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8 Giugno, 2023

Vini d'Abbazia

L’Abbazia di Fossanova è uno di quei posti mistici che sembrano apparire dal nulla quando si percorre una semplice strada alberata. Chissà come deve essere stato questo luogo prima del 1163 allorquando iniziarono i lavori dell’Abbazia (ci vollero circa 45 anni per finirla..). Intorno all’Abbazia, governata dai monaci Cistercensi, sorse un meraviglioso borgo che tutt’ora resiste al tempo. Lo stupendo chiostro dell’Abbazia di Fossanova è stato, dal 2 al 4 giugno, suggestivo teatro della manifestazione Vini d’Abbazia organizzata da Upwell, Taste Roots, Confagricoltura, Comune di Priverno, Associazione Passione Vino e Strada del Vino dell’olio e dei sapori della Provincia Pontina. Tante le collaborazione (tra le quali Slowfood  e Slow Wine) e i patrocini (dalla Regione Lazio alla Camera di Commercio di Frosinone e Latina, all’Arsial). Solitamente le manifestazioni degustative sono organizzate all’interno di alberghi più o meno interessanti anche se quasi sempre anonimi. Difficilmente capita invece di assaggiare i vini passeggiando sotto i portici di un chiostro di una chiesta medioevale. Ogni vino rappresenta il lavoro dai monaci, frati o aziende che hanno avuto la fortuna di coltivare le vigne che furono di monasteri e abbazie. La storia del vino e la sopravvivenza della stessa vite la si deve, in buona parte, al superbo lavoro di conservazione e trasporto nei secoli di arditi monaci sparsi in tutto il mondo. Piccoli orti o grandi vigne che i monaci hanno salvato da invasioni, guerre, devastazioni. Questa manifestazione ha avuto il pregio di portare alla ribalta luoghi insoliti per il vino. Spesso riconosciuti solo per la loro spiritualità. Anche se, in fondo, il vino è spirito! Se è vero che l’abito non fa il monaco è senz’altro vero che il vino lo fa il monaco. Vini d’Abbazia dimostra proprio questo. Bellissime proposte sparse per tutto il territorio italiano e una piccola incursione in Francia. Interessante e intelligente l’aver fornito il giusto spazio alle aziende locali che meriterebbero plausi e fortune per la qualità dei loro vini. Un grande plauso agli organizzatori e all’Abbazia di Fossanova per aver intelligentemente concesso il chiostro   NB I miei vini sono nelle stories “Vini d’Abbazia” del mio account Instagram (link sotto) Ivan Vellucci Mi trovi su instagram : @ivan_1969
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6 Giugno, 2023

Inviata speciale al blind blogger tasting

Cos’è il Blind Blogger Tasting?  È un format di successo inventato da quei geni di Francesco Bonomi e Fabio Gobbi che è ormai giunto alla 14esima edizione.  Partiamo dall’inizio. Innanzitutto, chiunque si può candidare creando una storia che deve essere votata dal maggior numero possibile di persone. Partito lo stalkeraggio ad amici, parenti e vicini di casa, 15 persone, in base al punteggio ottenuto, formano il gruppo fortunato, più uno estratto a sorte. A questo punto, ognuno dei partecipanti deve scegliere un vino autoctono della sua regione e, in gran segreto, comunicarlo agli organizzatori. Ogni vino verrà assaggiato alla cieca da ogni partecipante che voterà il suo preferito. Il vino vincitore farà entrare direttamente chi l’ha portato al blind tasting successivo. Blind tasting alla scoperta del territorio Chi organizza come me sa che dietro all’aspetto ludico e piacevole del blind tasting c’è un gran lavoro per prenotare alberghi, gestire intolleranze (alimentari e non) e per scegliere gli abbinamenti cibo-vino durante la cena, ma a parte questo, il blind blogger tasting è anche occasione per conoscere un territorio. L’ultima edizione si è infatti svolta alla scoperta dell’Alto Monferrato Acquese, una zona meno “battuta” rispetto alle più conosciute Langhe Roero e Monferrato, ma non per questo meno meritevole di essere esplorata. Il programma ad ogni edizione prevede il ritrovo nel primo pomeriggio presso la cantina ospitante. Questa volta siamo stati alla cantina di Alice Bel Colle dove siamo stati accolti in maniera calorosa da Claudio Negrino (Presidente), Bruno Roffredo (Vicepresidente) e dagli enologi e collaboratori che, tutti, mi hanno fatto sentire a casa. E’ una cantina sociale fondata nel 1995 che conta ad oggi un centinaio di soci.  Siamo partiti alla volta della vigna di Brachetto dove, dopo aver ascoltato i racconti su terreno e vitigno, storie e tradizioni, siamo saliti sulla “Big Bench” rosa da dove si ha una vista mozzafiato sulla vallata. A seguire abbiamo incontrato Maria, una super donna che nella sua vigna-museo ci ha mostrato come si legano le viti, come si riconoscono i germogli degli autoctoni, e raccontato altri aneddoti molto interessanti. Ritornati verso il piccolo borgo di Alice Bel Colle ci aspettava una degustazione di tre annate di un vino prodotto dall’omonima cantina, un Acqui DOCG Brachetto Secco Monte Ridolfo. E io che ho ricordi totalmente sbagliati di questa tipologia di vino mi sono fatta sorprendere dall’annata più vecchia! Breve passaggio per una rinfrescata e un cambio d’abito per ritrovarci sulla terrazza più alta del borgo di Alice Bel Colle per un brindisi al tramonto con vista mozzafiato a 360° sul territorio circostante. Pronti per il blind tasting Scaldiamo i motori per entrare nel vivo del blind blogger tasting e ci trasferiamo al ristorante dove, seduti a ferro di cavallo,iniziamo ad assaggiare e a confrontarci su profumi, colori e sapori che troviamo nei calici e a fare congetture su cosa abbiano nel bicchiere. A parte un vino che una volta assaggiato non te lo scordi più tanto è particolare (Integer di Marco De Bartoli) gli altri – mio escluso – è stato quasi impossibile identificare cosa fossero. Molto stimolante, sempre, “la cieca” e occasione di confronto e studio. L’atmosfera era rilassata, non essendo una gara a chi indovina cosa dato che il protagonista è il vino, con la tecnica, l’assaggio e l’emozione che in quel momento trasmette e su cui si basa il punteggio.  Dopo ‘la cieca’, svelati i concorrenti. In ordine di apparizione abbiamo poi scoperto di aver degustato (tra parentesi i concorrenti che li hanno proposti):  1• Luccicante 2022 – Cà Du Ferrà – 100% Vermentino (wineloversitaly) 2• Integer 2020 – De Bartoli – 100% Zibibbo (il calice divino) 3• I Mezzi 2021 – Fattoria Paradiso – 100% Albana  4• Derthona Montecitorio 2018 – Vigneti Massa – 100% Timorasso (enothusiastic) 5• Monte Olivi 2014 – Cobue – 100% Tuchì (giovanni.sabaini) 6• Loghetto Ammandorlato 2020 – Fratelli Agnes – 75% Bonarda Pignola, 25% Autoctoni (alby91mame) 7• Cirsium 2020 – Damiano Ciolli – 100% Cesanese di Affile (paolowine) 8• Vigna Valferana 2018 – Paride Iaretti – 100% Nebbiolo (_theartofwine_) che ha vinto la blind 9• Vigna La Merla 2016 – Banino – 40% Croatina, 40% Barbera, 20% altri (percezioni_di_vino) 10• Foglio 34 2015 – Az.Agr. Enrica – 100% Cesanese di Affile (zerpa_winegram) 11• Roggio del Filare 2014 – Velenosi Vini – 70% Montepulciano, 30% Sangiovese (clarettablu) 12• Selvarossa Terra 2011 – Due Palme – 85% Negroamaro, 15% Malvasia Nera (corcy4wine) 13• Asti Metodo Classico 2013 – Alice Bel Colle – 100% Moscato bianco (cantinaalice) 14• Vino Santo Trentino 2003 – Francesco Poli – 100% Nosiola (winediscovering_) 15• Il Serafino 2015 – Il Cipresso – 100% Moscato di Scanzo (partnersinwine93) 16• Raboso Passito – Cecchetto– 100% Raboso Piave (marcoandwine)   La giornata seguente passa velocissimamente tra la visita in cantina dove apprendiamo i processi di bonifica e passato in rassegna tutto il sistema di produzione. Non mi stancherò di dire che sulle cantine sociali ci sono ancora purtroppo troppi preconcetti. Infatti è opinione largamente diffusa che siano troppo grandi per curare la qualità, che mescolino uve buone e mediocri e che il massimo risultato raggiungibile sia un vino con un buon rapporto qualità/prezzo. Niente di tutto questo, in quelle con cui ho avuto a che fare io!  In cantina  abbiamo avuto la possibilità di assaggiare il mosto di moscato. Non nascondo che mi sarei volentieri finito il bicchiere, ma era ora di salire nella bella sala degustazione della cantina dove siamo stati sorpresi da altri interessanti assaggi e virtuosi abbinamenti. Una degustazione meravigliosa, varie tipologie dal DOCG Moscato d’Asti al Piemonte DOC Moscato Secco, passando da Asti Spumante, dal Barbera D’Asti Superiore DOCG a un Dolcetto d’Acqui DOC. Un’esperienza unica.  Per finire in dolcezza, per chi non ne avesse avuto abbastanza, un Brachetto d’Acqui DOCG accompagnato da un delizioso bacio di dama. Un grazie di cuore a tutti quelli che mi hanno votato, agli organizzatori e alla Cantina Alice Bel Colle e a tutti i miei compagni di avventura! Sono Claudia Riva di Sanseverino. Assaggio, degusto, scopro, curioso, provo e condivido. Seguimi su Instagram @crivads https://www.youtube.com/watch?v=RakajXgmc-E
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Uccelli del paradiso Arrow Right Top Bg

5 Giugno, 2023

E’ meglio essere un giovane bruco di giugno che un vecchio uccello del paradiso.

Editoriale di giugno e aforisma di giugno: E’ meglio essere un giovane bruco di giugno che un vecchio uccello del paradiso. (Mark Twain) E’ meglio essere un giovane bruco…l’editoriale del mese parla di questo, di loro, dei giovani. Sono mesi che si sente parlare delle nuove generazioni e di lavoro. Come spesso accade il dibattito sul tema viene trattato estrema superficialità e alimenta tanti luoghi comuni che bene non fanno. Spesso gli articoli di giornale, i post sui vari social che siamo costretti a seguire ed alimentare, si fermano alle ovvietà, senza nemmeno tentare di andare a fondo e di capire la reale entità e le varie dimensioni del problema. Già il fatto di chiamarlo problema porta sulla via tortuosa e scorretta dell’antagonismo distruttivo. Parlare dei giovani come di coloro che non hanno voglia, che non concepiscono la fatica e i sacrifici, che non si inseriscono con umiltà nel mondo del lavoro è segno di quanto poco si è disponibili a capire il mondo di questi ragazzi. Tra giovani e adulti sono gli adulti a dover fare da guida: le esperienze vissute, gli ostacoli e le difficoltà superati, le consapevolezze acquisite con il passare del tempo, i segreti del mestiere sono un importante bagaglio che va trasmesso. Tra giovani e adulti sono i giovani ad avere, teoricamente, energia pura, sogni nuovi, capacità di vivere nel presente e, probabilmente, di interpretarne le continue novità e i velocissimi cambiamenti meglio di chiunque altro.   Sono le due dimensioni insieme che possono funzionare, rafforzare e potenziare il successo di qualunque realtà aziendale in grado di conciliare i due mondi, le varie generazioni. E’ certo che se i “grandi” basano il proprio approccio su una sorta di nepotismo che si arena su assiomi del tipo “ai miei tempi si faceva così”, “ io ho dovuto sudare 7 camice”, “ la gavetta è importante” ecc.ecc. una vera evoluzione umana non ci sarà mai. La gavetta è importante, l’esperienza è importante e va fatta. Forse non va fatta in condizioni di semischiavismo, di sfruttamento, di mortificazione. Insegnare un mestiere richiede un rapporto di confronto e scambio. insegnare significa letteralmente “imprimere segni nella mente”, lasciare il segno. Se vogliamo che i giovani possano, nel loro futuro, lasciare un segno è necessario accompagnarli nella crescita. Significa occuparsene, tenere alla loro crescita e formazione. Per fare si che siano in grado di eseguire le mansioni che vengono richieste bisogna essere rispettosi di loro in quanto persone. Il rispetto passa per il giusto modo di trattarli, di inserirli nella professione. Per rispettarli bisogna ricordarsi come si era alla loro età, come ci si è sentiti alla prime esperienze di lavoro e di confronto con il mondo adulto. Essere adulti significa non ripetere ciò che di sgradevole abbiamo subito. Significa essere umili esattamente come si chiede a loro. Se scappano è perché hanno paura; e come fanno a non averne in un mondo che non ha certezze, che non ha valori, che fa della prepotenza e della maleducazione, dell’individualismo e dello sfruttamento (di questo spesso si tratta) i propri principi? Perché dovrebbero essere virtuosi, sacrificarsi, perdere il sonno, accettare frustrazioni invece che trovare scappatoie? Se ci si sente considerati si considera, se ci si sente valorizzati si può dare l’anima. Quando un lavoro fa crescere, dà soddisfazione, fa sentire importanti, si accettano anche condizioni non ottimali. Ma perché mai un giovane dovrebbe subire passivamente di sentirsi o di essere trattato come animale da soma? L’esempio viene sempre dall’alto. Necessario scegliere bene quale esempio si vuole dare e scegliere bene a chi tramandare il proprio sapere, l’alternativa è perderlo e dover faticare il doppio per recuperarlo. L’uomo impara al meglio e mette in pratica al meglio se mosso da passione e interesse o da necessità. La passione va alimentata, la necessità va rispettata. Nella mia realtà aziendale stiamo collaborando con giovani, singoli professionisti e associazioni, e lo scambio ci sta energizzando… Provateci, ad attaccarvi alla spina di chi guarda il mondo con occhi diversi, di chi lo analizza con sguardo fresco: può succedere che vi ricarichiate. Può darsi che rinasciate a nuova vita proprio come l’araba fenice.   PS: se la vostra realtà lascia spazio ai giovani o li valorizza candidate la vostra cantina a Wine in Venice 2024…potreste diventare la cantina esemplare della vostra regione.  
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31 Maggio, 2023

Stefano Menti il Maestro del vino biodinamico

  Si sente spesso parlare di vino biodinamico. Il più delle volte da chi non lo produce e sempre con grande scetticismo. Come se si trattasse di qualcosa proveniente da un altro pianeta. Esoterismo. Pratiche particolari, alle volte incomprensibili. Raramente si ha la possibilità di parlare con qualche produttore biodinamico che lascia da parte la filosofia per farsi capire. Anche attraverso i suoi prodotti: i vini. Stefano Menti è uno di questi. Una persona splendida che non ti mette dinanzi altro che la sua esperienza. E i suoi vini. Stefano non si vanta di nulla. Non nasconde o rinnega il suo passato. Un passato di un ragazzo che ha dovuto dedicarsi al vino. Senza volerlo. Senza averlo chiesto. Non sono arrivato dalla scuola. Ho fatto Ragioneria e dopo il militare ho iniziato ad occuparmi della vendita di prodotti per l’igiene. Siccome sto scrivendo un libro, mi dicono che devo dire così anche se vendevo carta igienica. Non pensavo di entrare in questo mondo qui. A 18 anni il vino non mi piaceva. Mio papà e mio zio facevano un vino che non mi piaceva. Conoscevo solo il vino di mio papà. Quando uscivo fuori con i miei amici per ubriacarmi e dicevo “ah però”. Erano vini che ora ripugno perché con tanto legno. Barrique. Era la moda del tempo. Che però mi ha fatto capire che i vini potevano anche essere buoni. Siamo a Gambellara, patria della Garganega. Qui in molti fanno vino da generazioni sul suolo vulcanico. In molti, così come papà e zio di Stefano. Quei vini che a Stefano non piacevano e non gli andavano proprio giù. L’azienda non se la passava tanto bene così che la società tra i due fratelli si scioglie con la conseguenza di trovarsi in una difficile situazione economica. Io che facevo un altro lavoro ho deciso di investire in azienda più per senso di famiglia che perché ci credessi. Ecco, così è l’ingresso nel mondo del vino di Stefano. Non per amore. Non per passione. Non per necessità. Per senso di responsabilità. Ora, uno che entra in un business nemmeno poi tanto facile, un business dove c’è da lavorare la terra e per fare questo oltre che faticare servirebbe anche un minimo di conoscenza, ma cosa diavolo gliene frega di buttarsi sul biodinamico? Andando a vendere in giro il vino ho trovato tante belle persone anche di quelle importanti che lavoravano in ristornati uno/due stelle e che parlavano con me invece di snobbarmi. Ero un ragazzetto con vini dozzinali. Mi hanno invece dato degli spunti dicendo che i vini erano altra cosa. Così, assaggiavo i vini che loro mi consigliavano e quelli che mi piacevano venivano tutti da agricoltura biodinamica. Forse si sono solo incontrati i gusti o forse è scattato qualcosa di magico tra Stefano e una cultura, un modo di essere quale è il biodinamico. O forse è stato anche un mero calcolo commerciale. Perché Stefano sa bene che la Garganega la lavorano in tanti dalle sue parti e se vuole emergere, qualcosa, di diverso, si deve inventare. All’inizio essere biodinamici rappresentava la voglia per emergere. Ci sono zone non è necessario essere biodinamici perché tanto i prodotti li vendi lo stesso. Che senso ha cambiare e sbattersi per essere diversi, biologici, biodinamici. In altre zone dove ci sono le cantine sociali, non si cambia perché tanto l’uva non viene pagata di più. Qui era davvero necessario fare qualcosa per emergere. Poi è diventata una necessità perché i risultati ci sono. L’ecosistema funziona meglio. Quando il vicino soffre la siccità tu soffri meno. Quando arriva la grandinata la tua pianta si riprende meglio di quella del vicino. L’unica cosa strana è perché il vicino non cambia vedendo questi risultati. Era il 2000 circa. All’epoca di biodinamico si parlava pochissimo. Anche perché coloro, pochissimi, che lo praticavano non volevano parlare con nessuno. Certo non posso biasimarli visto che venivano derisi e messi all’indice. Volevo andare a trovare e mi dicevano che non accettavano produttori in cantina. Mi sentivo ancora più sfigato. Eppure non si scoraggia. Incontra Sangiorgi grazie al quale legge “il vino tra terra e cielo” di Nicolas Joly (pubblicato da Porthos) ed inizia ad approfondire ed appassionarsi al tempo stesso. Stefano si va ad infilare in un cul de sac. Anche perché il papà non è che remasse proprio nella sua stessa direzione. Per uno che da oltre cinquant’anni faceva vino con il metodo tradizionale, quei metodi, proposti da un ragazzino che di vino non ne sapeva nulla, non potevano certo trovare la sua approvazione. Neanche i consulenti gli servivano. I consulenti erano molto integralisti e mi dicevano che o la biodinamica si fa così o niente. Nel 2010 incontrai Adriano Zago che ancora adesso è l’agronomo biodinamico più famoso in Europa. È stato un discepolo di Pierre Masson. Mi disse che non aveva molto tempo ma che, quando in zona, mi avrebbe dato una mano. Stefano si applica e si applica sul serio. Una caratteristica questa che non si può non riconoscergli. Lui si applica. Sperimenta ma sempre e solo dopo essersi documentato. Non fa mai le cose per caso. Ogni cosa deve essere programmata, controllata, verificata. Nel rispetto della natura. Quella natura che, se rispettata, è in grado di emanare energia. I cambiamenti sono presto visibili nel vigneto e nell’orto. Ho cominciato a lavorare con un ragazzetto che mi ha abbandonato per finire l’università. Nel 2015 poi, Marco Barba che faceva il carpentiere prima e a lavorare in una azienda biodinamica nel cantone della Jura diviene il mio braccio destro. Adesso abbiamo 9 ragazzi a tempo indeterminato. Assumono giovani per essere pronti per il futuro. Il più vecchio nel team ha 50 anni mentre gli altri sono ventenni. Assunti a tempo indeterminato così che possano avere un futuro. Gli diamo un abbigliamento figo perché lavorano meglio e hanno una immagine. Abbiamo idea di fare una azienda che funzioni da sola. Come è cresciuto Stefano dopo venti anni. Ora è un manager. Conosce il vino. Sa produrlo. Sa coltivare la vigna. Sa gestire le persone. Sa gestire una azienda. A tal punto che delega e fa consulenza. Non mi sono goduto la giovinezza e l’ho fatto solo per senso di responsabilità verso i miei genitori. Tutti gli anni li ho passati a lavorare come un cretino senza soldi. Con frustrazione perché i risultati non arrivavano. Nel tempo ho capito che sono contento così perché per me è più importante il tempo libero dei soldi. Chissenefrega di guadagnare tanto se non puoi goderteli. Essere una azienda biodinamica per la Menti, per Stefano, non è solo una questione di rispetto per la terra. È etica. È impegno sociale. È rispetto per tutto ciò che lo circonda. L’azienda lavora 5.5 ettari di vigna. Poi boschi e orti. Ma non basta. Perché la cultura biodinamica che Stefano e il suo staff hanno ormai metabolizzato fa sì che altri si siano rivolti a lui per ottenere supporto. Negli anni abbiamo attratto un sacco di gente per aiutarli in cantina. È un progetto di consulenza ampio senza averne cercato nessuno. Insomma le aziende chiedono di essere supportate in vigna, in cantina, nella gestione del vino. Così accanto all’azienda agricola e vinicola è nata una società che fa consulenza. Una azienda che è nei colli Berici ci teneva a passare alla biodinamica. Gli abbiamo dato una serie di libri da leggere, libri pratici: intanto leggiti questi libri qui così quando veniamo a parlare perdiamo meno tempo. Vieni qui quando facciamo il corno letame così vedi come si fa. Ti metti lo zaino in spalla e ti insegniamo come si sparge. Ti diamo una serie di check list che sono le stesse che abbiamo noi. Stefano è pratico ma non sbrigativo. Vuole che la cultura che lui ha imparato non debba essere qualcosa che si vende un tanto al chilo. Se la vuoi applicare devi impegnarti. Devi capire cosa c’è di differente e, se la accetti, la applichi. Ma non seguendo regole ferree. Seguendo ciò che puoi e ritieni migliore per la tua realtà. Le aziende ci chiedono di vinificare da noi o di supportarli in cantina o vigna. Abbiamo attirato gente dalla Campania, Toscana, Sardegna. Puntiamo a dare loro le conoscenze per poi arrangiarsi da soli. Un modello di business che porta oggi la Menti a fatturare circa il 78% nel proprio vino, il restante 22% nella consulenza. Niente male per un ragazzo che non voleva fare questo mestiere. Quando iniziamo a parlare dei vini Stefano mostra tutta la sua carica energetica. Non è un talebano. Non è uno che disdegna i vini non biodinamici. È pragmatico. Il vino piace o non piace. Il vino suscita o non suscita emozioni. Il vino è fatto o non è fatto bene. Molto semplice. Quando mi racconta un episodio, non posso fare a meno che ascoltarlo con interesse e stupore. Io bevo tantissimi vini e mi piace berli con attenzione. Ogni dieci giorni facciamo una degustazione alla cieca in cantina con tre vini naturali o non dove si deve dire mi piace o non mi piace. Quando cominci a produrre e capisci che oltre all’uva sul vino ci possono essere 83 ingredienti non riportati in etichetta e sul biologico possono essercene 60. Sul biologico ci sono dosaggi altissimi. Una sera di vendemmia siamo andati ad una festa di amici. Tutti appassionati di vini che portavano bottiglie di vino costose e vecchie. È arrivato un Radikon che abbiamo aperto con grandi aspettative. Non era cattivo ma non era nemmeno buono. Sembrava un vino morto perché sapeva di acqua e alcol. Eravamo tutti fan di Stanko Radikon e nessuno ha detto niente. La mattina scendo presto in cantina a controllare e mi arriva un messaggio che la notte era molto Stanko Radikon. Tutti noi abbiamo ricomprato lo stesso vino della stessa annata ed è sempre stato un vino della madonna. Ecco, abbiamo tutti pensato che quella sera il vino non aveva voglia di festeggiare. Quando senti parlare Stefano capisci quello che in genere c’è scritto nei sacri testi del vino: il vino è materia viva. Allora se è vivo, ha in sé l’energia del suo produttore. Sarà suggestione. Sarà spiritualità. Ci si può credere o meno. Però il vino è bello per questo, perché è vita e morte. È gioia e tristezza. È felicità. È amore. In ogni sua forma ed espressione. Giovanni parla dei suoi vini con amore. Come un padre parla di sua figlia. Leggi in lui l’emozione. Negli occhi c’è solo ed esclusivamente amore. Amore incondizionato che sa comunque vedere quei difetti che non rifugge ma ammette. Accetta. Come si accettano le paturnie dei propri figli fino quasi a trasformarle in pregi. Tutto però esclusivamente naturale. Come la natura riesce ad offrire. Senza edulcorare nulla ma lasciando che la natura, e la tecnologia, faccia il suo corso. Eppure si dà ancora oggi dello sfigato. Gli è rimasta addosso quella “sfigataggine” del ragazzo che cominciò senza voglia e solo per dovere. In fin dei conti, credo che la sua sia solo una grande, grandissima umilità. Hai mai pensato di fare il furbo con i vini? In passato ero molto integralista forse più di adesso perché convinto che i vini per essere buoni dovevano essere fatti con uva integra. Con la tecnologia invece si può ovviare. Adesso poi non posso più perché sono così riconosciuto per quello che faccio che mi perdonano anche cose che non vanno proprio bene. Specialmente con i rifermentati. Una volta che imbottigli il vino che deve rifermentare, che ha poca solforosa, poco alcol, che ha fatto la malolattica, che non è microfiltrato e che deve rifermentare con lieviti indigeni, hai tutti gli elementi per fare male. Li quando ti va storto qualcosa non puoi fare niente e devi riconoscere commercialmente che non è il massimo. Noi lo vendiamo non fregando la gente ma dicendo che è meglio assaggiarlo prima. Li abbiamo sempre venduti. È tempo di assaggiare i vini di Stefano. Iniziamo da Roncaie. È il vino più semplice da uve Garganega rifermentato in bottiglia aggiungendo solo mosto di passito. Puoi berlo sbattuto così hai tutta la quantità di lieviti. Va aperta a 45 gradi. Noi iniziamo a fare questo vino nel 2007. È stato un po’ la conseguenza di un errore. È un vigneto dell’85 in pianura. Ho fatto una potatura cortissima con pochi grappoli. Il terreno è molto fertile e gli acini si rompevano. Dovevo accettare la resa che fa il vigneto e il basso grado alcolico. In primavera aggiungiamo del mosto di passito in misura di 10 grammi di zucchero per litro. Lui riparte a fermentare, lo imbottigliamo e diventa un frizzante col fondo. È un vino da merenda, da pizza e da frittura (pesce e verdure). È un vino da piscina da bere al posto di una birra. Raramente va in riduzione. Usando il mosto di passito c’è meno fondo. 2000 bottiglie nel 2007 e oggi varia dalle 13 alle 20 mila bottiglie. Mi ha attirato delle consulenze perché ci vuole tecnica. È un vino estremamente particolare al naso. Scovo delle inaspettate morbidezze e una vinosità non accentuata. La rotondità è ovviamente frutto del mosto. Non è un vino per tutti perché non propriamente limpido. Ma proprio per questo dovrebbe essere assaggiato da tutti. Magari alla cieca e con un bicchiere scuro. Perché è davvero una esperienza dalla quale si fa fatica a separarsene. È un vino che ha evoluzione continua. Avrà una bolla sempre più fine. Diventerà più cremoso e dorato facendo crescere la nota burrosa. Che vuol dire abbinarlo con lieviti dolci. C’è molta frutta, molti fiori. Un retro olfatto che porta la frutta ad essere matura. Quando lo bevi continua a stuzzicare la voglia di berlo ancora e finisci per berti tutta la bottiglia. Con un aperitivo è fantastico per via di persistenza niente affatto male. La bocca rimane pulita per via di un delicato agrume, non forte così da portare la bocca verso la dolcezza. La pizza in abbinamento, se è bianca, funziona bene così come i formaggi non carichi. Anche una mozzarella di bufala, una caprese o una fresella con pomodoro e tonno. Ottimo prodotto da piscina, da lido. Anche a pranzo. Bella impronta. Riva Arsiglia 2020. Garganega in purezza. La prima cosa che si nota della bottiglia è il tappo a vite, scelta dovuta alla capacità di mantenere inalterato il prodotto nel tempo. Deriva dal vigneto più vecchio dell’azienda. Impiantato nel 1932 con successive aggiunte. Fermentazione con lieviti spontanei e affinamento in cemento per almeno un anno. Bella pulizia anche senza nessun filtraggio. Eppure è stato due anni sulle fecce! Insomma qui c’è tanta tecnica e ascoltare Stefano che ne parla in maniera così facile è davvero disarmante. Al naso i sentori sono bellissimi. Appaiono gli idrocarburi dovuti alla matrice vulcanica del terreno, tipico della zona, così come i terziari come menta, alloro, mentuccia. Poi c’è la camomilla che tende a virare verso il miele. La frutta è come se occorra andarla a cercare. Non va bevuto molto freddo per dar modo ai sentori di esprimersi con tutta la loro forza. Mi piace soprattutto per la palese continuità con il Roncaie: appartengono alla stessa mano. In bocca c’è rotondità e pastosità con i sentori che si trasformano in sapori. La rotondità si avverte nonostante il vino sia decisamente secco. La persistenza risulta quasi inferiore al Roncaie. Proviene da vigne vecchie, cosa questa che si evidenzia dal maggiore estratto. Nelle annate più calde arriva a 12.5 gradi; in quelle fredde a 9. C’è una buona sapidità che avvolge al sorso. Al pari del Roncaie, intriga perché non banale tanto che al primo sorso non lo capisci, ne bevi un altro po’ e ancora non è chiaro. Devi berlo e riberlo per capirlo conquistandoti perché conquista tornando in mente in maniera sempre non esaustiva. Intrigante davvero anche perché può invecchiare continuando a cambiare. Finiamo con il Monte del Cuca 2020, la versione macerata della Garganega che fa fermentazione sulle bucce. Non c’è una regola per la fermentazione in cemento. Questo ha fatto 40 giorno. Affinamento in cemento e botti di legno grande per poi assemblare le parti. Prima annata prodotta è stata la 2010. La macerazione si vede tutta dalla colorazione orange. L’evoluzione al naso fornisce sentori pastosi di frutta matura e prugna secca e nocciola. I terziari sono quelli del Riva Arsiglia per continuare ancora con la gamma. La complessità olfattiva si avvicina a quella di un rosso e i tannini che si sentono in bocca non fanno che confermarlo. Nonostante la sua verticalità, ha una buona struttura. È secco e caldo; avvolgente e sapido. Molto ben abbinabile a cibi succulenti. Un pesce grasso ci starebbe benissimo. Ma anche un coniglio. Mi piacerebbe abbinarlo con della porchetta per le parti grasse e le spezie. Peccato, siamo arrivati alla fine della chiaccherata con Stefano. Peccato perché parlare con Stefano è una vera esperienza. Al pari o superiore di quella del degustare i suoi vini. C’è energia nelle sue parole e nei suoi prodotti che riconosci per il filo conduttore che li unisce. Quella di Stefano è passione sì ma anche e soprattutto capacità di comprendere come il rispetto per la natura, il rispetto vero, legato a processi e tecniche ben precise siano la base per produrre qualcosa di speciale. La cosa che più mi è piaciuta di Stefano è comunque la sua umiltà. Nonostante tutto non smette di ricordare quando era un ragazzo sfigato. Lo dice più a sé stesso che agli altri. E forse è solo un modo per dire al mondo come, in fondo, le idee e i progetti prevalgono su tutto. Ivan Vellucci Mi trovi su instagram : @ivan_1969
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26 Maggio, 2023

Da Rimini alle Crete Senesi ovvero Mocine

Da Rimini alle Crete Senesi ovvero Mocine Vignaioli si nasce o si diventa? Totò, il principe della risata, amava dire che “Signori si nasce. E io lo nacqui”. In fondo Antonio De Curtis, alias Totò, forse un po’ di sangue blu lo aveva. Comunque sia divenne il Principe della risata e di Napoli intera. Senza divagare però, la domanda rimane. Ci si può trovare ad avere le vigne in casa e dover decidere cosa farne così come si può essere colpiti da una folgorazione sulla via di Damasco. Valerio Brighi è un caso davvero unico nel panorama vitivinicolo poiché rappresenta non solo il vignaiolo diventato tale e non nato così, ma perché ha scelto di diventarlo senza essere animato dal sacro fuoco della passione per questo splendido mondo. No, Valerio l’ha fatto per mero calcolo. Per fornire alla sua azienda un elemento importante di sostentamento. Ma attenzione. Perché Valerio si è così innamorato del mondo del vino tanto che la prima volta che parlo con lui mi dice: In questo mondo ho imparato che ci si incontra e si incontrano persone meravigliose Siamo nelle Crete Senesi, ad Asciano. Tra Siena e Montalcino, in una terra da sempre dedicata a produrre frumento e foraggio su quelle dolci colline dal colore cangiante con le stagioni così da offrire paesaggi unici e straordinari. Di vigne però ce ne sono davvero poche. Forse perché dopo la seconda guerra mondiale vennero tutte tolte per dare spazio ad un diverso tipo di agricoltura. L’azienda agricola Mocine, quella di Valerio, ha storia antica. Ma proprio perché antica, in un territorio poco vocato alla produzione del vino, la focalizzazione non poteva che essere sull’agricoltura tradizionale, ovvero la produzione di frumento e foraggio. Valerio non è di queste parti. Lui è riminese doc. Romagnolo nel midollo. Svelto, diretto, schietto, pragmatico. Una persona vulcanica che quando ti parla sta già pensando a cosa ti dirà dopo. Gli aneddoti si susseguono senza sosta. Una ne pensa e cento ne fa. Con cervello: pesando e ponderando tutto. Con umiltà: lasciando fare a chi sa. Con determinazione: non lasciando nulla al caso. Valerio gestiva l’azienda stando a Rimini. Cosa questa non certo facile. Ma nemmeno lo è per uno di Rimini andare a vivere nelle Crete Senesi. Valerio non me lo dice, ma credo che a Rimini si divertisse. E molto. Fatto sta che ad un certo punto della sua vita capisce che per gestire bene le cose di una azienda agricola di grandi dimensioni, occorre essere sul posto. Ci sono milioni di cose da fare. Cominciando dal temere o conti in regola. Volevo trovare soluzioni alternative all’agricoltura che mi permettesse un risultato positivo e più stabilità. La ricerca di fonti alternative all’agricoltura lo portano a mettere su la riserva di caccia, l’agriturismo, l’agricoltura. Prima di essere folgorato dalle vigne. O meglio, dal potenziale che le vigne ed il vino potessero offrire. Passando una volta per Montalcino ho notato le vigne. C’ero passato centinaia di volte ma non gli avevo mai dato peso. Invece quella volta sono rimasto affascinato e mi sono messo subito a fare un business plan per capire come poter fare vino. Eccolo qui Valerio. Ora, alzi la mano chi ha mai visto un vignaiolo fare un business plan. O anche un proprietario di una azienda agricola. Valerio non è così. Lui ama parlare con i fatti e i numeri sono fatti. Certo, un conto è fare vino a Montalcino, altro ad Asciano, nelle Crete Senesi dove di vigna non se ne vede neanche un filare. Non se ne vede a meno di non studiare un po’ di storia. Ed essere curioso. Altra caratteristica di Valerio. Storia e curiosità fa sì che Valerio scopra come nel Palazzo Venturi di Asciano e nella Abbazia di Monteoliveto ci fossero delle cantine che secondo i miei calcoli potevano contenere almeno 2000 quintali di vino ognuna. Una successiva visita al catasto (guarda tu Valerio dove è andato ad impegolarsi!) gli fa scoprire che quasi tutti i terreni avevano una vigna. Dunque qui si produceva vino! Insomma, la vigna dal punto di vista economico poteva stare in piedi e anche commercialmente qualcosa si poteva fare visto che il territorio aveva delle potenzialità Mi consentiva di spalmare i costi fissi avendo l’azienda una serie elevata di costi fissi. Quando uno ha in mente in numeri! L’azienda certamente si è sempre retta ma dopo gli anni 90, quando la miniera d’oro della riserva di caccia ha smesso di produrre pepite (chissà forse per il via del cambio generazionale, della diversa propensione delle generazioni) si doveva cercare qualcosa che potesse aiutare ulteriormente al sostentamento. Prima delle vigne ne ho pensate di tutte. Anche le erbe medicinali per la farmacia. Insomma la vigna per necessità. La vigna per spalmare i costi fissi. La vigna per differenziare. Io però di vigna e di vino non so niente. Certamente ho sempre ritenuto questo un vantaggio perché quando non sai le cose sei più attento, vuoi capire, fai domande. Ecco le domande. Ora immaginatevi la scena che per i più sembra surreale ma non per Valerio. Lui ha bisogno di capire. Non è uno che si improvvisa e parte. No, Valerio senza un business plan nemmeno si alza dal letto la mattina. La scena che ho dinanzi agli occhi quando Valerio me lo racconta mi fa sorridere e non perché la ritenga surreale. Nossignore! È ciò che avrei fatto io e ciò che dovrebbero fare tutti quelli che iniziano una avventura di business (cosa che in molti invece non fanno andando poi a schiantarsi nel migliore dei casi). La scena. Ecco. Immaginate Valerio che si prepara un foglio con 30 domande. Domande utili a mettere giù un business plan: quanto costano le barbatelle, quante barbatelle ci vogliono per ettaro, ecc. ecc. ecc. Una volta preparate se ne va in giro per le cantine a fare queste domande. Invece di tornare con delle risposte, torna a casa con ulteriori domande tanto da averne ora circa 100. Riparte con il giro tornando con più dubbi che certezze. Cosa vuol dire fare la vigna. Cosa vuol dire fare la cantina. Cosa vuol dire fare la commercializzazione. La risposta era questione di numeri ma ho scoperto che gli italiani non lavorano con i numeri. Solo alcune aziende più strutturate sapevano darmi i numeri. Dopo due anni di domande e poche risposte, Valerio riesce a predisporre un business plan. Sembra fatta e lo presenta con orgoglio ad una persona che lui reputa competente nel campo. Orgoglio presto represso quando viene completamente bocciato poiché mancante di diversi elementi. Che fa Valerio, si abbatte? Ma quando mai! Ho completato le parti mancanti anche se l’ho dovuto fare tre volte. Però ho fatto cinque ettari e mezzo di vigna e ho sbagliato il costo di 4000€ a mio favore perché due persone hanno lavorato particolarmente bene. Toh, eccolo qui Valerio. Però business plan, tocca fare il vino. Ah già il vino. È il vino che deve produrre e vendere. Mica il business plan. Ma anche in questo Valerio non può che sorprendere. Qui tutti i conoscenti di Montalcino mi dicevano cose diverse sul vino. Allora ho deciso di prendere la persona più capace che c’è in Italia a fare il vino e seguo quello che mi dice. Perché a me servirebbero 300 anni per imparare. Sceglie Attilio Pagli come enologo e l’agronomo che questi gli suggerisce. Sono l’ultimo ad arrivare sulla piazza dunque è inutile che vado a fare ciò che fanno tutti. Il blend me lo voglio fare un po’ originale. È così che Pagli mi ha messo in contatto con un vecchio professore dell’università di Firenze che mi ha consigliato due vitigni autoctoni come Fogliatonda e Barsaglina. Già ma occorre pure trovarli. Perché saranno pure autoctoni ma in Toscana solo pochi contadini li hanno. Sangiovese, Barsaglina, Fogliatonda, Colorino e il blend Valerio è servito. Se tornassi indietro non lo farei più. La Fogliatonda chiede quasi il doppio delle ore di lavoro e altrettanto per la prevenzione. A livello italiano poi un blend nuovo suscita poco interesse. Arieccolo Valerio. Vignaiolo di arrivo. Lucido nelle sue osservazioni. Business oriented si direbbe se si potesse ancora utilizzare l’inglese nei testi.   Non gli basta poi la vigna. Sere anche la cantina per fare il vino. Avevo un capannone in lamiera e ho capito che si poteva fare il vino anche in un capannone. Ho acquistato le vasche per la refrigerazione e via. Perché per fare il vino non occorre la cantina da due milioni di euro. Tra dieci anni se sarò ancora vivo allora potrò fare dei ragionamenti di investimento più importante. Pragmaticità. Efficacia. Efficienza. Insomma, tutto fatto. anche se lo sa anche lui che un conto è fare un business plan, tutt’altra cosa la commercializzazione. Puoi capire quanto ci vuole per un ettaro di vigna ma capire che riuscirai a vedere 20000 bottiglie è altra cosa. Facciamo il punto. Il business plan funziona (sulla carta). La vigna con i vitigni nuovi c’è (ah per la cronaca ha pure impiantato Vermentino, Chardonnay e Trebbiano per un bianco veloce tanto per generare cash). La cantina ancorché in un capannone c’è. L’enologo e l’agronomo pure. Non manca più nessuno. Solo non si vedono i due liocorni mi verrebbe da dire. Scherzi a parte il vino occorreva venderlo. Ho un amico che ha una bella cantina in Umbria e l’avevo coinvolto nelle cose che facevo. Mi ha dato consigli. Mi ha supportato. Così che quando sono arrivato ad avere le prime bottiglie sono andato a trovarlo per avere un aiuto a venderle. Lui mi ha detto che non mi avrebbe aiutato “tu devi trovare il tuo percorso se lo sai trovare. Può anche essere che non lo sai trovare e devi cambiare mestiere”. Ecco, lo devo ringraziare perché mi ha responsabilizzato: ognuno ha la sua strada. La strada Valerio l’ha trovata comunque con 25.000 bottiglie prodotte e vendute all’anno. Prodotte e vendute. Un binomio da sottolineare e che lui stesso sottolinea. Perché è anche arrivato a produrne di meno quando le scorte in magazzino erano alte. Tanto per non doverle svendere. Chapeau! Ad oggi sono contento perché una buona fetta la vendo negli USA. Senza agenti. Faccio tutto io. Perché la gente compra il vino? Perché ci si incontra. Ecco. Ritorna quella frase che mi ha tanto colpito di Valerio. Valerio che ha la passione per ciò che fa. Non solo per il vino. È un bagaglio culturale. Da applicare ovunque. Un bagaglio che gli arriva dal passato. Da quando dopo la guerra il papà da manovale divenne muratore e poi mise su una piccola ditta. Che si rimboccò le maniche come quelli della sua generazione e costruì da solo la casa dove vivere con la famiglia. Questa cosa rappresenta la voglia di fare. Il proprio lavoro è bello. La mattina quando mi alzo sono contento di fare le mille cose che devo fare. Vino o non vino. Io faccio con gusto il mio lavoro. Attorno a me ci sono una serie di persone che lavorano che sono veramente brave. Ma non trovo più gente che vuole lavorare. Valerio sa che prima o poi avrà bisogno di riposare. Ma trovare qualcuno che possa continuare il suo lavoro è complicato. Sono ameno cinque anni che mi sto guardando attorno ma non trovo il profilo di una persona misto tra commerciale, dirigente, imprenditore. Non la trovo. Un velo di tristezza che dura solo il breve battito di ciglia. Perché Valerio ha tante cose per la testa e ancora di più da fare. Mica si può fermare ad essere sentimentale. Ma va là. Ah dimenticavo i vini. Bianco a parte le chicche della sua azienda sono quattro. Il SantaMarta semplice ed immediato con il blend Valerio senza Fogliatonda. Il Mocine, pieno blend Valerio ma senza legno. L’OttoRintocchi che invece di legno ne fa. S’Indora ovvero Fogliatonda in purezza. S’Indora sono 500 bottiglie che faccio ogni tanto. Hanno le etichette dipinte a mano e firmate dalla mia amica Letizia Fornasieri, pittrice affermate. Se uno vuole conoscere la Fogliatonda in purezza deve berla con questo vino che non è prodotto per scopo commerciale. Ivan Vellucci Mi trovi su instagram : @ivan_1969
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24 Maggio, 2023

Lugana: ai piedi del Lago di Garda una Doc tutta da scoprire

Durante la manifestazione Wine in Venice, tenutasi nella magica cornice del Palazzo Scuola Grande Della Misericordia di Venezia, ho avuto modo di approfondire il mondo del Lugana grazie alla masterclass “Alla scoperta del Lugana” organizzata dal Consorzio per la Tutela del Lugana e condotta da Chiara Giovoni. La Doc Lugana, una delle prime DOC a essere nate in Italia e la prima a essere riconosciuta in Lombardia, è stata ufficialmente istituita il 21 luglio del 1967. Siamo esattamente a sud sul Lago di Garda, al confine tra due regioni, Lombardia e Veneto, le province interessate sono Brescia e Verona, e in particolare i comuni dove si produce il Lugana sono cinque: Peschiera del Garda, Desenzano del Garda, Lonato del Garda, Sirmione e Pozzolengo. In questa zona il vitigno ha un modo inconfondibile di esprimersi, grazie al lago, la cui formazione risale a oltre 10.0000 anni fa dopo il ritiro del ghiacciaio. Oggi questa viene considerata una “culla climatica” perfetta per valorizzare le peculiarieta’ di un’uva particolare come la Turbiana. Infatti, è proprio quest’uva la Turbiana, conosciuta anche come Trebbiano di Lugana il vitigno principale della Doc, da disciplinare si possono aggiungere per un massimo del 10% altre tipologie di vitigni a bacca bianca.   Il disciplinare di produzione prevede cinque stili di produzione differenti: Lugana, che rappresenta il 90% della produzione totale. Lugana Superiore, almeno un anno di affinamento. Lugana Riserva, almeno 24 mesi di affinamento di cui 6 in bottiglia. Vendemmia Tardiva Spumante, sia metodo Charmat che metodo Classico. Per proteggere e valorizzare la Doc Lugana nel 1990 è stato istituito il Consorzio per la Tutela del Lugana, che ad oggi include 210 aziende, di cui 180 viticoltori e 90 imbottigliatori, per un totale di circa 28 milioni di bottiglie prodotte nel 2022. Di seguito i vini degustati durante la manifestazione   Marangona – Lugana DOC Annata 2021: Frutto dell’assemblaggio dei migliori vini provenienti da tutti i vigneti dell’azienda, raccolti e vinificati separatamente. Affina esclusivamente in acciaio. Nel calice si presenta di un giallo paglierino molto luminoso. Al naso spiccano le note tipiche di fiori bianchi e frutta a polpa bianca. In bocca è fresco, sapido con una buona struttura e una piacevole bevibilità.   Famiglia Olivini – Lugana DOC Annata 2021: Vino ottenuto dalla selezione delle migliori uve dei vigneti coltivati in una delle zone più storiche della denominazione. Affina esclusivamente in acciaio. Nel calice si presenta di un giallo paglierino, con riflessi verdognoli. Al naso spiccano le note fruttate di frutta bianca più matura e agrumi seguite da note floreali di zagara. In bocca il sorso è fresco e sapido, con una piacevole persistenza. Un vino dal carattere molto identitario.   Zamichele – Lugana DOC Annata 2021: Prodotto nella zona di confine tra Lombardia e Veneto, nel cuore della DOC Lugana. Affina esclusivamente in acciaio per alcuni mesi. Nel calice si presenta di un giallo paglierino con riflessi verdolini. Al naso spiccano le note floreali di gelsomino e fiori bianchi seguite fa note di frutta tropicale, pesca, ananas, e note di agrumi più verdi. In bocca il sorso è fresco, sapido con un finale lungo e persistente. Chiude con un ritorno di mandorla fresca. Risulta essere un’espressione più austera di Lugana.   Montonale – Orestilla Lugana DOC Annata 2020: Prodotto dalle uve dell’omonimo vigneto, denominato così in quanto nel XVII secolo vi fu ritrovata la preziosa arca marmorea dedicata alla matrona Romana Orestilla. Nel calice si presenta di un giallo paglierino con i riflessi dorati. Al naso spiccano le note di agrumi più dolci, mandarini, pesca gialla ananas, seguite da leggere note speziate di pepe bianco e leggere note minerali. In bocca il sorso è lungo, sapido, complesso con un piacevole ritorno di timo.   Colli VaiBo’ – Gemma Lugana DOC Riserva Annata 2020: Prodotto nella zona di Pozzolengo, uno dei cinque comuni in cui viene prodotto il Lugana. Affina un anno sulle fecce fini e sei mesi in bottiglia prima della commercializzazione. Nel calice si presenta di un giallo paglierino intenso. Al naso spiccano le note di frutta esotica, pesca bianca, seguite da note speziate e note leggermente dolci di miele. In bocca il sorso è morbido, elegante con una buona sapidità e una buona freschezza.   Feliciana – Serce’ Lugana DOC Riserva Annata 2019: Viene vinificato dopo un leggero appassimento delle uve. Affina parte in acciaio e parte in piccole botti di rovere e per finire sei mesi in bottiglia prima della commercializzazione. Nel calice si presenta di un giallo paglierino intenso con riflessi dorati. Al naso apre con una piacevole nota floreale di fiori bianchi seguita da note di frutta tropicale matura e note speziate. In bocca il sorso è intenso con una buona mineralità e una buona freschezza.   Le Morette – Lugana DOC Riserva Annata 2019 Nasce negli storici vigneti di famiglia con la più elevata concentrazione di argilla. Affina un anno in vasca e un anno in bottiglia. Nel calice si presenta di un giallo paglierino intenso. Al naso spiccano note di frutta più matura, arancia candita, mango, seguita da note floreali di rosa bianca, fiori d’acacia e una leggera nota balsamica. In bocca ha una grande sapidità’ e una grande struttura. Una perfetta espressione di connubio tra vitigno e terroir.   Corte Sermana – Sermana Lugana DOC Riserva Annata 2017 Prodotto nella zona di San Benedetto Di Lugana dalle viti più vecchie adiacenti all’acqua. Affina 12/18 mesi sulle proprie fecce poi un anno in bottiglia prima della commercializzazione. Nel calice si presenta di un giallo paglierino carico. Al naso spiccano le note di frutta secca, erbe aromatiche, timo, maggiorana, seguite da una nota di agrumi canditi. In bocca spicca la grande sapidità e la grande freschezza. Chiude con un finale molto persistente. Claudia Maremonti per The Voice of blogger
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24 Maggio, 2023

Cantine storiche d'Italia

Cantine storiche d’Italia, edito da 24 ORE Cultura, è un volume scritto a quattro mani da una giornalista e architetta, Margherita Toffolon, e un sommelier professionista, Paolo Lauria. Due visioni diverse e complementari per dipingere un ritratto completo – dal contenitore al contenuto –  di alcune antiche realtà vitivinicole del nostro paese, datate tra il X e il XIX secolo. “Con questo libro abbiamo voluto condividere la scoperta di questi luoghi, che conservano la propria intima anima ancora intatta, arricchendola con le note di degustazione dei vini più rappresentativi di ogni cantina” spiegano gli autori. Castello Banfi Il volume illustrato nasce da un lungo lavoro di indagine che ha portato all’individuazione di oltre 500 cantine, fino alla mappatura delle 38 che meglio rappresentano il genius loci del loro territorio. Blasonate e non. Note o meno conosciute. Alcune iconiche, altre meno scontate. Di ogni cantina si delinea una vera e propria carta d’identità che comprende le voci: storia, architettura, profilo enologico (ettari vitati, suoli, densità per ettaro, vitigni, produzione media), vini. castello di monsanto Il taglio narrativo di Cantine storiche d’Italia deriva dalla constatazione che “la storia di famiglie, ordini religiosi, produttori spesso sperimentatori o visionari e altre volte veri imprenditori, non solo legati al mondo del vino, è strettamente legata a quella degli edifici che ne sono ancora oggi l’abitazione o la sede aziendale”. Si va dalle abbazie ai castelli medievali, dalle ville nobiliari rinascimentali a complessi ottocenteschi di gusto eclettico. Cantine Storiche Guido Berlucchi Si legge ancora in prefazione: “la ricostruzione della dimensione storico-temporale di alcune importanti zone vitivinicole risulta intrecciata a quella dei loro insediamenti abitativi e produttivi, in alcuni casi veri e propri catalizzatori artistici e culturali”. È certamente il caso dell’altoatesina Abbazia di Novacella che apre la rassegna: fondata nel 1142, è annoverata tra le più antiche cantine del mondo, oltre a custodire preziosi tesori d’arte. Struttura, complessità ed eleganza sono termini adatti tanto al luogo quanto alla linea Cru Praepositus, selezionata come prodotto vinicolo identitario. Castel Salegg L’excursus storico svela spesso aneddoti e curiosità, come il fatto che i vini della cantina di Argiano, nei sotterranei di una villa cinquecentesca in quel di Montalcino, siano citati in un verso di Carducci. “Nella quale asprezza mi tersi col vin d’Argiano, il quale è molto buono”. Non si riferiva certo al Solengo, supertuscan nato dal genio enologico di Giacomo Tachis nel 1995, di cui viene proposta la nota di degustazione per l’annata 2019. Nel libro si scoprono anche le Possessioni Serego Alighieri, in Valpolicella, ancora in parte in mano ai discendenti del Vate. A rappresentarle, l’Amarone Vaio Armaron 2003. Noto è che Fontanafredda (il suo Barolo Renaissance bio 2018 nella scheda di desgustazione) fu teatro delle bucoliche evasioni di Vittorio Emanuele II e della “bella Rosin”, un po’ meno il fatto che il Castello di Spessa in Friuli ospitò Casanova e il librettista di Mozart Lorenzo Da Ponte. Donde il Metodo Classico Brut Millesimato Amadeus, degustato in annata 2016. Villa Sandi Se Toscana, Veneto e Piemonte ospitano il maggior numero delle cantine descritte, non mancano la Sicilia del Marsala Florio, la Valtellina di Nino Negri (e del suo Sfursat 5 stelle 2018), la Basilicata delle Cantine il Notaio (con annesso Aglianico del Vulture Il Sigillo 2015) o i Colli Romani con la cantina Principe Pallavicini che nella sua architettura ingloba un tratto dell’acquedotto dell’Acqua Claudia. Cantine Storiche Fratelli Gancia &Co Si lascia al lettore il compito di scoprire le restanti cantine e degustare, letterariamente, le etichette che le rappresentano. Cantine storiche d’Italia non è una guida per enoturisti; non è un libro di storia dell’architettura né un volume fotografico di suggestivi paesaggi; non è una (ennesima) guida dei migliori vini italiani. È tutto questo, fuso insieme. A cura di Katrin Cosseta 
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23 Maggio, 2023

Vino e arte che passione

Vino e arte che passione è la manifestazione che si è svolta a Roma il 14 maggio 2023 tra i giardini e le meravigliose stanze del Casino dell’Aurora Pallavicini, proprio difronte al Quirinale. Una location che da sola vale la visita. Giornata calda e soleggiata quella del 14 maggio. Peccato che fino alla sera prima piovesse con previsione nefaste per il giorno seguente. Scelta obbligata per gli organizzatori quella di rinunciare allo stupendo giardino per portare all’interno del Casino i banchi di assaggio.
Mai un “piano B” si è rivelato migliore del “piano A”. Gli interni del Casino sono un tripudio di quadri, affreschi, mosaici, statue: concentrarsi sui vini è stato particolarmente arduo. L’eccellente qualità di alcuni di essi ha avuto la meglio sulle bellezze artistiche. Penso infatti alla interessantissima cantina, Pomario, ai profumi dei vini di Colognole, ai Pinot Nero di Nuova Tenuta Paradiso, al Primitivo di Masseria Pavone, ai vini di Paolo e Noemi D’Amico. Insomma tanta piacevolezza e tanto charm che ha pervaso l’intero evento Vino e arte che passione rappresenta qualcosa di unico nel panorama devli eventi enologici romani spesso relegate nelle sale degli hotel. Eppure di luoghi suggestivi a Roma ce ne sarebbero molti. Basta un minimo di capacità. Un plauso agli organizzatori della CT Consulting Events! NB I miei vini sono nelle stories “Vino e arte” del mio account Instagram (link sotto) Ivan Vellucci Mi trovi su instagram : @ivan_1969
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22 Maggio, 2023

Due realtà vinicole a Gaiole in Chianti: Fattoria San Giusto e Castello di Ama

Dopo il Chianti Classico Collection mi sono deciso ad approfondire le caratteristiche delle varie U.G.A. Parto quindi alla volta di Gaiole, prima tappa è Fattoria San Giusto a Rentennano, azienda storica di proprietà della famiglia Martini di Cigala. Ed è proprio Luca, uno dei fratelli, a ricevermi. Senza tante parole mi invita a montare sul fuoristrada e iniziamo il giro della tenuta, vigna per vigna, dove mi spiega le differenze che si possono trovare nei 3 blocchi principali in cui sono stati divisi i vigneti per caratteristiche del suolo: – una a sud-est, con suoli sabbiosi e tufacei, una a sud ovest, più ricca di alberese e galestro e una a nord, tra i 260 e i330 mt, con terreni misti, che viene raccolta per ultima data la maturazione più lenta delle uve. Mi racconta anche delle origini storiche della fattoria che in passato è stata un monastero cistercense, poi proprietà dei Ricasoli, e castello-fortezza durante le guerre tra Firenze e Siena, prima di passare alla famiglia Martini agli inizi del 1900. Passando davanti ad alcune vigne vedo delle lunghissime reti disposte ordinatamente lungo tutti i filari come quelle usate nelle Langhe per proteggere le piante dalle grandinate. Luca mi spiega che da qualche anno sta adottando questo sistema per proteggere i grappoli dal sole, evitando così le “scottature” agli acini che possono causare, oltre la perdita di parte del raccolto, anche un eccessivo livello di quercetina. La fattoria comprende 30 ettari vitati per una produzione di circa 90.000 bottiglie/anno, con piante di età media compresa tra i 25 e i 50 anni. Parliamo tanto, tantissimo. Il pomeriggio vola se hai davanti una persona come Luca, che sembra un pozzo di sapienza vitivinicola senza fine. Alla fine entriamo in casa e accompagnati da salame e pecorino iniziamo a degustare e parlare dei vini, tutti sorprendenti! Ancora un immenso grazie a Luca per il suo tempo e la sua compagnia! Oggi voglio parlarvi del: Percarlo 2018 100% Sangiovese Rubino intenso e vivo. Naso importante e opulento di frutta rossa matura, note balsamiche fresche, sottobosco ed un elegante boisè finale. Di grande struttura, imponente, pulito, fine, complesso e aristocratico. Tannino vigoroso ma composto, grande freschezza e persistenza. Immenso! Castello di Ama Seconda tappa di questo giro di Gaiole in Chianti è Castello di Ama, nome conosciuto anche agli appassionati più in erba. Questo borgo ha una storia antichissima( del castello, distrutto durante le invasioni aragonesi del XV° secolo, ormai resta solo il nome), ma solo nel ’74 assume l’attuale assetto di azienda vinicola quando viene acquistato da 4 famiglie di origine romana che ne intuiscono il potenziale. Entra nel progetto agli inizi degli anni 80 anche Marco Pallanti all’epoca giovane enologo fiorentino che collaborerà in prima persona alla creazione del mito di Ama. 120 ettari di cui 80 vitati che abbracciano l’azienda formando un anfiteatro naturale sulla valle di San Lorenzo. Vigne tra i 450-530 mt su suoli ricchi di scheletro e agglomerati di #alberese e #galestro che danno ai vini una distintiva impronta territoriale. Niccolò, il ragazzo che si occupa delle visite, (che ringrazio ancora!) mi accompagna per il borgo mostrandomi le varie installazioni artistiche seminate per tutta l’azienda e raccontandomi un po’ della tenuta, della storia e della cantina. Vista la qualità delle varie vigne tutto viene parcellizzato e a seconda del Cru da produrre vengono eseguite diverse vinificazioni. Circa 300-350 mila bottiglie prodotte, suddivise tra 10 etichette. Prima annata di chianti prodotta è stata la ’82 e nell’85 la prima de L’apparita, un 100% Merlot che in quegli anni era abbastanza inusuale. La vigna dell’ Apparita ha come forma d’allevamento un sistema antico chiamato a “lira aperta” molto interessante. A fine giro ho potuto assaggiare alcuni dei grandi vini che producono e il San Lorenzo è a dir poco strepitoso. Vigna San Lorenzo 2015 Chianti Classico Gran Selezione 80%Sang-13%Merlot-7%Mal.nera Rosso rubino vivo tendente al mattone. Al naso potpourry di fiori secchi, frutta rossa in confettura, note smaltate, balsamico, cacao e tabacco a chiudere. Sorso ampio, austero, aristocratico, di gran corpo e infinita freschezza. Buona persistenza, tannino vibrante e setoso, bella acidità sostenuta e piacevole sensazione di avvolgenza. Ottimo equilibrio e palato finissimo. Acini Rari vi da appuntamento al prossimo tour. Non perdetene nessuno e ripartite dall’inizio.
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