Veduta del vigneto Fabriseria dall'azienda Tedeschi in Valpolicella Arrow Right Top Bg

29 Marzo, 2023

Il vino è come l'arcobaleno - Vini Tedeschi in Valpolicella

“Il vino è come l’arcobaleno. Deve essere in equilibrio, come in una grande musica. Non ci si può permettere che alcun strumento stoni.” Questo è stato il messaggio di benvenuto di Lorenzo Tedeschi, produttore di eccellenza di vini della Valpolicella, prima di congedarsi da noi, e in un attimo mi è stata chiara la filosofia dell’azienda. Adesso sono i tre figli ad averne preso in mano le redini. Antonietta si occupa di amministrazione e del mercato Italia, Sabrina del marketing e Riccardo, enologo, è responsabile dell’export. Lorenzo è rimasto comunque nell’organico ed è molto attivo nella supervisione delle varie attività aziendali. Durante la visita, sono rimasta affascinata dall’intervento del Prof. Maurizio Ugliano. A lui, la famiglia Tedeschi ha commissionato nel 2017 uno studio scientifico sui caratteri aromatici delle uve e dei vini da singoli vigneti, esteso ai principali fattori coinvolti nella loro espressione. Una complessa e affascinante analisi aromatica dei vini della Valpolicella L’identificazione delle impronte aromatiche di ciascun terroir ha comportato l’impiego di una strategia di analisi piuttosto complessa. In estrema sintesi, l’aroma di un vino è, da un punto di vista analitico, un mix costituito da diverse centinaia di sostanze, di cui però solo un numero contenuto contribuisce all’aroma percepito. Infatti, alcuni dei composti che partecipano alle firme aromatiche non sono presenti nelle uve o nei vini giovani, ma si formano con l’invecchiamento. Lo studio è stato condotto in collaborazione con il Dipartimento di Biotecnologie dell’Università di Verona e le Università di Bordeaux e Federico II di Napoli. Se volete approfondire, ne potrete trovare una spiegazione più dettagliata sul sito dell’azienda. Al di là di questo, gli assaggi (di cui ovviamente vi racconterò) e l’atmosfera che si è creata mi hanno trasmesso un’energia che, istintivamente, ho collegato a una realtà di grande coesione familiare.  Situazioni e storie come queste non sono così facili a trovare, soprattutto in famiglie numerose. Curiosa come sono, ho fatto ad Antonietta alcune domande le cui risposte non si trovano nel sito ma che meritano di essere raccontate. Ho voluto approfondire la figura di Lorenzo, chiedendole quali sono i loro ricordi dell’infanzia. “Il ricordo che accomuna tutti noi fratelli è sicuramente il gioco. Non al parco ma in mezzo alle botti. Le nostre corse tra i graticci, quando la famiglia era impegnata a stenderci sopra i grappoli d’uva, il profumo del mosto in autunno, che arrivava fino in casa, una casa sempre aperta ad accogliere clienti ed appassionati. Ho tanti ricordi di pranzi e cene preparate in famiglia, dei miei viaggi ad incontrare con papà l’importatore americano a Milano. I suoi racconti degli Stati Uniti facevano brillare i miei occhi. Sognavo di poter viaggiare, una volta cresciuta, e così è stato. Il nostro vino ci ha portato a visitare città e paesi di tutto il mondo. Tra i vari ricordi anche le giornate di lavoro di papà a Milano, per noi la piazza principale negli anni ’70 e ’80, e il suo rientro a casa, a volte desolato dalla richiesta dei clienti di togliere il nome della denominazione mantenendo solo il nome del vigneto o il nome fantasia. Il prodotto piaceva, ma la denominazione dei vini della Valpolicella non godeva del rispetto che ha finalmente raggiunto oggi. Lui si è sempre opposto a queste richieste, tenendo fede al suo territorio, credendoci e portando avanti il suo stile di vino anche quando non era di moda. Oggi la Valpolicella è riconosciuta e apprezzata, grazie a tutti quelli che, compreso papà Renzo, si sono adoperati per esprimere l’eccellenza e la tipicità del luogo.” Dato che“dietro a un grande uomo c’è sempre una grande donna” non è solo un modo di dire, ho voluto chiedere della loro mamma.  “Mamma Bruna è sempre stata una donna molto forte, ma anche riservata, che ha sempre appoggiato e consigliato papà Renzo pur amando rimanere in disparte. Sicuramente la parte più severa nell’educazione dei figli, spingendoci a dare il meglio durante il nostro percorso di studi, lei ci ha trasmesso il senso del dovere e l’essere generosi, tra di noi e con gli altri.” Quando e perché vi è sembrato naturale continuare quello che aveva iniziato vostro padre come produttore di vini in Valpolicella? “Il mentore di noi tre fratelli è stato sicuramente nostro padre, che ci ha trasmesso entusiasmo, curiosità e dedizione, oltre che la passione per la vitivinicoltura. Io ho iniziato a collaborare con papà prima dei miei fratelli. A metà anni ’80 lui aveva deciso di acquistare le quote dello zio, che essendo più anziano aveva deciso di ritirarsi. Il lavoro non è stato semplice e l’impegno tanto. Arrivare in azienda e iniziare con questo carico di responsabilità, appena terminata la maturità in ragioneria, mi ha formato più di ogni scuola o università. Poi è arrivato mio fratello Riccardo che, essendo enologo, ha iniziato a lavorare nella produzione per poi dedicarsi anche all’esportazione sui mercati esteri. Infine, si è unita a noi anche mia sorella Sabrina, dopo la laurea in tecnologie alimentari e un’esperienza nel campo dell’enologia presso l’Istituto di San Michele all’Adige. Abbiamo avuto la fortuna di ereditare la stessa passione di famiglia e di aver un padre che ci ha lasciato lo spazio per crescere anno dopo anno in azienda. Negli anni, abbiamo fatto nuovi investimenti, in cantina e nei vigneti, e per conoscere al meglio la nostra terra, ne abbiamo effettuato la zonazione e la caratterizzazione per poter intervenire in maniera mirata. Oggi, invece, stiamo svolgendo una ricerca molto particolare di geotipizzazione degli aromi delle nostre varietà, provenienti dai vari vigneti di proprietà, che sono localizzati in differenti vallate e a diverse altitudini.” Una famiglia unita, la loro. Potrebbe sembrare magia ma io, nel bicchiere, armonia e coesione le ho sentite.  E le nuove generazioni? Un’ultima domanda per Antonella.  La nuova generazione è cosmopolita. Come hanno fatto i nostri genitori, anche noi abbiamo cercato di trasmettere la giusta educazione, il rispetto, la responsabilità e il senso del dovere. Non sappiamo chi vorrà proseguire con l’attività di famiglia, ma qualcuno sembra appassionato. Quattro di loro stanno ancora studiando e chi ha già terminato gli studi sta svolgendo esperienze in aziende importanti ed internazionali in diversi ambiti, secondo la rispettiva formazione. Questo è importante per apportare esperienza e professionalità in azienda, quando decideranno di tornare. Le schede tecniche degli assaggi – Il terroir raccontato in cinque annate MATERNIGO VALPOLICELLA DOC SUPERIORE 2012 (40% Corvina, 40% Corvinone, 20% Rondinella) Da un punto di vista geologico, l’area poggia in parte sia su calcari marnosi grigi e rosei sia su marne bianche e rosa del Cretacico. Le uve provengono da un vigneto posto ad un’altitudine di 350 metri sul livello del mare, con esposizione a sud-ovest. Affinamento: 24 mesi in botte di rovere di Slavonia 30 HL. Gradazione alcolica: 14% vol.    LA FABRISERIA VALPOLICELLA DOC CLASSICO SUPERIORE 2006 (40% Corvina, 40% Corvinone, 15% Rondinella, 5% Oseleta) Geologicamente, l’area poggia su calcari marnosi rosei, calcareniti e scisti argillosi grigio/giallastri del Cretacico. Il terreno, poco profondo e ricchissimo in scheletro, è caratterizzato da marne rosa biancastre, ricche in carbonato di calcio e ossido di ferro, che regalano vini di grande struttura e di buon equilibrio. Affinamento: 24 mesi in botte di rovere di Slavonia 30 HL  Gradazione alcolica: 14% vol.  AMARONE DELLA VALPOLICELLA DOC CLASSICO 2006 (30% Corvina, 30% Corvinone, 30% Rondinella, 10% altre varietà tradizionali) Per l’Amarone sono stati selezionati vari vigneti ad un’altitudine di 250-350 metri con esposizioni a est e sud-ovest. I terreni sono terreni ricchi di argilla e di scheletro. Appassimento: in fruttaio con controllo della temperatura e dell’umidità. Affinamento: 30 mesi in botte di rovere di Slavonia 30/50 HL. Gradazione alcolica: 16% vol.    LA FABRISERIA AMARONE DELLA VALPOLICELLA DOC CLASSICO 1995  (30% Corvina, 30% Corvinone, 30% Rondinella, 10% altre varietà tradizionali) Suolo costituito da marne rosa biancastre, ricche in carbonato di calcio e ossido di ferro. Appassimento: in fruttaio con controllo della temperatura e dell’umidità. Affinamento: 36 mesi in botti di rovere di Slavonia 20 HL.  Gradazione alcolica: 15% vol.  Un assaggio speciale, questo, dato che in Valpolicella (in particolare per l’Amarone) il 1995 è stata un’annata straordinaria, tanto da essere considerata dagli anziani del luogo e definita poi da Veronelli “la vendemmia del secolo”.   CAPITEL MONTE OLMI AMARONE DELLA VALPOLICELLA DOC CLASSICO 1990 (CRU) (30% Corvina, 30% Corvinone, 30% Rondinella, 10% altre varietà tradizionali) Suolo di natura calcareo marnoso. Appassimento: in fruttaio tradizionale. Affinamento: 24 mesi in botti di rovere di Slavonia 30 HL.  Gradazione alcolica: 15% vol.  Potete trovare queste e altre informazioni nella sezione ‘Vini’ del loro sito. La mattinata si è conclusa al Ristorante Famiglia Rana, dove è stato dimostrato empiricamente che il vino rosso, ed in particolare la selezione Tedeschi, si sposa benissimo ai piatti di pesce. Ma questa è un’altra storia. Se siete curiosi la trovate qui. E voi, cosa avete assaggiato della Valpolicella?  Sono Claudia Riva di Sanseverino. Assaggio, degusto, scopro, curioso, provo e condivido. Seguimi su Instagram @crivads https://www.youtube.com/watch?v=RakajXgmc-E
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28 Marzo, 2023

Vi portiamo in miniera alla scoperta di Nove Lune

Vi portiamo in miniera alla scoperta di Nove Lune! Inizia con questo articolo un viaggio tra le venti cantine che hanno sfilato sul red carpet del vino italiano a Venezia, andato in scena lo scorso gennaio nella meravigliosa cornice della Grande Scuola della Misericordia per la prima edizione di Wine in Venice. Un viaggio che inizia dalla miniera e la piena consapevolezza di un patrimonio inestimabile che è la biodiversità. Un percorso attraverso la Miniera Costa Jels, un vero e proprio Ecomuseo grazie all’unione di tre concetti fondamentali il patrimonio, il territorio e la popolazione. Siamo a Gorno in provincia di Bergamo, nella Miniera Costa Jels, lunga 230 Km che inizia la sua storia circa duemila anni fa, un vero e proprio viaggio dello zinco tra alpeggi e miniere. Camminando lungo i corridoi si riscopre la dura vita dei minatori che durante il giorno lavoravano alla ricerca di Zinco, Galena e Piombo e la sera rientrando nelle loro case si occupavano della vita pastorale. Alessandro Sala, proprietario ed enologo della cantina Nove Lune ci accompagna in questo percorso per mostrarci la sua filosofia: “Volevo arrivare a produrre vini di qualità senza inquinare me stesso, l’ambiente e il consumatore finale” Le sue bottiglie sono in uno dei corridoi della miniera dove passano la loro stagione di affinamento. La miniera è un ottimo habitat sostenibile per l’affinamento del vino in bottiglia, temperature basse e pressocchè costanti senza alcuna necessità di refrigerare ulteriormente durante i periodi estivi, avendo quindi un’impatto di CO2 pari a zero, umidità del 95% circa che non impatta sulle bottiglie sigillate. Rispettoso dell’ambiente circostante e di se stesso, Alessandro ha deciso di produrre tramite coltivazione biologica, una varietà di viti scelte che resistono naturalmente alle malattie (Piwi) producendo vini di qualità, eliminando quasi completamente l’uso di anticrittogamici e altre sostanze chimiche. Inoltre per mantenere una migliore qualità delle uve tutte le pratiche colturali vengono effettuate manualmente tenendo volontariamente le rese molto basse, praticando la tecnica dell’inerbimento per favorire la biodiversità e portando quindi l’intervento umano al minimo indispensabile come nel caso della potatura. Anche la cantina è stata progettata per avere un impatto quanto più basso possibile grazie ai materiali utilizzati. Come dicevo in apertura, il 2023 è iniziato per la cantina Nove Lune con la premiazione alla Manifestazione Wine Venice come migliore cantina rappresentante della regione Lombardia per Etica, Sostenibilità e Innovazione portando in degustazione il Rukh un orange wine biologico. Tantissimi i progetti che Alessandro ed al suo collaboratore Gabriele Valota hanno programmato, accenno solo ad uno di questi legato al metodo classico Costa Jels che affina per 60 mesi in miniera, ottenuto da vitigni resistenti e prodotto in edizione limitata, solo 1200 bottiglie che saranno pronte nel 2025. Concludiamo il giro in miniera con la degustazione dei vini Nove Lune insieme ad Alessandro, Gabriele e la cucina di prodotti tipici locali presso la Trattoria Il Frassino le cui recensioni sono veramente di alto livello incontrando cordialità e accoglienza oltre che, buon cibo! Durante la degustazione siamo passati dal vino bianco “310” con affinamento in barrique, al metodo ancestrale “HEH”, continuando con il “Rukh”  l’orange wine biologico cui accennavo prima, per finire con il “Theia”, un passito che accompagna  bene la fine pasto. E ancora, dopo il caffè, “l’Amaro Misma” che viene prodotto con infusione di 17 erbe aromatiche estratte e miscelate con il vino rosso della stessa cantina. La descrizione di questi vini è puramente superficiale in quest’articolo perchè ciascuno di essi meriterebbe un approfondimento dettagliato per trasmetterne in pieno il potenziale, mi limito a farvi incuriosire per farveli scoprire con i vostri stessi sensi direttamente in cantina. A cura di Elisa Pesco  
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25 Marzo, 2023

Michele Taliano, eccellenza e tradizione tra Roero e Barbaresco

Michele Taliano, eccellenza e tradizione tra Roero e Barbaresco La storia della cantina parla di famiglia e di vino sin dal 1930, una storia che parte da lontano e arriva al presente con tantissima passione e dedizione alla terra e alla qualità. In quegli anni nasce l’azienda agricola con Domenico Taliano, proveniente da una famiglia da sempre dedita ai lavori in vigna e nei campi, conosciuta in paese con il soprannome “Re Cit” che significa “piccoli re”. L’idea di espandere l’attività aziendale nelle Langhe inizia però con Michele Taliano, una volta presa in mano la gestione delle vigne in eredità: inizialmente i vigneti infatti erano tutti compresi all’interno del comune di Montà, zona del Roero, ma nel 1974 l’azienda cresce grazie alle idee di Michele che acquisisce una cascina di circa 5 ettari di terreno nel crù Montersino a San Rocco Seno d’Elvio, frazione di Alba ricompresa insieme ai Comuni di Barbaresco, Neive e Treiso nella DOCG Barbaresco. A metà degli anni ‘90 i figli di Michele, la nuova generazione composta da Alberto e Ezio, rilanciano l’azienda modificandone le metodologie di produzione dell’uva e di affinamento del vino e acquisendo altri terreni nel Roero, proseguendo le innovazioni seppur mantenendo sempre fissa la tradizione e alta la vocazione a creare prodotti di qualità. Oggi la proprietà si estende per 15 ettari, 3 ettari circa di nebbiolo da Barbaresco, 1,5 barbera, e i restanti nel Roero, in particolare circa 4 ettari si trovano in località Bòssora in un contesto naturale che forma uno splendido anfiteatro naturale circondato da boschi e gole cui si accede con difficoltà percorrendo un sentiero sabbioso. La produzione è fortemente legata al territorio, con i nomi dei vini derivano dal connubio tra fantasia e recupero di parole del dialetto tradizionale. Le bottiglie prodotte sono circa 70.000, di cui circa sole 5.000 di Barbaresco, vini classici della tradizione come Roero Arneis, Favorita, Barbera, Dolcetto e Nebbiolo; vini denominati “Fantasia” che vedono i vitigni autoctoni affiancati da vitigni internazionali come il Sauvignon Blanc e Cabernet Sauvignon; la linea “Alta Gamma” composta dai due Barbaresco (Ad Altiora e Tera Mia Riserva), Roero Riserva e Barbera d’Alba Superiore; per concludere poi con i vini dolci come il Birbet (derivante dalla vinificazione di uve Bragat Rosa) e Moscato d’Asti. È proprio vera la frase di Robert Louis Stevenson: “il vino è poesia imbottigliata”. Alcuni vini infatti evocano emozioni e sensazioni che sanno ispirare, rendere creativi, catturare i pensieri o semplicemente farci migliorare l’umore e passare una meravigliosa serata. È questo il caso del Barbaresco Riserva Tera mia, da uve 100% Nebbiolo della zona di Montersino allevato su suoli calcarei, vinificato secondo tradizione con macerazione delle uve, e fatto maturare per ben 48 mesi in legno (in parte grande e in parte barrique) per renderlo pienamente godibile subito e donargli longevità per chi ha la capacità di attendere. Dopo averlo versato e fatto roteare il calice si dipinge di archetti, un colore che lascia penetrare la luce e che si illumina, colore leggero, aranciato e sfumato. Maturo e coerente nei suntuosi profumi di piccoli frutti rossi balsamici, avvolti da uno sfondo mandorlato e una retrolfattiva di dolce vaniglia. Fitta trama tanica al sorso pone avanti il suo carattere con vivavità e croccantezza invitando ogni volta al sorso successivo, che scalda ogni volta il palato. Lungo il finale speziato. Un vino e una cantina che rappresentano la tradizione e l’eccellenza, da provare assolutamente! A cura di Giuseppe Petronio  Mi trovi su Instagram @peppetronio
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24 Marzo, 2023

Benvenuti al sud: Le Grazie di Bernardino Cera

  Quando un forestiero viene al sud piange due volte: quando arriva e quando riparte. Ve lo ricordate il film Benvenuti al Sud? Sì, quello con Claudio Bisio, Alessandro Siani ed Angela Finocchiaro. Con Bisio che viene trasferito da Milano a Castellabate. Insomma Bisio, da buon settentrionale passa dalle difficoltà di ambientamento dunque la voglia di scappare ad essere stregato dal Cilento e dalle sue persone. Con la voglia di non partire più. Non è andata esattamente così a Bernardino Cera e alla azienda Le Grazie di Montecorice (Salerno). Perché Bernardino è nato a Novara da genitori di Montecorice che, nonostante avessero parecchi ettari di terra (ventotto!) coltivati ad olive, fichi e pascolo, decisero di andare a trovare maggior fortuna al nord. Magari per ritornare dopo un po’. Dopo anni al nord, si torna sempre al paese prima o poi. Strana la vita invece che fa adattare una famiglia di un luogo così solare come il Cilento, al freddo di Novara. Al paese non si torna se non per le feste comandate. Ci sono i figli che crescono e di andare al paese non ne hanno voglia. Magari in estate. Almeno nel Cilento in estate c’è da divertirsi. Per Bernardino, il cui nome, come da tradizione, era del nonno, è un po’ diverso. Lui che è malinconico. Di quelli che sentono un insolito malessere dentro. Che non si placa se non quando, per le feste comandate, si trova dai nonni nel Cilento. Non piange per andare al sud. Semmai piange quando riparte. L’estate per Bernardino non è un momento per andare al mare, cosa che nemmeno gli piace. Semmai per vivere di quei luoghi. Della terra. Degli odori del mare. Godere del sole che ti taglia in due e che, quando lo lasci, ti fa sentire nel freddo la sua mancanza. I genitori lo hanno fatto studiare e lui lavora presso un commercialista. A Novara. Ora, non per denigrare il nord, ma se uno ha nel cuore il sud e il Cilento, può pure fare il più bel lavoro del mondo, ma non regge. Infatti Bernardino non regge capendo che, per stare bene, deve cambiare vita. Luogo. Tornare alle origini nel Cilento. Tornare alla terra. Così che Bernardino inizia a fare il pendolare tra Novara e Montecorice. Per lavorare nelle terre di famiglia. Già ma coltivare la terra che da olive e fichi necessita di preparazione e Bernardino lo sa. Sa anche che per realizzare il suo sogno, per stare bene, occorre impegnarsi. E non poco. Ad un certo punto ho avuto un’altra pazza idea di prendere un secondo diploma in agraria. Volevo delle basi. Studia e si diploma in agraria e nel mentre si sostiene producendo e vendendo olive, olio, fichi. Fino a che nel 2013 si trasferisce definitivamente a Montecorice per iniziare davvero una nuova vita. Contro tutti e contro tutti. Persino i suoi genitori. I miei genitori mi volevano ammazzare. Avevano scelto di andarsene per darmi un futuro migliore e io sono tornato in campagna. Come biasimarli in fondo. Loro che per primi erano andati via da un paese di poche anime dove non vedevano futuro per sé stessi, figuriamoci per i propri figli. Loro che avevano fatto studiare i figli e avevano visto Bernardino con un lavoro solido. L’unica felice di vederlo a Montecorice era ed è la nonna alla quale non pare vero di avere Bernardino, colui che porta il nome del nonno, vicino. Mia nonna mi ha messo all’ingrasso. Per lei ero Bernardino. Mi adora. Sto divagando forse ma aiuta a capire come si può essere sentito Bernardino a trasferirsi a Montecorice. E quanta forza deve aver trovato dentro di se per resistere, per realizzare il suo sogno. Per trovare la pace interiore. Le poche volte che torno a Novara mi manca il mare anche se non amo il mare. D’estate non vado al mare. Amo però vedere il mare. Mi fa stare bene. La pace. Bernardino ancora non era ancora riuscita a trovarla. Mancava qualcosa. Mancava la magia. Coltivare olive e fichi, produrre olio è meraviglioso ma non magico. Avevo bisogno di qualcosa di magico e l’ho trovato nel vino. Ecco, il vino. La meravigliosa, unica magia che il vino può offrire. Ancora più difficile però. Siamo nel 2018 e Bernardino inizia a piantare le prime barbatelle: 8000 piantine di Fiano e di Aglianico. Non si cura di chi lo prende per pazzo, di chi gli dice “ma chi te lo fa fare”. No, Bernardino va per la sua strada. Anche quando gli dicono che è meglio piantare l’Aglianico. Lui no, vuole un Fiano perché sa che i turisti vogliono il vino bianco (malinconico, sentimentale ma con spirito commerciale Bernardino!). Insomma Bernardino inizia a fare, anche, il vignaiolo. “Anche” perché non è che il resto lo può lasciare. Quello è il suo sostentamento. In vigna c’è lui e un suo fraterno amico. Fanno tutto loro su un terreno roccioso di poco più di tre ettari (senza dimenticare gli altri 25..). Terreno completamente roccioso. È una pazzia per fare questo lavoro. Non dormire la notte per tanto tempo. Roccioso ma baciato dal sole e cullato dai venti marini. A Montecorice le vigne sono sulla collina più alta. Da qui si vedono i tre golfi sottostanti. Da qui si respira quell’aria di mare che renderebbe mansueto anche un tannino spigoloso come quello dell’Aglianico. La prima vendemmia è del 2020 e Bernardino già pensava di dare al suo Fiano in purezza il nome 2020. Ma ci ripensa perché capisce che l’anno pandemico è nefasto ed è meglio che stia lontano dalla mente dei clienti (malinconico, sentimentale ma sempre con spirito commerciale Bernardino!). 3 ettari di vigneto su un terreno che nessuno vorrebbe coltivare. Piante giovani perché lì da poco. Insomma, sarà pure un luogo meraviglioso tanto da incantare Bisio nel film, ma cavolo che difficoltà. Per non parlare del resto che sono pure ulteriori 25 ettari sempre impervi e complicati. Vi piacciono i fichi? Buono l’olio? Ecco, tocca andare a farli però i frutti. Farli andando su e portarli giù. Faticoso eh? I soldi alla fine sono pochi e comunque insufficienti per permettersi una cantina. Così ne usa una che produce vino conto terzi ma non lo vende (malinconico, sentimentale ma sempre con spirito commerciale Bernardino!). Se si mettono in fila tutte queste cose mi viene il dubbio che non sto parlando con uno sprovveduto. Anzi! Bravo Bernardino. Io non sono un amante dei bianchi. Ad un certo punto ho scoperto il Fiano e la qualità della cultivar. Il Fiano è una delle poche che può invecchiare. Ero abituato ai vini del nord ma quando ho trovato il Fiano ho visto qualcosa di magnifico. Eccolo Bernardino. Innamorato della sua terra e, forse, ancor più di questo meraviglioso vitigno quale è il Fiano. Innamorato del Fiano dunque. Ho deciso di piantare anche la Falanghina. Malinconico, sentimentale ma sempre con spirito commerciale Bernardino! Quando uno inizia da zero come ha fatto Bernardino può gestire la vigna come meglio crede. Sceglie con saggezza protocollo ZEI, zero impatto ambientale. Ho un solo problema che è l’oidio per la ventosità. Utilizzo di soli prodotti naturali lasciando il solo zolfo. Tolto anche il rame andando oltre il biologico perché il terreno possa giovarne dell’assenza. Assaggiamo il Fiano in purezza Vincenzì (va pronunciato bene, con l’accento sulla “i” finale) Il nome è un omaggio allo zio di mio padre che si è trasferito in brasile per cercare fortuna. Mi sono immaginato in lui tornando a Montecorice. Tutti i vigneti nascono su suoi terreni. Ho scelto per i miei vini dei nomi che si ricollegano a persone molto care o luoghi che mi emozionano ancora adesso. La scelta nel volere un Fiano in purezza e affinato in acciaio diventa quasi un dogma. Magari dopo si potranno fare tutti i passaggi ma per Bernardino il suo Fiano deve essere buono già in acciaio. La presenza del mare con la sua sapidità, il terreno roccioso che rende fine il vino. A che sarebbe servito un passaggio in legno? Bella pulizia nel calice. Un colore paglierino quasi verdolino. I sentori sono quelli tipici del Fiano con aggiunta di grande mineralità. Non c’è l’opulenza del Fiano avellinese perché qui troviamo frutta delicata come la nespola e fiori di margherita che si legano allo iodio del mare. Non c’è molto altro, ma questa semplicità e linearità sono appaganti. La stessa semplicità la ritrovo in bocca dove appare pulito, secco, fresco, sapido. Eccellente coerenza con l’olfatto e una interessante bella persistenza. Un vino che appare pastoso con un finale che lascia la bocca agrumata.  Il vero problema di questo Vincenzì è la sua ruffianeria: se stappi la bottiglia, la finisci senza accorgertene. L’abbinamento non è con un pesce perché la sua ottima persistenza non lo consentirebbe. Una pasta con crostacei. Ecco, così si. Chapeau! Apriamo l’Aglianico e già si sentono gli effluvi. Nel calice il colore è importante, tagliente. È giovane (2021) e il riflesso porpora del colore rubino, lo dimostra. Il Sarto, questo il nome, è una dedica a nonno Bernardino, il sarto di Montecorice. Era lo zio di tutti a Montecorice e per tutti era lo zio Bernardino. Una persona solare alla quale tutti volevano bene. In molti andavano ad imparare il mestiere da lui. I sentori sono immediatamente vinosi. Si sposano con la prugna non ancora matura. Poi arrivano i fiori. Sembra null’altro, eppure qui c’è un breve passaggio in botte. Roteando il bicchiere, ecco che arrivano spezie dolci come tabacco, chiodi di garofano, cannella. Anche un po’ di ematico. Sentori dolci che contrastano con la frutta non ancora matura. Bel contrasto devo dire. Forse dovuto al terreno e alla vicinanza del mare. In bocca la sapidità spicca e la coerenza con l’olfatto c’è tutta. È fresco, secco, morbido. La frutta prende il sopravvento e si esalta con un tannino non arrogante, non ingombrante. Anzi, è morbido e grandemente rotondo. Non sembra quello spigoloso e deciso dell’Aglianico. Lo puoi bere da solo ma con un ulteriore anno di affinamento si arrotonderà ancora di più. Già me lo immagino con il ragù della nonna. Bella coerenza tra i due vini. Si sente la stessa mano. Si sente soprattutto l’amore. La recensione sul mio blog @ivan_1969. Ho assaggiato due vini non scontati e rappresentativi del territorio e di Bernardino. I vini devono rispettare l’azienda. La moda ti porta a fare delle scelte che il mercato ti richiede. Ma mai perdere l’identità Ciò che mi ha appagato di più è l’amore che Bernardino ha per la sua terra. Un territorio difficile, abitato da persone meravigliosamente ospitali che amano la vita. Ecco, amore. Un amore, un caldo abbraccio che ho ritrovato appieno nei vini di Bernardino. Malinconico, sentimentale e con un cuore immenso. Così è Bernardino.   Ivan Vellucci Mi trovi su Instagram : @ivan_1969
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Cantine Contucci ritratto Arrow Right Top Bg

23 Marzo, 2023

Cantine Contucci: alle origini del Vino Nobile di Montepulciano.

Dopo un lungo viaggio dalla Calabria alla Toscana eccomi arrivata proprio nel cuore di Montepulciano, nell’incantevole piazza Grande. Proprio qui, difronte al Duomo, sul portone di un meraviglioso palazzo storico, trovo ad aspettarmi Andrea che, con il suo sorriso, mi guida da perfetto cicerone alla scoperta delle Cantine Contucci e alle origini del Vino Nobile di Montepulciano. La visita parte dal salone delle feste del Palazzo Contucci: qui Andrea mi racconta che l’edificio, edificato nel XVI sec. da Antonio da Sangallo il Vecchio ed affrescato interamente da Andrea Pozzo, fu anche dimora di Papa Giulio III e del Granduca Ferdinando I.  Mi racconta che la sua famiglia è una delle più antiche di Montepulciano, dove risiede ininterrottamente dal XI sec., e che già prima del Rinascimento si dedicò alla coltivazione della vite, contribuendo a rendere famoso nel mondo “un vino ottenuto con le uve nobili destinato alle mense dei nobili”.  La famiglia Contucci è, infatti, annoverata tra i “padri putativi” del Vino Nobile di Montepulciano. Per questo si parla delle Cantine Contucci come delle origini del Vino Nobile di Montepulciano. Lasciamo il palazzo e costeggiamo la strada del Teatro per continuare la nostra visita nelle cantine, edificate nel XIII secolo sulla cinta muraria della città. Le cantine si diramano nei sotterranei del palazzo, sono interamente scavate nella roccia e comunicanti tra loro. All’interno troviamo cento botti di rovere francese e Slavonia tutte prodotte in Italia che contengono preziosamente i vini prodotti dalla cantina. Mentre passeggiamo tra i cunicoli della cantina Andrea mi racconta che l’azienda agricola si estende su 170 ettari, 21 dei quali coltivati a vigneto, e che i vigneti sono ubicati in una delle migliori zone di produzione, ad un’altitudine che varia dai 280 ai 450 metri sul livello del mare. Le uve prodotte sono esclusivamente autoctone: Prugnolo Gentile, Canaiolo nero, Mammolo, Colorino, Trebbiano Toscano, Malvasìa del Chianti e Grechetto. La produzione della cantina si aggira sulle 100mila bottiglie. Finito il giro della Cantina ci dirigiamo all’ingresso del palazzo dove è situata l’enoteca e la sala degustazioni per assaggiare insieme alcuni dei loro vini. Rosso di Montepulciano D.O.C 2020 Blend di Prugnolo Gentile (80%), Canaiolo nero (15%) e Colorino (5%) provenienti dal vigneto Salarco.   Affina 8 mesi in botti di rovere francese da 20HL e 2/3 mesi in bottiglia prima della commercializzazione. Nel calice si presenta di un rosso rubino luminoso. Al naso spiccano le note fruttate di ciliegia, lampone e marasca, seguite da note floreali di rosa. In bocca il sorso è fresco, beverino, con un tannino ben bilanciato. Chiude con un finale abbastanza persistente. Vino Nobile di Montepulciano D.O.C.G. 2017 Blend di Prugnolo gentile (80%), Canaiolo nero (10%) e Colorino (10%), provenienti dal vigneto Mulinvecchio basso.   Affina 24 mesi in botti di rovere da 20 HL e 6/8 mesi in bottiglia prima della commercializzazione. Nel calice si presenta di un rosso rubino intenso. Al naso si sprigionano le note di frutta rossa matura, quasi confetturata, seguita da note di pelle, sottobosco, leggere note balsamiche. In bocca il sorso è pieno, fresco, con una buona struttura e un tannino ben integrato. Chiude con un finale fruttato abbastanza persistente. Vino nobile di Montepulciano D.O.C.G. Pietra Rossa 2017 Blend di Prugnolo gentile (80%), Canaiolo nero (10%) e Colorino (10%), prodotto esclusivamente con le uve provenienti dai due ettari di terreno, situati verso Cortona, denominati proprio Pietra Rossa.  Affina in legno, botti di rovere da 10/15 HL, per 30 mesi e 8/10 mesi in bottiglia prima della commercializzazione  Nel calice di presenta di un rosso rubino luminoso con leggeri riflessi granati. Al naso è intenso e complesso, spiccano le note fruttate di frutta rossa confetturata, le note floreali di petali di rosa leggermente appassita e le note di macchia mediterranea. Seguono poi le note più complesse di tabacco, caffè e cuoio. In bocca il sorso è pieno, avvolgente, con una buona acidità e un tannino perfettamente integrato. Chiude con un finale persistente e con piacevoli ritorni di note balsamiche e speziate. Vino Nobile di Montepulciano D.O.C.G. Palazzo Contucci 2017  Ultimo nato nella Cantina Contucci in occasione dei 500 anni del Palazzo. È l’unica etichetta ad avere impressa l’immagine del palazzo, che viene sostituita ogni anno con una dei 70 dipinti del palazzo. Di questo vino ne sono state prodotte 3200 bottiglie numerate. Blend di Prugnolo gentile (80%), Canaiolo nero (10%) Colorino e Mammolo (10%), accuratamente scelte dalle due vigne più importanti, Pietrarossa e Mulinvecchio. Affina in botti di rovere da 15/20HL per 30 mesi (6 travasi) e 8/10 mesi in bottiglia prima della commercializzazione. Nel calice si presenta di un rosso rubino intenso. Al naso spiccano le note di frutti neri, more, gelsi, seguite da note di viola, liquirizia, tabacco, chiodi di garofano e cannella. In bocca il sorso è ampio, strutturato, con un tannino presente e un finale lungo e persistente.  Vin Santo di Montepulciano D.O.C. 2009 Blend Malvasia del Chianti (40%), Grechetto (20%) e Trebbiano Toscano (20%) provenienti dalle uve migliori di tutti i vigneti.  Affina in caratelli di legno da 70L per un minimo di 6 anni. Produzione annua di circa mille bottiglie. Nel calice si presenta di un colore ambrato intenso. Al naso spiccano le note fruttate di frutta disidratata, uva passa, fichi secchi, dattero, miele. In bocca il sorso è dolce, avvolgente, con una lunga persistenza.   Claudia Maremonti @claudia_sommelier per The Voice of Blogger  
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Bicchieri di vino al tavolo degustazione durante Slow Wine fair 2023 Arrow Right Top Bg

22 Marzo, 2023

Slow Wine raddoppia!

Slow Wine Fair 2023 raddoppia rispetto alla prima edizione. 750 cantine, ovvero il doppio rispetto allo scorso anno! Tant’è che è raddoppiata anche la superficie espositiva, occupando 2 padiglioni dell’ente fieristico per un totale di 20.000 metri quadrati. Più di 100 sono stati i produttori internazionali presenti, la maggior parte da Francia, Cina e Macedonia del Nord. 4.000, invece, le etichette in assaggio tra cui scegliere per il pubblico di appassionati e operatori del settore.  Una novità, l’area espositiva dedicata alla Fiera dell’Amaro d’Italia, promosso da Amaroteca e ANADI, Associazione Nazionale Amaro d’Italia. Altra “prima”, l’area dedicata alle soluzioni tecnologiche innovative in fatto di impianti, attrezzature e servizi connessi alla filiera del vino, veri partner della #sostenibilità.   Alta affluenza Oltre 10.000 gli ingressi, la metà dei quali di operatori del settore. Un folto pubblico che ha potuto apprezzare l’omogeneità dei vini proposti, tutti rigorosamente selezionati secondo i requisiti di qualità definiti da Slow Food nel suo “Manifesto del vino buono, pulito e giusto”. Significativa la presenza di buyer stranieri, selezionati anche grazie alla collaborazione di Italian Trade Agency (Ice) e del Ministero degli Affari Esteri e della cooperazione internazionale (Maeci). Per la maggior parte provenienti da Stati Uniti, Gran Bretagna, Cina e Germania, offriranno alle cantine presenti interessanti opportunità di accedere a nuovi mercati esteri. Le nove masterclass in programma e gli incontri nella Slow Wine Arena – Reale Mutua e in Sala Opera hanno registrato in generale una buona affluenza di pubblico.  Una Fiera di indubbio successo  «Il successo della seconda edizione di Slow Wine Fair, insieme a Marca, Sana e al Mercato dei Vini dei Vignaioli Indipendenti che debutterà a novembre, conferma BolognaFiere come il principale polo fieristico per le esposizioni internazionali b2b del settore agroalimentare. Luogo in cui gli operatori non solo fanno business, ma tracciano le tendenze del mercato. Alla luce dei risultati ottenuti dalla Slow Wine Fair sia in termini qualitativi che quantitativi, siamo contenti di aver sposato da subito la felice intuizione di Slow Food, dando spazio e voce a un mondo vitivinicolo che guarda al futuro con coscienza e impegno». Queste le parole di Antonio Bruzzone, direttore generale di BolognaFiere, pronunciate dando appuntamento alla terza edizione che si terrà dal 25 al 27 febbraio 2024.  A cura di  Claudia Riva di Sanseverino
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17 Marzo, 2023

Roberto Castagnini One Man Band

Roberto Castagnini One Man Band È proprio vero che il mondo del vino riesce a farti conoscere sempre persone speciali. Ognuna con la propria, unica, storia alle spalle e qualcosa, ancora tutta da scrivere, per il futuro. Le piccole aziende poi riservano sempre sorprese. Nei vini certo, maggiormente nelle persone. O nella persona. Perché in molti casi, di persone che fanno le cose, ce n’è una sola: One man band. Così che i vini non possono che essere la vera espressione della persona che ha accudito le vigne e modellato il prodotto. Siamo a Carrara, alle pendici delle Alpi Apuane. Una terra di mezzo tra la Toscana e la Liguria anche se in Toscana ancora. Così che quando qualcuno ti parla non ti aspettare l’intercalare tipico toscano. Nella terra di mezzo si parla un vero mix. Forse quasi più ligure. Mi capita così con Roberto tanto che gli chiedo subito se sia nato li. Lui quasi se la prende. Nato li. Il papà li. Il nonno li. Le terre e la vigna che con il nonno coltivava. Carrarese senza sé e senza ma. Altroché. Nella terra di mezzo mica sei in pianura. Non tanti metri di altitudine (circa 200). Ma qui tutto è così in ripida salita che le vigne si adagiano su terrazze da meno di un metro, cosa questa che impone lavorazioni esclusivamente manuali. Anzi, più che manuali, da incubo perché non è che ci puoi andare con qualcosa di meccanico. Impervia e a pochi km dal mare tanto che si può vedere, all’orizzonte, anche l’isola d’Elba. Sono nato e cresciuto nei vigneti. Facevo vino sfuso. Poi imbottigliato. Etichettato. Quando si fanno le etichette si sbagliano e si rifanno. Siamo partiti da un ettaro adesso siamo a tre e mezzo. Roberto, Roberto Castagnini, parla a raffica. È una persona mite, pacata. Con due occhi che sorridono. Di quel sorriso di chi fa ciò che gli piace. Senza fretta. Senza dannarsi l’anima. Senza qualcuno o qualcosa che gli corre dietro. Ma con tanto amore e passione. Eppure quando gli chiedo in quanti lavorano nella sua azienda, la Castagnini,  la sua risposta è: Siamo io, io ed io. Ho una persona saltuaria, un pensionato, che dà una mano in vigna ma poi faccio tutto io. E in cantina? Anche in cantina faccio tutto io. L’enologo mi dà una mano ma per il resto faccio io. Lui mi dà i compiti. Provo ammirazione e tenerezza allo stesso tempo. Anche se Roberto non è uno che fa pesare ciò che fa. Anche se non deve essere per nulla facile salire e scendere per le terrazze dei suoi cinque ettari, lui affronta tutto con calma serafica. Quelli bravi direbbero che ha un atteggiamento Zen. Io dico che Roberto ha in sé la saggezza di chi ne ha viste tante e sa che tanto, pure se si affanna, le cose non cambiano. Cosa devo fare. Se mi arrabbio non succede nulla. Quello che non faccio oggi faccio domani. Alle 7-7.30 chiudo e vado a casa. Quello che c’è da fare si farà domattina. Domani piove? Me ne vado a casa. Non devo morire della vigna. Come fai a non voler bene ad una persona così? Sono nato in mezzo alle vigne di proprietà di mio nonno che seguivo. Imparando tante cose. Volevo fare l’agrario ma ho cambiato strada. Sono tornato poi indietro. Roberto è una di quelle persone che nonostante avesse la terra ha preferito altro. Da giovani si vede la vita in maniera diversa. Le ambizioni. La voglia di emergere. Di fare qualcosa di diverso dal padre o dal padre di tuo padre. Prima di ritornare alla terra, nel 2000, Roberto ha avuto modo di fare altro. Tanto altro. Per sei anni l’agente di commercio vendendo carne fresca (seguendo le orme del papà che era macellaio). Dovevo fare 5000 km a settimana e sono diventato pazzo. Poi l’azienda è fallita e ha aperto un negozio di alimentari aggiungendo una macelleria (l’impronta del papà continua). Una realtà che ha dato grandi soddisfazioni fino a quando con i dipendenti e la loro gestione la complessità è aumentata. Ho preso l’esaurimento e mi sono rimesso a fare vino Eccolo il vero Roberto. Quello che nella sua pacatezza ha bisogno della libertà e di voler essere responsabile solo di sé stesso e di ciò che produce. La voglia di stare all’aria aperta e curarsi della vigna. Solo che tra commerciale e cantina la vigna non la vedo più. Volevo starci di più ma ci sono tante altre cose che portano via tempo. In questo luogo perso tra le colline di Carrara, Roberto dirige la sua orchestra formata da sé stesso. Su e giù per le terrazze. Con i suoi tempi. Come se la vigna e le piante debbano rispettare i suoi di tempi. Ma questa è la vera sinfonia. Perché la cura che Roberto ha nelle sue piante è quella di un padre verso i figli. Come gli aveva insegnato il nonno. Su quelle vigne che ormai avranno più di sessanta anni. Vigne di Massaretta (o meglio Barsaglina ma non ditelo a Roberto che si offende), Vermentino e Vermentino Nero. Con qualche pianta di Sangiovese, Merlot, Ciliegiolo. Tutte mischiate senza un ordine logico. Sono vigneti vecchi dove c’è tutto di più. Quando vai a fare la vendemmia diventi matto. In vigna è tutto misto. Nel filare due piante di Massaretta, una di Vermentino Nero, uno di Merlot e quattro di Vermentino. Ci devi passare quattro volte per fare la vendemmia. In fondo un tempo si faceva così. Perché il vino mica si imbottigliava per venderlo. Si faceva per casa e quello che avanzava era venduto sfuso. Quindi non importava cosa c’era dentro. Bastava fosse buono. Il grande lavoro di Roberto è principalmente sui vitigni autoctoni come il Vermentino Nero e la Massaretta. Difficile da vinificare e complicati da portare in cantina. Ma con risultati che sorprendono quando il lavoro si chiude con successo. Il Vermentino Nero difficile in vigna perché non puoi fare il cordone speronato, con i grappoli abbastanza lunghi, con chicco grosso e buccia sottile. Niente legno in cantina anche se poi i sentori sono quelli tipici della barrique. Misteri dei vitigni! Però si porta a casa un vino beverino che d’estate è fresco e anche di frigorifero si beve bene. La Massaretta complicata in cantina per il continuo rischio di riduzione che la renderebbe imbevibile (tanto che un tempo non se ne faceva nulla). Lo chiamavano il vino puzzone perché lo mettevano subito in botte dopo la pigiatura. Gradazione sostenuta che però non si avverte, tannino delicato e levigato. Solo la Massaretta fa un po’ di legno. Poco perché non voglio la vaniglia. Roberto vuole i vini come lui. Devono essere e sono la sua espressione: sinceri, schietti, diretti. Mai ruffiani. 20000 bottiglie in totale con un solo blend (per seguire il disciplinare) sono tante per una persona sola. Ma lui non sente il peso. Se lo fa scivolare. Siamo arrivati ad un ben livello nonostante tanti problemi. Trovare l’enologo è stato difficile. Nel 2016 ho trovato una brava persona e gli ultimi anni siamo saliti di livello. Abbiamo preso anche alcuni premi che sono sempre una soddisfazione In gamma anche un Vermouth e una bollicina metodo Charmat Purtroppo oggi se non hai la bollicina non sei nessuno. Che grande Roberto. Lo dice con una schiettezza disarmante. Quelle verità che tutti pensiamo ma che in pochi si azzardano a dire. Quando gli parli di futuro, vedi che cala un misto di rassegnazione e tristezza. Per poi riprendersi subito perché tanto Roberto vive il presente. L’unica cosa che lo fa stare bene. In mezzo alla sua vigna tra i filari del nonno. Tre figli, due femmine ed un maschio che di vigna non ne vogliono sentir parlare. Ognuno ha la sua strada. Non vedo interesse per l’azienda. Andiamo avanti finché c’è voglia e ce la faccio. Loro, in qualche modo faranno.   Saggio. Fatalista. Non so. Però è meravigliosamente disarmante Roberto. Anche se confida che: Ogni tanto mi viene la voglia di buttare via tutto. Tanto lo so che è solo un attimo. Perché su quei terrazzamenti lui si diverte. Ci vive. La mia è passione e divertimento. Altrimenti passa subito la voglia. Faccio ciò che mi piace e ogni tanto c’è qualche piccola soddisfazione. Magari con i premi. Fanno piacere. L’animo di Roberto è questo. Semplice. Puro. Vuole, anche se non lo ammetterebbe mai, una pacca sulla spalla. Qualcuno che gli dica che la sua passione, il suo divertimento, in qualche modo produce buoni frutti. Amor proprio? Secondo me un modo perché quelle terre che ha ripreso con tanto amore, non vadano proprio abbandonate. Perché i figli si accorgano prima o poi quanto amore si perderebbero se non continuassero il lavoro di papà Roberto. Il tuo vino preferito? A me piacciono un po’ tutti. Su tutti però la Massaretta e il Vermentino Nero. Torneresti indietro? Si e no. Il lavoro della vigna non è nulla. Il problema è incassare. Ma non tornerebbe mai indietro Roberto. La sua vita è qui. Me lo immagino, anche con più vendemmie sulle spalle, ad andare su e giù per le vigne. Ma sono anche certo, che uno dei suoi figli sentirà prima o poi il richiamo della terra. È così e sarà sempre così. Dai, Roberto, vedrai che accadrà.   Ps ho assaggiato la Massaretta Cybo 2020 ma non ho voluto interrompere il racconto perché mi sembrava scorresse bene così. L’ho recensito sul mio blog Instagram @ivan_1969. Qui posso dirvi che ho trovato Roberto nel vino. Ho trovato la schiettezza della vinosità ma soprattutto posso dire essere un vino che non capisci subito. Un po’ come Roberto che a prima vista appare burbero ma quando lo conosci ti fa simpatia e tenerezza. Piano piano impari a conoscerlo (il vino e Roberto) e ti intriga sempre più lasciandoti la bocca pulita e vogliosa di un nuovo sorso. Che poi è la stessa sensazione che ho dopo aver parlato per ore con Roberto: mi vien voglia di mollare tutto e andare ad aiutarlo nelle sue vigne. Ivan Vellucci Mi trovi su Instagram : @ivan_1969
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16 Marzo, 2023

Fattoria Lornano, storia e qualità sostenibile

Fattoria Lornano, storia e qualità sostenibile Lo scorso 22 febbraio a Roma, in occasione della presentazione del libro di Armando Castagno “Castellina in Chianti – territorio, vino, persone” scritto per raccontare lo splendido territorio che accoglie poco meno di 40 produttori facenti parte dell’associazione Viticoltori di Castellina in Chianti, ho avuto l’occasione di partecipare alla splendida degustazione che mi ha fatto incontrare realtà storiche come Fattoria Lornano, notevole per qualità e filosofia produttiva. Una lunga storia alle spalle di Lornano, un’azienda agricola di proprietà della stessa famiglia dal 1904, situata sulle colline a sud est di Castellina in Chianti, sul confine tra Castellina e Monteriggioni, membra del “Consorzio del Marchio Storico Chianti Classico Gallo Nero” sin dalla sua fondazione avvenuta nel 1924. La cantina fu edificata attorno all’antica chiesa di Lornano nel XV secolo e la forma dell’attuale struttura, che oggi accoglie la produzione e l’attività agrituristica, risale alla seconda metà del XVIII secolo. La proprietà si estende per oltre 180 ettari di cui 70 sono vitati, su terreni caratterizzati da differenti suoli e microclimi, ad un’altitudine media di 300 m s.l.m.. L’80% dei vigneti è costituito da 15 differenti cloni di Sangiovese, accuratamente selezionati, che esprimono tutti i caratteri autentici di questa antica e incredibile uva che rappresenta l’anima della Toscana. Il restante 20% è coltivato a Merlot, Cabernet Sauvignon, con una piccola percentuale di uve bianche di Trebbiano e Malvasia, usate per la produzione del famoso Vin Santo del Chianti Classico DOC, creato secondo le più tradizionali tecniche che lo rendono un prodotto davvero prezioso. In azienda vengono vinificate esclusivamente le uve provenienti dei vigneti della tenuta in una moderna cantina con vasche in acciaio a temperatura controllata ed i vini prodotti affinano in botti di rovere francese nell’antica cantina d’invecchiamento sotterranea, un luogo magico che protegge naturalmente da improvvisi sbalzi di temperatura e che pone le condizioni ottimali per la maturazione dei vini. I vini prodotti sono il Chianti Classico, presenti anche nella versione Riserva e Gran Selezione, tre IGT (rosso, rosato e il Supertuscan “Commendator Enrico”), un Chianti Colli Senesi e, infine come detto, il Vin Santo. Come sapete amo evidenziare le cantine che lavorano nel pieno rispetto dell’ambiente con il mio #vinosostenibile e qui siamo difronte ad una realtà che ha scelto da diversi anni di ridurre l’impatto ambientale delle proprie azioni, implementando nuove pratiche etiche e sostenibili per garantire soluzioni rispettose dell’ambiente e delle sue risorse alle generazioni future. La via che persegue lo sviluppo sostenibile è ormai imprescindibile, ed è per questo che nel 2022 la cantina ha ricevuto dal Ministero delle Politiche Agricole Alimentari e Forestali (Mipaaf) la certificazione SQNPI (Sistema di Qualità Nazionale Produzione Integrata), che certifica e garantisce un sistema agricolo di produzione basato su metodi agronomici di difesa che prediligono l’utilizzo di risorse e di meccanismi di regolazione naturali, limitando l’impatto sull’ambiente. Una via che vede la cantina impegnata nella salvaguardia e mantenimento dei boschi di proprietà, nel favorire la biodiversità, favorendo l’insediamento di insetti impollinatori, attraverso l’inerbimento del vigneto durante tutte le fasi vegetative, nell’adottare tecniche di produzione integrata, prevedendo l’utilizzo di risorse e meccanismi naturali, limitando l’impatto sull’ambiente eliminando ogni prodotto chimico fertilizzante ed erbicida. Ma oltre a questi aspetti il rispetto dell’ambiente vede anche la minimizzazione degli interventi e trattamenti, la produzione di energia pulita rinnovabile, nonché le iniziative per il sociale: in vigna è stata installata una stazione meteo che consente l’utilizzo di modelli previsionali di malattie del vigneto in modo da trattare solo quando necessario, nel corso di quest’anno viene utilizzato un sistema di produzione di energia elettrica tramite un impianto fotovoltaico per coprire i fabbisogni aziendali per tutti i processi di produzione, vengono infine attuati e sviluppati progetti a favore della collettività, con l’obiettivo di fare impresa in maniera condivisa e inclusiva, aiutando anche i consumatori a fare scelte responsabili e compatibili con la salute ed il benessere. Insomma una realtà del Chianti Classico che merita davvero di essere nel vostro calice! Fattoria Lornano, storia e qualità sostenibile A cura di Giuseppe Petronio  Mi trovi su Instagram @peppetronio
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15 Marzo, 2023

Il Carso: fascino di una terra di confine

Mini tour dei vini del Carso. Bastano poche ore nei posti giusti. A me e ai miei compagni di viaggio dell’Amber Press Tour sono bastate meno di 24 ore per avere un’idea della potenza di questo territorio. Al nostro arrivo, siamo stati accolti calorosamente da Igor Gabrovec e Giorgio Rossi, rispettivamente Sindaco di Duino Aurisina e Assessore al Comune di Trieste, che ci hanno parlato di come le istituzioni vogliano dare visibilità e voce a questo territorio, ancora sconosciuto e poco valorizzato. Fazzoletto di terra sospeso tra mare e Carso, area di confine martoriata dalla storia e dalla Grande Guerra, questo territorio deve la sua forza proprio alla mescolanza di tanti tipi di diversità. Lingue, culture, storie, popoli che fortemente sentono di appartenere a un’unica regione. Regione che secondo le carte geopolitiche non esiste. I vini del Carso, però, sono decisamente una realtà. Il ‘carsismo’. Amico o nemico del vino? Il Carso è nei fatti un altopiano roccioso, di origine calcarea, che comprende le province di Trieste e Gorizia e si estende fino al territorio sloveno. Qui troviamo l’omonimo fenomeno detto “carsismo”, determinato dalle rocce calcaree che, permeabili all’acqua, vengono da essa col tempo modellate, creando così cavità e grotte. Questa conformazione del suolo fa sì che, per poter piantare i vigneti, la roccia calcarea vada abbattuta in modo da creare micro-terrazzamenti. Questi devono poi essere ricoperti con la terra rossa carsica, ricca di ferro, che si trova nelle cosìddette doline, cavità naturali della roccia formatesi, appunto, a seguito dell’erosione dell’acqua. Altro elemento imprescindibile in questo particolarissimo contesto è l’esposizione ai quasi costanti venti di bora, fortunatamente assenti durante la nostra visita.  La roccia carsica si trova sotto il terreno, ma fa parte al tempo stesso del DNA di chi questo suolo lo calpesta tutti i giorni. Lo si percepisce subito, quando si incontrano le persone del luogo. Personalmente, mi sono fatta un’idea del perchè siano, almeno in apparenza, persone dotate di una certa durezza e diffidenza nei confonti di chi in questo territorio si avventura. Credo che ciò dipenda dal lungo e duro adattamento alle numerose asprezze e difficoltà di questo particolare contesto. Nel tempo, gli abitanti del Carso hanno dovuto imparare a sfruttare al meglio un materiale duro per antonomasia, la pietra. Col tempo e con fatica se la sono fatta amica, utilizzandola a loro favore e ideando metodi per assecondarla, sfruttandola ad esempio nella realizzazione delle loro cantine. La roccia protegge bottiglie e botti senza bisogno di condizionatori. Posso quindi affermare senza tema di smentita che qui la sostenibilità è presente da molto tempo. Le cantine all’arrivo Il primo produttore che ci ha accolto, Benjamin Zidarich, ci ha orgogliosamente spiegato che la sua cantina è naturale perchè si trova dentro una grotta con 5 piani a circa 23 metri sotto il suolo. Ci ha anche informato che altri due piani sono attualmente in costruzione, insieme a un pantheon dalle cui vetrate si potranno ammirare il sole e la luna. Tutto il materiale che troviamo dentro è completamente naturale. Le pietre, lavorate interamente a mano da artigiani locali, mantengono la temperatura tra i 12 e i 14 gradi e l’umidità è costante al 70%. Qui, tutto il vino viene lavorato e imbottigliato per gravità. I vini del Carso si confermano all’insegna della #sostenibilità. Pochi metri più in basso, siamo poi arrivati alla cantina di Sandi Skerk il quale ci ha mostrato fieramente gli scavi nuovi che sono attualmente in opera per allargare la sua cantina. Qui abbiamo ammirato il tramonto, sorseggiando Vitovska, Malvasia, Terrano e Ograde (quest’ultimo un blend in quattro parti uguali di Vitovska, Malvasia, Sauvignon e Pinot Grigio).  La sorpresa è stata l’assaggio di una bollicina, a base Glera, che riposa un anno in legno e viene poi imbottigliata e fatta rifermentare con il mosto ottenuto dalla successiva vendemmia. Riposerà poi in bottiglia per quattro anni. Scordatevi però la Glera a cui siamo abituati. Questa è Glera carsica! Tra Italia e Slovenia Il giorno dopo siamo partiti alla volta della cantina seguente, dove Uroš  Rojac ci ha raccontato della sua filosofia di produzione dei vini del Carso. Secondo questo approccio, per riassumere in un sol motto, “il vino si crea in vigna”. Lo sforzo inizia quindi dalla maniacale cura durante il processo di coltivazione, unitamente alla selezione dei vigneti e dei terreni su cui essi crescono. Abbiamo iniziato la degustazione con Royaz, una “bolla” ancestrale naturale, molto piacevole. Siamo passati poi alla sua interpretazione del Renero, un Refosco autoctono prodotto da uve selezionatissime e soltanto in annate eccezionali, sottoposto a lunga macerazione e poi tenuto in botte per molti anni. Un vino “esplosivo” come il suo produttore! Abbiamo concluso il tour in Slovenia, nella cantina di Uroš Klabjan, il quale ci ha accolto raccontandoci che già il nonno lavorava quelle viti, tra le quali ve ne sono ben 13 storiche. A queste è riservata l’etichetta nera, mentre per i vini da vigne che hanno “solo” dai 20 ai 30 anni il colore è il bianco. Uroš è tra i fondatori dell’Associazione Vinnatur, che applica un rigidissimo protocollo di controllo non solo sulle viti e i prodotti utilizzati nella coltivazione, ma anche sui terreni, per garantire la qualità dei suoi vini. Qui non esistono ricette prestabilite e i vini vengono realizzati in maniera diversa a seconda dell’annata, i produttori guidati dal un solo obiettivo: non essere invasivi e impattanti né sull’uva né sul vino. Falsi miti  A questo punto, io e i miei compagni di viaggio ci siamo presi l’impegno di raccontare quello che abbiamo imparato per “smontare”, per così dire, i falsi miti che circolano sui vini amber, presenza importante tra i vini del Carso. Ad esempio, si pensa che questa tecnica nasconda il varietale e che si tratti di vini bianchi ossidati. Nulla di più falso. Abbiamo riconosciuto chiaramente le Malvasie, i Terrano e i Moscati, lavorati in stili diversi pur provenendo da vigne confinanti!  Gli assaggi si sono concentrati principalmente su vitigni autoctoni che non avevo mai assaggiato, come la Vitovska, una Malvasia istriana la cui origine pare risalire all’antica Grecia (diffusasi poi in Istria grazie ai fiorenti commerci della Serenissima) e il Terrano che, come dice il nome, è legato alla terra rossa del Carso, ma è fatto con uva Refosco dal peduncolo verde, che qui esprime grande acidità e poco alcool. Impressioni ed emozioni da questo tour dei vini del Carso Sono molte le emozioni e impressioni che questo tour mi ha regalato.  Primo, coltivare la vite in una zona così difficile e selvaggia non è per tutti e, anche se non è praticamente mai nominata, per me questa è viticoltura eroica tanto quanto quelle in Liguria o in Val d’Aosta. Secondo, c’è un assoluto impegno nel mantenere la qualità senza scendere a compromessi per assecondare esigenze legate alle mode o al gusto. Terzo, una ricerca costante e continua sperimentazione. Ultimo ma non ultimo, una grandissima passione e un forte rispetto della tradizione. Dei produttori incontrati, tutti avevano un nonno che si dedicava alla viticoltura, anche solo per uso casalingo. Turismo enologico ma non solo Se non conosci questa zona oppure vuoi approfondire quanto già sai, segnati queste date: il 21 e 22 Maggio 2023, nella storica sede del Castello di San Giusto a Trieste ci sarà l’Amber Wine Festival.  Un’occasione unica per visitare (se ancora non ci sei riuscito) anche la città di Trieste, con la sua magnifica Piazza Unità d’Italia affacciata sul mare. Nei dintorni, meta obbligatoria è il Castello di Duino che racchiude i ricordi di quando fu centro culturale ed umanistico e dove soggiornarono ospiti di prestigio come Elisabetta d’Austria (la principessa Sissi, poi imperatrice d’Austria), l’Arciduca Francesco Ferdinando, il cui assassinio innescò la Prima Guerra Mondiale, i compositori Johann Strauss e Franz Liszt e il poeta Gabriele d’Annunzio, tanto per citarne alcuni. Imperdibile poi il Castello di Miramare, fatto costruire dell’arciduca Massimiliano d’Asburgo. Un edificio imponente, con stanze che si susseguono complete degli arredi originali e circondato da un magnifico parco di circa 22 ettari. Io qualche spunto te l’ho dato…    Claudia Riva di Sanseverino https://www.youtube.com/watch?v=RakajXgmc-E
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