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5 Luglio, 2023
Vini per l'Estate
Vini per l’Estate 2023 è stata la manifestazione organizzata da DoctorWine di Daniele Cernilli e tenutasi nella splendida cornice della terrazza dell’hotel Mama Shelter a Roma. Ambizione quella di proporre vini tipicamente estivi: grande freschezza e bevibilità senza rinunciare però alla complessità e finezza.
Tutto all’insegna della semplicità e della grande capacità organizzativa, la giornata di fine maggio (domenica 28 per la precisione) meravigliosamente assolata e calda a discapito del clima tropicale della Capitale, è stata ideale per testare i vini proposti.
Devo dire che le proposte sono state tutte azzeccate. Anche nei, giustamente pochi, vini rossi si è apprezzata la qualità estiva.
Proposta anche la guida Vini per l’Estate presentata in anteprima a Milano il 20 maggio.
NB I miei vini sono nelle stories “DoctorWine” del mio account Instagram (link sotto)
Ivan Vellucci
Mi trovi su instagram : @ivan_1969
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30 Giugno, 2023
Diana e Giacomo: due cuori e una vigna
Diana e Giacomo: due cuori e una vigna
Ed è per questo che ti sto chiedendo
Di cercare sempre quelle cose vere
Che ci fanno stare bene
….
Superando quegli ostacoli
Che la vita non ci insegna
Solo per cercare di essere più veri
Per guardare ancora fuori
Per non sentirci soli
Quando parlo con Diana e Giacomo e li vedo insieme mi torna in mente la canzone “Due Destini” dei Tiromancino. Iniziamo il nostro incontro e gli dico di getto “Sembrate una coppia ben affiatata”
Dobbiamo esserlo. Per forza. Tra figli e lavoro insieme dobbiamo per forza andar d’accordo.
Una bimba di 4 anni e un bimbo di 1 anno.
Giacomo si occupa dell’azienda dal punto di vista fisico. Io della burocrazia.
Io ne sono ben felice.
Una coppia unita e solida. Con compiti divisi e una unione che non teme lo stress. Anche se di stress in queste zone non ce ne è traccia. Siamo a Brentonico, 4000 anime circa della provincia di Trento. Il monte Baldo e il Nago alle spalle e il lago di Garda dinanzi,con l’Ora, il vento che spira dal lago, a mitigarne il clima pur sempre alpino. Una zona tranquilla ed assolata dove il tempo scorre lento e le stagioni si susseguono senza particolari scossoni. Tutto sembra al proprio posto. Lo scenario che si presenta è incantato. Non c’è un granché da fare qui, eppure Diana e Giacomo scelgono di vivere proprio qui, a Brentonico ad occuparsi di poco più di tre ettari che furono del bisnonno di Giacomo.
In realtà era il mio trisnonno. Avevano iniziato avendo le viti, tabacco, poi classici campi per il sostentamento della famiglia.
Bisnonno e nonno di Giacomo iniziarono dopo la seconda guerra mondiale a produrre e vendere vino. Ma non solo, perché in quel periodo l’arte di arrangiarsi li condusse a produrre anche distillati di contrabbando.
Adesso si può dire
Diana sorride guardando teneramente Giacomo.
Siamo in una zona di confine in fondo. Qui passavano in tanti lasciando sul territorio i segni e una estrema povertà.
Le notti di luna piena, mio nonno, insieme alla sorella Ester, partivano con zaino in spalla portando grappa e vino rosso. Partivano, scendevano in valle, arrivavano ad Ala e proseguivano per la Lessinia dove c’erano le Malghe. Qui scambiavano vino e grappa con formaggi e mortadella e altro per poi tornare indietro.
Un percorso non proprio agevole ma necessario. Per la sopravvivenza.
Ho sposato Diana che era della Lessinia. In qualche modo è tutto collegato
Magari i nostri nonni erano insieme a fare business
Il nonno di Giacomo vinificava, come di consueto da queste parti, per conferire le uve alla cantina sociale. Quello che rimaneva era per il consumo della famiglia. Poi con il papà si perse la passione della vinificazione e le uve si conferivano tutte alla cantina sociale.
Ci tengo a precisare che mio suocero è astemio. È un grandissimo viticultore perché se non ci fosse lui avremmo tanti problemi.
Nel territorio del monte Baldo quasi tutti conferiscono alla cantina sociale. Nessuno ha avuto il coraggio, il genio, la pazzia di dire “inizio a vinificare” per valorizzare il territorio. Gran parte dell’uva qui va a finire a Ferrari per lo spumante
In fondo come si fa a non comprendere le persone di questa zona. Qui la viticultura è eroica. Le terrazze sono ripide e le lavorazioni non possono che essere manuali. Terrazze belle a vedersi e a visitare con gli estasianti paesaggi da offrire alla vista. Ma gestire le lavorazioni, qui è altra cosa.
Penso che tanti hanno fatto la scelta lasciar perdere la vinificazione perché dopo l’impegno in vigna non avevano voglia e soldi per la cantina.
Giacomo, con il bisnonno (anzi tris nonno), nonno e papà che si ritrova non può non aver sempre lavorato in campagna. Oltre che fare il consulente agronomo.
Adesso ho ancora qualche cliente che seguo in maniera tecnica però principalmente mi occupo dell’azienda agricola.
L’incontro con Diana segna la vita di entrambi.
La nostra scelta è nata dal momento in cui ci siamo conosciuti. Lei viveva più in città, io in campagna. Cosa facciamo? Vieni tu da me? Io da te? Abbiamo scelto di restare con tutte le difficoltà del caso ma con lo scopo di portare vita in un territorio che rischia l’abbandono. Siamo in montagna, ci sono i vigneti ma prevale il bosco e le spine.
La scelta di valorizzare il territorio è lodevole. Pochi gli ardimentosi impegnati a produrre vino in queste zone. Eppure il territorio è bellissimo e vocato. Mancano forse le possibilità. O la voglia di valorizzarlo fino in fondo.
Per Diana la scelta di passare dalla vita che scorre velocemente della città a quella di un luogo dove tutto scorre più lentamente non è stata difficile. L’amore? Per Giacomo sicuramente ma anche per questi paesaggi incantati dove si vive al passo delle stagioni, del canto degli uccellini.
Fino all’altro giorno non c’era nulla ora ti svegli al mattino e cantano tutti.
Diana e Giacomo con i loro figli, iniziano la loro avventura pochi anni fa con l’azienda unica fonte di sostentamento.
Siamo partiti nel 2020. Maggio 2020. Dopo diversi anni di prove per raggiungere il prodotto che volevamo avere e vendere. L’azienda esiste come vitigni dal bisnonno di Giacomo. C’era un’ottima base ma volevamo dare una identità all’azienda attraverso i prodotti.
Prove e controprove. Le classiche micro vinificazioni fatte in maniera casalinga. Gli amici che provano, qualche esperto e tanta allegria mista a passione. La sfortuna di essere pronti proprio nel 2020, anno nefasto. Ma quando parli con loro sembra non essere stato così. Anche perché non è che qui si stesse proprio “chiusi” in casa. In ogni modo il periodo è stato utile per pensare, provare, stare ancora più insieme.
Noi ci mettiamo la sera e facciamo tutto noi. Anche le etichette. Questo è merito del Giacomo. Qualche merito devo pure riconoscerlo.
Giacomo si occupa della vinificazione coadiuvato da un consulente esterno. L’azienda è piccola e i soldi sono pochi. La cantina non può che essere in affitto con tutta l’intenzione di ristrutturare parte della casa per dedicarla al vino.
E dire che il nonno di Giacomo la cantina l’aveva. Solo che non era a norma
Bisnonno contrabbandiere. Nonno con la cantina non a norma. Che miti!
Ogni tanto io aiuto lei nelle pratiche e allo stesso tempo lei mi aiuta in vigna nella potatura verde, la potatura normale in inverno e autunno e durante la vendemmia quando c’è la massima agitazione
Da quando ho sposato lui le unghie non sono più quelle di una volta. Io vengo da un ambito diverso, il marmo, e stare in campagna, nonostante la difficoltà, le emozioni che hai con il panorama, è impagabile
Quando chiedo loro il perché di un nome come Sondelaite, Diana dimostra la sua, condivisa con Giacomo, passione per la storia. La storia di questi luoghi, degli avvenimenti, della gente. È un fiume in piena ogni volta che c’è un riferimento da cogliere, da approfondire e studiare di più.
Sondelaite è una crasi di parole tedesche modificate nel tempo. Tano per non dimenticare che questa è zona di confine con l’influenza, presente e passata (nonché futura) dell’Austria. Sondelaite identifica i delaite, terrazzamenti, esposti costantemente al sole
Una parte del territorio si chiamava una volta Sondelaite e abbiamo deciso di usarlo per l’azienda. Anche la contrada della Lessinia dalla quale io provengo si chiamava Sondelaite.
Coincidenze? Casualità. Come non credere che due destini si possano in qualche modo unire.
In questo che sembra un paradiso, la vita è difficile e al tempo stesso meravigliosa. C’è grande attenzione perché l’azienda rimane pur sempre l’unica fonte di sostentamento della famiglia. E la partenza per via della pandemia non è stata delle più fortunate. Ma adesso che i magazzini si svuotano, i sorrisi diventano più aperti.
Tre vitigni e due vini in portafoglio più alcune idee per il futuro.
Anzitutto lo Chardonnay per la presenza di terreni calcarei. Ma anche perché c’era già. Come i rossi Lagrein e Rossara. Quest’ultimo in particolare grazie ad un terreno preso in affitto da un signore anziano dove ve ne erano alcuni filari.
Non c’è Rossara al monte Baldo e in Trentino è presente su pochi ettari. Abbiamo pensato di valorizzarla per valorizzare la zona. Solo che non potevano vinificare in purezza per le poche piante così che abbiamo usato il Lagrein realizzando un prodotto meno pieno e di facile beva con attenzione alla freschezza ed ai profumi.
Due soli vini abbiamo detto. Il primo è il Kronil da uve Chardonnay. Ecco, fermi tutti. Se provate a chiedere a Diana del perché del nome, parte in quarta (preparatevi anche per il rosso) con una spiegazione che è una favola sensuale. Diana ha un modo semplice di raccontare le cose che sembra essere quello del racconto di una avventura per i suoi figli. La sua voce riesce a portarti indietro nel tempo.
Quello che abbiamo voluto fare è produrre prodotti artigianali e di qualità ma soprattutto (perché siamo innamorati del territorio) raccontare la storia del territorio. Siamo appassionati di storia e delle nostre radici. Della popolazione di Brentonico. Ci siamo prefissati con ogni prodotto di raccontare una storia del vitigno e del paese. Cronil è una parete rocciosa a strapiombo sopra l’abitacolo di Santa Cecilia. Prossimo ai vigneti da dove proviene l’uva. Questo posto è stato molto importante perché nel 1703 vi si rifugiarono gli abitanti del borgo di Crosano per sfuggire dell’esercito francese del generale Vendôme (l’invasione del Trentino si inserisce nella Guerra di Secessione spagnola ndr).
Cronil è l’unico posto dove nasce e cresce spontaneamente il prezzemolo. Forse per via delle sementi che portarono quelle persone. L’ultima volta che l’abbiamo visitato, abbiamo deciso di mettere in etichetta la tria (il tris, ndr) perché incisa sulla roccia che da sullo strapiombo: le persone passavano le giornate a giocare alla tria. Ci è venuto in mente il periodo trascorso in casa nel 2020 e l’unico nostro svago era buttarsi sull’azienda agricola. Il collegamento con loro che erano in questo angusto spazio non avendo altro della tria per passare le giornate è stato immediato. Insomma, la tria come auspicio di ritorno alla libertà!
Sono dei geni. Davvero bravi. Se il lockdown ha generato queste idee, è servito a qualcosa!
La vendemmia, manco a dirla, manuale con rese sui 70 quintali. Due vigneti di 7 anni e 40 anni. Pre-vendemmia per base spumante (la novità in arrivo…). Poi massima maturazione e blend tra i due vigneti. Pressatura soffice. 70% in acciaio resto in barrique di secondo passaggio di media tostatura.
Utilizzamo un tappo di Nomacorc. Nuova tecnologia con barbabietola da zucchero. L’azienda non emette co2. Ha una microossigenazione controllata. Non saprà mai di tappo. Nessuna alterazione.
L’animo ambientalista anche nelle piccole cose.
Il risultato è un vino che recepisce la freschezza dal vigneto giovane e la complessità e struttura dal più vecchio.
Al naso ci sono certo frutta e fiori, ma ciò che piace di più è la sapidità. Una spiccatissima mineralità che si lega ai sentori di camomilla viranti verso il miele. Viene fuori la pera, la mela, la nota di pompelmo nonché la pietra focaia che emerge prepotente. Una grande finezza ancorché non particolarmente complesso, cosa questa che rende il prodotto estremamente bevibile.
Volevamo fare prodotti adatti a momenti conviviali. Bella beva, estivo, fresco. Come per il rosso. La semplicità fa la differenza.
Non è un vino né estremamente fresco né particolarmente verticale. È caldo e morbido, di quella morbidezza che solo le vecchie viti sanno dare. Ha un ritorno retro olfattivo tenue. Persistenza buona. Spicca anche in bocca la sapidità. Bocca che chiude decisamente bene. Risulta alla fine un vino facilmente abbinabile che si lascia bere anche da solo per la sua estrema piacevolezza. Il finale, che tende ad andare verso l’amaro senza mai arrivarci, lo rende ben abbinabile con un semplice pesce (di mare). Schietto, diretto. Bel prodotto. Bella immediatezza.
Proviamo il rosso 2021, Galee.
Anche questa è una storia straordinaria del nostro territorio raccontata attraverso l’ancora di galea veneziana in etichetta ritrovata al largo del Lago di Garda. È la storia della “Gales per montes”, una impresa compiuta da persone ed animali del territorio nel 1439 e voluta dalla Serenissima Venezia, con l’obiettivo di liberare Brescia dal dominio milanese: l’unica strada libera da Venezia per arrivare a Brescia era l’Adige!! Percorsero l’Adige per Verona risalendo fino all’abitato di Marco vicino Rovereto. Qui si fermarono per creare una strada che li conducesse aldilà dei monti fino al Garda. Abbatterono case e alberi per realizzare una via sulla quale far scivolare, su grossi tronchi, le imbarcazioni trainandole con tutto ciò che era possibile. Raggiunsero il Lago di Loppio (prosciugato negli anni 50), rimisero le imbarcazioni in acqua fino ad Nago. Da qui le Galee vennero trainate su per il monte per poi farle scendere verso il Lago di Garda spiegando le vele e usando l’Ora (il vento che spira da sud verso nord e che tanto bene fa alle vigne, ndr). Da Torbole salparono per Desenzano riuscendo a rifornire Brescia che riuscì così a resistere un altro anno. L’anno seguente, la Serenissima volle ripetere l’impresa smontando però stavolta le navi a Venezia per rimontarle nel porto di Torbole. Le successive battaglie condussero alla vittoria sul Ducato di Milano. C’è un dipinto (di Tintoretto, ndr) che raffigura questa battaglia all’interno di Palazzo Ducale a Venezia. Una impresa alla pari di quella di Annibale!
Bella la storia e bella l’idea di realizzare un “vino da sete” ovvero un prodotto che potesse in qualche modo somigliare al vino che bevevano le persone che trainarono le navi, il nettare per darsi forza. Insomma qualcosa di meno raffinato e “pesante” di un Lagrein.
Loro non potevano bere un vino pesante. Dovevano bere qualcosa di fresco che desse energia.
80% Lagrein, 20% Rossara. Blend in acciaio per il 60% ed il restante barrique di secondo/terzo passaggio per 9 mesi. Lagrein coltivato a 350metri di altitudine; la Rossara, che maturerebbe prima, a 470metri così da bilanciare le maturazioni. Terreni, profondi, calcaree con depositi sabbiosi. In bottiglia per almeno 4 mesi.
Nel calice i sentori appaiono vivi e schietti. Fiori e frutta la fanno da protagonisti esprimendo a pieno il territorio. La frutta nera ancora non matura come mora, ribes, prugna lo rendono quasi civettuolo. Non mi aspetto una estrema morbidezza al sorso. C’è una interessante nota mentolata e di liquirizia che fa capolino insieme a del balsamico, al sottobosco, alle spezie dolci e al pepe: complessità non eccessiva ma tanta immediatezza. Il colore rubino con riflesso porpora indica la possibilità di maggiore affinamento (in fondo è solo un 2021).
Al sorso è fresco, secco, non particolarmente caldo, sapido. Decisamente sapido! I tannini non sono aggressivi. Leggera punta di amaro verso la fine che aiuta l’abbinamento con piatti tipici tipo polenta e capriolo o una merenda con speck e formaggi.
È stato tutto studiato perché facciamo anche una piccola quantità di farina per la polenta. Farina super integrale. Molto saporita con sementi di mais antichi dei quali non sappiamo nemmeno la provenienza. Ce li ha tramandati il nonno. Li abbiamo sempre utilizzati per autoconsumo. Coltivati a dieci metri da qui
Qui tutto è artigianale. Poche bottiglie prodotte (1500 bottiglie di bianco e 2000 di rosso) con lo Chardonnay prodotto tramite lieviti selezionati, il rosso senza alcuna aggiunta.
Miracoli in cantina non si possono fare ma c’è cura nella vigna da parte di mio marito e mio suocero.
Diana e Giacomo non sono due persone che se ne stanno ferme. Dinamiche, molto attive. Hanno sempre qualcosa su cui ragionare.
Piano piano siamo cresciuti. Prossimi alla quarta vendemmia, vediamo che il magazzino si svuota. I feedback sono positivi. Adesso c’è una piccola novità
Adesso sembra che sono incinta
Il prossimo anno usciremo con il primo metodo classico. Abbiamo terminato da poco il luogo dove fa l’affinamento: una grotta in campagna che ha umidità e temperatura sempre costante. Farà tre anni di affinamento sui lieviti. Uve chardonnay
In questi luoghi dove camminando tra i vigneti si vedono paesaggi degni di un film, dove si trovano fossili resti di epoche geologiche passate, dove il terreno cambia metro dopo metro, Diana e Giacomo hanno trovato il loro luogo ideale. Un luogo che custodisce la loro vita e quella dei loro figli. Un luogo che vogliono e devono preservare e valorizzare.
Per noi l’agricoltura non può che essere sostenibile. Fa parte di noi.
Basta venire per vedere il numero di coccinelle che ci sono qui.
Continuereste a far vivere i figli qui?
Siamo contenti che i figli crescano qui perché qui abbiamo tutto. Qui è più difficile dunque danno più importanza alle cose. Domani vorremmo solo che diventino cittadini del mondo. Qui le radici poi chi lo sa.
Due destini che si sono uniti. Due destini diventati oggi quattro. Una famiglia. Il loro sogno. La voglia di emergere. La passione per il territorio. L’amore per le cose. Il senso di appartenenza. La necessità di fare bene. La ricerca della serenità. Lo sguardo sempre rivolto al futuro. Il sorriso. La positività. Due meravigliosi vini (che presto cresceranno come numero).
Ecco, questo è Sondelaite. Questo Diana, Giacomo e i loro figli. Una famiglia.
Un grande, immenso, in bocca al lupo.
Ivan Vellucci
Mi trovi su instagram : @ivan_1969
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28 Giugno, 2023
Il vino Orgonico: la storia di Walter Vioni
Ancora una volta fuori dalla Toscana, ancora una volta in Emilia-Romagna, ancora una volta una cantina con qualcosa in più.
Siamo a Castell’Arquato, in provincia di Piacenza, in un territorio noto principalmente per vini di ‘pronta beva’, beverini e da tutto pasto.
Sono venuta fin qui per incontrare Walter Vioni, proprietario di Cantina La Pietra, un luogo particolare, a tratti strano, eclettico e sicuramente unico.
Da fuori sembra di essere sul set di un film di fantascienza, tra tubi di acciaio, marchingegni dalle forme più svariate e strutture architettoniche davvero insolite.
Dopo aver superato i controlli di Zeus, il cagnolone che ispeziona gli avventurieri, entriamo nel cuore della cantina, la stanzetta degustazioni, fatta di legno e pietra che scalda il cuore ancora prima di iniziare l’assaggio.
Nonostante sia da diverse generazioni che questa cantina produce vino, è solo con Walter che la produzione enologica ha preso il volo verso nuovi orizzonti; la storia che vi sto per raccontare ebbe inizio nel 2016, quando Walter si vide distruggere il raccolto da una violenta grandinata.
Incredulo da quanto avvenuto, e sentendosi completamente inerme, Walter iniziò a studiare soluzioni alternative, metodi per contrastare i danni ambientali, ed è così che cominciò la sua avventura nel mondo degli orgoni, tra cloudbuster e accumulatore orgonici.
Di cosa sto parlando?
Facciamo un passo indietro nel tempo, al 1897, anno di nascita di Wilhelm Reich, medico psicoanalista, allievo di Freud, che dedicò la sua vita allo studio della psicopatologia e alla cura di malattie gravi come il cancro. Che c’azzecca col clima e col vino? Reich inventò la teoria dell’orgone, una sorta di particella invisibile che compone ogni elemento del cosmo e che, di conseguenza, è incorporata in ogni essere vivente, sia esso pianta, animale o uomo. Il livello di questa particella, di questa energia, deve mantenersi alto per assicurare la salute del corpo; se per qualche motivo il livello scende oltre una determinata soglia, il corpo sviluppa patologie, dalle più leggere emicranie ai più seri tumori. E’ proprio al fine di ricaricare i corpi e bilanciare l’energia che Wilhelm inventò l’accumulatore di orgoni, un condensatore organico composto da strati di materia organica e acciaio (o ferro zincato), al cui interno viene appunto ‘condensata’ l’energia con la conseguente accelerazione del processo di guarigione del corpo ripristinando il relativo equilibrio biologico. Entrando in contatto con gli studi di Reich, Walter sviluppò dapprima un cloudbuster, un marchingegno composto da diversi tubi in grado di manipolare l’attività orgonica dell’atmosfera portando equilibrio fra le stagioni, e dopo, approfondendo sempre più la teoria, ha concepito la botte orgonica, un tonneau che segue gli stessi principi “stratificati” dell’accumulatore di orgoni, con materiale organico e acciaio. Non tutti i vini in produzione subiscono il passaggio in botte orgonica – non sarebbe nemmeno possibile dato lo spazio ridotto della cantina. La linea dell’azienda è incentrata principalmente su vini biologici, naturali e senza solfiti. Vini ‘semplici’ e di pronta beva, quasi tutti caratterizzati da quel abboccato amabile che decisamente non appartiene al mio gusto e che per tanto faccio fatica ad apprezzare pienamente. Qualitativamente molto validi, non come i classici vini naturali che appaiono gradevoli quando bevuti sul posto e risultano imbevibili quando li porti a casa. Il vino orgonico La star indiscussa della cantina è senza ombra di dubbio il Il Petra superiore orgonico: un vino rosso fermo, 60% Barbera e 40% Croatina, annata 2015, (unica ora in vendita), gradazione alcolica 15°, senza solfiti aggiunti, non filtrato e non chiarificato, fermentato a cappello sommerso con lieviti indigeni delle proprie bucce. L’etichetta in bronzo sbalzato a mano è davvero invitante, rende l’idea della particolarità di questo prodotto che non ha uguali… lo senti che è un vino d’annata, lo senti che ha fatto un lungo affinamento in botte, lo senti che ha un corpo strutturato, una persistenza decisa e un bouquet ampio, ma senti anche un vino “giovane”, un vino VIVO, spigoloso ma corposo al contempo. Si capisce che parliamo di un vino con un potenziale di invecchiamento indeterminato, un vino che non potrebbe che trarre beneficio dallo scorrere del tempo, eppure è già pronto, completo, appagante. Sicuramente raccomando una visita a cantina la Pietra, non fosse altro per dare uno sguardo ad un mondo che non siamo abituati a vedere ma che esiste e ci pervade. Walter è stato un ottimo cicerone, paziente, esaustivo e decisamente eclettico. Riguardo agli studi di Reich, online si trova diverso materiale per eventuali approfondimenti. Ad oggi, il principale centro di studi è presso il Wilhelm Reich Museum a Rangeley, nel Maine, Usa, un museo che fu ideato dalla primogenita Eva Reich. Non esistono vini buoni o cattivi: esistono persone non adatte alla condivisione! A cura di Ambra Sargentoni. Se vuoi sapere di più su di me scopri il mio sito
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Facciamo un passo indietro nel tempo, al 1897, anno di nascita di Wilhelm Reich, medico psicoanalista, allievo di Freud, che dedicò la sua vita allo studio della psicopatologia e alla cura di malattie gravi come il cancro. Che c’azzecca col clima e col vino? Reich inventò la teoria dell’orgone, una sorta di particella invisibile che compone ogni elemento del cosmo e che, di conseguenza, è incorporata in ogni essere vivente, sia esso pianta, animale o uomo. Il livello di questa particella, di questa energia, deve mantenersi alto per assicurare la salute del corpo; se per qualche motivo il livello scende oltre una determinata soglia, il corpo sviluppa patologie, dalle più leggere emicranie ai più seri tumori. E’ proprio al fine di ricaricare i corpi e bilanciare l’energia che Wilhelm inventò l’accumulatore di orgoni, un condensatore organico composto da strati di materia organica e acciaio (o ferro zincato), al cui interno viene appunto ‘condensata’ l’energia con la conseguente accelerazione del processo di guarigione del corpo ripristinando il relativo equilibrio biologico. Entrando in contatto con gli studi di Reich, Walter sviluppò dapprima un cloudbuster, un marchingegno composto da diversi tubi in grado di manipolare l’attività orgonica dell’atmosfera portando equilibrio fra le stagioni, e dopo, approfondendo sempre più la teoria, ha concepito la botte orgonica, un tonneau che segue gli stessi principi “stratificati” dell’accumulatore di orgoni, con materiale organico e acciaio. Non tutti i vini in produzione subiscono il passaggio in botte orgonica – non sarebbe nemmeno possibile dato lo spazio ridotto della cantina. La linea dell’azienda è incentrata principalmente su vini biologici, naturali e senza solfiti. Vini ‘semplici’ e di pronta beva, quasi tutti caratterizzati da quel abboccato amabile che decisamente non appartiene al mio gusto e che per tanto faccio fatica ad apprezzare pienamente. Qualitativamente molto validi, non come i classici vini naturali che appaiono gradevoli quando bevuti sul posto e risultano imbevibili quando li porti a casa. Il vino orgonico La star indiscussa della cantina è senza ombra di dubbio il Il Petra superiore orgonico: un vino rosso fermo, 60% Barbera e 40% Croatina, annata 2015, (unica ora in vendita), gradazione alcolica 15°, senza solfiti aggiunti, non filtrato e non chiarificato, fermentato a cappello sommerso con lieviti indigeni delle proprie bucce. L’etichetta in bronzo sbalzato a mano è davvero invitante, rende l’idea della particolarità di questo prodotto che non ha uguali… lo senti che è un vino d’annata, lo senti che ha fatto un lungo affinamento in botte, lo senti che ha un corpo strutturato, una persistenza decisa e un bouquet ampio, ma senti anche un vino “giovane”, un vino VIVO, spigoloso ma corposo al contempo. Si capisce che parliamo di un vino con un potenziale di invecchiamento indeterminato, un vino che non potrebbe che trarre beneficio dallo scorrere del tempo, eppure è già pronto, completo, appagante. Sicuramente raccomando una visita a cantina la Pietra, non fosse altro per dare uno sguardo ad un mondo che non siamo abituati a vedere ma che esiste e ci pervade. Walter è stato un ottimo cicerone, paziente, esaustivo e decisamente eclettico. Riguardo agli studi di Reich, online si trova diverso materiale per eventuali approfondimenti. Ad oggi, il principale centro di studi è presso il Wilhelm Reich Museum a Rangeley, nel Maine, Usa, un museo che fu ideato dalla primogenita Eva Reich. Non esistono vini buoni o cattivi: esistono persone non adatte alla condivisione! A cura di Ambra Sargentoni. Se vuoi sapere di più su di me scopri il mio sito
23 Giugno, 2023
Pomario, la nobiltà per il vino
Pomario, la nobiltà per il vino
La nobiltà e il vino. Antico connubio poi nemmeno tanto diffuso. Sarà che un tempo i nobili non prestavano tanto attenzione a queste cose. Il vino era uno dei tanti prodotti delle proprie terre. Uno di più, uno di meno, faceva poca differenza. Abituati a tutt’altro piuttosto che andar per campi a lavorare o a trasformare i prodotti della terra. C’era chi si occupava di questo. Le cose, mondane, da fare erano altre. La terra? Si certo c’era perché dalla terra nasce tutto e il valore di un nobile si calcolava anche in funzione della vastità delle sue proprietà. Ma se quel nobile producesse un vino buono o meno, forse, all’epoca, non interessava a nessuno. Contava il titolo, le proprietà, la rendita. Solo da relativamente pochi anni (quando si parla di nobiltà il “poco” ha una accezione di parecchie decine di anni) alcune casate nobiliari hanno prestato il proprio nome all’etichetta di un vino. C’è chi l’ha fatto per necessità (anche i ricchi piangono mi verrebbe da dire), chi per estro, chi per noia. Tutti, comunque, accomunati da un comune denominatore: le terre di proprietà. Vigne vecchie, tramandate di generazione in generazione. Nessun problema di disponibilità economica (anche se non sempre è così) utile per far decollare il business. Tanto marketing utile a scrivere storie, piò o meno vere, sull’interesse nel vino dei propri avi. Insomma, pochi, davvero pochi, i nobili che hanno inoculato nel vino un po’ di passione e cuore (interessante l’articolo della celebre rivista Forbes).
Certo, a dissertar di vino e nobiltà non può non venirmi in mente Alberto Sordi ne “Il Marchese del Grillo” e le sue vigne del Mascherone. Tralascio ovviamente una delle battute, da nobile, che ha reso celebre quel film ma ne cito solo l’inizio “Mi dispiace, ma io so io….”.
Comunque sia, si può nascere nobili così come si può esserlo di animo. Difficilmente si posseggono entrambe le doti (e qui la battuta di Alberto Sordi ci starebbe tutta). Quando però, in rarissimi casi, vi è una convivenza di nobiltà di sangue e d’animo, anzi quando quest’ultima prevale nettamente sulla prima, allora il risultato è senza pari. Il titolo nobiliare è importante. Non fosse altro perché se un merito va dato alla nobiltà è la storia “trasportata” tra i secoli anche attraverso le proprie dimore e quanto in esse contenuto. La nobiltà d’animo include la classe (non quella sociale) e le buone maniere, spesso proprie di quelle persone che non solo sorridono, ma lo fanno con naturalezza. Senza ostentare. Senza far pesare la storia, il casato, il titolo. Le buone maniere delle quali si circondano e a volte, non sempre, si trasmettono anche ai propri figli.
Incontro Giangiacomo Spalletti Trivelli ed il figlio Andrea. Ci conosciamo per caso ad una degustazione. Di entrambi mi conquista il sorriso e la loro sfrenata passione per il vino.
Giangiacomo ha un volto sorridente, non certo austero né tantomeno annoiato. Ha il sorriso e l’animo di un ragazzo che vede il suo futuro ancora da essere scritto e costruito. L’entusiasmo nel suo sguardo, nel tono di voce, nelle movenze, nei modi di fare. Solare lo definirei. Sarà che la sua azienda, la Pomario, non è solo il suo e della sua famiglia, angolo di mondo lontano dal mondo, ma rappresenta una creazione nata senza volerlo. Non solo da lui ma anche dalla moglie Susanna e dai figli Andrea e Raimonda.
L’attività principale di Giangiacomo e della famiglia intera è sempre stata all’insegna della ospitalità esercitata anche attraverso Villa Spalletti Trivelli, un gioiello dei primi del novecento, a due passi dal Quirinale, oggi annoverata tra le Dimore Storiche Italiane: un boutique hotel, un angolo nascosto di Roma, che vale la pena di visitare. L’ospitalità si fa anche nei modi con cui ci si pone. Nell’atteggiamento. Nelle movenze. Come quelle di Giangiacomo ed Andrea: si capisce immediatamente l’inclinazione verso la sacralità dell’ospite.
Comunque sia, la storia di Pomario, dunque della azienda vinicola, nasce per puro caso nel 2004. Vivere al centro di Roma può sembrare fantastico ma per certi versi devastante vista la caoticità che porta con sé. È per questo che Giangiacomo e sua moglie Susanna cercano uno sfogo in campagna ad una distanza da Roma accettabile: non più di un’ora e mezza. Cercano qualcosa che sia loro. Niente di preconfezionato. Hanno bisogno di una casa in campagna. Magari da rimettere a posto.
Le agenzie immobiliari fanno varie proposte ma nessuna di queste soddisfa le loro esigenze. Bei posti ma tutte case restaurate non proprio con buon gusto. Da rimetterci mano insomma.
Ma un bel rudere da rimettere a posto?”
L’agenzia propone una cosa vicino a Monteleone di Orvieto.
Ecco, prima di andare avanti vado direttamente alla fine ovvero ad un aneddoto che Giangiacomo, in chiusura della nostra chiaccherata ha ricordato. Parto dalla fine perché quell’aneddoto esprime esattamente tutta la storia di Pomario. Dell’amore e della passione di persone che, pur non avendo mai avuto a che fare con la campagna, dunque con la vite ed il vino, hanno profuso per oltre 17 anni. Senza la benché minima intenzione di smettere. Anzi.
Susanna ed io siamo andati una domenica ospiti da un amico di vecchia data che aveva acquistato una proprietà vicino Todi. Abbiamo mangiato e poi ci ha fatto visitare la proprietà. Era così bella che con mia moglie ci siamo guardati e lei ha detto “se quel giorno Fabio (l’agente immobiliare), ci avesse fatto vedere questa cosa, Pomario non sarebbe nata.
Eh già. Sarebbe stato difficile acquistare una proprietà come quella di Pomario che di bello, all’apparenza, non aveva nulla per un’altra pronta e vivibile.
Quello che infatti trovano Giangiacomo e Susanna è il nulla. Già, il nulla. Abbandonato da tempo. Lasciato alla mercè del tempo
Siamo arrivati qui in una giornata orrenda. Nebbia spaventosa. Non si vedeva nulla. Siamo entrati in un bosco avvolto nel surreale silenzio. Si vedeva solo una vigna e degli olivi fino a quando è emersa la casa che sembrava un po’ la casa che si disegna da bambini.
Insomma, non una bella impressione. Come la racconta, sembra una scena di un film horror. Fabio, l’agente immobiliare non sembrava avesse avuto una buona idea a portarli lì, in quel giorno. O forse no. Perché Giangiacomo e Susanna decidono di tornarci. Con il sole. Chissà, forse una scintilla era già scoccata senza saperlo. Vai a capire se il cuore riesce a vedere più degli occhi e oltre la nebbia. Fatto sta che il compromesso viene firmato subito dopo essere ritornati. Con il sole. Al cuor non si comanda. Anche se poi si arriva a comprendere come i lavori necessari per rendere abitabile una casa, senza neanche acqua e luce, con tutto da rifare, con le terre incolte, non siano proprio banali. Ma al cuor non si comanda. Punto.
Abbiamo anche conosciuto una persona che ha vissuto qui per pochi anni e fino agli anni 50. Dopo di che c’è stato l’abbandono. Il proprietario non curava né gli olivi né la vigna. Quando la abbiamo acquistata era in vendita da alcuni anni. Aveva anche il problema di far rivivere il posto poiché mancava l’acqua, la luce.
Casa a parte, che a chiunque darebbe dei grattacapi non dà sottovalutare, occorreva anche dar conto di una bella pertinenza di 50 ettari: quaranta di bosco (quello fitto dal quale emerse la casa disegnata) e il resto diviso tra ulivi, terreno seminativo e un misero ettaro di vigna vecchia.
Trebbiano, Sangiovese, l’uva era tutta mischiata come erano quelle dei contadini di un tempo.
Insomma, qui non può non intervenire il Marchese Onofrio del Grillo quando porta il francese Blanchard nella sua tenuta e questo gli chiede “Sono tue queste terre?”. “E qui è tutto mio” fa il Marchese. “Fino a dove?” rincalza Branchard. “Ma non lo so. Fino al mare”.
50 ettari sono tanti. Specialmente se non hai in mente nessuna intenzione di fare qualcosa di agricolo e l’idea di metter su una azienda. Il rischio è lasciarli incolti.
La terra c’era. Era bella così. Già ristrutturare la casa era cosa difficile. Così che l’uva raccolta si conferiva alla cantina sociale.
Giangiacomo non è uno che se ne sta con le mani in mano. Sogna. Perché il suo animo lo porta a questo. Immaginare il futuro come gli piacerebbe che fosse.
Un giorno dissi all’agronoma Federica De Santis “Ma se provassimo a fare una vinificazione qui con la vecchia vigna”?
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È qui che si apre l’atto enoico (non eroico!) di Pomario con attori che entrano in scena a costituire, da qui in poi, una parte fondamentale della storia. Una qualunque struttura, grande o piccola che sia, si basa sulle persone. Persone che, certo, lavorano e devono percepire il loro stipendio. Ma che quando riescono a costituire l’anima dell’azienda, diventano di questa parte integrante.
Federica non può che rivolgersi alla sua amica enologa Mery Ferrara, la quale coglie immediatamente le potenzialità del terreno, dell’esposizione, dell’influenza del bosco. Un unicum al quale non può non dedicare la sua attenzione.
Compriamo una pigiaderaspatrice usata, una pompa (entrambe stanno ancora lavorando), una barrique, un tonneau e partiamo.
Siamo nel 2009 e l’unica vigna è quella trovata e rimessa a posto col poco tempo a disposizione. Si ricava a malapena il quantitativo di uva atta a riempire un tonneau di rosso e una barrique di bianco.
È venuto un vino che ha risentito del tonneau e della barrique nuova. Già l’anno dopo era meglio. Ogni tanto apriamo una bottiglia ed ancora strepitoso.
È buona norma offrire del vino ai propri ospiti. Anche perché se lo produci a qualcuno lo devi pur far bere. Fatto sta che qualche ospite suggerisce a Giangiacomo di mandare alla rivista Decanter a Londra una bottiglia di Satriano, il rosso da Sangiovese in purezza.
Abbiamo vinto la medaglia d’argento! Così che abbiamo subito clonato le vecchie varietà di Sangiovese, Trebbiano e Malvasia coprendo le fallanze della vecchia vigna.
Fortuna del principiante? Ottime vigne? Brave enologa e agronoma? Sarà un mix magari, ma a fronte del risultato non si può non impiantare le nuove vigne. Il progetto del vino è ufficialmente avviato.
Eh già direte voi. Facile partire con un progetto del vino quando sei nobile e disponi di finanze necessarie all’opera.
Calcoli e business plan, non sono stati fatti all’inizio. Era solo passione e cuore. I calcoli cominciamo a farli adesso perché siamo alla conclusione del progetto. Ci stiamo arrivando. Tutto è stato fatto senza calcoli e con i mezzi per poterli fare. Un consulente ci ha fatto avere i fondi europei per fare le cose al meglio. Il 40% a fondo perduto ha aiutato.
Giangiacomo non si nasconde perché non ne ha bisogno. Ciò che traspare è il vero amore per questa avventura. Amore e passione che vanno aldilà dell’aspetto economico. In fondo, l’avventura, senza l’anima, il sorriso e l’amore per queste terre, avrebbe portato solo alla rovina. O neanche sarebbe iniziata.
E poi abbiamo, per colpa o per fortuna, mia moglie chiese a Mery: “ma un vino come il Calcaia, potremmo farlo qui”?
Sarà una coincidenza ma la cantina Barberani che produce il Calcaia, vino muffato da Grechetto e Trebbiano toscano, era (ed è) seguita da Maurizio Castelli con il quale Mery collaborava. Si individua subito un terrazzamento che degradava verso il bosco, lì dove le nebbioline possono consentire all’uva di vivere in simbiosi con i ceppi di Botrytis Cinerea. Solo 8000 mq sui quali vengono impiantati Sauvignon Blanc e Riesling. Et voilà il “Muffato delle streghe” è servito.
È un nome che ho voluto dare perché derivato dalle donne di Pomario. Lo ha voluto mia moglie, con una enologa, una agronoma, una cantiniera. E dire che mia moglie disse a Maurizio “Io non bevo vino perché sono astemia”. Maurizio le rispose “Signora lei è una potenziale alcolista”!
Sicuramente una scommessa vinta per un vino che ha dato grandi soddisfazioni all’azienda e che la connota in maniera identitaria nel panorama vinicolo. Ho avuto modo di assaggiarlo e non posso che dirne bene.
Completate e rimesse a posto le vigne con 4 ettari in totale, nel 2015 viene inaugurata la cantina per le degustazioni e l’enoturismo. Attività cardine per la famiglia vista la sua vocazione alla ospitalità.
In zona l’enoturismo sta crescendo molto e cantine come la nostra non ce ne sono.
Nel 2016 si coglie l’opportunità di rilevare dalle banche l’azienda vicina dell’allora Presidente della AS Roma Sensi. 170 ettari di cui 25 coltivabili.
Lì abbiamo piantato 5 ettari di vigna ed oliveto.
Ma a quel punto la cantina non bastava più e di nuovo giù a lavorare per l’ampliamento aggiungendo anche barricaia e bottaia.
Pensare a come sia nato tutto questo riporta Giangiacomo al passato. La filosofia che guida i vini, il perché siano nati in un certo modo. Cosa ha contraddistinto i prodotti di Pomario.
L’input credo di averlo dato io perché quando nemmeno si pensava che questa attività commerciale potesse diventare di un certo rilievo dissi a Mery Ferrara durante il primo incontro “a me interessa fare un vino di questo posto non qualcosa è più facile da vendere”.
Il legame con questo posto è viscerale ed è tangibile parlando con Giangiacomo ed Andrea. Sembra strano quando qualcosa la si acquista. Le impressioni che mi hanno trasmesso parlano invece di un luogo ricostruito mantenendone l’atmosfera primordiale. Come quando si lucida l’argenteria ormai ossidata.
Oggi è quasi difficile trovare un vino cattivo però si somigliano quasi tutti senza avere una identità precisa. L’identità invece rende un vino speciale. I nostri hanno una personalità che può piacere o meno ma ce l’hanno.
Mery Ferrara ha sicuramente dato gli indirizzi enologici ma poi solo il tempo e la sperimentazione hanno dato il corso giusto ai vini.
Sperimentando si è capito ad esempio sul Sariano quale potesse essere la botte migliore così che oggi ce le facciamo fare in Francia. Per l’Arale prima si faceva la fermentazione in acciaio, ora in barrique con le macerazioni in funzione dell’annata.
Da un punto di vista di gamma delle etichette?
Una lo abbiamo aggiunta da poco: il Ciliegiolo. Piccola produzione sperimentale. Ma penso che possa essere un buon prodotto perché proprio del territorio. Proviene da un nuovo vigneto. 900 bottiglie. Nel 2022 saranno 1500. Poi c’è un cru che vorremmo fare da una nuova vigna di due ettari e mezzo da un clone di Sangiovese, poi la Malvasia Nera, la Fogliatonda, l’Aleatico (Gamay). L’enologa ha decretato che è un vino da ceramica e abbiamo comprato un’anfora da dieci ettolitri. Il prossimo anno imbottiglieremo la prima annata. Da vendere prevalentemente in cantina. Probabilmente ad un prezzo più elevato.
Gli altri vini sono abbastanza collaudati.
Batticoda che è il bianco di ingresso da uve Grechetto.
Sta avendo tanto successo e migliora di anno in anno
Rubicola, un rosso che non fa legno realizzato con 70% Sangiovese e 30% Merlot.
L’annata 2021 ha fatto un altro bel salto di qualità
Rondirose, Sangiovese, Ciliegiolo e Merlot
Il rosé piace e ha un suo spazio
Arale, blend di Trebbiano e Malvasia in macerazione e affinamento in barrique.
Sariano, il meraviglioso Sangiovese in purezza realizzato con lieviti autoctoni ed affinamento in botte.
Sariano e Arale hanno il loro pubblico che si divide come accade tra tifosi. Chi ama Arale non ama Sariano e viceversa
Infine il Muffato delle Streghe da Riesliing e Sauvignon Blanc.
Non siamo partiti dall’idea che i nostri vini fossero i migliori al mondo e potevano dunque essere venduti ad un prezzo più alto. Abbiamo sempre cercato di essere onesti. La differenza di prezzo del muffato è dovuta alla lavorazione in biologico veramente difficile. Vendevamo una bottiglia di muffato ogni sei di Sariano. Ne avevamo davvero poche. Adesso abbiamo liberalizzato la vendita
E una Bollicina?
Il dibattito c’è. Le bollicine è bene farle nei posti più vocati anche se potremmo fare bollicine buonissime. Ma non credo ne valga la pena
Andrea sembra avere idee diverse. Almeno riguardo la bollicina. Sa però riconoscere i meriti. Del papà.
Dal punto di vista tecnico non mi posso ancora lanciare più di tanto perché il limite di gestire Villa Spalletti a Roma è non poter gestire la quotidianità della cantina. Magari con il tempo potrò presenziare quantomeno alle fasi più importanti della cantina. Creare una azienda come Pomario dove il vino non si era mai fatto, in una regione dove il vino si fa ma non ad altissimi livelli, e vedere i risultati raggiunti in 17 anni che per il vino sono niente, è fantastico. Pomario ha certamente qualcosa su cui si può lavorare. Come le etichette che mi piacciono da morire ma andrebbero aggiornate. La bollicina è uno degli argomenti dibattuti. Sono un appassionato di bollicine e come mamma per il muffato mi piacerebbe avere la nostra. Rischierei l’alcolismo con la bollicina a casa perché sarebbe difficile non berla. A livello commerciale avrebbe una cassa di risonanza e visibilità alla cantina. È comunque una moda che non passerà, dunque abbiamo il tempo di realizzarla.
Insomma, onore al merito da parte di Andrea. Grande passione per il vino ma poco tempo per fare il vignaiolo. Per il momento!
Mi è molto piaciuta l’idea della riserva/cru che servirà a far conoscere la cantina che oggi piace per il numero limitato di bottiglia e una famiglia che ci lavora. Si vede che non siamo vignaioli di tradizione ma una famiglia vocata all’ospitalità alla quale piace far sentire chi viene a visitare Pomario come parte di Pomario. Su questo credo di aver dato un mio minimo contributo e su questa linea vorrei continuare. Insomma, che dire, purtroppo so stati bravi!
Ecco che mi torna alla mente ancora li marchese Onofrio Del Grillo dinanzi al quale si presenta Aronne Piperno per essere pagato. “Aronne, tu lavori bene, bello l’armadio, bella ‘a cassapanca, bello tutto, bravo! grazie, adesso te ne poi annà!”. Non è questo il caso di Andrea. Sa riconoscere il merito e non saprebbe nemmeno cosa cambiare.
Onestamente non saprei cosa cambiare. Per la conoscenza che ho di questo mondo, si sono mossi bene. Abbiamo un team veramente speciale. Ad esempio, Stefania che nulla aveva a che fare con il vino, a sentirla parlare oggi sembra sia nata in mezzo alle vigne. È impressionante in un mondo dove “l’attaccamento alla maglia” sta sparendo, il senso di appartenenza del team. A Pomario, dall’ultimo arrivato a chi ci sta dal 2006, c’è un grande attaccamento. La settimana scorsa ho portato quattro albergatori per vedere il posto. È bastata una mezzora di Stefania per fargli acquistare 14 cartoni di vino. La squadra è fantastica. Unica. Da tutte le parti del mondo mi dicono che abbiamo delle persone incredibili che lavorano per voi.
È proprio vero che sono le persone a fare la differenza. Senza il tocco umano, possono essere posti bellissimi ma rimangono cose. Scatole vuote.
.Ho vissuto la storia di Pomario da ragazzino prima e vedendola a distanza, perché vivevo a Singapore, poi. Solo la passione può portare a creare una cosa così dal nulla nonostante non si avesse esperienza. Ricordo la preoccupazione di mia sorella per le finanze familiari.
Andrea sembra avere tutta la voglia di essere parte dell’evoluzione di Pomario. Quasi come se volesse essere li invece che a Roma. Non lo nasconde poi nemmeno più di tanto.
(Andrea) La mamma ha preteso per fortuna il muffato..
(Giangiacomo) Se fosse stato per me il muffato non ci sarebbe stato. Magari ci sarà la firma di Andrea sulle bollicine
(Andrea) 100 mesi sui lieviti perché o si fa bene o non si fa
Manca all’appello Raimonda in tutta questa storia.
Mia figlia ha un marito che ha un naso e un palato notevole. Assaggiare i vini con il marito è una esperienza notevole
(Andrea) Faceva i complimenti anche quando erano imbevibili. Ma lo faceva bene.
Raimonda ha meno passione di Andrea per il vino per quanto la diverta e le piaccia venire a Pomario. A modo suo con amici, conoscenti, ecc, qualche mano nelle vendite ce l’ha data. Avendo avuto tre figli in tre anni e dovendosi occupare anche della Villa ha meno possibilità di incidere. Magari in futuro troverà un ruolo in Pomario.
Cosa contraddistingue la Pomario?
Andrea risponde di impulso “la genuinità”.
In un mondo dove la qualità sta scomparendo
Giangiacomo gli fa eco con la naturalità dei prodotti.
Utilizzando anche un termine del quale non se ne può più, sostenibilità. Siamo partiti con l’idea che questo vino ce lo saremmo bevuti solo noi. L’idea della certificazione biologica è venuta dopo. Dovevamo fare il vino senza usare niente che potesse farci male. È stata molto importante la presenza di Federica, agronoma molto brava e incline.
Pomario non poteva non trasformarsi per Giangiacomo e Susanna, da residenza di campagna a casa. Lasciate le redini di Villa Spalletti Trivelli ad Andrea e Raimonda (mi sa che non vedevano l’ora di lasciale…), che fai, ti fai scappare l’opportunità di vivere lontano da Roma, in campagna, in una stupenda tenuta come quella di Pomario?
Mia moglie ed io siamo più a Pomario che a Roma perché Andrea e Raimonda hanno preso le redini della villa. Federica De Santis dirige le attività della terra e della cantina interfacciandosi con Mery. Abbiamo poi un gruppo di ragazzi fantastici. I ragazzi hanno sposato la filosofia di Pomario e il nostro amore per questo posto. Ciò che apprezzo di più è la loro versatilità.
Chi preferirebbe stare al posto dell’altro?
Io sto bene dove sto (Giangiacomo)
(Andrea) Io ho un piede e mezzo a Villa Spalletti e mezzo a Pomario. Non mi dispiacerebbe stare più là. L’idea di starmene in campagna non mi dispiace anche se per adesso sono felice di promuovere e far crescere Villa Spalletti. Il mondo del vino sta passando da passione sfrenata a lavoro.
Già la passione. Come si fa a non vedere la passione che, nobiltà e disponibilità economiche a parte, c’è in Giangiacomo ed Andrea. Non so francamente quanti anni abbia Giangiacomo. L’età non conta e, chiederla, mi sembra sempre scortese. Mi affascina però il suo animo che è proprio di chi guarda sempre al futuro in maniera positiva e costruttiva. Poi, di un tratto, dice una cosa, che spiega tutto.
Questo lavoro nasce da una passione. Che mi piace fare anche vista l’età raggiunta. Mi piace pensare che i prossimi anni potrò dedicarli al vino. Più si va avanti con l’età e più il tempo passa velocemente. Pensiamo sempre più al passato più che al futuro che ci sembra corto. Viviamo di ricordi. Questo però aumenta la velocità del tempo che passa. Un’attività come questa comporta che stai sempre ad aspettare qualcosa: il nuovo vino da mettere in bottiglia, la nuova vigna che finalmente produrrà, cosa ci riserverà la nuova annata. È un modo per essere, a qualsiasi età, proiettati verso il futuro.
Come fai a non essere d’accordo?
Chiudo citando ancora il Marchese Del Grillo quando, sempre parlando con Banchard, parla dell’essere nobile.
“Blanchard te credi che è facile nascere da ‘na famiglia come la mia, aho a Roma, col Papa i Cardinali. Da bambino sognavo de fa lo scienziato, l’esploratore, ma a chi le dicevo ‘ste cose? mi padre era un omo zitto, non me diceva mai gnente, studia e prega, mi madre me diceva: prega! così quanno è morto mi padre, mamma m’ha messo un precettore che m’ensegnava il catechismo, me dava certe bacchettate sul culo c’avevo due chiappe rosse come ‘n cocomero. Adesso faccio solo scherzi!…..perchè…. a Roma che voi fa? Che c’è? Chiese, Cupole, tetti, gatti mendicanti e…streghe…..”
Ecco, Giangiacomo è riuscito a dare sfogo alla sua passione. Trovando finanche le streghe. Con il Muffato.
Ivan Vellucci
Mi trovi su instagram : @ivan_1969
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22 Giugno, 2023
Roma Hortus Vini 2023
È proprio vero che Roma nasconde angoli di paradiso. Passeggiando per la città è possibile voltare l’angolo e rimanere estasiati da ciò che si incontra. Opere d’arte, scorci, monumenti, chiese.
In ogni quartiere c’è la storia e la meraviglia che può emergere. Così, all’improvviso.
Trastevere è il quartiere della movida romana affollato soprattutto da stranieri che arrivano da ogni dove per un drink o un piatto di pasta. Eppure, gli scorci che offre possono essere unici. indimenticabili
Difficilmente dal quadrilatero della movida ci si sposta però verso il carcere di Regina Coeli lungo via della Lungara. Come se Porta di Settimiana fosse una sorta di colonna di Ercole a delimitare il perimetro della vita notturna.
Si, occorre un buon motivo per percorrere quella via e imboccare via Corsini per arrivare a Largo Cristina di Svezia. Magari per visitare l’Orto Botanico di Roma. Ma chi va all’Orto Botanico ai giorni d’oggi?
Forse scolaresche costrette ad imparare le piante. Appassionati. Sbadati. Appassionati di vino.
Come appassionati di vino?
Questo è il bello di Roma. Una location per degustare vini si può anche trovare lungo i suggestivi viali dell’Orto Botanico di Roma. Questo grazie a Luca Maroni che con il suo staff ha organizzato la quarta edizione del Roma Hortus Vini, il festival dei vitigni autoctoni del vigneto Italia tenutosi dal 16 al 18 giugno scorso.
Così, passeggiando per i viottoli dell’Orto Botanico, tra piante e fontane, allietati da una musica soave, si incontrano i tanti produttori con i loro interessantissimi vini i cui sentori si mischiano piacevolmente con ciò che la natura offre. Banchi di assaggio intervallati da food truck gestiti dallo chef Fabio Campoli e il suo staff di Azioni Gastronomiche per accompagnare degnamente i sorsi. Palcoscenici naturali che danno vita ad interpretazioni teatrali con il vino non sempre protagonista.
La mia personale passeggiata mi ha consentito non solo di scoprire ottimi vini e parlare con meravigliose persone, ma anche di spingermi verso un meraviglioso angolo dell’orto con le vigne in crescita: qui si coltivano, in maniera biodinamica ben 155 varietà di uve. Un vero patrimonio da preservare e tutelare.
Suggestivo, istruttivo, coinvolgente.
Un vero plauso all’organizzazione
Nelle mie stories di Instagram (Roma Hortus) tutti i vini
Ivan Vellucci
Mi trovi su instagram : @ivan_1969
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20 Giugno, 2023
Castelfeder: la buona viticoltura richiede tempo.
Castelfeder: la buona viticoltura richiede tempo.
Lo scorso 12 e 13 marzo si è tenuto il Team’s day, evento organizzato dalla famosa agenzia di fornitura Horeca Macoratti a Roma nell’elegante cornice di Villa Appia Antica, per presentare agli addetti e agli appassionati le prestigiose etichette trattate dall’agenzia.
In occasione di questo evento ho avuto il piacere di avere, otre a tantissime conferme, anche tante piacevoli scoperte: una di quelle che mi ha colpito per qualità e fascino è stata Castelfeder.
Come tutti sappiamo la buona viticoltura richiede tempo: dalla fondazione della cantina Castelfeder nel 1969 ad opera di Alfons Giovanett ad oggi sono passati oltre 50 anni. Esperienza e disciplina accompagnati dall’energia della conduzione familiare sono alla base di questa storia unica e di successo. Il vino non è improvvisazione e l’esperienza di questa cantina nel tempo ne è testimone.
La cantina infatti, ormai giunta alla terza generazione, manifesta la sua essenza in una simbiosi di tradizione e spirito pionieristico: “Siamo ad un ottimo punto nella storia dell’industria vinicola altoatesina, ora tocca a noi aumentare la consapevolezza della nostra azienda, lavorare costantemente sulla qualità dei vini e non perdere di vista la tradizione“: affermano Ines e Ivan Giovanett, rappresentanti della giovane generazione della famiglia.
Una realtà completa, che ha visto nel tempo consolidare la qualità passando per il completamento dell’assortimento produttivo, la modernizzazione dei processi in cantina frutto di esperienza, e l’internazionalizzazione dei mercati. Ma l’occhio è anche rivolto al prossimo futuro, è doveroso infatti porre il proprio sguardo verso le generazioni a venire e, per questo, sono stati effettuati importanti investimenti nella sostenibilità di tutta la catena produttiva.
Alto Adige significa 300 giornate di sole con un territorio protetto dalle Alpi del Nord ma allo stesso tempo presidiato dal clima mediterraneo a Sud, grandi escursioni termiche che rendono vivace e dinamica la produzione.
In totale, oggi vengono lavorate dalla cantina altoatesina uve provenienti da 70 ettari di vigneti, di cui circa il 70% sono vitigni bianchi con focus su Chardonnay, Pinot Bianco, Pinot Grigio e Sauvignon. Il restante 30% è di uve rosse e qui il Pinot Nero è chiaramente in primo piano. Dal costante impegno di migliorare e voler produrre solo vino di alta qualità, nel 2018 è stato lanciato il nuovo progetto Pinot Nero che si concentra sui 3 vigneti Buchholz, Glen e Mazon, con ciascuna etichetta che valorizza le singolarità dei vari appezzamenti, ponendo l’accento su ciò che li accomuna, ciò che li contraddistingue e il modo con il quale da queste tre zone particolari si sviluppano tre vini autentici.
Nel 2022 la tenuta ha raggiunto altri due grandi traguardi: i 30 anni di produzione “Burgum Novum”, linea di eccellenza di Castelfeder fondata da Günther Giovanett nel 1989, e il lancio del nuovo vino “Kreuzweg” – uno Chardonnay Riserva “Family Reserve”, punta della piramide qualitativa Castelfeder che rappresenta al meglio il suo terroir ed è disponibile solo in edizione limitata di 1.400 bottiglie. La nuova “Family Reserve” aggiunge ulteriore unicità alla selezione di Castelfeder, e non solo, è espressione della storia di famiglia e la qualità che accompagna la cantina fin dall’anno della sua nascita.
Vi assicuro che Castelfeder rappresenta una storia di successo… una cantina che, con i suoi primi 50 anni di passione ed esperienza, di intenso lavoro e di vini con un carattere speciale è assolutamente da non perdere!
A cura di Giuseppe Petronio
Mi trovi su Instagram @peppetronio
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16 Giugno, 2023
Cesidio Di Ciacca, uno scozzese in Ciociaria
Cesidio Di Ciacca, uno scozzese in Ciociaria
La vita è fatta di speranza e sofferenza. Di gioie, di dolori. Di lavoro, di fatica. Di litigi e riappacificazioni. DI viaggi, di scoperte. Di luoghi. Di ambizioni e sperimentazioni. Di figli, nipoti. Di nonni e genitori. Di famiglia. Di ricordi.
Ogni pezzo della nostra vita produce ricordi. Che poi, prima o poi, riaffiorano. Possono esserci ricordi di vita vissuta o di narrazioni. Se così e se la curiosità è in noi, se c’è la voglia di capire le proprie origini, allora, si scava. Non solo dentro la propria memoria per trovare agganci, ma nelle carte, nei documenti, nelle foto. Perché? Perché le proprie origini sono le fondamenta della propria vita. Si può fuggire a tutto ma non alle origini. Da dove nasce tutto e dove tutto ha una spiegazione.
Picinisco e Cockenzie.
Picinisco è un piccolo paese in provincia di Frosinone: una terra di mezzo tra Lazio, Abruzzo e Molise. Immerso nel verde del Parco Nazionale d’Abruzzo. Oggi conta circa 1200 abitanti che erano tre volte tanto nel 1921. Fermiamoci ora proprio qui e cerchiamo di ritornare a quei tempi. Siamo alla fine della Grande Guerra. L’Italia ne usciva devastata e la povertà imperversava ovunque. Figuriamoci in un piccolo paesino del frusinate dove l’unica fonte di reddito poteva essere l’agricoltura e la pastorizia. Di uomini ne erano rimasti pochi. Decimati dalla Grande Guerra prima, dalla Spagnola poi. A Picinisco così come nei paesi limitrofi. Unico possibile modo di sopravvivere era andare via, emigrare verso lidi migliori. Verso luoghi mai sentiti ma che potevano offrire speranza.
Fu così qualcuno prese l’iniziativa andando in luoghi più o meno lontani e, si sa come è nel paese, parte uno, poi parte la famiglia, poi qualche parente si accoda, poi qualche amico. Si creano le cordate di persone che da quel paese vanno nello stesso stato, paesino lontano di chi ha avuto il coraggio di partire per prima. Alle volte si perde anche la cognizione di chi sia stato il primo.
Da Atina partirono alla volta della Francia; da Casalvieri per l’Irlanda; da Alvito e San Donato per l’America; da Settefrati per il Canada; da San Biagio per la Svezia. Da Picinisco partirono invece per la Scozia.
Ecco, così iniziano i ricordi di Cesidio Di Ciacca. Un omone che è tanto alto quanto tenero (ed è molto alto Cesidio!) che ti conquista con quel suo accento misto tra britannico e italiano. Cesidio non è nato in Italia ma a Cokenzie, in Scozia. Nella vita è stato un importante avvocato, consulente e consigliere per varie società private impegnate in ambito alberghiero, finanziario, commerciale. Un personaggio che sembrerebbe lontano anni luce dal mondo del vino. Ma non dalle sue origini.
Siamo tornati a Picisnisco per le vacanze ogni anno. I miei genitori dopo il matrimonio non sono tornati spesso perché avevano 8 figli e una gelateria. In Italia non c’era nessuno.
I nonni materni nati a Picinisco, il nonno paterno in un paesino vicino, la nonna paterna nata a Londra e poi riportata a Picinisco a 6 anni. Dopo sposati, entrambe le famiglie seguirono la cordata di Picinisco verso la Scozia.
Tante delle famiglie di Picinisco sono andate in Scozia. Quasi tutti i paesi della valle sono emigrati. La catena è iniziata con qualche persona.
I ricordi di Cesidio sono come un fiume in piena. Ricordi frutto della memoria certo ma anche dell’attento studio della propria storia tramite l’analisi delle carte, delle foto, dei documenti. Così come della narrazione dei parenti. Quando ne parla c’è un misto tra orgoglio e tristezza: i fatti possono essere tragici ma rappresentano comunque il passato. Che non si può cambiare.
All’inizio della seconda guerra mondiale, il 10 giugno 1940 l’Italia entra in guerra. Lo stesso giorno ogni maschio civile italiano presente sul territorio della Gran Bretagna viene arrestato. Nonno Cesidio è tra questi. Arrestato e deportato tramite una nave, l’Arandora Star, verso il Canada. È il primo luglio 1940. Il due luglio, dopo un solo giorno di navigazione, la nave affonda. Muoiono 800 persone, 446 dei quali, italiani. Circa 100 provenivano dalle valli del frusinate. 23 da Picinisco.
Una tragedia come questa, per quanto grave, potrebbe non avere influenze sui flussi della storia. Li ha su un paesino piccolo come Picinisco. Decimato dalle guerre e dai flussi migratori, 23 persone, con tutti i parenti che si sono portati dietro, fanno un discreto numero. Un numero tale da comportare il mancato ritorno di tutti a Picinisco. Anche perché la guerra qui fu veramente dura. La linea Gustav a difesa di Cassino passava proprio per queste parti così che i bombardamenti non fecero altro che alimentare la fuga di chi poteva.
Eppure, prima delle tragedie, qui si tornava ogni tanto. Alle origini si torna sempre.
Dalle foto che ho trovato, quasi ogni anno, i miei nonni Di Ciacca tornavano per la vendemmia. Non venivano tutti ma a turno.
I Di Ciacca abitavano a Picinisco, in un piccolo borgo chiamato proprio “I Ciacca”. Li c’era la casa di famiglia dove la nonna di Cesidio, continuava a venire ogni tanto con qualche nipote. Prima che il borgo si svuotasse. Era il 1969 quando l’ultima abitante del borgo, una prozia di Cesidio, morì. Anche gli ultimi cugini di Picinisco da lì a pochi anni morirono portando così il borgo alla desolazione.
Un borgo lasciato all’abbandono, disabitato e senza nessuno che se ne prendesse cura. Così stupisce che il comune di Picinisco, a seguito del terremoto del 1984, ricostruì parte del borgo in cemento.
Il comune rifece i tetti in cemento rovinando tutto. Le case del borgo non erano danneggiate perché costruite sulla roccia che a sua volta poggiava su terreno argilloso.
Le radici di Cesidio sembrano cancellarsi da una vita che scorre in direzioni diverse. Proprio quella apparente cancellazione indica a Cesidio la necessità di ritrovarle. Ritornando lì dove tutto era iniziato. Dove lui andava l’estate con la nonna. Dove i Di Ciacca avevano il proprio borgo oramai devastato. Disabitato. Inesistente.
Ogni anno tornavamo in Italia per le vacanze. Quando la casa di nonna era in vendita, verso il 2000, decisi di non acquistarla per via di litigi in famiglia. Comprammo invece casa ad Ischia per dimostrare che non avevamo interessi a Picinisco. Tornammo a Picinisco in occasione di un matrimonio e chiesi a mia moglie di poter comprare una casa al borgo. Volevo fare un bed and breakfast di livello. Non solo per noi ma anche per permettere alla famiglia di utilizzarlo. Nessuno vuole andare in vacanza per stare peggio. Abbiamo così creato piccoli appartamenti per noi e per affittarli. Da lì l’idea di recuperare il borgo con l’albergo che sarebbe servito per accogliere e dimostrare al territorio che siamo una famiglia seria con l’interesse del paese.
Nelle parole di Cesidio c’è tanto rispetto per la sua terra. Per Picinisco, per la Ciociaria, per il borgo dove i suoi nonni nacquero. Rispetto ma anche sensibilità per non essere visto come colui che arriva dalla Scozia per comprarsi tutto. Lo fa in punta di piedi, quasi sussurrando. Perché le persone in queste zone ci sono rimaste invece di partire. Qui hanno trascorso la loro esistenza e vedere qualcuno che arriva da lontano per comprare credendo di poter risollevare le sorti del paese, di rimettere tutto a posto in poco tempo e solo grazie ai soldi, non può che generare critiche. Quello che Cesidio non vuole. Per rispetto.
Quando ho venduto le quote delle società con le quali ho lavorato, decisi di dividere gli investimenti in Gran Bretagna e in Italia. Ho lavorato con le borse e con il found management e capii che sarebbe stato meglio gestire i nostri fondi direttamente trovando qualcosa in Italia economicamente sostenibile. Fare il vino sembrava una buona opportunità. Anche se trovare il mercato si è rivelato più difficile di quanto mi aspettassi.
Cesidio che porta il nome del nonno paterno. Di quel nonno mai conosciuto e tragicamente morto per colpe che non aveva. Cesidio che decider di trascorrere qui i suoi giorni dopo aver lavorato tanto tempo in Scozia. Cesidio che torna alle origini. Cesidio che vuole qualcosa da lasciare ai suoi figli. Come il vino che rappresenta le radici di questa terra.
Ho bevuto vino. Ho sempre bevuto vino. Forse per conoscere mio nonno e la sua vita. Non sono riuscito a conoscerlo perché morto 15 anni prima della mia nascita. Mamma decise di battezzarmi con il nome di nonno. In Gran Bretagna gli italiani erano battezzati con i nomi inglesi. Per integrarsi o forse per confondersi. Infatti il mio secondo nome è Martin. Mamma però, all’ultimo momento e per rispetto del padre mi battezzò con il nome di Cesidio. Insolito per la Gran Bretagna (anche per l’Italia). Sono andato a scuola negli anni 60 e c’era risentimento verso gli italiani ma ero alto e abbastanza grande così da difendermi. Posso però dire che il nome ha avuto un impatto nella decisione di fare vino.
Finito il bed and breakfast generando un vero albero diffuso, Cesidio inizia a comprare i terreni attorno al borgo ormai parcellizzati dalle eredità, diffusi tra parenti litigiosi. Tutti intorno al borgo Di Ciacca, dove la sua famiglia ha avuto origine. In punta di piedi e senza voler arrecare danno alla comunità. Anzi dimostrando che l’albergo diffuso potesse essere di aiuto all’economia locale e che le terre potevano dare qualcosa utile a valorizzare il territorio.
C’erano 140 persone che avevano le loro particelle. Pezzi di terra abbandonati da persone emigrate. Una casa, un pezzo di pascolo, un pezzo di bosco, divisi per dividere l’eredità della famiglia. Un puzzle di proprietà e tanti litigi. Era tutto abbandonato. Un deserto.
Cosa impiantare? Vitigni internazionali come fanno in molti da queste parti? Perché no? Buona resa, guadagno meno complicato. Già. Ma non identitario.
Cesidio studia e dallo studio apprende come in queste zone si sia celebrato dall’antichità il vitigno Maturano. Un vitigno della collettività.
Non c’era nulla. Il borgo non c’era. Le vigne non c’erano. Ho preso tralci dai contadini a un km da qui. La scelta del vitigno Maturano fu semplice perché volevo riprodurre ciò che c’era prima. Se le cose stanno bene prima deve esserci un motivo per cambiarle. Volevo fare Cabernet o Sangiovese come tutti gli altri. Il Sangiovese mi piace perché il Chianti Rufina era l’unico vino che si poteva comprare in Scozia. Mio cognato che aveva un negozio di vino, mi disse che era meglio qualcosa di autoctono. Il Maturano era un vitigno celebrato in paese come vino di una certa importanza con un legame forte con il territorio. C’erano in giro piccoli vigneti con filari di Maturano e ho fatto una ricerca per identificarli. C’erano in ogni parte del paese mentre fuori c’erano produttori ad Alvito, Pescosolido, Arce. I Presi i tralci dai vicini per evitare chiacchere e chiesi al vivaio del paese i consigli su come utilizzarli.
“Il paese è piccolo e la gente mormora” diceva Giorgio Faletti a “Drive in”. Come dargli torto. Dover fare le cose, per il paese, ma senza attirarsi le di queste malelingue. Lo “straniero” che arriva chissà che vuole
Acquistare i terreni può sembrare un’opera di speculazione. Ma qui, a Picinisco, le terre che acquista Cesidio, sono lembi di terra incolti da anni. Luoghi dove neanche un pascolo verrebbe bene. Eppure deve stare attento. Le acquista e le rimette a posto. Come si deve. Pezzo dopo pezzo. Centimetro dopo centimetro. Facendo i drenaggi. Estirpando l’erba che aveva ormai invaso tutto.
Cesidio ha il sogno di impiantare le viti di Maturano, solo quelle. Perché quelle rappresentano il territorio. Solo quelle. Niente altro. Ma non ha esperienza per quanto sia uno che studia e si documenta. Allora non gli rimane altro da fare che rivolgersi ad un enologo. Ma viene dalla Scozia e non ha armi se non quelle date dalle sue capacità di documentarsi, chiedere.
Lo scozzese cerca e trova Alberto Antonini. Uno di quelli che si è guadagnato la stima di grandi brand e che lavora con i più importanti produttori. Un personaggio celebrato. Ciò nonostante non sa nulla del Lazio. Figuriamoci del Maturana.
Ha assaggiato il suolo e mi ha detto che era pulitissimo e riposato. Ci ha consigliato di non fare irrigazione. Bisognava sistemare tutte le fosse. Abbiamo impiantato tutto a mano perché le piccole radici con terra friabile potevano entrare bene e vivere di più nel tempo. Volevamo replicare i sistemi di una volta mettendo i pali di castagno invece che di cemento.
Dopo anni di fatiche il 2016 sembra l’anno buono per far sì che il vigneto desse i primi frutti. Siamo nel bel mezzo di un parco e i cinghiali entrano rovinando tutto. Era necessaria una recinsione.
Ho trovato un fornitore in Gran Bretagna che faceva recinsioni per gli zoo e l’ho chiamato per chiedere consiglio sull’altezza della recinsione ecc. Mi ha risposto “Cosa c’è in quella zona? Cinghiali, lupi, istrici, cervi, camosci, orsi. Orsi? Ma dove vivi in uno zoo?
Messa la recinsione il 2017 è l’anno della prima vendemmia. Finalmente.
L’anno comunque si è sfruttato per imparare dell’altro. Come sulla muffa nera presente in cantina. Si capisce che non è muffa ma i batteri amici, lieviti. Vivono sulla pietra. Quella pietra che è la montagna. Non certo sull’acciaio o sul legno. Magari sulla terracotta ma questa non è tradizione di questi luoghi. Il cemento allora sembra la soluzione ideale ma per fare ciò che ha in mente Cesidio serve qualcosa di particolare: delle vasche ovali. Anche qui ricerca e studio (ricordiamoci che Cesidio è sempre uno scozzese in Italia) per approdare alla Nico Velo di Padova specializzata nella produzione innovativa di tini.
Abbiamo comprato varie tipologie di botti perché nessuno sapeva il protocollo per realizzare il Maturano. Dovevamo sperimentare.
Il primo anno 2017 la cantina non era pronta. Abbiamo fatto la fermentazione nella cantina di un’altra persona nella valle. Metà solo pressatura, metà macerato per quattro giorni. La fermentazione si bloccò a dicembre per poi riprendere a marzo. Decidemmo di non aggiungere nulla per capire l’evoluzione. I due vini che preparammo non erano piacevole. Ma decidemmo di fare un blend nominato “Matrimonio” servito al matrimonio di mia figlia. Nessuno era molto convinto del vino durante il matrimonio dove c’erano anche produttori di vino. L’anno scorso tutti cambiarono idea perché il vino si è arrotondato e ammorbidito.
Evoluzione. Questa è la parola chiave. C’è l’evoluzione di una storia. Quella della vita. Quella di tante altre cose. Anche quella del vino, materia viva. Il Maturano è uno di quei vitigni che evolve, si trasforma, assume forme e significati diversi grazie al tempo e alla conservazione. Quando lo si mette nel calice si capisce il perché venisse celebrato almeno in queste zone (forse anche così custodito da non essere portato fuori): il colore è d’oro!
Oggi Cesidio produce tre tipologie di vini (in realtà c’è anche un Cabernet di Atina, Riserva) oltre ad un passito. Sempre ed esclusivamente da Maturano.
Ho trovato alcune ricette di nonna che usava l’uva passa e ho pensato che un passito ci stesse bene!
Nostalgia, con macerazione dei grappoli interi per tre giorni. Poi, senza lieviti, fermentazione del mosto pressato a temperatura controllata (18°) per 20 giorni. Sulle fecce fini per 9 mesi in cemento e in bottiglia per 12.
Matrimonio, due masse diverse unite poi in matrimonio. La prima pigiata sofficemente a bassa temperatura, la seconda diraspate e lasciate a macerare sulle bucce. Affinamento in cemento e infine in bottiglia per 24 mesi.
Sotto le stelle, prima macerazione a grappoli interi a 3° per 3 giorni. Pressatura soffice con stabilizzazione per 3 giorni, fermentazione per 25 giorni senza lieviti aggiunti. 12 mesi sulle fecce e 36 mesi in bottiglia.
Preparazioni complicate. Tanto per non farsi mancare nulla ma utili a raggiungere le 30.000 bottiglie. Qualche ragionamento per il futuro con il nuovo enologo Andrea Barbato che dovrà vedersela con Cesidio se vorrà innovare e utilizzare il legno.
Non sono convinto porti il sapore giusto per ricordare il passato”
Anche perché Cesidio sa che ora deve iniziare a vendere con continuità prodotti meravigliosi ma poco noti.
Ora abbiamo la possibilità di distribuzione in Scozia, Canada, Cina, india. In Italia è più difficile perché dicono che il prezzo è troppo alto: non c’è l’esperienza di pagare per la qualità.
Cesidio non è solo in questa avventura. A casa, la moglie Selina. Anche lei di origini italiane. Poi i due figli Giovanni e Sofia (per ora in Scozia con la sua famiglia, gestendo a distanza già molte cose, ma presto in Italia a supportare fattivamente Cesidio).
Una famiglia, quella dei Di Ciacca, che grazie all’impegno di Cesidio ha trovato le proprie origini costruendo da queste una vera ripartenza. Cercata, voluta, agognata. Soprattutto realizzata con un progetto ampio e ben delineato che richiede ora lo slancio finale. C’è tutto per avere successo. Vai Cesidio!
Ivan Vellucci
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13 Giugno, 2023
Berebianco 2023
Si può e si deve Berebianco. Non solo in estate ma tutto l’anno. Basta farlo bene, con i prodotti giusti, le cantine giuste. È quello che, con successo, ha provato a proporre Cucina e Vini la nota rivista nelle stupende sale dell’Hotel Quirinale di via Nazionale a Roma lo scorso 31 maggio e 1 giugno.
Ho avuto modo di visitare i banchi di assaggio ricavandone una ottima sensazione. Cantine assolutamente giuste e qualità dei prodotti di livello.
Di grande livello anche la Masterclass sui grandi vini italiani di invecchiamento.
I Favati per la Campania con un Fiano di Avellino Docg 2008
Livon, Friuli Venezia Giulia – Braide Alte Venezia Giulia Igt 2017
Umani Ronchi, Marche Plenio Verdicchio dei Castelli di Jesi Classico Superiore Doc 2008
Le Crêtes, Valle d’Aosta – Cuvée Bois Valle d’Aosta Chardonnay Doc 2018
Feudi di San Gregorio, Campania – Cutizzi Greco di Tufo Docg 2013
Tenute Bosco, Sicilia -Piano dei Daini Etna Bianco Doc 2016
Casale del Giglio, Lazio – Radix Bellone Igt 2018
Ecco, questi vini sono l’esatta rappresentazione, ognuno con le proprie sfumature e peculiarità, di come un vino bianco possa essere definito un “Grande” vino.
Veramente bravi agli organizzatori per aver racchiuso in due giornate il meglio dei vini bianchi d’Italia.
Nelle mie stories di Instagram (Berebianco) tutti i vini
Ivan Vellucci
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9 Giugno, 2023
I Chicchi, dove l’amore c’è
La Pontina, Strada Statale 148, collega Roma a Latina e prosegue poi per le località balneari di Sabaudia, San Felice Circeo, Terracina. Ogni mattina è percorsa dai pendolari che dalla pianura pontina vanno a Roma e dai romani che fanno il percorso contrario. L’avrò percorsa centinaia di volte in entrambe le direzioni, spesso, per evitare il tremendo traffico mattutino e del fine settimana, costretto ad uscire in quel di Ardea, piccolo paesino a pochi km da Roma. Questo per dire che non ho mai nutrito una grande stima per Ardea. Almeno fino a quando il caso non mi ha portato ad incontrare Enrico e Federica dell’azienda I Chicchi. Di Ardea appunto.
È proprio vero che “l’essenziale è invisibile agli occhi”. Pur percorrendo quella strada così tante volte non mi sono mai spinto un pelo più in là, quel tanto che sarebbe bastato per incontrare non solo due splendide persone ma anche per comprendere come qualcosa di buono, di tremendamente buono si possa fare anche in un luogo inaspettato.
Ardea dunque. La leggenda dice che venne fondata da Ardeas, figlio di Odisseo e Circe. La certezza invece è che da essa prese il nome la mitica vettura Lancia. Va beh sto divagando.
Qui il suolo è un incontro di argille marine e materiali eruttivi: siamo proprio a metà strada dal mare e dai vulcani spenti dei colli albani oggi laghi (Albano e Nemi). Colline non troppo impervie ed esposizioni giuste. Ecco, allora c’è da chiedersi: cosa c’è di meglio per produrre vino?
Enrico e Federica sono una di quelle coppie che quando le vedi capisci subito la sintonia che c’è tra loro. Sono due persone miti, di animo meraviglioso che quando li incontro la sensazione immediata è quella di conoscerli da sempre. Ci sono anche due cani che sembrano usciti da un cartone animato della Warner Bros chiamato “Pappy’s Puppy” dove Ettore, cane mastodontico, riceve dalla cicogna un piccolino che non fa altro che gironzolargli intorno.
Qui tutto è semplice e all’insegna della semplicità e della schiettezza. Ogni cosa è realizzata senza fronzoli, con la essenzialità di chi non ama sovrastrutture e artificiosità. Guardi Federica, guardi Enrico e capisci che hanno tutto ciò che serve. Amore incluso.
La loro è una storia non semplice. Enrico è nato qui vicino. Con i nonni che e la passione per la terra come per il vino.
Nonno Umberto aveva una sensibilità particolare per la terra e le piante. Possedeva un pescheto e coltivava la terra per vendere i suoi prodotti. Principalmente frutta.
Ricordo che quando ero piccolo aveva la vigna rossa ma lasciò solo un filaro di Malvasia e Cacchione per fasse il vino per casa.
Nonno Fausto aveva pure una bella cantina ma gli mancava la sensibilità di Umberto. Stava sempre a smucinare il vino.
Nonna gli diceva “che stai a fa co sto vino? Lo stai sempre a toccà. Così se snerva”. “Ma non me rompe li cojoni” rispondeva Fausto. Il vino comunque diventava imbevibile.
Nonno Umberto invece, con la sensibilità che si ritrovava faceva poco più di 300 litri di vino. Ed erano buoni nonostante li tenesse nello scantinato in mezzo all’olio del trattore e alle cose che gli servivano per lavorare
Veniva il vino perché lui era dolce. Come il suo vino.
Federica invece viene da una famiglia del nord trasferitasi qui in zona negli anni 70. Il papà che lavorava nelle acciaierie financo in Germania dove lei ha imparato il tedesco. Persone semplici. Vere. Di quelle che sanno cosa voglia dire sacrificio e lavoro.
La loro avventura enoica inizia nel 2011 quando comprano il terreno che impiantano nel 2013. Immediatamente biodinamico.
Ecco, biodinamico. Chi pensa che quello del biodinamico sia un mondo di persone esaltate, sbaglia di grosso. Tantomeno chi dice che si diventa biodinamici per scelta commerciale.
Quando conoscerete Enrico e Federica vi renderete conto che non è così. Si può essere biodinamici per il semplice pensare che la terra ci dà già tutto per produrre qualcosa di magico come il vino. Senza aggiungere null’altro. Così come non si ricercano certificazioni. Perché i timbri e la burocrazia servono per chi li vuole vendere non per chi ha la coscienza a posto.
Enrico ha fatto la scuola agraria. Non con tanta convinzione.
Al terzo e quarto mi hanno dato due materie. Forse perché quando si cominciava a parlare di concimi e veleni mi sono storto. In terzo iniziano le materie tecniche con i concimi, gli insetti e come ammazzarli. Mi sono disturbato e disamorato. Al quinto mi hanno dato sto 39, mi sono diplomato e poi mi sono laureato in scienze antropologiche.
“Mettece ‘na pezza” come dicono a Roma.
Enrico, pur da laureato, deve sbarcare il lunario. Lavora come giardiniere e anche così prova disturbo nel dare il veleno per le piante. Nel 2006 poi, l’illuminazione.
Sulla rivista Porthos n.26 c’era una intervista a Carlo Noro e lì mi si è accesa la lampadina. L’articolo mi fece nascere l’idea che qualcosa mi avevano nascosto durante gli studi.
Ciò che balena per la testa di Enrico è per lui dirompente. Come se nel corso degli studi gli avessero raccontato solo una parte della storia. Nel 2009/2010 segue i corsi di Carlo Noro e diventano amici. È l’inizio dell’avventura.
Faccio biodinamico da 13 anni. Non certifico nulla perché mi sono rotto le scatole della burocrazia. Ispettori biologici e Demeter. Non c’è bisogno di certificare. Venite a fare le analisi al terreno e all’uva.
Federica è sempre presente. Con il suo sorriso. La sua semplicità. Supporta Enrico in tutto. Si vede che non è solo una spalla. Gli sguardi sono quelli di due persone che sono una cosa sola. Mandano avanti loro l’azienda anche se Federica ha un lavoro. Perché le spese sono tante e non riescono altrimenti. Si percepisce un’aria meravigliosa come se ci fosse in giro tanto amore. Amici e parenti che li supportano nella vendemmia come se fosse una grande famiglia. In cantina poi li supporta Michele Lorenzetti della scuola di Carlo.
Assaggiamo i vini. Siamo noi tre e i due cani. Il più piccolo mi salta continuamente sulla gamba. Vuole giocare e giocare ancora. È tutto così meraviglioso.
Partiamo da Dimà, un bianco da Malvasia di Candia per un 95% e Trebbiano Toscano. Serviva una etichetta di uve bianche per generare un po’ di cash. Ma qui le uve devono essere quelle giuste e di giusta provenienza. Enrico ci tiene ed è inflessibile in questa. 23 giorni di fermentazione in cemento con le bucce più il 15% di grappoli interi. Torchiato e messo in vasca per tre/quattro travasi. Imbottigliato a metà giugno.
I sentori sono davvero interessanti tanto che appena si scalda un po’ il vino nel bicchiere, virano sul miele. Un vino tranquillo e semplice con fiori e frutta e sentori iodati che si beve bene anche senza aspettare che si raffreddi bene in frigo (anche perché tenderebbe ad appiattirsi). Secco, fresco, pulito. Con una bella pulizia di bocca e un finale lievemente ammandorlato. Da aperitivo con i suoi 11.5 gradi ma anche da “carbonara”: si sposa benissimo.
Proviamo Maros un rosato di Grenache che fa solo acciaio così da mantenere inalterati i sentori delle fragoline croccanti e delle ciliegie. C’è la rosa e la mineralità del suolo ma anche dell’influenza marina. Il sorso non può che rappresentare a pieno i sentori: c’è la freschezza, c’è la sapidità. È secco e caldo quanto basta ma soprattutto è avvolgente e pieno. Mi piace e già lo vedo per un aperitivo o per accompagnare un piatto di crostacei.
Enrico e Federica amano i rossi. Quando ne parlano gli occhi sono ancora più brillanti del solito. Due etichette con lo stesso uvaggio: Cabernet Franc e Sauvignon. Come in Borgogna. Anche per le rese visto che qui al massimo si arriva a 60 quintali per ettaro. Quando va bene. Altrimenti si è intorno ai 40!
Il primo dei due è l’Incastro 2021. Fermentazione in cemento con il 20% di grappoli interi: con il raspo insomma. Non ricorda la Borgona? Un vino giovane già dal colore e dai semplici e croccanti sentori vinosi così da essere piacevole anche in estate. Non è impegnativo neanche alla beva ancorché da abbinare per la presenza di tannini maturi ma decisi. Secco, caldo, sapido e dalla persistenza non elevatissima.
Enrico e Federica producono anche l’olio. Biodinamico ovviamente. Con delle bruschette i vini si accompagnano meglio.
I vini cambiano con l’annata. Ogni anno è diverso dall’altro e non sai come debba essere interpretata. Il bagaglio ci serve per interpretare le annate. Piano piano riusciremo ad andare da soli.
Con questa premessa non possiamo non assaggiare due annate del gioiello di casa: il Torrebruna.
Quando hai a che fare con una viticultura biodinamica che non ti permette alcun “aggiustamento”, le annate sono quelle che sono. La meraviglia è proprio questa: il vino rispecchia la natura e le caratteristiche che il tempo (meteorologico) dona. Le uniche licenze che ci si può permettere sono delle macerazioni più o meno lunghe o l’utilizzo di raspi. Poco altro.
Nel 2018 la fermentazione in cemento è durata 17/18 giorni con bucce e raspi. Poi dopo essere stato torchiato e ripulito è stato rimesso in cemento per dieci mesi e sei tra tonneau e barrique di secondo passaggio.
Avevo tonneau e barrique e li ho messi li.
Il colore è rubino impenetrabile e al naso si affaccia un ampio bouquet che fornisce una sensazione di morbidezza. Ed è strano visto che non l’annata non calda. La ciliegia che viene fuori prepotente, sembra quella che si sente quando si apre il vasetto della confettura: avvolgente. Sentori dolci come tabacco, vaniglia, chiodi di garofano arrivano puntuali. La bocca è coerente con l’olfatto. Secco, caldo, sapido con i tannini maturi e quasi eleganti. Si può quasi bersi senza accompagnamento poiché morbido ma non troppo. Un gran vino nonostante che si abbina bene anche con una pasta.
Il pubblico alle fiere si divide a metà tra la 17 e la 18. Nel 18 le piante erano inchiodate perché la peronospora bruciava i getti verdi e non si riuscivano a sintetizzare gli zuccheri. Abbiamo fatto la pre-vendemmia e ci abbiamo fatto un rosato
Assaggiamo quindi il Torrebruna 2017. L’annata calda, otto mesi di cemento e dieci di legno hanno donato a questo vino una profondità ed una intensità pazzesche. Al naso i sentori sono scuri e penetranti come se nel calice ci fosse tutta l’immensità del mare. Le differenze climatiche risultano particolarmente evidenti anche ai meno esperti. Vengono fuori le spezie, e le tostature, la macchia mediterranea, la frutta in confettura, i fiori in potpurri. Tutti i sentori sono corposi, masticabili. Anche al sorso c’è avvolgenza e armonicità con un tannino presente ma non aggressivo, particolare. La persistenza è lunga. Secco e caldo ovviamente. Fresco il giusto. Un vino che è viscerale, da camino e meditazione. Veramente interessante. Lo mangi con una carne arrosto, magari con prugne, ciliegie, castagne.
Andiamo in cantina ad assaggiare l’annata 2020 direttamente dalla botte: promette bene e va tenuta d’occhio.
I vini del Lazio sono stati a lungo derisi e bistrattati per motivi storici ma anche per una qualità oggettivamente non eccelsa. Tanta quantità, poca qualità. Tranne rari casi nel passato, più frequenti oggi. Realtà come I Chicchi rappresentano esempi da seguire per l’utilizzo di tecniche volte al rispetto dell’ecosistema nonché di vitigni nobili e complicati ma esemplificativi di come si possano produrre grandi vini in zone considerate non vocate.
Tutto questo però non sarebbe assolutamente possibile senza l’amore di persone come Enrico e Federica che vedono tutto ciò che è loro intorno con il cuore. Perché “Si vede bene solo con il cuore. L’essenziale è invisibile agli occhi”.
Ivan Vellucci
Mi trovi su instagram : @ivan_1969
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