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12 Aprile, 2023
Il tappo a vite in Italia - Nasce un nuovo movimento: gli Svitati
Svitati a chi? – I pionieri del tappo a vite in Italia
Avete letto bene. Per la prima volta, cinque produttori tra i più premiati e conosciuti in Italia si sono riuniti per raccontare il loro modo di fare vino e soprattutto di tappare le bottiglie. Un movimento, il loro, contro i pregiudizi che spesso accompagnano questa tipologia di chiusura.
Franz Haas, Graziano Prà, Jermann, Pojer e Sandri e Walter Massa. Queste le aziende, cinque realtà d’eccellenza e pioniere del tappo a vite in Italia. Le basi del gruppo sono state poste già negli anni ’80 (quasi quattro decenni fa) quando le cinque cantine hanno iniziato a riflettere sul possibile utilizzo di tipologie di chiusure alternative. Il loro sguardo avanguardista si è poi spostato verso le nuove frontiere del vino che in quel momento già si stavano facendo largo negli Stati Uniti e in Nuova Zelanda. Sono seguiti anni di viaggi, degustazioni, confronti e giri di vite, ognuno con la propria esperienza. Mario Pojer pensò a un certo punto di “sigillare la bottiglia con la fusione del vetro come fosse una fiala per non lasciar passare l’ossigeno”. Graziano Prà ebbe invece una rivelazione ad Aspen in Colorado assaggiando un Sauvignon Blanc imbottigliato con tappo a vite e venduto a 30 dollari. Un primo segnale che il pregiudizio stava iniziando a tramontare.
Il tappo a vite
Ciò che ha portato i cinque Svitati alla scelta del tappo a vite è l’obiettivo che sta dietro al suo utilizzo. Il fine ultimo è il perfetto mantenimento di quelle qualità organolettiche del vino tanto ricercate e valorizzate dal lavoro in vigneto e in cantina. Grazie alle sue caratteristiche, questa tipologia di tappo permette infatti una micro-ossigenazione costante, preservando il vino e garantendo un’elevata omogeneità qualitativa. Questo anche nel caso di vini destinati a una lunga permanenza in bottiglia, contribuendo a un loro corertto invecchiamento.
“Siamo cinque aziende che cercano la precisione fin nei minimi dettagli. Scegliamo i vitigni che più ci rappresentano e le uve migliori e in cantina abbiamo tutto quello che ci può aiutare a produrre un vino di un’altissima qualità. Ma soprattutto abbiamo a disposizione il tappo ideale per mantenerla. Ecco perché non possiamo non approfittarne. La precisione che abbiamo sempre ricercato è, oggi, anche un atto dovuto nei confronti del pubblico e del vino”. Questo il commento all’unisono dei produttori.
Studi e sperimentazioni supportano la scelta del tappo a vite.
Il professore Fulvio Mattivi, ricercatore della Fondazione Edmund Mach di San Michele all’Adige, è intervenuto accanto al gruppo de Gli Svitati a sostegno dell’utilizzo del tappo a vite in Italia. Nel’occasione, Mattivi ha riportato le analisi dell’Australian Wine Research Institute che, già nel 1999, ha condotto le prime interessanti sperimentazioni su quattordici diverse tipologie di chiusure del vino compreso il tappo a vite. Lo studio ha dimostrato una permeabilità all’ossigeno molto più bassa di altre tipologie di chiusura e variabile a seconda del rivestimento utilizzato all’interno del tappo. “Nelle bottiglie con questa chiusura, a distanza di anni il vino dimostrava un colore ancora brillante e presentava caratteristiche organolettiche ideali. Sia per i vini rossi che per quelli bianchi, in queste degustazioni le bottiglie con tappo a vite erano uguali alle migliori bottiglie con tappo di sughero.”
Il tappo a vite diventa quindi segno di attenzione verso coloro che di questi vini si verseranno un calice, ma anche verso tutti i professionisti coinvolti nella filiera. Gli Svitati optano inoltre per questa scelta per la sua sostenibilità. La chiusura è infatti realizzata in alluminio, un materiale rispettoso anche verso l’ambiente.
Il lavoro di squadra de Gli Svitati vuole essere il punto di partenza di questo nuovo “movimento” del vino, creato da un gruppo di produttori formatosi spontaneamente. Un messaggio rivolto ad un pubblico che si dimostra sempre più consapevole, ma anche ad amici produttori – sempre più numerosi – pronti a diventare altrettanto “Svitati”.
Sono Claudia Riva di Sanseverino. Assaggio, degusto, scopro, curioso, provo e condivido. Seguimi su Instagram @crivads
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11 Aprile, 2023
Cà del Bech, ovvero la fantastica storia di un bergamasco a Milano
Con Provato per Voi vi portiamo in una bottega in via Mantova 8 a Milano.
Fabio è il bergamasco, nato in Porta Romana, girovago, poliedrico con una storia tutta da raccontare ma che è meglio vi racconti lui quando andrete a trovarlo.
Quello che racconteremo noi, qui, ora, è la sua recentissima nuova vita. Abbandonata la professione precedente cosa fa un bergamasco nell’anima e nelle vene? Se ne inventa una nuova. Fortunatamente Fabio ha fatto del suo sogno nel cassetto, della sua passione, e della sua storia familiare la sua nuova professione.
Cà del Bech ovvero la fantastica storia di un bergamasco a Milano.
Cà del Bech perchè il Bech era suo nonno, nonno materno, soprannominato così per via del suo naso “aquilino”, appunto Il Bèch, che era contadino a Casirate d’Adda e da cui Fabio ha ereditato la passione per la terra bergamasca.
Fabio conosce le Valli Bergamasche meglio delle sue tasche, le ama, le racconta, le descrive come l’eldorado della gastronomia di qualità, quella in mano a piccolissimi produttori. Fabio li conosce tutti personalmente e ogni settimana fa visita ai suoi fidati fornitori per “rubare” loro, implorandoli, poche forme di formaggi incredibili, salumi inenarrabili, e ancora miele, olio, farine, ovviamente vini e bevande di vario genere.
Oltre alle dimensioni insulse dei casari, apicoltori, vignaioli, coltivatori in genere, ciò che accomuna i gioielli da assaporare che Cà del Bech propone è l’altissima qualità. Ne consegue, come un assioma, la rarità e l’unicità di ciò che troneggia sui piccoli scaffali della bottega.
Fabio racconta
Tutto si può acquistare, ma i racconti di Fabio son la vera merce preziosa. Le storie di come ha conosciuto i vari personaggi, di come va alla conquista settimanale di perle per le nostre papille olfattive e gustative, sono a gratis. Cà del Bech ovvero la fantastica storia di un bergamasco a Milano, si diceva.
Quindi, cari milanesi, accorrete numerosi per scoprire le meraviglie che la vicina Bergamo, con la sua varietà di territori e produzioni, può donarvi. Lasciate perdere, almeno per una sera, la cucina fushion, il sushi, i piatti etnici. Dimenticate le proposte all you can eat e tornate con i piedi per terra, nella terra. Immergetevi nella terra bergamasca, fatta di gente verace e cocciuta, instancabile, incapace di mollare, attaccata alle proprie tradizioni come camosci alle rocce, paladina del gusto.
Fatelo perché gustosa deve essere la vita, faticosa, ma gustosa, come una michetta con salame, bergamasco, ça va sans dire.
Cà del Bèch, Via Mantova 8, 20135 Milano, Italy
Orari Apertura Bottega: Lunedì, Martedì, Mercoledì – Venerdì e Sabato 07.30 – 13.30 / 16.00 – 19.30
Giovedì 16.00 – 20.00 (la mattina è dedicata al setaccio delle Valli bergamasche)
+39 339 4687785
cadelbech@gmail.com
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7 Aprile, 2023
Azienda Agricola Mattè. Semplicemente Bruno e Michele
Azienda Agricola Mattè Semplicemente Bruno e Michele
Nella favola di Lev Tolstoj “i due fratelli”, il fratello maggiore è quello che si pone obiettivi ambiziosi, sfidanti e rischiosi; il fratello minore colui che tende a non perdere di vista i piccoli piaceri della vita e rimanere attaccato alle tradizioni.
Bruno e Michele di cognome fanno Mattè. Hanno 36 e 33 anni. Una famiglia alle spalle che ha sempre lavorato la terra in quel di Volano a poco più di 20 km da Trento.
Quando si ritrovano a dover gestire i pochi ettari che papà Marco aveva ricevuto dal nonno (pochi perché quando hai dieci figli devi dare un po’ ciascuno) e che non erano sufficienti per produrre vino in quantità utile per campare (negli anni 80 la quantità era l’unica unità di misura disponibile per il vino) si comportano come non ti aspetteresti da due ragazzi.
Nelle tante storie di cantine che si tramandano di padre in figlio (o figli) infatti si vede spesso uno stanco proseguire dell’attività in un mercato sempre più difficile.
Invece no. In questa storia, tutto è profondamente diverso. Siamo dinanzi a due ragazzi, Bruno e Michele che non solo sanno il fatto loro, ma hanno bene in testa il loro futuro.
La lunga chiaccherata con Bruno e Michele la sintetizzo così:
Il fondo coltivato consta di quattro ettari di proprietà e sei in affitto;
Sul fondo gravitano tre aziende tutte riconducibili a loro e sui quali si lavora insieme;
Un solo ettaro, composto dalle particelle migliori, è vitato per la cantina;
Vitigni coltivati: Marzemino, Carbernet Sauvignon, Carmenere, Nosiola per le linee base (anche se di base non si può parlare); Pinot Nero, Grigio e Chardonnay per le linee top che dovranno uscire (maggiori affinamenti ed anni alterni)
Metodi di vinificazione ricercati e non banali
Sì certo, raccontarla in questo modo è facile. Due ragazzi nati nei campi, tra le vigne del trentino che non avevano mai visto una cantina prima di entrarci da soli. Per necessità o forse solo per poter credere nelle loro idee, nel progetto, nel sogno. La voglia di creare qualcosa di diverso.
Negli anni impari, assorbi e cerchi di riportarlo nella nostra realtà. Abbiam cercato in questi tre anni di trovare una identità aziendale.
Bruno e Michele non è che non abbiano faticato per arrivare sin qui (e sin qui per loro stessa ammissione è solo l’inizio perché di strada da fare ce ne è e molta).
Anzitutto lo studio. L’istituto Agrario di San Michele all’Adige non è tanto lontano ed entrambi diventano periti agrari per poi darsi dei compiti in azienda: Bruno in vigna, Michele in cantina.
Poi la sperimentazione. È il 2007 quando iniziano a fare micro vinificazioni. Piccoli esperimenti su come si può produrre del vino in modalità diverse dal solito. Con le diverse particelle. Con diverse tecniche in cantina che vanno ad imparare curiosando in giro.
Quindi l’intuizione, il pensare che se vogliono differenziarsi in quel del Trentino ma ancor più in Italia devono offrire qualcosa di diverso. In queste terre, nelle terre che furono del nonno prima e del padre poi ci sono varietà che rappresentano il territorio, il Trentino. C’è la Nosiola e il Marzemino ad esempio. Due vitigni complicati ma unici. Poco conosciuti ma proprio per questo ancor più difficili. Occorre qualcosa di diverso sia per vincere le ostilità dei vitigni sia per farli affermare. Andare controcorrente.
Quando siam partiti ci prendevano per pazzi perché volevamo lavorare con Marzemino, Carmenere e Nosiola
Infine investono. Puoi avere anche le migliori idee del mondo ma devi investire se vuoi emergere.
Abbiamo ristrutturata la cantina, le attrezzature, la barricaia, la sala degustazione. Il 14 di agosto sono arrivati i serbatori e al 21 abbiamo iniziato la vinificazione.
Come nella favola di Tolstoj, Bruno è il fratello maggiore e forse è quello che si pone obiettivi ambiziosi. È anche l’anima commerciale dell’azienda. Michele, da fratello minore è forse quello più pacato. Che pensa a come fare il vino in una maniera innovativa. Ma sono una bella coppia e soprattutto una vera squadra.
Bruno ci tiene a dirmi che loro sono una azienda artigianale
Siamo una azienda artigiana dall’inizio alla fine. Un artigiano puro. Tutta la gestione aziendale. Non abbiamo nemmeno un agente perché giriamo noi con la macchina. Abbiamo una etichettatrice semi automatica e una imbottigliatrice manuale.
Che la famiglia Mattè sappia vinificare in zona era cosa nota. Già il papà Marco produceva bollicine con metodo classico che poi conservava in un rifugio anti areo ma, arrivare ai livelli di Bruno e Michele, proprio no!
Quando Michele mi spiega le tecniche di vinificazione (perché è lui l’enologo al quale piace lavorare da solo in cantina!) rimango esterrefatto. Celle frigorifere per la vendemmi per preservare le ossidazioni. Vasche refrigerata. Saturazione azotata e argon. Fermentazione dei rossi in tini aperti. Bianchi con fine fermentazione parte in legno e acciaio. Acini interi. Macerazioni carboniche. Tre anni di barrique. Tostature lievi.
Affiniamo tutta la nostra massa in legno. Anche la Nosiola e il rosato da Cabernet.
Ogni anno fanno prove come se la cantina fosse un laboratorio. Ogni anno è diverso e occorre provare.
Perdonate il francesismo ma l’unica parola che mi viene da dire è: minchia!
L’impressione che ho parlando con Bruno e Michele è che questi due ragazzi non solo sono preparati ma abbiano talmente bene in mente il loro percorso, sappiano perfettamente i loro punti di forza e le debolezze che quasi quasi penso mi stiano facendo una candid camera: non starò parlando con qualcuno che mi mette alla prova?
Scavando nelle persone si coglie davvero il loro spirito. La voglia di vivere la terra e la famiglia
Una famiglia che lavora. Io e mio fratello. Mia madre, mio padre. Alla vendemmia si parte al mattino. Una bella colazione alle 9. Un aperitivo prima di pranzo. Una merenda nel pomeriggio.
Una vendemmia tutta manuale ovviamente. Perché qui si crede ancora al valore dell’uomo e all’apporto che può dare alla terra. Ma anche perché il terreno è tutto marne e calcare. Se poi piove è ancora peggio.
Però poi te lo ritrovi nel prodotto finale. Il grappolo di uva che lo prendi con le mani e fai la cernita così da trovartelo in cantina sano. Questo dà ai vini grande pulizia.
Preparazione. Visione. Idee. Famiglia. Ma piedi ben piantati nel terreno dal quale nasce la vite.
Siam partiti con l’aspettativa di aumentare le bottiglie. Sono poi arrivati due anni di Covid e la vendita è iniziata nel 2022. Passi piccoli, graduali con l’idea di arrivare al massimo a 15.000 bottiglie con nicchie di produzione.
Produzioni calate per migliorare la produzione. Numeri piccoli per ricercare la qualità. Consci delle proprie possibilità, delle attrezzature, delle proprie forze utili solo per raggiungere la qualità. Il Covid è stato per loro quasi una fortuna perché con i vini in bottiglia hanno potuto osservarne l’evoluzione e il loro miglioramento.
Ora siamo fuori con la line giusta.
Quasi non vogliono venderli per l’evoluzione. Ma anche su questo sanno quanto sia importante farsi conoscere e avere il giusto riconoscimento.
Abbiamo anche un Trento doc con il quale potevamo già essere fuori ma vorremmo portarlo a 60/120 mesi.
Come se non bastasse!
Cominciamo ad assaggiare e partiamo da una vera chicca. Stoll, la Nosiola metodo Classico stabulata in legno. Il nome, un omaggio al rifugio anti areo dove papà Marco metteva il suo di metodo classico
“Sono anni difficili, bisogna tener duro. Ogni anno impariamo per migliorare. La Nosiola spumante metodo classico siamo solo noi a farla. Cerchiamo strade diverse per evitare la concorrenza.
15 mesi di lievito: non si deve eccedere perché la Nosiola può diventare semi aromatico e loro sanno che non troverebbe mercato. È una bolla che esula completamente da qualsiasi altra bolla trentina. Gli odori sono quelli freschissimi di nocciola caratteristica della Nosiola. Una nocciola i cui aromi partono dal verde della buccia (come faccio a spiegare a mio figlio l’odore della buccia della nocciola adesso? È tanto che la vede con il guscio. Lasciamo perdere che è meglio) per poi evolversi e diventare frutto. C’è una bella freschezza data dagli agrumi che spiccano. Una mineralità da pietra focaia ma, soprattutto un meraviglioso sentore di che mi ricorda la “torta della nonna” nella versione con la crema al limone.
Quando assaggio noto subito una bolla molto fine e la delicata spalla acida per nulla invasiva ottenuta grazie all’affinamento in legno e al controllo delle temperature in post fermentazione. Va quasi a chiudere sull’amarognolo. La persistenza è buona con ottimo retro olfatto che fa riemergere la frutta e, soprattutto la voglia di un altro calice. Insomma, si lascia bere volentieri. Lo abbinerei ad una pizza base mozzarella di bufala bianca o a del riso zucca e speck. Bolla convincente
La Nosiola è un vitigno molto esile da un punto di vista strutturale. Si mantiene di più nel tempo. Assaggiamo delle Nosiole di venti anni fa.
Facciamo due vendemmie sulla stessa superficie. I grappoli più verdi per la spumantizzazione; i più spargoli per la surmaturazione in vigna (almeno 15 giorni in più).
Già questo lascia intravedere una lavorazione in più per un vino bianco da Nosiola.
Quella che assaggiamo è la Nosiola Avel 2019 con un 30% di appassimento unita a fine fermentazione. Questo procedimento le dona un bel colore carico di oro. La surmaturazione si sente dai fiori di camomilla che virano verso il miele di acacia. C’è il balsamico e si sente la mentuccia. La particolarità di questo vino è data dalla frutta che qui vira sul tropicale o a pasta gialla.
In bocca c’è una secchezza importante. La spalla non è eccessiva grazie all’affinamento in legno per un 40% cosa questa che regala anche una certa rotondità e un accenno di tannino. Il finale è ancora verso l’amarognolo, caratteristica varietale che si mantiene. Bel vino anche se l’abbinamento risulta un po’ complesso. C’è bisogno di un pesce grasso come scorfano o rana pescatrice. Una anguilla, un capitone. Vino non banale non è facile. Bravi
È un vino che da quando lo abbiamo imbottigliato ad oggi è in continua evoluzione. Siam partiti con note di gelsomino esagerato e ci siamo accorti che per caratteristiche genetiche, tende a complessarsi. A distanza di sei mesi il vino è completamente diverso. Siamo usciti dopo due anni di bottiglia
Questo denota sempre di più una grande visione.
Apriamo il Rosato Fiorir de Soreie da uve Cabernet 2020.
Qui abbiamo azzardato. È un cabernet vinificato in bianco dove abbiamo una macerazione in cella frigo per una settimana con estrazione del colore. Poi in vasca per una settimana di stabulazione per far emergere i sentori e una fermentazione lunga anche due settimane. Poi in legno per 8 mesi per poi andare in bottiglia.
Scusate se è poco!
Si sentono le note semi ossidative che richiamano uno champagne anche di un certo affinamento. È un rosato fresco e complesso.
Qui abbiamo rischiato con un metodo provenzale avendo degli amici che vinificano li. Seguito la Grenache provenzale con un Cabernet proveniente da vigne esposte a nord est
Quando metto il naso nel bicchiere, mi piace molto per i sentori freschi e vivi. C’è del mirtillo, del fico, del melograno. Ricorda le caramelle balsamiche fatte con le erbe. Complessità interessante di composti di mele cotte, vaniglia. C’è la mela annurca che mia nonna ci tagliava a fettine in estate. Sono fermo all’olfazione perché è i sentori mi suscitano ricordi meravigliosi. La dimensione è così dolce e rotonda che quasi non ce la faccio a berlo.
In bocca le note ossidative emergono preponderanti. Il sentore di mela annurca me lo ritrovo in bocca ancorché molto sapido. La rotondità arriva comunque aprendosi completamente in bocca. Si sente il legno e torna quella caramella balsamica colta dal naso. La scelta di legni poco o per nulla tostati sono utili per non rendere stucchevole quello che risulta un grande vino.
Poi è il turno dei rossi.
Krea, il Marzemino. Vitigno particolarmente difficile perché germoglia precocemente e con le gelate tardive è soggetto a perdite di produzione. In cantina, se non trattato bene, tende ad andare in riduzione.
I sentori molto chiusi lo rendono di difficile impatto commerciale. Con uno studio certosino abbiamo deciso di stravolgere il marzemino. Nasce da un vigneto di 63 anni nella zona classica dello Ziresi.
Bruno ne parla con un po’ di delusione.
Ce lo hanno declassato dalla doc perché non rispetta il disciplinare. Per aspetti legati al prodotto perché non richiama la tipicità.
Già, perché quando vuoi fare qualcosa di diverso, di significativo ed unico, c’è sempre da combattere.
È un 2019, prima vendemmia. Porta in sé un 30% di uva appassita in arellario. Lavorata ad acini interi con una macerazione quasi carbonica in tini aperti. Fermentazione sulla prima massa di 15/20 giorni poi in acciaio. Dopo 45 giorni di appassimento delle altre uve si diraspano ad acini interi e fermentati. Poi tutta la massa viene ripassato sulla massa appassita lasciando il cappello sommerso. Va poi in botti extra fine di rovere leggermente tostato per avere una struttura più importante ed evitare che abbia un finale vero l’amarognolo. Va spesso travasato per evitare che vada in riduzione. Vanno anche tolti tutti i vinaccioli per evitare la nota amara.
Già così si può capire la complessità che questi due ragazzi portano in un vino. Quanto studio, quanta passione, quanto tempo ci vuole per creare qualcosa del genere. La recensione sul mio blog @ivan_1969
Colore rubino estremamente compatto. Lievi riflessi viranti verso il granato. La dolcezza si sente già al naso con note di amarena sotto spirito, fiori in potpurri. La viola è molto evidente e si amalgama molto con nel potpurri. C’è tabacco, vaniglia, chiodi di garofano. Tutte note piacevolmente dolci. La complessità olfattiva non è elevata perché il vitigno quello può offrire ma se lo si tenesse in bottiglia potrebbe esprimere ancora di più.
In bocca tannino e freschezza prevalgono. La sapidità è presente. Ti aspetteresti una maggiore rotondità che ci sarà solo tra qualche tempo. È un vino che offre una diversità tra naso e bocca meravigliando per la freschezza. Il finale ha ancora un pelino di amarognolo comunque levigatissima. Persistenza non lung. Il retro olfatto richiama gli odori del calice.
Un vino con cui pasteggiare. Non è un Marzemino croccante ma quasi masticabile che si abbina bene con carni o una tagliatella al ragù. Io lo proporrei con un pizzocchero.
Posso dire che hanno preso un marzemino e ne hanno fatto un grande vino.
Finiamo con i Cabernet Mener. Stesso vigneto del rosato vendemmiato 15 giorni dopo. 65% di Cabernet Sauvignon, 5% di Cabernet Franc e 30% di Carmenere appassito con lo stesso procedimento del Marzemino. Insomma, la lavorazione è la stessa del Krea cambiando solo un po’ la tostatura delle botti per il Carmenere.
Nel bicchiere bel rubino con colore similare al Marzemino. I sentori cambiano poiché non propriamente morbidi. Semmai più ruvidi.
Volevamo un taglio bordolese come si facevano prima in trentino senza il merlot.
Sono evidenti le note di liquirizia e cacao. Il Carmenere in surmaturazione porta il pepe verde. C’è la balsamicità che è come un marchio di fabbrica dell’azienda. Sento sottobosco e aghi di pino che richiamano le foreste. La complessità è simile al Marzemino. Interessante per la sua freschezza. Nonostante procedimenti analoghi i sentori passano dalla rotondità alla freschezza.
Il sorso evidenza coerenza tra olfatto e gusto. Grande freschezza e sapidità. Secco e caldo. Meno masticabile del Marzemino. Persistenza che si allunga rendendo l’abbinamento necessario con qualcosa di consistente tipo capriolo e cervo. Lo vedo benissimo con una polenta funghi e formaggio fuso.
Abbiamo cercato di stare in linea con il nostro territorio offrendo bassa alcolicità. Più sulla freschezza e sapidità che sul corpo.
Ecco, siamo alla fine ma vorrei non finisse mai. Perché parlare con Bruno e Michele fa solo capire quanta preparazione ci sia in persone come loro. Quanto studio. Quanta passiona. Quanta voglia di emergere.
Bravi!
Ivan Vellucci
Mi trovi su instagram : @ivan_1969
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6 Aprile, 2023
Casale dello Sparviero: forza ed eleganza in grande stile toscano
Casale dello Sparviero: forza ed eleganza in grande stile toscano
Cari amici lettori, come tutti sappiamo le degustazioni sono sempre una meravigliosa occasione per conoscere, approfondire e scoprire aspetti e realtà del nostro amato mondo del vino.
Lo scorso febbraio ho avuto il piacere di partecipare alla presentazione del libro di Armando Castagno “Castellina in Chianti – territorio, vino, persone” scritto per raccontare lo splendido territorio che accoglie poco meno di 40 produttori facenti parte dell’associazione Viticoltori di Castellina in Chianti.
In questa cornice meravigliosa ho avuto il piacere di scoprire Casale dello Sparviero che con la sua qualità ha saputo sin da subito colpirmi e farmi incuriosire.
Assolutamente non trascurabili le dimensioni dell’azienda che si colloca nell’incantevole paesaggio collinare del Chianti Classico senese, come detto siamo appunto tra i comuni di Castellina in Chianti e di Poggibonsi, e si estende complessivamente su circa 380 ettari, di cui 90 di vigneti situati ad un’altitudine ottimale per la produzione dei grandi vini toscani di qualità di circa 250 metri.
Un terroir unico rende unico il Casale dello Sparviero che grazie alla sua estensione riesce ad avere la propria produzione su suoli variegati alternando zone sabbiose a zone argillose, con la costante presenza di scheletro, un contesto variabile e valorizzato al meglio.
Una realtà che nasce 1972 per volontà dell’imprenditore padovano Olindo Andrighetti, che intuisce le potenzialità dei grandi rossi toscani delle colline del Chianti. La prima geografia della tenuta è ben diversa da quella odierna e vede al centro il nucleo di Campoperi con il bosco, i terreni adibiti a seminativo e l’oliveta che fanno da contorno alle vigne di Sangiovese.
Il 1996 rappresenta invece l’anno della svolta: la Campoperi acquisisce la tenuta confinate di Casale, che viene adibita a nuovo centro operativo e produttivo, dando vita al Casale dello Sparviero. Lo stesso anno vede inoltre un passaggio di consegne tra il padre Olindo e la figlia Ada che, con una serie di investimenti mirati, avvia un processo di rinnovamento dei vigneti e di tecnologizzazione della cantina, al fine di rendere l’azienda un’eccellenza del territorio.
L’azienda crede fortemente nel rispetto della natura e delle tradizioni, senza trascurare il tocco innovativo e il carattere internazionale: la produzione si concentra infatti su diversi cloni di Sangiovese, sul Canaiolo e Pugnitello, in continuità con la tradizione che agisce come perfetto complementare, ma nell’area all’esterno dei confini della denominazione sono stati introdotti gli internazionali Merlot e Cabernet Sauvignon, il tutto nel rispetto dell’ambiente e dei suoli con la minimizzazione degli interventi in vigna, nel tenere bassa la resa per ettaro del vigneto, nella simbiosi tra la natura e gli animali del territorio, nel profondo rispetto della biodiversità.
Forte di un credo basato sul rispetto della natura e di una profonda sinergia tra uomo e ambiente, Casale dello Sparviero dalla vendemmia 2016 ha dato il via al processo di conversione in agricoltura biologica, arrivando ad avere la vendemmia 2019 come prima a fregiarsi della certificazione e una completa produzione biologica dal 2022.
Molto legata al Casale la scelta del nome e del simbolo dell’azienda: Lo Sparviero, elegante rapace, nidifica da tempo immemore all’interno della tenuta ed in special modo all’interno delle buche pontaie del Casale stesso, dove è possibile ammirare le nidiate dei nuovi nati in primavera. Forza ed eleganza sono le caratteristiche principali di questo nobile volatile, che ben rappresentano lo stile dei vini qui prodotti e rafforzano il legame con il territorio.
Tra i vigneti presenti in azienda il più antico è quello di Paronza, le cui tracce storiche risalgono al 1169. È da qui che si ottiene la punta di diamante di Casale dello Sparviero, ovvero il Chianti Classico Gran Selezione Paronza, da suoli di argillosi, questa collina è stata individuata nel 1997 come quella destinata alla produzione dell’eccellenza aziendale.
Molte altre sono le produzioni di qualità di questa azienda: Chianti Superiore, Chianti Classico e Chianti Classico Riserva, il Bianco di Casale dello Sparviero (50% è Vermentino, la parte restante Malvasia e Trebbiano), Rosato (da uve Sangiovese) e l’IGT Toscana rosso (Sangiovese, Cabernet Sauvignon e Merlot).
Vino dallo stile inconfondibile che riescono a coniugare forza ed eleganza in pieno stile toscano, da non perdere assolutamente!
A cura di Giuseppe Petronio
Mi trovi su Instagram @peppetronio
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5 Aprile, 2023
Non solo vino: l'Aceto Balsamico
L’aceto balsamico: dalla storia alla tavola
Un po’ di storia
La storia dell’aceto si perde nella notte dei tempi con testimonianze di un procedimento simile già nel 2900 A.C. nell’Antico Egitto. Oltre un millennio dopo, sempre presso questa civiltà, si sviluppa la cottura del mosto. Ci sarebbe tantissimo da dire ma, facendo un salto in avanti a tempi più recenti, troviamo gli Estensi che, nel 1598, si trasferirono da Ferrara a Modena, portando i loro aceti. Lì, però, ne scoprirono un altro, sconosciuto ai più e prodotto nelle soffitte delle famiglie modenesi. Aveva caratteristiche completamente diverse dagli altri, con un’armonia di sapori e profumi giudicati ineguagliabili e venne quindi considerato qualitativamente superiore rispetto a quelli allora conosciuti. Nel sottotetto di una torre di Palazzo Ducale venne quindi posizionata un’acetaia, alimentata con mosto «purgato e ridotto secondo la pratica», come scrive nel 1803 Latour, subeconomo dei Beni Nazionali del Panaro durante l’occupazione francese. Nel 1747, sui registri delle cantine segrete della Corte Estense questo prodotto fu denominato per la prima volta “aceto balsamico”. Questo stesso aceto era al tempo conosciuto come “aceto del Duca”, una denominazione che incorporava nel nome un importante segno di distinzione ed eccellenza qualitativa.
Elisir per tavole raffinate
Furono proprio i duchi estensi a fare conoscere l’Aceto Balsamico in molte corti europee del loro tempo. Tra i tanti, due episodi valgono una menzione. Il primo, nel 1764, quando il Gran Cancelliere di Moscovia, Conte Michele Woronzow, inviato dalla Zarina di Russia Caterina la Grande in missione diplomatica presso le capitali europee, giunto a Modena, chiese di spedire a Mosca alcune bottigliette di Balsamico delle acetaie ducali. Il secondo nel 1792 a Francoforte, in occasione dell’incoronazione a Imperatore del Sacro Romano Impero dell’Arciduca Francesco II d’Austria, quando il Duca Ercole III d’Este ritenne che il suo secolare aceto fosse degno di essere inviato in dono all’Imperatore, ma nella modesta misura di un flacone.
Nel 1796 Napoleone Bonaparte conquista Modena, caccia gli Estensi e ne sequestra i beni, tra cui l’Acetaia Ducale, che viene venduta all’asta. Varie famiglie nobili e borghesi di Modena acquistano quindi le varie batterie, continuando la produzione e diventandone così i custodi della tradizione, nelle proprie soffitte.
Il disciplinare dell’aceto balsamico
Oggi esiste un disciplinare molto rigido che regola la produzione di Aceto Balsamico di Modena. Ad esempio, le uve devono essere native, coltivate e cresciute sul territorio di Modena. L’elenco di quelle permesse specifica Lambrusco (tutte le varietà e cloni), Ancellotta, Trebbiano (tutte le varietà e cloni), Sauvignon, Sgavetta, Berzemino e Occhio di Gatta. Esistono anche vincoli territoriali, che prevedono che l’assemblaggio delle materie prime, l’elaborazione, l’affinamento e l’invecchiamento in recipienti di legno pregiato abbiano luogo obbligatoriamente nelle province di Modena. Il prodotto finito può invece essere confezionato anche al di fuori della zona geografica di origine.
L’elaborazione dell’Aceto Balsamico di Modena avviene con il classico metodo di acetificazione tramite impiego di colonie batteriche selezionate, lenta in superficie o lenta “a truciolo”. La fase successiva è quella dell’affinamento, anch’essa svolta come la prima all’interno di barili, botti o tini o di legno pregiato quali rovere, castagno, quercia, gelso e ginepro. Il periodo minimo di affinamento è di 60 giorni, conteggiati a partire dal momento in cui le materie prime, miscelate tra loro nella giusta proporzione, sono avviate all’elaborazione. Al termine dell’affinamento, il prodotto ottenuto viene sottoposto a un esame, analitico e organolettico, affidato a un gruppo di tecnici e assaggiatori esperti. Questo è lo step da superare affinché il prodotto possa essere certificato come Aceto Balsamico di Modena.
Una volta trascorsi 60 giorni di affinamento in tini di legno, l’Aceto Balsamico di Modena può essere sottoposto a un ulteriore periodo di invecchiamento. Se questa fase si dilunga per più di tre anni, il prodotto finito potrà fregiarsi della classificazione “invecchiato”.
L’Aceto Balsamico di Modena così ottenuto può essere immesso al consumo diretto. Viene inserito in contenitori in vetro, legno, ceramica o terracotta di varie capacità, da un minimo di un quarto di litro a cinque litri. Sono ammesse anche confezioni monodose di plastica o di materiali composti, di capacità massima di 25 ml. Nel caso in cui il prodotto sia destinato a un utilizzo professionale, la capacità minima dei recipienti in vetro, legno, ceramica o terracotta è di 5 litri, che scendono a 2 nel caso il recipiente sia in plastica.
Su ogni confezione è posta la dicitura Aceto Balsamico di Modena, accompagnata dall’Indicazione Geografica Protetta.
Aceto balsamico DOP, IGP, e altre denominazioni
Soprattutto negli ultimi anni, l’aceto balsamico è diventato di gran moda e si è molto diffuso, tanto da poterlo trovare al posto dell’aceto classico su tutte le tavole, fast food e pizzerie incluse. E’ bene però sapere che ne esistono numerosi tipi e che per avere un’idea immediata ci si può regolare guardando il costo, tenendo presente che il costo medio di un Aceto Balsamico di Modena IGP al supermercato va dai 2 ai 30 euro circa per una confezione da 500 ml. Il prezzo per un buon aceto balsamico tradizionale di Modena DOP, comunque, si aggira intorno ai 50 euro per 100 ml. Riguardo l’autenticità, il modo più semplice per riconoscere un vero aceto balsamico tradizionale è fare attenzione alla bottiglia, la cui forma tipica richiama quella di una goccia, contiene sempre esattamente 100 millilitri ed è stata disegnata da Giorgetto Giugiaro. Un’eccellenza nell’eccellenza!
Tipologie e denominazioni
Condimento balsamico / Aceto balsamico / Mosto aspro / Condimento / Saba e Aceto balsamico
Qui tutto è permesso. Il prodotto ha un sapore acidulo ed è stato trattato con acido acetico. Non necessita né dell’indicazione specifica della materia prima utilizzata, né dell’uva, né del processo di produzione. Invece dell’uva, che è la prerogativa di base di un vero aceto balsamico, possono rientrare in queste categorie anche aceti balsamici di mele e altri frutti, come di barbabietole da zucchero, miele, riso, cereali e tutto ciò che può essere fermentato. Occhio alle etichette, quindi, perchè nonostante il termine “aceto balsamico” faccia generalmente riferimento al metodo di preparazione classico dell’aceto come tramandato da generazioni nella tradizione modenese, non si tratta di una denominazione protetta.
Aceto Balsamico di Modena IGP, Aceto Balsamico Tradizionale di Modena DOP (ABTM) e Aceto Balsamico Tradizionale di Reggio Emilia DOP (ABTdiRE)
Solamente i tre termini “Aceto balsamico di Modena IGP” e “Aceto Balsamico Tradizionale di Modena DOP” e “Aceto Balsamico Tradizionale di Reggio Emilia DOP” assicurano che lo standard minimo stabilito nel discpilinare del prodotto sia stato rispettato durante la produzione. Tuttavia, anche nel caso dell’Aceto Balsamico di Modena IGP si incontrano spesso prodotti industriali che, oltre al mosto d’uva, sono costituiti da aceto di vino e caramello (in etichetta spesso anche come “colorante E150d”), che permette al prodotto di ottenere il tipico colore dell’Aceto Balsamico di Modena IGP .
La differenza tra questa denominazione e quella “Aceto Balsamico Tradizionale di Modena DOP” è che quest’ultimo deve sottostare, secondo l’ultima direttiva UE, ai rigidi criteri che stabiliscono le materie prime da utilizzare e le caratteristiche fondamentali al fine dell’imbottigliamento ed etichettatura. In ultima analisi, il mosto cotto e un minimo di 12 anni sono gli unici ingredienti di un aceto balsamico tradizionale originale, questo lungo processo di affinamento ed invecchiamento essendo anche il principale motivo del prezzo elevato.
Esiste un bellissimo museo dove potere effettuare una visita guidata molto interessante. Si trova a Spilamberto e raccoglie, in una palazzina, la storia dell’Aceto Balsamico. Qui potrete anche assaggiarlo e vedere con i vostri occhi quante famiglie, personaggi e organizzazioni conosciute (Massimo Bottura, Slow Food e persino una banca locale) tengono in affinamento qui le loro batterie. Una bella idea per una gita fuori porta e per scoprire il vero Aceto Balsamico Tradizionale di Modena.
Sono Claudia Riva di Sanseverino. Assaggio, degusto, scopro, curioso, provo e condivido. Seguimi su Instagram @crivads
https://www.youtube.com/watch?v=RakajXgmc-E
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4 Aprile, 2023
Maremma, Terra del Ciliegiolo DOC e altri Ciliegioli d’Italia - Al via la prima edizione
Maremma, Terra del Ciliegiolo
Domenica 7 e lunedì 8 maggio appuntamento alla Fortezza Orsini di Sorano in provincia di Grosseto, per una rassegna senza precedenti. L’evento, al suo esordio e dedicato interamente al vitigno autoctono, si terrà il 7 e l’8 maggio alla Fortezza Orsini di Sorano (GR). Alla manifestazione ci saranno banchi d’assaggio, dove sarà possibile degustare il Ciliegiolo di Maremma DOC e di altre parti d’Italia.
Il Ciliegiolo DOC di Maremma e altri Ciliegioli d’Italia saranno presentati in una due-giorni durante la quale stampa e operatori del settore avranno la possibilità di degustare i vini delle aziende produttrici di questo speciale vitigno, che saranno a disposizione alla mescita presso banchi d’assaggio. Nella giornata di domenica, su prenotazione, è prevista una masterclass tematica.
Il Ciliegiolo, vitigno di Maremma e d’Italia
Dal colore rosso rubino con leggeri riflessi violacei e con sapore e profumo caratteristici che ricordano la frutta matura, il Ciliegiolo è un vino piacevole ed equilibrato, recentemente riscoperto e valorizzato, il cui nome è dovuto al colore dell’acino e agli aromi del vino che richiamano in modo esplicito la ciliegia. A differenza di quanto avveniva in passato, quando veniva utilizzato per il consumo diretto o per preparare vini di pronta beva ma di poca longevità (tanto che, per la maggior parte, le uve venivano vinificate in assemblaggio con altre varietà, in primis il Sangiovese), oggi è perlopiù impiegato in purezza per produrre alcuni interessantissimi vini DOC e IGT del Centro Italia.
Coltivazione
Viene coltivato in Toscana, Umbria, Marche, Lazio, Liguria e, in misura minore, in altre zone d’Italia. La maggiore diffusione del Ciliegiolo è comunque in Toscana, dove si contano circa 525 ettari, dei quali quasi il 60% è concentrato in provincia di Grosseto, dove danno vita a numerose etichette della DOC Maremma Toscana Ciliegiolo.
Il Ciliegiolo ha una forte sensibilità al terroir per cui è fondamentale piantarlo sui terreni adeguati al risultato enologico che si vuole ottenere. Da questo punto di vista, la Maremma grossetana rappresenta una delle aree più interessanti (se non la più interessante) per questa varietà. Interpretazioni importanti si trovano anche in Umbria, tra l’Orvietano e i Colli Amerini, nell’Alto Lazio e in alcune aree delle Marche.
L’iniziativa è organizzata dal Consorzio Tutela Vini Maremma Toscana e dai delegati FISAR sul territorio, con il patrocinio del Comune di Sorano.
Sono Claudia Riva di Sanseverino. Assaggio, degusto, scopro, curioso, provo e condivido. Seguimi su Instagram @crivads
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1 Aprile, 2023
Aprile, ogni goccia un barile
Buongiorno, siamo ad aprile, ogni goccia un barile.
Speriamo che qualche antico detto sia di buon auspicio, tornando ai temi dell’editoriale di Marzo.
E nell’attesa di agognati barili d’acqua pensiamo al vino e alla nuova stagione di eventi che verrà.
L’anno è partito alla grande con il nuovo format di Wine in Venice, il red carpet del Vino che si è tenuto a fine gennaio e che tornerà dal 20 al 23 gennaio 2024. Segnatevi le date e non mancate! Noi non mancheremo anche perché Wine in Venice è anche un pò figlio nostro.
Eventi del vino, grandi, medi, piccoli; locali, nazionali, internazionali.
Torna il tormentone: a quali partecipare, dove è obbligatorio esserci? Domande banali ma non banali, né per i produttori che devono scegliere dove investire e dove presentarsi, né per i professionisti del settore per i quali il più grande dono sarebbe quello dell’ubiquità (clonazione e teletrasporto anche sarebbero graditi).
Difficile orientarsi, specialmente dopo la pandemia che, sospensione a parte, a fatto emergere improvvisamente, brutalmente e con grande impatto, nuove esigenze di consumo e di racconto.
Ma se il mondo produttivo del vino ha tempi lenti, lentissimi, imposti dalla natura e dalla trasformazione della materia prima, l’uva, l’universo della comunicazione è cangiante e viaggi a velocità supersoniche. Nuovi social, nuove modalità digitali di connettersi, di raccontarsi, comunità virtuali di ogni genere e tipo ci rendono schiavi di aggiornamenti impossibili, sia per questioni anagrafiche che oggettive, di tempo.
Nonostante questo mi pare di notare nella narrazione vinicola dei clichés che tardano a morire, o che quantomeno focalizzano l’attenzione sempre sulle stesse dinamiche e componenti della produzione. Sempre si parla di vendemmia, di vinificazione, di lavoro in cantina. I racconti per immagini affascinano: raccolta, mani sporche, filari, paesaggi, ma i temi narrati sono bene o male sempre quelli.
Quello che funziona di più, anche se parzialmente rischioso, è il metterci la faccia, raccontarsi con semplicità. Mostrare la fatica che sta dietro ad ogni bottiglia, raccontare anchei rischi incredibili, i dubbi, le delusioni legate al nostro mondo ha la forza della verità, della vita vissuta. Perchè quello che si cerca in una bottiglia è anche, probabilmente, un ritorno alla realtà, un anelito alla primitiva natura umana, schiava della natura ma padrona, equilibrista, dei suoi segreti.
Occorre quindi fare, come giustamente sottolinea Luca Ferrua nel suo Editoriale di aprile In Vino Veritas su Il Gusto, cultura del vino. Cultura del vino deve essere portata avanti raccontando la verità del vino, o meglio il vino vero. Il vino vero è il vino buono, meglio se buonissimo, fatto in modo vero. Questo per dare la giusta importanza ai rischi e alle fatiche legati alla sua produzione, per rispetto del produttore e del consumatore finale.
La cultura porta conoscenza.
La conoscenza porta consapevolezza.
Dalla consapevolezza la libertà di scelta.
Vino vero come riconoscerlo? Senza troppi sofismi vino vero è quello che piace, certo, ma se la scelta è ponderata e consapevole potrete solo bere meglio.
Anche perchè la miglior leva all’acquisto è il passaparola, e un passaparola consapevole e non banale aiuta a fare cultura del vino. Siate quindi tutti ambasciatori del vino buono.
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31 Marzo, 2023
Stefano Porro e la vigna da tre milioni di euro
Stefano Porro e la vigna da tre milioni di euro
“Pensateci bene… l’amore può durare solo una notte, un milione di dollari dura tutta la vita!”
E se i milioni fossero tre?
Ecco, immaginate di trovarvi dinanzi ad una Proposta indecente come nell’omonimo film. Magari non ci sarà Robert Redford a farvi l’offerta ma un ricco americano che vi mette sul piatto, con nonchalance, tre milioni di euro per acquistare il vostro ettaro di vigneto. In fondo è un vecchio vigneto che non ti va di coltivare. Anche perché, se hai 21 anni, la prospettiva di tre, inaspettati, milioni di euro in tasca, non è così male. Ti fanno gola. Cavolo se ti fanno gola! Il vigneto sta lì da tempo e il nonno l’ha lasciato a tuo padre che non ha mai avuto voglia di coltivarlo. Lui preferisce stare sui trattori. Tu hai un lavoro da elettricista. Certo, non è il massimo ma ti dà da vivere in maniera onesta. Poi arriva questo americano e, come un fulmine a ciel sereno ti offre qualcosa che non ti ricapiterà più. Qualcosa che ti mette in crisi. Di quelle crisi che non ti fanno dormire la notte. Cavolo, tre milioni sono tanti ma tanti. Chi li ha mai visti e soprattutto chi li vedrà mai.
Poi però inizi a pensare. Perché si, hai 21 anni e questo non vuol dire essere uno che non ragiona. La terra del nonno, quell’ettaro ora diventato il Klondike di Zio Paperone memoria, ha sempre dato uva poi rivenduta perché non è che c’era la voglia e la capacità di fare vino. Solo un paio di damigiane per la famiglia e il resto andava via. A chi sapeva fare il vino e aveva le capacità di farlo.
Eppure non è che siamo in una terra sfortunata. Siamo a Serralunga D’Alba. Siamo nelle Langhe. Quel territorio baciato da Dio che produce il Barolo, il Barbaresco. Insomma lì dove il Nebbiolo assume la sua forma più alta. I terreni qui non hanno certo l’esposizione perfetta, ma chi l’ha detto che pur se diversa non possa far nascere qualcosa di buono. Anzi di ottimo. In fondo se qualcuno offre tre milioni di euro per un ettaro di terra, qualche potenzialità dovrà pure averla!
Stefano Porro non ci ha dormito per notti intere. Il papà, che aveva ereditato la terra dal nonno e non sapeva cosa farsene, disse che doveva essere lui, Stefano, a decidere: la terra sarebbe comunque stata sua a tempo debito. Ma solo quella, perché la terra rappresentava l’unica cosa che poteva lasciargli in eredità. La scelta dunque, se tenerla o venderla, era solo ed esclusivamente sua. Lui avrebbe accettato qualunque decisione.
Un ragazzo di 21 anni. La decisione spettava ad un ragazzo di 21 anni. Elettricista. Di Serralunga D’Alba.
Cosa avreste fatto voi?
Probabilmente avreste preso i soldi. Anche perché sì, un ettaro di vigneto in quel delle Langhe è un sogno. Produrre vino li sarebbe fantastico. Ma quanto ci si può ricavare da un ettaro? 7000, 8000 bottiglie l’anno? E quanto ci vorrebbe per arrivare a guadagnare tre milioni di euro? Ve lo dico io: 40 anni.
Mi hanno fatto parecchia gola. Poi ci ho pensato e ho detto: io ho il mio lavoro, il mio stipendio. È vero che non navigo nell’oro ma se ti regalano tre milioni di euro, li sprecheresti perché non è una fatica che hai fatto tu e non sai apprezzare una fortuna così.
Stefano invece ha fatto una lungimirante scelta di amore e si è tenuto la vigna del nonno (e del padre) iniziando la carriera del vignaiolo.
Già il vignaiolo. Mica ci si improvvisa vignaiolo. Tocca studiare. Bisogna fare esperienza. Oltre che avere i soldi.
Thanks to @barolowineclub
Stefano, 21 anni. Quanta ammirazione per questo ragazzo. Che se ne va in giro ad imparare. Financo in Borgogna dove capisce quanto le basse rese in vigna, la cura maniacale della vite, la pulizia in cantina siano fondamentali per avere un prodotto di qualità. Le Langhe saranno pure un territorio baciato da Dio, ma qui sei costretto a produrre vini di qualità. Perché la concorrenza non è solo dovuta alla moltitudine di produttori ma alla qualità generata. Se non produci qualcosa di eccellente, non hai speranze.
Si appoggia a due amici, anche loro neofiti, con i quali dividere una cantina. La devi avere una cantina, altrimenti il vino come lo produci? Dividendosi le spese, ha una parte della cantina per vinificare. Stefano ci mette un locale per deposito, ristrutturato per l’occasione, loro la cantina.
1600 bottiglie la prima annata. 2020. Nebbiolo ovviamente.
Nel 2021, Nebbiolo e “la” Barbera che viene dalle vigne di Monforte. Un piccolo vigneto di parenti che Stefano coltiva con la medesima passione del suo. Nel 2022 si aggiunge anche una barrique di Barolo. Già tutta venduta!
Mi fanno impazzire con questo Barolo perché sembra che non ce ne sia più in giro
Ci vuole un enologo e lo capisce
Abbiamo un enologo interno che fa naso e ci dice se ci sono dei difetti. Ci vuole uno esterno per questo.
Saggezza. Umiltà. Capacità di capire i propri limiti e cosa ci vuole per eccellere. Per il resto
In campagna ci siamo io, mio padre e mia madre.
L’azienda non può rappresentare l’unica forma di sostentamento. Non basta per andare avanti. Così Stefano lavora in una grossa cantina. Anche per imparare.
Prima cosa mi dà da mangiare. Non sembra ma è sempre uno stipendio. Poi vedo il bello e il brutto.
Ecco, quando parli con un ragazzo come questo, con la testa sulle spalle e la saggezza di un anziano, ti ricordi di tutte le volte che hai visto in tv i dibattiti sulla disoccupazione. Ma lasciamo stare.
Il futuro di Stefano è già nel suo immaginario.
Vinificare tutto quello che posso e quando arriverò sulle 8000 bottiglie starò a casa.
Insomma non vuole diventare un grande produttore. Mai superare le 10.000 bottiglie. Lavorare lui e solo lui senza triarsi indietro. Perché solo lui sa quanto amore ci voglia per produrre il suo vino. Amore, passione, dedizione, fatica.
Essere nel cuore delle Langhe per un giovane produttore non da vantaggi se non hai qualcosa di unico. Stefano lo sa. Per quello è andato in giro a studiare.
Far risaltare la zona, che non ha una esposizione ideale, potrebbe essere un vantaggio. Anche se con i cambiamenti climatici la zona non è poi così male. Anzi. In ogni modo qualcosa si porta con sé Stefano dai suoi pellegrinaggi enoici.
Nessuna inoculazione di lieviti ma pied de cuve: cinque giorni prima della vendemmia si raccolgono alcune cassette di uva fatte quindi fermentare in una mastella per poi gettarle nella vasca di cemento. Il 50% dell’uva viene lasciata con la bacca intera creando una semi macerazione carbonica utile per conferire profumi esagerati. Fermentazione da dieci a venti giorni poi acciaio per la malolattica e sette mesi in barrique.
Per fare tutto questo serve materia prima perfetta e massima pulizia in cantina e in vigna. Uve selezionatissime. Difficile farlo capire ai genitori che l’uva la vendevano e certo non andavano tanto per il sottile.
Assaggiamo prima “la” Barbera: bottiglia n.393 di 700 (qui il post su Instagram).
Il colore rubino e la estrema pulizia lo rendono un nettare quando lo verso nel calice. Sarà che deriva dal solo mosto fiore senza prendere nulla dalla pressatura in moda da esaltare quei meravigliosi sentori vinosi che emergono prepotenti. Ancorché giovane (è un 2021) la frutta (ciliegia e melograno) al naso è già matura: vantaggio di avere delle vigne vecchie. In più alla frutta, solo dei fiori. Insomma, un vino semplice, non impegnato, pulito, fresco già al naso.
Volevo una barbera che si potesse bere con tutto.
La sensazione che mi dà bevendolo mi riporta a quando mia nonna metteva lo sciroppo di amarena nella bottiglia: era rinfrescante.
Fresco al palato insomma. Non ha una persistenza lunga così che risulta facilmente abbinabile. È beverino e con un formaggio o un salame, sta benissimo. Non è impegnato ma convincente perché versatile. I tannini non sono mai aggressivi ma quasi vellutati. Cosa questa che non evita comunque la necessità di berlo solo se accompagnato con del cibo.
Assaggiamo poi il Nebbiolo. Bottiglia n. 475 di 2000 (qui il post).
Bellissima intensità di colore, più scuro e profonda della Barbera. La frutta si evolve e da matura diventa la ciliegia messa sotto spirito dalla nonna. Escono sentori che potranno ancora evolversi con la permanenza in bottiglia. Ci sono i fiori. C’è il balsamico. Il sottobosco. Sento ematicità. Tabacco non dolce. Pellami freschi. Tutto frutto degli acini interi e dell’affinamento in cemento prima e di sette mesi di legno con tostature molto lievi poi. In bocca c’è la potenza dei vini di Serralunga ma anche una finezza ed eleganza.
Serralunga è conosciuta come una zona strong.
Il tannino è maturo e importante, cosa questa che risalta ancora di più la freschezza e la secchezza. La sapidità arriva importante e contribuisce alla davvero lunga persistenza. Un vino estremamente interessante ma che se non lo abbini, anche con una polenta, ti taglia.
Bravo Stefano. Davvero bravo ma bravo.
Quando gli chiedo a chi deve qualcosa mi risponde così:
Devo tantissimo ad un commercialista amico di famiglia perché è stato lui a spronarmi a fare qualcosa. Non mi ero mai interessato alla campagna. Anni, prima era come una punizione perché costretto a fare qualcosa in vigna invece di andare al mare con la fidanzata. Adesso passo sabato e domenica in vigna.
Contrappasso? No, solo la stupefacente casualità che la vita, in maniera inaspettata, riserva. Rimpianti? Forse. Come quelli verso il nonno mancato quando era piccolo e al quale ora non può fare tutte le domande che avrebbe voglia di fargli.
Adesso se mi offrissero sei milioni di euro non gliela darei. La soddisfazione che ho avuto con la prima etichetta non ha prezzo
Bravo Stefano. Teniamolo d’occhio perché ne farà di strada.
Ivan Vellucci
Mi trovi su instagram : @ivan_1969
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30 Marzo, 2023
That’s Cirò: conoscere la più antica D.O.C della Calabria.
Lunedì 20 marzo presso il Rome Cavalieri A Waldorf Astoria Hotel, si è tenuto un evento, organizzato dal Consorzio di Tutela Vini D.O.C. Cirò e Melissa in collaborazione con Fondazione Italiana Sommelier, per raccontare Cirò, la più antica D.O.C della Calabria, e per la valorizzazione dei vini del territorio Calabrese e del vitigno principe della zona, il Gaglioppo.
L’evento ha visto coinvolte 15 aziende del territorio, che, grazie ai banchi di assaggio organizzati nella Sala Michelangelo, hanno potuto far conoscere ad appassionati, operatori e stampa, quello che da sempre è considerato il vino più antico ancora in produzione.
A seguire, i banchi di assaggio, la masterclass “il Gaglioppo: tra identità e longevità” guidata da Paolo Lauciani, docente Fondazione Italiana Sommelier e Paolo Ippolito, responsabile della commissione comunicazione del Consorzio.
“Se il nostro soprannome storico è Enotria, cioè terra del vino, è per merito della Calabria.” – comincia così Paolo Lauciani – proprio per sottolineare l’importanza della viticultura calabrese, e del gaglioppo, vitigno che risale ai tempi della Magna Grecia, quando Cirò Marina era chiamata Cremissa, e il vino Krimisa, era il premio per i vincitori delle olimpiadi.
“Il problema della Calabria è un problema di forma non di sostanza”, dichiara Paolo Ippolito, abbiamo un territorio unico, fortemente vocato per la viticultura per le condizioni pedoclimatiche ottimali, basti pensare che Cirò Marina, trovandosi alla punta estrema del golfo di Taranto, è sempre battuta dai venti di tramontana che assicurano la sanità delle uve, inoltre la piovosità è bassissima e il sole è presente tutto l’anno.
Cirò: la più antica D.O.C della Calabria
È importante anche ricordare che la zona di Cirò vanta 2500 ettari vitati di cui 400 ettari rivendicati come Cirò Doc Classico. I vitigni per la produzione di bianchi e rosati si trovano prevalentemente in pianura, in modo da garantire mineralità e sapidità, mentre i vitigni per la produzione dei rossi si trovano in collina tra i 250-450 metri s.l.m. Gli allevamenti non sono intensivi e nella zona è ancora molto diffuso l’alberello con rese di produzione molto basse.
Negli ultimi dieci anni, dichiara ancora Paolo Ippolito, si sta vivendo una primavera enoica, grazie al cambio generazionale si sta dando una grandissima spinta al territorio di Cirò. Attualmente la produzione supera i 4 milioni di bottiglie e l’export il 35%.
Il vitigno principe di questa zona è il Gaglioppo, un vitigno austero, con un tannino che si adatta bene ai lunghi invecchiamenti.
Il bouquet del Gaglioppo è molto ampio, fruttato e maturo, ma mai surmaturo o grondante di marmellata. Dal frutto si passa a profumi erbacei, tracce terrose, liquirizia e note balsamiche. Il sottobosco è presente e aggiunge spessore al vino. In bocca il Gaglioppo è un vino strutturato, molto tannico, che richiede lunghi affinamenti o l’utilizzo di barriques.
Di seguito i sette vini presentati nella degustazione condotta, appunto, da Paolo Lauciani.
Ciro’ Doc Rosso Classico Superiore – Casamatta 2020 – Cantina Campana
Prodotto con le uve Gaglioppo coltivate in antichi vigneti a ridosso delle coste, ove si scorgono appunto le “casematte”, originarie opere difensive utilizzate in periodo di guerra come protezione delle coste, ed oggi emblema di un’identità da tutelare. La vendemmia è manuale, la fermentazione è in acciaio con delestage giornalieri, e l’affinamento in legno per 12 mesi.
Nel calice un rosso rubino scarico ma luminoso. Al naso spiccano le note floreali di rosa canina seguite da note fruttate di fragoline di bosco e arancia rossa, leggere note speziate, erbe aromatiche e liquirizia. In bocca il sorso è elegante, con un tannino setoso, una buona acidità e una buona sapidità. Chiude con un finale pulito e persistente con un ritorno balsamico.
Cirò Rosso Classico Superiore Riserva – Volvito 2019 – Caparra e Siciliani
Prodotto con gaglioppo in purezza vinifica in serbatoi di acciaio termocondizionati e affina 18 mesi tra piccole botti di legno di Alier e bottiglia prima della commercializzazione.
Nel calice si presenta di un rosso rubino compatto. Al naso spiccano le note fruttate di ciliegia matura, mora, ribes, seguite da note floreali di viola, sottobosco, polvere di cacao, caffè e liquirizia. In bocca la forza tannica è più evidente, ma perfettamente equilibrata da freschezza e sapidità. Chiude con un finale, corposo, avvolgente e speziato.
Ciro’ Doc Classico Superiore – Il Pagano 2018 – Cantine Greco
Prodotto esclusivamente con le uve delle vigne più storiche, fa una macerazione prefermentativa a 10°C per 48 ore poi, viene lasciato fermentare sulle bucce fino a metà fermentazione alcolica, termina la fermentazione in assenza di bucce. Affina tre mesi in barriques di II passaggio. La fermentazione malolattica viene svolta completamente in barriques di II passaggio
Nel calice si presenta di un rosso rubino compatto con riflessi granati molto luminosi. Al naso spiccano le note di legno di sandalo, tabacco, grafite, seguite dalle note fruttate di frutti neri, prugna, more, gelso nero, arancia rossa, sottobosco, china. In bocca fresco, sapido, con un tannino perfettamente integrato. Chiude con un finale balsamico.
Cirò Rosso Classico Superiore Riserva – Pian delle Fate 2018 – Cantina Enotria
Vino di grande tradizione, espressione massima della Riserva della Doc Cirotana, è prodotto con la selezione delle migliori uve. Macerazione con cappello di bucce e rimontaggi a temperatura controllata per 15 giorni in serbatoi d’acciaio, poi affina 18 mesi in serbatoi di acciaio e 6 mesi in barrique.
Nel calice si presenta di un granato luminoso. Al naso spiccano le note di frutta rossa, fragoline, ciliegie, ribes, seguite da note speziate, cardamomo, pepe, tabacco, nota balsamica di liquirizia e menta. In bocca il sorso è fresco, sapido, con un tannino leggermente pungente. Chiude con un finale molto persistente di frutta rossa.
Cirò Rosso Classico Superiore Riserva – Arcano 2017 – Senatore Vini
Prodotto con uve coltivate con ridotta produzione per ceppo nel vigneto al “Corfu Vecchiu” di Cirò. La selezione e la raccolta avvengono rigorosamente a mano. La Vinificazione è tradizionale con macerazione a temperatura controllata in acciaio. Affina prima in acciaio, poi in barriques, poi in botti di legno di rovere francese da 25 hl per 24 mesi, e infine in bottiglia per 4 mesi prima della messa in commercio.
Nel calice si presenta di un rubino trasparente. Al naso prevalgono le note di frutta , prugna, more, gelatina di ribes, seguite da note di viola leggermente appassita, sottobosco, cacao e china. In bocca il sorso è pieno, con un tannino importante, una buona freschezza e una buona sapidità. Chiude con una buona persistenza e un ritorno balsamico. La 2017 essendo un’annata molto calda si porta dietro una leggera pungenza alcolica.
Cirò Rosso Classico Superiore Riserva – Dalla Terra 2015 – Tenuta del Conte
Le uve prodotte secondo regime dell’agricoltura biologica, nella zona di Vigna Salico a 150 metri s.l.m., vengono fatte fermentare con lieviti spontanei. Affina 24 mesi in acciaio e 36 mesi in bottiglia prima della commercializzazione.
Nel calice si presenta di un granato trasparente ancora molto luminoso. Al naso prevalgono sensazioni più terrose, corteccia, foglie secche seguite da note fruttate di fragoline di bosco, agrumi, tamarindo, rabarbaro, scorza di arancia amara. In bocca è fresco, sapido, con un tannino vibrante ma elegante, anche qui abbiamo in chiusura una nota leggermente alcolica. Un vino con uno stile differente dagli altri ma che mantiene sempre lo stile identitario del Gaglioppo.
Cirò Classico Superiore Riserva – Ripe del Falco 2014 – Ippolito 1845
Prodotto con le uve provenienti dal Cru Colli del Mancuso, situati ad un’altezza di 350 metri s.l.m. le vigne sono ad alberello di fine anni ’60, e sono coltivate in regime biologico. Fermenta in cemento e affina 9 anni tra botte grande, acciaio, e bottiglia.
Nel calice si presenta di un rosso rubino scarico, con una perfetta tenuta cromatica. Al naso spiccano le note di frutta rossa a polpa fragrante, amarena, ciliegia, mora, marasca, seguite da note floreali, cacao, spezie, legno di sandalo, incenso, lavanda disidratata. In bocca il sorso è pieno, con una buona freschezza, una buona sapidità e un tannino ancora importante.
È considerato il vino iconico dell’azienda, nato nel 1956 da una scommessa del nonno Vincenzo Ippolito con i produttori del Barolo.
Claudia Maremonti
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