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25 Agosto, 2025
ESTAT-IAMO ancora!
E allora, dopo il primo articolo ESTAT-IAMO, continuo il racconto degli assaggi estivi, tra città, lago e montagna.
Si parte!
Sono appassionata di crudi di pesce e due volte l’anno, mi concedo questo piacere, non economico ma per me “doveroso”, in posti anche non prettamente in luoghi di mare. E questa volta la scelta è caduta su un ristorante aperto da poco: A’ Mare a Fonte Nuova, in provincia di Roma. Al timone Antonio Pietro Mariosa, nel mondo della ristorazione già dall’età di 16 anni. Sono rimasta molto soddisfatta dalla freschezza delle pietanze, dal perfetto bilanciamento degli ingredienti e dall’eleganza dell’arredamento. Non svelo nulla del menù, proprio per invitarvi ad andare e gustare le prelibatezze presenti.
Durante la bella serata abbiamo bevuto un vino molto buono, prodotto da un’azienda storica e, giustamente molto famosa: Abbazia di Novacella, situata a Varna, in provincia di Bolzano.
La fondazione risale al 1142 ad opera del Beato Vescovo Artmanno di Bressanone. Dopo varie vicissitudini avvenute nel corso del tempo, – su tutti un incendio, una rivolta dei contadini e un saccheggio – dagli inizi del Novecento, l’Abbazia appartiene alla Congregazione austriaca dei canonici agostiniani.
La coltivazione della vite beneficia del microclima della zona, i vigneti sono distribuiti tra Bressanone, Bolzano e Cornaiano, con terreni di varia tipologia. La bottiglia scelta è Alto Adige Valle Isarco DOC Kerner (maturazione in acciaio), vitigno aromatico a bacca bianca, ottenuto da un incrocio tra Schiava e Riesling. Il suo nome è un omaggio al poeta e medico tedesco Justinus Kerner, autore anche di odi dedicate al vino. La Valle Isarco è il luogo di eccellenza per il Kerner, coltivato qui tra 550 e 800 metri sul livello del mare; è anche resistente al gelo.
Il vino degustato al naso ha sentori intensi di albicocca, pescae mandarino con leggere note vegetali. Il gusto è fresco e molto fine. Lo abbino ai leggendari e meravigliosi paesaggi che sono il fulcro delle zone di origine e a una canzone scritta dal figlio di Kerner, Theobald, e musicata da Kurt Lissmann Ciclo del vino in cui si racconta il percorso ciclico del prezioso nettare dalla vite al consumo.
Passo ora a bollicine francesi assaggiate in un pranzo familiare per festeggiare lo stare insieme, riuniti dopo vari mesi: Champagne Reflexion R.020 Brut di Lellier. 51% Chardonnay e 49% Pinot Noir, ottenuto da uve vendemmiate per la maggior parte (81%) nel 2020. Affinamento sui lieviti di 36 mesi. Piccolo ripasso: il metodo di produzione è classico, cioè con rifermentazione in bottiglia, ma per i vini prodotti in questa regione, è chiamato Metodo Champenoise.
La maison si trova ad Aÿ, Grand Cru (parte di territorio con peculiarità climatiche e di composizione del suolo pregiatissime) della Vallée de la Marne nella regione Champagne, caratterizzato da suolo soprattutto argilloso.Da più di un secolo, 1906, la famiglia Lallier focalizza la sua produzione cercando sempre di esaltare le peculiarità del terroir. La certificazione HVE (Alto Valore Ambientale) testimonia la cura per la sostenibilità, con un forte interessealla biodiversità dell’area.
Le quattro parole cardine sono: Purezza e Freschezza, legate ai due vitigni protagonisti dei loro vini, e Intensità e Profondità, caratteristiche dei loro prodotti.
Ritroviamo questi valori nello Champagne assaggiato, il cui nome Reflexions esprime le unicità delle vendemmie anno dopo anno. Note olfattive agrumate e floreali (fiori di acacia e gelsomino), precedono un sorso fresco, che avvolge il palato con eleganza e una leggera nota finale sapida. Perlage persistente.
Lo abbino a una canzone degli Oasis, band inglese di Noel e Liam Gallagher, che quest’anno si sono riuniti dopo 16 anni per una serie di concerti tutti sold out. Champagne Supernova è il titolo che, secondo una delle versioni più gettonate, venne in mente a Noel mentre guardava un documentario sullo champagne ascoltando l’album Bossanova dei Pixies.
Durante la stagione estiva, se riesco, cerco di godermi le bellezze infinite della mia città, Roma, in orari e situazioni in cui il traffico è meno congestionato. E così, approfittando di alcuni giorni senza l’afa opprimente, ho navigato sul Tevere con un battello, esperienza molto bella, perché si vedono le meraviglie romane da un’altra prospettiva e non si sentono i rumori dei tanti mezzi che percorrono il Lungotevere. E dopo questa piccola gita, sono andata in un cocktail barparticolare che ha aperto da poco: L’Oratorio Trastevere. E’ un ritrovo estivo, chiuderà a fine stagione, e si trova nella piccola piazza davanti Santa Maria in Cappella, chiesa romanica del 1090, oggi aperta solo per alcune cerimonie. La proprietà appartiene, come anche lo spazio dove è situato il bar, alla famiglia Doria Pamphili. E’ possibile anche visitare l’adiacente ospedale per pellegrini, poveri e malati, che fu edificato, alla fine del 1300, per volere di Santa Francesca Romana.
Alla guida di questo bellissimo e originale spazio, progettato da Mirador Group Srl, società esperta nel settore ristorazione, beverage e intrattenimento, ci sono il bar manager Abram Codazzo e l’head bartender Andrea Lilli.
In questa bellissima atmosfera, abbiamo bevuto un cocktail che è tra i più consumati: lo Spritz! La nascita di questa bevanda, secondo un racconto tra i più accreditati, è dovuta ai soldati austriaci nella Venezia del 1800. Questi ultimi bevevano spesso un bicchiere di vino, ma si trovarono a fronteggiare gradazioni alcoliche più forti dei vini locali a cui erano abituati. Per ovviare a questa situazione, chiesero ai locandieri di spruzzare (l’austriaco sprutzen significa spruzzare) nel vino un po’ d’acqua frizzante, Questa originaria versione del cocktail ha avuto poi varie evoluzioni e ha un successo continuo ovunque. La formula ufficiale secondo l’IBA (International Bartender Association, autorevolissimo organismo nel mondo del bartending) più frequente prevede questi ingredienti: prosecco, aperol e soda, ma ci sono anche altre versioni da provare. Molto invitante e per me sinonimo di gioia e condivisione!
Lo abbino, per il quartiere storico in cui si trova il luogo di ritrovo, a una commedia musicale che mi ha sempre trasmesso molte emozioni: Rugantino. Scritta da Garinei e Giovannini, con Pasquale Festa Campanile e Massimo Franciosa e musiche di Armando Trovajoli, è ambientatanella Roma Papale del 1848 e fu rappresentata per la prima volta a Roma al Teatro Sistina nel 1962. La canzone più famosa è senza dubbio Roma nun fa la stupida stasera, in cui il dialetto romano esprime molto bene il romanticismo del testo.
E chiudo con un altro cocktail (ebbene sì, nella stagione estiva quando possibile ne provo di diversi) assaggiato insieme ad amiche molto preziose: Cuccurrucucu, a base di tequila, mandarinetto, tonica al pompelmo e sale rosa. E’ nella drinklist del Roof Coctkail Bar”, piccolo locale di Montesacro, dove si trovano circa 170 etichette di gin e dove si possono fare ottimi aperitivi. Lo consiglio vivamente, si degustano alcune chicche e si può chiacchierare in tranquillità, situazione non presente in posti troppo “caciaroni” e che invece è spesso necessaria per rinsaldare legami ed affetti. Concludo con una breve nota sul cocktail:miscelato ottimamente e con perfetto equilibrio alcolico. Lo abbino per assonanza alla famosa canzone di Franco Battiato Cuccurucucù, in cui il titolo richiama il verso delle colombe in lingua spagnola.
Ora vi saluto e vi do appuntamento al prossimo articolo Estat-iamo, con assaggi culinari e vinicoli di mitiche sagre paesane!
Biancamaria Caroli
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Dal vino in poi
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24 Agosto, 2025
Summer Wine Time a Canazei
A Canazei, dove le radici incontrano il vino
Il mio viaggio a Canazei in Val di Fassa, terra di cime maestose e silenzi avvolgenti, è stato molto più di una semplice fuga nella natura. È stato un pellegrinaggio enologico, un incontro che ha suggellato un'ammirazione nata tempo addietro: quella per Roberto Anesi, Miglior Sommelier d’Italia, relatore Ais e titolare del ristorante El Pael di Canazei.
Il nostro legame, in realtà, è nato prima ancora che ci incontrassimo a Canazei, un sottile filo rosso che unisce la mia terra natia, la Sicilia, e la sua straordinaria carriera. Sapevo che proprio lì, nel 2017, Roberto aveva conquistato il titolo di Miglior Sommelier d’Italia. Mentre io muovevo i miei primi passi nel mondo del vino con un corso di avvicinamento, lui coronava il sogno più ambito in Italia in ambito AIS. Ci siamo incontrati diverse volte in seguito, ma è stato solo a El Pael che ho potuto comprendere appieno la sua bravura.
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22 Agosto, 2025
Degustazione informata e Bottega Botlé. Il futuro della degustazione arriva a Bologna
Immagina un’insegna moderna nel cuore di Bologna. Un luogo dove il vino si assaggia, si esplora, si gioca. Questo è Bottega Botlé, enoteca 4.0 firmata Gaetano Lanza, che ha reinventato l’esperienza di degustazione grazie al software Rewine: Degustazione Informata.
Degustazione informata: il vino con il Gioco del Sommelier
Alla base di questa rivoluzione c’è LA DEGUSTAZIONE INFORMATA. Qui non si tratta solo di assaggiare: ogni calice si accompagna a un tablet interattivo, grazie alla tecnologia Rewine, il cliente può consultare schede vino, conoscere il territorio, e mettere alla prova le proprie competenze con il Sommelier Game, un quiz che premia la conoscenza del colore, dell’aroma e del gusto. Degustare diventa un gioco intelligente: alla fine, il sistema propone un punteggio e un certificato. Smart? No, educativo e divertente.
Come funziona il format
Entrando, ti viene data una card ricaricabile chiamata MemoryWine. Avvicinandola a uno dei dispenser automatici divisi per aree (autoctoni, grandi nomi, vini del territorio, ecc.), puoi versare da solo il vino che preferisci. Una volta preso il vino, puoi recarti al banco del buffet, dove troverai stuzzichini preparati con prodotti a km 0 dell’Emilia-Romagna, per vivere un’esperienza completa di abbinamento cibo-vino. Arriva il momento del Gioco del Sommelier: recandoti alle postazioni dedicate con la tua Memory Wine, accedi ai tablet e divertiti a indovinare le caratteristiche organolettiche del vino che hai nel calice e se rispondi alle domande correttamente raggiungendo il 100% di risposte esatte ti porti a casa il calice loggato “Bottega Botlé.
Il tutto senza prenotazioni, senza stress, con un’interfaccia intuitiva e immediata. Le etichette cambiano periodicamente: all’interno, più di 170 referenze selezionate da esperti e sommelier per offrire sempre varietà e qualità.
Perché è un format vincente anche per le cantine
La tecnologia Rewine non è solo per il consumatore: è in vendita anche a cantine, wine bar ed enoteche che vogliono offrire degustazioni interattive ai clienti.
Come ci spiega Gaetano Lanza ideatore del progetto esistono due configurazioni:
Rewine Smart, attivabile in 48 ore con tablet
Rewine Automatic, che include anche i dispenser automatici Wineemotion per self‑service attivo H24.
Entrambe le versioni permettono fidelizzazione, raccolta dati su gusti e comportamenti, e gestione semplice di contenuti multimediali.
Il mio racconto personale: tra tecnologia e convivialità
Sono stato ospite da Bottega Botlé nella boutique in centro a Bologna e ho trovato l’idea folgorante. Il vino si degusta con calma, mentre ti diverti a indovinare aromi o origini e lo abbini a prodotti tipici a km 0, in questo caso emiliano romagnoli. Il Sommelier Game ti fa sentire sommelier per un attimo, anche se sei curioso e pigro: impari a maneggiare il calice, a descrivere un vino, a capire i sentori. Ho apprezzato la selezione italiana di etichette, da autoctoni poco noti a grandi classici, abbinata a prelibatezze locali. Un mix perfetto tra convivialità e scienza del gusto
Il format è davvero friendly: nessuna paura di sbagliare, nessuna pressione, solo curiosità ed emozione. Provare una piccola verticale o capire se hai occhio transalpino o italiano diventa una sfida piacevole.
Dai uno sguardo al mio video reel che spiega la “Degustazione informata”:
https://www.instagram.com/reel/DGQJmm-s4As/?igsh=MWl6a2NoYWRmb3BsMw==
Rewine conquista Vinitaly 2025: la tecnologia che parla di vino
Il 2025 è stato anche l’anno della consacrazione di Rewine a livello internazionale. Presentata al Vinitaly, nella sezione dedicata alle innovazioni tecnologiche per il settore vitivinicolo, questa piattaforma ha attirato l’attenzione di produttori, importatori e addetti ai lavori provenienti da ogni parte del mondo.
Lo stand interattivo, allestito come una vera e propria “degustazione digitale”, ha permesso ai visitatori di vivere l’esperienza del Sommelier Game e scoprire il potenziale di questa tecnologia applicata alle cantine e ai wine bar.
Molti operatori hanno potuto testare in prima persona la facilità d’uso del sistema: una carta ricaricabile, un dispenser di qualità e un tablet in grado di raccontare, in tempo reale, tutto ciò che serve per apprezzare un vino con consapevolezza.
Tra curiosità e stupore, Vinitaly 2025 ha confermato che il futuro del vino non è soltanto nella bottiglia, ma anche nell’esperienza che la accompagna — e Rewine ne è la prova concreta.
Il sorso del futuro è già qui
Per chi comunica il vino, questa esperienza è illuminante. Rewine trasforma l’assaggio in esperienza: racconta le storie, la cultura e il territorio di ogni etichetta, ma lo fa giocando, coinvolgendo, insegnando.
Non è un semplice gadget tecnologico: è una modalità nuova di far vivere il vino.
Bottega Botlé e Rewine rappresentano un modello che può cambiare il modo di offrire degustazioni.
Dal dispenser al tablet al sorriso del cliente, l’esperienza diventa memorabile.
Un’enoteca, una cantina o un wine bar: con la tecnologia Rewine è un salto nel futuro, .
Una bottiglia alla volta, un sorso alla volta, con intelligenza, piacere e scoperta.
Francesco Aiello
@wineeventi_italy
Percorsi d’assaggio
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21 Agosto, 2025
Guida OLI D'ITALIA 2025 (by GAMBERO ROSSO)
IL COSA E IL DOVE
Lo scorso 10 Luglio, nei rinnovati spazi dell’Hotel CARDO di Roma, GAMBERO ROSSO ha presentato al pubblico romano la sua Guida OLI D’ITALIA 2025.
Una presentazione fatta un po’ in sordina all’interno della tappa romana di I DRINK PINK, manifestazione dedicata al rosa nel bicchiere.
“Solo” otto le Aziende partecipanti di cui sette presenti con i propri EVO alla masterclass collegata, un numero certo non consono all’importanza dell’extravergine e che sembra voler confermare quanto “inutili” siano gli sforzi miei e di molti altri per comunicare quell’Extra Vergine di Oliva che, mancando dell’edonismo dell’alcol, non riuscirà mai ad affiancare il vino nel cuore dei consumatori.
LA MASTERCLASS
Condotta dal curatore della Guida Indra Galbo, è stata l’occasione per parlare a molti che di EVO poco sapevano di cos’è un Olio Extra Vergine di Oliva, quali sono le caratteristiche organolettiche cui fare attenzione, come imparare ad assaggiarlo e a sceglierlo.
Niente di “tecnico” dunque e poco anche in termini di degustazione, ma un momento assolutamente importante in termini di comunicazione e divulgazione.
Sette gli Oli in degustazione provenienti da quattro regioni differenti.
Sette interpretazioni di Extra Vergine che si sono presentate all’appuntamento con tutte le problematiche legate al periodo.
Leggendo le mie personalissime note d’assaggio tenete dunque conto del fatto che, come già mi ritrovai a scrivere lo scorso anno e gli anni precedenti ancora, il Luglio romano sta all’EVO come io sto alla danza classica.
Dategli comunque una letta, assaggiate e diffondete il verbo dell’Extra Vergine (e se per caso doveste essere tra quelli che “guardano i numeri”…tenete conto del fatto che sei mesi fa gli stessi oli avrebbero potuto prendere almeno un paio di Punti in più).
– MONOCULTIVAR OTTOBRATICA “L’OTTOBRATICO”, OLEARIA SAN GIORGIO (CALABRIA): monocultivar che propone un olfatto caldo e maturo di pomodoro rosso e banana con un appena di frutta secca a contorno e un quid di lattuga e basilico a rinfrescare.
In bocca mostra un sottile piccante di buona progressione e dell’amaro pare aver perso coscienza se non quando in chiusura propone sottili note di carciofo e una intrigante sapidità.
86 Punti con forse un -.
– “OPERE D’OLIO N°1”, COSTA D’ORO (UMBRIA): blend umbro a base Dolce Agogia propone al naso sentori maturi di mela e mandorla dolce seguiti da nuances di carciofo e da uno…sgarbo di quasi gomma.
In bocca è delicato nel proporre i toni dell’amaro e di un piccante presente sin da subito ma che altrettanto velocemente tende a scomparire lasciando spazio in chiusura ad amaritudini di rucola.
83 Punti.
– “LAUDEMIO”, FRESCOBALDI (TOSCANA): olfatto delicato dal quale emergono chiari i sentori di cicoria, foglia di pomodoro e mandorla verde cui seguono sottili richiami di erbe aromatiche e fieno.
L’assaggio segue l’olfatto aggiungendo freschezza e amplificando i temi del carciofo, del sedano rapa e dell’erba sfalciata di fresco.
87/+ Punti.
– “COLLEZIONE DI FAMIGLIA”, FARCHIONI OLII (UMBRIA): olfatto di buona intensità, verde di salvia e foglia di pomodoro con un bell’accento di mallo di noce.
L’assaggio sottolinea un amaro di media intensità ma con un bel crescendo e un piccante a quasi pareggio.
Sapida la chiusura con una delicata nota di aghi di pino.
87- Punti.
– “GRAN CRU TENUTA MACCHIA DI ROSE”, FRANTOIO MURAGLIA (PUGLIA):
intenso nelle sensazioni vegetali erba appena sfalciata, pomodoro verde, erbe aromatiche, mandorla e sedano rapa.
Amaro “strong” e piccante in rapido crescendo accendono le luci sui rimandi di cicoria, melanzana, lattuga e oiva.
Assolutamente invidiabile la persistenza.
89 punti.
– TERRE DI SIENA DOP “OLIO DEL CONTE” BIOLOGICO, POGGIO BONELLI (TOSCANA): olfatto verde ma non troppo (soprattutto parlando del pomodoro) che propone sentori erbacei, di carciofo e di mandorla dolce con un accenno alla freschezza della mela verde.
Assaggio equilibrato segnato da un amaro di media intensità e da un piccante increscendo che sembra dire di wasabi.
86- Punti.
– MONOCULTIVAR CORATINA, DEDOLIO (PUGLIA): carciofo, cicoria di campo ed erba appena sfalciata riempiono il naso mentre un coro a bocca chiusa di erbe aromatiche e cime di rapa fa da controcanto.
Assaggio di grande sostanza e notevole intensità a sottolineare un piccante che cerca di staccare di ruota l’amaro.
88—Punti.
E QUINDI?
E quindi GRAZIE a GAMBERO ROSSO per essersi fatto ancora una volta ambasciatore dell’oro verde delle nostre tavole e a tutte le Aziende che hanno voluto essere presenti alla serata.
Grazie di tutto e a tutti ma…ci sono diversi “ma” sui quali non mi stancherò mai di porre l’accento.
Luglio non è il mese adatto per parlare di EVO, per quanto ben conservati quelli in assaggio apparivano tutti quantomeno “stanchi” e, in un paio di casi beh…si muovevano incerti sull’orlo del difetto.
L’Extra Vergine soffre (e soffrirà sempre) di complesso di inferiorità nei confronti del vino e se si vuole fare davvero breccia nei cuori dei consumatori bisogna proporglielo all’apice delle proprie potenzialità!
Da ultimo una “nota di servizio”: basta con la plastica dei bicchierini, si può e si dovrebbe assaggiare in altro materiale!
Sfoghi a parte è stata comunque una bella serata e non ci saranno mai parole sufficienti per lodare il lavoro di chi si impegna a promuovere la Cultura dell’EVO di Qualità.
GRAZIE a tutti (anche a Voi che avete avuto la buona creanza di leggermi fino a qui)
Roberto Alloi – VINODENTRO
Su Instagram @eno_evo
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20 Agosto, 2025
Vertus. Dove il gesso incontra l'identità
Parte meridionale della Côte des Blancs, là dove le colline iniziano ad aprirsi verso la pianura e il gesso affiora quasi in superficie, sorge Vertus. Non ha la fama di Le Mesnil o l’aura rarefatta di Avize, ma chi conosce davvero la Champagne sa che è proprio qui, tra le vigne di Vertus, che si custodisce l’anima più autentica del Chardonnay.
Classificato Premier Cru, Vertus è un villaggio che sorprende per la varietà dei suoi suoli e l’ampiezza delle sue esposizioni: parcelle più alte, luminose e verticali si alternano a vigneti più bassi e argillosi, donando profondità e nuance ai vini. È anche uno dei pochissimi villaggi della Côte des Blancs dove il Pinot Noir ha ancora spazio, seppur in misura ridotta, a testimonianza di un’identità composita e mai banale (in passato, in questa zona, il rapporto tra i due vitigni era esattamente inverso).
In questo scenario si muovono due realtà che, pur molto diverse per stile e storia, rappresentano le vette qualitative della zona: Larmandier-Bernier e André Jacquart. Due famiglie, due approcci, due declinazioni del terroir di Vertus.
Se i Larmandier-Bernier sono pionieri della biodinamica e dell’espressione più pura del cru – basti pensare alla loro celebre Terre de Vertus, cuvée senza dosaggio e senza assemblaggio –, André Jacquart offre una visione più ampia e levigata, capace di unire rigore tecnico e grande precisione stilistica, a partire dai suoi appezzamenti storici nel lieu-dit Mont Aimé.
Raccontare Vertus attraverso queste due maison significa attraversare due anime del villaggio: quella più radicale e territoriale, e quella più elegante e scolpita. Entrambe, però, accomunate da una medesima tensione: tradurre il gesso in vino, con verità.
Larmandier-Bernier. La biodinamica a Vertus come linguaggio del terroir
Nel 1988 Pierre Larmandier lascia Parigi per tornare a Vertus, nella Côte des Blancs (non Vallée de la Marne), e proseguire l’attività familiare con l’aiuto della madre Elisabeth Bernier e della moglie Sophie. Nasce così una delle realtà più emblematiche della Champagne contemporanea: una maison che ha scelto di dare voce alla natura attraverso il rigore dell’agricoltura biodinamica.
Con 16 ettari di vigneti, per lo più piantati a Chardonnay, Larmandier-Bernier coltiva parcelle distribuite tra Vertus e alcuni dei più prestigiosi Grand Cru della Côte des Blancs: Cramant, Chouilly, Avize e Oger. Le vigne superano i 40 anni di età, e il lavoro in campo è orientato a ridurre le rese e incoraggiare le radici ad andare in profondità, per catturare l’anima minerale del suolo gessoso.
Dal 2004 non vengono più impiegati prodotti chimici di sintesi né in vigna né in cantina. Pierre lavora secondo i ritmi e gli equilibri della natura, affidandosi a preparati biodinamici, lavorazioni manuali e all’uso esclusivo di lieviti indigeni, sia per la fermentazione alcolica che per la presa di spuma.
In cantina, i vini fermentano in botti di rovere e acciaio, senza aggiunta di zuccheri (i dosaggi sono nulli o minimi), con l’obiettivo dichiarato di lasciar parlare il terroir. Il risultato sono Champagne puri, vibranti, essenziali, che raccontano con nitidezza il gesso, la luce e l’equilibrio delle vigne da cui provengono. Sono Champagne vivi, minerali, profondi e mai ruffiani.
Come ama ripetere Pierre stesso
Lasciamo il terroir libero di esprimersi.
La mia visita a Vertus
A metà luglio ho avuto il privilegio di visitare la maison e di trascorrere alcune ore tra le vigne, la cantina e la sala di degustazione, accompagnato da uno dei membri del team. L’accoglienza è stata sobria ma calorosa, come nello stile di chi preferisce lasciare parlare il vino.
A colpirmi subito è stata la serenità del luogo: filari ordinati, nessun eccesso, solo l’essenziale. Anche la cantina riflette questo approccio: niente tecnologia invadente, ma legno, acciaio e silenzio, e qualche anfora di Tava per esperimenti. Ogni gesto ha un peso e un ritmo naturale, come se tutto seguisse un tempo lento e consapevole.
Durante la degustazione ho potuto assaggiare una selezione che partiva dalla cuvée Latitude – Champagne ampio, cremoso, solare – fino ad arrivare alla finezza verticale e calcarea della Longitude. A seguire, due parcelle singole: Les Chemins d’Avize e Vieille Vigne du Levant, entrambe capaci di sfidare il tempo. La pulizia, la tensione e la profondità di questi vini testimoniano un lavoro coerente e privo di compromessi.
Latitude e Longitude: nomi che parlano di geografia e identità
Le due cuvée principali della maison – Latitude e Longitude – sono nate per raccontare in modo chiaro e immediato l’origine delle uve da cui provengono.
Latitude è prodotta esclusivamente con uve provenienti da Vertus, località situata più a sud rispetto agli altri Grand Cru della Côte des Blancs. La sua posizione “in larghezza”, lungo una fascia latitudinale più meridionale, conferisce al vino un profilo più rotondo, maturo, generoso.
Longitude, invece, nasce da una linea verticale (immaginaria) che unisce villaggi Grand Cru come Cramant, Avize e Oger: tutti posti che si trovano sullo stesso asse gessoso, e che danno vita a uno Champagne più verticale, affilato, cristallino.
I nomi delle cuvée non sono quindi un esercizio di stile, ma una dichiarazione di intenti: esprimere, già dall’etichetta, la provenienza e la vocazione stilistica del vino.
Conclusione
Larmandier-Bernier non è solo una delle maison più rispettate della Champagne biodinamica, ma un esempio vivente di come rigore, visione e coerenza possano dare forma a vini di verità.Vini che non cercano applausi, ma ascolto.
André Jacquart. Lo Chardonnay tra Le Mesnil & Vertus
La tenuta nasce nel 1958 a Vertus, ma le sue radici affondano profondamente a Le Mesnil-sur-Oger, patria d’origine del fondatore André Jacquart, uno dei nomi più influenti tra i vigneron dello Chardonnay.
È una maison indipendente, oggi guidata con energia e visione da Marie Doyard e dal fratello Benoît, nipoti di André e pronipoti, dal lato paterno, di Maurice Doyard, figura storica che contribuì alla fondazione del CIVC – il Comitato Interprofessionale del Vino di Champagne.
L’eredità familiare si traduce in 24 ettari suddivisi in oltre 200 parcelle, un patrimonio che Marie interpreta secondo un progetto preciso:
lunghe maturazioni sui lieviti (minimo 5 anni per i sans année, almeno 8 per i millesimati),
bassissimi dosaggi (intorno ai 3 g/l),
uso attento della barrique per la fermentazione.
Un elemento distintivo della maison è l’approccio alla vendemmia: Marie seleziona le parcelle per coerenza stilistica e territoriale, pressandole in lotti che già rappresentano un primo livello di assemblaggio. I vini non svolgono la fermentazione malolattica, mantenendo così una spiccata freschezza e tensione.
Con circa 100.000 bottiglie l’anno, André Jacquart è oggi una delle maison più interessanti della Côte des Blancs: sintesi rara di tradizione, precisione tecnica e coraggio interpretativo.
L’approccio unisce struttura e finezza, con fermentazioni in barrique e lunghi affinamenti.
Lavora cru sia di Le Mesnil che di Vertus, offrendo Blanc de Blancs intensi, gastronomici, vibranti.
La gamma si distingue per la capacità di declinare con coerenza stili diversi: dalla tensione calcarea del Mesnil alla rotondità più fruttata di Vertus, fino alle cuvée che giocano sull’equilibrio fra i due poli.
Tradizione e visione al femminile.
La visita di metà luglio ha confermato e rafforzato queste impressioni: la degustazione si è svolta presso la sede storica di Vertus, dove l’accoglienza è stata attenta e puntuale. Marie Doyard, pur non presente, ha lasciato trasparire il suo tocco in ogni dettaglio, dai materiali informativi alla disposizione delle bottiglie. Il Blanc de Blancs “Expérience” si è distinto per precisione esecutiva e mineralità scolpita, mentre il “Mesnil Expérience” 2016 ha offerto un’evoluzione profonda, giocata su note iodate, cenni di nocciola e una cremosità che non intacca la verticalità. L’assaggio ha confermato una mano tecnica ma non fredda, capace di coniugare rigore e dinamismo.
Particolarmente significativo il confronto tra i due “Expérience” provenienti da Mesnil e Vertus: il primo più austero, teso, quasi tagliente; il secondo più solare, ampio, con un finale sapido che invita al ritorno. Due anime dello Chardonnay che dialogano nel bicchiere con chiarezza espressiva.
Una maison da seguire con attenzione, capace di imporsi per personalità in un panorama sempre più affollato.
Emanuele Muzzo
Su Instagram è semplicemente Emanuele Muzzo
Vigne e Orizzonti
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Su Instagram è semplicemente Emanuele Muzzo
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19 Agosto, 2025
Le Trame rosa di Sardegna
Ci sono viaggi che restano impressi non solo per i luoghi che attraversano, ma per il modo in cui intrecciano emozioni, sapori e ricordi. E luoghi in cui il tempo sembra fermarsi, sospeso tra la brezza marina e il profumo di macchia mediterranea. La mia vacanza nel Nord della Sardegna è stata proprio questo: un invito alla lentezza, al piacere autentico, un mosaico di attimi che ancora oggi porto dentro, illuminati da un mare cristallino, da una luce unica e da un vino che ha dato il ritmo e il respiro di ogni sera.
Il mio rifugio è il Resort Le Dune, a pochi minuti da Badesi, località che si apre sul Golfo dell’Asinara con le sue lunghissime spiagge bianche, sospeso tra la macchia mediterranea e la distesa infinita di spiagge. La spiaggia di Li Junchi diventa ogni mattina il mio orizzonte: sabbia finissima, mare cristallino e il maestrale che porta con sé note salmastre, quasi un condimento naturale per i sensi.
Il risveglio è un abbraccio: il vento che scivolava tra le dune, il profumo di ginepro e lentisco, la sabbia bianchissima che brillava sotto il sole, e l’acqua trasparente che mutava continuamente colore, dal verde smeraldo all’azzurro più profondo. Camminare lungo quei chilometri di litorale è come muoversi dentro un quadro, un orizzonte che sembra non finire mai, dove il mare e il cielo si confondono. Il resort, elegante ma discreto, custodisce questa bellezza con rispetto, quasi in punta di piedi, offrendo agli ospiti non solo ospitalità ma un senso di appartenenza a un luogo magico.
La mia prima sera a Lo Scorfano, uno dei ristoranti di questo meraviglioso resort, ha segnato l’inizio di un viaggio nel viaggio. Più che un ristorante, Lo Scorfano si apre come un piccolo villaggio segreto: nove stanze, ognuna con un’anima diversa, che raccontano un percorso fatto di luci soffuse, di profumi che svelano la cucina passo dopo passo. L’ingresso, avvolto da lampade calde tra gli alberi, conduce in un mondo sospeso, intimo, quasi teatrale.
Appena arrivato, il sommelier mi ha accolto con un prosecco e un invito speciale: scendere nella cantina. Le pareti fresche, gli scaffali colmi di bottiglie, la selezione firmata Delphina: un tesoro di etichette che raccontano l’isola nella sua interezza. È lì che mi ha parlato di un vino che avrebbe accompagnato tutta la mia vacanza: Trame, Rosato Nieddera IGT.
Un nome che sembra già racchiudere un destino. Trame nasce dal vitigno autoctono Nieddera, coltivato nella Valle del Tirso, vicino a Oristano. È un’uva antica, di cui si trovano tracce ai tempi dei Fenici e dei Romani, e che per secoli ha rischiato di scomparire. In sardo “Nieddera” significa nera, per il colore della sua buccia, ma dentro custodisce una polpa chiara che, senza artifici né miscugli, regala naturalmente il suo colore rosato. È un’uva che nasce già rosata, capace di donare vini unici per freschezza e vivacità.
Il primo sorso di Trame è stato rivelatore: fresco, vivace, elegante, con note di melograno, piccoli frutti rossi e fiori di campo. Un vino che non si limita a dissetare, ma racconta una storia: la storia di una terra che resiste, di produttori che hanno voluto salvarlo dall’oblio, di un’isola che nel vino sa esprimere la sua voce più autentica. Ogni calice era un ponte invisibile tra il passato e il presente, tra chi ha coltivato quelle vigne e chi oggi le assapora. Il mio tavolo, intanto, era adagiato sotto un grande albero, illuminato da piccole luci sospese che sembravano stelle vicine. Mi sono lasciato guidare dal buffet: crudité di mare, pesci cotti al vapore, fritture leggere accompagnate da salse delicate. Raggiungo poi il banco dei primi, dove lo chef mi aspetta con un sorriso cordiale. Mi illustra le proposte del giorno e davanti ai miei occhi inizia a preparare un risotto ai frutti di mare. Lenta e sicura, la sua mano dosa il brodo, aggiunge i frutti del mare, rimescola e lascia che il riso prenda vita. Quando finalmente lo assaggio, scopro un piatto squisito, cremoso e intenso, che racchiude il respiro stesso della costa. La cena è proseguita con una spigola al sale, non meno sorprendente del risotto, perfetta nella sua semplicità, accompagnata da verdure grigliate che sapevano di brace e di terra. Infine, in una delle piccole stanze del ristorante, trovo un tavolo imbandito di dolci: un piccolo paradiso illuminato da luci soffuse, dove creme, torte e pasticcini celebrano la dolcezza dell’isola.
Eppure, al di là della cucina, ciò che ha reso quella serata indimenticabile è stata la compagnia. Eravamo insieme, tutti: mia moglie, mia figlia, le mie due sorelle, i miei inseparabili cognati, le nipotine che ridevano di gusto, i miei genitori con i loro occhi che brillavano di una felicità semplice. Ci scambiavamo parole, sorrisi, ricordi. E mentre il vino Trame riempiva i calici, sembrava tessere davvero un filo invisibile tra di noi, intrecciando le generazioni, le voci e le emozioni.
In quel momento ho capito che il buon vivere non è soltanto un luogo, un piatto o un vino. È un intreccio, proprio come il nome di quel rosato: una trama di famiglia, di mare, di luci, di silenzi, che insieme compongono l’armonia di una serata che resterà per sempre nel cuore. Roberto Silvio De Pascale Mi trovi su Instagram come unpuglieseinterrapontina Il buon vivere
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Il mio rifugio è il Resort Le Dune, a pochi minuti da Badesi, località che si apre sul Golfo dell’Asinara con le sue lunghissime spiagge bianche, sospeso tra la macchia mediterranea e la distesa infinita di spiagge. La spiaggia di Li Junchi diventa ogni mattina il mio orizzonte: sabbia finissima, mare cristallino e il maestrale che porta con sé note salmastre, quasi un condimento naturale per i sensi.
Il risveglio è un abbraccio: il vento che scivolava tra le dune, il profumo di ginepro e lentisco, la sabbia bianchissima che brillava sotto il sole, e l’acqua trasparente che mutava continuamente colore, dal verde smeraldo all’azzurro più profondo. Camminare lungo quei chilometri di litorale è come muoversi dentro un quadro, un orizzonte che sembra non finire mai, dove il mare e il cielo si confondono. Il resort, elegante ma discreto, custodisce questa bellezza con rispetto, quasi in punta di piedi, offrendo agli ospiti non solo ospitalità ma un senso di appartenenza a un luogo magico.
La mia prima sera a Lo Scorfano, uno dei ristoranti di questo meraviglioso resort, ha segnato l’inizio di un viaggio nel viaggio. Più che un ristorante, Lo Scorfano si apre come un piccolo villaggio segreto: nove stanze, ognuna con un’anima diversa, che raccontano un percorso fatto di luci soffuse, di profumi che svelano la cucina passo dopo passo. L’ingresso, avvolto da lampade calde tra gli alberi, conduce in un mondo sospeso, intimo, quasi teatrale.
Appena arrivato, il sommelier mi ha accolto con un prosecco e un invito speciale: scendere nella cantina. Le pareti fresche, gli scaffali colmi di bottiglie, la selezione firmata Delphina: un tesoro di etichette che raccontano l’isola nella sua interezza. È lì che mi ha parlato di un vino che avrebbe accompagnato tutta la mia vacanza: Trame, Rosato Nieddera IGT.
Un nome che sembra già racchiudere un destino. Trame nasce dal vitigno autoctono Nieddera, coltivato nella Valle del Tirso, vicino a Oristano. È un’uva antica, di cui si trovano tracce ai tempi dei Fenici e dei Romani, e che per secoli ha rischiato di scomparire. In sardo “Nieddera” significa nera, per il colore della sua buccia, ma dentro custodisce una polpa chiara che, senza artifici né miscugli, regala naturalmente il suo colore rosato. È un’uva che nasce già rosata, capace di donare vini unici per freschezza e vivacità.
Il primo sorso di Trame è stato rivelatore: fresco, vivace, elegante, con note di melograno, piccoli frutti rossi e fiori di campo. Un vino che non si limita a dissetare, ma racconta una storia: la storia di una terra che resiste, di produttori che hanno voluto salvarlo dall’oblio, di un’isola che nel vino sa esprimere la sua voce più autentica. Ogni calice era un ponte invisibile tra il passato e il presente, tra chi ha coltivato quelle vigne e chi oggi le assapora. Il mio tavolo, intanto, era adagiato sotto un grande albero, illuminato da piccole luci sospese che sembravano stelle vicine. Mi sono lasciato guidare dal buffet: crudité di mare, pesci cotti al vapore, fritture leggere accompagnate da salse delicate. Raggiungo poi il banco dei primi, dove lo chef mi aspetta con un sorriso cordiale. Mi illustra le proposte del giorno e davanti ai miei occhi inizia a preparare un risotto ai frutti di mare. Lenta e sicura, la sua mano dosa il brodo, aggiunge i frutti del mare, rimescola e lascia che il riso prenda vita. Quando finalmente lo assaggio, scopro un piatto squisito, cremoso e intenso, che racchiude il respiro stesso della costa. La cena è proseguita con una spigola al sale, non meno sorprendente del risotto, perfetta nella sua semplicità, accompagnata da verdure grigliate che sapevano di brace e di terra. Infine, in una delle piccole stanze del ristorante, trovo un tavolo imbandito di dolci: un piccolo paradiso illuminato da luci soffuse, dove creme, torte e pasticcini celebrano la dolcezza dell’isola.
Eppure, al di là della cucina, ciò che ha reso quella serata indimenticabile è stata la compagnia. Eravamo insieme, tutti: mia moglie, mia figlia, le mie due sorelle, i miei inseparabili cognati, le nipotine che ridevano di gusto, i miei genitori con i loro occhi che brillavano di una felicità semplice. Ci scambiavamo parole, sorrisi, ricordi. E mentre il vino Trame riempiva i calici, sembrava tessere davvero un filo invisibile tra di noi, intrecciando le generazioni, le voci e le emozioni.
In quel momento ho capito che il buon vivere non è soltanto un luogo, un piatto o un vino. È un intreccio, proprio come il nome di quel rosato: una trama di famiglia, di mare, di luci, di silenzi, che insieme compongono l’armonia di una serata che resterà per sempre nel cuore. Roberto Silvio De Pascale Mi trovi su Instagram come unpuglieseinterrapontina Il buon vivere
19 Agosto, 2025
Sui Colli Piacentini alla scoperta di Leonardo Bulli
Il viaggio di Francesca, vi porta a conoscere un produttore di una DOC di cui se ne parla pochissimo. Voglio iniziare questa mia nuova avventura enologica con queste parole
Dalla vigna al vino sempre con la stessa passione da cinque generazioni.
Siamo in Emilia Romagna, in provincia di Piacenza, nel piccolo borgo di Bacedasco Alto, nel cuore della Colli Piacentini DOC ed è qui che sorge la Cantina Bulli, dove ad aspettarci c’è il mitico Leonardo. La tenuta si estende su un territorio collinare di una decina di ettari, in cui trovano dimora le varietà da sempre presenti in queste terre: Barbera, Bonarda e Ortrugo. Perché questo mio viaggio? Perché è passato più di un anno da quando un carissimo amico sommelier Andrea Ceri mi ha parlato di lui e dei suoi vini interessanti e particolari, ma soprattutto, è già più di un anno che “Leo” è diventato anche un amico, un vero amico e non solo un vero talento da far conoscere.
Quando parliamo, seppur ridendo, mi dice sempre di non chiamarlo produttore di vini o vignaiolo, perché lui preferisce definirsi Cantiniere. Leonardo, il Cantiniere, quest’ uomo allegro, generoso, simpatico, ospitale e solare, un personaggio, come dico io, ma di una bontà spettacolare, che ama la sua terra ed il suo lavoro e che adesso gestisce questa l’azienda, nata oltre un centinaio di anni: la prima testimonianza della cantina, infatti, è un medaglione che venne ritrovato nelle cantine e che conferma come già nei primi del 1900 questa realtà vitivinicola, guidata dalla famiglia Bulli e da alcuni soci del Belgio, producesse vini destinati al mercato. La cantina passò prima nel 1960 al padre Luigi e poi, nel 1999 al nostro Leo. Quindi, una storia molto antica che Leonardo ama raccontare e spiegare, stappando i suoi vini e davanti ad un gran bel piatto di affettati locali.
Appunto…i suoi vini, prodotti secondo la tradizione e con metodi di una volta: metodo ancestrale per i vini frizzanti e dalla “vasca” alla bottiglia per i fermi, maturati secondo un ciclo naturale, senza filtrazione e senza aggiunta di solfiti
La sua filosofia? Innanzitutto, la gestione delle vigne che è molto rispettosa dell’ambiente, il nonutilizzo di sostanze chimiche ed infine, la realizzazione di vini che sappiano esprimere in modo schietto e autentico il terroir. Un gran bel risultato raggiunto, grazie ad uve di qualità, ad interventi enologici ridotti al minimo ed alla produzione di vini artigianali e genuini, fatti secondo le antiche ricette contadine. È bellissimo stare ad ascoltare, ed infatti, Leo continua
In principio il lavoro tra le vigne è fondamentale per arrivare ad un prodotto finale piacevole e sano; infatti, il suolo non viene trattato con alcun espediente chimico o prodotto sintetico, lasciando che il frutto si carichi di profumi e sapori della sua terra. Anche in cantina si prosegue in maniera spontanea e poco interventista, lasciando che il vino rifermenti in bottiglia con i propri lieviti indigeni e senza alcuna aggiunta di solfiti.
Leo poi mi mostra una bottiglia, facendomi notare che è presente il “fondo” e spiegandomi che è un fatto del tutto naturale nei vini ancestrali, dovuto alla presa di spuma in bottiglia, cioè alla seconda fermentazione del vino base, che poi è stata portata a termine dai lieviti. Una scelta voluta per dare ai degustatori un vino integro in fragranza, profumi e sapori ed al massimo della genuinità.
Mi viene da porgli una domanda
Leo come definiresti i tuoi vini?
Lui, con il suo inconfondibile accento emiliano non ha dubbi e risponde
I miei vini, frizzanti e fermi, hanno l’anima allegra, conviviale e contadina del piacentino.
Siamo arrivati al momento della degustazione e, quindi, il Cantiniere Bulli, come chiamo scherzosamente Leo, cosa mi farà conoscere ed assaggiare oggi?
Partiamo con Ontrugo dei Colli Piacentini DOC Vino Frizzante, prodotto con uve di Ortrugo in purezza, vitigno a bacca bianca tipico di queste terre. Leo mi spiega che quest’uva è particolarmente adatta alla spumantizzazione ed infatti, nasce uno “spumante sur lie“, ovvero, rifermentato in bottiglia, senza successivo “dégorgement“. Dal colore giallo paglierino molto chiaro, con velatura data dai lieviti ed una bolla vivace e persistente, regala note di agrumi, cenni lievitosi ed essenze floreali, mentre al palato si rivela freschissimo, fruttato, vivace e spumeggiante. Che dire! un vino frizzante che conquista fin dal primo sorso, per il suo carattere leggero, fresco, diretto, gioioso e spensierato.
Secondo assaggio ed ecco arrivare un vino per cui Bulli è veramente famoso e conosciuto fra gli amanti dei vini naturali: Sampagnino Bianco. Qui c’è tutta una storia che Leo orgogliosamente racconta
Sampagnino nasce per caso nella mia vallata e altre zone del piacentino quando si impiantarono i primi vigneti di uva bianca, per dare vita a vino bianco a quei tempi amabile. Così, si andava ad acquistare le barbatelle di uva bianca senza chiedersi la tipologia, ma ritrovandosi poi vigne con tante di uve differenti.
Ma perché chiamarlo proprio Sampagnino? E Leo mi dice che è stato chiamato così per l’aggiunta di Marsanne, tra le uve antiche e dimenticate del piacentino, chiamata in dialetto l‘ uva Champagne. Così dalle tante varietà di uva, ossia, malvasia, ortrugo, trebbiano, vernaccia, moscato, moscatella, bianchetta, sasla‘, sauvignon e marsanne, Sampagnino è un vino dal colore giallo paglierino chiaro con la classica velatura e con perlage fine e persistente. Al naso è freschissimo, profumato e fruttato, con note ben delineate di mela, uva spina, frutta tropicale, fiori bianchi, agrumi, crosta di pane, note di lievito e miele, mentre al palato continua ad essere freschissimo, secco, agrumato, sapido, bello frizzantino e conquista per essere vivace, allegro, spensierato, di piacevole e facile beva.
Terza bottiglia e qui arriva l’altra versione di Sampagnino, ovvero, Sampagnino Rosa, realizzato dall’ assemblaggio delle stesse uve bianche di Sampagnino Bianco e da uva rossa della Barbera. Di colore rosa leggermente velato per la presenza dei lieviti e con una spuma delicata e vivace, all’olfatto esprime freschezza e note intense di frutti di bosco, cenni agrumati, sfumature floreali, sentori di crosta di pane e lieviti. Il sorso è brioso, scorrevole, piacevolmente sapido, croccante e dal finale di grande freschezza.
Passiamo a Julius Bolle Macerato: spumante biologico di Malvasia di Candia Aromatica, fermentato a contatto con le bucce e imbottigliato a mano senza aggiunta di solfiti. Dal colore giallo oro con riflessi arancioni e una vivace effervescenza, regala note fragranti di pesca, albicocca, scorza di agrumi, tè nero ed erbe fresche, mentre al palato è fresco, piacevole, vivace, con bollicine persistenti, mineralità naturale e un finale rustico ma elegante.
Leo continua a stappare bottiglie e, così, arriva Cuordivigna Emilia IGT, l’ Orange fermo di casa Bulli. Dal blend di Malvasia, Moscato, Ortrugo, Trebbiano romagnolo e Sauvignon, nasce questo vino dal colore giallo dorato, con intensissimi riflessi arancioni. Al naso profumi di fiori freschi bianchi, note agrumate e scorza di arancia, mentre al palato è fresco, schietto, espressivo, sapido e piacevoli note agrumate.
Poteva mancare la versione di Orange Frizzante? Assolutamente no e, quindi, arriva “ARTIGLI”, 100%Malvasia, dal colore arancione intenso, ma leggermente velato sempre per la presenza dei lieviti e con una briosa e vivace effervescenza. Fresco, profumatissimo e fruttatissimo, con note di agrumi, scorza di arancia, pompelmo, aromi di frutta a polpa gialla matura, pesca, nespola, canditi, zenzero e erbe aromatiche, mentre al palato è freschissimo, invitante, energico e brioso, tonificante e dissetante, succoso e piacevolmente fruttato, travolgentemente beverino.
E, per finire, Leo, fra le sue etichette di vini rossi tira fuori il suo Gutturnio Frizzante Colli Piacentini DOC, uno tra i vini che meglio rappresenta il volto vivace e conviviale dei rossi dei Colli Piacentini. Da uve Barbera, Bonarda ed una piccolissima percentuale di rare uve rosse locali, si presenta nel calice di un bel colore rosso rubino vivo, accompagnato da una soffice spuma vivace e violacea. Al naso esprime aromi di piccoli frutti a bacca rossa, note floreali, sentori di sottobosco e lievi note speziate, mentre in bocca, il sorso è brioso e appagante, con un frutto croccante e ricco. Un Gutturnio semplice, divertente, brioso, fresco che esprime una vivace freschezza. Dopo la bellissima chiacchierata e la bellissima degustazione, il mio viaggio finisce qui.
Posso dire che per gli amanti dei vini naturali e del metodo ancestrale, qui da Leonardo Bulli farete un viaggio sensoriale particolare, dai sapori naturali e genuini, schietti e vivaci, perché ogni sua etichetta, ogni suo vino è un’autentica Espressione rustica e vivace, piacevole e beverina, di grande semplicità e leggerezza, da bere subito tutte di un fiato nella sua fresca giovinezza.
Ed infine, concludo con una riflessione. Un vero peccato che si parli pochissimo, della Colli Piacentini DOC perché è una vera eccellenza enologica, in un territorio capace di deliziare e sorprendere, coinvolgere e appassionare, con vini piacevoli e versatili e, quindi, meritevole di più visibilità e più valorizzazione.
Francesca Sardelli
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Il viaggio di Francesca
18 Agosto, 2025
Il viaggio di Francesca all'AltaLanga Roma 2025
L’eccellenza delle bollicine nella Capitale
Il viaggio di Francesca vi porta con sé in un’ emozionante viaggio inoltrandoci in una delle DOCG più famose, affascinanti e spettacolari che abbiamo in Italia. Il 16 Giugno, infatti, ero a Roma, allo Spazio Field di Palazzo Brancaccio, invitata all’esclusivo Evento ALTALANGA 2025. Sensazioni forti e tantissima felicità, perché non solo l’onore di questo invito (con me sono venuti due carissimi amici e bravissimi sommelier FIS Andrea Rocca e Andrea Ceri), ma anche perché eravamo all’interno di uno dei luoghi più suggestivi del centro della Capitale per una degustazione “B2B”, completamente dedicata alle Alte Bollicine Piemontesi ed aperta esclusivamente agli operatori del settore: stampa, buyer ed Ho.Re.Ca.
Un meraviglioso evento, solo su invito, in un altrettanto meravigliosa location, dove a tutti noi fortunati presenti è stata data la possibilità di degustare più di 30 produttori associati al Consorzio e oltre 70 etichette, suddivise tra bianchi, rosati e riserve nelle tipologia Brut e pas dosé; essere presenti alle masterclass tenutesi nel corso della giornata, poter vedere nel suo debutto ufficiale l’installazione artistica “ONDE” ed assaggiare il cocktail celebrativo creato per l’evento da uno dei locali più esclusivi di Roma.
Appena arrivata, i doverosi ringraziamenti alla Reitano Consulting per essere stata da loro invitata, ho ritirato il mio badge-stampa, preso il mio calice ed ho pensato….che la “degustazione abbia inizio”. Saloni immensi e corridoi bellissimi, dove, camminando e guardandomi intorno fra calici ed arte, sono stata ben consapevole che l’ unica e sola Regina è stata “Lei”, questa preziosa bollicina nominata “Vino dell’anno Regione Piemonte 2025”.
Sono entrata emozionatissima in questa sala dove erano già presenti tanti operatori, tanti amici del settore, sommeliers, ristoratori, direttori e giornalisti di testate enogastronomiche, “Wine Lovers”, blogger, tutti uniti da un unico comune denominatore: poter degustare e conoscere sempre di più questa meravigliosa bollicina e questo territorio, spettacolare, unico, straordinario e prezioso.
Il primo pensiero è stato Ok Francy! Entra, lasciati andare e lasciati coinvolgere in questo viaggio sensoriale, decidendo d’istinto chi vuoi assaggiare. E’ stato veramente l’imbarazzo della scelta sapendo il numero di produttori-espositori ed il numero delle etichette presenti, così ho seguito il percorso e ho potuto constatare che tutto era stato organizzato alla perfezione, perché le aziende (dai giovani produttori, ai nomi meno noti a quelle famosissime) avevano tutte il proprio banco/degustazione e tutte erano rigorosamente in ordine alfabetico dalla A alla Z: Agricola TT, Banfi, Bera, Bosca, Bricco Maiolica, Cavallero, Clavesana, Cascina Bretta Rossa, Colombo, Contratto, Coppo, Cuvage, Deltetto, Enrico Serafino, Ettore Germano, Ferraris Agricola, Fontanafredda, Gancia, Ghione, Giulio Cocchi, La Torre di Castel Rocchero, Marcalberto, Marco Capra, Mauro Sebaste, Piazzo Comm. Armando, Podere Gagliassi, Rapalino F.lli, San Biagio, Tenuta Caretta, Tenuta Langasco, Tenuta Rocca, Terre del Barolo, Tosti1820 e Vite Colte.
Più mi muovevo e più ero sempre più coinvolta.
Man mano che mi spostavo da un banco-degustazione all’altro, avvicinandomi a conoscere i vari produttori che proponevano le annate attualmente in commercio, ho potuto assaggiare diverse e sorprendenti “interpretazioni” di questi fantastici vini spumanti metodo classico (tutto millesimato e con indicazione della vendemmia in etichetta), prodotti da uve Pinot nero e/o Chardonnay coltivate nell’area collinare delle province di Alessandria, Asti e Cuneo. Ovviamente, fra un calice e l’altro, c’è stato ampio spazio per momenti di relax, foto, prime bozze di appunti, quattro chiacchiere con tanti amici trovati all’evento e l’onore di una degustazioni di olio, olive, formaggi vari.
Alle ore 15.30, in perfetto orario io ed i miei amici eravamo presenti all’ultima “Masterclass” della giornata, perché sempre su invito, i fortunati potevano partecipare all’ esclusive Masterclass tenute dal Sommelier Marco Reitano (sommelier del Ristorante La Pergola – tre stelle Michelin – Roma Cavalieri – The Waldorf Astoria). Una lezione/degustazione snella, interessante, precisa, dove ancora più dettagliatamente abbiamo potuto conoscere l’Alta Langa Docg, in tutto il suo carattere, in tutta la sua autenticità e, soprattutto, come ci ha detto lo stesso Marco Reitano, davanti a noi Una bollicina metodo classico sempre più presente nelle carte dei vini dell’alta ristorazione e tra le preferenze di un pubblico attento ed esigente. In questa sala storica del Palazzo, abbiamo avuto l’onore di conoscere anche il Presidente del Consorzio Alta Langa (Consorzio, nato nel 2001 con l’obiettivo di tutelare questo prodotto), Giovanni Minetti, che ha voluto fortemente questo evento, dando la possibilità ai produttori di incontrare centinaia di operatori, esperti e appassionati nella meravigliosa Roma Finita la Masterclass fra applausi, brindisi e saluti è arrivato il momento di entrare in un’altra salone, dove ha fatto il debutto ufficiale “ONDE”, l’installazione simbolo del territorio dell’ALTALANGA DOCG, creata per raccontare in modo innovativo il luogo di origine di questa bollicina e pensata per essere presente a tutti gli eventi del Consorzio, offrendo le informazioni geografiche e le caratteristiche del territorio. Davanti ad i miei occhi, un plastico moderno, una composizione di sottili strati di legno sovrapposti e verniciati nella tonalità oro. Una installazione perfetta e fedele di tutta l’area e dei vigneti dove viene prodotto il metodo classico piemontese per eccellenza. La nostra giornata a Palazzo Brancaccio è continuata e così siamo andati ad assaggiare il nuovo cocktail creato per l’evento. Per l’occasione, infatti, Giacomo Colamarino, bar/manager di Ai Piani Alti Sottobanco, aperto da pochissimo a Roma nell’esclusiva zona dei Parioli ha creato “Alta Langa Passion”: cocktail esclusivo, con questa spettacolare bollicina, sciroppo di passion fruit, succo di lime, vodka e una guarnitura di lime. Seduta su uno degli sgabelli mentre Colamarino preparava il cocktail ci ha spiegato che lo aveva studiato nei minimi particolari, in quanto, ha definito l’Alta Langa Docg non solo un’eccellenza italiana, ma lo ha trovato un vino capace sorprendente nella sua miscelazione. Con il suo carattere elegante e la sua struttura, infatti, è stata l’ispirazione perfetta per creare un cocktail esclusivo, pensato per celebrare l’incontro fra Piemonte e Roma. Evento finito? Assolutamente no! Siamo tornati nel salone degustazione e, fra una foto di rito ed il calice pronto alle ultime scoperte, ci sono stati scambi di opinioni, il piacere di conoscere ristoratori, brindare con wine bloggers e influencers con cui condividi quotidianamente tanti momenti “social” e l’onore di poter incontrare e conoscere personaggi del settore di livello altissimo, fra cui il maestro Alessandro Scorsone, Oscar Farinetti e poi ancora giornalisti, ristoratori, professori e sommeliers. Alle ore 18, l’evento Alta Langa Roma 2025 si è concluso, ma sarebbe bello se diventasse un appuntamento fisso e ricorrente. È stato veramente un appuntamento importante, un evento speciale che ha consolidato ancora di più il legame fra la Capitale e l’ AltaLanga DOCG, questa denominazioni spettacolare e più promettente del panorama spumantistico italiano di Alta Qualità. Scendendo le scale di Palazzo Brancaccio e concludendo questo meraviglioso viaggio ci siamo detti L’eccellenza delle bollicine ha conquistato decisamente Roma. Francesca Sardelli
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Alle ore 15.30, in perfetto orario io ed i miei amici eravamo presenti all’ultima “Masterclass” della giornata, perché sempre su invito, i fortunati potevano partecipare all’ esclusive Masterclass tenute dal Sommelier Marco Reitano (sommelier del Ristorante La Pergola – tre stelle Michelin – Roma Cavalieri – The Waldorf Astoria). Una lezione/degustazione snella, interessante, precisa, dove ancora più dettagliatamente abbiamo potuto conoscere l’Alta Langa Docg, in tutto il suo carattere, in tutta la sua autenticità e, soprattutto, come ci ha detto lo stesso Marco Reitano, davanti a noi Una bollicina metodo classico sempre più presente nelle carte dei vini dell’alta ristorazione e tra le preferenze di un pubblico attento ed esigente. In questa sala storica del Palazzo, abbiamo avuto l’onore di conoscere anche il Presidente del Consorzio Alta Langa (Consorzio, nato nel 2001 con l’obiettivo di tutelare questo prodotto), Giovanni Minetti, che ha voluto fortemente questo evento, dando la possibilità ai produttori di incontrare centinaia di operatori, esperti e appassionati nella meravigliosa Roma Finita la Masterclass fra applausi, brindisi e saluti è arrivato il momento di entrare in un’altra salone, dove ha fatto il debutto ufficiale “ONDE”, l’installazione simbolo del territorio dell’ALTALANGA DOCG, creata per raccontare in modo innovativo il luogo di origine di questa bollicina e pensata per essere presente a tutti gli eventi del Consorzio, offrendo le informazioni geografiche e le caratteristiche del territorio. Davanti ad i miei occhi, un plastico moderno, una composizione di sottili strati di legno sovrapposti e verniciati nella tonalità oro. Una installazione perfetta e fedele di tutta l’area e dei vigneti dove viene prodotto il metodo classico piemontese per eccellenza. La nostra giornata a Palazzo Brancaccio è continuata e così siamo andati ad assaggiare il nuovo cocktail creato per l’evento. Per l’occasione, infatti, Giacomo Colamarino, bar/manager di Ai Piani Alti Sottobanco, aperto da pochissimo a Roma nell’esclusiva zona dei Parioli ha creato “Alta Langa Passion”: cocktail esclusivo, con questa spettacolare bollicina, sciroppo di passion fruit, succo di lime, vodka e una guarnitura di lime. Seduta su uno degli sgabelli mentre Colamarino preparava il cocktail ci ha spiegato che lo aveva studiato nei minimi particolari, in quanto, ha definito l’Alta Langa Docg non solo un’eccellenza italiana, ma lo ha trovato un vino capace sorprendente nella sua miscelazione. Con il suo carattere elegante e la sua struttura, infatti, è stata l’ispirazione perfetta per creare un cocktail esclusivo, pensato per celebrare l’incontro fra Piemonte e Roma. Evento finito? Assolutamente no! Siamo tornati nel salone degustazione e, fra una foto di rito ed il calice pronto alle ultime scoperte, ci sono stati scambi di opinioni, il piacere di conoscere ristoratori, brindare con wine bloggers e influencers con cui condividi quotidianamente tanti momenti “social” e l’onore di poter incontrare e conoscere personaggi del settore di livello altissimo, fra cui il maestro Alessandro Scorsone, Oscar Farinetti e poi ancora giornalisti, ristoratori, professori e sommeliers. Alle ore 18, l’evento Alta Langa Roma 2025 si è concluso, ma sarebbe bello se diventasse un appuntamento fisso e ricorrente. È stato veramente un appuntamento importante, un evento speciale che ha consolidato ancora di più il legame fra la Capitale e l’ AltaLanga DOCG, questa denominazioni spettacolare e più promettente del panorama spumantistico italiano di Alta Qualità. Scendendo le scale di Palazzo Brancaccio e concludendo questo meraviglioso viaggio ci siamo detti L’eccellenza delle bollicine ha conquistato decisamente Roma. Francesca Sardelli
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Il viaggio di Francesca
17 Agosto, 2025
Vendemmiata Romana 2025: la festa dell’uva all’Orto Botanico di Roma il 14 settembre
Tra storia, natura e tradizione, un evento unico per riscoprire l’antico rito della vendemmia nel cuore verde di Trastevere, con laboratori, degustazioni, musica e visite guidate.
Domenica 14 settembre 2025, l’Orto Botanico di Roma ospita la tanto attesa Vendemmiata Romana, una festa dedicata all’uva e alla vendemmia che affonda le sue radici nella cultura contadina italiana e si anima tra i suggestivi filari del Vigneto Italia. Situato nel cuore di Trastevere, alle pendici del Gianicolo e protetto dalle antiche Mura Aureliane, il Vigneto Italia è il primo museo ampelografico italiano all’aperto, dove sono coltivate 150 varietà di vitigni autoctoni provenienti da tutte le regioni italiane.
L’evento, organizzato da Luca Maroni, noto analista sensoriale, e Francesca Romana Maroni di Sens Eventi, si propone di far rivivere la gioia della vendemmia secondo i metodi biodinamici adottati nel vigneto, che rappresenta un prezioso scrigno di biodiversità e ricerca enologica.
Dalle 9:00 fino alle 18:30, l’Orto Botanico si trasformerà in un vivace polo culturale e festoso, con un programma ricco di attività per tutte le età:
Visite guidate per scoprire i segreti delle collezioni botaniche e del vigneto, dove ogni pianta racconta una storia diversa.
Laboratori didattici per bambini e adulti, con esperienze interattive per conoscere il ciclo della vite e la lavorazione dell’uva.
Cacce al tesoro e giochi dedicati alle famiglie, per un divertimento educativo immerso nella natura.
Degustazioni di vini, con protagonisti il Somma Sapienza — un blend unico di 76 varietà di uve in rosso e 79 in bianco — prodotto dall’azienda Federici in un progetto di microvinificazione che valorizza le differenze territoriali italiane.
Street food a km zero, per assaporare la tradizione culinaria romana e italiana in versione gourmet.
Il momento clou sarà la vendemmia collettiva aperta al pubblico alle ore 12:00, durante la quale esperti viticoltori guideranno i partecipanti nella raccolta dell’uva ormai pronta, accompagnando alla pratica antichi canti e balli che richiamano l’atmosfera delle tradizioni agresti italiane.
Il Somma Sapienza, nato dalla vendemmia raccolta a settembre 2022, rappresenta una vera sfida enologica: una microvinificazione complessa, dove la gestione attenta della fermentazione a bassa temperatura conserva intensità aromatica, freschezza e leggerezza, esaltando profumi di ciliegia, marasca e note balsamiche nel rosso, e un equilibrio morbido e acidulo nel bianco.
La Vendemmiata Romana 2025 non è solo una festa, ma un’esperienza di condivisione e riappropriazione delle radici culturali italiane, un’occasione per immergersi nella bellezza di un luogo unico, dove natura e storia si fondono per celebrare la terra e i suoi frutti.
Per partecipare è obbligatoria la prenotazione sul posto e il biglietto di ingresso è di 12 euro (gratuito per bambini fino a 8 anni). Gli animali non sono ammessi per tutela delle collezioni botaniche.
Per maggiori informazioni e dettagli sul programma è possibile visitare il sito ufficiale dell’evento: www.senseventi.com/vendemmiata-romana.
La Redazione
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