Le uve, 100% Tocai Friulano, provengono esclusivamente da Zegla. Tre giorni di macerazione, fermentazioni spontanee con lieviti indigeni, affinamento in legno per due o tre anni. Infine, le bottiglie vengono messe a riposo per cinque anni. Il Merlot, prodotto solo nelle annate migliori, verrà presto dismesso per dedicarsi esclusivamente ai due volti bianchi dell’azienda. È previsto un nuovo rosso, ma la varietà resta, per ora, una sorpresa. A Medana, nel Brda sloveno, la produzione segue un’altra filosofia: le uve (Friulano, Malvasia, Ribolla) fermentano a grappolo intero dopo una macerazione di circa un mese, per poi riposare in tonneaux da 700 litri per due anni. Ne escono circa 2.500 bottiglie, contro le 45.000 del Collio. Un vino più materico, denso, con note tipiche della macerazione e un’energia tutta sua. Un luogo, una famiglia, una sola visione.
Il vino, come sintesi di una storia che non ha mai smesso di guardare avanti. Terre del Faet – Andrea Drius Custodire l’identità, restituire senso al Collio Bianco Terre del Faet si trova a Cormòns, nel cuore del Collio, in una zona dove la viticoltura non è mai stata semplice esercizio agricolo, ma atto culturale. Qui Andrea Drius conduce un’azienda che, pur nelle dimensioni contenute, ha avuto un ruolo decisivo nel mantenere vivo il concetto di Collio Bianco come vino di territorio, prima ancora che come denominazione. La storia di Terre del Faet è intimamente legata a quella del Collio più autentico, quello che affonda le proprie radici nelle uve autoctone e nel blend come espressione naturale del luogo. Un’idea che Andrea Drius ha sempre portato avanti con coerenza, anche quando il mercato e il disciplinare sembravano andare in un’altra direzione. Un territorio, una responsabilità I vigneti di Terre del Faet si sviluppano su suoli di ponca, la marna friulana che caratterizza il Collio e che conferisce ai vini struttura, profondità e una marcata impronta minerale. È su questo terreno che Andrea ha costruito una viticoltura rispettosa, attenta, mai urlata, orientata alla qualità piuttosto che alla quantità. La scelta varietale riflette questa visione: Friulano, Ribolla Gialla, Pinot Bianco, Malvasia Istriana, a cui si affianca il Merlot per la produzione del rosso. Varietà coltivate e interpretate senza forzature, lasciando che sia il territorio a guidare il risultato finale. Il Collio Bianco come idea, non come etichetta Anni fa, quando Andrea Drius maturò il desiderio di indicare in etichetta la dicitura “Collio Bianco da uve autoctone”, sentì il bisogno di confrontarsi con chi quel concetto lo aveva non solo pensato, ma difeso e incarnato per decenni: Edi Keber. Non fu una richiesta formale, ma un gesto di rispetto. Da quel dialogo nacque la consapevolezza che fosse arrivato il momento di riproporre un progetto nato negli anni ’90, quando il Collio Bianco rappresentava ancora un uvaggio identitario, prima che il disciplinare ne ampliasse la composizione includendo anche varietà internazionali. Quel confronto tra Drius e Keber può essere considerato uno dei momenti chiave della rinascita culturale del Collio Bianco, perché ha rimesso al centro una domanda fondamentale:
che cosa vogliamo raccontare quando scriviamo “Collio” in etichetta? I vini di Terre del Faet La gamma di Terre del Faet è coerente, leggibile, senza sovrastrutture: • Friulano – diretto, territoriale, con equilibrio tra struttura e freschezza • Ribolla Gialla – tensione, verticalità, acidità naturale • Pinot Bianco – eleganza e precisione • Malvasia Istriana – aromaticità fine, sapidità, slancio • Collio Bianco – sintesi aziendale, espressione del blend come fotografia del territorio • Merlot – rosso di matrice friulana, misurato, mai eccessivo Ogni vino è pensato come parte di un racconto unitario, dove il territorio viene prima dello stile. Decimo del Faet – territorio e tempo Tra le chicche più significative dell’azienda spicca Decimo del Faet, un vino nato per celebrare i dieci anni di Terre del Faet, ma che va ben oltre la logica celebrativa. Decimo è prodotto utilizzando le migliori uve delle ultime cinque vendemmie di Collio Bianco, unendo Tocai Friulano, Malvasia Istriana e Ribolla Gialla in un progetto che mette insieme territorio e tempo. Non una semplice riserva, ma un vino che riflette sulla memoria, sull’evoluzione e sulla capacità del Collio Bianco di attraversare gli anni senza perdere identità. È un vino raro, concettuale, profondamente coerente con la filosofia di Andrea Drius: non rincorrere l’immediatezza, ma costruire valore nel tempo. Una visione condivisa Terre del Faet non è mai stata un’azienda isolata, ma un tassello fondamentale di un pensiero più ampio. Il dialogo con Edi Keber, e con altri produttori che oggi credono nel Collio Bianco da uve autoctone, ha contribuito a riportare al centro un’idea semplice e potente:
il Collio non è una somma di vitigni, ma un luogo che si esprime meglio quando le sue uve dialogano tra loro. Dopotutto gli avi piantavano le vigne miste con queste tre varietà Oggi, a distanza di oltre trent’anni dalle prime intuizioni, il Collio Bianco da uve autoctone torna ad avere un riconoscimento anche formale. Dalla vendemmia 2025 sarà possibile indicare in etichetta questa dicitura, a patto di rispettare regole precise: uso esclusivo delle varietà autoctone, una base significativa di Friulano, tempi di affinamento più lunghi e un’immagine condivisa che rimetta al centro il nome Collio prima di quello aziendale. Ma sarebbe riduttivo leggere questo progetto solo come una conquista normativa. Il suo vero valore sta nel fatto che rappresenta la maturazione di un pensiero. Keber e Drius non hanno semplicemente anticipato una tendenza: hanno custodito un’idea quando non era conveniente farlo, rendendola credibile oggi. Il Collio Bianco da uve autoctone non è una categoria stilistica, né una moda. È una presa di posizione. È la scelta di raccontare un territorio attraverso il dialogo tra le sue uve storiche, lasciando che sia il luogo — e non il vitigno — a guidare il racconto. Oggi a questo progetto aderiscono produttori diversi per storia, dimensioni e sensibilità, ma uniti dalla stessa visione identitaria: • Edi Keber • Terre del Faet – Andrea Drius • Buzzinelli (attualmente non disponibile) • Korsic • La Rajade • Officina Vitivinicola Marcuzzi • Vigne della Cerva • Ronco Blanchis • Manià Gianni • Muzic • Cantina produttori di Cormons • Comune di San Floriano del Collio (come bottiglia istituzionale) Un gruppo ancora contenuto nei numeri, ma significativo nel messaggio. E un gruppo destinato a crescere velocemente a mio parere. Il Collio, quando torna a parlare con la sua voce più autentica, non ha bisogno di urlare. Gli basta essere coerente. Emanuele Muzzo – Vigne e Orizzonti
Su Instagram è semplicemente Emanuele Muzzo
17 Febbraio, 2026
Cronaca di una PrimAnteprima a Firenze
Dopo giornate di pioggia insistente, Firenze si è svegliata sotto un sole terso, quasi un presagio di buon auspicio. Non poteva esserci cornice migliore per inaugurare la Settimana delle Anteprime Toscane: una luce pulita che sembra rispecchiare la chiarezza di intenti emersa durante PrimAnteprima 2026.
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17 Febbraio, 2026
Crisi climatica e viticoltura: l’agronomo Stefano Amadeo
(AD di Vitenova) al convegno organizzato da GreenPlanner
In occasione del convegno “Gira la vite: la crisi climatica incide sul vino a cominciare dai vigneti”, che si terrà il 18 febbraio 2026 presso MyPlant&Garden a Rho Fiera Milano, esperti e ricercatori si confronteranno sulle soluzioni per rendere il settore vitivinicolo più resiliente. Tra i relatori principali della sessione dedicata agli esperti interverrà Stefano Amadeo, agronomo e co-amministratore di Vitenova. Il suo contributo, intitolato “Cosa succede tra i filari? Il punto di vista dell’agronomo”, esplorerà lo stato dell’arte delle tecniche agronomiche a basso impatto e l’importanza di monitorare la salute del suolo e della biodiversità attraverso strumenti di analisi avanzati.
Amadeo, impegnato da anni nella ricerca e nella sperimentazione agro-ecologica, ha contribuito a sviluppare metodologie innovative per l’analisi del suolo, della vegetazione e degli artropodi, elementi che costituiscono la base dei servizi proposti dalla società. Vitenova opera come una Società Benefit che integra competenze agronomiche, naturalistiche e scientifiche per promuovere un modello agricolo rigenerativo e misurabile. Il team, composto da professionisti che collaborano con aziende in Italia e all’estero, mira a salvaguardare il patrimonio di terra e biodiversità agendo direttamente sulla qualità e quantità del vino prodotto. Attraverso un’analisi rigorosa del terroir, inteso come l’interazione tra terreno, pianta e agroecosistema, Vitenova orienta le scelte operative dall’impianto del vigneto fino alla sua conduzione quotidiana e alla gestione della difesa fitosanitaria. Da questo percorso è nata la DiversityBio, società che si occupa di valorizzare le relazioni tra agricoltura, ambiente e natura.
Questo approccio si avvale di consolidate collaborazioni con università ed enti di ricerca, permettendo di tradurre la complessità degli ambienti agricoli in indicazioni operative basate su dati oggettivi. Proprio sull’importanza di un approccio personalizzato e misurabile.
Stefano Amadeo
Non esiste una ricetta valida per tutti, soprattutto in un contesto complesso come quello viticolo. La differenza tra sostenibilità reale e sostenibilità dichiarata sta nell’attenzione al contesto e nella volontà di misurare ciò che si fa: piccoli cambiamenti, se monitorati nel tempo, possono diventare strategie efficaci e riconoscibili.
L’evento si inserisce nel più ampio impegno di GreenPlanner, che da anni promuove la cultura della sostenibilità e dei “green jobs” sotto la direzione di M. Cristina Ceresa. Da sempre in prima linea nella divulgazione di soluzioni pratiche contro la crisi climatica, la direttrice Ceresa ha trasformato GreenPlanner in un punto di riferimento per l’informazione ambientale, ponendo l’accento sulla necessità di una formazione continua e di una comunicazione trasparente per guidare la transizione ecologica del Paese.
La Redazione
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17 Febbraio, 2026
L'inverno con i vini Alto Adige
Wine Ski Safari e esperienze enoturistiche invernali tra Dolomiti UNESCO
In Alto Adige l’inverno non è solo una stagione, ma uno stato d’animo. L’aria sottile delle Dolomiti Patrimonio UNESCO, il legno caldo delle baite e il silenzio ovattato della neve diventano lo scenario di un lifestyle che unisce sport, piacere e cultura del vino.
È in questo contesto che si rinnova anche nel 2026 il Wine Ski Safari – De dl vin, un appuntamento iconico – nato dalla collaborazione tra il Consorzio Vini Alto Adige e l’Alta Badia – che celebra l’incontro tra sci, paesaggio e grandi vini, trasformando le piste in un itinerario di scoperta enologica unico nel suo genere. Domenica 22 marzo, dalle 10.00 alle 15.30, il Wine Ski Safari invita a vivere un viaggio sugli sci da rifugio a rifugio, assaggiando la straordinaria varietà dei vini dell’Alto Adige. Le degustazioni si svolgono presso i rifugi Ütia Bioch, Pralongiá, Piz Arlara e I Tablá, accompagnando gli sciatori alla scoperta di vini alpini dal carattere mediterraneo, espressione di vigneti coltivati tra i 200 e i 1000 metri di altitudine. Un’esperienza conviviale e autentica, che unisce il piacere dello sport alla cultura del bere consapevole. Tutte le informazioni sull’evento sono disponibili sul sito ufficiale.
Accanto al Wine Ski Safari, prosegue anche il progetto Ski Wine Ambassador: in Alta Badia e Val Gardena, alcuni maestri di sci affiancano alla competenza sportiva una solida formazione enologica, diventando interpreti del territorio e dei suoi vini durante le giornate sulle piste.
Sci e vino si incontrano inoltre, sempre in Alta Badia, con Sommelier in pista: accompagnati da una guida e da un sommelier dell’Associazione Sommelier Alto Adige si potrà sciare da un rifugio all’altro con la possibilità di degustare diversi vini altoatesini. Tra le date ancora in calendario: 20 gennaio, 3 febbraio, 3, 10 e 31 marzo.
Oltre alle esperienze in pista, l’inverno in Alto Adige è il momento ideale per scoprire il territorio direttamente dai suoi produttori. Molte cantine restano infatti aperte anche nei mesi invernali, offrendo visite guidate, degustazioni e racconti autentici tra botti, vigneti e architetture contemporanee immerse nel paesaggio innevato. Un’occasione preziosa per vivere diverse esperienze enoturistiche e approfondire la conoscenza dei vini altoatesini là dove nascono, dialogando con chi li produce.
L’inverno altoatesino si vive appunto anche a tavola, tra ristoranti e rifugi che hanno trasformato la cultura del vino in esperienza e hanno per questo ricevuto il Premio per la Cultura del Vino Alto Adige, ideato proprio dal Consorzio per celebrare quelle strutture ricettive che eccellono nella promozione e valorizzazione dei vini locali, premiando la qualità della carta dei vini, il servizio e la competenza enologica. Dal 2020 sono incluse anche le malghe che hanno un occhio di riguardo per la loro carta dei vini.
In questo intreccio di neve, accoglienza e grandi calici, l’Alto Adige si conferma una destinazione dove l’inverno non si vive solo con gli sci ai piedi, ma anche attraverso il gusto, la cultura del vino e il contatto diretto con il territorio.
La Redazione
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