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19 Maggio, 2023

Terracruda e l'entusiasmo che può tutto

Terracruda e l’entusiasmo che può tutto. Quello dell’entusiasmo non è uno stato d’animo che si riduce ad una semplice eccitazione partecipe. È qualcosa di estremamente più profondo, potente, massiccio. È il risvegliarsi di una forza tramite la quale non c’è meta che non sia a portata di mano, non ostacolo che non possa essere abbattuto, non collettività che non ne possa essere travolta e coinvolta. È lo stato d’animo attivo, centrato e sorridente che schiude l’infinita realizzabilità dei sogni. L’entusiasmo è qualcosa che coinvolge. Si trasmette come un virus diffondendosi prima intorno formando una vera e propria aureola per poi attaccare gli altri. L’entusiasmo è quello che diffonde Luca Avenanti dell’azienda Terracruda in ogni sua esternazione. Ha un sorriso e una vitalità unica. Ride di se stesso. Ride della vita. Ride dei propri errori. Non è una risata forzata o sciocca. È qualcosa di vero, propria di quelle persone che sanno non prendersi sempre sul serio. Anche se dirigere una azienda è cosa seria. Specialmente quando ci sono sedici ettari (o venti) da condurre e quando occorre garantire lo stipendio a quasi venti persone. Leggerezza e spensieratezza sono proprie delle persone che ne hanno passate tante così come di quelle che hanno sbagliato per poi riuscire. Solo sbagliando si può arrivare alla soluzione. Terracruda è una cantina a gestione familiare. C’è lo zio Vincenzo che invece di godersi la pensione dopo aver lavorato da sempre nell’agricoltura non si è tirato indietro nella gestione dell’azienda. Così è lui che dà le linee guida per la vigna. Poi c’è la sorella Maria Vittoria che solo una brutta malattia riesce a tenerla a casa. Gli studi in Wine Management ne fanno una risorsa fondamentale per il marketing. La cugina Emma che ha un altro lavoro ma nei week end e in estate da una mano in cantina. Il papà Zeno che non può che essere in direzione generale. Infine Luca che ha preso le redini insieme al suo compagno Carlos con il quale sono insieme da oltre 11 anni. Senza dimenticare mamma Adele e zia Nadia! Siamo in sei di famiglia più cinque a supporto tecnico e dieci in vigna. Io sono il frontman che fa la gestione commerciale. È bello dire vado a fare il commerciale ma se bisogna fare il travaso nella botte o andare in vigna, io ci sono Agricoltori e vignaioli non ci si inventa ed infatti le radici della famiglia Avenanti in qualche modo avevano a che fare con la terra. La famiglia di mia mamma, mio zio, i miei nonni lavoravano nell’agricoltura. I miei nonni erano i mugnai e lavoravano il grano. Vivevamo già qui. Erano dei contadini e lo dico in maniera orgogliosa. Da parte di padre invece si producevano, artigianalmente, mobili. Qualità e tanta attenzione ai dettagli. Due famiglie con tanti ettari a disposizione e la necessità di fare una scelta. Venti anni fa si è detto: cosa facciamo con i terreni? Vogliamo perseverarli per bene o non facciamo nulla. Ai tempi avevo venti anni ed erano affascinato dalla vigna. Piantiamo un po’ di vigna e produciamo una piccola quantità di vini. Così non mandiamo in malora i terreni dei nostri nonni. Da qui parte l’avventura. Una partenza che senza entusiasmo non si sarebbe trasformata nella realtà che oggi rappresenta nel territorio marchigiano. Siamo a Fratte Rosa, un piccolo comune di poco più di 800 anime in provincia di Pesaro Urbino, nel cuore delle DOC Bianchello del Metauro, Pergola Aleatico, Sangiovese Colli Pesaresi tra le colline equidistanti dal mare e dal monte Catria. Una zona dove si vinifica da tempo immemore anche se in molti si sono lasciati attirare dalle sirene di vitigni internazionali o comunque non autoctoni. La scelta di Luca e dell’azienda è invece diversa. Identitaria e territoriale. Solo se hai l’entusiasmo te ne vai in giro a ricercare i vitigni abbandonati ancorché presenti sul territorio da sempre. Perché poi oltre a trovarli devi ottenere le barbatelle, devi classificarli, devi normarli. Insomma serve tempo, visione, forza d’animo. Ed entusiasmo. Incrocio Bruni e Garofanata sono due esempi di vitigni poco noti e pressoché abbandonati. Il primo è del 1936 ed è merito del prof. Bruni che al suo tentativo n. 54 di trovare un incrocio resistente alla fillossera provò un mix tra Verdicchio e Sauvignon. Non resisteva alla fillossera ma il risultato fu comunque buono tanto da spingere i contadini marchigiani a coltivarlo. Siamo andati con il nostro enologo a cercarli dai contadini. Abbiamo iniziato con mezzo ettaro e adesso ne gestiamo quasi due ettari. Del secondo, sempre a bacca bianca, non si hanno tracce certe anche se negli appunti del pro. Bruni (sempre lui!) se ne trovano cenni. Va bene l’entusiasmo ma se hai tanti ettari non è che puoi lavorare solo con due vitigni quasi sconosciuti. Ecco che allora si pianta l’Aleatico di Pergola che va ad affiancare il Bianchello e Sangiovese (siamo nelle Marche ed è quasi un obbligo!). Varietà autentiche ed uniche. Basse rese per ettaro con la conseguenza che non puoi che fare qualità! Siamo in collina. Dunque la zona è vocata. Riusciamo a produrre l’Aleatico in versione secca con alcolicità accettabile. Un equilibrio tra freschezza, maturazione e alcolicità. Arrivare ad imbottigliare oltre 150 mila bottiglie denota la capacità di una azienda di compiere un percorso di crescita. Certo, ci sono voluti quasi venti anni. Si sono commessi errori. Si è sperimentato molto. Si è faticato molto. Con l’entusiasmo però, si ottengono risultati. Un entusiasmo che porta a non abbattersi negli incidenti di percorso. All’inizio l’azienda non era solo un affare di famiglia. La poca esperienza e le vigne appena piantate indussero ad inserire un socio che portava in dote vigne storiche, passione per il vino, capacità in vigna. Poi però, quando si capisce che l’essere biologici e diminuire le rese in vigna può essere non solo una questione di identità ma anche di distinzione sul territorio, le strade si dividono. Nel percorso eravamo partiti con una idea di agricoltura tradizionale ma ci siamo resi conto che in un terreno poco blasonato se arrivavamo a produrre il Bianchello così, il mondo non se ne sarebbe accorto. Allora abbiamo detto: noi passiamo al biologico e corriamo i nostri rischi. La cosa è riuscita benissimo. Sarà stato l’entusiasmo o comunque la scelta delle persone in vigna, dell’agronomo, dell’enologo. Fatto sta che nel corso degli anni, sperimentando, sbagliando, i risultati sono arrivati. Ed è arrivata anche una vera filosofia aziendale individuabile nella produzione di vini da mono vitigno. Nessun blend insomma per esaltare le cultivar e far apprezzare appieno ogni singolo acino. Noi abbiamo creduto sin da subito nel mono uvaggio e nelle varietà autoctone. Il Bianchello del Metauro DOC venti anni fa era come oggi. Noi volevamo fare una versione superiore, uno spumante ma era difficile. Se facevi un passito ad esempio dovevi scrivere vino da tavola. Al momento invece sono sette tipologie da una che era. Una gamma che è fatta di tanto lavoro. Ed entusiasmo. Il Bianchello si presta alla spumantizzazione così che facciamo lo charmat, l’ancestrale e il metodo classico. Facciamo il giovane di annata, la vendemmia tardiva con surmaturazione nei migliori anni, il superiore. Ci sono voluti dieci anni per arrivare a quello. C’è un bel percorso. Per arrivare a dei risultati con il mono uvaggio devi sperimentare tanto. E sbagliare tanto. Tantissimi giorni e ore ma questo lavoro lo fai solo se hai passione. Come per il Metaurum. È il Bianchello superiore, prodotto per surmaturazione (un tempo si chiamava Campodarchi Oro perché proveniente dalla vigna che ha il medesimo nome) come evoluzione del vino che una volta sostava due anni di barrique sur lies. Era una impostazione anni 90. Lo facevamo bene. Con la raccolta delle uve a mano. Una chicca insomma. Però poi l’impronta del legno era troppo marcata per il mercato così l’abbiamo alleggerito cambiando solo la lavorazione in cantina per una piccola produzione. Vediamo all’assaggio come si comportano i vini. Ne scegliamo tre. Non possiamo che partire dall’Incrocio Bruni 54 annata 2021. È biologico e dal 2022 sarà certificato. Colore verdolino che sa di giovinezza. Nel calice si sente sia verdicchio sia sauvignon. Molta mela. Agrumi. Molta pera. Fiori bianchi. Un vino semplice che fa solo acciaio. Abbiamo ricercato la semplicità perché ci siamo resi conto che nel mercato locale della ristorazione ce lo richiedeva. Il risultato è un vino beverino forte di una buona aromaticità e giusta persistenza. Agrumi che tornano in bocca insieme a grande freschezza e sapidità rendendolo perfetto con il pesce. È un bel prodotto che fa risaltare i due vitigni sia per le caratteristiche dei singoli sia per la loro unione. Non ritroviamo l’opulenza del Verdicchio perché i sentori sono semplici e definiti, la freschezza è importante, la persistenza non stanca. Il colore verdolino attira forse poco inducendo comunque a non aspettarsi in bocca la piacevolezza che ti fa bere tutta la bottiglia. Insomma, un vino estremamente potabile che dopo qualche ulteriore mese di bottiglia sarà ancora più rotondo. E piacione. Ottimo con un pesce. Poi il Campodarchi Bianchello Superiore. Colore simile al precedente stavolta quasi luminoso. I sentori, grazie alla vendemmia tardiva di fine ottobre, sono più importanti. La frutta è matura e i fiori sono di camomilla che con l’aumentare della temperatura virano sul miele. È un vino che non va bevuto molto freddo. In bocca si presenta fresco, sapido, secco e molto caldo. Parte con una sorta di dolcezza ed aromaticità finendo con una nota amarognola che esalta la capacità di sposarsi con piatti di tendenza dolce come la pasta o anche un rombo con patate. Per un rosso non potevamo che provare l’Aleatico Ortaia 2018. È il nostro vino di punta anche se io prediligo il Sangiovese perché più secco e tannico. Se bevi una volta l’aleatico lo vuoi bere più frequentemente. L’uva viene raccolta verso metà settembre ovvero tardivamente considerando la maturazione precoce dell’Aleatico. Seguono 30 giorni sulle bucce, un anno di barrique dal secondo a quinto passaggio, poi un ulteriore anno di bottiglia. Il colore è un rosso rubino ciliegioso non troppo carico. In fondo l’Aleatico ha la buccia sottile e di antociani ce ne sono pochi. Il risultato è corredato da una bella limpidezza. Quasi trasparenza. Al naso è la balsamicità che emerge immediatamente. Poi c’è sì la frutta ma dopo il tabacco, il pepe, i chiodi di garofano. C’è la rosa, la violetta, il petalo di rosa appassito. La frutta (ici) è esotica ma anche nostrana: il melograno e l’arancia rossa ancora non matura. La frutta in generale non è pienamente matura. In bocca spicca l’aromaticità dell’Aleatico che tende a virare verso l’amarognolo senza mai farlo percepire in pieno. Continua ad esserci sapidità portata dai terreni argillosi con sabbia stratificata. Grande coerenza con l’olfatto e persistenza non particolarmente lunga così che l’abbinamento con un brodetto o una zuppa di pesce (ma anche con un ragù) è assicurato. È un vino che quando lo si beve ricorda in pieno il Pinot Noir arrivando ad essere una grande espressione di Aleatico! Se Luca voleva trasmettere il suo entusiasmo attraverso i vini, devo dire che c’è riuscito in pieno. Io almeno mi sono entusiasmato e non posso che dirgli grazie per avermi coinvolto e contagiato. Quella di Luca e della sua famiglia è una realtà che dimostra a pieno come l’entusiasmo, la determinazione, la passione, lo studio, la programmazione e mai l’improvvisazione possano portare a produrre vini che meriterebbero tanta ma tanta maggiore notorietà. Ivan Vellucci Mi trovi su instagram : @ivan_1969
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18 Maggio, 2023

Vignaioli Naturali Roma

  Cosa è un vino naturale? Non è difficile da spiegare anche se spesso si fa molta confusione. Semplice da dirsi, difficile da farsi. Perché la semplicità è nel non usare lieviti aggiunti. La difficoltà è la non uniformità dei metodi non essendoci una regolamentazione chiara e definita. Così si crea un mix tra biologico e biodinamico. È un problema? Direi di no. Anzi è un arricchimento. C’è chi usa solforosa (in quantità minima) e chi invece la rifiuta. Chi non effettua filtrazione, chi la esegue in maniera naturale. Chi usa particolari trattamenti in vigna, chi assolutamente nulla.
Insomma una ricchezza che però trova un denominatore comune nel non utilizzo di lieviti esterni e nella naturalità dei processi. Sicuramente senza chimica aggiunta. Grazie a Vignaioli Naturali Roma, quattordicesima edizione della kermesse dedicata ai vini Naturali tenuta a Roma il 6 e 7 maggio nella cornice dell’Hotel Excelsior di Via Veneto, in moltissimi hanno non solo avuto il piacere di degustare i vini, naturali, ma avere quel contatto diretto con i vignaioli. I veri artefici di capolavori. Un grazie a Tiziana Gallo per la sua instancabile attività di preparazione e organizzazione di un evento che continuerà nel tempo.   Nelle foto i vini delle cantine che ho avuto il piacere di visitare. NB I miei vini sono nelle stories “Vignaiolinat” del mio account Instagram (link sotto) Ivan Vellucci Mi trovi su instagram : @ivan_1969
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17 Maggio, 2023

Le Donne del Vino, sostantivo femminile.

Donne del Vino. Quando vino è sostantivo femminile. Si è svolta a Stresa il 5 marzo la prima edizione di ‘Vino, Sostantivo Femminile’. Oltre alla bella idea del contrasto nel titolo, mi ha attirato a partecipare la presenza tra gli organizzatori di un amico che stimo molto, Marco Porini. La cornice è stata il bellissimo e storico Grand Hotel des Iles Borromées e la partecipazione è stata numerosissima, con tanti spunti di confronto e crescita. Io, sempre curiosa di saperne di più, ho deciso di fare a Marco qualche domanda sull’evento.  Di chi è stata l’idea di questo titolo quando e quando doveva svolgersi? “L’idea di questa manifestazione è venuta al nostro segretario (AIS Verbania) Paolo e al Delegato Luca per rendere omaggio alle donne che lavorano alla creazione del vino, alla gestione della cantina e alla loro valorizzazione. Quando si pensa al vino si pensa a lavori fatti da uomini, ma sempre più spesso le donne hanno un ruolo primario e decisionale in tutte le attività di cantina e non solo.  Per il titolo, si è voluto giocare con le regole della lingua italiana. Se cerchi “vino” sul vocabolario troverai “sostantivo maschile”. Da qui il titolo. Inizialmente, l’evento doveva svolgersi domenica 8 marzo 2020, ma sappiamo tutti cosa sia successo pochissimi giorni prima. Era già tutto pronto, con le cantine che avevano spedito il vino e la nostra macchina organizzativa pronta ad entrare in azione. Purtroppo, proprio in quei giorni è scoppiata la pandemia di coronavirus e le varie ondate degli anni successivi non ci hanno permesso di organizzare in sicurezza l’evento fino a quest’anno.  Ma c’è stato un lato positivo in questo rinvio. Il Grand Hotel Des Iles Borromees ha costruito una nuova ala dove ha realizzato il salone, inaugurato oggi, in cui si è svolto l’evento. Nel frattempo, le cantine sono diventate 90, dalle 65 inziali del 2020.” L’Associazione Donne del Vino e Stresa Da organizzatrice di eventi non potevo non chiedere in quanto tempo l’evento fosse stato organizzato e perchè proprio a Stresa.  “L’organizzazione è iniziata nel 2019 ma è stata messa in stand-by a causa della Pandemia. Nel 2021 e nel 2022 ci abbiamo pensato, ma non siamo andati oltre a questo. A settembre 2022 il gruppo organizzativo della nostra delegazione si è riunito e ci si è detti ‘ora o mai più!’. Come per l’edizione iniziale, si è scelta la domenica più vicina all’8 marzo, Giornata della Donna.  Abbiamo scelto Stresa perché è la perla del Lago Maggiore. Ogni anno milioni di turisti arrivano da tutto il mondo per vedere le isole Borromee e vivere la tranquillità di questi posti. A dirla tutta, il Grand Hotel Des Iles Borromees è la sede ufficiale della nostra delegazione. Qui ogni anno facciamo i nostri corsi e le nostre serate, per cui per noi è semplicemente casa. Sì, lo so e me ne rendo perfettamente conto, siamo molto fortunati.” Donne del Vino dal Piemonte alla Campania Durante la giornata si poteva assistere a una masterclass sui vini campani. Perchè proprio questa regione? “La masterclass sui vini campani è nata da una mia idea. Si voleva fare un focus specifico tenuto da una donna autorevole della grande famiglia AIS e a me è subito venuta in mente Chiara Giorleo. Conosciuta durante i giorni di Campania Wine nel maggio 2022 a Napoli, aveva incantato tutti durante le masterclass al Maschio Angioino. Anche i più esperti ne erano rimasti entusiasti, per cui ero certo del risultato. L’ho contattata e le ho proposto il progetto, che lei ha fatto suo immediatamente. Un modo diverso per portare anche la Campania al nostro evento. La masterclass è andata sold out già in prevendita. Come a Campania Wine, la collaborazione dei 5 Consorzi vitivinicoli regionali è stata totale. Un grande grazie va infatti anche a Consorzio Sannio, Vesuvio, VitiCaserta, Irpinia, e Salernum Vitae.” Ho potuto fare uno “Smell Camp”, che è stato molto interessante. Perchè la decisione di metterlo in programma? “Il percorso olfattivo è stato voluto dalle Donne del Vino piemontesi ed è stata un’ottima intuizione. Silvia e Martina, con il loro Smell Camp, hanno letteralmente stregato tutti e anche qui tutte e cinque le classi previste durante la giornata sono andate sold out.” Una prima linea tutta femminile Che riscontro avete avuto dalle aziende coinvolte ? “La cosa più bella per me, è stata vedere gli occhi di tutte quelle donne brillare per tutto il giorno, dal momento in cui hanno messo il piede in sala fino a sera. Vedere donne dai venti agli oltre ottant’anni mettersi dietro ad un banco per far conoscere con orgoglio e passione i propri vini è stata la soddisfazione più bella. Vedere padri e mariti restare un passo indietro al banco e mettere in primo piano mogli e figlie è stata una presa di coscienza da parte di tutti di come, anche nel mondo del vino, le donne abbiano una marcia in più. Come scherzosamente ha detto il nostro Presidente AIS Piemonte Mauro Carosso: ‘Tra qualche anno dovremo fare una manifestazione a favore degli uomini’. Le premesse erano positive già 45 giorni prima dell’evento. Quando abbiamo chiesto a tutte le cantine di mandarci un breve video di presentazione e invito da pubblicare sui nostri social, oltre il 50% di loro lo ha fatto.”  Quando sarà la prossima edizione ? “La nostra delegazione è piccola ma fortunatamente abbiamo un bellissimo gruppo di lavoro che ha voglia di crescere e rinnovarsi. L’impegno è stato tanto, veramente tanto, e anche i numeri ci hanno dato ragione. Oltre 500 gli ingressi ai banchi d’assaggio, le masterclass e lo Smell Camp in sold out, 90 le cantine presenti. Un ottimo risultato! Vista la mole di lavoro si è pensato di rendere biennale questo evento per cui vi diamo appuntamento a marzo 2025 con molte novità alle quali stiamo già lavorando.” Non resta che attendere le prossime date ! Sono Claudia Riva di Sanseverino. Assaggio, degusto, scopro, curioso, provo e condivido. Seguimi su Instagram @crivads https://www.youtube.com/watch?v=RakajXgmc-E
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16 Maggio, 2023

Beviamoci Sud Roma

Beviamoci Sud Roma Il sud. Il sud del vino. Tutto nasce dal sud. Come la vita anche il vino. Eppure. Già, eppure. Perché fare vino al sud non è semplice per una moltitudine di problemi. Si farebbe presto a “buttarla in politica” ma non sarebbe senz’altro sufficiente. Fatto sta che dopo anni di autolesionismo, il sud di Italia sta manifestando grande fermento nell’ambito del vino. Le cantine accanto alla storicità sempre più sbandierata (e meno male!) hanno accostato qualità, ricerca, territorialità. Manca ancora un approccio più marketing al business e forse un po’ più di “sistema”. Manifestazioni come “Beviamoci Sud” organizzata da Andrea Petrini e Luciano Pignataro ha dimostrato quanto di buono ci possa essere al sud. Tante cantine riunite all’ombra del Colosseo nella location dell’Hotel Palatino di Roma. Occasione per incontrare vecchi amici e scoprire interessantissime realtà. Ho assaggiato prodotti che meriterebbero non solo fama maggiore ma anche un prezzo più alto. Perché la qualità andrebbe pagata il giusto prezzo.4 Grazie ad Andrea dunque per organizzare questo evento. Il prossimo anno ancora più nutrito!   Nelle foto i vini delle cantine che ho avuto il piacere di visitare. NB I miei vini sono nelle stories “Beviamocisud” del mio account Instagram (link sotto) Ivan Vellucci Mi trovi su instagram : @ivan_1969
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15 Maggio, 2023

“Wine in Venice” riparte al via le candidature per la prossima edizione!

Inizia oggi 15 maggio la possibilità̀ di candidare gratuitamente le cantine alla seconda edizione di “Wine in Venice” il celeberrimo red carpet del vino che si svolgerà, dopo il successo della prima edizione, a Venezia dal prossimo 20 Gennaio 2024. Sostenibilità̀, innovazione ed etica saranno le discriminanti per partecipare alla manifestazione con l’Associazione Italiana Sommelier della regione Veneto che garantirà la qualità̀ del prodotto nel bicchiere.   Si accendono nuovamente le luci su “Wine in Venice”, l’evento che ha rivoluzionato il mondo del vino. Wine in Venice, ha riunito lo scorso gennaio oltre tremila duecento persone, in tre giornate di kermesse con oltre seicento settanta etichette di vino che hanno sfilato lungo i duecento ventiquattro metri di tappeto rosso, stesi nelle maestose sale veneziane della Grande Scuola della Misericordia e del Cà Vendramin Calergi. Un evento fortemente sostenuto dal Comune di Venezia, che da oggi si prepara per la seconda edizione come dichiara Simone Venturini, Assessore del Turismo di Venezia: “Wine in Venice torna con la sua seconda edizione, una bellissima notizia per la nostra città che è lieta di ospitare di nuovo un evento di grande importanza a livello nazionale. È l’opportunità di sviluppare e approfondire ulteriormente i temi della sostenibilità, dell’etica e dell’innovazione in un settore cruciale per il nostro Paese che spesso si è rivelato apripista nel trovare soluzioni a problemi che investono l’agricoltura e l’industria italiana.” La seconda edizione si annuncia ricca di novità ed andrà̀ in scena dal prossimo 20 gennaio 2024 nella stessa location veneziana, ma la notizia odierna è che inizia ufficialmente oggi 15 maggio 2023 la possibilità̀ di candidare la propria azienda, illustrando non soltanto i propri prodotti vitivinicoli e le rispettive caratteristiche, ma soprattutto sarà̀ importante per le aspiranti cantine, raccontare progetti e risultati nelle tematiche di: etica, innovazione e sostenibilità̀. Sul tema della sostenibilità, sarà fondamentale nella selezione dei requisiti di selezione, l’analisi che riceveremo (alla fine del periodo di candidature) dai professionisti della rete “Vini Sostenibili – Vinrà” che condurranno uno screening su tutte le certificazioni in tema di sostenibilità, approfondendo dettagliatamente i progetti che si candideranno, come dichiarano Paolo Criscione e Maria Dei Svaldi : “Essere sostenibili presuppone “migliorarsi” giorno dopo giorno, individuando buone pratiche ovvero azioni quotidiane per il nostro futuro e per la salvaguardia del Pianeta. Poter comunicare la sostenibilità con testimonianze di aziende e i loro prodotti sostenibili in un contesto così rappresentativo come Venezia, diventa non solo un’opportunità ma un dovere al fine di contribuire alla diffusione di un cambio di paradigma che dovrà raggiungere sempre più persone e territori. Wine in Venice oltre ad essere il punto d’incontro di aziende vitivinicole sostenibili, è una vera e propria missione! Diffondiamo la sostenibilità per migliorare noi stessi e il Pianeta.” La candidatura è semplice, solo online, compilando il form dedicato sul sito wineinvenice.com Saranno Etica, Innovazione e Sostenibilità le tre discriminanti che selezioneranno i giurati dalla fine del prossimo luglio, per arrivare poi ad assegnare le venti Wine Wild Card che garantiranno l’accesso finale alle cantine, una per regione d’Italia, al prestigioso red carpet. Le venti cantine avranno l’onore di sfilare con i propri prodotti a gennaio nel suggestivo ed unico scenario della Grande Scuola della Misericordia di Venezia e nello storico palazzo del Cà Vendramin Calergi ed in tutte le location satellite della città lagunare. La qualità̀ del prodotto, dal punto di vista organolettico, sarà̀ garantita anche per la seconda edizione dall’autorevolezza e dalla professionalità̀ di AIS (Associazione Italiana Sommelier) grazie all’accordo con AIS Veneto, una garanzia di qualità̀ nel bicchiere e partnership strategica per la corretta riuscita della manifestazione come dichiara il presidente di AIS Veneto dott. Gianpaolo Breda: “Grande onore per AIS Veneto essere nuovamente partner in questa seconda avventura di Wine in Venice a gennaio 2024. Lo splendore della città lagunare nuovamente a servizio della cultura del vino e i sommelier pronti a raccontarla. Una grande occasione per cogliere l’essenza di una produzione sempre più sostenibile, attenta all’innovazione e all’etica con importanti personaggi legati al mondo del vino; degustazioni, talk show, walk around tasting, premiazioni. I sommelier di AIS Veneto vi aspettano numerosi per questa nuova avventura in una delle città più belle del mondo. Evviva la cultura del vino!” Venti cantine dicevamo che rappresenteranno ognuna la propria regione di appartenenza, un vero premio al duro lavoro in vigna che ogni anno per situazioni economiche e climatiche diventa sempre di più eroico, un vero premio perché́ non sarà̀ richiesta nessuna quota di partecipazione alle cantine selezionate. La giuria che voterà̀ le cantine sarà̀ poliedrica e composta da importanti figure sia del mondo del vino che di spicco in campo di: etica, sostenibilità̀ ed innovazione. Sveleremo prossimamente la giuria completa, ma vi anticipiamo la dichiarazione del presidente di giuria Luca Ferrua direttore di “Il Gusto” verticale del gruppo Gedi dedicata a Food&Wine, media partner dell’evento: “La seconda edizione di Wine in Venice consoliderà ancora di più l’evento come salotto del vino italiano, diventa punto di confronto e riferimento per tutte le realtà che raccontano il vino con qualità ed eleganza. La seconda edizione poi valorizzerà ancora di più la forza propulsiva di Venezia che per storia e tradizione dialoga con tutto il Mediterraneo in uno scambio di cultura ed esperienze unico.” La data da segnare in rosso sul calendario sarà il 15 luglio, il giorno nel quale gli organizzatori (Winetales, Beacon, Venezia Unica e The Media Company) insieme al media partner “Il Gusto” sveleranno tutte le novità della seconda edizione in una conferenza di presentazione da non perdere. Le dichiarazioni ufficiali: “Venezia è stato e sarà sempre di più per noi di Winetales, un momento di condivisione e di crescita per cercare di raccontare il vino a tutte le generazioni mettendo al centro della narrazione lo storytelling e l’innovazione” Dichiara Damiano Antonelli, Ceo di Winetales azienda organizzatrice di Wine in Venice. ” Siamo molto contenti di aver creato questo progetto, una grande sfida che permette di valorizzare Venezia ed il suo DNA internazionale, un percorso iniziato lo scorso Gennaio e che adesso vogliamo far crescere ancora di più” Aggiunge Riccardo Rabuffi, Amministratore Unico di Beacon srl azienda organizzatrice di Wine in Venice.   “Siamo pronti a parlare al mondo del vino per il secondo anno, con la forza di un progetto che ha come obiettivo quello di far crescere questo comparto produttivo” Conclude per gli organizzatori Alessandro Bartolini, Amministratore Unico di The Media Company Store srl, azienda organizzatrice di Wine in Venice.   Lara Loreti coordinatrice Wine&Spirit di “Il Gusto” dichiara : “Il nostro Paese, nel panorama europeo, si distingue per l’attenzione alla terra e alle coltivazioni biologiche. Ed è questa Italia, che sa guardare avanti e innovare, nel pieno rispetto dell’ambiente e dell’etica, che vogliamo portare e “degustare” sul Red Carpet veneziano. Del resto, è in questa direzione che sta andando anche il mercato: da un’indagine condotta da Nomisma-Wine Monitor, risulta che un italiano su due sceglie vino biologico. Ed è lì che si concentrano, con trend crescente, anche i gusti dei consumatori all’estero”.   Francesca Pagnoncelli Folcieri, direttrice scientifica di Wine in Venice ci tiene a sottolineare che: “La seconda edizione di Wine in Venice riparte dai principi di etica, innovazione e sostenibilità, veri pilastri su cui costruire il futuro prossimo.  Come lo scorso anno 20 cantine saranno ospitate gratuitamente all’evento, scelte da una selezionata giuria per dare voce alle realtà vitivinicole virtuose, che possano essere da esempio per le buone pratiche già adottate. Con i wine talk si continuerà poi il dibattito, iniziato lo scorso anno, su come promuovere una cultura consapevole de vino, che sia capace di fare da bussola nel nuovo contesto storico, sociale ed economico in cui ci troviamo ad operare.” La redazione di Winetales Magazine 
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15 Maggio, 2023

Château Dauzac: qualità biodinamica

Château Dauzac: qualità biodinamica  Cari amici oggi facciamo un giro fuori dall’Italia, per noi amanti del vino è impossibile non rivolgere lo sguardo anche nella nostra vicina e prestigiosa Francia. Vi parlo di Château Dauzac, produttore di Margaux ”Grand Cru Classé” secondo la classificazione del 1855, una cantina che ha il privilegio di avere un vigneto in un unico blocco di 49 ettari: 45 ettari con la denominazione Margaux e 4 ettari con la denominazione Haut-Médoc. Situata vicino all’estuario della Gironda, la cui influenza sull’ecosistema del vigneto è fondamentale, la proprietà è protetta dai venti dell’oceano grazie all’abbraccio di 120 ettari di prati e boschi. Una storia che affonda le radici molto lontano nel tempo, risalgono infatti al 1190 le informazioni relative al primo proprietario, Pétrus d’Auzac, che ricevette la terra direttamente da Riccardo I Cuor di Leone. Nel 1545 i monaci benedettini dell’abbazia di Sainte-Croix de Bordeaux furono i primi a menzionare, nei loro registri, la tenuta “Bourdieu” de Dauzac, menzionando la casa colonica con un vigneto. Già a fine del 1600 Château Dauzac diviene noto tra i migliori vigneti del Médoc riuscendo poi più avanti ad assicurarsi il riconoscimento della tenuta nella classificazione del 1855 come ”Grand Cru Classé”. Nel 1924 la famiglia Johnston rilevarono lo Château e introducendo la prima e attuale etichetta gialla, per passare poi alla famiglia Bernat, che lo rileva nel 1939 aprendo le porte della termoregolazione: per regolare la temperatura dei tini il proprietario ebbe infatti l’idea di utilizzare dei blocchi di ghiaccio durante la fermentazione. Si avvicendarono poi altre proprietà portando negli anni 2000 alla costituzione di una nuova cantina a gravità, utilizzando i primi tini di legno con doppie doghe trasparenti, acquisendo know-how per la selezione e la moltiplicazione dei lieviti indigeni dai vigneti di proprietà. Nel 2017 su un appezzamento dei più grandi terroir della denominazione Margaux, Château Dauzac ha ripiantato viti a piede franco di Cabernet Sauvignon da selezioni massali dei migliori vitigni della proprietà, con l’obiettivo di ricreare il sapore originale di questo emblematico vitigno del Médoc. Nel 2020 si insedia la proprietà della famiglia Roulleau. Château Dauzac è impegnato in un’agricoltura altamente integrata che utilizza solo fertilizzanti organici, inoltre, il controllo ecologico delle tignole della vite introdotto circa 20 anni fa, ha eliminato la necessità di utilizzare insetticidi. Su alcuni appezzamenti viene coltivata l’erba per regolare meglio ‘approvvigionamento idrico. Si sta inoltre passando ai principi della viticoltura biodinamica: lo Chateau utilizza due principali preparazioni in questo ambito. La prima è il concime di corno noto come “500”. Durante il periodo invernale viene inserito letame bovino di qualità nelle corna di vacca che vengono poi vengono poi poste nel terreno sdraiate in modo che possano assorbire tutta l’energia della terra. Questa concimazione, quando è ben preparata, ben conservata e ben applicata, è di primaria importanza, perché si rivolge al terreno e alle radici delle piante. La seconda è il Silice “501”, complementare al corno letame. Non si rivolge infatti al suolo bensì alla parte aerea della vite, agendo durante il suo periodo vegetativo. Si compone di farina di quarzo impastata con acqua, anche in questo caso inserita nelle corna, che poi vengono riempite con argilla (proveniente da Dauzac). Questa preparazione favorisce l’equilibrio vegetativo, favorendo l’ottimale esposizione luminosa alla vite e attenuando il rischio di malattie. In linea con la tradizione del Médoc, il vigneto ha una densità di impianto di 10.000 ceppi per ettaro è composto da 69% Cabernet Sauvignon, 29% Merlot e 2% Petit-Verdot. Le rese sono naturalmente limitate da una rigorosa politica di coltivazione, attuata a monte, quindi non è necessaria la potatura verde. Il lavoro di ricerca negli ultimi 30 anni, con l’applicazione di nuove tecniche, ha permesso ai vigneti di proprietà di produrre uve complesse e di qualità superiore coltivate su parcelle omogene. Vengono anche utilizzate tecniche di agricoltura di precisione con la presenza di sensori e stazioni meteorologiche per ogni unità di territorio. Se ne ricavano vini di qualità eccelsa, pienamente godibili, eleganti e allo stesso tempo ricchi di carattere e intensità. La qualità e il rispetto dell’ambiente fanno sì che questa sia una cantina da non perdere per nessun motivo!! A cura di Giuseppe Petronio  Mi trovi su Instagram @peppetronio
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12 Maggio, 2023

Giovannino Pusceddu e la sua Sardegna

Giovannino Pusceddu e la sua Sardegna Cannonau e Vermentino. Vermentino e Cannonau. Non è che si va molto più lontano di così se si vuole identificare la Sardegna nel mondo del vino. Almeno per i più. Parlare di altri vitigni della Sardegna è come dire ad un turista che in Sardegna c’è altro oltre il mare. Se non ci si ferma alla superficie, si può trovare molto di più in Sardegna. Anche oltre le spiagge. Bosa ad esempio. È un paese in provincia di Oristano. Qui, i più esperti, sapranno citare la Malvasia. Di Bosa appunto. Certo, c’è pure il Cannonau. Come privarsene in fondo. Se arriva un turista e gli proponi la Malvasia, probabilmente non la prende. Se non hai nemmeno il Cannonau, cosa vendi? Il Vermentino…. Bosa è sul mare ma a stretto ridosso delle colline che cadono proprio nel mare. Nell’entroterra ci sono pascoli e boschi. È in altura che si trovano erbette che forniscono al latte, dunque ai formaggi e alle carni, un sapore del tutto particolare. Negli anni 50 la Granarolo mandava i camion in Sardegna e acquistava il latte da mio nonno. Poi i latifondi si sono frammentati, il prezzo del latte è crollato e il sistema si è sgretolato Il nonno di Giovannino Pusceddu aveva parecchia terra destinata all’allevamento di bovini e ovini. Oliveti e qualche vigneto con produzione per consumo familiare. C’era il frantoio ma non la cantina. Così che il vino che eccedeva si vendeva sfuso. Come l’olio ovviamente. Non è che si poteva imbottigliare. Tanto il vino si beveva per quello che era. Si coltivava il Pascale perché dava rese altissime grazie anche ai contadini che lo piantavano in zone prossime al fiume. È un vitigno che fa 10 kg a pianta. Peccato che dopo la produzione il vino non arrivasse a primavera inacidendosi precocemente senza che questo impedisse ai contadini di berselo lo stesso. Era un alimento. Ad un cristiano gli davi una bottiglia di questo vino spunto, una cipolla, un panino e quello stava a zappare tutto il giorno. Giovannino da sempre è affascinato dal vino. Così affascinato da aver conseguito una laurea in viticultura ed enologia. Una passione trasmessa dal nonno che, resosi conto che il settore dell’allevamento stava andando in declino, ebbe la pensata di piantare una vigna di 9 ettari di Malvasia e farsi una cantina. Peccato che alla sua morte il padre si sia occupato di altro e la vigna venisse divisa in famiglia. Finiti gli studi Giovannino non rimane in Sardegna. Vuole, ha bisogno, di fare esperienza. Di toccare con mano. Di mettere in pratica gli studi. Visto però che è uno che non ha tanta voglia di aspettare ha una pensata. Ho iniziato con l’idea di fare due vendemmie all’anno, una nell’emisfero nord, una in quello sud. Si dice in genere siano necessarie 14 vendemmie per definirsi enologo. Invece di metterci 14 anni ce ne metto 7 Come fai a non voler già bene ad una persona così? Giovannino va Svizzera per poi tornare e continuare a studiare per diventare sommelier. Visto che deve continuare a fare le vendemmie altrimenti non si può definire enologo, parte per la Nuova Zelanda e l’Australia. Siamo nel 2016 e qui lavora come operaio in una grande cantina. Solo che il metro per definire “grande” in Australia è diverso da quello nostro. In Australia si ragiona a tonnellate. Quando Giovannino racconta dell’Australia ha gli occhi che gli brillano così che si capisce quanto sia appassionato e fiero. Fiero di una esperienza del genere. Unico italiano nella cantina, così l’inglese lo ha imparato bene. Ha anche imparato la pragmaticità degli australiani (che in fatto di vini sono decisamente ad un buon livello). Nella worksheet la mattina leggo “aggiungere 3000 litri di acqua al tank n.18”. Era un modo per portare un vino da 18 gradi a 14: si aggiunge acqua. Per loro è normale. Una cosa che non fa male si fa e basta Stava bene in Australia Giovannino. Imparava l’inglese. Guadagnava il giusto. Faceva il mestiere che gli piaceva fare. Imparava a diventare enologo. Insomma di tornare non è che gli andasse molto. Anche se poi arriva il momento nel quale uno un po’ di nostalgia per la sua terra la sente. Siamo nel 2016 e un pensiero nella testa di Giovannino inizia a frullare. Se ritorno è per fare qualcosa. Così parla con la sua famiglia. Se valorizziamo il terreno, torno, apriamo una cantina e lavoriamo seriamente. Oppure rimango in giro per il mondo. Alla fine apre la cantina Azienda Agricola Fratelli Pusceddu insieme alla sorella Ottavia. Per ripartire subito dopo. Perché le 14 (o 7 per due) vendemmie, le doveva pur completare. Siamo io e mia sorella. Io ho fatto enologia lei tecnologia agroalimentari. Per il momento si è occupata di burocrazia perché stava studiando. Avevamo un operaio che tralasciamo ci ha creato tanti problemi e se ne è andato. Per adesso faccio tutto da solo. Imbottigliano il primo vino nel 2017. Non avendo tutte le attrezzature, porta l’uva nella azienda di Sassari dove lavora Giovannino. Nel 2018, gli investimenti e finalmente la prima annata viene imbottigliata in proprio. Due soli vini. Particolari. Ma solo due. Ecco, qui c’è tutta l’intelligenza e il pragmatismo di Giovannino. Se hai pochi ettari, tra l’altro con rese davvero basse (la Malvasia qui arriva a 30/40 quintali per ettaro) e vuoi in qualche modo affermarti, devi avere la quantità oltre che la qualità. Fare più di due etichette vuol dire disperdere. L’etichetta del rosso Temo è identificativa del territorio ma ha dello strano: c’è un fossile di conchiglia stilizzato. Il terreno intorno a Bosa è calcareo anche se c’è un po’ di argilla. Un calcareo ricchissimo di fossili. I fossili vengono fuori dal terreno. Mi creano problemi perché sono come dei sassi. Li usiamo per i muri a secco dei terrazzamenti. Non durevoli nel tempo perché sono si sgretolano. La disgregazione non è solo dei fossili ma anche dei terreni del nonno. Non rimane molto di quello che era. C’è un mezzo ettaro in campagna dove vivono i genitori. C’è un ulteriore ettaro ereditato dalla nonna. Ho ereditato dalla nonna materna un ettaro di Malvasia di Bosa in una zona che può essere considerata la grand cru della Malvasia. Peccato che la vigna, con meravigliose piante di 40 anni, produceva a mezzo servizio. Troppo poco per essere sostenibile. A malincuore, non rimase che buttare giù tutte le piante e reimpiantare le barbatelle. Infine un ulteriore ettaro e mezzo, piantato a uve a bacca rossa, derivato dalle terre del padre usate come uliveto e bosco. Un totale di 3 ettari e mezzo. In tre luoghi diversi. Tre zone distanti pochi minuti di macchina che con il trattore diventano 25. Tre terreni che cambiano donando ricchezza e diversità alle varie cultivar. Cannonau e Vermentino. Ricordate? Questo si produce in Sardegna. Ma qui siamo a Bosa. Dunque c’è la Malvasia. Poi c’è la vigna di rosso. Ma che rosso? Sembra arzigogolato, ma ricordiamoci che Giovannino è pragmatico. Oltre che enologo (le ha fatte alla fine le 14 (o 7 per due vendemmie). Un enologo pragmatico nonché proprietario (insieme alla sorella Ottavia) di una azienda, sa che poi il vino lo deve vendere. Oltre ad essere buono, il vino deve essere vendibile. Le pensa tutte Giovannino. Così che gli vengono in mente due vini interessanti. Un bianco come blend tra Vermentino e Malvasia. Un rosso che lui non ha timore nel definire “taglio bordolese sardo” poiché blend di Cannonau, Sangiovese e Cabernet Sauvignon. Se qualcuno pensa che ciò sia frutto di un vezzo, si sbaglia di grosso. Giovannino ha fatto sua l’esperienza certo ma ha perfettamente capito come la distinzione passi per qualcosa di identitario e speciale. Creare un blend di Malvasia e Vermentino vuol dire offrire a questo, stra noto in Sardegna, una nota insolita. Oltre che massimizzare la bassa produzione di Malvasia. Dove ci sono le viti di Malvasia è sì calcareo ma molto argilloso. Va gestito in base alle piagge. La Malvasia si raccoglie ad ottobre ma dipende dal tempo con il risultato che è quasi un passito. Per il rosso, inserire Sangiovese e Cabernet nel Cannonau, vuol dire arricchire il vino sardo fornendo struttura e longevità. Oltre che colore. Giovannino sa il fatto suo. Ama la sua terra e ama parlarne. Così come è meraviglioso quando parla delle sue piante. Delle sue terre. Essere sardo per Giovannino è esistenziale analogamente all’essere enologo. Le due cose si fondono perfettamente quando parliamo della potatura che lui dice di fare tardivamente perché evita le gelate (così non la stimoli e rimane dormiente il più possibile). C’è un detto in Sardegna. Te lo dico prima in sardo poi in italiano. Arbili at mortu sa mama a fritu. Aprile ha ucciso la madre con il freddo. Ogni anno qui succede qualcosa. Sono arrivate anche le cavallette. Ora ci manca Mosè Che mito Giovannino. Fa tutto da solo. In vigna e in cantina. Fa il vignaiolo e l’enologo. Fa il contadino e il cantiniere. Non si abbatte mai Giovannino. Tanto che per non farsi mancare nulla ha pure aperto un ristornate con un amico. Ho preso in gestione un ristorante con un altro socio. Piuttosto che avere una piccola enoteca prendo un ristorante e faccio conoscere i miei vini. Bosa è turistica. Così le persone che lo assaggiano mi contattano. Si è passato ad un bere di qualità e io voglio spostare il consumatore dalle classiche due taniche da cinque litri ad una cassa di bottiglia. Un po’ di sfuso lo vendo per il cash. Fa pagare le bollette Insomma, Giovannino è uno che ci sa fare. Scelte ben precise con uno scopo ben preciso. Senza poi tralasciare una nota di tenerezza. Se non ci fosse la mia compagna mi sentirei da solo in campagna. Assaggiamo per prima il bianco Alvu, con Malvasia (10%) in blend con il Vermentino (90%) con solo acciaio. Il pulitissimo giallo paglierino che ho nel calice sta virando verso il dorato. Colore già proprio del riflesso. Volevo fare qualcosa di diverso. A fare il Vermentino di Gallura sono buoni tutti. Volevo dare una firma locale e ho aggiunto la Malvasia. È un naso da Malvasia con sentori salini. Sapidità. Iodio. Viene bene La frutta viene fuori bene. Ho cercato di lavorare con una peristaltica riuscendo a trattare con i guanti il vino. È una cosa viva e va trattato come una donna. Ho acquistato una candeletta e qualunque movimento è fatto con azoto. Fare un lavaggio con azoto lo pulisce evitando di usare rame. Ecco, questo è Giovannino. Si certo, sta parlando con una persona che ne capisce. Ma la sua naturalezza nel dire queste cose, nell’affrontare la tecnica del vino, è meravigliosa. È padrone della materia e ne parla come se stesse al bar. Un grande! I sentori comunque di questo Alvu sono pulitissimi. La pera, i fiori bianchi di camomilla emergono in maniera distinta. Semplici, puliti, identificativi. In bocca torna a pieno la pera sentita prima al naso. È una pera Smith. C’è la sapidità oltre alla dolcezza della pera con un finale lievemente amarognolo dato dalla Malvasia. È una coda che arriva con la deglutizione scomparendo immediatamente a causa della sapidità. La sensazione che ne deriva è piacevole perché quando l’amaro sta per arrivare, scompare in un gioco che c’è piacere a ripetere. Persistente, secco e caldo. Un calore però che non si percepisce nel pieno dei suoi 14 gradi Non riesco a fare di meno però non li senti. Sono riuscito a bilanciare tutto. È un vino un corposo. Sì sottile ma che poi si allarga grazie alla dolcezza della pera. Quest’ultima, unita alla secchezza, limitano la sensazione di calore. È un vino beverino che rischi di sentire dopo. Da abbinare con un pesce al sale. Per la pasta userei solo crostacei. Poi ecco Temo (nome che deriva dal fiume, navigabile, che attraversa Bosa), il rosso del 2021 per il 70% Cannonau dunque già pronto di suo. Grazie al Cabernet il colore è un rosso rubino acceso. 6 mesi di barrique di secondo/terzo passaggio, acciaio e vetro (la recensione sul mio blog Instagram) Mi sono trovato costretto a fargli fare la barrique perché Sangiovese e Cabernet vanno domati. Il cannonau va in bottiglia perché te lo bevi tranquillamente. Gli altri hanno tannini verdi che devono polimerizzare. Bella pulizia, indicativa di un ottimo lavoro in cantina. Le note che emergono al naso sono dolci di frutta matura, spezie come chiodi di garofano, vaniglia, tabacco dolce, fiori quasi in potpurry. Non può mancare la violetta del Sangiovese. Sottobosco ed ematico chiudono un bel bouquet che avrà tempo per evolversi in bottiglia. È infatti un vino giovane nonostante la rotondità dei sentori merito del legno. Tra alcolicità e acidità, dieci anni di bottiglia gli fanno un baffo. È vero che deve evolversi ma in bocca tornano i frutti. È caldo, secco, sapido. La freschezza ed il tannino ci sono. Così come la importante persistenza. Avrà sicuramente una evoluzione ma è pronto adesso tanto che risulta molto piacevole da bere, meglio se accompagnato. Sarebbe utile prendere più bottiglie per apprezzare le diverse per le annate e la loro evoluzione. Quando ti trovi dinanzi una persona giovane come Giovannino Pusceddu, non puoi che avere speranza per il futuro. Passione, forza, determinazione, voglia di emergere. Unita all’amore per la propria terra e per il proprio duro lavoro. Una durezza che non spaventa anzi appaga. Così come appagano tutti i singoli risultati che ottiene insieme ad Ottavia. Se si dice che per diventare enologi servano 14 vendemmie (7 anni per Giovannino tra i vari continenti) allora io auguro a Giovannino cento di queste vendemmie. Te, le meriti. Ve le meritate tutte. Ivan Vellucci Mi trovi su instagram : @ivan_1969
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11 Maggio, 2023

Un coraggioso Metodo Classico

Un coraggioso Metodo Classico mi fa uscire dai confini di Siena e della Toscana diretta verso la vicina Emilia Romagna. Uno dei re indiscussi di questa terra è il Lambrusco; sicuramente non uno dei vini più corposi o eleganti della penisola italiana, ma proprio grazie al suo animo semplice, sgrassante e piacente, è uno dei vini più venduti in Italia. Oggi vi voglio parlare di una cantina che ha voluto osare e stravolgere un po’ il mondo del lambrusco: Cantina della Volta. Sita a Bomporto di Modena, dagli anni ‘20 del secolo scorso questa realtà si occupa di Lambrusco, ed ora l’enologo Christian è la quarta generazione della famiglia Bellei, fondatrice della cantina. Fin qui nulla di sconvolgente, abbiamo un’azienda di famiglia, un prodotto tipico, e un nome che rimanda al luogo dove sorge, visto che “della Volta” si riferisce alla limitrofa ansa del fiume Naviglio che obbligava le navi dirette verso Modena e curvare, a “voltare” appunto; quel che esce dall’ordinario, è il loro vigorso metodo classico. Per loro passione, dagli anni ‘70 del 1900 la famiglia Bellei produce vini spumanti metodo classico, con uve chardonnay, pinot nero e … Lambrusco di Sorbara. Dopo un’accurata visita in cantina inizia lo spettacolo: un assaggio di nove vini degli undici che producono. Tutti rigorosamente metodo classico, dal Mattaglio – blanc de noirs, blanc de blanc, rosé, brut e dosaggio Zero-, ai Lambrusco di Sorbara, per finire con un tradizionale rifermentato in bottiglia.
Tutti notevoli e tutti interessanti, sebbene tre, a mio avviso, spiccano sugli altri: Il Mattaglio 2019 – dosaggio 0
Circa 60% chardonnay e 40 % Pinot nero, resta dai 24 ai 36 mesi sui lieviti.
Qui è facile che io “ci caschi” data la mia sfegatata passione per il metodo classico pas dosé.
Davvero un ottimo prodotto, un’acidità presente e costante ma mai dominante, un agrume fresco che lascia una nota finale di limone molto piacevole e una mineralità davvero gradevole.
Inutile dire che lascia la bocca “pulita”, pronta per l’eventuale boccone o per godersi il retrogusto “limonso”.
Nella mia classifica da 1 a 5 stelline, questo ha guadagnato 4 stelle piene! Altro prodotto di spicco della cantina è il Rosè lambrusco di Sorbara Brut 2016. Non so se è perché inaspettato o se è stato avvantaggiato dall’ordine col quale abbiamo degustato i vini, ma questo, nella mia personale classifica, si è aggiudicato 4 stelle e mezzo! Piacevole e piacente, equilibrato, con una buona struttura acida e un interessante persistenza, ha, in più del precedente, un ottimo bouquet che regala profumi fruttati e floreali che, portando il calice alla bocca, preparano e incuriosiscono prima di tutto il naso. Amareggiata di non aver potuto provare il Brutrosso, un altro Lambrusco di Sorbara Brut che credo avesse qualcosa da dire – ma che tornerò per assaggiare non appena riapparirà in linea-, ora è tempo di tradizione. Rimosso Lambrusco di Sorbara rifermentato in bottiglia
Chiudiamo con un classico della zona, tornando ai canoni della produzione vinicola locale.
Di primo acchito, devo essere estremamente sincera, non mi ha fatto battere il cuore.
Forse perché era il nono vino, o forse perché è piuttosto lontano dai suoi fratelli metodo classico.
Al naso molto diverso, note di frutta rossa spiccate e a tratti pendenti verso un frutto sciropposo, mentre in bocca rimane più lineare, senza far spiccare nessuna nota particolare. Quasi quasi mi stava deludendo, quasi quasi stavo assegnando due stelline scarse, ma poi, eccola: la mortadella – a.k.a. mortazza – è giunta al tavolo.
Bella, grassa e con un sapore avvolgente per tutto il palato…le papille bramano qualcosa di fresco, qualcosa di secco, qualcosa di leggermente e delicatamente fruttato e “SBAM”, il Lambrusco rientra in scena, questa volta a gamba tesa e senza timori.
Basta un sorso per far si che la sua schiumetta, così consistente e bianca che la mia mente da guida turistica mi riporta alle onde del mare raffigurate nella Venere di Botticelli, pulisca e rinfreschi palato, senza cancellare l’aroma della mortadella e lasciando il posto alla soddisfazione.
Alla fine, il Rimosso si è meritato le sue 4 stelline piene! Non esistono vini buoni o cattivi; esistono situazioni adatte, momenti consoni e abbinamenti giusti.   A cura di Ambra Sargentoni. Se vuoi sapere di più su di me scopri il mio sito    
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10 Maggio, 2023

Monastrell e Alicante, una bella scoperta.

Alicante, terra di lunga tradizione vinicola. Ormai tutti sanno della mia passione per il vino e di come, di conseguenza, sia facile accontentarmi…si fa per dire! Così, la visita a mio cugino e sua moglie che vivono ad Alicante si è (anche) trasformata in una bellissima giornata di scoperta enoica della zona. Un po’ di doverosa storia enologica di Alicante Partiamo dalla certezza che i romani che fondarono Denia (Denium), trovarono la sua posizione strategica nel Mediterraneo occidentale, luogo di transito e di incontri. Per questo motivo decisero di farne un’importante base navale. Sempre cronache storiche certe ci informano che furono loro ad esportare qui la cultura della coltivazione della vite e dell’olivo. Coltivazioni di vite erano già presenti, tant’è che nella parte alta di Benimaquia c’è una delle città con uno dei torchi più antichi d’Europa. Forse furono i Fenici ad introdurre la vite nella provincia, ma sicuramente furono i romani ad esserne grandi coltivatori e introdurre le loro tecniche e conoscenze nel territorio.  Resti archeologici, soprattutto nella zona del Marquesado, confermano la presenza di anfore vinarie e di grandi “villae”, adibite alla coltivazione della vite, dove sono stati ritrovati anche resti di una fabbrica di anfore per questo uso. La viticoltura era così importante per le famiglie di Alicante che, nel 1510, Ferdinando il Cattolico proibì la vendita di vini provenienti da altre terre attraverso il porto della città costiera. Il XIX° secolo divenne il secolo d’oro della produzione vinicola del luogo. L’oidio e la fillossera avevano devastato i vigneti francesi. Per questo venne firmato un trattato commerciale preferenziale con questo paese, che rappresentò un occasione di crescita incredibile per i vini di Alicante, in quanto a quel tempo praticamente tutte le città della zona possedevano vigneti. La prima stazione enologica della Spagna fu infatti creata proprio qui! Nel XX° secolo, la viticoltura di Alicante entra in recessione. Il modello produttivo della provincia è cambiato, optando per altre colture più redditizie. Ciò nonostante, nel 1932 viene creata la “Denominazione di Origine Alicante“, tuttora esistente. La cantina e il Monastrell di Alicante Percorriamo in auto la strada che da Alicante ci porta alla cantina Enrique Mendoza. Qui, la vegetazione è bassa e non particolarmente rigogliosa. Il suolo presenta  un’elevata presenza di ciottoli calcarei, crosta, pietre e sabbia e abbiamo la costante presenza di brezza marina. La cantina Mendoza è proprietaria anche di terreni in un’altra area con altitudini superiori ai 600 metri sul livello del mare. Lì, tuttavia, le brezze marine arrivano attraverso i corridoi naturali di montagna. La storia di questa cantina è relativamente recente. Il suo titolare, Enrique, ha iniziato l’attività negli anni ’70 piantando circa 2.000 viti di Monastrell in un podere vicino la costa, nel suo paese natale di Alfás del Pi (Alicante).  Enrique ha seguito l’abitudine in uso di piantare piccole vigne insieme a oliveti, seguendo la tradizione che vede in queste coltivazioni la dote per i figli. Un uso, quindi, esclusivamente familiare. Successivamente si è deciso a proseguire la tradizione enologica della Marina Baixa, vendendo vino sfuso a livello locale. Dopo questa prima fase, nel 1989 amplia la sua proprietà con la Finca Chaconero, a Villena, sempre in provincia di Alicante. Qui abbiamo visitato una cantina moderna con dotazioni tecnologiche decisamente contemporanee. Anno dopo anno la Cantina è diventata un vero e proprio punto di riferimento per i vini in questa regione e sono i figli, ora, a portare avanti la Bodega Enrique Mendoza, sebbene sotto la sua supervisione.  Malgrado la produzione si concentri maggiormente sull’uva Monastrell, sono stati piantate negli anni anche alcune varietà alloctone come Syrah, Cabernet Sauvignon, Merlot e Petit Verdot. La direzione perseguita è quella di produrre vini che si riconoscono attraverso uno stile inconfondibile che, nel bicchiere, può far ritrovare il sole, la luce (e qui ce n’è davvero tanta) e il carattere mediterraneo di queste terre. Enrique Mendoza afferma che  “Il terroir è l’anima dei nostri vini. La personalità e l’autenticità di luoghi unici sono presenti in ogni nostra bottiglia”. Durante la visita è stato precisato che non vengono usati erbicidi e pesticidi e che la filosofia della casa vinicola si basa sul rispetto del vigneto e sulla sostenibilità ambientale, ma anche su un autentico lavoro di precisione enologica realizzato sia in vigna che in cantina, inseguendo la ricerca dell’eccellenza. Qualche numero: 11 le varietà coltivate. Mezzo milione di bottiglie l’anno. 70% esportate sul mercato internazionale. 30% vendute in Spagna. Gli assaggi  EM Chardonnay 2021, vendemmia notturna, breve macerazione e fermentazione in botti di rovere francese nuova per sei mesi. EM Monastrell Rose 2021, 100% Monastrell. EM Pinot Noir 2022, questo mi ha particolarmente colpito per la freschezza e la bevibilità.  EM Finca Xaconero Monastell  2018, un blend di 90% vecchie viti di  Monastrell con  5% Shiraz e 5% Garnacha Fina, 12 mesi in rovere francese mediamente tostate.  Las Quebradas 2020, Monastrell 100%,  26 mesi in rovere francese. Blend Santarosa 2020, un blend di Cabernet Sauvignon, Monastrell, Syrah e Merlot che fa barrique nuova di rovere francese. Dedicato alla mamma Rosa. Monastrell raccolta tardiva, tre anni in barrique americano, una sorta di Moscato secco da uva rossa. E’ stato molto, molto interessante scoprire questo territorio, dove ho avuto la possibilità di approfondire la mia conoscenza del Monastrell. Se non lo conoscete, ve ne consiglio assolutamente la scoperta. Sono Claudia Riva di Sanseverino. Assaggio, degusto, scopro, curioso, provo e condivido. Seguimi su Instagram @crivads https://www.youtube.com/watch?v=RakajXgmc-E
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