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8 Maggio, 2023

Due realtà vinicole a Bolgheri: Caccia al Piano e Cantine Michele Satta

The Voice of blogger si arricchisce: inizia una nuova rubrica, che porta il titolo Acini rari. La cura Emanuele Masi, wine blogger, che in modo semplice e informale ci porta in questo primo viaggio da lui condotto a Bolgheri, raccontando Caccia al Piano e Cantine Michele Satta. Caccia al Piano Oggi siamo a Bolgheri per visitare la cantina che produce il Caccia al Piano Bolgheri Superiore, assaggiato a Anteprima Vini della Costa. La cantina è stata acquistata da Franco Ziliani (quello della Berlucchi, per intendersi) nel 2003, ampliando successivamente i possedimenti e arrivando fino alla collina di San Biagio: 23 ettari complessivi suddivisi in vari appezzamenti. Le varietà coltivate sono tante, tra cui le classiche da taglio bordolese come il disciplinare richiede. Oggi sono i 3 figli che portano avanti l’attività. Arrivati sul posto è il cantiniere che ci accompagna nel tour partendo dalla splendida terrazza che sovrasta la cantina, da dove si può vedere tutte le vigne che circondano l’azienda. Il giro prosegue nella zona di vinificazione e affinamento, che, oltre ad essere all’avanguardia, è mirata a creare il minimo impatto ambientale, ad esempio utilizzando muri fatti di mattoni traforati messi a taglio, per permettere un maggior ricircolo dell’aria. Hanno vari fornitori di barrique e tonneau per sfruttare i diversi aromi rilasciati dal legno, usandole in base alle tipologie di vino che devono essere prodotte. È arrivato il momento degli assaggi: la degustazione comprende 3 rossi, 2 bianchi e un rosato spumantizzato. Chiaramente mi concentro sul vino per il quale sono venuto. – Caccia al piano 2018 – Bolgheri DOC superiore (70% Cab. Sauvignon 30% Cabernet Franc) Il colore è rubino intenso e scuro, limpido e impenetrabile. Al naso prevale il frutto scuro, mora, poi i sentori vegetali del Cabernet, spezie nere come pepe, nota balsamica intensa e cacao sul finale. Al palato è caldo e di buona struttura, tannini vibranti ma abbastanza morbidi, buona sapidità minerale che smorza la carica alcolica del sorso. Lunga persistenza e ottima retrolfattiva, dove torna il frutto e la nota balsamica mentolata. Bella espressione di Bolgheri. CANTINA MICHELE SATTA Continua il tour, questa volta per conoscere il Maestro Michele Satta, uno dei personaggi più innovativi del panorama bolgherese. Michele Satta, varesotto di origine, fonda la sua cantina nel 1991 dopo anni di consulenze agronomiche per diverse aziende del territorio. Oggi l’azienda vanta 23 ettari vitati, dove le vigne più vecchie sono del 1983. Giacomo, il figlio di Michele, porta avanti con passione il lavoro del padre. Arrivati, facciamo un breve giro dei locali per vedere la modernissima cantina scavata nella pietra, e, una volta concluso il giro, iniziamo gli assaggi guidati con il sig. Satta, motivo principale della mia visita. È un piacere stare ad ascoltarlo mentre ci racconta delle sue esperienze in cantina. Nel parlare ci confida che all’inizio voleva provare a produrre fragole… poi fortunatamente si è ravveduto! Ci spiega che il terreno qui è relativamente giovane e che i vini possono esprimere sia la forza data dal terroir, sia l’eleganza legata al microclima. Raccontati da lui, ogni vino che abbiamo assaggiato era un simposio di profumi e sensazioni, in un viaggio che parte dalla vigna e finisce nel calice. Resta di fatto che per me il più esaltante è stato sicuramente il: PIASTRAIA 2019 – Bolgheri DOC superiore Blend di Cabernet, Merlot, Sangiovese e Syrah. Un vino di struttura ed eleganza, verticale, ma che sa mostrare anche la sua forza. Si presenta di un rosso rubino intenso e lucente, limpido e trasparente. Al naso la nota speziata di pepe data dal Syrah è immediata, poi si affacciano i frutti neri e rossi, polposi, una nota balsamica precede quella ematica e agrumata per poi finire sul cacao amaro. Al palato è caldo e di buona struttura, minerale e leggermente sapido. Il tannino è ancora un po’ spigoloso per la giovane età, ma non è aggressivo. Anche l’acidità è spinta per calibrare la morbidezza data dagli uvaggi internazionali. Un vino non ancora al massimo della sua forma, ma che ha già raggiunto un ottimo equilibrio e lascia in bocca una piacevole persistenza agrumata. Un capolavoro di un maestro del vino! Acini Rari vi dà appuntamento al prossimo tour.
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7 Maggio, 2023

Maggio: ben venga primavera che vuol l’uom s’inamori.

Buongiorno, eccoci a maggio, e continuiamo con gli editoriali dedicati ai mesi dell’anno. Non è solo un gioco, è un modo semplice ed efficace per porre l’attenzione sui cambiamenti climatici e non solo, mutamenti dell’anima e del sentire. Un’attenzione antica: già nei primi decenni della Rivoluzione Industriale ci furono saggi veggenti capaci di cogliere i reali rischi della nuova vita metropolitana: tra fumi, grigiore, nuove malattie fisiche e sociali, i più attenti misero in guardia dallo scomparire degli alberi ( Celentano Ragazzo della via Gluk non può non tornare in mente) a favore di fabbriche e casermoni dormitorio. Gridarono già allora l’allarme (come non ricordare Tempi Moderni di Chaplin?) sulle storture della produzione industriale, sui ritmi pazzi di lavoro cui erano sottoposti gli operai, sullo sfaldamento della società agricola e del suo modello base: la famiglia allargata. Quindi Ben venga Maggio
e il gonfalon selvaggio:
ben venga primavera
che vuol l’uom s’inamori.
(Angelo Poliziano) Angelo Poliziano Ci vuole una citazione antica, di tempi che furono in cui la cultura era piena di gioia, ottimismo. Ricordi di un’epoca speranzosa, di un’Italia faro dell’Europa e dell’intero mondo conosciuto di allora. Poliziano vive alla corte di Lorenzo de’ Medici, a Firenze, e trascorre un breve periodo della sua vita a Mantova presso i Gonzaga. Grandi corti, grandi menti a guidare entourage di personaggi eccellenti in ogni campo del sapere. Epoca in cui il Bello era il principio generatore di ogni cosa. Vinitaly 2023 è passato. La Venere di Botticelli l è stata liberata e vaga per l’Italia intera con l’intento di raccontarla: in qualche scatto già visto, in piazze e contesti già conosciuti e così consumati da dover mettere balzelli per regolare i flussi in entrata e salvarne la natura. Cerchiamo di riscoprire il Bello ovunque esso appaia perché l’unica vera fortuna che ci resta è di vivere nel Paese più bello e più buono del mondo che, però, è quotidianamente sotto attacco. L’Italia è attaccata dalla burocrazia, attaccata dalla superficialità, attaccata da vuoti slogan e da fake news, dal perbenismo becero, dalle tensioni sociali. Goya – Il sonno della ragione genera mostri Viviamo in un contesto border-line: da un lato l’abisso che si spalanca nel sonno della ragione, dall’altro un meraviglioso, rigoglioso e bucolico orto culturale da cui attingere a man bassa per ritrovare il senso del fare e del vivere. Ci auguriamo che questo maggio sia di rinascita del buonsenso e delle buone maniere, di un approccio alla vita e alla natura che sia capace di dare vita ad un nuovo umanesimo.     Francesca Pagnoncelli Folcieri  
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5 Maggio, 2023

Tenuta Agricola Pesolillo e l’ospitalità abruzzese

Tenuta Agricola Pesolillo e l’ospitalità abruzzese Cosa porta a produrre vino? Passione? Amore? Calcolo? Si dice spesso che per ottenere risultati economici interessanti il vino debba avere grandi quantità. Volumi e volumi in grado di generare margini sufficienti per essere definiti azienda. Anche se ancor più spesso le aziende sono famiglie, con la loro storia, la tradizione, la continuità. C’è chi è nato vinicoltore. Chi ci è diventato convertendo la coltivazione. C’è chi ha scoperto l’ospitalità per legarla alla cantina. Un po’ per arrotondare, un po’ per darsi un tono. Raramente mi è capitato qualcuno che abbia iniziato a produrre vino grazie all’ospitalità. Nel caso della Tenuta Agricola Pesolillo forse si è trattato proprio di assecondare l’agriturismo. Siamo in Abruzzo, a Chieti. Le colline scendono dolcemente verso il mare separando questo dagli Appennini. Dal mare arrivano i venti salini che rendono le estati meno calde. Così come gli inverni meno rigidi. I terreni, di matrice sabbiosa, sono da sempre vocati alle grandi produzioni di uva. È questa terra di pastori e di agricoltori. Persone ospitali e schiette che non vanno tanto per il sottile quando si tratta di mangiare. Figuriamoci di bere. Incontro Lorenzo Pesolillo, terza generazione della azienda. Un ragazzo che si sta facendo strada e che ora, dopo aver preso una laurea in economia, fatto esperienze all’estero e in Italia per una importante azienda che produce e commercializza la bevanda gassata più famosa al mondo (va beh lo scrivo che è la CocaCola), si dedica anima e corpo alla azienda di famiglia. È Lorenzo che si occupa della promozione e vendita dei vini di famiglia. Ci siamo divisi i ruoli. Un mio fratello fa la sala nell’agriturismo; l’altro sta in cucina. Uno fa più la parte burocratica; uno più cantina vera e propria. A me dicono: con questo vino cosa facciamo? Marco, Luca, Lorenzo. Loro sono i figli di Giuseppe Pesolillo, diretto discendente di Domenico, fondatore dell’azienda nel lontano 1961. 12 gli ettari di terra. Non tantissimi per una azienda agricola. Ma se sai cavalcare il momento, puoi trovarne di che vivere. Ai primi degli anni 90 papà Giuseppe coltiva le pesche per poi venderle all’ingrosso. Alla fine degli stessi anni, vedendo che qualcosa stava cambiando, inizia la coltivazione fuori suolo e in serra. I tempi cambiano ancora e Giuseppe capisce che qualcos’altro su quella terra si può fare. Mette così su l’agriturismo con la ristorazione e le stanze per gli ospiti. La ristorazione, con la schiettezza dei cibi abruzzesi, necessita di vino. Sincero e senza fronzoli. Così come sono gli stessi abruzzesi. In azienda il vino si è sempre fatto perché le vigne fanno parte di questo territorio. Montepulciano (d’Abbruzzo ovviamente) e Pecorino. Si fa il vino dall’uva che rimane dopo il conferimento alla cooperativa. Si faceva per la famiglia e si fa ora per l’agriturismo. Eh già l’agriturismo. Quello ne chiede di vino. Così come di ortaggi e tutto ciò che la terra può dare. Turisti, turisti, turisti. Bella intuizione in una terra che ha tanto da offrire ma ancora poco sfruttata. Avevamo la cantina in versione light. Vinificavamo 5/6000 litri tra bianco e rosso. Per l’agriturismo. Agriturismo vuol dire ospitalità. Vuol dire aver rispetto degli ospiti, dei clienti. Offrire loro prodotti a km zero non avrebbe senso se non biologici: sani e coltivati nel rispetto della terra. Oltre che del territorio. Se inizi a produrre ortaggi a km zero, diventa una filosofia che la vigna non può che recepire. È così che il rapporto con la cooperativa alla quale si conferisce l’uva, si incrina. Non tutti sono infatti disponibili a seguirli nel biologico (forse non riuscivano a vedere lontano). Non tutti limitano le produzioni in vigna badando più alla qualità. L’unica soluzione possibile è coltivare e trasformare l’uva in proprio: un progetto di lungo periodo. Tutta l’uva però. Cosa questa che non potrebbe più essere assorbita dal solo agriturismo. Anche diminuendo le rese, le bottiglie rimangono tante. Occorre pensare a produrre vino e a venderlo. Il passo successivo è dunque una conseguenza: investimenti per le attrezzature di cantina, per la cantina stessa, per le persone, per la commercializzazione. Non è la cantina che ti fa dire wow ma è funzionale e c’è tutto di quello di cui hai bisogno. Un percorso necessario che porta l’azienda a concentrarsi, anche, sul vino. Lorenzo è un ragazzo diretto e con il sorriso sempre pronto. Ha dalla sua l’anima commerciale che lo porta a raccontare con leggerezza e maestria la sua azienda ma anche a fuggire dai lavori in vigna o in cantina. Conosce le sue capacità e riconosce le sue conoscenze. Così come i limiti. Non sono un enologo ma mi fido del nostro. Non puoi saper far tutto per cui ti servi di un tecnico bravo. Soprattutto, quando verso il vino nel bicchiere sento la differenza. Per iniziare a produrre vino, vino che sia rappresentativo del territorio, che non sia opulento ma schietto, pronto e fresco, serve lavorarci sopra. Non sono passati tanti anni. Eravamo pronti per il 2020 ma il covid ci ha bloccato. Siamo usciti nel 2021. Serviva un tecnico ed è stato preso. Serviva l’attrezzatura ed è stata acquistata. Serviva un buon packaging e l’hanno creato. Tutto in un bel piano sequenziale. Merito dell’intuito ma anche di tanta preparazione. Abbiamo ricreato daccapo tutte le etichette. Abbiamo fatto alcune accortezze in cantina sia da un punto di vista tecnico sia di presentazione. Devo essere contento anche se tutti i commerciali vorrebbero sempre di più. È un inizio. Il prodotto piace dunque va bene. I 12 ettari di vigneto diventeranno 15 a breve. Le rese per ettaro sono basse per un territorio che ha fatto (nella maggior parte dei casi) la quantità come focus: 150 quintali per ettaro per il Montepulciano; 100 per il Pecorino. Raccolta manuale su tutti gli ettari. Per come abbiamo i vigneti noi si farebbe anche fatica con la macchina. Ma serve perché con le piccole dimensioni si gestisce bene la tempistica vigna-cantina. Una azienda giovane dunque. Governata da giovani con idee chiare e una filosofia che si ritrova tutta nel bicchiere. La voglia, manco a dirlo, è quella di offrire prodotti genuini, identitari, semplici. Schietti. Come gli abruzzesi. Iniziamo ad assaggiare i vini partendo dal Pecorino superiore. È un 2021. Uva raccolta nella seconda metà di agosto per mantenere freschezza e immediatezza. Il colore verdolino scarico evidenzia la giovinezza. Le note erbacee di fieno appena tagliato, la confermano appieno. I fiori sono bianchi e c’è un sentore vinoso che lo rende già così schietto e diretto. La mela verde Granny Smith è croccante. Le note semplici e dirette non deludono le aspettative. Il sorso non è da meno. Già mi piace il retro olfatto che richiama fortemente i sentori apprezzati all’olfazione. Torna la mela verde donando la sensazione di grande freschezza: non serve gustarlo particolarmente freddo (8/10 gradi). È sapido. Molto diretto, non opulento. Molto verticale. È un vino che ha una freschezza e secchezza così importante da renderlo quasi tannico. Serve abbinarlo ad un piatto di pesce dolce tipo salmone o gustarlo durante un aperitivo accompagnandolo con un formaggio non stagionato. La bocca chiude bene e la persistenza è giusta. Lorenzo è davvero commerciale. Parla a raffica della bottiglia. Del prezzo. Del fatto che deve essere un prezzo abbordabile per il consumatore per portarlo a bere anche due bottiglie. Sa il fatto suo! Passiamo al Rosato IGT. In una terra dove il Cerasuolo è monumento, sembra quasi un controsenso non chiamarlo così. Eppure, anche in questa scelta, noto lungimiranza, determinazione, serietà. Nella bottiglia non c’è il solo Montepulciano ma anche della Malvasia Rossa. Il colore che ne deriva è più chiaro di un classico Cerasuolo. Territorio, vitigno, tradizione. Non aveva senso proporre un Cerasuolo così chiaro. C’è qualcosa di diverso per via della Malvasia che da dolcezza ma no n residuo zuccherino. Quasi aromaticità. Al naso la cerasa è quella bianca, una ciliegia dolce e croccante: dolcezza della Malvasia, croccantezza del Montepulciano. Oltre la cerasa, un po’ di melograno, della pera Smith, un po’ di mela e dei fiorellini di campo, non c’è molto altro. Ancora semplicità dunque. Schiettezza, immediatezza. Come si conviene ad una serata di campagna in estate. Volevamo un prodotto più moderno, internazionale. Questo Rosato si dimostra amabile. Quasi piacione. Lo senti e dici “ah però”. In bocca emerge la parte fresca che al naso veniva coperta dalla Malvasia. La ciliegia scompare quasi per dare spazio ad una fragolina che non smette di essere presente. Molto secco. Sapidità più spinta del Pecorino. In finale molto più convincente di alcuni Cerasuoli. Rimane un senso di agrume in bocca che sembra una arancia. Si può bere da solo! Saltiamo nel mondo dei rossi partendo dal Montepulciano biologico. 2021. L’uva è raccolta in base agli anni tra l’ultima di settembre e la prima di ottobre. Imbottigliato a marzo 2022 dopo 4 mesi di acciaio per ricercare una beva estiva. Un obiettivo che fa capire il perché del vino: l’agriturismo! È nato da quello che ci dicevano i nostri clienti in agriturismo quando gli si proponeva il Montepulciano. Abbiamo voluto fare una versione più beverina. Colore rubino con riflessi porpora dice che nel calice c’è un Montepulciano giovane e non impegnato (né impegnativo). Al naso si intuisce la giovinezza: è come se fosse stato spremuto un grappolo direttamente nel bicchiere. Ricorda, per la frutta che si evidenzia al naso e per la freschezza, un vino novello. Freschezza e accessibilità. Se non ami particolarmente i rossi, questo potresti apprezzarlo. In bocca il tannino non è per nulla irruento. Molto secco. Caldo. La frutta in bocca mi ricorda, positivamente, un novello. D’estate con 30 gradi fuori e il vino a 16 si apprezza. Una bella scelta commerciale pensato per l’agriturismo. Per le serate estive e le cene all’aperto al chiaro di luna. È un vino “infame” (nel senso buono ovviamente!) perché te lo bevi tutto e i suoi 14 gradi rischi di sentirli dopo (ma tanto hai la stanza a due passi e ci può stare). Saliamo di livello e apriamo un Montepulciano “Filari in costa”. Coltivato in un appezzamento di circa due ettari (“in costa” vuol dire in pendenza) con esposizione sud sud est. Maturazione protratta in avanti Il colore ricorda il precedente ma senza la porpora come riflesso. I sentori di mora e ciliegia si sentono più maturi. Un po’ di sottobosco c’è. Il passaggio in botte (su circa il 25% della massa) è breve (sei mesi) e di basso impatto (terzo passaggio delle barrique) lo rendono diretto anche se c’è una maggiore e ovvia rotondità rispetto al precedente. Non mi aspetto tanta freschezza in bocca ma rotondità in evoluzione. Il tannino che si apprezza al sorso è infatti più vellutato. La rotondità c’è pur con un finale leggermente amaricante. Secco e non particolarmente sapido. Un vino non impegnato che ordini nuovamente poiché di facile abbinamento e di beva non impegnata. Ciò che mi piace è la continuità con il precedente rosso. Non so se è un caso o meno. Lo scoprirò assaggiando il prossimo. La Riserva 2019. Sempre di Montepulciano ovviamente. 3800 bottiglie. Etichetta numerata, ceralacca, cartavelina e cartone dedicato. Qui ci si dà un tono. Raccolto ancora più tardi del Filari in Costa, fa un anno di acciaio e un anno in barrique. Poi in bottiglia per un ulteriore anno. L’aumento della complessità olfattiva evidenzia l’evoluzione del vino. La frutta è quasi cotta. I fiori sono vicini al potpurry. Spezie dolci di cardamomo, chiodi di garofano, tabacco, pellame. Poi pepe. La secchezza è la stessa dei precedenti. I tannini sono levigati. La persistenza si allunga e la bocca si chiude precisa con una importante ciliegia. Il maggiore affinamento ha tolto anche il finale amaricante del precedente. La spalla garantisce una sicura evoluzione non tanto per i sentori quanto invece per i tannini che continueranno ad ammorbidirsi. Lo trovo splendidamente abbinabile con la brace (un arrosticino di pecora, manco a dirlo!).  È comunque una bottiglia che non necessita di particolari occasioni per essere bevuta. Anche questo ultimo assaggio mi conferma che c’è un filo conduttore tra i diversi vini a dimostrare che quando si attua un progetto, non necessariamente si deve venire da lontano. Basta essere coerenti e consistenti. La coerenza rende particolarmente evidente l’evoluzione sensoriale dei i vini. Pesolillo è uno dei produttori dove ho maggiormente trovato, nella semplicità, il legame dunque la costante impronta tra i vari prodotti. È bellissimo infatti constatare come da uno stesso vitigno si possano avere sensazioni olfattive e gustative completamente diverse ma legate tra esse. La scelta di produrre vino per l’agriturismo è senza dubbio una scelta intelligente e soprattutto vincente. Cosa ricerchiamo quando andiamo in un luogo del genere? Piacere, relax, convivialità. Proprio come il vino. Cosa è il vino se non sensazioni, ricordi? Ecco allora che aprendo certe bottiglie non possono che tornarci alla memoria le sensazioni vissute. O che vorremmo vivere. Non so quali e quanti clienti dell’agriturismo dovrò ringraziare per aver ispirato questa evoluzione aziendale, ma davvero grazie. Grazie anche alla famiglia Pesolillo che con lungimiranza e capacità è riuscita a realizzare qualcosa che spero, sia solo l’inizio di una storia.   Ivan Vellucci Mi trovi su instagram : @ivan_1969
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28 Aprile, 2023

Barabara Gatti il Moscato ha trovato il suo sorriso

Barabara Gatti il Moscato ha trovato il suo sorriso Quindic’anni, quindic’anni, quindic’anni Poesia di un’età che non ritorna Sulla bicicletta in due senza mani Matti come due cavalli io e te Era il 1976 quando il gruppo “I Vicini di casa” cantavano la canzone “Quindic’anni” garantendosi un successo discografico per poi scomparire nel dimenticatoio subito dopo. Già, è facile cantare una canzone così e poi scomparire. Più difficile è quando, proprio a quindici anni, non puoi scomparire perché inchiodato a responsabilità che non hai chiesto, non hai voluto. A quindi anni sei nel pieno della adolescenza. Vuoi andare in giro in bicicletta senza mani (nel 1976) o scorrazzando con una di quelle dannate macchinette ai giorni nostri. Ti batte il cuore se un ragazzo ti scrive o ti guarda. Pensi al mondo come non dovesse mai finire. Quando però a finire è la vita del faro della tua vita, di colui che ha rappresentato l’esempio, allora il mondo ti casca addosso. Anche una quindicenne ha un’anima e una sensibilità nel capire che quando il papà muore e rimani sola con tua madre, lì, non solo inizia il vuoto, ma il macigno che ti grava sulla testa è qualcosa che non sei sicura di poter sopportare. Barbara Gatti perde il papà quando ha quindici anni. Non c’è solo il vuoto lasciato, il macigno del dolore, la consapevolezza che da ora in poi sarà solo lei con la madre. No, c’è anche una azienda da portare avanti. A quindici anni? Già. Purtroppo. Per fortuna. Chissà. Siamo a Santo Stefano Belbo (Cuneo), luogo noto ai più per aver visto la nascita di Cesare Pavese; ai meno (purtroppo) perché centro nevralgico del Moscato d’Asti. Qui, sulla collina di Moncucco, sorge l’Azienda Agricola Piero Gatti che dagli anni 80 produce il nettare che ha reso famoso questo territorio nel mondo. Piero era il papà di Barbara. Piero insieme a Rita, la mamma di Barbara, fondarono l’azienda nel 1988. Due soli ettari di terra fino a quel momento utilizzati, anche dai loro genitori, solo per produrre uva da conferire. Il grande passo che papà Piero si sentiva nelle corde, forse anche nel dovere, di fare. Barbara era piccola. Così piccola che i ricordi di quei tempi affiorano con difficoltà. Non i momenti felici, le sensazioni che solo la vigna, la vendemmia, la cantina, i viaggi per portare il vino in giro possono imprimerti nella memoria. Gli odori e i sapori del vino sono nella sua memoria. Come un tatuaggio mnemonico. Ricordi sensoriali. Poi arriva quel momento. Quello che non ti aspetteresti mai. Che rifuggi perché non nella testa di un adolescente. Papà Piero che non c’è più. Si fa anche difficoltà a proferire la parola “morte”. Troppo dura. Troppo difficile ancora da digerire. Si dice “è venuto a mancare”. Ma manca. Manca davvero tanto. Come manca il terreno da sotto i piedi. Un terreno che però rimane li. Con tutta la azienda. Con la decisione di cosa fare Scegli tu cosa fare. Se andare avanti con l’azienda o meno. Mamma Rita è questo che dice a Barbara. A soli quindi anni ti viene voglia di scappare. Altro che rispondere. Sai in cuor tuo che se decidi di dire sì, prendi la tua giovinezza e la getti nel cesso. Se dici no, a finire nel cesso è l’azienda di tuo papà. La risposta che Barbara dà alla mamma è racchiusa nel suo sorriso. Sorriso disarmante. Tenero ma duro allo stesso tempo. Di quei sorrisi che ti fanno brillare gli occhi perché riesci a vedere dentro e capire quanto si dimeni tra felicità e tristezza. Felicità per ciò che fa, ciò che le circonda, ciò che è riuscita a portare avanti; tristezza per aver perso una parte importante della sua vita. Sono cresciuta un po’ in fretta. Ho dovuto prendere delle responsabilità che a quindici anni non si prendono. Non ho vissuto a pieno l’adolescenza Forza, tenacia, volontà. E tanto buon umore. Come puoi non aver rispetto per una donna come Barbara? Caso strano ci parliamo nel giorno della festa della donna. Dopo la morte di papà Piero c’è voluta la forza di mamma Rita unita a quella di Barbara per mandare avanti tutto. La mamma è stata un pilastro portante. Si è sobbarcata l’azienda per tanti anni in un periodo dove in queste zone una donna era guardata come una extra terrestre. Era l’unica donna che andava a comprare i prodotti per la vigna. Oggi, per fortuna, ci sono donne che lavorano la terra e guidano pure il trattore. Fino a quando anche mamma Rita non decide che sia arrivato il momento di raggiungere Piero. Così che Barbara è davvero sola. La guardi negli occhi e il sorriso quasi scompare. Troppo facile leggerle dentro una fragilità che però non dà a vedere. Quasi rifugge e sfugge ai pensieri con il sorriso a farle da schermo. Una azienda, che nel frattempo è diventata più grande, da portare avanti non è cosa da poco. Quando poi produci un prodotto identitario ma difficile come il Moscato, devi farlo bene. Devi necessariamente produrre un prodotto di eccellenza. Sì, certo, per i clienti. Ma anche, forse soprattutto, per papà Piero e mamma Rita. Perché loro da lassù guardano, osservano e non possono essere delusi. Barbara lo sa. Sa che il suo di compito non è semplice. È sola. Ma non demorde. Una spera che attraverso il lavoro, l’azienda e i loro insegnamenti di tenerli vivi. Le tocca davvero ripartire da zero. Per una che ha fatto il classico e poi si è iscritta a lingue all’università dover fare tutto da sola perché nemmeno mamma Rita c’è a condividere la conduzione, vuol dire ricominciare. Da zero. Grande umiltà. Grande spirito di adattamento. Grande forza. Occorre chiedere consiglio. Occorre sperimentare. E tanto. Barbara lo fa. Sono andata al Vinitaly da quando avevo quattordici anni Non lo dite in giro che facevano entrare minorenni altrimenti sono problemi!o Barbara ha ampliato i mercati verso l’estero arrivando a vendere il 50% fuori Italia. Papà faceva solo il moscato. Hanno aggiunto poi il Brachetto e i due rossi. Lei ha creato altri vini, il passito e il bianco “Due Gatti”. Cerchiamo di fare vini vegani. Ho fatto esperimenti sui passiti con appassimenti in vigna e graticci. Preferirei però fare vini in tradizione pura. È nato così ed è buono così. Talebana! Ho fatto solo esperienza con persone che mi hanno insegnato i trucchi del mestiere mentre con il vino tanti assaggi. Che ne penserebbe papà dei due vini? Io spero ne sia fiero. La filosofia che abbiamo sposato è sempre la stessa: fare vini di qualità, farli bene, rispettando la terra, le tradizioni. Spero possa esserne fiero. Barbara. È lei che gestisce l’azienda. Lei che crea vini e mantiene la tradizione. Frutto di passione e tanto amore. Una sfida continua con sé stessa. Perché papà Piero e mamma Rita possano essere soddisfatti di lei. Sembra quasi un peso questo. Che lei porta con allegria e fierezza. Ma anche con fermezza. Pretendendo da tutti il massimo, controllando che tutto sia a posto. Non può deludere papà Piero e mamma Rita. Mi spiacerebbe per tutti i sacrifici fatti da mio papà e da mia mamma che qualcosa andasse male. Non può permetterselo. In fondo ora c’è Agata, tre anni. Il futuro di questa azienda. Agata che porta il cognome di Barbara perché la continuità si fa anche così. Se le piace l’aiuto ma se non le dovesse piacere non voglio forzarla. Difficile comunque portare avanti l’azienda con una bambina di tre anni. Difficile, duro ma non da farle perdere il sorriso. Tempo libero non ce ne è dunque cerco di fare i lavori quando dorme o è all’asilo” Sorride mentre lo dice. Sorride di quella tenerezza che Barbara sa “diffondere” nell’ambiente che la circonda. Non si abbatte. Non si scoraggia. Sorride alla vita. E tuo marito? Lui fa l’agronomo. Ci siamo conosciuti per lavoro. Gli chiedo ovviamente di aiutarmi come in vendemmia: si prende le ferie! Se potessi scegliere di tornare indietro ai tuoi 15 anni? Io sono contentissima. Mi piace questo lavoro. Veder bere alle persone una cosa che hai fatto tu è una soddisfazione incredibile. L’idea di Barbara è di aumentare la produzione per via di qualche ettaro in più da far fruttare. Ma senza esagerare.   Poi vediamo quando cresce la mia bimba. Barbara Gatti e la sua spontaneità, la freschezza, la voglia di non mollare. Per papà Piero. Per mamma Rita. Per Agata. Per sé stessa. Ti auguro tante, tante meravigliose vendemmie con la speranza di vedere quanto prima la piccola Agata seguire le tue orme. Ve lo meritate.   PS ho assaggiato il Moscato e che dire se non “wow”? Un vino che per i suoi pochi gradi di alcol e la dolcezza non stucchevole, può essere bevuto da tutti. Un naso ricco di dolcezza con la pesca, la mandorla dolce, l’uva, gli agrumi dolci e i fiori di camomilla. In bocca esplode la dolcezza avvolgente senza essere stucchevole. C’è una base fresca e la sapidità che lo rende non opulento. La chiusura di bocca è gradevolissima, quasi elegante. L’ho degustato con la pastiera: eccellente!   Ivan Vellucci Mi trovi su instagram : @ivan_1969
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26 Aprile, 2023

Roberto Sarotto: il Piemonte da non perdere

Roberto Sarotto: il Piemonte da non perdere Cari amici lettori, ormai sono anni che seguo il mondo del vino e molto spesso capita che qualcuno mi chieda in privato cantine che consiglio per qualità, intensità dei vini e piacevolezza… e una che indico sempre è la cantina piemontese Roberto Sarotto! La storia di questa azienda ha inizio nel 1820, quando Giuseppe Sarotto, capostipite della famiglia, da Barbaresco giunge a Neviglie, provincia di Cuneo, dove l’azienda ha sede. Oggi essa conta oltre 90 ettari vitati tra le Langhe del Barolo e del Barbaresco (Neive), il Monferrato e Gavi, con una produzione di molte referenze e circa 1 milione di bottiglie, con ampia distribuzione all’estero. Giuseppe Sarotto è il capostipite di una lunga storia di famiglia, egli è infatti il primo ad intraprendere l’attività vitivinicola, seguito poi dal figlio Giovanni e nipote Luigi Giovanni. La produzione in origine è limitata al solo Dolcetto, che viene negoziato sia sul mercato locale che esportato all’ingrosso in Inghilterra. Nei primi anni ’40, con l’avvento della Seconda Guerra Mondiale e della Fillossera, il settore entra in crisi e l’attività subisce un drastico arresto. Prende poi in mano l’azienda la generazione successiva, con Angelo, determinato a proseguire l’attività di famiglia, lavorando a vigneti la terra ricevuta dai genitori. Grazie al fondamentale supporto della moglie Maria, le coltivazioni si ampliano verso nuove varietà di uva, come il Moscato, Freisa e Barbera. Nel 1984 Roberto, il figlio di Angelo, si diploma alla prestigiosa scuola enologica di Alba, prospettando un nuovo inizio per l’attività di produzione vinicola che si era fermata anni prima. Sette anni più tardi, l’acquisto di una proprietà di 20 ettari in Barolo costituisce un punto di svolta per lo sviluppo dell’azienda, che entra a far parte della cerchia dei produttori più rinomati del Piemonte e che prosegue l’espansione. In pochi anni vengono annessi vigneti nei più importanti cru del comune di Neive, aggiungendo così il Barbaresco alla propria gamma. Intorno ai primi anni ’90, Roberto e sua moglie Aurora, spingono le loro ambizioni ancora più lontano, precisamente nella zona di Gavi, dove verrà in seguito istituita la cantina secondaria. Oggi l’azienda, oltre ad espandersi territorialmente, vede la nuova generazione partecipare attivamente alle attività aziendali, con i figli di Roberto e Aurora, Enrico ed Elena, ed ha visto un grande progresso tecnologico con l’entrata in funzione, nella stagione vendemmiale 2021, del nuovo reparto pigiatura della Roberto Sarotto, composto da due tramogge con circuiti di trasporto dell’uva distinti e gestibili dal quadro sinottico. Sono state inoltre installate tre presse pneumatiche, di cui una in grado di operare in atmosfera di azoto, un sistema che riducendo al minimo l’ossidazione dei mosti riduce l’utilizzo di solfiti e che rappresenta una delle più innovative in Italia. È evidente a tutti come la conduzione familiare sia uno dei plus di questa azienda, che si fregia tra le altre cose di due aspetti molto interessanti e curiosi. Il primo che vi racconto è il conseguimento da parte loro della certificazione del GUINNESS WORLD RECORDS per la Botte di rovere più grande del mondo inaugurata lo scorso luglio nella cantina di Naviglie. Realizzata in rovere di Slavonia dalla ditta G. & P. Garbellotto S.p.A. di Conegliano Veneto, la Botte è alta all’incirca 5,3 metri per un diametro di 4,70 metri e una profondità di 3,70 metri., ed è dedicata “Ai fondatori” della cantina: i genitori Angelo e Maria, pionieri del successo di quello che, nell’arco di 70 anni, è diventato un brand apprezzato a livello nazionale e internazionale. La messa in opera della Botte ha impegnato una decina di operai per due settimane e le sue capacità sono di 478 ettolitri di vino, inaugurando la sua attività con il Barolo della vendemmia 2016, una delle migliori degli ultimi anni. La Botte più grande del mondo è parte integrante di un progetto di solidarietà, la Riserva dei Fondatori che ne deriverà contribuirà infatti ad alimentare la ricerca scientifica contro i tumori, tema che vede in prima fila Ivana Sarotto, sorella di Roberto, da molti anni ricercatrice all’Istituto di Candiolo. Secondo aspetto che mi fa piacere segnalavi è l’apertura a partire da febbraio di quest’anno del nuovo Museo interattivo Roberto Sarotto ad Alba, con un percorso che prevede un tour auto-guidato, che il visitatore potrà seguire scaricando la guida digitale, disponibile in diverse lingue, direttamente sul proprio cellulare. Il Museo Roberto Sarotto costituisce il punto d’incontro di ciò che è la storia della famiglia, con la realtà odierna della cantina e coloro che ne rappresentano il futuro, completando l’esperienza del visitatore che vuole approfondire la conoscenza dell’azienda oltre i suoi prodotti. Lo spazio, situato nella suggestiva sala sotterranea del Punto Vendita, si compone di una parte espositiva delle annate storiche e dei grandi formati dei vini più pregiati dell’azienda, immagini d’epoca, mostra dei territori da cui nascono i vini dell’azienda con una video-presentazione della zona e, infine, una cabina sensoriale in cui il visitatore viene trasportato nel mondo della cantina Roberto Sarotto attraverso le voci e le interviste dei suoi componenti e collaboratori. Passando ai vini, sono tantissime le referenze di questa azienda che conta poco meno di 40 etichette, oltre ad invitarvi a vederle sul loro sito, ve ne elenco alcune tra spumanti, celebri denominazioni e classici vitigni piemontesi, Alta Langa, Arneis, Gavi, vitigni internazionali come lo Chardonnay, Dolcetto, Barbera, Nebbiolo, Barolo, Moscato, Brachetto, e distillati… ma ve ne consiglio tre per questa primavera/estate: visto che il periodo freddo è alle spalle ma non bisogna mai tralasciare la presenza di un grande vino rosso, non dovete perdervi il “Currà”, Barbaresco DOCG Riserva, da uve Nebbiolo coltivate nella limitata e omonima area di produzione, è un vino complesso, di carattere e di grande armonia, con uve che seguono una macerazione a freddo con successiva fermentazione per 10 giorni, ed un affinamento per 2 mesi in inox, per poi passare 14 – 15 mesi in botti di rovere, quindi ancora 6 mesi in inox, 6 mesi in bottiglia; con l’arrivo delle belle giornate vi suggerisco “Impuro”, Piemonte DOC Chardonnay, un blend speciale con lo Chardonnay (85%) a cui si aggiunge il Sauvignon Blanc, un assemblaggio che avviene nel momento in cui entrambi i vini hanno completato la fermentazione. Bouquet intenso, complesso, di grande eleganza, vinificato in bianco con macerazione pellicolare e lunga permanenza sui lieviti, che affina per 6-8 mesi in acciaio; non possono, infine, mancare le bollicine, “Ivy” è un Vino Spumante Bianco Brut, dedicato a Ivana, sorella di Roberto, ed è il primo Spumante prodotto da Roberto Sarotto. Una selezione di uve Chardonnay 40%, Pinot Nero 40% e Cortese 20% spumantizzate con metodo Martinotti, con lunga permanenza del vino sulle fecce della stessa rifermentazione per 12 mesi, conferendo struttura e corpo uniti alla freschezza caratteristica del metodo. Con questo articolo vi ho lasciato davvero una vera e propria dritta su una cantina che dev’essere assolutamente tra i vostri prossimi acquisti, consigliatissima!!! A cura di Giuseppe Petronio  Mi trovi su Instagram @peppetronio
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24 Aprile, 2023

Buttafuoco, sette produttori per una Masterclass di successo by Fiorenzo Detti

Canneto Pavese, Comune fulcro del vino Oltrepadano, ha ospitato una masterclass di grande successo che ha visto protagoniste 7 aziende di spessore che hanno fatto del Buttafuoco (storico e base ndr) un prodotto iconico apprezzato dalla ristorazione di alto livello e dalla sempre più esigente e curiosa comunità dei winelovers. “Canneto Pavese l’ombelico del mondo vinicolo”  queste le parole di apertura pronunciate dal conduttore, il preparatissimo e coinvolgente Fiorenzo Detti. Sommelier AIS di lungo corso e orgoglioso ambasciatore di questa zona di Lombardia. Una mattinata divulgativa, informativa e anche piuttosto tecnica durante la quale Detti ha accompagnato la sala gremita attraverso un percorso intrecciato tra storia, produzioni agricole, aree geografiche, vocazioni territoriali e dinamiche commerciali. Un viaggio dal generale al particolare che non ha mancato di regalare diversi spunti anche di attualità e di internazionalizzazione. Le sfide della comunicazione del vino, l’incentivazione a consumi consapevoli, la cultura dell’abbinamento, il saper apprezzare l’evoluzione dei vini nel tempo e l’importanza di approcciare con strategia e metodo i mercati esteri più idonei ai propri prodotti. 7 aziende, dicevamo, ciascuna a presentare la propria interpretazione del Buttafuoco. La batteria era così costituita: Buttafuoco Storico: Vigna Costera dell’azienda Francesco Maggi; Vigna del Corno della cantina Giorgi; Vigna Pregana dell’azienda Quaquarini Francesco, Sacca del Prete dell’azienda Fiamberti Giulio, il Bricco in Versira della cantina Piovani Massimo. Buttafuoco Classico: Bricco Riva Bianca dell’azienda Picchioni Andrea e Cavariola, rosso riserva dell’azienda Bruno Verdi. (18 le aziende in totale associate al Club del Buttafuoco Storico)    Gli assaggi si rivelano da subito molto suggestivi e ciascun vino esprime tratti e caratteristiche tipiche della vigna. “Sono tutti vini fratelli ma non gemelli” riassume Fiorenzo Detti che in questa frase fa trasparire, con una sintesi puntualissima, una serie di considerazioni e aspetti rilevanti. Il Buttafuoco si rivela una vino di gran corpo, dal carattere nobile, morbido e robusto. Un focus aggiuntivo è stato posto sull’evoluzione nel tempo e sulla capacità di questo vino di mutare arricchendosi sempre più di sentori e sfumature diverse in funzione del tempo trascorso in bottiglia. Nei piacevolissimi momenti di interazione con il pubblico, Detti ci poneva davanti al dilemma del conservare il vino in cantina per godere delle proprie evoluzioni future o di berlo immediatamente per capirne la prontezza di beva e per dar pronta soddisfazione al duro lavoro dei produttori presenti in sala.     A chiusura dei lavori, dopo i saluti alle istituzioni, guidati dal Sindaco di Canneto Pavese Francesca Panizzari, spazio al tradizionale agnolotto Bata Lavar che deve il proprio nome alle sue grandi dimensioni per le quali, all’assaggio, la pasta batte inevitabilmente sulle labbra. Riccardo Fiamberti, presidente della Confraternita del Bata Lavar ha raccontato che questo prodotto gode della protezione e tutela del Comune e che solo il Ristorante Bazzini ha l’autorizzazione ufficiale a proporlo ai propri clienti. Fiorenzo Detti è stato inoltre insignito del titolo di membro della Confraternita.     In conclusione, la Proloco di Canneto Pavese è stata in grado di organizzare un evento di livello capace di raccontare il passato, il presente e di fornire prospettive future alle eccellenze del proprio territorio. I nostri personali complimenti all’organizzazione e ai produttori per rendersi quotidianamente ambasciatori di un territorio da vivere, scoprire, bere e assaggiare.  Photo Credit: Pro loco Canneto Pavese A cura di: Riccardo Rabuffi
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21 Aprile, 2023

Virna Borgogno la Signora delle Langhe

Virna Borgogno la Signora delle Langhe Ricordo di aver conosciuto Virna Borgogno durante una serata di presentazione di vini rimanendo colpito non dalle bottiglie di Barolo che aveva sul suo tavolo quanto dal nome di un bianco “Sto fuori”. Così quando mi presento e le chiedo di questo vino lei mi risponde candidamente che la voglia di evasione l’aveva portata a creare il Timorasso. Così Virna mi ha conquistato per rimanere poi estasiato dall’assaggio dei suoi Barolo. Virna Borgogno. Una donna che ti conquista con la sua schiettezza e con quei modi pragmatici, per certi versi fatalisti. Fiera di essere donna. Fiera di essere davvero la signora delle Langhe. Non è lei che si definisce così ma, dal mio punto di vista, è la definizione migliore che le si possa attribuire. L’azienda che Virna gestisce insieme alla sorella Ivana ha storia non tanto remota. Il nonno e il papà scomparso da pochissimo, iniziano l’attività nel primo dopoguerra. Erano gli anni nei quali occorreva sbarcare il lunario dopo che la guerra aveva distrutto tutto. La prima necessità era guadagnarsi da vivere. Ha iniziato come sapeva. Era più una questione di necessità economica per guadagnarsi da vivere. Bisognava produrre e vendere. Uva e vino. Senza badare tanto alla qualità perché non era quella la priorità. Poi, il papà trova la strada e inizia ad acquistare qualche terreno costruendo la cantina e la nuova casa dove si trasferiscono. 12 ettari di proprietà più circa 8 tra affitto e co-conduzione insieme ad altri agricoltori Si fa così nelle Langhe dove acquistare un terreno è diventato impegnativo. Forme di questo tipo sono l’ideale. 80.000 bottiglie l’anno. Per una azienda di Barolo non sono poche. Una parte dei nostri Barolo vanno in vendita ad imbottigliatori classici. È anche una questione di scelta. Per fare delle cose buone in bottiglia bisogna anche scartare. Vogliamo fare delle selezioni che prevedono uno scarto. Fin qui sembra tutto nella norma. Una famiglia. Le vigne. Il salto generazionale. Una zona baciata da Dio. Sembra tutto facile no? Ehm, non proprio. occorre fare un salto indietro nel tempo per capire bene. Immaginatevi di essere negli anni 80. Siamo sempre a Barolo, nel pieno centro delle Langhe. Li, in quel tempo, se sei figlio di un produttore poteva essere facile farsi strada. Figlio appunto. Essere “figlia” era altra cosa. Le donne al massimo partecipavano alla vendemmia. Ma per il resto, l’essere relegate in casa era la normalità. Lodovico Borgogno aveva solo due figlie femmine, Ivana e Virna. Siamo due femmine e papà ha avuto sempre un po’ di tristezza nel non avere avuto un maschio. Era il principio dei produttori. Occorreva comunque pensare all’azienda e alla sua successione. Non che ci fossero problemi ma papà Lodovico aveva capito che c’era bisogno di un cambio di passo. Lui che aveva iniziato a fare vino senza tante esperienze. Lui che sapeva come trattare la vigna e l’uva ma meno il vino. Lui che faceva il vino secondo la tradizione aveva capito che serviva altro per andare avanti. Così che tra le due figlie sceglie Virna. Si è poi accontentato puntando su di me perché avevo le caratteristiche del produttore. Virna non è una che si improvvisa. Sa che per affermarsi, per farsi valere, per far capire come una donna sappia fare come, anzi meglio di un uomo, serva studiare. Serva essere preparati e solidi. Non basta l’esperienza che ancora non ha. Non basta essere la figlia del produttore. Lei sa che deve sentirsi solida. Non le interessa tanto dimostrare. Lei, Virna, vuole essere consapevole. Così studia alla scuola di Enologia. Ma non basta. Si iscrive, unica donna, alla facoltà di Enologia a Torino e diventa la prima donna in Italia a conseguire la laurea. Siamo nel 91. Sembra un secolo fa e per certi versi, per la mentalità che fortunatamente c’è oggi, lo è. Bellissimo che sia cambiato tutto in trenta anni. Peccato ci sia voluto così tanto. Ma nel 91 faceva clamore la cosa. Anche se a Virna interessava poco. Per lei era solo l’inizio. Anzi, continuare ciò che stava facendo. Perché non è che da studentessa non si occupava dell’azienda. Sono arrivata a casa un po’ più carrozzata. In quei tempi lì la presenza femminile nel campo non era sviluppata come oggi. Allora come adesso. Poche anche oggi fanno scelte enologiche di cantine. Dopo la laurea non è che Virna ha subito la strada spianata. Il passaggio del testimone richiede tempo. Ci sono voluti dieci anni anche se è avvenuto passo passo. Papà aveva un carattere forte ma era generoso e soprattutto pensava al futuro. Aveva già messo in pista tutti gli aspetti per avere continuità. Non si è tenuto tutto fino all’ultimo. Dal punto di vista delle scelte produttive voleva toccare con mano. Ho insistito per fare delle scelte e man mano che i vini venivano meglio, che venivano apprezzati deve aver pensato che si poteva dare spazio. Un marito può essere di supporto ma può anche essere ingombrante. Soprattutto se è un produttore di Barbaresco. Pure bravo. Ogni tanto papà mi diceva di farlo parlare con tuo marito. Condividere progetti con una parte maschile forte aiuta ma allo stesso tempo relega un po’ nelle retrovie. È come se non prendessi totalmente possesso delle proprie capacità. Forse è qualcosa che arriva dalla tradizione, dalla realtà rurale. Forse noi donne non abbiamo la consapevolezza di non poterlo fare. C’è qualcosa che arriva dalla tradizione. Vedo che c’è questo sentimento che viene da lontano che noi stesse coltiviamo. Alla fine serve la mancanza. Perché fino a quando hai l’appoggio non decollerai mai. Ed è così, quando la vita porta ad intraprendere strade diverse, quando la separazione dal marito avviene, che Virna spicca il volo. Con il papà che iniziò a darle fiducia. Papà non aveva studiato. Veniva da una famiglia povera e il primo aspetto era portare a casa la pagnotta. Quando si è accorto che la qualità diventava sempre più importante ha lasciato spazio. Pensare ad un diradamento in fase di produzione andava oltre l’immaginazione. In fondo venivano da un mondo diverso. Dopo la guerra. Nel 2005, dopo circa dieci anni che ero in azienda, Virna ne prende le redini. Fiera Virna. Veramente fiera. Di essere donna e di lavorare in questo settore. Ma senza vantarsi. Lo dice con la leggerezza e la pragmaticità che la contraddistingue. Virna che si occupa della parte tecnica. È lei che fa le scelte enologiche. È lei che si occupa del lato commerciale. La parte tecnica la faccio io. Non faccio più i lavori pratici come i travasi ma le scelte le faccio io. Ho due collaboratori che mi seguono per la parte pratica. Ho un appoggio esterno di un collega che viene ogni tanto. Mia sorella che si occupa della parte burocratica. Le lascio fare la roba grama. Riconosciuto anche dal papà che diceva agli altri che i vini li faceva Virna perché lui li aveva sempre fatti come gli era stato detto di farli. La scelta delle nuove etichette con il suo nome, Virna, impresso e che diventa un brand. Una scelta per sdoganare un cognome, Borgogno, forse troppo impegnativo. I nomi dei vini. Scelti in maniera identitaria con la voglia di essere sé stessi. Virna consapevole che in questo campo non si abbia mai abbastanza esperienza: ogni annata è diversa, le basi di partenza sono diverse. Io mi ritengo sempre abbastanza ignorante perché ci sono situazioni che stupiscono sia in vigna. Sono una che pensa che i vini vadano seguiti ma non cambiati. Non mi piace l’abbandono perché noi abbiamo una funzione importante. Se lo lascio lì e fa una strada sua non va bene. Serve seguirlo perché poi dopo chiediamo dei soldi. Grande merito di Virna è aver capito le diversità che il territorio delle Langhe può offrire e come questo si identifica nel vino. Caratterizzare le singole vigne per creare qualcosa di riconoscibile. Di partenza abbiamo dei prodotti diversi dunque puoi valutare se appiattire oppure se seguire le differenze. Abbiamo scelto di seguire le differenze perché ci sono. È molto più stimolante e stressante. Altrimenti ci si annoia. In Virna c’è la vera voglia di far crescere il territorio. Ognuno con le sue identità. Differenti. Senza fare classifiche ma lasciando al mercato e ai produttori la valorizzazione delle zone con carattere più spiccato. Anche con sperimentazioni come quella del Timorasso, non per dimostrare qualcosa a qualcuno ma come scelta. Scegliere di essere unici e di farsi apprezzare per questo. Sono una che non se ne frega tanto di cosa dicono gli altri. Facciamo le nostre cose. Tante vendemmie alle spalle per Virna e tante ancora dinanzi a sé. Un futuro tutto da scrivere magari con Lorenzo, il figlio di Ivana. Il fatto di essere zia è un bellissimo vantaggio. Lorenzo è un ragazzo in gamba con grande capacità di parlare con la gente. Perfetto da un punto di vista commerciale. I miei figli uno è piccolo e uno si sta laureando in legge. Loro dicono che devo fare almeno altre dieci/quindici vendemmie. Papà ha lavorato fino a 87 anni. Tutti i giorni a far qualcosa. Quindi non è che mi spavento tanto. Se non ho dei problemi continuo a lavorare. È un impegno ma riempi la giornata facendo cose belle. Una donna forte. Una di quelle con la schiena dritta che ha come unico vanto non i suoi vini ma di aver fatto gli studi di enologia, prima donna in Italia. Il fatto di essermi preparata mi aiutata tantissimo ad affermarmi. Un po’ di preparazione ci va. Questo vorrei capissero i miei figli. Condurre insieme alla sorella una azienda totalmente al femminile non è da sottovalutare. Affermarsi in un mondo maschilista superando i pregiudizi non deve essere stato facile per nulla. Anche sfidando tutto e tutti. Sono una persona molto pratica. Mi fanno arrabbiare i concetti puritani sulla produzione e sulla cantina. Nella vita e nella produzione ci vanno i compromessi. Non posso fare l’uva buona senza fare i trattamenti. Bisogna raccontare le cose come stanno perché la realtà è diversa. I vini sono come lei. Caratteriali. Forti. Unici. Vini che lasciano il segno. Che vanno aspettati, ascoltati, compresi. Ma che poi restituiscono, generosamente, tutta la loro unicità. Spessimo mi dicono che sono vini eleganti e spesso dico che tutta l’eleganza che non ho è nei vini. L’ho messa tutta li. Invece Virna è elegante. Di quella eleganza che è nella schiettezza, nei modi di porsi, di esaltare la propria azienda, di essere identitaria. Questo la rende una vera signora. Anzi, la Signora delle Langhe.   Ivan Vellucci Mi trovi su instagram : @ivan_1969
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Insegna della Tenuta Roveglia in Lugana con cielo blu e nuvole sullo sfondo. Arrow Right Top Bg

19 Aprile, 2023

Una storia d’amore in Lugana: Tenuta Roveglia

Una storia d’amore in Lugana Una grande storia d’amore quella tra Federico Zweifel e il Lago di Garda. Partito dalla Svizzera alla ricerca di un lavoro che lo soddisfacesse, il colpo di fulmine fu talmente potente da convincerlo a iniziarvi una nuova vita. Qui Federico comprò terreni e trasformò i campi, spesso abbandonati, in vigneti, rivelatisi nel tempo particolarmente adatti alla coltivazione della Turbiana, un vitigno autoctono. L’amore per questo territorio è poi proseguito attraverso il figlio Giusto, nonno delle attuali proprietarie. All’inizio venne prodotto vino destinato solo ad amici e clienti locali, iniziando solo in seguito un vero e proprio commercio. Con gli anni, l’Azienda ha acquisito altri terreni, fino a contare ad oggi su 100 ettari di proprietà. Per rispetto alla storia di questa tenuta, il nome è stato mantenuto in “Roveglia”, dalla omonima famiglia che nel 1404 acquistò i terreni e le cascine dal monastero di San Salvatore di Brescia (oggi Santa Giulia di Brescia). L’incontro inaspettato Sono stata portata da un amico in visita a quest’azienda il cui nome ovviamente conoscevo, facendo parte del Consorzio Lugana e presente a Wine in Venice, di cui ho curato l’organizzazione. Durante la visita ci siamo imbattuti in Babettli Azzone, a capo dell’azienda di famiglia. Visto il mio entusiasmo, pur dovendo rientrare a casa (non proprio dietro l’angolo) si è prestata a una mini intervista di cui vi voglio riportare alcune parole. “Non sono molte le aziende vinicole che partono dalla Svizzera per arrivare in terra di Lugana, passando per la scienza (mio padre) e portate avanti da una donna. Una fondamentale trasformazione avvenne negli anni ’80 quando, mancato mio nonno, mio padre Giovanni Felice Azzone, Professore ordinario di Patologia Generale all’Università di Padova e membro dell’Accademia Nazionale dei Lincei, prese in mano la gestione della Tenuta Roveglia. Oltretutto, cosa del tutto inusuale per un accademico sposato a una accademica. Mio padre trasferì in questa realtà vinicola la sua passione per la ricerca ed il coraggio per l’innovazione tecnologica. La sua esperienza di scienziato, a capo di laboratori riconosciuti a livello internazionale, lo aveva sempre più convinto che i migliori risultati si ottengono soprattutto attraverso l’ascolto e il dialogo tra tutti i collaboratori .
Grazie all’esperienza indispensabile di Paolo Fabiani, oggi direttore dell’azienda e prezioso collaboratore del papà fin dall’inizio, venne dato inizio ad una revisione dei metodi produttivi e vennero introdotte nuove metodologie e sistemi più moderni di vinificazione. Considerate che all’inizio in azienda non c’era nulla. Era tutto tutto da fare e io seguivo mio padre sempre in tutto. Mi sedevo con lui e Paolo Fabiani e ascoltavo.  Noi siamo una di quelle aziende che fa tutto in house, etichette, brochure, nomi dei vini. E’ stato quindi normale per me contribuire alla sua crescita fin dall’inizio. E dire la mia, non sto mai zitta. Mia madre poi ha un gusto incredibile ed innato ed è proprio da lei che ho imparato l’amore per il bello e l’equilibrio. A dire il vero, però, ogni volta che mio padre mi chiedeva di lavorare “formalmente” per Tenuta Roveglia, io rifiutavo. Volevo trovare la mia strada. Ho infatti vissuto in America, dove ho trovato il nostro primo importatore, e poi a Londra dove, anche in quel caso, ho trovato il nostro primo importatore nel Regno Unito. Quindi la Tenuta Roveglia l’ho sempre avuta nel sangue. Quando mio padre iniziò a stare poco bene, mi venne spontaneo “formalizzare” il mio ruolo e prenderne il testimone”. Un destino già scritto? Un eredità genetica? Chissà… Sta di fatto che oggi l’azienda è guidata principalmente da Babettli Azzone, di cui si percepisce chiaramente il segno e l’impronta anche negli interni della cantina nuova, i cui lavori sono quasi terminati. Babettli è comunque coadiuvata dalle sorelle Sara (che si occupa di moda e vive a Milano) e Vanessa (che è economista e vive a Boston).  La Turbiana, vitigno DOC di Lugana La visita all’azienda è stata entusiasmante. Si toccavano con mano la cura degli ambienti e il taglio moderno nella cantina, che sarà anche spazio per le degustazioni estive. Nella foto si vede il moderno tavolo che, per un gioco di tagli, sarà illuminato dalla luce naturale. Tante le tipologie prodotte con un denominatore comune, la Turbiana. E’ stata creato anche un archivio, per così dire, dove riposano le vecchie annate in attesa di studiarne l’evoluzione. La degustazione: Lugana DOC ma non solo Questi i vini in degustazione. Limne,  Lugana DOC, Turbiana 100% da vigneti di 25/40 anni di età. Vitis Alba, San Martino della Battaglia DOC, Tuchì (tocai friulano) 100%, proveniente dalla zona di San Martino della Battaglia a sud del Lago di Garda Vigne di Catullo, Lugana DOC Riserva, Turbiana 100% da vigneti di più di 55 anni di età. Filo di Arianna, Lugana DOC Vendemmia Tardiva, Turbiana 100% da viti con più di 55 anni d’età, uva raccolta a mano in piccole casse. In Lugana, DOC anche l’accoglienza Una menzione particolare a Diana, che con passione e competenza ci ha guidato alla scoperta dell’azienda. Non tutte le aziende hanno la lungimiranza di avere personale preparato che fa accoglienza, ma questo a mio avviso è un punto fondamentale su cui non risparmiare. E’ il loro biglietto da visita per il pubblico. Ed è di questi lavoratori la capacità di far apprezzare un vino più o meno a seconda di quanto sono bravi a coinvolgere chi vi si avvicina attraverso un avvincente storytelling e trasmettendo la loro passione. L’ultima domanda che ho fatto a Babettli Azzone riguardava i progetti futuri.  “Tanti! Siamo sempre pronti a rinnovarci. L’anno prossimo abbiamo in mente di creare un giardino all’interno della corte storica dove sarà possibile fare un’esperienza sensoriale, di profumi che poi sarà possibile ritrovare nei nostri Lugana”. Tornerò di certo a vedere come sarà venuto. E a scoprire l’evoluzione del tempo di questo vitigno così particolare e versatile. Sono Claudia Riva di Sanseverino. Assaggio, degusto, scopro, curioso, provo e condivido. Seguimi su Instagram @crivads https://www.youtube.com/watch?v=RakajXgmc-E
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14 Aprile, 2023

Pian delle vette e l’orgoglio delle Alpi Bellunesi

Pian delle vette e l’orgoglio delle Alpi Bellunesi Anche se ho vaghi ricordi della geografia studiata alle scuole medie, delle Alpi Bellunesi non ho proprio memoria. Eppure se qualcuno mi chiedesse di Cortina, non esiterei a definirla la perla delle Dolomiti. Cortina, Dolomiti, Alpi Bellunesi. Tutto qui? No, ovviamente. Le Alpi Bellunesi sono un unicum del nostro variopinto territorio tanto da dedicarci un Parco Nazionale. Meriterebbero dunque maggiore notorietà. Analogamente per il vino. Alzi la mano chi pensando, per il vino, alle Alpi, pensa a Belluno. Facile dire Trentino, facile dire Alto Adige. Meno Belluno. A meno che non si parli di Prosecco (e anche qui sfido ad associarlo alle Alpi). Eppure le Alpi Bellunesi hanno tutto. Ci sono le esposizioni, il suolo, i vitigni. C’è il clima, i venti, l’umidità, l’influsso del mare. Allora è solo una questione di notorietà. Proprio questo deve aver pensato Egidio quando, in quel di Rivergaro (Piacenza) dove lavorava, si trovava a parlare con i colleghi e nessuno conosceva le sue terre di origine. Per il vino ovviamente! Non serve essere orgogliosi per pensare che qualcosa in più si possa fare. Impegnarsi in prima persona perché la terra dove si è nati possa avere un ruolo. Siamo a Feltre, proprio ai piedi delle Alpi Bellunesi, nell’omonimo Parco Nazionale. 600 metri sul livello del mare. Prima della Grande Guerra qui si produceva vino per l’impero austro ungarico. Emigrazione, fillossera e indirizzo lattiero caseario delle terre generarono anni di oblio fino a quando, alla fine del secolo scorso, la Regione Veneto pensò che si dovesse rigenerare la viticultura di queste zone. Con questi presupposti, anzi su queste basi nasce Pian Delle Vette. Una delle poche aziende nate dall’impulso della Regione Veneto verso la cultura del vino in queste aree. Non basta un impulso però per far funzionare le cose però. Ci vuole una idea. Ci vuole imprenditorialità. Ci vuole dedizione. Oltre che tanto altro. L’azienda Pian delle Vette non gode di buona salute. Tanta produzione, qualche scelta di vitigni non proprio azzeccata. Insomma c’è da rimetterci mano. Così, per caso, come spesso capita in queste cose, Egidio D’Incà capisce che questa che gli si presenta è l’occasione per fare veramente qualcosa per la sua terra. Da solo sarebbe impossibile. Il suo lavoro è un altro e non può certo abbandonarlo. Ha bisogno di un socio e lo trova nel modo più semplice: Walter il promotore finanziario, amico di lunga data.   Io sono un suo cliente da quando ha iniziato la sua attività negli anni 80. Poi lui ha vissuto nel paese di Mugnai dove ho vissuto anche io. Paese storico della viticultura bellunese. È il 2016 quando Egidio e Walter si buttano letteralmente in questa iniziativa rilevando l’azienda dalla coppia trevigiana che l’aveva fondata. Ero rientrato dall’esperienza di Rivergaro aiutando i soci nel veneto. Avevi del tempo. La passione per coltivare la terra c’era ed è venuta questa occasione e abbiamo deciso di fare il salto. Qui c’era una situazione talmente ideale per fare una buona cosa che lo stimolo è venuto fuori. Ai due si aggiunge nel 2020 Alessandro che di mestiere fa l’istruttore sportivo e fisioterapista e che si innamora delle vigne nel periodo del Covid quando la sua attività è ferma. Sono quelle casualità che capitano e che si possono prendere oppure no. Non avevo grandi conoscenze specifiche. Durante il lockdown era tutto chiuso e ho iniziato a dare una mano ad Egidio. Mi è piaciuto quello che si faceva qui e dalla passione è diventato un progetto, un lavoro. È il mio lavoro e un po’ alla volta ho imparato la gestione agronomica dall’agronomo e la cantina. Egidio mi sta dando nozioni sulla parte amministrativa. Egidio, Walter, Alessandro. Tre persone prestate alla viticultura da altri ambiti. Tre persone con una idea ben precisa. Con un progetto imprenditoriale che è proprio ciò che serve perché una azienda possa funzionare davvero. Tre persone animate dall’impegno verso un territorio. Dal senso di appartenenza verso un territorio che sentono proprio. Lo stimolo è stato il fatto che noi siamo una provincia un po’ bistrattata e quando ero in quel di Rivergaro si parlava solo di Trentino e Alto dige. Quando rientro in patria devo fare qualcosa. Egidio sa bene come ci si debba sentire quando si vive lontano dalla propria terra natia. Quando, un po’ come a scuola, nessuno sa cosa siano le Alpi Bellunesi. Ma soprattutto nessuno le conosce quando si parla di vino. La regione aveva fatto uno studio ampelografico dove andava a dichiarare i risultati la nostra zona era propensa per la coltivazione di vini bianchi fermi e spumanti e vini rossi dell’arco alpino. Su questa scorta sono stati piantati 8 tipologia di vitigni dell’arco alpino. L’azienda che rilevano è piccola. Due soli ettari (poi diventati tre) coltivati con vitigni internazionali come Chardonnay, Muller Thurgau, Pinot Nero ma anche locali come Bianchetta e Teroldego Il Teroldego viene considerato come vitigno trentino però il primo impianto è stato fatto nell’800 a Tese Valsugana Il grosso delle vigne lo abbiamo trovato così. C’era l’impostazione del vigneto e una importante quantità di vino perché il precedente titolare non aveva uno sfogo commerciale. Siamo dovuti partire in maniera veloce. I primi due mesi abbiamo dovuto affrontare tutto. Come l’imbottigliamento. Per il vigneto abbiamo dato la svolta in funzione della nostra visione. Infatti la svolta è nell’utilizzo anche di vitigni svizzeri come Gamaret (incrocio di Gamay e Reichensteiner), Diolinor (incrocio tra Pinot Nero e Rouge de Diolly) resistenti e di struttura: grande segno di imprenditorialità nell’utilizzare vitigni resistenti eliminando quelli poco versatili come il Traminer. Dalla passione all’entusiasmo per portare avanti un progetto. Con ampi margini di miglioramento. Ruoli ben definiti con Alessandro che si occupa del vigneto e della vinificazione; Egidio della parte strategica, commerciale e amministrativa; Walter che fa da jolly della situazione con focus sulla parte agronomica. Ciò che manca sono i supporti agronomici. A Feltre abbiamo una scuola agraria che si occupa di lattiero-caseario; a Conegliano fanno solo prosecco. Dunque dobbiamo andare a cercarlo in Trentino Idee chiare, strategia altrettanto chiara, programmi per il futuro. Chiari. Il terzetto insomma ha dato una vera svolta imprenditoriale a Pian delle Vette. Due linee di prodotto per due diverse tipologie di vini. La prima fascia costituita da selezioni di uve Pinot Nero, Teroldego, Gamaret, Diolinor, Chardonnay (questa anche in metodo classico con il Pinot Nero) e una seconda fascia di ingresso. Abbiamo iniziato un progetto con un vicino creando una linea di entrata: frizzante, rifermentato, rosso e bianco fermo, un rosso base. Tutti base Teroldego, Merlot e Muller Thurgau. In totale la produzione non supera le 15 mila bottiglie anche perché le rese arrivano al massimo a 50 quintali ettaro. Da noi se vuoi fare qualità devi fare queste quantità. Bhè con vigneti a circa 600 metri di altitudine, terreno morenico e pendenza a 35/45% di più non si può proprio fare nonostante operazioni in vigna in parte meccanizzata. Non possiamo fare il diserbo meccanico perché ci sono terrazzamenti. Abbiamo inserito una macchina che ci fa questo lavoro ma non dovunque. Dove ci sono le scarpate più alte occorre farlo a mano. Obiettivo manco a dirlo è diventare una azienda che sia riconosciuta per la qualità dei vini. La qualità appunto. Ho personalmente provato il Pinot Nero 2017 (la recensione completa su @ivan_1969) e ne sono rimasto molto colpito dai coinvolgenti e complessi sentori: i frutti rossi e neri e gli aghi di pino a ricordare che siamo ai piedi delle Alpi. Poi la prugna non ancora matura, la violetta in potpurri, il pepe, la cannella, la noce moscata e l’alloro. Tanto per dimostrare di aver riposato per due anni in botte. Non può mancare il balsamico perché siamo in quota. Al sorso me ne sono innamorato. Fresco, secco, caldo, minerale con tannini quasi eleganti perché si possa bere, senza problemi, l’intero calice. Bella persistenza e chiusura di bocca elegante con la prugna che torna. Un vino mai banale, complesso e avvolgente, non morbido ma deciso. Determinato e imponente senza darsi arie. L’ho abbinato ad una tagliatella al ragù ed è stato sublime. Qui attorno sono nate poche realtà e ancor meno fanno vinificazione. Dunque ci sarà nel futuro possibilità di ampliamento. Per la linea principale molte viti devono arrivare alla maturazione giusta. E anche la visione del futuro sembra decisamente chiara! Se parliamo e non facciamo niente, l’esempio per i giovani non c’è. Questo può essere un esempio per far capire che le cose si possono fare. Egidio, Walter, Alessandro. Sono le Alpi Bellunesi ad essere orgogliosi di voi. Ivan Vellucci Mi trovi su instagram : @ivan_1969
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