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20 Dicembre, 2025
Follador Prosecco dal 1769 premiata alla Vinoway Selection 2026 per il miglior “metodo italiano” che porta il nome di Gianfranco Follador
Il Nani dei Berti Brut Millesimato DOCG Prosecco Superiore Valdobbiadene 2024 conquista la giuria grazie all’unicità del Metodo Gianfranco Follador®.
La storica azienda Follador Prosecco dal 1769 si è aggiudicata un prestigioso riconoscimento alla Vinoway Selection 2026, venendo premiata per il miglior “Metodo Italiano” con il Nani dei Berti Brut Millesimato DOCG Prosecco Superiore Valdobbiadene 2024, espressione dell’unicità del Metodo Gianfranco Follador®. La Vinoway Selection nasce per dare voce ai vini capaci di raccontare storia, territorio e personalità di chi li produce, valorizzando il lavoro dei produttori italiani attraverso una selezione attenta e condivisa.
Il 28 novembre, nelle eleganti sale del Castello Monaci Resort, produttori, enologi, sommelier, professionisti e appassionati hanno trasformato la giornata in un palcoscenico di emozioni, entusiasmo e confronto. All’interno delle diverse categorie premiate per celebrare il vino italiano, quella dedicata al “Metodo Italiano” ha visto emergere Follador Prosecco dal 1769, riconoscendo al Nani dei Berti Brut Millesimato il ruolo di ambasciatore di uno stile che unisce precisione tecnica e forte identità territoriale.
Premiare il migliore significa valorizzare talento e impegno, trasformando ogni calice in un racconto unico. In questo contesto, il Nani dei Berti Brut Millesimato DOCG Prosecco Superiore Valdobbiadene 2024 si distingue per il suo carattere armonioso e raffinato e per la capacità di trasportare chi lo assaggia tra le colline di Valdobbiadene, tra profumi, sfumature e sensazioni che restituiscono un territorio vivo e sorprendente.
Cristina Follador, Sales and Marketing Manager di Follador Prosecco dal 1769
Ricevere questo premio è una gioia enorme e una conferma del nostro impegno quotidiano per far conoscere la qualità del nostro prodotto e del Metodo Gianfranco Follador®, un equilibrio tra tecnica, rigore scientifico e rispetto del frutto.
Nel panorama del Conegliano Valdobbiadene, dove la tradizione è spesso il primo biglietto da visita, Follador Prosecco dal 1769 si distingue per un approccio personale e innovativo, frutto di studio, intuizione e volontà di rinnovarsi restando fedeli all’essenza del territorio. Cuore di questa visione è il Metodo Gianfranco Follador®, protocollo tecnico registrato che va oltre la semplice sequenza produttiva e rappresenta la sintesi evoluta di un pensiero agricolo, enologico e culturale nato per preservare l’integrità del frutto e restituire al calice la purezza originaria dell’uva.
L’intuizione che ha portato allo sviluppo del Metodo nasce da un’esperienza concreta vissuta dall’enologa Francesca Follador e dal fratello Michele durante un corso intensivo a Montpellier, dove emerse con chiarezza come l’innalzamento delle temperature stesse compromettendo la tenuta aromatica del mosto. Non bastava intervenire nella sola presa di spuma: bisognava ripensare le fasi iniziali della vinificazione, a partire dalla pigiatura, quando la materia è più viva e vulnerabile.
Da questa esigenza è nato un percorso di ricerca tecnica che ha coinvolto fornitori specializzati di gas criogenici, portando alla messa a punto di un sistema in grado di abbattere drasticamente l’ossidazione precoce del pigiato: un primo step a temperatura controllata, in assenza di ossigeno, per bloccare l’avvio delle reazioni che danneggiano freschezza e complessità aromatica. A questo segue una crio-macerazione delicata, in cui le bucce restano a contatto con il mosto per un tempo breve ma strategico, sufficiente a estrarre struttura, mineralità e precursori aromatici senza perdere finezza.
Il terzo momento chiave è un affinamento prolungato in autoclave, ben oltre i tempi minimi del metodo Martinotti-Charmat, che permette una presa di spuma più lunga e fine e dona ai vini perlage elegante, texture cremosa e maggiore profondità al sorso. A questi tre passaggi si aggiungono alcune fasi interne mantenute riservate, che completano l’originalità del Metodo e ne custodiscono il carattere distintivo, dando vita a uno stile riconoscibile fatto di grande pulizia gustativa, equilibrio naturale e aromi netti ma mai invadenti.
Tutta la produzione della cantina – dai cru come Torri di Credazzo, espressione pura della collina più iconica della tenuta, fino alle cuvée a dosaggio zero come XZERO, apprezzate anche all’estero – nasce seguendo questo Metodo, che ormai rappresenta una delle firme più riconoscibili del marchio. Più che un semplice protocollo tecnico, il Metodo Gianfranco Follador® è una dichiarazione di identità: afferma una differenza sostanziale nella narrazione del Prosecco, con una gamma di spumanti distintivi, complessi e raffinati, capaci di coniugare il piacere del bere con una profonda cultura del fare.
La Redazione
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20 Dicembre, 2025
Fonzone Caccese: vini sartoriali dall’Irpinia, 10 etichette monovarietali tra Taurasi, Fiano e Greco
30 ettari a Paternopoli con Aglianico, Falanghina e sostenibilità verso la certificazione bio
Nel cuore della DOCG Taurasi a Paternopoli (AV), Fonzone Caccese produce 10 vini monovarietali su 30 ettari di colline tra 360-650 m/slm, con suoli argilloso-calcarei, polvere vulcanica e microclima fresco. Fondata nel 2005 da Lorenzo Fonzone Caccese, oggi è guidata dalla nuova generazione (Silvia Campagnuolo Fonzone e familiari), con enologo Luca D’Attoma verso la certificazione bio.
VINI ROSS I E ROSATO (Aglianico):
Legare Taurasi DOCG Riserva: contemporaneo, evoluzione di Mattoda’ Irpinia DOC Campi Taurasini
Scorzagalline Taurasi DOCG Riserva: strutturato, complesso, longevo
Mattoda’ Irpinia DOC Campi Taurasini: sensuale, avvolgente
Fonsé Irpinia Rosato DOC: fresco, minerale, sapido
VINI BIANCHI:
Le Mattine Falanghina Irpinia DOC: rotonda, pasticceria secca
Fiano d’Avellino DOCG: elegante, viscoso, persistente (San Potito Ultra)
Sequoia Fiano d’Avellino DOCG Riserva: dolcezza/acidità equilibrata, tostato (Parolise)
Greco di Tufo DOCG: succoso, albicocca secca
Oikois Greco di Tufo DOCG Riserva: strutturato, profumato (Altavilla Irpina/Tufo)
ELLE EFF E CI: 1000 bottiglie annue dalla micro-vinificazione migliore, dedicato al fondatore (Greco di Tufo Riserva 2020 Platinum Merano Wine Festival).
Viticoltura sostenibile: no diserbanti, concimi organici, sovesci, potatura bassa resa, inerbimento per biodiversità e impollinatori. Cantina ipogea da Sifola & Sposato Architetti. www.fonzone.it
La Redazione
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20 Dicembre, 2025
Nettare dei Santi presenta DOMM: bollicine Metodo Classico “Made in Milano” per il brindisi delle feste
Dal cuore dei Colli di San Colombano al Lambro un vino spumante elegante e territoriale
Per le festività natalizie, la storica cantina Nettare dei Santi, situata nei colli di San Colombano al Lambro vicino a Milano, propone la linea di bollicine DOMM Metodo Classico Millesimato, un omaggio raffinato alla città di Milano.
Il DOMM è uno spumante VSQ (Vino Spumante di Qualità) prodotto con 80% Chardonnay e 20% Pinot Nero, da uve raccolte manualmente e lavorate con tecniche delicate, tra cui pressatura soffice e fermentazione a temperatura controllata. L’affinamento dura 30 mesi sui lieviti, seguito da un ulteriore riposo di circa quattro mesi in bottiglia.
Alla vista si presenta giallo paglierino luminoso con perlage fine e continuo; al naso un bouquet complesso di fiori bianchi, frutta fresca, note di mela, pera, accenni di agrumi, crosta di pane e mandorla fresca. Al palato sorprende per equilibrio, freschezza, finezza e persistenza con richiami erbacei e minerali.
DOMM è ideale come aperitivo elegante e come accompagnamento a piatti delicati di pesce, carni bianche e primi piatti raffinati.
Oltre alle bollicine, Nettare dei Santi propone anche rossi come il Franco Riccardi IGP Colline Milanesi 2022 (blend di Merlot e Cabernet Sauvignon), intensi e armonici, adatti a piatti natalizi importanti, e bianchi freschi come la Verdea, ideali per antipasti e pesce.
Fondata nel 1948, la cantina si estende su 35 ettari coltivati con uve autoctone (Verdea, Barbera, Croatina, Uva Rara) e internazionali (Pinot Nero), sempre con attenzione a sostenibilità, qualità e legame con il territorio lombardo. La filosofia di Nettare dei Santi è radicata nella storia della famiglia Riccardi, che dagli inizi del ‘900 ha trasformato la passione di vinificare le proprie uve in una realtà di riferimento lombarda.
La Redazione
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20 Dicembre, 2025
Nativa. Il mio primo viaggio nella cucina vegana
La sera era di quelle che Roma veste a dicembre: fredda, pulita, con l’aria che spinge a cercare riparo. Parcheggio in via Umberto Moricca, siamo in Valle Aurelia, un angolo di città che non conoscevo.
Resto qualche secondo in macchina, come se quel respiro sospeso potesse prepararmi a ciò che sta per accadere. Nativa non mi è nuova.
Da tempo mi accompagna, prima come immagine, poi come voce. E da mesi Valerio, il suo titolare, appare sullo schermo del telefono con la stessa naturalezza con cui si entra in casa di qualcuno: messaggi, scambi veloci, curiosità condivise. È lì che l’ho conosciuto – attraverso il filtro luminoso di un telefono – ed è lì che per la prima volta ho pensato: prima o poi devo venire da loro. Questa sera, finalmente, quel “prima o poi” accade. La luce dell’insegna di Nativa riluce sul marciapiede umido.
Entro. Valerio mi viene incontro con un sorriso largo, sincero. Mi abbraccia come si fa con qualcuno che si aspettava da tempo. Finalmente sei venuto a conoscerci dice. Gli rispondo che sì, ci voleva coraggio, che questo è il mio primo ristorante vegano. Lui ride. Allora mettiti comodo. Perché mangiare resta un rito, e un rito va onorato. Mi racconta di essere siciliano, vegano dal 2016. Lo guardo incuriosito e gli chiedo, quasi d’istinto: Ma come fa un siciliano, con tutta la vostra tradizione gastronomica, a diventare vegano? Valerio scoppia a ridere, di quella risata che scioglie ogni imbarazzo. Per scelta etica, risponde. E pensa che non mi ha mai tolto nulla. Ho solo imparato a raccontare la mia terra in un’altra lingua. Mentre parla, la Sicilia sembra affiorare nelle sue parole: non nei piatti della tradizione, ma nella memoria del gusto, nella luce, nelle spezie, nella generosità dei sapori.
Una lingua nuova, sì, ma profondamente identitaria. Stasera ti faccio provare la mia kombucha preferita, dice. Scompare un attimo e torna con una bottiglia rosa tenue: Kombucha Signature Rosé all’uva e bergamotto di Intro Foods. Sono ragazzi con i piedi per terra e la testa piena di idee. Solo batteri buoni e buone vibrazioni, sorride. L’inizio morbido di un viaggio Una ragazza gentile posa davanti a me un’amuse-bouche dello chef: una frittellina di lievito madre con porri, zucca e carote. La prendo con le mani. La bocca si riempie subito di una dolcezza vegetale: la zucca e le carote sciolgono le difese, mentre i porri – delicati, quasi gentili – portano una nota aromatica morbida, avvolgente. Valerio interviene: Vitamine, fibre, minerali… e un assaggio di ciò che siamo. Poi arriva un piatto che è un piccolo percorso dentro gli antipasti.
Valerio, sorridendo, mi dice di aver chiesto in cucina di prepararne uno speciale, con tutti i loro antipasti insieme, così da farmeli assaggiare uno per uno. Il primo su cui si posa la mia forchetta è un flan di spinaci, cipolle al curry con sopra cipolla croccante e sotto un gel al limone.
È delicato, delizioso: il sapore verde degli spinaci incontra la dolcezza calda delle cipolle, mentre la cipolla croccante rompe la morbidezza del flan e regala una masticazione più viva, più dinamica.
Il gel al limone, nascosto sotto come una piccola sorpresa, arriva a fine boccone: una freschezza netta, pulita, che solleva il piatto e gli dà una verticalità luminosa. A seguire, con le mani, prendo quello che Valerio mi ha presentato come un antipasto a cui non avrei saputo resistere.
Un crostone di pane a lievitazione naturale con non-lardo di mela e cipolla al pepe, e sopra pezzetti di zucca alla paprika.
Che dire: una delizia per il palato. Il pane è caldo, vivo, con quella crosta che scricchiola appena prima di cedere. Il non-lardo di mela si scioglie in bocca, dolce e rotondo, mentre la cipolla porta una nota più verticale, pepata, che accende il boccone.
La zucca alla paprika chiude il morso con una speziatura morbida, appena affumicata.
L’ho mangiato in due morsi. A seguire una polpetta di soia con salsa di arachidi, morbida già al primo tocco della forchetta.
In bocca si apre con il sapore pieno delle arachidi, caldo, rassicurante, con quella dolcezza naturale appena accennata che stempera la nota tostata del legume.
La salsa la avvolge come un mantello: grassa quanto basta, avvolgente, morbida, una cremosità che resta al palato e prolunga il sapore senza appesantire.
È un boccone che scalda, che consola, che ha la rotondità di qualcosa di semplice ma fatto con cura. Poi, in una piccola ciotola, ci sono dei nuggets con funghi champignon croccanti, dorati appena, con quella superficie che invita al morso.
Accanto, una salsa barbecue alla castagna, scura, lucida, profumata.
Mi diverto a intingerli: il crunch dei funghi si unisce alla dolcezza affumicata della castagna, una nota piena e autunnale che avvolge il boccone.
È un assaggio semplice, immediato, quasi giocoso — uno di quelli che riportano per un attimo a un gesto infantile, istintivo, spontaneo. E per finire arrivano due formaggi, fatti da loro — e già questo mi lascia senza parole. I formaggi sono la mia passione, e non avrei mai pensato che un ristorante vegano potesse crearli con questa cura.
Valerio ci tiene a sottolinearlo subito: «Non c’è nulla di animale nella loro creazione.» Il primo è uno spalmabile di anacardi e tofu, buonissimo: setoso, fresco, con quella cremosità che avvolge il palato senza appesantirlo.
Il secondo è un pezzetto di formaggio stagionato al pepe, più deciso, più verticale, con una nota aromatica che si apre lentamente e lascia una scia pulita, elegante. Li assaggio e per un attimo mi mancano le parole: è come se questo piatto chiudesse davvero il cerchio del mio ingresso nel mondo vegano. Dopo un antipasto così — ricco, vario, sorprendente — mi complimento con Valerio per la bontà di ogni piccola porzione.
Lui sorride e mi avverte: «Preparati, perché ora inizia il bello.» Ed ecco che su un bel piatto scuro mi viene servito un raviolo con noci e gorgonzola.
Valerio ci tiene a precisare che i ravioli sono fatti a mano da loro, senza uova. Il ripieno è una crema di noci, piena, vellutata, mentre il “gorgonzola” che la accompagna è in realtà una salsa di erborinato vegetale, profumata, intensa, costruita per ricordare la complessità del formaggio senza imitarlo. Il raviolo è grande, morbido sotto la forchetta; quando lo apro, la crema di noci esce lenta, color sabbia, con un profumo caldo che sa di frutta secca tostata.
La salsa vegetale che lo avvolge ha una nota blu evidente: salina, leggermente piccante, quasi ferrosa. Accanto, una pera confit, lucida, ambrata.
La assaggio subito, senza lasciarmela sfuggire: è morbida, dolce, con una verticalità fresca che alleggerisce il piatto e lo rende quasi elegante, come un contrappunto ben piazzato in una melodia più piena. Il boccone completo — pasta, noci, erborinato, pera — è un equilibrio sorprendente: rotondo, profondo, costruito su contrasti che non vogliono imitare nulla, ma raccontare un’identità nuova. E mentre la kombucha scende e mi regala un piacere in bocca che non avevo mai provato, mi arriva il secondo piatto. Valerio me lo presenta: “Gnocchi all’essenza di zucca”.
Mi racconta che sono fatti con tutto quello che c’è nella zucca, compresi i semi, con i quali viene creata la cremina che li avvolge insieme alla salvia.
Hanno anche un dressing di buccia di zucca delica e foglioline di salvia fritte che aggiungono un tocco croccante, aromatico. Quando li assaggio, la sorpresa è immediata:
la polpa dà morbidezza, i semi regalano una rotondità tostata, mentre la buccia trasformata in crema porta una profondità più rustica.
La salvia — fresca, fritta, avvolgente — lega tutto con un profumo caldo, quasi resinoso.
Gli gnocchi sono gentili, soffici, con quella dolcezza naturale che la zucca concede solo quando viene trattata con rispetto. Finito l’ultimo boccone, Valerio torna al tavolo, appoggiando una mano sullo schienale della sedia come farebbe un oste di una volta. Allora, come secondo cosa vuoi provare? Ho visto una cosa in foto che non posso credere non sia carne, gli dico. C’è scritto tataki di bistecca vegetale. Sono troppo curioso di provarla. Valerio sorride, complice. Bene. Allora te lo faccio assaggiare con grande piacere. Dopo qualche minuto arriva il mio piatto che desideravo dal primo momento in cui l’avevo visto in foto: la tataki di bistecca vegetale.
Valerio me la presenta con orgoglio: «È una bistecca Planted, 100% vegetale, senza alcun ingrediente di origine animale.»
Nel piatto, accanto al taglio scottato, con curiosità scopro che ci sono carote crude alla coreana, disposte come un piccolo decoro, ma irresistibili da mangiare, e una salsa di soia, wasabi e sesamo che profuma già a distanza. Il primo assaggio spiazza, come se il palato avesse bisogno di un secondo per capire cosa sta succedendo.
La bistecca ha un sapore pulito, tostato, costruito più sul calore che sulla materia.
Al primo morso emerge subito una nota di cereale tostato, che ricorda il pane scuro appena passato sulla piastra; subito dopo arriva una sapidità misurata, presente ma mai invadente. La struttura è regolare, compatta ma cedevole, con una masticazione ordinata che non oppone resistenza: si comporta bene, tiene il morso, ma si lascia attraversare.
Sotto la tostatura, si percepisce una profondità vegetale, fatta di sfumature leggermente affumicate e di un umami discreto, quasi trattenuto. Il finale è asciutto e persistente, un finale che lascia spazio al condimento e al gesto del cuoco, assorbendo grassi, spezie e salse senza sovrastarle.
È un sapore che non cerca la memoria della carne: non la inseguirà mai.
Costruisce invece una propria identità, sobria, lineare, coerente con ciò che vuole essere. Valerio torna sorridendo, con quell’aria complice che ormai riconosco. Un piccolo regalo dello chef… non potevi non provarlo», dice mentre posa davanti a me un piatto. È un arrostici-no — ci tiene a sottolineare il “no”, perché in realtà non ha nulla a che vedere con la carne. Si tratta di un arrosticino di tempeh di ceci, marinato e speziato, servito con funghetti trifolati. Lo metto in bocca e il sapore si apre subito, stratificato e sorprendente, profondo: nasce dall’incontro tra fermentazione, calore e spezie.
Il primo morso rivela una nota piena e leggermente acidula del tempeh, con un fondo di legume cotto che ricorda la farina di ceci tostata.
La marinatura aggiunge una sapidità calda, fatta di spezie che non pungono ma avvolgono; la griglia porta sentori di pane abbrustolito e un filo di fumo leggero. I funghetti trifolati completano il quadro: portano un’umidità terrosa, una rotondità umami che si insinua tra le fibre del tempeh, ammorbidendone la struttura e allungando il gusto.
In bocca l’insieme è succoso senza essere grasso, con una masticazione gentile. Valerio mi dice che per i dolci c’è l’imbarazzo della scelta, perché in cucina hanno una pastry chef bravissima.
Sorride, si avvicina, e aggiunge: «Secondo me Sinfonia d’autunno ti lascerà senza parole.» Quando torna al tavolo, posa davanti a me il piatto e me lo presenta uno per uno:
sponge al cacao e nocciola, croccante al pralinato, ganache montata alla nocciola, cachi sciroppati, riduzione di vino rosso al cacao.
Gli dico subito: «Non potevi scegliere di meglio, per uno come me che ama il cioccolato.» Affondo il cucchiaio e la sponge al cacao cede subito, leggera, quasi a scomparire. È soffice, umida, con un amaro gentile che apre il palato senza appesantirlo.
Subito sotto incontro la nocciola croccante al pralinato: il morso cambia ritmo, diventa netto, tostato, con una dolcezza più profonda, quasi caramellata, che contrasta con la morbidezza iniziale. La ganache montata alla nocciola avvolge tutto. È fresca, cremosa; entra lenta e pulita, portando una rotondità lattiginosa e una persistenza elegante di frutta secca.
Poi arrivano i cachi sciroppati, morbidi e luminosi: aggiungono una dolcezza solare, polposa, leggermente mielata, che alleggerisce l’insieme e lo rende più verticale. In chiusura, la riduzione di vino rosso al cacao lega ogni elemento. È densa, scura, appena acida, con un ritorno vinoso che pulisce la bocca e richiama l’amaro del cacao.
Il finale è lungo, equilibrato, mai stucchevole. È un dolce che si mangia per contrasti: soffice e croccante, caldo e fresco, dolce e amaro.
Un cucchiaio tira l’altro non per golosità, ma per curiosità, come se ogni strato volesse raccontare la sua parte della storia. Dopo un dolce del genere mi alzo, ancora con quel sapore che resta, lieve, in fondo al palato.
Stringo la mano a Valerio.
«Felice di essere entrato nel tuo mondo vegano,» gli dico. «Davvero eccezionale.»
Lui sorride, quel sorriso che accompagna tutta la serata, e acconsente subito quando gli chiedo una foto.
Ci mettiamo in posa, sorridenti, come se questo incontro fosse qualcosa da fissare, non solo da ricordare. Poi gli dico: «Ora però la chef me la devi presentare.»
Entriamo in cucina, dove il calore dei fuochi e dei profumi si mescola alla quiete della fine servizio.
Mi viene incontro una signora dai capelli corti e grigi, gli occhi gentili di chi osserva il mondo con cura.
Mi stringe la mano con grazia.
«Complimenti,» le dico. «Una cucina che mi ha insegnato un mondo che non conoscevo.» Quando esco, la porta si richiude alle mie spalle e il freddo della sera mi avvolge tutto d’un colpo.
Ma dentro porto una sensazione diversa: quella di aver attraversato un luogo caldo, accogliente, dove ogni piatto racconta una storia che vale la pena ascoltare.
Un posto che non chiede di convincerti:
si limita ad aprire le sue porte, e ti mostra chi è.
E quando esci, ti accorgi che qualcosa, anche solo un dettaglio, ti è rimasto addosso. Roberto Silvio De Pascale Mi trovi su Instagram come unpuglieseinterrapontina Il buon vivere
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Resto qualche secondo in macchina, come se quel respiro sospeso potesse prepararmi a ciò che sta per accadere. Nativa non mi è nuova.
Da tempo mi accompagna, prima come immagine, poi come voce. E da mesi Valerio, il suo titolare, appare sullo schermo del telefono con la stessa naturalezza con cui si entra in casa di qualcuno: messaggi, scambi veloci, curiosità condivise. È lì che l’ho conosciuto – attraverso il filtro luminoso di un telefono – ed è lì che per la prima volta ho pensato: prima o poi devo venire da loro. Questa sera, finalmente, quel “prima o poi” accade. La luce dell’insegna di Nativa riluce sul marciapiede umido.
Entro. Valerio mi viene incontro con un sorriso largo, sincero. Mi abbraccia come si fa con qualcuno che si aspettava da tempo. Finalmente sei venuto a conoscerci dice. Gli rispondo che sì, ci voleva coraggio, che questo è il mio primo ristorante vegano. Lui ride. Allora mettiti comodo. Perché mangiare resta un rito, e un rito va onorato. Mi racconta di essere siciliano, vegano dal 2016. Lo guardo incuriosito e gli chiedo, quasi d’istinto: Ma come fa un siciliano, con tutta la vostra tradizione gastronomica, a diventare vegano? Valerio scoppia a ridere, di quella risata che scioglie ogni imbarazzo. Per scelta etica, risponde. E pensa che non mi ha mai tolto nulla. Ho solo imparato a raccontare la mia terra in un’altra lingua. Mentre parla, la Sicilia sembra affiorare nelle sue parole: non nei piatti della tradizione, ma nella memoria del gusto, nella luce, nelle spezie, nella generosità dei sapori.
Una lingua nuova, sì, ma profondamente identitaria. Stasera ti faccio provare la mia kombucha preferita, dice. Scompare un attimo e torna con una bottiglia rosa tenue: Kombucha Signature Rosé all’uva e bergamotto di Intro Foods. Sono ragazzi con i piedi per terra e la testa piena di idee. Solo batteri buoni e buone vibrazioni, sorride. L’inizio morbido di un viaggio Una ragazza gentile posa davanti a me un’amuse-bouche dello chef: una frittellina di lievito madre con porri, zucca e carote. La prendo con le mani. La bocca si riempie subito di una dolcezza vegetale: la zucca e le carote sciolgono le difese, mentre i porri – delicati, quasi gentili – portano una nota aromatica morbida, avvolgente. Valerio interviene: Vitamine, fibre, minerali… e un assaggio di ciò che siamo. Poi arriva un piatto che è un piccolo percorso dentro gli antipasti.
Valerio, sorridendo, mi dice di aver chiesto in cucina di prepararne uno speciale, con tutti i loro antipasti insieme, così da farmeli assaggiare uno per uno. Il primo su cui si posa la mia forchetta è un flan di spinaci, cipolle al curry con sopra cipolla croccante e sotto un gel al limone.
È delicato, delizioso: il sapore verde degli spinaci incontra la dolcezza calda delle cipolle, mentre la cipolla croccante rompe la morbidezza del flan e regala una masticazione più viva, più dinamica.
Il gel al limone, nascosto sotto come una piccola sorpresa, arriva a fine boccone: una freschezza netta, pulita, che solleva il piatto e gli dà una verticalità luminosa. A seguire, con le mani, prendo quello che Valerio mi ha presentato come un antipasto a cui non avrei saputo resistere.
Un crostone di pane a lievitazione naturale con non-lardo di mela e cipolla al pepe, e sopra pezzetti di zucca alla paprika.
Che dire: una delizia per il palato. Il pane è caldo, vivo, con quella crosta che scricchiola appena prima di cedere. Il non-lardo di mela si scioglie in bocca, dolce e rotondo, mentre la cipolla porta una nota più verticale, pepata, che accende il boccone.
La zucca alla paprika chiude il morso con una speziatura morbida, appena affumicata.
L’ho mangiato in due morsi. A seguire una polpetta di soia con salsa di arachidi, morbida già al primo tocco della forchetta.
In bocca si apre con il sapore pieno delle arachidi, caldo, rassicurante, con quella dolcezza naturale appena accennata che stempera la nota tostata del legume.
La salsa la avvolge come un mantello: grassa quanto basta, avvolgente, morbida, una cremosità che resta al palato e prolunga il sapore senza appesantire.
È un boccone che scalda, che consola, che ha la rotondità di qualcosa di semplice ma fatto con cura. Poi, in una piccola ciotola, ci sono dei nuggets con funghi champignon croccanti, dorati appena, con quella superficie che invita al morso.
Accanto, una salsa barbecue alla castagna, scura, lucida, profumata.
Mi diverto a intingerli: il crunch dei funghi si unisce alla dolcezza affumicata della castagna, una nota piena e autunnale che avvolge il boccone.
È un assaggio semplice, immediato, quasi giocoso — uno di quelli che riportano per un attimo a un gesto infantile, istintivo, spontaneo. E per finire arrivano due formaggi, fatti da loro — e già questo mi lascia senza parole. I formaggi sono la mia passione, e non avrei mai pensato che un ristorante vegano potesse crearli con questa cura.
Valerio ci tiene a sottolinearlo subito: «Non c’è nulla di animale nella loro creazione.» Il primo è uno spalmabile di anacardi e tofu, buonissimo: setoso, fresco, con quella cremosità che avvolge il palato senza appesantirlo.
Il secondo è un pezzetto di formaggio stagionato al pepe, più deciso, più verticale, con una nota aromatica che si apre lentamente e lascia una scia pulita, elegante. Li assaggio e per un attimo mi mancano le parole: è come se questo piatto chiudesse davvero il cerchio del mio ingresso nel mondo vegano. Dopo un antipasto così — ricco, vario, sorprendente — mi complimento con Valerio per la bontà di ogni piccola porzione.
Lui sorride e mi avverte: «Preparati, perché ora inizia il bello.» Ed ecco che su un bel piatto scuro mi viene servito un raviolo con noci e gorgonzola.
Valerio ci tiene a precisare che i ravioli sono fatti a mano da loro, senza uova. Il ripieno è una crema di noci, piena, vellutata, mentre il “gorgonzola” che la accompagna è in realtà una salsa di erborinato vegetale, profumata, intensa, costruita per ricordare la complessità del formaggio senza imitarlo. Il raviolo è grande, morbido sotto la forchetta; quando lo apro, la crema di noci esce lenta, color sabbia, con un profumo caldo che sa di frutta secca tostata.
La salsa vegetale che lo avvolge ha una nota blu evidente: salina, leggermente piccante, quasi ferrosa. Accanto, una pera confit, lucida, ambrata.
La assaggio subito, senza lasciarmela sfuggire: è morbida, dolce, con una verticalità fresca che alleggerisce il piatto e lo rende quasi elegante, come un contrappunto ben piazzato in una melodia più piena. Il boccone completo — pasta, noci, erborinato, pera — è un equilibrio sorprendente: rotondo, profondo, costruito su contrasti che non vogliono imitare nulla, ma raccontare un’identità nuova. E mentre la kombucha scende e mi regala un piacere in bocca che non avevo mai provato, mi arriva il secondo piatto. Valerio me lo presenta: “Gnocchi all’essenza di zucca”.
Mi racconta che sono fatti con tutto quello che c’è nella zucca, compresi i semi, con i quali viene creata la cremina che li avvolge insieme alla salvia.
Hanno anche un dressing di buccia di zucca delica e foglioline di salvia fritte che aggiungono un tocco croccante, aromatico. Quando li assaggio, la sorpresa è immediata:
la polpa dà morbidezza, i semi regalano una rotondità tostata, mentre la buccia trasformata in crema porta una profondità più rustica.
La salvia — fresca, fritta, avvolgente — lega tutto con un profumo caldo, quasi resinoso.
Gli gnocchi sono gentili, soffici, con quella dolcezza naturale che la zucca concede solo quando viene trattata con rispetto. Finito l’ultimo boccone, Valerio torna al tavolo, appoggiando una mano sullo schienale della sedia come farebbe un oste di una volta. Allora, come secondo cosa vuoi provare? Ho visto una cosa in foto che non posso credere non sia carne, gli dico. C’è scritto tataki di bistecca vegetale. Sono troppo curioso di provarla. Valerio sorride, complice. Bene. Allora te lo faccio assaggiare con grande piacere. Dopo qualche minuto arriva il mio piatto che desideravo dal primo momento in cui l’avevo visto in foto: la tataki di bistecca vegetale.
Valerio me la presenta con orgoglio: «È una bistecca Planted, 100% vegetale, senza alcun ingrediente di origine animale.»
Nel piatto, accanto al taglio scottato, con curiosità scopro che ci sono carote crude alla coreana, disposte come un piccolo decoro, ma irresistibili da mangiare, e una salsa di soia, wasabi e sesamo che profuma già a distanza. Il primo assaggio spiazza, come se il palato avesse bisogno di un secondo per capire cosa sta succedendo.
La bistecca ha un sapore pulito, tostato, costruito più sul calore che sulla materia.
Al primo morso emerge subito una nota di cereale tostato, che ricorda il pane scuro appena passato sulla piastra; subito dopo arriva una sapidità misurata, presente ma mai invadente. La struttura è regolare, compatta ma cedevole, con una masticazione ordinata che non oppone resistenza: si comporta bene, tiene il morso, ma si lascia attraversare.
Sotto la tostatura, si percepisce una profondità vegetale, fatta di sfumature leggermente affumicate e di un umami discreto, quasi trattenuto. Il finale è asciutto e persistente, un finale che lascia spazio al condimento e al gesto del cuoco, assorbendo grassi, spezie e salse senza sovrastarle.
È un sapore che non cerca la memoria della carne: non la inseguirà mai.
Costruisce invece una propria identità, sobria, lineare, coerente con ciò che vuole essere. Valerio torna sorridendo, con quell’aria complice che ormai riconosco. Un piccolo regalo dello chef… non potevi non provarlo», dice mentre posa davanti a me un piatto. È un arrostici-no — ci tiene a sottolineare il “no”, perché in realtà non ha nulla a che vedere con la carne. Si tratta di un arrosticino di tempeh di ceci, marinato e speziato, servito con funghetti trifolati. Lo metto in bocca e il sapore si apre subito, stratificato e sorprendente, profondo: nasce dall’incontro tra fermentazione, calore e spezie.
Il primo morso rivela una nota piena e leggermente acidula del tempeh, con un fondo di legume cotto che ricorda la farina di ceci tostata.
La marinatura aggiunge una sapidità calda, fatta di spezie che non pungono ma avvolgono; la griglia porta sentori di pane abbrustolito e un filo di fumo leggero. I funghetti trifolati completano il quadro: portano un’umidità terrosa, una rotondità umami che si insinua tra le fibre del tempeh, ammorbidendone la struttura e allungando il gusto.
In bocca l’insieme è succoso senza essere grasso, con una masticazione gentile. Valerio mi dice che per i dolci c’è l’imbarazzo della scelta, perché in cucina hanno una pastry chef bravissima.
Sorride, si avvicina, e aggiunge: «Secondo me Sinfonia d’autunno ti lascerà senza parole.» Quando torna al tavolo, posa davanti a me il piatto e me lo presenta uno per uno:
sponge al cacao e nocciola, croccante al pralinato, ganache montata alla nocciola, cachi sciroppati, riduzione di vino rosso al cacao.
Gli dico subito: «Non potevi scegliere di meglio, per uno come me che ama il cioccolato.» Affondo il cucchiaio e la sponge al cacao cede subito, leggera, quasi a scomparire. È soffice, umida, con un amaro gentile che apre il palato senza appesantirlo.
Subito sotto incontro la nocciola croccante al pralinato: il morso cambia ritmo, diventa netto, tostato, con una dolcezza più profonda, quasi caramellata, che contrasta con la morbidezza iniziale. La ganache montata alla nocciola avvolge tutto. È fresca, cremosa; entra lenta e pulita, portando una rotondità lattiginosa e una persistenza elegante di frutta secca.
Poi arrivano i cachi sciroppati, morbidi e luminosi: aggiungono una dolcezza solare, polposa, leggermente mielata, che alleggerisce l’insieme e lo rende più verticale. In chiusura, la riduzione di vino rosso al cacao lega ogni elemento. È densa, scura, appena acida, con un ritorno vinoso che pulisce la bocca e richiama l’amaro del cacao.
Il finale è lungo, equilibrato, mai stucchevole. È un dolce che si mangia per contrasti: soffice e croccante, caldo e fresco, dolce e amaro.
Un cucchiaio tira l’altro non per golosità, ma per curiosità, come se ogni strato volesse raccontare la sua parte della storia. Dopo un dolce del genere mi alzo, ancora con quel sapore che resta, lieve, in fondo al palato.
Stringo la mano a Valerio.
«Felice di essere entrato nel tuo mondo vegano,» gli dico. «Davvero eccezionale.»
Lui sorride, quel sorriso che accompagna tutta la serata, e acconsente subito quando gli chiedo una foto.
Ci mettiamo in posa, sorridenti, come se questo incontro fosse qualcosa da fissare, non solo da ricordare. Poi gli dico: «Ora però la chef me la devi presentare.»
Entriamo in cucina, dove il calore dei fuochi e dei profumi si mescola alla quiete della fine servizio.
Mi viene incontro una signora dai capelli corti e grigi, gli occhi gentili di chi osserva il mondo con cura.
Mi stringe la mano con grazia.
«Complimenti,» le dico. «Una cucina che mi ha insegnato un mondo che non conoscevo.» Quando esco, la porta si richiude alle mie spalle e il freddo della sera mi avvolge tutto d’un colpo.
Ma dentro porto una sensazione diversa: quella di aver attraversato un luogo caldo, accogliente, dove ogni piatto racconta una storia che vale la pena ascoltare.
Un posto che non chiede di convincerti:
si limita ad aprire le sue porte, e ti mostra chi è.
E quando esci, ti accorgi che qualcosa, anche solo un dettaglio, ti è rimasto addosso. Roberto Silvio De Pascale Mi trovi su Instagram come unpuglieseinterrapontina Il buon vivere
20 Dicembre, 2025
Fèlsina Panettone al Vin Santo Chianti Classico: l’arte dolciaria toscana incontra il vino
Collaborazione con Opera Waiting di Poggibonsi per un lievitato biologico fragrante e aromatico
Fèlsina, storica cantina del Chianti Classico, presenta il Panettone al Vin Santo del Chianti Classico in collaborazione con Opera Waiting, laboratorio artigianale di Poggibonsi (SI) specializzato in lievitati biologici senza semilavorati, emulsionanti o conservanti.
L’impasto soffice, lievitato naturalmente con miele toscano, viene bagnato con il rinomato Vin Santo di Fèlsina, vino passito da uve Trebbiano, Malvasia e Sangiovese appassite su graticci. Dopo pigiatura, riposa 7 anni in caratelli di rovere con la “madre” delle annate precedenti, offrendo colore dorato ramato, profumi di frutta passita (pesca, albicocca, ananas), note tropicali e morbidezza elegante. Scorze di arancia, cedro e uvetta completano il profilo aromatico e dolce.
Disponibile in due formati:
500 gr: 20 euro
850 gr: 30 euro
Ideale regalo natalizio, rappresenta la sinergia tra due eccellenze toscane unite da qualità e filiera corta. Info/prenotazioni: welcome@felsina.it.
Fèlsina: fondata nel 1966 da Domenico Poggiali, oggi condotta da Giovanni Poggiali su 500 ettari (72 biologici) nel Chianti Classico, con focus su Sangiovese autentico. www.felsina.it
La Redazione
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19 Dicembre, 2025
Brindisi frizzanti Natale 2025: 10 Lambruschi perfetti selezionati dai Custodi del Lambrusco
Da Sorbara a Grasparossa, le bollicine emiliane ideali per aperitivi, arrosti e panettone
Le feste natalizie si avvicinano e il Lambrusco è il vino frizzante emiliano perfetto per brindare con allegria, accompagnare salumi, arrosti e piatti tradizionali. I Custodi del Lambrusco presentano 10 eccellenze da 10 produttori, da stappare tra Natale e Capodanno per versatilità e gioia in tavola.
Ecco la selezione imperdibile:
Lini910 Emilia Lambrusco Metodo Classico Rosso Millesimato: 100% Salamino, bollicine eleganti per antipasti sofisticati.
Ca’ de’ Medici Bollino Rosso Cuveè Spumante Reggiano DOC: Salamino-Ancellotta, effervescenza generosa con carni cotte lentamente.
Azienda San Paolo Ribelle Lambrusco dell’Emilia IGP: Fruttato e sapido, ideale con Parmigiano e bolliti.
Messori Lambrusco di Sorbara DOP Tenuta Morello: Perlage fine, perfetto con culatello e salame Felino.
Manicardi Fabula Spumante Brut Rosé: Grasparossa Charmat, floreale con pesce e salumi.
Garuti Dante Lambrusco di Sorbara Secco DOP: Fresco per tortelloni di zucca.
Bruno Zanasi Lambrusco Grasparossa di Castelvetro DOP: Strutturato per carni rosse grasse.
La Cavaliera Federico Lambrusco Grasparossa di Castelvetro: Ancestrale con note di crosta di pane.
Rinaldini Vecchio Moro Lambrusco dell’Emilia Rosso IGP: Maestri-Ancellotta tannico per arrosti emiliani.
Vezzelli Il Selezione Lambrusco di Sorbara Spumante Brut DOC: Floreale e versatile con pasta e bolliti.
Dal Sorbara delicato al Grasparossa strutturato, queste bollicine portano tradizione emiliana, convivialità e freschezza che pulisce il palato dopo piatti ricchi. Ideali per brindisi, cene familiari o festeggiamenti in compagnia.
La Redazione
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19 Dicembre, 2025
“Le Sentinelle Riserva 2021” di Fattoria Mantellassi conquista tre stelle rosse Guida Oro Veronelli 2026
Morellino di Scansano DOCG premiato come “ottimo vino” per qualità e tradizione
Giovedì 13 novembre 2025, presso l’ex Convento dei Neveri di Bariano (Bergamo), è stata presentata l’edizione 2026 della Guida Oro Veronelli, storico volume ideato dal critico enogastronomo veronese come strumento di conoscenza dei vini e territori italiani.
Anche quest’anno, la prestigiosa etichetta di Fattoria Mantellassi, Le Sentinelle Riserva 2021, si è aggiudicata le tre stelle rosse, dopo riconoscimenti ricevuti nel 2009 e 2010. Il vino conferma la sua alta qualità con punteggio che lo definisce “ottimo vino”, a riconferma della sua eccellenza consolidata a livello internazionale.
Le Sentinelle Riserva 2021 è un rosso composto per l’85% da Sangiovese e 15% da Alicante, prodotto con vinificazione tradizionale in rosso in piccole vasche da 50 hl con lunga macerazione e affinamento di 20 mesi in barriques di rovere francese, seguito da alcuni mesi in bottiglia. Il risultato è un vino forte e deciso, emblematico della denominazione Morellino di Scansano DOCG.
Il nome e l’etichetta richiamano la storia del vigneto più alto della proprietà, impiantato negli anni ’70 da Ezio Mantellassi, fondatore dell’azienda. Le tre sentinelle stilizzate sull’etichetta evocano l’antica funzione di controllo sulla baia argentarina e di Talamone contro i pirati saraceni, simbolo di tradizione e protezione.
Il prestigioso premio testimonia il percorso di crescita e innovazione di Fattoria Mantellassi, con un’attenzione crescente alla sostenibilità ambientale e all’adozione di tecnologie moderne, a beneficio di consumatori e territorio.
La Redazione
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19 Dicembre, 2025
Daniele Bartocci riceve Premio Eccellenza Italiana al Senato
Manager food jesino premiato 19 dic Sala Zuccari con Gianni Letta e Brindisi
Daniele Bartocci, manager agroalimentare jesino e giornalista, ha ricevuto il Premio Eccellenza Italiana il 19 dicembre 2025 in Sala Zuccari (Senato), con Gianni Letta, Nicola Caputo (Farnesina agroalimentare) e Giuseppe Brindisi (Zona Bianca). Nato 2014 con MAECI/Asmef/Fondazione E-Novation, premio valorizza Made in Italy innovativo/sostenibile da 12 anni (Washington-Roma).
Riconoscimenti Bartocci
Bartocci, impegnato in brand Made in Marche e giornalismo sportivo/food, eletto tra Top 40 Under 40 Europa Business Elite Awards 2025 (26 nov St. Regis Roma). Cerimonia discute emigrazione, spopolamento borghi, turismo radici; Bartocci neopapà, autore saggio su Julio Velasco a Jesi (1983/84 Serie A2 Tre Valli, scopritore Beppe Cormio). “Onore condiviso con sostenitori; impegno agroalimentare/sportivo” (Bartocci).
Contesto Premio
Evento Giornate Emigrazione, promosso Maurizio Gasparri; trasmesse Senato TV. Bartocci giudice King of Pizza (Sky), attivo Marche food.
La Redazione
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19 Dicembre, 2025
Fabio Ferracane. Ah l’amore l’amore
lo voglio ancora il cuore
non mi serve altro
che un secondo di sole
per rendermi conto che non sono morto e al di là di tutto Inseguo questo amore assurdo
è un amore assurdo
è un amore assurdo perché esiste
sì
solo per questo è l’amore assurdo
l’amore assurdo
un amore assurdo perché esiste
sì Gli amori sono cosi. Assurdi. Perché assurdo è l’amore che ci fa compiere gesti che non avremmo mai neanche immaginato di compiere. Assurdo è come ci sentiamo quando un amore è corrisposto. Assurdo è quanto sprofondiamo nel baratro quando finisce l’amore. L’amore è quell’assurdo sentimento senza il quale saremmo solo materia. L’amore non è un sentimento ma un condensato di sentimenti. Un enorme matassa di sensazioni che si rincorrono nell’aria incontrandosi di tanto in tanto. Reazioni chimiche che generano esplosioni di felicità o di profonda tristezza. Ma anche di tante piccole sensazioni intermedie che generano in noi le sensazioni più disparate. Tutto nasce dall’amore. Per qualcuno. Per qualcosa. In entrambe i casi, per la vita. Ho debiti, ho un mutuo elevato. In questa cantina ho la potenzialità di fare anche 100.000 bottiglie. Però rimango piccolo e voglio essere piccolo. Guadagno meno però sono il più felice al mondo. Fabio Ferracane ha quaranta anni, è enologo e gestisce la sua Azienda Agricola in quel di Contrada Granatello a Marsala (TP). Ha lo sguardo fiero di chi può andar fiero di ciò che è e di ciò che fa. Il viso arso dal sole. La barba incolta. La voce quasi sussurrata ancorché decisa. La cadenza gentile dei marsalesi che nulla ha a che fare con gli allunghi palermitani o gli arzigogoli catanesi. In queste terre un tempo potevi avere a che fare con la terra o con il mare. Altro non c’era. Terra e mare, quanta ne si voleva. Con il sole a farsi sentire sulla testa e sulla schiena e il vento a fornire quel pò di sollievo. Nonostante il meraviglioso mare, la vocazione turistica di queste zone è arrivata dopo. Così come il turismo principalmente dovuto al kitesurf nella laguna dello Stagnone. A proposito, se passate in queste zone non perdetevi il tramonto alle saline di Marsala proprio allo Stagnone: probabilmente il tramonto più bello della mia vita. La vocazione di queste zone è sempre stata la terra e la vite. I contadini con la fortuna di possedere un pezzo di terra, fortuna perché i nobili avevano i loro immensi latifondi nonostante lo sbarco di Garibaldi, coltivavano la vite per poi conferire tutto. Una cantina, oltre ad essere costosa, non conveniva visto che l’uva era ben pagata dai produttori di Marsala. Percorrendo la Strada Statale 115, l’Occidentale Sicula che da Trapani conduce (non troppo agevolmente) fino a Siracusa, poco dopo l’aeroporto Birgi, ci si imbatte in Contrada Granatello e nelle vigne di Fabio. Tutto nasce a fine anni 90 quando mio padre riceve in eredità due ettari da mio nonno. Due ettari sono pochissimi. Fin da piccolo andavo dietro mio padre in questi due ettari. Mio padre non aveva nessuna cantina. Come tutti gli altri contadini insomma. Anche il nonno vinificava e conferiva ad altre cantine. Per papà Antonino, Nino, cancelliere al tribunale, coltivare voleva dire farlo nei fine settimana. Papà non sapeva tanto di viticoltura però piano piano.. Come ha fatto lui da piccolo che aiutava mio nonno nella viticoltura, io ho fatto la medesima parte. C’è commozione in questo ricordo. Un affiorare di momenti belli, profumi di uva cotta al sole che si spandono nell’aria, la pelle del padre, il sole, la fatica. Ricordi ancestrali che ormai scorrono nelle vene e, quando affiorano, come gocce di sangue, provocano sensazioni forti. Ricordi che si trasformano in amore. Per la terra, per quegli odori, per la vite. Nella vita scegliamo. Spesso male, ma scegliamo. Scelte di amore, scelte di felicità. Spesso queste sono le meno percorse perché, più complicate e difficili. Avete fatto caso a come quelle scelte che ci potrebbero rendere felici sono le più ardue e perigliose? C’erano solo due ettari di terra in mezzo a migliaia di altri ettari. Pochi per farci qualcosa. Pochi per avere un futuro e Fabio avrebbe potuto fare tanto altro. Invece studia enologia e come tutti i siciliani che sanno che nella propria terra c’è poco da fare, va all’estero. Io sono enologo. L’università mi ha permesso di ampliare le mie conoscenze facendo anche esperienze all’estero. Nuova Zelanda, California, Armenia, Nord Italia. Gestivo un’azienda in Australia, piccolina, con otto ettari. Perché con due ettari non devo fare nulla? Così, con tutte le mie energie, i miei guadagni accumulati (in Australia e Nuova Zelanda mi pagavano abbastanza bene) li ho investiti per costruire un’azienda. Ecco cosa fa l’amore. Per la vigna e per la propria terra. Un salto nel buio in una terra dove gli altri abbandonavano i vigneti, Fabio decide di iniziare da dove aveva lasciato. Da quei due ettari ereditati da suo padre. Mi sono appassionato a questo mondo eroico, laddove mio padre diceva “Io non metto nulla. Non mi interessa aggiungere chimica, ma so che bevo il mio vino, dalle mie uve e quindi so quello che c’è dentro”. E questa cosa mi è stata inculcata in testa e da li mi è partito questo mood. Un modo di fare il vino che per le persone di un tempo era del tutto naturale. Cosa volevi aggiungere se solo l’uva avevi? Nulla. Anche perché nulla avevi a disposizione. Ogni cosa costava e dovendo fare solo il vino per casa, che senso aveva aggiungere qualcosa? Mio padre faceva il vino per scherzo, per gioco e non metteva nulla. Metteva soltanto il mosto a fermentare. I miei studi mi hanno permesso di affinare un pò le tecniche. Raccogliere con elevata acidità, capire tutte le dinamiche viticole perché il vino buono si fa in vigna. Le prime bottiglie nel 2011 nel garage di papà Nino. 200, 300 litri. Poi 500. Quindi 1000. Dopo i 1000 dici aspetta ora cosa faccio? Da lì poi nel garage non c’era più spazio, ho comprato un altro apprezzamento di terreno iniziando a costruire la vera cantina. Poi fortunatamente, le cose sono andate bene e ho comprato altri ettari di vigneti. Adesso sono a quasi nove ettari. Da lì è iniziata la vera la vera cantina che ho attualmente in Contrada Granatiello. Adesso le bottiglie sono 35.000. Tutte prodotte senza aggiungere nulla. Si direbbe che siano naturali ma è una definizione che forse non piace a nessuno. Bisognerebbe trovare una definizione che che metta d’accordo tutti e che soprattutto sia più aderente alla realtà. Non essendoci un disciplinare, ognuno può fare quello che vuole. L’importante è la propria coscienza. In fondo il principio dovrebbe essere chiaro: non utilizzare chimica e utilizzare solamente quello che la natura fornisce. Il risultato sono vini bevibilissimi poiché di facile beva. Strutturati, complessi, studiato certamente ma non opulenti. In Armenia con vini in anfora mi hanno fatto capire effettivamente cos’è il vero vino. All’estero come in Nuova Zelanda non c’è legislazione vinicola e puoi aggiungere quello che vuoi. Ricordo che c’era una persona che lavorava con me e mi ha detto queste parole: Fabio, io bevevo tanto ma ora ho capito cosa aggiungono e non berrò più vino. Questa cosa sai ti fa capire veramente cosa significa e cosa è il vino ma soprattutto che anche con l’uva si può fare il vino. Con l’uva si può fare il vino. Verissimo. Lapalissiano certo, ma quanta verità in queste parole che molti si dimenticano. Tanto c’è la chimica che aiuta, che migliora, aggiusta. Salva in certi casi. Eppure con l’uva, semplicemente spremendola e aspettando che fermenti si compie la magia. Senza dimenticarsi che il vino è un prodotto di trasformazione cosa che implica che è l’uomo che deve intervenire nel processo. Può però farlo con calcolo e premeditazione oppure con l’estrosità di una persona che osserva e comprende ciò che la natura ha fornito. Io non ho deciso “oggi faccio questo”. No, io ho deciso in base all’uva che mi è arrivata in cantina e che ho allevato nel corso nel tempo. Ho capito che quel prodotto poteva avere successo facendo la base spumante o per esempio un pet nat naturale su base Catarratto. Non è nato quando ho iniziato a etichettare, quindi nel 2011, ma nel 2017 quando in un periodo di siccità ho provato ad anticipare la raccolta. L’uva non era troppo matura. Il vino era acido acido, quindi per la freschezza ci voleva un vino frizzante. Nel 2013 ricordo che alcuni operai lasciarono dimenticandone tre filari di Catarratto che diventarono stramaturi. Che faccio? Un passito con vendemmia tardiva. Prima del 2018 facevo un rosato sfuso che si chiamava Camaleonte adesso in bottiglia. Lo sfuso era per gli amici, i dipendenti. Ricordo che c’erano due operai che venivano con me e dicevano: Non voglio soldi, voglio vino. Mi devi pagare vino. Poi mi sono detto: ma perché lo devo regalare. Era il vino per tutti i giorni. Una cosa semplice e sbarazzina. o pere. Da li l’ho imbottigliata. Fabio è un artigiano della vigna e i suoi vini sono nati da un artigiano in maniera artigianale. Con la mentalità artigianale di chi fa le cose in maniera quasi irripetibile perché irripetibili sono le stagioni. La natura. Estro, curiosità, capacità, voglia di sperimentare, assecondare la natura. Un modo di vedere le cose che quasi non tende la mano al lato commerciale tanto che il numero di vini, 11 incluso il Vermouth, sembra smisurato rispetto alle dimensioni. Eppure le idee non si fermano perché è la natura stessa che non si ferma. Occorre interpretarla e soprattutto rispettarla. Guanciabianca è il Catarratto, e che Catarratto! Due giorni di macerazione sulle bucce e sette mesi di affinamento sui lieviti fanno sì che quando è nel calice assuma lo stesso colore del tramonto dinanzi all’isola di Mozia, ovvero alle saline dello Stagnone. C’è da rimanere a guardarlo per ore se non si avesse voglia di capirne di più. Albicocca disidratata, pesca, salvia, rosmarino, paglia, erbette di campo. E poi una arancia fresca e spremuta nella quale è stato versato del sale. Un so che di amarognolo, di mandorla fresca. Poi ancora sale, sale, sale. Quello stesso sale delle saline, della sabbia del mare, dei venti che arrivano dal mare e dall’Africa. In bocca non tradisce, non si smentisce. Caldo e tannico, fresco e sapido. Quei venti che arrivano dal mare, ora sferzano in bocca portando il sale e la sapidità; portando l’arancio della terra e delle albicocche cotte al sole. È secco come lo stesso vento che lascia l’arsura così da costringere salivare. Un vino che ti cerca, ti avvolge, non ti molla. Meraviglioso e vero. Come vera è questa Sicilia. Magico è il Grillo. Due soli giorni di macerazione sulle bucce conferiscono un colore stupendo. Se il Guanciabianca è il tramonto alle Saline, Magico è l’alba. Entrambe hanno i riflessi dei cristalli di sale e l’intensità delle acque della laguna. Magico ha nei sentori la balsamicità del vento salino, quello che stura le narici, che porta il sale fino al cervello, che lascia che si apprezzi la pesca, l’albicocca, le erbe dei campi dello Stagnone, le zagare che invadono il territorio senza disturbare. Magico al sorso perché fresco e salato. Si, salato, di quel salato che conquista facendoti rimanere in pace con il mondo creato. La pesca quasi sciroppata, la mandorla dolce, il sale che pervade. Non ci si stanca di assaporarlo, di volerlo, di bearsi del gusto penetrante dei venti dello Stagnone che accarezzando le creste delle onde trascinano fino in bocca il sale. Insomma, fruttato il giusto, carezzevole il giusto, lungo il giusto, sapido tanto. Buono, di più. Abbinamento azzardato ma perfettamente riuscito con la mozzarella di bufala. C’è un vino nuovo che sta nascendo e che ho fatto nel 2024. Un metodo classico di Grillo. Ti spiego come è nato. In Sicilia il 2024 è stata una annata di estremo caldo. Un caldo micidiale che uguale nella mia vita non l’ho mai sentito e ho quaranta anni. Da metà febbraio fino a settembre non ha piovuto. Zero acqua. Abbiamo finito la vendemmia ai primi settembre. Poi, a metà settembre ha piovuto, le temperature si sono abbassate. Siccome la vite ha risentito molto di questo caldo, ha frenato il germogliamento. A settembre, quando è iniziato a piovere e le temperature si sono abbassate, ha ripreso vigoria e si sono formati altri altri grappoli. Ai i primi di novembre ho raccolto i racemi di Grillo. Una cosa pazzesca ho raccolto un pochettino di grappoli Grillo e ho fatto il metodo classico. Al momento ce l’ho in cantina. Ha fatto una sosta breve in vasca poi presa di spuma e tiraggio. Lo terrò sue lieviti per circa 36 mesi. Ogni vignaiolo che si rispetti pensa sempre al vino che vuole ottenere e da li imposta il vitigno, la vigna, la raccolta, il taglio, l’affinamento. Niente di sbagliato si intende ma se lo guardiamo dal punto di vista della natura sarebbe come dire che imposto un eventuale figlio. Lo voglio con gli occhi azzurri, biondo, alto un metro e novantacinque, spigliato, intelligente, ecc. ecc. ecc. Posso invece piantare qualcosa e farne solo ciò che quel frutto, in quel momento, mi consente. Si può sfruttare solo il tempo della raccolta e l’affinamento in cantina. Niente di più. Ecco perché serve capacità, spirito di osservazione, inventiva. Non è da tutti. Non è per tutti. Faccio un preossidativo di Catarratto. Non è perchè a Marsala è moda. È nato da una prova sbagliata nel 2013, quindi il primo anno. Nel 2011 ho fatto Grillo e Merlot. Poi ho voluto vinificare il Catarratto. Non conoscevo la resa che poteva dare. Ho completato la mia vasca di acciaio e quello in esubero l’ho messo in una botte. Nella botte scollata, quando sono andato all’imbottigliamento si era formata la flor. Da lì da lì abbiamo pensato con mio padre che questo vino poteva avere ripercussioni su altri vini. Poteva avere batteri acetici. Un pochino perso. Quindi l’abbiamo allontanato dalla cantina e messo in un altro magazzino. Lasciato lì un anno, due anni. Quasi dimenticato. Ogni tanto ci pensavo però per me era un aceto. Però aveva grandi potenzialità. Si è riempito tutta di muffa. All’esterno della della botte. Il flor sopra il vino. Dopo tre anni, assaggio questo prodotto, era diventato un capolavoro. Marsala ossidativo come si faceva anticamente senza aggiunte di alcol. L’ho chiamato muffato. Per non smettere mai di imparare Fabio faceva, da enologo, il consulente per altre cantine. Sull’Etna e a Salina. Fino a che accade qualcosa che gli fa capire come la sua vera necessità sia quella di disporre del proprio tempo. Già, il tempo. Quell’elemento indisponibile che accomuna tutti e al quale spesso non si presta l’attenzione che merita. Tic tac, tic tac. Le lancette si muovono per tutti allo stesso modo. Senza distinzione di sesso, età, religione, credo religioso. È l’elemento più democratico di tutti. Scorre inesorabilmente e non c’è verso di fermarlo. Per questo, quando c’è qualcosa che ci rende felici e non riusciamo a viverla, diamo ai matti. Ho dovuto dire no perché mi creava troppo disagio. Ricordo a Salina che c’era un vento pazzesco. Era aprile e dovevo partire per il Vinitaly. Neanche sono andato a Vinitaly. Bloccato per vento e tempesta per una settimana. Ho fatto di tutto ti dico di tutto ma niente. Questa cosa mi ha dato sui nervi pazzesco e da lì ho mollato tutto. Non è il Vinitaly ovviamente. Non è quello. È la profonda riflessione che porta a comprendere come di vita ce ne sia una sola. Va vissuta. Va vissuta tentando con tute le nostre forze di essere felici e di rendere felici le persone che amiamo. Mio padre è stata l’unica persona della mia vita che mi ha dato la forza. Nel 2011 sono partito da zero comprando serbatoi, mettendo tutto in regola nonostante la crisi. Mi dicevano: dato che sei enologo, cerca di un lavoro come, prendi lo stipendio. Non ti preoccupare, vai, facciamo, ti aiuto. Per me è stato veramente non solo il mio braccio destro, ma anche quello sinistro. Se una persona aiuta già mentalmente già ti porta avanti. Mi ha dato la spinta, mi ha dato la spinta al clip. Come quando vai a correre, sei stanco, ma accanto a te c’è una persona che ti dice: non mollare, vai non ti preoccupare che sei vicino. Lui è fondamentalmente anche il tuo primo fan. Ha 74 anni, ma è come se ne avesse 60. C’ha una forza incredibile. Gli faccio il Vermouth che si chiama Nino come Antonino. Lui beveva sempre Vermouth quando era più giovane. C’è una dedica in etichetta. Sono i ricordi che affiorano semplicemente chiacchierando. In quel frammento di ricordo che provoca emozione. Un elemento insignificante che apre lo squarcio nella chiglia della nave provocando un ingresso immediato di acqua. Così è la felicità. I ricordi che creano quell’incredibile benessere. Questa è la felicità di Fabio. Il vivere la propria terra, i propri luoghi, i propri affetti facendo quello che più gli piace. Quando mio nonno ha donato i due ettari al mio padre io fin da piccolo andavo in vigna, raccoglievo. Mio padre mi dava come incentivo 1000 lire a cassetta. Sembrano cavolate però ti spingono nel fare qualcosa. Ti danno quella responsabilità, quella voglia di di fare un mestiere complicato. Guancianera è il Nero d’Avola 2024. Solo acciaio, manco a dirlo. Come in altri tempi quando, in assenza di tecnologia, lo si metteva in cemento. Comunque niente legno. In altri tempi è quello che vedo nel calice per via di un rubino profondo, profondo come le acque del mare scuro e profondo, intenso, impenetrabile e allo stesso tempo vivo. Un colore che quasi tinge il bicchiere scivolando a fatica sulle pareti. Poi, metti il naso nel calice e ti accorgi di una asprezza e ancora di intensa veridicità. Senti il sole che scalda la terra, che trasforma un mirtillo in succo. Poi fragola quindi ribes. L’impressione è di qualcosa cotto al sole. Come se il grappolo fosse immerso in una distesa di grano. Un po’ di erbaceo, ma nemmeno poi così tanto. Qualche fiore, ma nemmeno poi così tanto. Sento armoniosità, sento una spruzzata di vita. In bocca è ancora aspro, ma di una asprezza che fa schioccare le labbra e la lingua, che fa dire: questo è un bel vino. Lo bevi in estate, anche un pò freddo, in riva al mare. Perché sa di sale, sa di terra, sa di sole. Ma sa soprattutto di mare perché è sapido, tanto sapido come se la bocca fosse veramente pervasa di sale. Persistenza non lunga, freschezza che dura, ampiezza di bocca e sapidità, sale, sale, sale, sale. E sole. Mi lascia in bocca una frutta che non sai mai se acerba o matura e che soprattutto mi restituisce una grande sensazione di benessere. Una grande voglia di continuare a berlo, di berlo freddo in compagnia di amici. Con cosa non è un problema, con chi, magari si. La mattina, il sabato, andavo con mio padre, in vigna. Ci andavamo col trattore insieme. Lui mi lasciava libero. Giocavo con la terra. Non è il rammarico per un tempo che non c’è più. Semmai è quello che non riesce a dare a suo figlio come papà Nino ha fatto per lui. Non perché non ve ne sia la possibilità o la disponibilità ma perché i tempi sono cambiati, i ragazzi sono cambiati. Una generazione di persone che si sente cittadino del mondo. Forse più del mondo digitale che di quello fisico. Ragazzi che non sanno più sporcarsi le mani e che vedono il futuro in altre direzioni. Ma non era anche quello che vedevamo noi un tempo? Ci sarà un ritorno allora. Un ritorno alle origini. Necessariamente. Io sono orgoglioso di quello che ha fatto. Nella vita bisogna inseguire gli obiettivi. La vita è una e bisogna bisogna viverla. Però fin da piccoli bisogna o anche quando si giovani, bisogna vivere con degli obiettivi. Seguirli. Noi non avevamo soldi. Ho iniziato ripeto con duecento liti, cinquecento. Il vino è piaciuto a clienti che mi acquistavano il vino già l’anno precedente. Questa cosa mi ha dato mi ha dato successo. Molti mi dicono: ma qual è il tuo prossimo obiettivo. Intanto è vivere serenamente vivere serenamente. Quando vivevo in Australia in Nuova Zelanda guadagnavo tanto e più di ora. Ora guadagno meno. Ho debiti, ho un mutuo elevato. In questa cantina ho la potenzialità di fare anche 100.000 bottiglie. Però rimango piccolo e voglio essere piccolo. Guadagno meno però sono il più felice al mondo. E se dovessi avere un obiettivo in futuro, vorrei che magari mio figlio potesse prendere la mia cantina e avere la capacità di costituirne un’altra accanto. Non sempre i figli seguono i percorsi del papà. Non lo so cosa vedono, cosa pensano. Però, seguire le orme del padre, da grande soddisfazione. Mi immagino quando avrò, e lo spero tanto ottant’anni, mio figlio ne avrà 40, già pensare che gestisce alla mia età una cantina, per me la vita potrebbe finire. L’orgoglio di un padre verso il figlio. La speranza che continui la propria opera. Che non lasci incolto il solco su quel terreno sabbioso. Una speranza che sa di grido disperato ma che nella disperazione non scalfisce la felicità di Fabio. Perché la sua famiglia, i figli, fanno parte di quella felicità ed è giusto che trovino la loro. In qualunque direzione o luogo essa sia. Quel dover vivere la vita e doverlo fare al meglio non può e non deve includere un atto di egoismo da parte di Fabio. Lo sa, lo capisce, lo ammette. Tante vendemmie ancora per Fabio. Tante idee da mettere in pratica. Tante nuove etichette che l’artigiano che osserva la natura sarà in grado di donare alla natura e a noi. Da un anno a questa parte ci siamo allargati e facciamo anche enoturismo. Abbiamo un campo sperimentale con vigne di varietà siciliane. Inzolia, Grecanico dorato, Catarratto lucido, Catarratto extra lucido. Grillo antico, Damaschino. Spieghiamo l’ampelografia, la differenza di maturazione. Nel 2018 che sono andato in Oslavia a fare una visita da Gravner. Mi sono appassionato a questo vino e mi hanno consigliato di prendere un’anfora. Ho provato una ceramica piccola di appena 70 l. Il primo anno ho imbottigliato appena appena 75 bottiglie. Il vino del cuore L’obiettivo per Fabio adesso è solo uno, il più difficile, il più complesso. Richiede tanta osservazione e tanta capacità di assecondare la natura. No, non è un vino. O forse sarà un vino se riuscirà nel proprio intento. Il compito che ha adesso è di fare innamorare tuo figlio. Un obiettivo che non ha ne tempo ne scadenza. Se non quella dei suoi ottanta anni. Ivan Vellucci – Suggestioni di Vino
ivan.vellucci@winetalesmagazine.com Mi trovi su Instagram come @ivan_1969
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non mi serve altro
che un secondo di sole
per rendermi conto che non sono morto e al di là di tutto Inseguo questo amore assurdo
è un amore assurdo
è un amore assurdo perché esiste
sì
solo per questo è l’amore assurdo
l’amore assurdo
un amore assurdo perché esiste
sì Gli amori sono cosi. Assurdi. Perché assurdo è l’amore che ci fa compiere gesti che non avremmo mai neanche immaginato di compiere. Assurdo è come ci sentiamo quando un amore è corrisposto. Assurdo è quanto sprofondiamo nel baratro quando finisce l’amore. L’amore è quell’assurdo sentimento senza il quale saremmo solo materia. L’amore non è un sentimento ma un condensato di sentimenti. Un enorme matassa di sensazioni che si rincorrono nell’aria incontrandosi di tanto in tanto. Reazioni chimiche che generano esplosioni di felicità o di profonda tristezza. Ma anche di tante piccole sensazioni intermedie che generano in noi le sensazioni più disparate. Tutto nasce dall’amore. Per qualcuno. Per qualcosa. In entrambe i casi, per la vita. Ho debiti, ho un mutuo elevato. In questa cantina ho la potenzialità di fare anche 100.000 bottiglie. Però rimango piccolo e voglio essere piccolo. Guadagno meno però sono il più felice al mondo. Fabio Ferracane ha quaranta anni, è enologo e gestisce la sua Azienda Agricola in quel di Contrada Granatello a Marsala (TP). Ha lo sguardo fiero di chi può andar fiero di ciò che è e di ciò che fa. Il viso arso dal sole. La barba incolta. La voce quasi sussurrata ancorché decisa. La cadenza gentile dei marsalesi che nulla ha a che fare con gli allunghi palermitani o gli arzigogoli catanesi. In queste terre un tempo potevi avere a che fare con la terra o con il mare. Altro non c’era. Terra e mare, quanta ne si voleva. Con il sole a farsi sentire sulla testa e sulla schiena e il vento a fornire quel pò di sollievo. Nonostante il meraviglioso mare, la vocazione turistica di queste zone è arrivata dopo. Così come il turismo principalmente dovuto al kitesurf nella laguna dello Stagnone. A proposito, se passate in queste zone non perdetevi il tramonto alle saline di Marsala proprio allo Stagnone: probabilmente il tramonto più bello della mia vita. La vocazione di queste zone è sempre stata la terra e la vite. I contadini con la fortuna di possedere un pezzo di terra, fortuna perché i nobili avevano i loro immensi latifondi nonostante lo sbarco di Garibaldi, coltivavano la vite per poi conferire tutto. Una cantina, oltre ad essere costosa, non conveniva visto che l’uva era ben pagata dai produttori di Marsala. Percorrendo la Strada Statale 115, l’Occidentale Sicula che da Trapani conduce (non troppo agevolmente) fino a Siracusa, poco dopo l’aeroporto Birgi, ci si imbatte in Contrada Granatello e nelle vigne di Fabio. Tutto nasce a fine anni 90 quando mio padre riceve in eredità due ettari da mio nonno. Due ettari sono pochissimi. Fin da piccolo andavo dietro mio padre in questi due ettari. Mio padre non aveva nessuna cantina. Come tutti gli altri contadini insomma. Anche il nonno vinificava e conferiva ad altre cantine. Per papà Antonino, Nino, cancelliere al tribunale, coltivare voleva dire farlo nei fine settimana. Papà non sapeva tanto di viticoltura però piano piano.. Come ha fatto lui da piccolo che aiutava mio nonno nella viticoltura, io ho fatto la medesima parte. C’è commozione in questo ricordo. Un affiorare di momenti belli, profumi di uva cotta al sole che si spandono nell’aria, la pelle del padre, il sole, la fatica. Ricordi ancestrali che ormai scorrono nelle vene e, quando affiorano, come gocce di sangue, provocano sensazioni forti. Ricordi che si trasformano in amore. Per la terra, per quegli odori, per la vite. Nella vita scegliamo. Spesso male, ma scegliamo. Scelte di amore, scelte di felicità. Spesso queste sono le meno percorse perché, più complicate e difficili. Avete fatto caso a come quelle scelte che ci potrebbero rendere felici sono le più ardue e perigliose? C’erano solo due ettari di terra in mezzo a migliaia di altri ettari. Pochi per farci qualcosa. Pochi per avere un futuro e Fabio avrebbe potuto fare tanto altro. Invece studia enologia e come tutti i siciliani che sanno che nella propria terra c’è poco da fare, va all’estero. Io sono enologo. L’università mi ha permesso di ampliare le mie conoscenze facendo anche esperienze all’estero. Nuova Zelanda, California, Armenia, Nord Italia. Gestivo un’azienda in Australia, piccolina, con otto ettari. Perché con due ettari non devo fare nulla? Così, con tutte le mie energie, i miei guadagni accumulati (in Australia e Nuova Zelanda mi pagavano abbastanza bene) li ho investiti per costruire un’azienda. Ecco cosa fa l’amore. Per la vigna e per la propria terra. Un salto nel buio in una terra dove gli altri abbandonavano i vigneti, Fabio decide di iniziare da dove aveva lasciato. Da quei due ettari ereditati da suo padre. Mi sono appassionato a questo mondo eroico, laddove mio padre diceva “Io non metto nulla. Non mi interessa aggiungere chimica, ma so che bevo il mio vino, dalle mie uve e quindi so quello che c’è dentro”. E questa cosa mi è stata inculcata in testa e da li mi è partito questo mood. Un modo di fare il vino che per le persone di un tempo era del tutto naturale. Cosa volevi aggiungere se solo l’uva avevi? Nulla. Anche perché nulla avevi a disposizione. Ogni cosa costava e dovendo fare solo il vino per casa, che senso aveva aggiungere qualcosa? Mio padre faceva il vino per scherzo, per gioco e non metteva nulla. Metteva soltanto il mosto a fermentare. I miei studi mi hanno permesso di affinare un pò le tecniche. Raccogliere con elevata acidità, capire tutte le dinamiche viticole perché il vino buono si fa in vigna. Le prime bottiglie nel 2011 nel garage di papà Nino. 200, 300 litri. Poi 500. Quindi 1000. Dopo i 1000 dici aspetta ora cosa faccio? Da lì poi nel garage non c’era più spazio, ho comprato un altro apprezzamento di terreno iniziando a costruire la vera cantina. Poi fortunatamente, le cose sono andate bene e ho comprato altri ettari di vigneti. Adesso sono a quasi nove ettari. Da lì è iniziata la vera la vera cantina che ho attualmente in Contrada Granatiello. Adesso le bottiglie sono 35.000. Tutte prodotte senza aggiungere nulla. Si direbbe che siano naturali ma è una definizione che forse non piace a nessuno. Bisognerebbe trovare una definizione che che metta d’accordo tutti e che soprattutto sia più aderente alla realtà. Non essendoci un disciplinare, ognuno può fare quello che vuole. L’importante è la propria coscienza. In fondo il principio dovrebbe essere chiaro: non utilizzare chimica e utilizzare solamente quello che la natura fornisce. Il risultato sono vini bevibilissimi poiché di facile beva. Strutturati, complessi, studiato certamente ma non opulenti. In Armenia con vini in anfora mi hanno fatto capire effettivamente cos’è il vero vino. All’estero come in Nuova Zelanda non c’è legislazione vinicola e puoi aggiungere quello che vuoi. Ricordo che c’era una persona che lavorava con me e mi ha detto queste parole: Fabio, io bevevo tanto ma ora ho capito cosa aggiungono e non berrò più vino. Questa cosa sai ti fa capire veramente cosa significa e cosa è il vino ma soprattutto che anche con l’uva si può fare il vino. Con l’uva si può fare il vino. Verissimo. Lapalissiano certo, ma quanta verità in queste parole che molti si dimenticano. Tanto c’è la chimica che aiuta, che migliora, aggiusta. Salva in certi casi. Eppure con l’uva, semplicemente spremendola e aspettando che fermenti si compie la magia. Senza dimenticarsi che il vino è un prodotto di trasformazione cosa che implica che è l’uomo che deve intervenire nel processo. Può però farlo con calcolo e premeditazione oppure con l’estrosità di una persona che osserva e comprende ciò che la natura ha fornito. Io non ho deciso “oggi faccio questo”. No, io ho deciso in base all’uva che mi è arrivata in cantina e che ho allevato nel corso nel tempo. Ho capito che quel prodotto poteva avere successo facendo la base spumante o per esempio un pet nat naturale su base Catarratto. Non è nato quando ho iniziato a etichettare, quindi nel 2011, ma nel 2017 quando in un periodo di siccità ho provato ad anticipare la raccolta. L’uva non era troppo matura. Il vino era acido acido, quindi per la freschezza ci voleva un vino frizzante. Nel 2013 ricordo che alcuni operai lasciarono dimenticandone tre filari di Catarratto che diventarono stramaturi. Che faccio? Un passito con vendemmia tardiva. Prima del 2018 facevo un rosato sfuso che si chiamava Camaleonte adesso in bottiglia. Lo sfuso era per gli amici, i dipendenti. Ricordo che c’erano due operai che venivano con me e dicevano: Non voglio soldi, voglio vino. Mi devi pagare vino. Poi mi sono detto: ma perché lo devo regalare. Era il vino per tutti i giorni. Una cosa semplice e sbarazzina. o pere. Da li l’ho imbottigliata. Fabio è un artigiano della vigna e i suoi vini sono nati da un artigiano in maniera artigianale. Con la mentalità artigianale di chi fa le cose in maniera quasi irripetibile perché irripetibili sono le stagioni. La natura. Estro, curiosità, capacità, voglia di sperimentare, assecondare la natura. Un modo di vedere le cose che quasi non tende la mano al lato commerciale tanto che il numero di vini, 11 incluso il Vermouth, sembra smisurato rispetto alle dimensioni. Eppure le idee non si fermano perché è la natura stessa che non si ferma. Occorre interpretarla e soprattutto rispettarla. Guanciabianca è il Catarratto, e che Catarratto! Due giorni di macerazione sulle bucce e sette mesi di affinamento sui lieviti fanno sì che quando è nel calice assuma lo stesso colore del tramonto dinanzi all’isola di Mozia, ovvero alle saline dello Stagnone. C’è da rimanere a guardarlo per ore se non si avesse voglia di capirne di più. Albicocca disidratata, pesca, salvia, rosmarino, paglia, erbette di campo. E poi una arancia fresca e spremuta nella quale è stato versato del sale. Un so che di amarognolo, di mandorla fresca. Poi ancora sale, sale, sale. Quello stesso sale delle saline, della sabbia del mare, dei venti che arrivano dal mare e dall’Africa. In bocca non tradisce, non si smentisce. Caldo e tannico, fresco e sapido. Quei venti che arrivano dal mare, ora sferzano in bocca portando il sale e la sapidità; portando l’arancio della terra e delle albicocche cotte al sole. È secco come lo stesso vento che lascia l’arsura così da costringere salivare. Un vino che ti cerca, ti avvolge, non ti molla. Meraviglioso e vero. Come vera è questa Sicilia. Magico è il Grillo. Due soli giorni di macerazione sulle bucce conferiscono un colore stupendo. Se il Guanciabianca è il tramonto alle Saline, Magico è l’alba. Entrambe hanno i riflessi dei cristalli di sale e l’intensità delle acque della laguna. Magico ha nei sentori la balsamicità del vento salino, quello che stura le narici, che porta il sale fino al cervello, che lascia che si apprezzi la pesca, l’albicocca, le erbe dei campi dello Stagnone, le zagare che invadono il territorio senza disturbare. Magico al sorso perché fresco e salato. Si, salato, di quel salato che conquista facendoti rimanere in pace con il mondo creato. La pesca quasi sciroppata, la mandorla dolce, il sale che pervade. Non ci si stanca di assaporarlo, di volerlo, di bearsi del gusto penetrante dei venti dello Stagnone che accarezzando le creste delle onde trascinano fino in bocca il sale. Insomma, fruttato il giusto, carezzevole il giusto, lungo il giusto, sapido tanto. Buono, di più. Abbinamento azzardato ma perfettamente riuscito con la mozzarella di bufala. C’è un vino nuovo che sta nascendo e che ho fatto nel 2024. Un metodo classico di Grillo. Ti spiego come è nato. In Sicilia il 2024 è stata una annata di estremo caldo. Un caldo micidiale che uguale nella mia vita non l’ho mai sentito e ho quaranta anni. Da metà febbraio fino a settembre non ha piovuto. Zero acqua. Abbiamo finito la vendemmia ai primi settembre. Poi, a metà settembre ha piovuto, le temperature si sono abbassate. Siccome la vite ha risentito molto di questo caldo, ha frenato il germogliamento. A settembre, quando è iniziato a piovere e le temperature si sono abbassate, ha ripreso vigoria e si sono formati altri altri grappoli. Ai i primi di novembre ho raccolto i racemi di Grillo. Una cosa pazzesca ho raccolto un pochettino di grappoli Grillo e ho fatto il metodo classico. Al momento ce l’ho in cantina. Ha fatto una sosta breve in vasca poi presa di spuma e tiraggio. Lo terrò sue lieviti per circa 36 mesi. Ogni vignaiolo che si rispetti pensa sempre al vino che vuole ottenere e da li imposta il vitigno, la vigna, la raccolta, il taglio, l’affinamento. Niente di sbagliato si intende ma se lo guardiamo dal punto di vista della natura sarebbe come dire che imposto un eventuale figlio. Lo voglio con gli occhi azzurri, biondo, alto un metro e novantacinque, spigliato, intelligente, ecc. ecc. ecc. Posso invece piantare qualcosa e farne solo ciò che quel frutto, in quel momento, mi consente. Si può sfruttare solo il tempo della raccolta e l’affinamento in cantina. Niente di più. Ecco perché serve capacità, spirito di osservazione, inventiva. Non è da tutti. Non è per tutti. Faccio un preossidativo di Catarratto. Non è perchè a Marsala è moda. È nato da una prova sbagliata nel 2013, quindi il primo anno. Nel 2011 ho fatto Grillo e Merlot. Poi ho voluto vinificare il Catarratto. Non conoscevo la resa che poteva dare. Ho completato la mia vasca di acciaio e quello in esubero l’ho messo in una botte. Nella botte scollata, quando sono andato all’imbottigliamento si era formata la flor. Da lì da lì abbiamo pensato con mio padre che questo vino poteva avere ripercussioni su altri vini. Poteva avere batteri acetici. Un pochino perso. Quindi l’abbiamo allontanato dalla cantina e messo in un altro magazzino. Lasciato lì un anno, due anni. Quasi dimenticato. Ogni tanto ci pensavo però per me era un aceto. Però aveva grandi potenzialità. Si è riempito tutta di muffa. All’esterno della della botte. Il flor sopra il vino. Dopo tre anni, assaggio questo prodotto, era diventato un capolavoro. Marsala ossidativo come si faceva anticamente senza aggiunte di alcol. L’ho chiamato muffato. Per non smettere mai di imparare Fabio faceva, da enologo, il consulente per altre cantine. Sull’Etna e a Salina. Fino a che accade qualcosa che gli fa capire come la sua vera necessità sia quella di disporre del proprio tempo. Già, il tempo. Quell’elemento indisponibile che accomuna tutti e al quale spesso non si presta l’attenzione che merita. Tic tac, tic tac. Le lancette si muovono per tutti allo stesso modo. Senza distinzione di sesso, età, religione, credo religioso. È l’elemento più democratico di tutti. Scorre inesorabilmente e non c’è verso di fermarlo. Per questo, quando c’è qualcosa che ci rende felici e non riusciamo a viverla, diamo ai matti. Ho dovuto dire no perché mi creava troppo disagio. Ricordo a Salina che c’era un vento pazzesco. Era aprile e dovevo partire per il Vinitaly. Neanche sono andato a Vinitaly. Bloccato per vento e tempesta per una settimana. Ho fatto di tutto ti dico di tutto ma niente. Questa cosa mi ha dato sui nervi pazzesco e da lì ho mollato tutto. Non è il Vinitaly ovviamente. Non è quello. È la profonda riflessione che porta a comprendere come di vita ce ne sia una sola. Va vissuta. Va vissuta tentando con tute le nostre forze di essere felici e di rendere felici le persone che amiamo. Mio padre è stata l’unica persona della mia vita che mi ha dato la forza. Nel 2011 sono partito da zero comprando serbatoi, mettendo tutto in regola nonostante la crisi. Mi dicevano: dato che sei enologo, cerca di un lavoro come, prendi lo stipendio. Non ti preoccupare, vai, facciamo, ti aiuto. Per me è stato veramente non solo il mio braccio destro, ma anche quello sinistro. Se una persona aiuta già mentalmente già ti porta avanti. Mi ha dato la spinta, mi ha dato la spinta al clip. Come quando vai a correre, sei stanco, ma accanto a te c’è una persona che ti dice: non mollare, vai non ti preoccupare che sei vicino. Lui è fondamentalmente anche il tuo primo fan. Ha 74 anni, ma è come se ne avesse 60. C’ha una forza incredibile. Gli faccio il Vermouth che si chiama Nino come Antonino. Lui beveva sempre Vermouth quando era più giovane. C’è una dedica in etichetta. Sono i ricordi che affiorano semplicemente chiacchierando. In quel frammento di ricordo che provoca emozione. Un elemento insignificante che apre lo squarcio nella chiglia della nave provocando un ingresso immediato di acqua. Così è la felicità. I ricordi che creano quell’incredibile benessere. Questa è la felicità di Fabio. Il vivere la propria terra, i propri luoghi, i propri affetti facendo quello che più gli piace. Quando mio nonno ha donato i due ettari al mio padre io fin da piccolo andavo in vigna, raccoglievo. Mio padre mi dava come incentivo 1000 lire a cassetta. Sembrano cavolate però ti spingono nel fare qualcosa. Ti danno quella responsabilità, quella voglia di di fare un mestiere complicato. Guancianera è il Nero d’Avola 2024. Solo acciaio, manco a dirlo. Come in altri tempi quando, in assenza di tecnologia, lo si metteva in cemento. Comunque niente legno. In altri tempi è quello che vedo nel calice per via di un rubino profondo, profondo come le acque del mare scuro e profondo, intenso, impenetrabile e allo stesso tempo vivo. Un colore che quasi tinge il bicchiere scivolando a fatica sulle pareti. Poi, metti il naso nel calice e ti accorgi di una asprezza e ancora di intensa veridicità. Senti il sole che scalda la terra, che trasforma un mirtillo in succo. Poi fragola quindi ribes. L’impressione è di qualcosa cotto al sole. Come se il grappolo fosse immerso in una distesa di grano. Un po’ di erbaceo, ma nemmeno poi così tanto. Qualche fiore, ma nemmeno poi così tanto. Sento armoniosità, sento una spruzzata di vita. In bocca è ancora aspro, ma di una asprezza che fa schioccare le labbra e la lingua, che fa dire: questo è un bel vino. Lo bevi in estate, anche un pò freddo, in riva al mare. Perché sa di sale, sa di terra, sa di sole. Ma sa soprattutto di mare perché è sapido, tanto sapido come se la bocca fosse veramente pervasa di sale. Persistenza non lunga, freschezza che dura, ampiezza di bocca e sapidità, sale, sale, sale, sale. E sole. Mi lascia in bocca una frutta che non sai mai se acerba o matura e che soprattutto mi restituisce una grande sensazione di benessere. Una grande voglia di continuare a berlo, di berlo freddo in compagnia di amici. Con cosa non è un problema, con chi, magari si. La mattina, il sabato, andavo con mio padre, in vigna. Ci andavamo col trattore insieme. Lui mi lasciava libero. Giocavo con la terra. Non è il rammarico per un tempo che non c’è più. Semmai è quello che non riesce a dare a suo figlio come papà Nino ha fatto per lui. Non perché non ve ne sia la possibilità o la disponibilità ma perché i tempi sono cambiati, i ragazzi sono cambiati. Una generazione di persone che si sente cittadino del mondo. Forse più del mondo digitale che di quello fisico. Ragazzi che non sanno più sporcarsi le mani e che vedono il futuro in altre direzioni. Ma non era anche quello che vedevamo noi un tempo? Ci sarà un ritorno allora. Un ritorno alle origini. Necessariamente. Io sono orgoglioso di quello che ha fatto. Nella vita bisogna inseguire gli obiettivi. La vita è una e bisogna bisogna viverla. Però fin da piccoli bisogna o anche quando si giovani, bisogna vivere con degli obiettivi. Seguirli. Noi non avevamo soldi. Ho iniziato ripeto con duecento liti, cinquecento. Il vino è piaciuto a clienti che mi acquistavano il vino già l’anno precedente. Questa cosa mi ha dato mi ha dato successo. Molti mi dicono: ma qual è il tuo prossimo obiettivo. Intanto è vivere serenamente vivere serenamente. Quando vivevo in Australia in Nuova Zelanda guadagnavo tanto e più di ora. Ora guadagno meno. Ho debiti, ho un mutuo elevato. In questa cantina ho la potenzialità di fare anche 100.000 bottiglie. Però rimango piccolo e voglio essere piccolo. Guadagno meno però sono il più felice al mondo. E se dovessi avere un obiettivo in futuro, vorrei che magari mio figlio potesse prendere la mia cantina e avere la capacità di costituirne un’altra accanto. Non sempre i figli seguono i percorsi del papà. Non lo so cosa vedono, cosa pensano. Però, seguire le orme del padre, da grande soddisfazione. Mi immagino quando avrò, e lo spero tanto ottant’anni, mio figlio ne avrà 40, già pensare che gestisce alla mia età una cantina, per me la vita potrebbe finire. L’orgoglio di un padre verso il figlio. La speranza che continui la propria opera. Che non lasci incolto il solco su quel terreno sabbioso. Una speranza che sa di grido disperato ma che nella disperazione non scalfisce la felicità di Fabio. Perché la sua famiglia, i figli, fanno parte di quella felicità ed è giusto che trovino la loro. In qualunque direzione o luogo essa sia. Quel dover vivere la vita e doverlo fare al meglio non può e non deve includere un atto di egoismo da parte di Fabio. Lo sa, lo capisce, lo ammette. Tante vendemmie ancora per Fabio. Tante idee da mettere in pratica. Tante nuove etichette che l’artigiano che osserva la natura sarà in grado di donare alla natura e a noi. Da un anno a questa parte ci siamo allargati e facciamo anche enoturismo. Abbiamo un campo sperimentale con vigne di varietà siciliane. Inzolia, Grecanico dorato, Catarratto lucido, Catarratto extra lucido. Grillo antico, Damaschino. Spieghiamo l’ampelografia, la differenza di maturazione. Nel 2018 che sono andato in Oslavia a fare una visita da Gravner. Mi sono appassionato a questo vino e mi hanno consigliato di prendere un’anfora. Ho provato una ceramica piccola di appena 70 l. Il primo anno ho imbottigliato appena appena 75 bottiglie. Il vino del cuore L’obiettivo per Fabio adesso è solo uno, il più difficile, il più complesso. Richiede tanta osservazione e tanta capacità di assecondare la natura. No, non è un vino. O forse sarà un vino se riuscirà nel proprio intento. Il compito che ha adesso è di fare innamorare tuo figlio. Un obiettivo che non ha ne tempo ne scadenza. Se non quella dei suoi ottanta anni. Ivan Vellucci – Suggestioni di Vino
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