Scegli la rubrica
Scegli una categoria
- Acini Rari
- Archivio
- BlendNews
- Bollicine e dintorni
- Buongiorno in Vigna
- Cantine di cui anche Bacco andrebbe fiero
- Confine Liquido
- Dal vino in poi
- Degustazioni Artificiali
- Diario di un sommelier
- Editoriale
- El Gottin
- Food&Life
- Identità in fermento
- Il buon vivere
- Il taccuino delle gite (fuori porta)
- Il viaggio di Francesca
- Il viaggio di Orfeo
- Il Vino in una stanza
- Il vino secondo Mario
- In legge veritas
- InternazionalMente
- Itinerari diVini
- L'ABC della Degustazione
- Le Bischerate di un Sommelier
- Le scoperte enoiche di Benny
- Le storie di Wine in Venice
- Live from
- Oltre la carta dei vini
- Oltre le sensazioni del vino
- Passi in cantina
- Percorsi d'assaggio
- Provato per Voi
- Quelle curiose esplorazioni
- Racconti diVini
- Radici di vino
- Riccio Viticcio
- Riflessioni Enologiche di un Viaggiatore diVino
- Salotto diVino
- Senza etichetta
- Speciale Vinòforum
- Suggestioni di Vino
- The Voice of Blogger
- Vigne e orizzonti
- Vino e dintorni
- Vinodentro
- Wine Hunter Stories
- WineKult
19 Gennaio, 2026
Il 24 gennaio il vino biologico italiano sarà protagonista nella capitale
Il conto alla rovescia è ufficialmente iniziato. Tra poco più di una settimana, Roma diventerà l’epicentro del vino “green” italiano. Sabato 24 gennaio 2026, l’elegante cornice dell’Hotel Villa Pamphili ospiterà la presentazione della nuova edizione di Guida Bio – Selezione Vini, l’unico progetto editoriale che da sette anni mappa, con rigore, la rivoluzione sostenibile del vigneto italiano.
Diretta da Antonio Stanzione e pubblicata da Rubbettino Editore, Guida Bio 2026 non è solo un volume da consultare, ma il racconto di un’Italia che sa innovare nel rispetto della terra. Con oltre 2.500 vini recensiti e centinaia di aziende coinvolte, l’edizione di quest’anno promette di essere la più ricca di sempre.
La giornata prenderà il via con una cerimonia dedicata alla consegna delle celebri “Foglie d’Oro”, il riconoscimento che premia la perfetta simbiosi tra qualità stilistica e identità territoriale. L’edizione 2026 segna un passo avanti fondamentale con l’introduzione di nuovi premi speciali pensati per dare voce alle diverse anime del bio. Saranno infatti celebrati il talento dei giovani vignaioli, la forza dell’imprenditoria femminile, l’eccellenza produttiva suddivisa per aree geografiche e l’impegno concreto delle aziende a bassissimo impatto ambientale.
A dare ulteriore lustro al dibattito sarà un parterre di ospiti di alto profilo istituzionale e tecnico. Sul palco si alterneranno figure chiave come Maria Grazia Mammuccini, Presidente di FederBio, Alessandro D’Elia, Direttore Generale di Suolo e Salute, Sabrina Alfonsi, Assessore all’Agricoltura del Comune di Roma, l’enologo Vincenzo Mercurio e di Diana Lenzi responsabile del settore vitivinicolo di Coldiretti, con la moderazione del giornalista enogastronomico Alessandro Brizi. Il valore culturale dell’iniziativa è supportato quest’anno dalle media partnership con Wine Tales Magazine, il progetto editoriale guidato da Ivan Vellucci, e con Carlo Zucchetti, giornale specializzato sui temi wine&food fondato da Carlo Zucchetti.
Dalle ore 15 il focus si sposterà nel calice con l’apertura al pubblico dei banchi d’assaggio, offrendo ad appassionati, esperti e operatori la possibilità di dialogare direttamente con i produttori provenienti da ogni angolo della penisola. Dalle vette alpine alle coste mediterranee, il pubblico potrà esplorare la straordinaria biodiversità del vigneto italiano attraverso una selezione ragionata di vini che rappresentano il futuro della produzione sostenibile nazionale.
Antonio Stanzione
Guida Bio non è soltanto una selezione di vini ma un racconto corale che mette al centro l’impegno quotidiano dei produttori e il valore di un’agricoltura rispettosa dei territori. L’appuntamento di Roma rappresenta dunque un’occasione imperdibile per toccare con mano l’energia di un comparto che ha scelto la sostenibilità non come moda, ma come visione del mondo.
La guida sarà disponibile sia in versione cartacea sia in formato digitale.
Info e biglietti: https://www.guidabio.it/prodotto/biglietto-un-mare-di-foglie-2026/
La Redazione
Leggi
19 Gennaio, 2026
Cascina Orizzonte. Enrico e Riccardo, l’amicizia oltre l’orizzonte
Il “viaggio di Francesca” riparte da un luogo che amo tantissimo e che è stato il mio primissimo passo decisivo nel meraviglioso mondo del vino. Siamo in Piemonte, a Castagnole delle Lanze, un piccolo comune dell’astigiano di neanche 4000 abitanti, ai confini tra i territori delle Langhe e del Monferrato, noto per le produzioni vitivinicole d’eccellenza, in particolare di Vermouth e vini Barbera, Dolcetto, Nebbiolo e Moscato d’Asti.
Ed è in questo angolo di paradiso che nel 2022, conosco due veri talenti nella produzione del vino, ovvero, Enrico Dogliotti e Riccardo Rosso. La loro amicizia, la passione e l’amore per il vino e per il territorio, fa sì che nel 2014 nasca “Cascina Orizzonte”, anno in cui è stato anche provato a vinificare una piccola quantità di uva. Sin dagli inizi il loro obiettivo è produrre vini in modo artigianale, senza alterare le caratteristiche delle uve e mantenendo la tipicità dei vigneti utilizzati.
Sono passati circa 12 anni dal loro inizio ed i ragazzi di strada ne hanno veramente fatta, costatando che Enrico e Riccardo sono dei veri talenti, ma soprattutto, che, anno dopo anno, i loro vini hanno avuto e stanno ricevendo tanti riconoscimenti sulle varie guide del vino, al Merano Wine Festival, punteggi alti da personaggi del settore come James Suckling e premi come all’Italian Wine Competition dove Barbera d’Asti Superiore DOCG 2018 ha vinto la Medaglia d’Oro e Barbera d’Asti Superiore DOCG 2017 la Medaglia d’Argento.
Adoro la filosofia di Enrico e Riccardo:
Lo scopo è quello di ampliare le competenze e le conoscenze annata dopo annata, sperimentando diversi tipi di fermentazione e affinamento, quindi, i nostri vini devono entrare sul mercato al momento più opportuno, senza fretta.
Accompagnata in questo viaggio dal mio amico e sommelier romano Andrea Rocca, vi porto a conoscere cinque “chicche”, ossia, cinque vini molto interessanti: Barbera, Nebbiolo, Ne.Ra, Chardonnay e MOS Moscato.
Partiamo da Ne.Ra: L’inizio del NEbbiolo e la fine della barbeRA. Un vino premiato sia da James Suckling con 90/100 sia da Robert Parker con 91/100. Da vitigni 75% di Nebbiolo e 25% di Barbera, ci viene spiegato che la vigna di uve nebbiolo si trova all’Annunziata di Castagnole delle Lanze, le uve barbera, invece, variano di anno in anno tra quelle di Carossi o dell’Annunziata, in base al taglio che soddisfa di più il loro gusto. La particolarità di questo vino? Il nebbiolo, dopo 20 giorni di macerazione in vasche d’acciaio, viene svinato direttamente in tonneaux per terminare la fermentazione alcolica, mentre, la fermentazione malolattica e l’affinamento di circa 15 mesi avvengono in tonneaux. A luglio dell’anno successivo viene travasato in acciaio e assemblato con la barbera per essere imbottigliato. Dopo 9 mesi – 1 anno di affinamento in bottiglia inizia l’immissione sul mercato. Dal colore rosso rubino, carico, intenso e profondo, al naso e’ profumato, intenso, avvolgente: infatti, il blend regala note di frutti di bosco, lamponi, mora e ciliegia, pepe, spezie dolci, cioccolato. Ma è al palato che conquista ancora di più: strutturato, complesso, armonioso, setoso e di nuovo avvolgente. Al palato si ritrovano le note fruttate, una nota che ti riporta al cioccolato fondente e sentori di erbe aromatiche, regalando un’esperienza degustativa persistente e con un finale decisamente lungo.
Passiamo al LANGHE NEBBIOLO DOC, Awards 90/100 da James Suckling e premiato da The Wine Hunter. Pensate che dell’ annata 2021 sono state prodotte appena 1380 bottiglie.
Davanti a noi un Nebbiolo in purezza, elegante sorprendente per la sua purezza aromatica. Dal colore rosso rubino, brillante e luminoso al naso e’ sobrietà, eleganza e freschezza, un vino ampio e complesso, con i suoi tratti distintivi: un bouquet intenso di frutti rossi (fragoline di bosco, lamponi, ciliegia, ribes), una delicata nota di viola, cenni di sottobosco e un tocco di note speziate. In bocca e’ fresco, elegante e scorrevole, sorso pieno, armonioso ed equilibrato, fine, bella persistenza e finale leggermente minerale e lungo.
Terzo calice ed arriva la BARBERA D’ASTI DOCG SUPERIORE, anche qui prodotto con Barbera in purezza, fermentazione malolattica in barrique ed affinamento sempre in barrique di 18 mesi circa.Alla vista il vino si presenta di un bel rosso brillante, mentre al naso il bouquet è intenso e avvolge: frutti rossi, more e mirtilli e note floreali di violetta sono ben conglobate con dolci note speziate. Ma è quando arriva al palato che questo vino ti sorprende: pieno, di grande calore e armonia. Complesso ed elegante, lunga persistenza con ricordi fruttati, grande struttura ed un’ottima acidità che gli conferisce grande bevibilità.
Siamo arrivati al quarto vino e si, assaggiamo l’ultimo arrivato di Cascina Orizzonte, ovvero, Langhe Chardonnay DOC, che, per essere solo alla seconda annata, James Suckling lo premia con un buon 89/100. Dal colore giallo paglierino brillante con riflessi verdolini, luminoso e invitante, al naso emergono note fruttate di mela verde, pera e agrumi, accompagnate da leggere sensazioni burrose dovute all’affinamento in legno. Al palato, il vino è fresco, armonico e sapido, con buona struttura e corpo elegante. Colpisce per la sua persistenza che lascia note fruttate ed un tocco di mineralità finale che conferma il terroir delle Langhe.
Ultimo assaggio e questa e’ una vera “chicca”. Stiamo parlando di MOS, il Moscato Secco dell’azienda, facente parte con quest’ultimo vino del Progetto ESCAMOTAGE, ovvero, produzione, promozione e valorizzazione del Moscato Secco. Da uve Moscato in purezza, si presenta nel calice di un bel colore giallo paglierino con riflessi tendenti al dorato, mentre al naso e’fresco, elegante e dal profilo aromatico affascinante. Lasciatelo nel calice per qualche istante e il vostro naso farà un entusiasmante viaggio sensoriale rapito da note floreali e fruttate: fiori bianchi, note fruttate di pesca, agrumi e note di frutta esotica. In bocca e’ fresco, vivace nel sorso, equilibrato, secco, deciso e di carattere, si distingue per la sua freschezza sorprendente e una leggera sapidità che invita a un altro sorso e poi un altro e poi un altro ancora. Il finale è lungo e pulito, lasciando una scia di frutta fresca e una nota di erbe aromatiche. Come lo definiscono Enrico e Riccardo, “MOS” rappresenta un invito a scoprire un’esperienza unica e rinfrescante, perfetta per chi cerca un bianco che combina tradizione e freschezza moderna, un vero e proprio inno all’arte viticola italiana, ed un’esperienza sensoriale unica e raffinata.
Ultima curiosità: ma l’etichetta cosa rappresenta? Incredibile, ma vero, il particolare disegno dell’etichetta è nato per caso da una macchia fatta durante la svinatura e, quindi, poi riportata per ogni vino in colori differenti.
Il nostro viaggio a Castagnole delle Lanze finisce qui, ma Cascina Orizzonte onora veramente in pieno il Piemonte, grazie alla bravura di Enrico e Riccardo, questi due giovani imprenditori intenti, non solo valorizzano i vitigni con tecniche di vinificazione precise, puntando su vini eleganti e freschi ma che, appunto, con ogni loro etichetta incarnano il carattere e l’anima del territorio piemontese, ricco di storie e tradizioni e sempre pronto a trasportarvi in viaggi unici.
Francesca Sardelli – Il viaggio di Francesca
Su Instagram come @Ladyloveswines
Leggi
Su Instagram come @Ladyloveswines
18 Gennaio, 2026
Cantina Marilina vince Confeserfidi Future Award 2025 Made in Italy
Premio a Scicli per ESG, vitigni autoctoni e Moscato Cecile top Orange Wine
Cantina Marilina (Noto, fondata 2001 Angelo Paternò, oggi Marilina/Federica) riceve Confeserfidi Future Award – Premio Valorizzazione Made in Italy 2025 il 19 dic Chiesa Santa Teresa Scicli (RG), tra 24 imprese per sostenibilità/innovazione.
Marilina Paternò
Riconoscimento quotidiano rispetto terra/persone/Sicilia nei vini.
Impegno Aziendale
Bio/vegana sud-est Sicilia (riserve Vendicari-Marzamemi-Portopalo), suoli calcarei-mediterranei; vitigni autoctoni Nero d’Avola, Moscato, Grecanico con cemento, appassimento sole, lunghe macerazioni. Moscato Noto “Cecile” 2018: Miglior Orange Wine Italia Guida L’Espresso 2026 (Luca Gardini).
Angelo Paternò
Territorio-etica guardano futuro.
La Redazione
Leggi
18 Gennaio, 2026
Storie di Langa. Riti, santi e masche
Le storie contadine hanno sempre in se quel qualcosa di sa di vita vera e di quel calore umano che deriva dal rimanere, quasi morbosamente ma al contempo meravigliosamente, attaccati alle proprie radici. D’altronde, un contadino che deve la sua esistenza proprio alla forza delle radici di ciò che pianta e cura, non può che aggrapparsi a queste.
Denise Marrone della Azienda Agricola Gian Piero Marrone, azienda sulla quale avevo già scritto un articolo tempo fa, mi ha inviato qualcosa che ho ritenuto condividere con i lettori di Wine Tales perché mai come in questo caso, si tratta di storia di saggezza popolare. La stessa della quale vorrei tutti i giovani d’oggi sentissero realmente il bisogno.
Grazie Denise! GENNAIO Molti di voi avranno di certo sentito parlare dei “Giorni della Merla”, un affascinante capitolo della tradizione italiana, celebrati ogni anno tra il 29 e il 31 gennaio. Secondo la credenza popolare, questi tre giorni rappresentano i più freddi dell’inverno. Ma da dove nasce questa tradizione? E quali sono i legami con la cultura popolare e le condizioni meteorologiche? Il nome “Giorni della Merla” è legato a una leggenda che varia a seconda delle regioni italiane. Una delle versioni più note narra di una merla dal piumaggio bianco che, per sfuggire al gelo dei giorni più freddi dell’anno, trovò riparo in un camino. Dopo tre giorni, uscì tutta annerita dalla fuliggine, e da allora i merli hanno le piume nere. Stando a un’altra interpretazione, di natura più storica, il termine “merla” è da ricondursi a strumenti di trasporto fluviale utilizzati in passato sul fiume Po, impossibilitati a muoversi e procedere in quei freddi giorni a causa del ghiaccio in superficie. Cosa Rappresentano i Giorni della Merla? I Giorni della Merla hanno una forte valenza simbolica. Nella cultura contadina, rappresentavano un periodo cruciale per prevedere l’andamento climatico dei mesi successivi. Si dice che, se i giorni della merla sono freddi, la primavera sarà mite e precoce. Al contrario, se sono miti, la primavera potrebbe tardare. FEBBRAIO Carnevale: un legame con la terra e il tempo. Mentre in vigna si lavora con attenzione e rispetto, nelle piazze e nelle città si festeggia il Carnevale. Il termine deriva dal latino carnem, levare, che indicava il banchetto finale prima del periodo di digiuno della Quaresima. Una tradizione che, nel mondo contadino, era vissuta come un momento di festa prima del ritorno ai sacrifici e al lavoro nei campi. Durante il regno sabaudo, il Carnevale di Torino era uno degli appuntamenti più attesi dell’anno, coinvolgendo cittadini e visitatori in un’esplosione di colori, danze e sapori. Il protagonista della festa è da sempre Gianduja, la maschera piemontese per eccellenza. Il suo nome, derivato da Gioann d’la doja (Giovanni del boccale), racconta il carattere allegro e conviviale del popolo piemontese: amante del buon cibo, della compagnia, ma sempre con misura e discrezione. Accanto a lui c’è Giacometta, simbolo di saggezza e prudenza, a rappresentare l’equilibrio tra spensieratezza e responsabilità. MARZO Il fuoco che accoglie la primavera. Una tradizione che è stata preservata dal mondo contadino e tramandata nei millenni, sfociando, in molte regioni italiane in grandi falò rituali, simbolo del passaggio dall’inverno alla primavera. Qui in Piemonte, il Falò di San Giuseppe, acceso tradizionalmente il 18 o 19 marzo, è uno dei più sentiti. Oltre a essere vissuto come un grande momento di aggregazione comunitaria, questo rito ha diversi significati profondi. Brucia l’inverno, con il rogo di sterpi e legna vecchia accumulata nei mesi freddi. Dà il benvenuto alla primavera, auspicando un’annata agricola prospera. Unisce le comunità rurali, con canti, balli e degustazioni di piatti tipici come polenta e vin brulé. Come spesso accade in questi casi, di stretto intreccio tra tradizioni, credenze e lavoro contadino, i falò avevano anche e soprattutto scopi pratici: in queste occasioni venivano infatti bruciati i “sermenti”, i tralci della vite potati durante l’inverno, per eliminare eventuali parassiti e preparare i vigneti alla nuova stagione produttiva. Insomma, le tradizioni contadine e i lavori in vigna ci ricordano quanto sia profondo il legame tra l’uomo e la natura. Dai falò propiziatori al pianto della vite, ogni gesto ha un significato che va oltre il semplice lavoro agricolo: è una celebrazione della vita, del tempo che scorre e del rinnovarsi delle stagioni. APRILE Cantè j’euv e la merendina di Pasquetta. Il Canto delle Uova che accoglie la primavera. Il nome fa sorridere, ma racchiude una storia affascinante. “Cantè j’euv” in piemontese significa “cantare le uova”, ed è un’antica tradizione che unisce musica, festa e un pizzico di magia. Un tempo, nelle settimane che precedevano la Pasqua, gruppi di giovani attraversavano le campagne andando di cascina in cascina, cantando filastrocche in dialetto accompagnati da una fisarmonica, e chiedendo in cambio uova, salumi, formaggi e – naturalmente – un po’ di vino. Un rituale che era tutto tranne che casuale: quei canti erano benauguranti, propiziatori, rivolti alla terra e ai suoi frutti, con l’augurio di un raccolto abbondante. Le uova raccolte diventavano poi protagoniste della merendina di Pasquetta, consumata tutti insieme tra i prati, accompagnata da frittate, torte salate come la pasqualina e i vini nuovi, appena messi in bottiglia. Alla Merendina di Pasquetta, magari non si canta più come una volta, ma si continua a condividere un pasto semplice all’aria aperta, accompagnato da quei sapori che raccontano la nostra identità contadina: una frittata alle erbette, una fetta di salame, un bicchiere di Dolcetto. E così, tra una gemma che si apre e una tradizione che si rinnova, anche questo aprile ci ricorda quanto sia prezioso vivere il tempo della terra, con rispetto e gratitudine. MAGGIO Le rogazioni. Antichi riti per la benedizione dei campi. Tra le tradizioni più radicate di maggio troviamo proprio le rogazioni (rugassiun): processioni religiose che si svolgevano nei tre giorni precedenti la festa dell’Ascensione. Durante queste cerimonie, si percorrevano i campi recitando litanie e preghiere, toccando cappelle votive e punti sacri della campagna. Un gesto di profonda connessione tra il lavoro dell’uomo e le forze della natura. Originarie della Gallia del V secolo, le rogazioni si diffusero capillarmente anche in Piemonte, diventando un momento collettivo di invocazione per la protezione dei raccolti contro siccità, tempeste e malattie. Come ricorda anche Beppe Fenoglio nel suo racconto Pioggia e la sposa, in tempi di eccessiva pioggia era la madre stessa a ordinare al figlio prete di “recitare un pezzo delle rogazioni”, affidandosi così a una forza superiore per riportare l’equilibrio. Una salda commistione – ancora una volta – tra credenze, miti, tradizioni e lavoro contadino. Un tempo, come oggi, quando il raccolto era minacciato dal meteo avverso, i contadini si affidavano all’ultimo appiglio, invocando ër bin o ër ben (“il bene”) come ultimo gesto di speranza e rispetto verso la terra. GIUGNO La magica notte di San Giovanni. Giugno è anche il tempo delle tradizioni contadine: riti che si perdono nella memoria popolare e che ancora oggi accompagnano la vita di chi lavora la terra. Tra il 23 e il 24 giugno si celebra la Notte di San Giovanni, una delle notti più cariche di significato nel calendario contadino. Secondo la tradizione, la rugiada di San Giovanni ha poteri benefici: protegge le viti dalle malattie e porta abbondanza nei raccolti. Un tempo, le erbe aromatiche bagnate da questa rugiada prodigiosa, venivano raccolte e utilizzate per benedire campi e filari. Un gesto carico di simbolismo, a richiamare un profondo rispetto per i cicli naturali della terra. E poi c’è il “Giuanin”, altro piccolo grande protagonista di questa stagione: si tratta del minuscolo verme che si trova nelle ciliegie mature proprio in questo periodo. Il suo nome – diminutivo di Giovanni – lo lega simbolicamente a questa notte magica. Si racconta che, mentre le viti si irrobustiscono sotto il bacio della rugiada, i ciliegi, ormai al culmine della loro maturazione, accolgano il Giuanin per stabilire un equilibrio naturale, in grado di regolare i cicli della terra. Il rosso delle rose in fiore e delle ciliegie in fase di maturazione punteggia e rallegra campi e filari, segnalando l’arrivo imminente di un’estate tutta da vivere. LUGLIO Luglio è il mese agricolo per eccellenza, anche nel calendario popolare: molte delle festività religiose presenti a calendario hanno infatti radici pagane, e celebrano la fertilità della terra, il raccolto e la protezione contro i capricci del clima. Il 20 luglio, si festeggia Santa Margherita, protettrice delle donne e dei contadini. I racconti popolari la descrivono come intercedente nei momenti difficili, anche durante il parto. A noi, questo giorno ricorda affettuosamente “nonna Rita”, la mamma di papà Gian Piero: una donna forte, riferimento saldo per la famiglia Marrone. Il 22 luglio è il giorno dedicato a Santa Maddalena, invocata da secoli in ambito rurale come protettrice del raccolto. In alcune regioni si narra che le sue reliquie abbiano protetto campi e famiglie da grandinate e carestie. Sono giorni di preghiera, di gesti antichi e di piccole grandi cure e attenzioni alle nostre piante e ai loro frutti. Luglio è il mese in cui la vigna richiede pazienza, ascolto e misura, e ogni giornata tra i nostri filari sembra quasi una sfida: tra lavori attenti, sole cocente, scelte agronomiche delicate e un occhio vigile, sempre rivolto al cielo. Ma è anche un mese di gratitudine: per ciò che la natura ci offre, per le tradizioni che ci guidano, per il lavoro delle mani che con rispetto, umiltà e sapere, preparano l’annata che verrà. AGOSTO Nelle notti di agosto, dense di mistero, prendevano vita i racconti delle masche, le famose streghe piemontesi. Il silenzio tra i filari si riempie di fruscii e richiami misteriosi. In Piemonte, la parola “masca” si riferisce a una figura del folklore locale, spesso descritta come una strega o uno spirito femminile dotato di poteri magici: stando ai racconti, si trattava di spiriti vendicativi, astuti, capaci di metamorfosi e di incutere timore in chiunque le incontrasse. Di giorno apparivano come donne comuni: una vecchietta amabile, una vicina riservata, una madre di famiglia. Ma di notte, secondo la tradizione, “andavano in masca”: si trasformavano in gatti neri, pipistrelli, capre o serpi, per compiere vendette contro chi le aveva offese o semplicemente non le rispettava. I contadini di un tempo (come i nonni e bisnonni della famiglia Marrone) attribuivano alle masche ogni evento inspiegabile: un raccolto rovinato, una malattia improvvisa, una mucca che smetteva di produrre latte. Per difendersi, si tramandavano riti apotropaici e piccoli gesti carichi di fede e paura: mettere rametti a forma di croce sulla porta, una scopa sul focolare per confondere la masca nel contare i fili di saggina, sale benedetto sotto il cuscino, o immagini sacre cucite nei panni dei neonati. Per chi cercava una protezione più potente, si consigliava di circondare la casa con un filo di canapa filato da una ragazza pura, o di conservare un sacchettino con sale e una candela benedetta sempre addosso. Nel folklore langarolo, le masche rappresentano la parte più oscura e affascinante del mondo contadino: quella in cui la terra non basta a spiegare tutto, e dove l’uomo si affida alla magia, alla religione e alla tradizione per proteggere ciò che ama. Sono un riflesso delle paure di un’epoca e, al tempo stesso, una testimonianza di quanto profondamente le Langhe abbiano sempre vissuto in ascolto del visibile e dell’invisibile. SETTEMBRE Com’è nato il Barolo? Dietro ogni vendemmia c’è anche una storia da raccontare: quella di Giulia Colbert Falletti, la donna che nella prima metà dell’Ottocento intuì le potenzialità del nebbiolo nelle Langhe. Dopo esser convolata a nozze con il nobile Carlo Tancredi Falletti di Barolo, nelle tenute di famiglia – ubicate proprio nella zona di La Morra – Giulia ebbe un’idea davvero visionaria: intuendo le potenzialità di quell’incredibile vitigno locale, affidò le vigne e la cantina a Louis Oudart, enologo francese, il quale perfezionò un metodo di vinificazione davvero singolare. Per far conoscere il nuovo vino al re, fece poi inviare 325 botti a Carlo Alberto di Savoia, una per ogni giorno dell’anno (escludendo i giorni di Quaresima, quando la corte si asteneva dal bere vino). Apprezzato fin dal primo assaggio, il nuovo prodotto iniziò ad esser consumato e condiviso nei salotti reali, divenendo “il vino dei re e il re dei vini”. Nacque dunque così, dall’intuizione e dalla spinta creativa di una nobildonna, uno dei vini più celebri e amati nel mondo: il Barolo. OTTOBRE Ottobre non è solo lavoro nei campi. È anche il tempo delle storie che si intrecciano alla vite e al vino. Al centro c’è Bacco, o Dioniso per i Greci, il dio del vino, della fertilità e dell’ebbrezza. Figlio di Zeus e della mortale Semele, Dioniso è l’unico dio olimpico con una madre mortale, simbolo di dualità: da una parte il piacere e la follia, dall’altra la rinascita e la vitalità della natura. Si narra che sia stato proprio lui a creare il vino spremendo un grappolo d’uva matura tra le mani, diffondendo poi il suo culto dall’Egitto all’Asia Minore, fino all’Europa. In suo onore nascevano i Baccanali, feste orgiastiche e rituali misterici che celebravano la libertà, l’ebbrezza e il superamento dei limiti. Bacco viene raffigurato con il capo cinto da tralci e grappoli, il calice di vino in mano, il tirso ornato di edera e accanto a sé animali simbolici come tigri, delfini e capre. È lui a incarnare quel legame profondo e millenario che unisce il vino alla ciclicità della vita. NOVEMBRE L’11 novembre, giorno di San Martino, segna la conclusione dell’antico anno agricolo. Nelle campagne piemontesi si ripeteva un detto: A San Martin, ogni mosto diventa vin. Era il momento di festeggiare, di aprire le botti e assaggiare il vino nuovo, in un’atmosfera conviviale che univa famiglie e comunità. Un piccolo Capodanno della terra, in cui la fatica lasciava spazio alla gioia condivisa e alla gratitudine per i frutti dell’autunno. La cugnà: un tesoro della tradizione piemontese. Con novembre arriva anche il tempo della cugnà, la confettura d’uva e frutta che profuma di ricordi antichi. Si prepara con il mosto e con i “rapulin ed San Martin”, i piccoli grappoli rimasti sui tralci dopo la vendemmia. A questi si aggiungono mele cotogne, pere, nocciole, fichi e noci: ingredienti che, cotti a lungo, si trasformano in una conserva densa e profumata. La nebbia avvolge le colline come una carezza, la cugnà sobbolle sul fuoco; il Nebbiolo riposa nei tini, affinandosi in silenzio. Novembre in Langa è questo: un brindisi al tempo che scorre piano, al lavoro compiuto e a quello che verrà. Un invito a gustare la lentezza, la terra e il vino. DICEMBRE Le tradizioni e leggende del mondo del vino legate a questo mese e al Natale sono un patrimonio ricco che spazia dalla convivialità del vin brulé alla simbologia religiosa, unendo culture diverse in un gesto universale di condivisione. Il vin brulé, ad esempio, è la bevanda natalizia per eccellenza, con radici che risalgono all’Antica Roma. Si prepara con vino rosso, zucchero e spezie come cannella e chiodi di garofano, spesso con l’aggiunta di agrumi. Il suo aroma speziato e corroborante è diventato sinonimo dell’atmosfera natalizia e della gioia della condivisione. Oltre al vin brulé, il vino ha un ruolo centrale nelle celebrazioni natalizie in diversi modi: il pranzo e la cena di Natale sono momenti in cui si sfoderano i vini più importanti e pregiati, come il Barolo, per accompagnare i piatti tradizionali invernali e celebrare l’unione familiare: proprio piatti tipici della nostra cucina, come il Brasato al Barolo, sono considerate ricette invernali e venivano cucinate per le grandi occasioni, perché di preparazione molto lunga e che includevano in questa preparazione vini pregiati, come il Barolo appunto. Il termine “brasato” deriva dal metodo di cottura originale, che prevedeva l’uso delle braci (=brase). Denise Marrone – Azienda Agricola Gian Piero Marrone
Leggi
Grazie Denise! GENNAIO Molti di voi avranno di certo sentito parlare dei “Giorni della Merla”, un affascinante capitolo della tradizione italiana, celebrati ogni anno tra il 29 e il 31 gennaio. Secondo la credenza popolare, questi tre giorni rappresentano i più freddi dell’inverno. Ma da dove nasce questa tradizione? E quali sono i legami con la cultura popolare e le condizioni meteorologiche? Il nome “Giorni della Merla” è legato a una leggenda che varia a seconda delle regioni italiane. Una delle versioni più note narra di una merla dal piumaggio bianco che, per sfuggire al gelo dei giorni più freddi dell’anno, trovò riparo in un camino. Dopo tre giorni, uscì tutta annerita dalla fuliggine, e da allora i merli hanno le piume nere. Stando a un’altra interpretazione, di natura più storica, il termine “merla” è da ricondursi a strumenti di trasporto fluviale utilizzati in passato sul fiume Po, impossibilitati a muoversi e procedere in quei freddi giorni a causa del ghiaccio in superficie. Cosa Rappresentano i Giorni della Merla? I Giorni della Merla hanno una forte valenza simbolica. Nella cultura contadina, rappresentavano un periodo cruciale per prevedere l’andamento climatico dei mesi successivi. Si dice che, se i giorni della merla sono freddi, la primavera sarà mite e precoce. Al contrario, se sono miti, la primavera potrebbe tardare. FEBBRAIO Carnevale: un legame con la terra e il tempo. Mentre in vigna si lavora con attenzione e rispetto, nelle piazze e nelle città si festeggia il Carnevale. Il termine deriva dal latino carnem, levare, che indicava il banchetto finale prima del periodo di digiuno della Quaresima. Una tradizione che, nel mondo contadino, era vissuta come un momento di festa prima del ritorno ai sacrifici e al lavoro nei campi. Durante il regno sabaudo, il Carnevale di Torino era uno degli appuntamenti più attesi dell’anno, coinvolgendo cittadini e visitatori in un’esplosione di colori, danze e sapori. Il protagonista della festa è da sempre Gianduja, la maschera piemontese per eccellenza. Il suo nome, derivato da Gioann d’la doja (Giovanni del boccale), racconta il carattere allegro e conviviale del popolo piemontese: amante del buon cibo, della compagnia, ma sempre con misura e discrezione. Accanto a lui c’è Giacometta, simbolo di saggezza e prudenza, a rappresentare l’equilibrio tra spensieratezza e responsabilità. MARZO Il fuoco che accoglie la primavera. Una tradizione che è stata preservata dal mondo contadino e tramandata nei millenni, sfociando, in molte regioni italiane in grandi falò rituali, simbolo del passaggio dall’inverno alla primavera. Qui in Piemonte, il Falò di San Giuseppe, acceso tradizionalmente il 18 o 19 marzo, è uno dei più sentiti. Oltre a essere vissuto come un grande momento di aggregazione comunitaria, questo rito ha diversi significati profondi. Brucia l’inverno, con il rogo di sterpi e legna vecchia accumulata nei mesi freddi. Dà il benvenuto alla primavera, auspicando un’annata agricola prospera. Unisce le comunità rurali, con canti, balli e degustazioni di piatti tipici come polenta e vin brulé. Come spesso accade in questi casi, di stretto intreccio tra tradizioni, credenze e lavoro contadino, i falò avevano anche e soprattutto scopi pratici: in queste occasioni venivano infatti bruciati i “sermenti”, i tralci della vite potati durante l’inverno, per eliminare eventuali parassiti e preparare i vigneti alla nuova stagione produttiva. Insomma, le tradizioni contadine e i lavori in vigna ci ricordano quanto sia profondo il legame tra l’uomo e la natura. Dai falò propiziatori al pianto della vite, ogni gesto ha un significato che va oltre il semplice lavoro agricolo: è una celebrazione della vita, del tempo che scorre e del rinnovarsi delle stagioni. APRILE Cantè j’euv e la merendina di Pasquetta. Il Canto delle Uova che accoglie la primavera. Il nome fa sorridere, ma racchiude una storia affascinante. “Cantè j’euv” in piemontese significa “cantare le uova”, ed è un’antica tradizione che unisce musica, festa e un pizzico di magia. Un tempo, nelle settimane che precedevano la Pasqua, gruppi di giovani attraversavano le campagne andando di cascina in cascina, cantando filastrocche in dialetto accompagnati da una fisarmonica, e chiedendo in cambio uova, salumi, formaggi e – naturalmente – un po’ di vino. Un rituale che era tutto tranne che casuale: quei canti erano benauguranti, propiziatori, rivolti alla terra e ai suoi frutti, con l’augurio di un raccolto abbondante. Le uova raccolte diventavano poi protagoniste della merendina di Pasquetta, consumata tutti insieme tra i prati, accompagnata da frittate, torte salate come la pasqualina e i vini nuovi, appena messi in bottiglia. Alla Merendina di Pasquetta, magari non si canta più come una volta, ma si continua a condividere un pasto semplice all’aria aperta, accompagnato da quei sapori che raccontano la nostra identità contadina: una frittata alle erbette, una fetta di salame, un bicchiere di Dolcetto. E così, tra una gemma che si apre e una tradizione che si rinnova, anche questo aprile ci ricorda quanto sia prezioso vivere il tempo della terra, con rispetto e gratitudine. MAGGIO Le rogazioni. Antichi riti per la benedizione dei campi. Tra le tradizioni più radicate di maggio troviamo proprio le rogazioni (rugassiun): processioni religiose che si svolgevano nei tre giorni precedenti la festa dell’Ascensione. Durante queste cerimonie, si percorrevano i campi recitando litanie e preghiere, toccando cappelle votive e punti sacri della campagna. Un gesto di profonda connessione tra il lavoro dell’uomo e le forze della natura. Originarie della Gallia del V secolo, le rogazioni si diffusero capillarmente anche in Piemonte, diventando un momento collettivo di invocazione per la protezione dei raccolti contro siccità, tempeste e malattie. Come ricorda anche Beppe Fenoglio nel suo racconto Pioggia e la sposa, in tempi di eccessiva pioggia era la madre stessa a ordinare al figlio prete di “recitare un pezzo delle rogazioni”, affidandosi così a una forza superiore per riportare l’equilibrio. Una salda commistione – ancora una volta – tra credenze, miti, tradizioni e lavoro contadino. Un tempo, come oggi, quando il raccolto era minacciato dal meteo avverso, i contadini si affidavano all’ultimo appiglio, invocando ër bin o ër ben (“il bene”) come ultimo gesto di speranza e rispetto verso la terra. GIUGNO La magica notte di San Giovanni. Giugno è anche il tempo delle tradizioni contadine: riti che si perdono nella memoria popolare e che ancora oggi accompagnano la vita di chi lavora la terra. Tra il 23 e il 24 giugno si celebra la Notte di San Giovanni, una delle notti più cariche di significato nel calendario contadino. Secondo la tradizione, la rugiada di San Giovanni ha poteri benefici: protegge le viti dalle malattie e porta abbondanza nei raccolti. Un tempo, le erbe aromatiche bagnate da questa rugiada prodigiosa, venivano raccolte e utilizzate per benedire campi e filari. Un gesto carico di simbolismo, a richiamare un profondo rispetto per i cicli naturali della terra. E poi c’è il “Giuanin”, altro piccolo grande protagonista di questa stagione: si tratta del minuscolo verme che si trova nelle ciliegie mature proprio in questo periodo. Il suo nome – diminutivo di Giovanni – lo lega simbolicamente a questa notte magica. Si racconta che, mentre le viti si irrobustiscono sotto il bacio della rugiada, i ciliegi, ormai al culmine della loro maturazione, accolgano il Giuanin per stabilire un equilibrio naturale, in grado di regolare i cicli della terra. Il rosso delle rose in fiore e delle ciliegie in fase di maturazione punteggia e rallegra campi e filari, segnalando l’arrivo imminente di un’estate tutta da vivere. LUGLIO Luglio è il mese agricolo per eccellenza, anche nel calendario popolare: molte delle festività religiose presenti a calendario hanno infatti radici pagane, e celebrano la fertilità della terra, il raccolto e la protezione contro i capricci del clima. Il 20 luglio, si festeggia Santa Margherita, protettrice delle donne e dei contadini. I racconti popolari la descrivono come intercedente nei momenti difficili, anche durante il parto. A noi, questo giorno ricorda affettuosamente “nonna Rita”, la mamma di papà Gian Piero: una donna forte, riferimento saldo per la famiglia Marrone. Il 22 luglio è il giorno dedicato a Santa Maddalena, invocata da secoli in ambito rurale come protettrice del raccolto. In alcune regioni si narra che le sue reliquie abbiano protetto campi e famiglie da grandinate e carestie. Sono giorni di preghiera, di gesti antichi e di piccole grandi cure e attenzioni alle nostre piante e ai loro frutti. Luglio è il mese in cui la vigna richiede pazienza, ascolto e misura, e ogni giornata tra i nostri filari sembra quasi una sfida: tra lavori attenti, sole cocente, scelte agronomiche delicate e un occhio vigile, sempre rivolto al cielo. Ma è anche un mese di gratitudine: per ciò che la natura ci offre, per le tradizioni che ci guidano, per il lavoro delle mani che con rispetto, umiltà e sapere, preparano l’annata che verrà. AGOSTO Nelle notti di agosto, dense di mistero, prendevano vita i racconti delle masche, le famose streghe piemontesi. Il silenzio tra i filari si riempie di fruscii e richiami misteriosi. In Piemonte, la parola “masca” si riferisce a una figura del folklore locale, spesso descritta come una strega o uno spirito femminile dotato di poteri magici: stando ai racconti, si trattava di spiriti vendicativi, astuti, capaci di metamorfosi e di incutere timore in chiunque le incontrasse. Di giorno apparivano come donne comuni: una vecchietta amabile, una vicina riservata, una madre di famiglia. Ma di notte, secondo la tradizione, “andavano in masca”: si trasformavano in gatti neri, pipistrelli, capre o serpi, per compiere vendette contro chi le aveva offese o semplicemente non le rispettava. I contadini di un tempo (come i nonni e bisnonni della famiglia Marrone) attribuivano alle masche ogni evento inspiegabile: un raccolto rovinato, una malattia improvvisa, una mucca che smetteva di produrre latte. Per difendersi, si tramandavano riti apotropaici e piccoli gesti carichi di fede e paura: mettere rametti a forma di croce sulla porta, una scopa sul focolare per confondere la masca nel contare i fili di saggina, sale benedetto sotto il cuscino, o immagini sacre cucite nei panni dei neonati. Per chi cercava una protezione più potente, si consigliava di circondare la casa con un filo di canapa filato da una ragazza pura, o di conservare un sacchettino con sale e una candela benedetta sempre addosso. Nel folklore langarolo, le masche rappresentano la parte più oscura e affascinante del mondo contadino: quella in cui la terra non basta a spiegare tutto, e dove l’uomo si affida alla magia, alla religione e alla tradizione per proteggere ciò che ama. Sono un riflesso delle paure di un’epoca e, al tempo stesso, una testimonianza di quanto profondamente le Langhe abbiano sempre vissuto in ascolto del visibile e dell’invisibile. SETTEMBRE Com’è nato il Barolo? Dietro ogni vendemmia c’è anche una storia da raccontare: quella di Giulia Colbert Falletti, la donna che nella prima metà dell’Ottocento intuì le potenzialità del nebbiolo nelle Langhe. Dopo esser convolata a nozze con il nobile Carlo Tancredi Falletti di Barolo, nelle tenute di famiglia – ubicate proprio nella zona di La Morra – Giulia ebbe un’idea davvero visionaria: intuendo le potenzialità di quell’incredibile vitigno locale, affidò le vigne e la cantina a Louis Oudart, enologo francese, il quale perfezionò un metodo di vinificazione davvero singolare. Per far conoscere il nuovo vino al re, fece poi inviare 325 botti a Carlo Alberto di Savoia, una per ogni giorno dell’anno (escludendo i giorni di Quaresima, quando la corte si asteneva dal bere vino). Apprezzato fin dal primo assaggio, il nuovo prodotto iniziò ad esser consumato e condiviso nei salotti reali, divenendo “il vino dei re e il re dei vini”. Nacque dunque così, dall’intuizione e dalla spinta creativa di una nobildonna, uno dei vini più celebri e amati nel mondo: il Barolo. OTTOBRE Ottobre non è solo lavoro nei campi. È anche il tempo delle storie che si intrecciano alla vite e al vino. Al centro c’è Bacco, o Dioniso per i Greci, il dio del vino, della fertilità e dell’ebbrezza. Figlio di Zeus e della mortale Semele, Dioniso è l’unico dio olimpico con una madre mortale, simbolo di dualità: da una parte il piacere e la follia, dall’altra la rinascita e la vitalità della natura. Si narra che sia stato proprio lui a creare il vino spremendo un grappolo d’uva matura tra le mani, diffondendo poi il suo culto dall’Egitto all’Asia Minore, fino all’Europa. In suo onore nascevano i Baccanali, feste orgiastiche e rituali misterici che celebravano la libertà, l’ebbrezza e il superamento dei limiti. Bacco viene raffigurato con il capo cinto da tralci e grappoli, il calice di vino in mano, il tirso ornato di edera e accanto a sé animali simbolici come tigri, delfini e capre. È lui a incarnare quel legame profondo e millenario che unisce il vino alla ciclicità della vita. NOVEMBRE L’11 novembre, giorno di San Martino, segna la conclusione dell’antico anno agricolo. Nelle campagne piemontesi si ripeteva un detto: A San Martin, ogni mosto diventa vin. Era il momento di festeggiare, di aprire le botti e assaggiare il vino nuovo, in un’atmosfera conviviale che univa famiglie e comunità. Un piccolo Capodanno della terra, in cui la fatica lasciava spazio alla gioia condivisa e alla gratitudine per i frutti dell’autunno. La cugnà: un tesoro della tradizione piemontese. Con novembre arriva anche il tempo della cugnà, la confettura d’uva e frutta che profuma di ricordi antichi. Si prepara con il mosto e con i “rapulin ed San Martin”, i piccoli grappoli rimasti sui tralci dopo la vendemmia. A questi si aggiungono mele cotogne, pere, nocciole, fichi e noci: ingredienti che, cotti a lungo, si trasformano in una conserva densa e profumata. La nebbia avvolge le colline come una carezza, la cugnà sobbolle sul fuoco; il Nebbiolo riposa nei tini, affinandosi in silenzio. Novembre in Langa è questo: un brindisi al tempo che scorre piano, al lavoro compiuto e a quello che verrà. Un invito a gustare la lentezza, la terra e il vino. DICEMBRE Le tradizioni e leggende del mondo del vino legate a questo mese e al Natale sono un patrimonio ricco che spazia dalla convivialità del vin brulé alla simbologia religiosa, unendo culture diverse in un gesto universale di condivisione. Il vin brulé, ad esempio, è la bevanda natalizia per eccellenza, con radici che risalgono all’Antica Roma. Si prepara con vino rosso, zucchero e spezie come cannella e chiodi di garofano, spesso con l’aggiunta di agrumi. Il suo aroma speziato e corroborante è diventato sinonimo dell’atmosfera natalizia e della gioia della condivisione. Oltre al vin brulé, il vino ha un ruolo centrale nelle celebrazioni natalizie in diversi modi: il pranzo e la cena di Natale sono momenti in cui si sfoderano i vini più importanti e pregiati, come il Barolo, per accompagnare i piatti tradizionali invernali e celebrare l’unione familiare: proprio piatti tipici della nostra cucina, come il Brasato al Barolo, sono considerate ricette invernali e venivano cucinate per le grandi occasioni, perché di preparazione molto lunga e che includevano in questa preparazione vini pregiati, come il Barolo appunto. Il termine “brasato” deriva dal metodo di cottura originale, che prevedeva l’uso delle braci (=brase). Denise Marrone – Azienda Agricola Gian Piero Marrone
18 Gennaio, 2026
Vallarom. Radici e cuore nella Vallagarina
Nel cuore della Vallagarina, la più meridionale delle zone viticole trentine, ho scoperto Vallarom: non solo una cantina, ma un progetto di vita e di famiglia che merita di essere raccontato. Non una semplice visita, ma una vera e propria full immersion tra vigne e cantine, alla scoperta di storie di passione, dedizione e innovazione. È stato un percorso non solo enologico, ma anche umano che, in questa terra, custodiscono e valorizzano un patrimonio secolare. Ma come al solito partiamo dall'inizio!
Leggi
17 Gennaio, 2026
Consorzio Garda DOC: 2025 di crescita con Vinitaly e Wine Stories
Modifiche disciplinare, TV “In Cucina con Sonia” e Eccellenze DOP UE
Il Consorzio Garda DOC chiude 2025 con forte crescita promozionale, modifiche disciplinare (DM 24/9/2025: nuove tipologie Garda Bianco/Rosso/Rosé, eliminata “Classico”, zona spumanti ampliata) per adattarsi mercato contemporaneo.
Paolo Fiorini presidente
Dialogo consumatori e cambiamenti mercato chiave competitività.
Principali Iniziative
Vinitaly 2025: stand dinamico con Sissi Baratella, talk/degustazioni, format “Posso offrirti un Garda DOC?” per dialogo pubblico. Garda Wine Stories IV ed (4-6 giu): press tour visite/degustazioni/convegno horeca-GDO, sinergia dati-paesaggio-produttori. TV: vini in “In Cucina con Sonia” (LA7d, Sonia Peronaci) con DOP Salame Varzi, Prosciutto Cuneo, Montasio per abbinamenti europei.
Progetti Europei e Prospettive
Progetto triennale “Eccellenze DOP: savoir-faire europeo” (Italia, Germania, Austria): TV, tasting GDO, study tour per competitività. 2026: + canali distributivi, analisi percepito, comunicazione esperienziale-digitale su vino-territorio-cultura Garda (10 areali: Valtènesi-San Martino-Lugana-Colli Mantovani-Custoza-Bardolino-Valpolicella-Valdadige-Durello-Soave).
La Redazione
Leggi
17 Gennaio, 2026
Albero Stello. Una visita che profuma di Puglia autentica
Il mio incontro con una cantina che ha fatto della genuinità la sua identità
Quando arrivi da Albero Stello la prima sensazione è quella di entrare in una casa piuttosto che in un’azienda. Una casa pugliese, fatta di accoglienza semplice, profumi familiari e quel modo spontaneo di raccontare il proprio lavoro che solo le realtà autentiche sanno trasmettere.
Sono venuta qui per scoprire i loro prodotti, ma soprattutto per capire chi c’è dietro ogni bottiglia. Ciò che ho trovato è molto più di una cantina: è una storia di amicizia, territorio e passione sincera. Una filosofia che senti subito, la percepisci nell’aria, nei gesti, nei sorrisi.
La famiglia di Albero Stello parla della loro avventura con gli occhi di chi fa tutto con il cuore. Niente fronzoli, niente sovrastrutture: soltanto la voglia di valorizzare la loro terra attraverso vino e olio lavorati nel pieno rispetto della natura.
Durante la visita mi hanno raccontato come tutto sia nato dal desiderio di creare prodotti veri, “puliti”, senza compromessi. Una genuinità che senti in ogni dettaglio.
Rasparossa: il Primitivo che racconta la loro anima
Il momento più emozionante della visita è arrivato quando mi hanno fatto assaggiare il loro Rasparossa – Primitivo Gioia del Colle DOC.
Un vino che sembra fatto apposta per raccontarti la Puglia.
Colori, profumi e gusto: rubino intenso, frutta rossa matura, prugna, marasca, spezie.
Un sorso caldo, avvolgente, strutturato ma equilibrato. Un Primitivo che non vuole impressionare: vuole raccontare.
Perché questa visita mi è rimasta nel cuore
Ci sono cantine che visiti, ed esperienze che ti porti via. Albero Stello rientra senza dubbio nella seconda categoria.
Conclusione
Albero Stello non è solo una cantina: è il ritratto di una Puglia genuina, fatta di amicizia, lavoro, rispetto per la terra e un Primitivo che vale il viaggio.
Elisa Nardi- Oltre le sensazioni del vino
Mi trovi su Instagram come @wineeventi_emiliaromagna
Leggi
Mi trovi su Instagram come @wineeventi_emiliaromagna
16 Gennaio, 2026
Vermouth di Torino a Torino: la più grande degustazione IGP il 23 gennaio
Evento Consorzio-AIS Piemonte: walk-around, talk botaniche e pairing
Il Consorzio Vermouth di Torino (riconosciuto MASAF 2025 come unico ente tutela IGP, 90% produzione 6 mln bott/anno in 80 Paesi) organizza il 23 gennaio 2026 (10.30-20) la più grande degustazione dedicata, presso AIS Piemonte (Via Modena 23, Torino). Collaborazione con AIS; preiscrizioni www.aispiemonte.it/eventi per giornalisti/operatori/appassionati.
Programma Giorno
11.30 Conf stampa Sala Barbaresco: saluti Bruno Malavasi (presidente), Pierstefano Berta (direttore) su produzione/mercati/progetti; degustazione guidata tipologie. Pomeriggio: walk-around tasting banchi Soci (storici/multinazionali/erbe Pancalieri). Talk: 14 botaniche/Artemisia (Malavasi-Marco Frandini Coop Erbe Pancalieri); 15.30 food pairing (Mauro Carosso AIS Piemonte-Berta); 17 “Le parole del Vermouth” (Giusi Mainardi storica vino).
Significato Evento
Terza edizione celebra tradizione aperitivo trendy; Malavasi: “Momento fondamentale post-riconoscimento MASAF; filiera completa dal campo alla bottiglia”. Primo vino aromatizzato con tutela Consorzio; crescita costante volumi/valori.
La Redazione
Leggi
16 Gennaio, 2026
Cena quattro mani Tegon-Giacomello inaugura Wine Room GHV Creazzo
17 gen: cannocchia-anguilla-raperonzolo, €85 su prenotazione
Luca Tegon (head chef Wine Room by Luca Tegon, GHV Hotel & Spa Creazzo VI; classe 1990, exp stellati FR/IT) e Terry Giacomello (sperimentale/sostenibile) propongono cena 4 mani sab 17 gen ore 20: menu esclusivo (€85/persona, vini esclusi, prenotazione obbligatoria). Dir Riccardo Bacchi Reggiani: “Dialogo stili per scoperta continua”.
Menu Degustazione
Antipasto Tegon: cannocchia laguna + salame vicentino (mare-terra).
Primo Giacomello: anguilla affumicata (texture/sapori ricerca).
Secondo Tegon: raperonzolo Colli Berici stagionali.
Dessert Giacomello: intenso/stratificato.
Primo di Serie Eventi
Evento avvia ciclo cene 4 mani fino estate; Wine Room nuova fine dining GHV (80 camere, spa 300m², piscina, congressi) con cucina territorio Vicenza. Prenotazioni: https://ghvhotel.com/cena-a-4-mani-con-chef-terry-giacomello/.
La Redazione
Leggi