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28 Gennaio, 2026
Masciarelli entra in Altagamma: Abruzzo luxury nel club Made in Italy
Un ingresso che eleva il vino abruzzese all’eccellenza globale
Masciarelli Tenute Agricole fa il suo ingresso nella Fondazione Altagamma, il club che dal 1992 riunisce le migliori imprese del Made in Italy in settori come moda, design e alimentare. Questo step rafforza la presenza vinicola (ora 22 brand), confermando il ruolo strategico del vino italiano nel luxury globale, specie dopo l’UNESCO che ha inserito la Cucina Italiana nel patrimonio immateriale (2025).
Per collezionisti e operatori evoluti, è un segnale: l’Abruzzo contemporaneo si posiziona tra le eccellenze, con Masciarelli ambasciatrice di biodiversità e stile di vita italiano. Immaginate un Montepulciano d’Abruzzo Riserva che dialoga con alta moda – è questa la visione Altagamma.
Marina Cvetic: “Portiamo l’Abruzzo nel mondo”
Marina Cvetic (Amministratore Unico di Masciarelli Tenute Agricole)
L’ingresso di Masciarelli in Altagamma rappresenta per noi un riconoscimento profondo del percorso compiuto dalla nostra famiglia, a partire da Gianni Masciarelli. È la conseguenza di un lavoro dedicato alla qualità, al rispetto del territorio e alla visione internazionale che Gianni ci ha insegnato. L’Abruzzo è da sempre il cuore della nostra identità, una terra autentica che ispira ogni nostra scelta. Attraverso i nostri vini raccontiamo un Abruzzo contemporaneo, capace di esprimere eccellenza. Condividiamo con Altagamma valori quali cultura d’impresa, sostenibilità e responsabilità. Entrare in fondazione significa portare l’Abruzzo e il meglio del Made in Italy nel mondo.
Nata nel 1981 da Gianni Masciarelli – innovatore che elevò l’Abruzzo enologico con pionieristici Montepulciano e Trebbiano – l’azienda passa nel 2008 a Marina Cvetic e figlie Miriam Lee e Chiara. Oggi: 7 linee, 22 etichette, 2M bottiglie/anno, export in 60 paesi (dati aziendali 2025). Trend? Abruzzo export +15% (Federvini 2025), trainato da luxury come Villa Gemma (92/100 Wine Spectator).
Altagamma accoglie: “Biodiversità abruzzese unica”
Stefania Lazzaroni (Direttrice Generale di Altagamma)
Siamo onorati di accogliere fra i Soci Altagamma Masciarelli, questa cantina porta non soltanto il prestigio e l’esperienza di un prodotto di qualità assoluta unanimemente apprezzato, ma arricchisce la mappa rappresentativa delle eccellenze italiane che fanno parte della Fondazione con una regione, l’Abruzzo, che offre una eccezionale biodiversità non a tutti nota. Ed è questa una ulteriore testimonianza della varietà unica e della disseminazione su tutto il territorio italiano della nostra cultura del Saper Fare.
Altagamma (100+ soci) promuove “Saper Fare Italiano” in alto di gamma: vino/food ora 22%, simbolo di centralità economica (export luxury food/wine 12B€ 2025, ICE). Per Masciarelli, significa network con Ferrari, Bulgari – opportunità per edizioni limitate e auction.
Masciarelli: eredità e futuro luxury
Gianni Masciarelli rivoluzionò l’Abruzzo: da vigneti collinari (Montepulciano, Pecorino, Cococciola) nacquero icone come “Gianni Masciarelli” (barrique-aged). Sostenibilità: vigneti bio, basso impatto. Collezionisti amano Riserve longeve (10+ anni), perfette per cellar con Barolo o Bordeaux.
Nell’anno UNESCO Cucina Italiana, questo ingresso fidelizza: vini che incarnano “stile di vita italiano”.
La Redazione
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28 Gennaio, 2026
Pierre Moncuit. Le Mesnil-sur-Oger, lo Chardonnay come atto di fedeltà
Tra le vie tranquille di Le Mesnil-sur-Oger, nel cuore della Côte des Blancs, c’è un domaine che non ha mai cercato il clamore. Nessuna architettura avveniristica, nessun marketing roboante: solo la voce limpida dello Chardonnay e una famiglia che da generazioni vive la Champagne con una sobrietà quasi monastica.
Pierre Moncuit è questo: un luogo dove il vino parla più delle parole, un atelier di precisione artigianale che ha fatto del rigore la propria identità. Ed è proprio così che ci si arriva davvero: camminando a piedi, senza percorsi costruiti né segnali evidenti. Le strade silenziose del villaggio, le case ordinate, quella sensazione di calma che solo Le Mesnil sa trasmettere. Anche conoscendo già la firma Delos, arrivare qui passo dopo passo restituisce immediatamente il senso del luogo: a Le Mesnil lo Champagne non è racconto, è quotidianità. E Pierre Moncuit ne è una delle interpretazioni più autentiche. Una storia di vigna prima che di etichette La storia della famiglia Moncuit inizia alla fine del XIX secolo, quando Alex Moncuit acquista le prime vigne a Le Mesnil-sur-Oger, intuendo il valore assoluto di questo terroir gessoso.
È il figlio Pierre Moncuit a compiere il passaggio decisivo: nel 1928 inizia a commercializzare lo Champagne con il proprio nome, firmando le prime bottiglie di Chardonnay in purezza provenienti esclusivamente da Le Mesnil. Al suo fianco, fin dall’inizio, c’è la moglie Odile Delos, figura fondamentale nella costruzione dell’identità del domaine, tanto che il suo cognome diventerà parte integrante della cuvée simbolo. Nel 1977 la guida dell’azienda passa alla figlia Nicole Moncuit, che assume la direzione tecnica affiancata dal fratello per la parte commerciale. È un momento chiave: Nicole imprime una visione rigorosa, sensibile, profondamente agricola, diventando una delle figure femminili più rispettate della Champagne artigiana. Dal 2007 entra ufficialmente in azienda la nuova generazione: Valérie Charpentier, figlia di Nicole, che oggi gestisce il domaine con continuità e lucidità.
Nello stesso anno viene inaugurata la nuova cantina nel centro di Le Mesnil-sur-Oger, un luogo funzionale, sobrio, perfettamente integrato nel tessuto del villaggio: nessun monumento al vino, ma uno strumento al servizio del lavoro quotidiano. Le Mesnil-sur-Oger e la craie Le Mesnil è uno dei vertici assoluti dello Chardonnay champenois.
Il suolo è calcareo in superficie e profondamente ricco di craie nel sottosuolo: gesso puro formato da granuli di calcite e antichi microrganismi marini, depositatisi oltre 70 milioni di anni fa. È questo patrimonio geologico a definire lo stile Moncuit: • sapidità netta, • verticalità, • freschezza nella struttura, • longevità Qui lo Chardonnay non cerca volume immediato, ma precisione, tensione e capacità di evolvere nel tempo. Il lavoro del vigneron Pierre Moncuit è un Récoltant-Manipulant nel senso più autentico del termine.
Il lavoro parte dalla vigna, spesso con parcelle di vecchie e vecchissime vigne, e prosegue in cantina con scelte di grande coerenza: • vinificazioni prevalentemente in acciaio, • interventi minimi, • lunghe soste sui lieviti, • dosaggi sempre misurati, mai correttivi. Il risultato sono Champagne di grande bevibilità, ma mai semplici, in cui frutto, mineralità e freschezza si intrecciano con naturalezza. Le cuvée di riferimento Blanc de Blancs Grand Cru “Moncuit-Delos” – Brut La cuvée storica e identitaria.
Chardonnay Grand Cru di Le Mesnil, diretto, luminoso, costruito sulla finezza più che sulla potenza. Agrumi, mela verde, fiori bianchi e gesso al naso; in bocca è avvolgente ma teso, con una sapidità marcata che accompagna il sorso fino a una chiusura pulita e persistente. Un classico intramontabile di Le Mesnil. Blanc de Blancs Grand Cru – Extra Brut La versione più essenziale dello stile Moncuit. Stessa cuvèe, cambia solo il dosaggio
Il dosaggio ridotto lascia emergere con chiarezza la craie e la struttura naturale dello Chardonnay. Il sorso è verticale, affilato, di grande precisione. Uno Champagne per chi cerca l’espressioneassoluta del terroir. Grand Cru Millesimato 2014 – Extra Brut Il 2014 è un’annata di equilibrio e definizione.
Il vino mostra maggiore profondità e complessità, con note di agrume maturo, gesso, sentori erbacei elegnati e una progressione gustativa elegante e continua. Già leggibile, bello, oggi, ma con una capacità di evoluzione evidente. Cuvée Nicole Moncuit – Vieilles Vignes, Les Chétillons La cuvée più identitaria e profonda del domaine.
Proviene dalla parcella Les Chétillons, uno dei lieux-dits più celebri di Le Mesnil-sur-Oger, di proprietà della famiglia. Vigne vecchie, concentrazione naturale, mineralità incisiva. Il sorso è stratificato, lungo, vibrante, capace di raccontare insieme terroir, storia e memoria familiare. È l’espressione più alta del lavorodei Moncuit. Uno stile senza tempo Gli Champagne di Pierre Moncuit si riconoscono per: • purezza espressiva, • rigore stilistico, • sapidità gessosa, • grande bevibilità, • coerenza nel tempo. Non cercano l’effetto, ma la credibilità. Conclusione Pierre Moncuit è uno di quei vigneron che dimostrano come l’identità non abbia bisogno di essere reinventata.
A Le Mesnil-sur-Oger, lo Chardonnay trova una delle sue voci più sincere, e nelle mani della famiglia Moncuit diventa un racconto continuo di fedeltà al luogo, misura e precisione. Uno Champagne che non alza la voce, ma che resta a lungo nella memoria. Emanuele Muzzo – Vigne e Orizzonti
Su Instagram è semplicemente Emanuele Muzzo
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Pierre Moncuit è questo: un luogo dove il vino parla più delle parole, un atelier di precisione artigianale che ha fatto del rigore la propria identità. Ed è proprio così che ci si arriva davvero: camminando a piedi, senza percorsi costruiti né segnali evidenti. Le strade silenziose del villaggio, le case ordinate, quella sensazione di calma che solo Le Mesnil sa trasmettere. Anche conoscendo già la firma Delos, arrivare qui passo dopo passo restituisce immediatamente il senso del luogo: a Le Mesnil lo Champagne non è racconto, è quotidianità. E Pierre Moncuit ne è una delle interpretazioni più autentiche. Una storia di vigna prima che di etichette La storia della famiglia Moncuit inizia alla fine del XIX secolo, quando Alex Moncuit acquista le prime vigne a Le Mesnil-sur-Oger, intuendo il valore assoluto di questo terroir gessoso.
È il figlio Pierre Moncuit a compiere il passaggio decisivo: nel 1928 inizia a commercializzare lo Champagne con il proprio nome, firmando le prime bottiglie di Chardonnay in purezza provenienti esclusivamente da Le Mesnil. Al suo fianco, fin dall’inizio, c’è la moglie Odile Delos, figura fondamentale nella costruzione dell’identità del domaine, tanto che il suo cognome diventerà parte integrante della cuvée simbolo. Nel 1977 la guida dell’azienda passa alla figlia Nicole Moncuit, che assume la direzione tecnica affiancata dal fratello per la parte commerciale. È un momento chiave: Nicole imprime una visione rigorosa, sensibile, profondamente agricola, diventando una delle figure femminili più rispettate della Champagne artigiana. Dal 2007 entra ufficialmente in azienda la nuova generazione: Valérie Charpentier, figlia di Nicole, che oggi gestisce il domaine con continuità e lucidità.
Nello stesso anno viene inaugurata la nuova cantina nel centro di Le Mesnil-sur-Oger, un luogo funzionale, sobrio, perfettamente integrato nel tessuto del villaggio: nessun monumento al vino, ma uno strumento al servizio del lavoro quotidiano. Le Mesnil-sur-Oger e la craie Le Mesnil è uno dei vertici assoluti dello Chardonnay champenois.
Il suolo è calcareo in superficie e profondamente ricco di craie nel sottosuolo: gesso puro formato da granuli di calcite e antichi microrganismi marini, depositatisi oltre 70 milioni di anni fa. È questo patrimonio geologico a definire lo stile Moncuit: • sapidità netta, • verticalità, • freschezza nella struttura, • longevità Qui lo Chardonnay non cerca volume immediato, ma precisione, tensione e capacità di evolvere nel tempo. Il lavoro del vigneron Pierre Moncuit è un Récoltant-Manipulant nel senso più autentico del termine.
Il lavoro parte dalla vigna, spesso con parcelle di vecchie e vecchissime vigne, e prosegue in cantina con scelte di grande coerenza: • vinificazioni prevalentemente in acciaio, • interventi minimi, • lunghe soste sui lieviti, • dosaggi sempre misurati, mai correttivi. Il risultato sono Champagne di grande bevibilità, ma mai semplici, in cui frutto, mineralità e freschezza si intrecciano con naturalezza. Le cuvée di riferimento Blanc de Blancs Grand Cru “Moncuit-Delos” – Brut La cuvée storica e identitaria.
Chardonnay Grand Cru di Le Mesnil, diretto, luminoso, costruito sulla finezza più che sulla potenza. Agrumi, mela verde, fiori bianchi e gesso al naso; in bocca è avvolgente ma teso, con una sapidità marcata che accompagna il sorso fino a una chiusura pulita e persistente. Un classico intramontabile di Le Mesnil. Blanc de Blancs Grand Cru – Extra Brut La versione più essenziale dello stile Moncuit. Stessa cuvèe, cambia solo il dosaggio
Il dosaggio ridotto lascia emergere con chiarezza la craie e la struttura naturale dello Chardonnay. Il sorso è verticale, affilato, di grande precisione. Uno Champagne per chi cerca l’espressioneassoluta del terroir. Grand Cru Millesimato 2014 – Extra Brut Il 2014 è un’annata di equilibrio e definizione.
Il vino mostra maggiore profondità e complessità, con note di agrume maturo, gesso, sentori erbacei elegnati e una progressione gustativa elegante e continua. Già leggibile, bello, oggi, ma con una capacità di evoluzione evidente. Cuvée Nicole Moncuit – Vieilles Vignes, Les Chétillons La cuvée più identitaria e profonda del domaine.
Proviene dalla parcella Les Chétillons, uno dei lieux-dits più celebri di Le Mesnil-sur-Oger, di proprietà della famiglia. Vigne vecchie, concentrazione naturale, mineralità incisiva. Il sorso è stratificato, lungo, vibrante, capace di raccontare insieme terroir, storia e memoria familiare. È l’espressione più alta del lavorodei Moncuit. Uno stile senza tempo Gli Champagne di Pierre Moncuit si riconoscono per: • purezza espressiva, • rigore stilistico, • sapidità gessosa, • grande bevibilità, • coerenza nel tempo. Non cercano l’effetto, ma la credibilità. Conclusione Pierre Moncuit è uno di quei vigneron che dimostrano come l’identità non abbia bisogno di essere reinventata.
A Le Mesnil-sur-Oger, lo Chardonnay trova una delle sue voci più sincere, e nelle mani della famiglia Moncuit diventa un racconto continuo di fedeltà al luogo, misura e precisione. Uno Champagne che non alza la voce, ma che resta a lungo nella memoria. Emanuele Muzzo – Vigne e Orizzonti
Su Instagram è semplicemente Emanuele Muzzo
27 Gennaio, 2026
“World Comes to Milan”: MAG Navigli brinda al mondo con Olimpiadi 2026
Cocktail come ambasciatori: il bancone accoglie Milano olimpica
Milano si prepara a diventare il cuore pulsante delle Olimpiadi Milano-Cortina 2026, e MAG Navigli – iconico cocktail bar sul Naviglio Grande – risponde con “World Comes to Milan”, una drink list che trasforma shaker e jigger in ponti tra culture. Lancio il 14 ottobre 2025: non una semplice carta, ma un manifesto di ospitalità per i milioni di visitatori attesi, che farà sentire “a casa” chiunque si sieda al bancone.
In un inverno dove “il mondo arriva a Milano”, MAG riafferma la città come capitale di sport, cultura e socialità. Per collezionisti e appassionati evoluti di beverage luxury, è l’occasione per esplorare mixology globale reinterpretata, con drink ispirati a nazioni olimpiche – dal Canada alla Grecia antica – perfetti per brindare all’incontro multiculturale.
Il concept: un viaggio liquido senza passaporto
“World Comes to Milan” narra il mondo attraverso cocktail originali, ognuno ambasciatore di un Paese. Ingredienti, tradizioni e sapori si fondono in creazioni che evocano viaggi sensoriali, ideali per l’hype olimpico (15 milioni di visitatori previsti, dati MilanoCortina2026.org). “Non è una semplice drink list, ma un manifesto di ospitalità: MAG diventa il ‘bancone del mondo'” – dal comunicato ufficiale MAG Navigli (14 ottobre 2025).
Trend beverage 2026? +22% cocktail cultural-fusion (IWSR Global Cocktail Report), con Milano hub per eventi ibridi sport-luxury. Qui, il Naviglio Grande vibra di storia: MAG, dal 2014, è tempio della mixology italiana, premiato da Gambero Rosso come top bar lombardo.
Stelle della drink list: dal Canada alla Grecia olimpica
Canada: Un Old Fashioned rivisitato con Whiskey Jameson Black Barrel, sciroppo d’acero, noci pecan, burro e bitter alla vaniglia. Caldo, vellutato, porta l’anima nordamericana in un sorso – maple syrup evoca foreste infinite, pecan croccanti il wilderness. Perfetto per notti fredde post-sci alpino a Cortina.
Grecia, culla delle Olimpiadi: reinterpretazione del Tommy’s Margarita con Mastiha Skinos (resina mastic), echi di insalata greca e tzatziki liquido. Aggiunge ciceone – antica bevanda atleti (orzo, menta, acqua, da Pindaro) – e oleato (distillato olive/ulivo/olio EVO). Garnish: sferificazione all’ouzo. Fresco, mediterraneo, sorprendente – un omaggio alle origini dei Giochi.
Altri highlight: Norvegia con aquavit-infusi ghiacciati per fjord; Francia rivisitando Sidecar con calvados e pera; Australia con gin bush e wattleseed tostato. Ogni drink, bilanciato (8-12€ stimati), usa ingredienti premium locali/globali, enfatizzando sostenibilità (zero waste policy MAG).
Team MAG Navigli
La Grecia è la patria dei Giochi, e il nostro cocktail ne cattura l’essenza fresca e mitica.
MAG Navigli: ospitalità olimpica sul Naviglio
Fondato da bartender visionari, MAG unisce heritage milanese (Navigli UNESCO candidate) a innovazione. Per Olimpiadi, potenzia role come social hub: eventi live, pairing con street food fusion. Collezionisti vino noteranno affinità con drink list – Lugana o Prosecco come base per twist olimpici.
Invito: visitate MAG per l’esperienza – un brindisi al mondo che unisce Milano.
La Redazione
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27 Gennaio, 2026
Cantina Sant’Andrea e Seguire le Botti. Un racconto di territorio, vino ed emozioni
È un freddo pomeriggio di fine novembre quando decido di concedermi una visita che da tempo avevo in mente.
Siamo tra Latina e Terracina, dove una cantina storica ha saputo trasformarsi, negli anni, in un luogo di accoglienza e cucina.
Prendo la macchina e mi dirigo verso Cantina Sant’Andrea. Ad attendermi c’è Andrea Pandolfo. Ci eravamo già sentiti, ma incontrarlo qui, nella sua cantina, ha tutt’altro peso.
Andrea è titolare ed enologo, ma soprattutto custode di una storia che attraversa generazioni e Paesi. Andrea mi conduce a visitare la loro cantina. Entriamo in un ampio spazio produttivo, ordinato, silenzioso. Camminiamo tra i grandi silos, il rumore ovattato del lavoro accompagna il racconto.
Andrea parla, io ascolto. La loro è una storia che nasce a Pantelleria, con i primi vigneti di Zibibbo, e prosegue in Tunisia, a Khanquet Gare, dove alla fine dell’Ottocento i vini Pandolfo iniziano a viaggiare verso l’Europa. La storia è fatta anche di fratture: la fillossera che distrugge i vigneti, le nuove barbatelle dalla Francia, i terreni che tornano a vivere. Fino al 1964, quando l’esproprio dei beni costringe la famiglia a lasciare la Tunisia.
È qui che il racconto si fa più intimo. Andrea abbassa leggermente la voce mentre mi parla dei nonni, del ritorno in Italia, del piccolo podere vicino Terracina e della prima vendemmia del 1968. Da lì, tutto ricomincia. Oggi l’azienda è guidata da Gabriele Pandolfo, da Enza e da Andrea. Le nostre radici sono nella terra, mi dice Andrea. Non come slogan, ma come constatazione.
Ogni sera, ancora oggi, viene scritto il diario della giornata di lavoro. Un gesto semplice,
voluto dal bisnonno, per non smettere mai di osservare e imparare. Usciti dalla cantina, Andrea apre una porta a vetro. La luce cambia. Entriamo in una stanza calda, raccolta, con tavoli apparecchiati e grandi barrique in legno.
Andrea mi spiega che è qui che il vino riposa. E che è qui che si cena, accanto alle botti, vivendo il vino mentre lo si beve. Il legno profuma l’aria, il tempo lavora, e tutto sembra trovare il suo ritmo naturale. Prima della cena Andrea mi accompagna nel wine shop. Camminiamo tra le bottiglie, le etichette raccontano una storia prima ancora di essere stappate.
Mi parla della Linea Acquerelli come se stesse descrivendo un quadro: ogni bottiglia è una pennellata, ogni sorso una sfumatura del territorio. È una selezione rigorosa, nata dai vigneti più vocati, quelli che meglio raccontano il Circeo e Terracina. Accanto, Andrea mi mostra anche la Linea Le Botti, quella che più di ogni altra custodisce la memoria familiare. Qui il vino nasce dal tempo, dall’attesa, dal legno. È nelle botti che le idee prendono forma, mi spiega, ed è sempre da qui che partono le sperimentazioni più profonde. Tra le bottiglie, Oppidum torna più volte nel racconto. Un moscato che non cerca scorciatoie, che si fa secco, preciso, territoriale. Andrea lo prende in mano con naturalezza, come si fa con qualcosa di familiare. Capisco subito che sarà il filo conduttore della serata. Poi mi mostra HUM, Moscato di Terracina Doc, nato da un cru di viti più vecchie nella zona di Campo Soriano. Un vino che parla di concentrazione e rispetto, di uve che hanno visto passare il tempo e ne conservano la memoria. Accanto, Andrea mi racconta 253 Giorni, un Vermentino in purezza.. Questo vino è un omaggio al litorale pontino e al suo mare, pensato grazie ai suoi profumi e alla sua spiccata mineralità: 253 sono, infatti, i giorni impiegati per costruire Sabaudia! È l’ultimo arrivato, ma nel racconto occupa uno spazio preciso: freschezza, mineralità, un legame diretto con il mare e con la terra. Prima di uscire, Andrea mi mostra anche il loro olio extravergine di oliva Itrana. Un gesto naturale, quasi scontato per chi vive questo territorio ogni giorno. Qui l’olio non è un complemento, ma parte integrante della tavola e della cultura. Prima di entrare in sala, Andrea mi accompagna a visitare l’agriturismo Seguire le Botti. Mi mostra la reception, gli spazi comuni, la sala relax. I colori sono caldi, il legno domina senza ostentazione. Le stanze seguono la stessa linea: essenziali, curate, pensate per rallentare. Volevamo che anche l’ospitalità parlasse la stessa lingua del vino, mi dice mentre camminiamo. Annuisco. Qui tutto sembra avere un ritmo naturale. Poi entriamo in cucina. Andrea mi presenta la brigata, lo chef. Ci salutiamo con poche parole, quelle che bastano quando il lavoro parla già da sé. L’atmosfera è concentrata, ordinata, silenziosa nel modo giusto. Torniamo verso la sala. Andrea si ferma un istante, poi mi sorride: Adesso ti lascio vivere la cena. All’ingresso il maître mi accoglie e mi accompagna al tavolo. Andrea si siede poco distante, con la moglie e il figlio. Lo vedo da lontano, discreto. È presente senza essere invadente. È il modo più giusto per raccontare un luogo come questo Respiro l’aria della cantina. Il profumo del legno e del vino si mescola a quello del cibo. Tutto è coerente, nulla cerca di sovrastare. È una cucina che dialoga con il luogo in cui nasce. Sul tavolo arrivano dei grissini lunghi al formaggio, semplici, fragranti. Poco dopo mi viene servito un cocktail a base di Oppidum, con un leggero tocco di miele. Prendo il bicchiere, lo osservo. È luminoso, pulito. Al sorso è sorprendente: fresco, gastronomico, capace di accompagnare senza invadere. Un inizio intelligente, misurato, perfettamente centrato. A seguire arriva una giardiniera di cavolo cappuccio e cavolfiore in agrodolce, accompagnata da un gelato alla cipolla rossa. Il piatto lavora sull’equilibrio: l’acidità è controllata, il gelato aggiunge profondità e persistenza, senza mai appesantire. Accanto, una taco di broccoletti, ricotta di bufala Macchiusi e arancia amara. È un boccone vegetale, fresco, giocato su una piacevole nota amaricante che pulisce il palato e invita al sorso successivo. Il cocktail continua a dialogare con naturalezza. Arriva poi una polpetta di pane con ragù vegetale, uva passa e pinoli. È un piatto che richiama la memoria, costruito sulla dolcezza controllata e sulla morbidezza, senza nostalgie forzate. Subito dopo, la sorpresa: una sfera croccante di ricotta di bufala Macchiusi, spinaci e perlage di tartufo nero. La rompo con il cucchiaio. La consistenza esterna lascia spazio a un cuore morbido, elegante. È un piatto che lavora più sulle sensazioni che sull’effetto. Segue una crème brûlée di Provolone Recco. Qui la cucina spinge sull’umami e sulla persistenza. È un piatto che chiede il vino, che prepara il palato a quello che verrà dopo. Arriva un cestino di pane ai cereali e lievito madre con farina Molino e cipolla di Terracina, cracker salati alle erbe aromatiche e vino bianco, e focaccine al limone e rosmarino con gel di limone e rosmarino. In un piattino mi viene versato olio extravergine di oliva 100% Itrana. Lo assaggio, faccio scarpetta. È un olio identitario, netto, che parla chiaramente di territorio. Nel calice viene versato Riflessi Extra Dry Aleatico Rosé. Prendo il bicchiere, ruoto lentamente. Il colore è delicato, luminoso. Al sorso è fresco, preciso, pensato per accompagnare senza sovrastare. Arriva una battuta di carne di bufala lavorata al coltello, con crema di finocchio, dadini di sedano, gel di arancia amara e gelato di oliva. Il piatto è giocato sui contrasti, ma resta leggibile. Fresco, elegante, ben costruito. A questo punto viene servito Oppidum. Prendo tempo. Ruoto il bicchiere, guardo il colore. Al naso è netto, territoriale. Al sorso è teso, sapido, lungo. È il mio preferito, lo capisco senza bisogno di pensarci. Come secondo antipasto arriva una zucca gratinata con radicchio, tartufo dei Monti Reatini e gelato di caprino, con una base di frollino salato. È un piatto che lavora sull’equilibrio tra dolcezza e profondità, senza mai perdere misura. Nel calice viene versato Riflessi Rosato, Merlot vinificato in bianco. Un vino che accompagna con discrezione, senza cercare protagonismo, ma sostenendo il piatto con precisione. Arriva il primo: spaghetto cotto nell’acqua dei fagioli del Purgatorio della Tuscia, mantecato con lardo di maiale Scherzerino e cicoria, completato da croccante di fagiolo soffiato, cotica croccante, polvere di alloro e arancia. È un piatto complesso ma leggibile, profondo ma equilibrato. Come se non bastasse, arriva una pasta e patate con tartufo nero dei Monti Reatini, realizzata con pasta del Pastificio Lagano di Pomezia. In abbinamento un vino bianco da Trebbiano e Malvasia. Qui il ritmo rallenta, il piatto richiama il gesto domestico, ma con precisione tecnica. Arriva poi la faraona: petto alla brace, salsa alla diavola, spinacino, uva passa e pinoli, accompagnata da aletta al forno e da un kebab di faraona con maionese alla mela. È una sequenza che racconta un’idea completa di cucina, senza dispersioni. Nel calice, Sogno 2011 – Cesanese e Merlot. Il ritmo cambia. Il vino è profondo, caldo, elegante. Un vino da ascoltare più che da bere. Racconta il tempo, il lavoro, la pazienza. Il pre-dessert gioca sull’illusione: finte olive realizzate con olio extravergine, su cialda di pane croccante, con crumble salato al cacao e gel di visciole. Il dessert arriva e per un istante resto in silenzio. Vendemmia.
Nel piatto sembra esserci un vero grappolo d’uva, appoggiato con naturalezza, quasi fosse appena colto. Solo avvicinandomi capisco che è un’illusione perfetta, un dolce disegnato con precisione. Il sorbetto all’uva moscato, la crema chantilly, il mosto d’uva si rincorrono con equilibrio. Gli acini sono cremosi, lavorati al vino Sogno, la base croccante al cacao richiama la terra, mentre il gel di mosto e di foglie di vite chiude il piatto con una nota vegetale elegante. È un dessert che sorprende prima lo sguardo e poi il palato. Non cerca effetti, ma resta impresso. Mi alzo dal tavolo convinto che la cena sia finita, ma arriva ancora un panettone con arancia candita e uvetta, accompagnato dal loro passito. Lo assaggio in piedi, con naturalezza, mentre la sala si riempie di voci più rilassate e sorrisi. Andrea si avvicina. Ci fermiamo a parlare ancora un po’, senza fretta. Lo ringrazio per la cena, per il racconto, per l’attenzione. Lui sorride, con quel modo semplice di chi sa accogliere senza bisogno di spiegare troppo. Saluto anche la moglie e il figlio. C’è un clima familiare, sincero, che resta addosso più del vino. Esco nella notte con una sensazione chiara: qui non si viene solo per mangiare o bere bene. Qui si entra in una storia che continua, fatta di terra, lavoro quotidiano e gesti autentici. E ti porti via un po’ di quel calore, senza nemmeno accorgertene. Roberto Silvio De Pascale Mi trovi su Instagram come unpuglieseinterrapontina Il buon vivere
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Siamo tra Latina e Terracina, dove una cantina storica ha saputo trasformarsi, negli anni, in un luogo di accoglienza e cucina.
Prendo la macchina e mi dirigo verso Cantina Sant’Andrea. Ad attendermi c’è Andrea Pandolfo. Ci eravamo già sentiti, ma incontrarlo qui, nella sua cantina, ha tutt’altro peso.
Andrea è titolare ed enologo, ma soprattutto custode di una storia che attraversa generazioni e Paesi. Andrea mi conduce a visitare la loro cantina. Entriamo in un ampio spazio produttivo, ordinato, silenzioso. Camminiamo tra i grandi silos, il rumore ovattato del lavoro accompagna il racconto.
Andrea parla, io ascolto. La loro è una storia che nasce a Pantelleria, con i primi vigneti di Zibibbo, e prosegue in Tunisia, a Khanquet Gare, dove alla fine dell’Ottocento i vini Pandolfo iniziano a viaggiare verso l’Europa. La storia è fatta anche di fratture: la fillossera che distrugge i vigneti, le nuove barbatelle dalla Francia, i terreni che tornano a vivere. Fino al 1964, quando l’esproprio dei beni costringe la famiglia a lasciare la Tunisia.
È qui che il racconto si fa più intimo. Andrea abbassa leggermente la voce mentre mi parla dei nonni, del ritorno in Italia, del piccolo podere vicino Terracina e della prima vendemmia del 1968. Da lì, tutto ricomincia. Oggi l’azienda è guidata da Gabriele Pandolfo, da Enza e da Andrea. Le nostre radici sono nella terra, mi dice Andrea. Non come slogan, ma come constatazione.
Ogni sera, ancora oggi, viene scritto il diario della giornata di lavoro. Un gesto semplice,
voluto dal bisnonno, per non smettere mai di osservare e imparare. Usciti dalla cantina, Andrea apre una porta a vetro. La luce cambia. Entriamo in una stanza calda, raccolta, con tavoli apparecchiati e grandi barrique in legno.
Andrea mi spiega che è qui che il vino riposa. E che è qui che si cena, accanto alle botti, vivendo il vino mentre lo si beve. Il legno profuma l’aria, il tempo lavora, e tutto sembra trovare il suo ritmo naturale. Prima della cena Andrea mi accompagna nel wine shop. Camminiamo tra le bottiglie, le etichette raccontano una storia prima ancora di essere stappate.
Mi parla della Linea Acquerelli come se stesse descrivendo un quadro: ogni bottiglia è una pennellata, ogni sorso una sfumatura del territorio. È una selezione rigorosa, nata dai vigneti più vocati, quelli che meglio raccontano il Circeo e Terracina. Accanto, Andrea mi mostra anche la Linea Le Botti, quella che più di ogni altra custodisce la memoria familiare. Qui il vino nasce dal tempo, dall’attesa, dal legno. È nelle botti che le idee prendono forma, mi spiega, ed è sempre da qui che partono le sperimentazioni più profonde. Tra le bottiglie, Oppidum torna più volte nel racconto. Un moscato che non cerca scorciatoie, che si fa secco, preciso, territoriale. Andrea lo prende in mano con naturalezza, come si fa con qualcosa di familiare. Capisco subito che sarà il filo conduttore della serata. Poi mi mostra HUM, Moscato di Terracina Doc, nato da un cru di viti più vecchie nella zona di Campo Soriano. Un vino che parla di concentrazione e rispetto, di uve che hanno visto passare il tempo e ne conservano la memoria. Accanto, Andrea mi racconta 253 Giorni, un Vermentino in purezza.. Questo vino è un omaggio al litorale pontino e al suo mare, pensato grazie ai suoi profumi e alla sua spiccata mineralità: 253 sono, infatti, i giorni impiegati per costruire Sabaudia! È l’ultimo arrivato, ma nel racconto occupa uno spazio preciso: freschezza, mineralità, un legame diretto con il mare e con la terra. Prima di uscire, Andrea mi mostra anche il loro olio extravergine di oliva Itrana. Un gesto naturale, quasi scontato per chi vive questo territorio ogni giorno. Qui l’olio non è un complemento, ma parte integrante della tavola e della cultura. Prima di entrare in sala, Andrea mi accompagna a visitare l’agriturismo Seguire le Botti. Mi mostra la reception, gli spazi comuni, la sala relax. I colori sono caldi, il legno domina senza ostentazione. Le stanze seguono la stessa linea: essenziali, curate, pensate per rallentare. Volevamo che anche l’ospitalità parlasse la stessa lingua del vino, mi dice mentre camminiamo. Annuisco. Qui tutto sembra avere un ritmo naturale. Poi entriamo in cucina. Andrea mi presenta la brigata, lo chef. Ci salutiamo con poche parole, quelle che bastano quando il lavoro parla già da sé. L’atmosfera è concentrata, ordinata, silenziosa nel modo giusto. Torniamo verso la sala. Andrea si ferma un istante, poi mi sorride: Adesso ti lascio vivere la cena. All’ingresso il maître mi accoglie e mi accompagna al tavolo. Andrea si siede poco distante, con la moglie e il figlio. Lo vedo da lontano, discreto. È presente senza essere invadente. È il modo più giusto per raccontare un luogo come questo Respiro l’aria della cantina. Il profumo del legno e del vino si mescola a quello del cibo. Tutto è coerente, nulla cerca di sovrastare. È una cucina che dialoga con il luogo in cui nasce. Sul tavolo arrivano dei grissini lunghi al formaggio, semplici, fragranti. Poco dopo mi viene servito un cocktail a base di Oppidum, con un leggero tocco di miele. Prendo il bicchiere, lo osservo. È luminoso, pulito. Al sorso è sorprendente: fresco, gastronomico, capace di accompagnare senza invadere. Un inizio intelligente, misurato, perfettamente centrato. A seguire arriva una giardiniera di cavolo cappuccio e cavolfiore in agrodolce, accompagnata da un gelato alla cipolla rossa. Il piatto lavora sull’equilibrio: l’acidità è controllata, il gelato aggiunge profondità e persistenza, senza mai appesantire. Accanto, una taco di broccoletti, ricotta di bufala Macchiusi e arancia amara. È un boccone vegetale, fresco, giocato su una piacevole nota amaricante che pulisce il palato e invita al sorso successivo. Il cocktail continua a dialogare con naturalezza. Arriva poi una polpetta di pane con ragù vegetale, uva passa e pinoli. È un piatto che richiama la memoria, costruito sulla dolcezza controllata e sulla morbidezza, senza nostalgie forzate. Subito dopo, la sorpresa: una sfera croccante di ricotta di bufala Macchiusi, spinaci e perlage di tartufo nero. La rompo con il cucchiaio. La consistenza esterna lascia spazio a un cuore morbido, elegante. È un piatto che lavora più sulle sensazioni che sull’effetto. Segue una crème brûlée di Provolone Recco. Qui la cucina spinge sull’umami e sulla persistenza. È un piatto che chiede il vino, che prepara il palato a quello che verrà dopo. Arriva un cestino di pane ai cereali e lievito madre con farina Molino e cipolla di Terracina, cracker salati alle erbe aromatiche e vino bianco, e focaccine al limone e rosmarino con gel di limone e rosmarino. In un piattino mi viene versato olio extravergine di oliva 100% Itrana. Lo assaggio, faccio scarpetta. È un olio identitario, netto, che parla chiaramente di territorio. Nel calice viene versato Riflessi Extra Dry Aleatico Rosé. Prendo il bicchiere, ruoto lentamente. Il colore è delicato, luminoso. Al sorso è fresco, preciso, pensato per accompagnare senza sovrastare. Arriva una battuta di carne di bufala lavorata al coltello, con crema di finocchio, dadini di sedano, gel di arancia amara e gelato di oliva. Il piatto è giocato sui contrasti, ma resta leggibile. Fresco, elegante, ben costruito. A questo punto viene servito Oppidum. Prendo tempo. Ruoto il bicchiere, guardo il colore. Al naso è netto, territoriale. Al sorso è teso, sapido, lungo. È il mio preferito, lo capisco senza bisogno di pensarci. Come secondo antipasto arriva una zucca gratinata con radicchio, tartufo dei Monti Reatini e gelato di caprino, con una base di frollino salato. È un piatto che lavora sull’equilibrio tra dolcezza e profondità, senza mai perdere misura. Nel calice viene versato Riflessi Rosato, Merlot vinificato in bianco. Un vino che accompagna con discrezione, senza cercare protagonismo, ma sostenendo il piatto con precisione. Arriva il primo: spaghetto cotto nell’acqua dei fagioli del Purgatorio della Tuscia, mantecato con lardo di maiale Scherzerino e cicoria, completato da croccante di fagiolo soffiato, cotica croccante, polvere di alloro e arancia. È un piatto complesso ma leggibile, profondo ma equilibrato. Come se non bastasse, arriva una pasta e patate con tartufo nero dei Monti Reatini, realizzata con pasta del Pastificio Lagano di Pomezia. In abbinamento un vino bianco da Trebbiano e Malvasia. Qui il ritmo rallenta, il piatto richiama il gesto domestico, ma con precisione tecnica. Arriva poi la faraona: petto alla brace, salsa alla diavola, spinacino, uva passa e pinoli, accompagnata da aletta al forno e da un kebab di faraona con maionese alla mela. È una sequenza che racconta un’idea completa di cucina, senza dispersioni. Nel calice, Sogno 2011 – Cesanese e Merlot. Il ritmo cambia. Il vino è profondo, caldo, elegante. Un vino da ascoltare più che da bere. Racconta il tempo, il lavoro, la pazienza. Il pre-dessert gioca sull’illusione: finte olive realizzate con olio extravergine, su cialda di pane croccante, con crumble salato al cacao e gel di visciole. Il dessert arriva e per un istante resto in silenzio. Vendemmia.
Nel piatto sembra esserci un vero grappolo d’uva, appoggiato con naturalezza, quasi fosse appena colto. Solo avvicinandomi capisco che è un’illusione perfetta, un dolce disegnato con precisione. Il sorbetto all’uva moscato, la crema chantilly, il mosto d’uva si rincorrono con equilibrio. Gli acini sono cremosi, lavorati al vino Sogno, la base croccante al cacao richiama la terra, mentre il gel di mosto e di foglie di vite chiude il piatto con una nota vegetale elegante. È un dessert che sorprende prima lo sguardo e poi il palato. Non cerca effetti, ma resta impresso. Mi alzo dal tavolo convinto che la cena sia finita, ma arriva ancora un panettone con arancia candita e uvetta, accompagnato dal loro passito. Lo assaggio in piedi, con naturalezza, mentre la sala si riempie di voci più rilassate e sorrisi. Andrea si avvicina. Ci fermiamo a parlare ancora un po’, senza fretta. Lo ringrazio per la cena, per il racconto, per l’attenzione. Lui sorride, con quel modo semplice di chi sa accogliere senza bisogno di spiegare troppo. Saluto anche la moglie e il figlio. C’è un clima familiare, sincero, che resta addosso più del vino. Esco nella notte con una sensazione chiara: qui non si viene solo per mangiare o bere bene. Qui si entra in una storia che continua, fatta di terra, lavoro quotidiano e gesti autentici. E ti porti via un po’ di quel calore, senza nemmeno accorgertene. Roberto Silvio De Pascale Mi trovi su Instagram come unpuglieseinterrapontina Il buon vivere
26 Gennaio, 2026
Wine Ski Safari Alto Adige 2026: sci e vini Alta Badia 22 marzo
Rifugi Bioch-Pralongiá-Arlara-Tablá + Sommelier pista e Premio Cultura Vino
Wine Ski Safari “De dl vin” (Consorzio Vini Alto Adige-Alta Badia) dom 22 mar 2026 (10-15.30): degustazioni sci da rifugio a rifugio (Ütia Bioch, Pralongiá, Piz Arlara, I Tablá) vini alpini 200-1000m.
Altre Esperienze Inverno
Ski Wine Ambassador (Alta Badia/Val Gardena: maestri sci + enologia). Sommelier in pista Alta Badia (20 gen, 3/10/31 mar, 3 feb): guida+sommelier degustazioni rifugi. Cantine aperte: visite/degustazioni invernali produttori.
Cultura Vino Alto Adige
Premio Cultura Vino Alto Adige (Consorzio dal 2020): ristoranti/malghe top carta/servizio/competenza vini locali (es. Löwengrube 2025). Südtirol.info per enogastronomia.
Per ulteriori informazioni sulle varie attività proposte:
www.wineskisafari.it
www.altabadia.org
www.suedtirol.info
www.vinialtoadige.com
La Redazione
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26 Gennaio, 2026
Beatrice Cortese. Il sorriso delle Langhe
Il “Viaggio di Francesca” continua nel suo amatissimo Piemonte, spostandoci questa volta nelle Langhe e, più precisamente, a Bricco di Neive (Cuneo), dove vi porterò a conoscere una giovane ma talentosa “vignaiola”, che ha iniziato in pochissimo tempo a destare curiosità ed interesse.
Beatrice Cortese, classe 1994, con la sua piccola azienda, fondata ufficialmente nel 2023, è infatti fra le più giovani e promettenti realtà vinicole in Piemonte e in Italia, ricevendo ottime recensioni ed importanti riconoscimenti.
Ma partiamo dagli inizi e, come lei stessa mi racconta, a 19 anni ha già le idee chiare e sa già cosa vuole fare: il vino. Nipote di un vignaiolo, il suo cuore ha sempre battuto e batte forte per la vigna e la produzione di vini così che, dopo varie esperienze enogastronomiche in Italia e nel mondo (da Milano fino a New York), decide di tornare in Italia ed investire nelle sue Langhe.
È il 2022 l’anno della svolta definitiva, divenendo poi tutto ufficiale l’anno successivo: dopo suo nonno e con un salto generazionale è lei che realizza il sogno di avere la sua vigna, creando l’azienda che porta il suo nome ed iniziando questo lavoro con tanto amore, passione, rispetto ed entusiasmo con una piccola vigna di appena 1,69 ettari vitati.
Beatrice continua il racconto della sua famiglia e con un gran sorriso ricorda il suo bisnonno che acquistò dei terreni a Bricco a fine 1800 e poi suo nonno, colui, appunto, che le ha trasmesso questo grande amore per la vigna ed il vino. Beatrice ama così tanto la terra e la natura da rispettare totalmente il disciplinare di “The Green Experience“, ovvero, la massima attenzione nel mantenere il perfetto ecosistema della vigna stessa, attraverso diverse regole, come la tutela della biodiversità e dell’ambiente naturale, l’utilizzo dell’inerbimento per nutrire il terreno, la priorità alle soluzioni agronomiche e il rispetto del suolo.
Davanti a me ho questa giovane donna, determinata, sempre solare e sorridente, che però non si definisce una vignaiola, ma una “vera artigiana del vino“. Aiutata dal padre e dallo zio, è lei che si prende cura delle sue viti e della sua cantina. In questa piccola ma preziosissima vigna, Beatrice ha piantato uve di Nebbiolo ed una piccolissima porzione di uva Barbera, dando vita alla sua produzione (nei pochi anni passati siamo sulle 5000 bottiglie all’anno), di ben cinque vini. Lei stessa, raccontandosi, dice
I miei vini portano la felicità
Degustandoli e distogliendo gli occhi dal calice, vi troverete davanti delle bottiglie speciali, con etichette particolari e bellissime: un vero inno e un tributo alla figura femminile. A disegnarle è una donna, un’artista, illustratrice e texture designer di Milano, che troviamo sotto lo pseudonimo di “SENZ’H”. Etichette originali e particolari, tutte diverse, nelle varie tonalità del blue, lilla, rosa, rosso, e rappresentano in ciascuna bottiglia la donna nella sua spontaneità, nella sua allegria, nei suoi sogni, nella sua sensualità, nella sua forza e determinazione, nella sua femminilità, nel suo coraggio e nella sua eleganza.
Dopo questa meravigliosa conversazione con Bea, inizia adesso la nostra degustazione, dove assaggeremo tutti e cinque i vini in produzione: un rosato, tre rossi ed una bollicina.
Partiamo dal Rosato “Beami Sempre“, un Nebbiolo in purezza vinificato in rosato, di cui vengono prodotte poco meno di mille bottiglie e che Beatrice definisce “il vino per essere beato e bevuto sempre“, poiché come lei stessa dice
è un vino facile e felice, mette il buon umore ed è adatto in qualsiasi momento della giornata.
Un rosato che nel calice si presenta di un elegante e delicato rosa antico, mentre all’olfatto sprigiona tutta la sua freschezza con note di piccoli frutti rossi, come lampone, ribes e fragola. In bocca, invece, continua la sua freschezza, con un bel sorso e un bel finale…insomma, un vino che genera sempre piacevolezza al palato.
Passiamo al “Langhe Nebbiolo Doc“, e qui Beatrice mi racconta che fra tutti e cinque è l’ unico vino a cui è stato lasciato il nome del vitigno e di cui vengono prodotte circa 2mila bottiglie. Beatrice ci tiene orgogliosissima e fiera a spiegarmi che deriva dai suoi due appezzamenti di Nebbiolo, uno nuovo che ha piantato vicino ad un bosco e uno più antico, coltivato da anni, e dai quali le uve vengono raccolte e selezionate a mano. Un vino che nel calice si presenta di un bel rosso rubino brillante, mentre all’olfatto è ampio, delicato, con note fruttate e floreali, come fragoline di bosco, confettura di ciliegia, rose e viole, nonché note balsamiche e speziate. Al palato, è un vino morbido, caldo, di ottima persistenza, con un bel finale, persistente e lungo, in cui prevalgono i sentori floreali e balsamici.
Continuiamo con “L’Altro Langhe Nebbiolo DOC”, (entrato da poco in produzione), sempre un Nebbiolo in purezza, ma affinato in botti di Slavonia e Francesi per quasi 12 mesi. Dal colore rosso rubino con riflessi granati, al naso si apre con un bouquet di frutti rossi, confettura di ciliegia, note di viola, note speziate e note tostate, meraviglioso regalo dell’affinamento in legno, mentre al gusto è strutturato, morbido, caldo, di ottima persistenza e con un finale lunghissimo.
Siamo al quarto vino, “BarBea Barbera d’Alba DOC“, la Barbera in purezza, ma soprattutto, la Barbera di Beatrice. Il suo nome deriva, infatti, dalle prime tre lettere di Barbera e Beatrice, poiché nella primavera del 2020 è la stessa giovane imprenditrice a piantare le prime barbatelle. Prodotta in circa 1300 bottiglie annue e dall’annata 2023 affinata in anfora di terracotta di Impruneta, nel calice si presenta di un bel rosso rubino intenso, con decisi riflessi violacei, all’olfatto ha toni freschi e vinosi, con meravigliose note di ciliegia, rosa, viola, more e mirtilli e note speziate. Ma, è al palato che sorprende ancora di più: vinoso, succoso, equilibrato, un richiamo speziato ed un finale molto lungo e persistente.
Infine “InBolla” Rosato, Metodo Classico, altra “New Entry”, da uve Nebbiolo e con affinamento sui lieviti di 12 mesi e poi 2 mesi in bottiglia. La giovane produttrice ci racconta che raccoglie a mano anticipatamente le uve dedicate a questo metodo classico, così, in questo modo si mantiene una bella acidità. Dal colore rosa tenue e con un perlage fine e persistente, al naso i profumi sono di frutta rossa, fragolina di bosco e crosta di pane, mentre al gusto è fresco, cremoso ed invoglia ad un nuovo assaggio.
La nostra degustazione ed il nostro viaggio finiscono qui, ma sono tante le cose da dire su Beatrice Cortese ed i suoi vini. Nonostante la sua giovane età e l’azienda abbia pochissimi anni, i suoi vini non sono per niente scontati, anzi, conquistano per la loro vivacità, freschezza, piacevolezza e persistenza, ma soprattutto, rispecchiano in pieno il meraviglioso “Terroir piemontese delle Langhe”. Vini profumati, di ottima beva ed eccellente struttura, sono molto versatili nell’accompagnare i piatti, sia della tradizione piemontese, sia tantissimi piatti della cucina italiana, ma soprattutto, sono vini hanno fatto e stanno facendo conoscere e distinguere Beatrice in diverse manifestazioni ed eventi, ricevendo ottime recensioni e premi. Infine, se volete andare a visitare il suo piccolo ma magico regno e farvi una meravigliosa degustazione fra i sorrisi di Bea ed il fantastico panorama delle Langhe, ecco a voi il suo indirizzo: Azienda Beatrice Cortese Via Spessa 2/C, 12052 NEIVE (CN).
Francesca Sardelli – Il viaggio di Francesca
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25 Gennaio, 2026
Morellino Scansano a Wine Paris 2026 con Chianti
9-11 feb Parigi: Annata-Riserva + Anteprima Toscana 19 feb Firenze
Il Consorzio Tutela Morellino di Scansano (pres Bernardo Guicciardini Calamai, dir Alessio Durazzi) conferma presenza a Wine Paris & Vinexpo Paris 2026 (9-11 feb Paris Expo Porte de Versailles), vetrina mondiale per buyer/media. Degustazione Annata/Intermedio/Riserva con Consorzio Vino Chianti per Toscana unita; strategia export su identità/sostenibilità.
Prossimi Eventi
19 feb Fortezza da Basso Firenze: Chianti Lovers & Rosso Morellino (Anteprime Toscana), Riserva 2022/Annata 2024.
Guicciardini – Presidente del Consorzio
Piattaforma strategica mercati storici/nuovi.
La Redazione
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25 Gennaio, 2026
Destini, vigne e amicizia. Il cuore della Tenuta La Palazza
Destini, vigne e amicizia. Il cuore della Tenuta La Palazza. Ci sono luoghi che non si limitano a produrre vino, ma custodiscono un’anima. La Tenuta La Palazza è uno di questi. E poi ci sono incontri che sembrano scritti nelle stelle, o forse, più semplicemente, nel fondo di un calice di Sangiovese. La mia amicizia con Ida Vittoria Drei Donà è nata lontano da qui, tra i filari dorati dell’Alsazia, durante un viaggio studio con le Donne del Vino. Eppure, la sensazione era quella di conoscerla da sempre. In un certo senso, la "conoscevo sulla carta" molto prima di stringerle la mano, perché la sua famiglia non è solo una produttrice di vino.
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24 Gennaio, 2026
Il Raboso è il vino delle feste. La versatilità in un grappolo!
Eccole arrivano! Le amate/ odiate feste Natalizie! E come ogni anno in fretta se ne sono andate! Voi direte per fortuna! Io vi dico che mi piace molto crogiolarmi fra luci e suoni, pranzi e parenti! C’è chi si ritrova per piacere, chi per dovere, ammettiamolo e mettere d’accordo ogni palato sembra sempre impossibile, soprattutto nel calice!
Voi direte per fortuna! Io vi dico che mi piace molto crogiolarmi fra luci e suoni, pranzi e parenti, magari con una bella tazza natalizia del Raboso di Bonotto! C’è chi si ritrova per piacere, chi per dovere, ammettiamolo e mettere d’accordo ogni palato sembra sempre impossibile, soprattutto nel calice!
Il menù può variare….di poco…il menù Natalizio però, è sempre lo stesso per tutti, il classico di ogni anno!
Ricordiamolo! La cucina Italiana è entrata ufficialmente a far parte del patrimonio culturale, immateriale, globale , UNESCO, dunque non toccate le tradizioni culinarie a cui bisogna trovare il giusto abbinamento.
Sei un tradizionalista/mammone anche nella scelta del vino? No!? Ecco alcuni consigli per le prossime feste ’26:
L’abbinamento a tutto pasto col Raboso del Piave, in tutte le versioni che ti puoi immaginare!
Perché è adatto alle feste?
Un carattere unico. E’ proprio dal carattere di questo vitigno che ne deriva il nome. Un vitigno “rabbioso”, non solo per le elevate concentrazioni in tannino e acidità ma anche per le sue caratteristiche generali.
Un’uva “nera come la pece”, che matura tardivamente, verso la fine di Ottobre, con una buccia spessa in grado di resistere alle intemperie e grazie alla sua “negrezza” , veniva acquistata dai commercianti per aggiustare il colore di altri vini.
Tradizione e storia: è un vino con una lunga storia di convivialità: in passato veniva persino conservato per occasioni speciali come matrimoni o momenti cerimoniali. In famiglia se ne teneva da parte qualche litro per le occasioni speciali. La vinificazione di allora(parliamo degli anni fino alla fine degli anni ’90), era la classico in acciaio.
Dunque ne usciva un vino ruvido, poco bevibile per i meno avvezzi al suo carattere, ma in grado di donare entusiasmo e gioia sia nella vita di campagna, sia durante le feste!
La sua struttura decisa e il profilo aromatico intenso lo rendono memorabile durante momenti conviviali e pasti importanti.
La zona di Origine
L’uva autoctona Raboso del Piave si trova nella zona del fiume Piave attorno al comune di Tezze del Piave, in provincia di Treviso. Un vitigno antico, coltivato per lo più con sistema di allevamento a “Bellussera”, ideato dai fratelli Bellussi nella fine ‘800.
I contadini utilizzavano questo metodo di allevamento per ottimizzare gli spazi, quindi assieme alla vite si trovavano ortaggi e cereali sotto ai filari. La vite arrampicava sopra ad un albero, di solito Gelsi, collegati fra loro a raggiera con tiranti in acciaio per unire una vite all’altra in un sistema geometrico che si sostenesse da solo.
Il risultato è un sistema geometrico che aumenta gli spazi, si utilizza come un pergolato e consente alla vite di Raboso una aerazione e una esposizione alla luce corrette.
Questo metodo si sta riscoprendo e riutilizzando e ad oggi sono molti i produttori che rinnovano la tradizione, sia per la bellezza di questa struttura “architettonica “ della viticoltura storica sia per l’utilità di questo tipo di Pergola che rende anche molto piacevole alla vista il paesaggio dei vigneti della DOC Piave.
La Bellussera è un’icona del territorio del Piave ed è considerato patrimonio culturale da conservare.
Il terreno attorno al fiume.
Il fiume scorre e porta giù con sé pietre tondeggianti, in un letto di limo e argilla che ben si mescola dando forma ad un terreno che contiene minerali, sostanze nutrienti per la vigna e consistenza ideali per l’uva “rabbiosa”.
Giorgio Cecchetto e la riscoperta del Raboso del Piave
Perché Cecchetto è importante per il Raboso?
La foto con Giorgio Cecchetto è dell’ Agosto 2021. Mi sono ripromessa più volte di dedicargli questo articolo, dopo la sua scomparsa del Settembre 2023, ma le parole non bastano per ricordare la sua tenacia, l’amore per questo vitigno e la vitalità che il suo sguardo aveva nel parlare della sua volontà di far conoscere il Raboso Piave per le sue caratteristiche di vitigno versatile e da cui si potesse ottenere prodotti di grande qualità.
La riscoperta del Raboso, vitigno antico e autoctono del Piave, si deve proprio a Giorgio, che ne ha esaltato le caratteristiche di eleganza rivisitandolo in chiave moderna. L’identità di questo vino diventa chiara e precisa! Acidità e tannino sono i protagonisti ma il carattere “Rabbioso” di entrambe le componenti è trasformato in elementi di eleganza e longevità. Il risultato è un vino di grande carattere, gastronomico, vinificabile con ottimi risultati in tutte le versioni possibili. In una parola versatile!
1996: un incontro speciale
Cristina, moglie di Giorgio mi racconta come tutto sia iniziato per caso. Fu un’azienda veronese a contattarlo per chiedergli di far appassire il Raboso in via sperimentale. Questo sarebbe servito a confrontare il Raboso passito con altri vini da uve autoctone.
L’anno successivo , in una degustazione di tutti questi vini, il Raboso del Piave ottenuto con appassimento fu molto apprezzato e incuriosì per le sue caratteristiche.
Dallo spumante al passito un vino per tutti! Ecco cosa sceglierei per le prossime festività!
Rosa Bruna Rosato di Raboso Spumante Brut Metodo Classico. Cecchetto 50 mesi sui lieviti.
Un’idea molto originale dedicata alla mamma Bruna. L’agrume e il melograno sono le sue note che spiccano, accompagnate al naso da sentori di rosa e fiori freschi. Il tono minerale si amalgama perfettamente alle sensazioni più morbide al palato di confettura di fragola. Si intuiscono quindi freschezza e sapidità in un sorso deciso e cremoso.
Abbinamento: Salmone marinato all’ arancia con burro all’aneto e pane di segale tostato.
1427 Raboso Spumante Metodo Classico Edizione Limitata, Dosaggio Zero Tenuta Giol 120mesi sui lieviti
Solo 1427 bottiglie, come l’anno che indica la data della prima produzione di Raboso qui all’azienda Giol.
Stupendo! L’aspetto, il perlage, l’olfatto, parlano tutti la stessa lingua. Forte e piacevole al tempo stesso. Carismatico nel suo unire tutte le caratteristiche “rigide” del Raboso del Piave rendendole raffinate. Risulta asciutto pieno e avvolgente, con la sapidità propria che lo contraddistingue.
Abbinamento: in aperitivo, con paccheri al sugo di baccalà, con formaggi di media stagionatura…sempre! A tutto pasto e nel dopo cena.
Raboso Piave DOC Bonotto
Raccolto tardivamente, in modo da ottenere un lieve appassimento in pianta, viene eseguita fermentazione a temperatura controllata con frequenti rimontaggi. L’affinamento in parte in barrique e in parte in botti grandi gli dona quella morbidezza necessaria ad ottenere una beva piacevole ai frutti rossi ancora molto viva di marasca e ciliegia. Il gusto è vibrante con retrogusto ben in armonia al naso con un finale speziato che gli da un tocco di suadenza.
Abbinamento: i ravioli al brasato fatti in casa con la nonna.
Piradobis Enotria Tellus I.G.T. Marca Trevigiana
La particolarità di questo vino è la sua vinificazione. Fermentazione e macerazione avvengono in anfore di terracotta.
Questo tipo di affinamento rende più morbida la componente acida, più concentrati i sentori di frutta e fa di questo vino un prodotto adatto ai palati più giovani ma anche ricercato!
Elegante nel profumo di adatta perfettamente a risotti elaborati, come un risotto alla salsiccia e ristretto di Raboso o a formaggi a media stagionatura.
Gelsaia Piave Malanotte Docg Cecchetto
Giorgio Cecchetto aveva voluto introdurre lo stesso metodo dell’appassimento che si usa per ottenere l’Amarone, col suo Raboso. Gelsaia resta nella storia come il precursore della Docg Piave Malanotte.
Ottenuto con il metodo dell’appassimento di una parte delle uve, Gelsaia rappresenta l’essenza stessa del Raboso. Frutto in confettura, sensazione lievemente amaricante, opulenza, colore rosso rubino carico con riflessi granato e freschezza balsamica accompagnano tutta la degustazione di questa meraviglia che già dal nome rappresenta la storia di questo territorio attorno al fiume Piave, infatti il gelso che si ritrova nelle Bellussera è di fatto il protettore di queste viti fin dai tempi antichi.
L’unico abbinamento possibile per me è quello con il ricordo del breve ma intenso incontro con Giorgio, che ha visto il mio sguardo quando ho assaggiato Gelsaia e si è concesso a quelle foto che tengo strette!
Malanotte del Piave D.O.C.G. Bonotto delle Tezze
La vendemmia avviene nella terza decade di Ottobre e successivamente una parte delle uve, circa il 20%,viene posta in appassimento sui graticci.
La fermentazione avviene in acciaio sulle bucce.
La liquerizia la fa da padrona! La frutta nera matura e le spezie vengono avvolte dalla tipica acidità del raboso che anche in appassimento dona comunque una freschezza inaspettata.
Questo vino ha un elevato estratto secco che gli dona gran corpo. Ottimo l’abbinamento con secondi gustosi e ricchi di grassi. Cinghiale in salmì con polenta e la festa è col botto!
Raboso passito Cecchetto
Selezione è la parola che utilizzerei per questo Passito.
Durante la vendemmia viene fatta una selezione dei grappoli che appassiranno fino all’ Aprile successivo alla vendemmia , anni di studio sulle migliori tecniche da utilizzare per esaltare le diverse caratteristiche del vitigno. Infine selezione delle annate migliori da mettere in blend in numero di quattro decrescenti per ottenere questo nettare affinato in barrique.
L’essenza del Raboso dal colore rubino con riflessi granato al succo di marasca accompagnato da uva sultanina fichi, datteri appassiti, Grande espressività al naso ed un palato infinito di tannini e sapidità avvolti da un alcool non invadente. Un amore infinito nel calice.
Abbinamento…..quello che vi appassiona di più!
Dove trovarlo?
Online nei siti diretti delle aziende menzionate oppure…… per un’esperienza a tutto Raboso, alla “Trattoria alla Fossetta” a Musile di Piave.
Alessandro, il mio tuttologo del Raboso, vi farà assaggiare anche vecchie annate. Scoprirete un mondo nuovo in questo vitigno antico, solo se dimostrerete il giusto entusiasmo! Alessandro con me ha fatto così… mi ha studiata e una volta capita la mia reale curiosità, ogni volta che vado a trovarlo mi presenta qualcosa di sorprendente! Ci vediamo a brevissimo caro Alessandro! Dallo spumante al passito, un vino per ogni palato!
Dalla sorella pretenziosa (che in genere sono io) allo zio noioso, accontentare tutti sarà facilissimo con le magie del Raboso del Piave. Valeria Valdata – Riccio Viticcio
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Alessandro, il mio tuttologo del Raboso, vi farà assaggiare anche vecchie annate. Scoprirete un mondo nuovo in questo vitigno antico, solo se dimostrerete il giusto entusiasmo! Alessandro con me ha fatto così… mi ha studiata e una volta capita la mia reale curiosità, ogni volta che vado a trovarlo mi presenta qualcosa di sorprendente! Ci vediamo a brevissimo caro Alessandro! Dallo spumante al passito, un vino per ogni palato!
Dalla sorella pretenziosa (che in genere sono io) allo zio noioso, accontentare tutti sarà facilissimo con le magie del Raboso del Piave. Valeria Valdata – Riccio Viticcio
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